Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: avv. Tommaso Gioia

  • Il Vaticano si schiera contro il ddl Zan: viola i patti Lateranensi. Ma è davvero così?

    Il Vaticano si schiera contro il ddl Zan: viola i patti Lateranensi. Ma è davvero così?

    La mossa del Vaticano di prendere posizione sul disegno di legge proposto da Alessandro Zan ha creato un forte eco mediatico. In un certo senso la risonanza di questa notizia è pienamente meritata, poiché fin dalla nascita della Repubblica la Chiesa non era intervenuta in “pubblica piazza” per manifestare la propria opinione su un disegno di legge.

    Il disegno di legge proposto dal deputato Zan prevede ampia e forte tutela per la gente con orientamenti sessuali diversi dagli etero.

    Il disegno prevede anche una modifica degli artt. 604 bis e 604 ter del codice penale che attualmente tutelano i casi di discriminazione dovuti alla razza e alla religione e se dovesse incontrare l’approvazione di camera e senato, infatti, ai predetti articoli verrebbe aggiunta anche la dicitura “e per motivi legati al sesso”.

    Una questione molto calda che sta già facendo discutere da tempo l’intero mondo della politica e che, a causa della formale richiesta di modifica presentata dal Vaticano, ha riacceso il dibattito in maniera ancora più accesa.

    Alla base delle ragioni della richiesta vi è, secondo il Vaticano, la possibilità che a seguito dell’approvazione del ddl Zan venga compromessa per la Chiesa la libertà di organizzazione e di esercizio del magistero e, per i propri fedeli, una limitazione della propria manifestazione di pensiero con ogni mezzo, principi contenuti dagli accordi raggiunti nei c.d. Patti Lateranensi e del successivo accordo di Villa Madama.

    Senza entrare nel merito della credenza religiosa, per gli operatori del settore giuridico l’eccezione sollevata dal Vaticano è risultata essere pretestuosa e priva di ogni fondamento. L’art. 7 della Costituzione, infatti, recita al primo comma che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Si tratta di un articolo ben noto al Vaticano, poiché in vigore dal 1948 e successivo all’introduzione dei Patti Lateranensi del 1929. Non potrà esserci quindi interferenza da parte della Chiesa cattolica nell’emanazione delle leggi da parte dello Stato Italiano, a meno che non siano in palese contrasto con quanto sancito dai precedenti accordi avvenuti tra Stato e Chiesa (circostanza che in questo caso non si è verificata).

    Quindi perché il Vaticano ha chiesto la modifica del disegno di legge?

    Quanto previsto dal ddl Zan è coincidente con quanto previsto dal Vangelo che recita “ama il tuo prossimo come te stesso”, quindi perché opporsi?

    In realtà l’emancipazione sta portando la Chiesa in una situazione di difficoltà; i “fedeli” diminuiscono, mentre gli scandali nelle mura vaticane aumentano (più che altro aumentano le denunce) e, l’aumento della libertà a cui condurrebbe la legge Zan non farebbe altro che acuire maggiormente lo stato di crisi in cui si ritrova ad oggi il culto cattolico.

    Tra l’altro si tratta di una posizione ambigua poiché non è lontana nel tempo una dichiarazione rilasciata da papa Francesco in cui, con riferimento alla gente di orientamento sessuale non etero, si chiedeva “Chi sono io per giudicare?”,

    Sarebbe bello a questo punto chiedere al Vaticano un parere sull’introduzione di una legge che conduca all’imprescrittibilità per i reati di pedofilia e di abusi sessuali in genere e la contestuale previsione che gli autori di tali reati, commessi all’interno degli immobili di proprietà del Vaticano (per i quali non viene versato un soldo di tasse), vengano giudicati esclusivamente dinanzi alla magistratura ordinaria.

    Ad ogni modo la storia è destinata a non finire qui, persone dello spettacolo come Fedez hanno ampiamente criticato la posizione assunta dal Vaticano ed anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi (noto anche per la sua grande fede religiosa) ci ha tenuto a precisare in seduta parlamentare che l’Italia è uno Stato laico e che, quindi, la posizione assunta dalla Chiesa non è contemplabile.

    Avv. Tommaso Gioia

  • Al via il primo processo per abusi sessuali tra le mura vaticane: l’eroico atto del supertestimone Kamil

    Al via il primo processo per abusi sessuali tra le mura vaticane: l’eroico atto del supertestimone Kamil

    Ad otto anni dall’accadimento dei presunti abusi avvenuti all’interno del preseminario sito nella Città del Vaticano, è iniziato il processo nei confronti di Gabriele Martinelli e di Mons. Enrico Radice

    Grazie al primo servizio delle iene sulla questione, mandato in onda nel novembre del 2017, oggi, ad otto anni di distanza dal presunto compimento degli abusi, il Vaticano ha avviato l’iter processuale previsto dal loro diritto interno e volto, forse, a far luce sull’intera vicenda. Sono già state acquisiste diverse testimonianze dalle parti coinvolte.

