Osservatorio della Rete L'ABUSO

Autore: Redazione WebNews

  • Abusi su minori | la Consulta nega il carcere automatico per i casi lievi

    Abusi su minori | la Consulta nega il carcere automatico per i casi lievi

    ? Cosa scoprirai Come cambierà la valutazione dei giudici sui singoli episodi di abuso?. Quali criteri useranno i magistrati per distinguere i casi lievi?.

    Chi gestirà la nuova discrezionalità nelle misure alternative ai detenuti?. Perché la sospensione della pena diventa ora un’opzione percorribile?.?

    In Breve L’avvocata Licia D’Amico sottolinea la necessità di analisi accurata per ogni episodio.. I magistrati devono valutare la compatibilità del soggetto con misure alternative specifiche..

    La decisione modifica la gestione delle fasi cautelari e l’attuazione delle sentenze.. Il provvedimento sposta il potere decisionale verso i giudici di merito.

  • Attenzione alla truffa svuota conto: ‘Sei un pedofilo, paga per interrompere le indagini’

    Attenzione alla truffa svuota conto: ‘Sei un pedofilo, paga per interrompere le indagini’

    Quella che si sta diffondendo in questi giorni è una truffa che si ripresenta con una certa ciclicità e, pure cambiando nella forma, fa sempre riferimento a crimini compiuti dall’utente ai quali si può riparare mettendo mano al portafogli.

    Nello specifico, si tratta di un’email con cui il capo della polizia Vittorio Pisani o un alto dirigente della pubblica sicurezza avverte il destinatario di essere stato identificato mentre consumava video pedopornografici, attività registrate da un cyber-agente al fine di raccogliere le prove necessarie per procedere penalmente.

    La comunicazione, allegata all’email in formato immagine, include lo stemma della Repubblica italiana e riporta i contatti reali del ministero dell’Interno.

    Non è una truffa che sfrutta vulnerabilità tecniche, fa leva sulle corde psicologiche per costruire un antefatto credibile spacciato per vero da un’autorità riconosciuta a livello nazionale.

    Come funziona la truffa del pedofilo

    A prescindere dal reato lamentato dalle sedicenti autorità – talvolta si parla di pedofilia, talvolta di altri reati altrettanto gravi – lo schema è sempre il medesimo.

    Usando i loghi di autorità note come quello del Viminale o della Polizia di Stato, i criminali creano uno shock nell’utente, rafforzato dalle accuse di avere consumato materiale illegale e di poterlo dimostrare.

    In seguito, viene creata una situazione emergenziale, imponendo al destinatario dell’email di rispondere in tempi stretti (tra le 24 e le 72 ore) alimentando uno stato di panico che impedisce di ragionare con lucidità.

    Fino a questo punto la truffa è stata soltanto innescata e, in modo persino beffardo, è l’utente stesso ad attivarla. Infatti, rispondendo alla comunicazione, i criminali capiscono che l’indirizzo email è attivo, che l’utente è spaventato e che è una vittima da bersagliare anche in futuro.

    Con una successiva comunicazione che, in genere, è meno perentoria della precedente, i criminali spiegano al cittadino che il procedimento penale può essere evitato pagando una somma per sanare la posizione.

    Cedendo alle richieste dei malfattori si rischia anche di entrare in un circolo di estorsione con accuse future di avere compiuto altri reati oppure chiedendo ulteriori importi per non riaprire il medesimo fascicolo.

    Come riconoscere queste truffe

    Gli indizi sono diversi, a cominciare dalle imperfezioni stilistiche e linguistiche nelle email inviate dai truffatori, elemento da prendere in considerazione sapendo però che, grazie alle intelligenze artificiali, queste comunicazioni diventano sempre più precise e credibili.

    È utile sapere anche che le autorità non inviano accuse o notifiche di reato via email e, parallelamente, non è via email che richiedono giustificazioni.

    Nello stesso tempo, non ha senso che venga chiesto del denaro per risolvere le presunte pendenze e, non di meno, il cyber-agente che sarebbe stato usato per raccogliere le prove è una chiara invenzione il cui intento è quello di creare agitazione nella potenziale vittima.

    Queste truffe sono documentate indicativamente dal 2014 e, pure cambiando nella forma e diventando sempre più credibili, citano reati gravi di diversa natura.

    Come comportarsi

    Iniziamo con l’elencare le cose da non fare. È controindicato rispondere a questo genere di email e, allo stesso modo, non è opportuno aprire gli allegati o cliccare sui link in queste contenuti perché possono contenere malware.

    Non cedere né al panico né alla fretta, entrambi stati creati dai truffatori con l’intento di non dare alla vittima il tempo per ragionare.

    La prima cosa da fare è cestinare l’email. Chi volesse maggiori rassicurazioni può consultare la sezione Alert del sito della Polizia Postale, sulla quale vengono diramate informazioni sulle truffe in circolazione. Infine, è sempre opportuno segnalare il tentativo di truffa, nell’apposita sezione del medesimo sito della Polizia.

    https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/05/06/news/attenzione_alla_truffa_svuota_conto_sei_un_pedofilo_paga_per_interrompere_le_indagini-425327552/

  • Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Sono trascorsi più di vent’anni da quando José Napoleón Lemus lasciò El Salvador per cercare di dimenticare un dolore inflittogli che, all’epoca, nessuno voleva riconoscere. Oggi, con le prove in mano, con un caso di abuso ammesso dalla congregazione salesiana, cerca giustizia nel suo paese. Era il 1985 e stava studiando per il diploma di maturità presso l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto cattolico sotto l’egida della congregazione salesiana.

    Lemus era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, al quale molti anni dopo fu diagnosticata la dislessia. Alla fine del 1985, i suoi problemi scolastici si erano aggravati e lo condizionavano notevolmente. Il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò era il rettore dell’istituto e insegnava anche due materie, religione ed educazione sessuale, “ironicamente”, racconta questo salvadoregno.

    «Avevo una bella amicizia con padre Corò, e lui interagiva con me privatamente e mi diceva subito che se avessi mai avuto bisogno di aiuto, avrei dovuto rivolgermi a lui; le sue porte erano sempre aperte quando volevo. Ho interpretato questo gesto come un segno di amicizia e ho iniziato a vederlo come un secondo padre», racconta Lemus in una lettera scritta nel 2019, in cui descrive gli abusi.

    Alla fine dell’anno, nel novembre del 1985, padre Corò gli chiese di incontrarlo a scuola dopo le 18:00. Il sacerdote gli diede indicazioni su come entrare e gli assicurò che la sicurezza lo avrebbe lasciato passare.

    Appena entrato, Lemus racconta che il prete lo afferrò e iniziò a toccarlo e baciarlo. “Ero paralizzato”, ha raccontato. In un’intervista al Diario El Mundo, Lemus ha raccontato che il prete cercò di corromperlo: “Sono parole che non dimenticherò mai: ‘Se vieni almeno una volta al mese, non dovrai più preoccuparti di studiare ‘. Era una tangente sessuale, nel senso che mi avrebbe permesso di laurearmi. E non sono mai più tornato a scuola “, ha detto questo salvadoregno residente in Canada.

    José lasciò la scuola e quello stesso giorno raccontò alla madre cos’era successo. “Mia madre non ci credette. Pensava che fosse una scusa per non studiare”, disse. Anni dopo, sotto pressione per interrompere gli studi e nel bel mezzo del reclutamento per il conflitto armato, Lemus lasciò El Salvador, viaggiò negli Stati Uniti e in seguito in Canada, che è la sua casa da decenni.

    “Ho evitato di andare in El Salvador per tutta la vita”, ha dichiarato a Diario El Mundo in una telefonata, ammettendo di avere ancora incubi al momento del ritorno nel Paese e che il bambino a cui è stata rubata l’infanzia piange ancora per il dolore.

    Un decreto e un “rimprovero”

    Ma questa storia non si limita a una lettera. Dopo aver cercato aiuto e aver trovato ogni porta chiusa, nel 2019 la Vice-Provincia di Maria, Sede della Sapienza, a Roma, Italia – una circoscrizione speciale della Congregazione Salesiana mondiale – decise di ascoltarlo. Inviarono dei rappresentanti alla sua residenza in Canada e ebbero con lui una lunga conversazione. Sebbene José riconosca che i Salesiani che lo visitarono cercassero solo di smentire la sua storia, un anno dopo, nel febbraio 2020, ricevette una lettera dal superiore della Vice-Provincia che confermava il suo racconto.

    Si tratta di un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il reverendo Giuseppe Corò, accusato di “crimini più gravi contro il sesto comandamento” (crimini contro il sesto comandamento, che secondo la Bibbia prescrive ai fedeli: “Non commettere atti impuri”).

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti . Il documento si conclude affermando che, il 12 febbraio 2020, sono state decretate le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale.

    Il documento cita il Codice di Diritto Canonico, Canone 1339 §2, che prevede di “rimproverare chiunque causi scandalo o grave turbamento”. 

    «Il sacerdote che è rettore del monastero salesiano (Giuseppe Corò), dove si è ritirato, mi ha mandato una lettera di scuse e mi ha detto che mi avrebbero aiutato. E il rettore, che è anche rettore dei Salesiani in America Centrale, è stato colui che ha approvato l’aiuto psicologico che ricevevo da tre anni qui in Canada», ha raccontato Lemus.