    Ad oggi, Gabriele Martinelli risulta essere accusato di aver commesso abusi di natura sessuale, mentre Mons. Enrico Radice è stato accusato di falsificazione di documenti e false dichiarazioni.

    Tra i testimoni cruciali, svolge un ruolo fondamentale quello di Kamil, il coraggioso ragazzo polacco che, senza alcun tipo di timore, ha sempre denunciato in ogni sede gli abusi sessuali compiuti da Gabriele Martinelli (oggi sacerdote), presso il preseminario sito nella Città del Vaticano.

    Kamil dopo aver manifestato pubblico disappunto è stato prontamente allontanato dal seminario e, oggi, attende il verdetto del processo al di fuori delle mura vaticane.

    Nell’ultimo servizio delle iene sull’argomento, il supertestimone polacco ha rilasciato ulteriori dichiarazioni importanti. Intanto ha comunicato che oltre alle autorità vaticane sulla questione è stato aperto un procedimento (promosso dalla Rete L’ABUSO) anche da parte della procura di Roma e, questa, dovrebbe essere una buona notizia perché il processo, così come concepito dal diritto canonico, rappresenta legittimi dubbi di imparzialità da parte degli organi giudicanti, mentre un processo penale così come concepito dalla legislazione italiana, dovrebbe offrire maggiori garanzie sul punto.

    Infatti, Kamil, nell’esternare il proprio stupore dinanzi al fatto che alte gerarchie ecclesiastiche abbiano creduto a gente che aveva molti interessi ad insabbiare la questione ha evidenziato come, nella pratica, l’organo giudicante Vaticano non parte da una posizione di terzietà rispetto ai fatti oggetto di causa così come invece previsto dalla legge italiana.

    Nella prosecuzione dell’intervista, in coerenza con il coraggio che lo contraddistingue, ha dichiarato che “è questo quello che hanno fatto”.

    Tra i vari contenuti offerti dall’intervista, ì uno che merita una particolare riflessione: le parti accusate hanno offeso Kamil dandogli dello “psicopatico, schizzoide e paranoide” e del “bugiardo” direttamente all’udienza del processo, con tanto di verbalizzazione delle predette offese.

    Ora, che la tensione delle parti coinvolte nella vicenda sia elevata non vi è dubbio, ma che alte autorità di un organo come la chiesa, che diffonde sentimenti di amore, pace e perdono, offenda addirittura in sede di udienza processuale un ragazzo che rilascia testimonianze in ogni caso serie, è, ad avviso di scrive, un passaggio incommentabile e che deve far riflettere sull’idea di giustizia da parti di alcuni componenti del clero. Si badi bene che per poter inquadrare un individuo come persona affetta da una patologia è necessario avere preventiva prova a sostegno degli epiteti avanzati, altrimenti assumono carattere di offesa.

    In ragione delle offese verbalizzate in udienza, Kamil che pare non smetterà mai di stupirci, in ragione di quanto previsto dall’ art. 598 c.p., ha chiesto la soppressione e cancellazione delle offese contenute nel verbale e ha chiesto un risarcimento del danno non patrimoniale, che dovrà essere devoluto ad “Onlus” che tutelano i diritti e le necessità delle persone affette dalle malattie mentali di cui è stato accusato. Insomma, colpo su colpo.

    L’esito di questa vicenda, tristissima, sarà comunque destinato a fare storia perché, ad oggi, sono in diretta comparazione tra loro due modi di fare giustizia totalmente indipendenti tra loro: da una parte l’ordinamento giudiziario italiano e dall’altra lo Stato del Vaticano. Quest’ultimo, per la sufficienza con cui ha trattato la vicenda prima di ritenerla degna di approfondimento e per come, poi, si è adoperata per l’acquisizione del materiale probatorio, lascia molte perplessità a coloro che seguono da vicino la vicenda.

    D’altro canto, l’ordinamento italiano, pur avendo un sistema processuale molto più articolato e garantista, dovrà fare i conti con un rapporto antitetico ultracentenario tra Stato e Chiesa e, per questo, il finale di questa storia sarà di innegabile interesse nazionale.

    Avv. Tommaso Gioia

  • LA LEGGE PENALE E LA “GIUSTIZIA” CANONICA NON AGEVOLANO IL CONTRASTO ALLA PEDOFILIA

    LA LEGGE PENALE E LA “GIUSTIZIA” CANONICA NON AGEVOLANO IL CONTRASTO ALLA PEDOFILIA

    Con una concreta collaborazione legislativa tra Stato e chiesa, il fenomeno della pedofilia nelle parrocchie potrebbe essere fortemente limitato. Tuttavia, ci ritrova in una pericolosa fase di stallo in cui si dibatte, si discute, si riflette e nel mentre molte vittime innocenti vengono abusate.

    A livello di normativa statale, il reato di abuso su minori è disciplinato all’articolo 609 quater del codice penale il quale, rimandando per il calcolo della pena al precedente articolo 609 bis c.p., prevede delle pene che al netto degli aumenti previsti dalle circostanze aggravanti, potrebbe anche dare un certo senso di giustizia alla vittima in caso di condanna dell’autore del reato.

    Purtroppo, nella realtà pratica dei fatti, subentrano diversi fattori che non permettono che si possa far giustizia e che si possa intervenire in maniera tempestiva in caso di “allarme”. Si pensi al serio problema della prescrizione, che ha aiutato ad evitare un definitivo giudizio di merito sull’operato di Don Paolo Alberto Lesmo e su quello di Don Vincenzo Calà, entrambi condannati nelle prime fasi di giudizio per poi veder intervenire la prescrizione in ultima facie. L’elenco sui processi di questo genere che si sono conclusi con la prescrizione del reato potrebbe essere infinito e, a parere di chi scrive, questo reato dovrebbe essere considerato imprescrittibile, in modo tale da far luce in maniera definitiva sull’operato dei presunti pedofili. La parrocchia è il luogo in cui per consuetudine e costume si svolge l’infanzia di gran parte della popolazione e, sapere che preti condannati nelle prime fasi del giudizio e poi beneficiari della prescrizione, sono ancora in giro per le parrocchie, mette un bel po’ di angoscia. Il reato di pedofilia genera nella vita della vittima un danno alla sfera psico-fisica di natura permanente e, per questo, la prescrizione non dovrebbe operare in questa ipotesi di delitto, poiché i suoi effetti non risultano terminati al momento della denuncia.

    Le testimonianze fornite dalle vittime ci hanno permesso di comprendere che i traumi di queste esperienze spesso vengono raccontati in età adulta e questo agevola parecchio il ricorso al “salvagente” prescrizione. Si pensi anche al fatto che la quasi totalità delle testimonianze ha riportato un senso di profonda vergogna verso i genitori nel raccontare gli abusi subiti, e i costoro rappresentano per il diritto penale coloro che hanno la facoltà di denunciare fino a che la vittima non abbia compiuto i diciotto anni.

    Garantire l’imprescrittibilità di siffatta tipologia di reato, aiuterebbe già a limitare in qualche modo che il reo possa continuare a stare in eterno accanto a giovani e adolescenti.

    Con riferimento poi all’aiuto che potrebbe derivare da un’azione sinergica con delle modifiche sostanziali all’attuale diritto canonico, sarebbe di estrema utilità inserire una norma che preveda l’immediata sospensione, a scopo preventivo, dall’esercizio del proprio ministero e l’allontanamento del presunto prete “pedofilo”, fino a che non si giunga ad una sentenza definitiva che stabilisca la colpevolezza o l’innocenza del parroco. Se si pensa ad un impianto normativo così costruito, ovvero privo dei benefici della prescrizione e contemporaneamente dotato di norme di forte carattere cautelativo, come la sospensione immediata dall’esercizio delle proprie funzioni, ci si rende conto di come allo stesso tempo le vittime possano ottenere giustizia e di come le parrocchie possano essere considerate luoghi più sicuri.

    Altra iniziativa importante potrebbe essere quella di istituire organi di vigilanza provinciali terzi e indipendenti rispetto alla chiesa, in modo da vegliare in maniera attenta sulla quotidianità delle parrocchie di riferimento.

    Il diritto canonico attuale, che regolamenta anche il processo canonico, è da considerarsi a dir poco obsoleto, come riportato dall’avvocato Mario Caliguri, le modalità di svolgimento del processo canonico vanno in contrasto con quelle che sono le garanzie offerte dalla nostra costituzione.

    Sul punto, nonostante i numerosi scandali, nonostante le numerose inchieste giornalistiche e nonostante le numerose testimonianze, la chiesa continua a restare inerte. Per il “peccato” di abuso di minore (non reato), il diritto canonico non prevede pene, ma prevede “punizioni” che per la loro severità sono paragonabili a quelle inflitte ai bambini disobbedienti delle classi elementari.

    La verità è che se si vuole, se ci si impegna, le possibili soluzioni sul tavolo sono davvero molte, ed a questo punto la domanda sorge spontanea: si vuole?

    avv. Tommaso Gioia