    Impunità

    Sebbene il decreto abbia un peso significativo nel riconoscere gli abusi, José afferma di non aver ancora ottenuto giustizia. Per anni ha cercato di contattare la Polizia Civile Nazionale, avvocati per farsi rappresentare e diverse altre istituzioni, ma è stato ignorato. La polizia richiedeva la sua presenza per sporgere denuncia, mentre gli avvocati pretendevano migliaia di dollari in anticipo, senza offrire alcuna garanzia di successo. Ad oggi, non è stato aperto alcun procedimento penale in relazione a questi abusi.

    “Quello che desidero veramente è che il prete venga messo in prigione, che paghi per le sue azioni, che venga rimosso dalla ‘santificazione’ (sic), dall’essere un santo per chilometri, chilometri, pianeti, perché non lo era, perché non lo è. Le cose buone che ha fatto in El Salvador, le ha distrutte con le tante vite che ha colpito, e se questa voce potesse dare voce a coloro che sono stati feriti, lo farebbe”, ha implorato Lemus.

    Il caso di José Napoelón Lemus è uno dei 24 che il quotidiano spagnolo EL PAÍS ha recentemente presentato al Vaticano, in un sesto dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo.

    Il suo caso non è l’unico che coinvolge il Coro Salesiano: EL PAÍS ha pubblicato almeno altre due testimonianze di salvadoregni che sono stati vittime di questo sacerdote, nella stessa istituzione nella capitale, durante il periodo in cui ne era a capo.

    Lemus, tuttavia, afferma di aver contattato, nominativamente, almeno 50 vittime di Corò residenti in El Salvador, che non si sono fatte avanti per paura. José dichiara che il sacerdote gode di un notevole sostegno all’interno della comunità salesiana, essendo stato una delle sue figure di spicco nel paese durante gli anni ’80.

    “Quello che non sapevano era cosa faceva durante la notte. Durante la notte si trasformava e smetteva di essere il padre buono e santo che tutti desideravano. Diventava uno stupratore, cosa che purtroppo è sempre stato. E io ero solo un’altra vittima.”José Napoleón Lemus, vittima di abusi da parte di padre Corò.

    José si lamenta del fatto che ogni volta che cerca di parlare del suo caso, riceve minacce proprio dalla comunità che protegge il suo aggressore. Esorta le vittime a trovare il coraggio di denunciare gli abusi e critica i leader della Chiesa cattolica in El Salvador che continuano a proteggere gli aggressori: “Smettetela di essere codardi”, dice loro.

    “Mi ha crocifisso”

    Le cicatrici lasciate da questi abusi sono durate per tutta la vita di José; non è un aneddoto che può raccontare a chiunque. Dopo averlo confidato alla madre, ha cercato di dimenticare l’accaduto; nel suo racconto accenna persino a un tentativo di suicidio.

    Ma dopo anni passati a negare di essere stata vittima di abusi, è riuscita a parlare grazie all’aiuto della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi da parte dei Sacerdoti (SNAP). Ora si sente “un po’ più libera”, anche se non ha ancora ottenuto giustizia.

    Il dolore che José prova ancora, e che ha provato, ha cambiato tutto. Socialmente si è allontanato dagli amici, ha smesso di studiare, ha dovuto vivere in esilio e ricominciare una nuova vita, ma ha anche smesso di credere.

    «Ero una cattolica devota. E mi piace, voglio credere che esista un essere superiore a noi, ma non potete immaginare quanto sia difficile mantenere questa fede. Molto difficile. Perché? Perché quell’essere che ci protegge, quell’essere che fluttua tra le nuvole o dentro di noi o chissà dove, ha deciso di prendersi una pausa il giorno in cui Padre (Giuseppe Corò) mi ha toccato la mano. Voglio dire, dov’è Dio se non a proteggerci? Che dire degli altri 30.000 casi di stupro? Dov’è l’essere che ci protegge? L’essere che ci ama e l’essere che dà la sua vita per noi, l’essere che è morto su quella croce. Quando l’essere che ti parla di lui ti stupra in quel modo. Le parole del sacerdote – quando mi ha portato nella sua stanza – sono state: “Lascia che ti presenti l’amore di Dio”. Sono parole che non potrò mai dimenticare», ha affermato Lemus.

    Il suo racconto è preciso: “Un figlio di puttana in cui credevo molto mi ha fregato, mi ha crocifisso e ho dovuto portare questa croce per tutta la vita.”

    Negli ultimi 13 anni, nove sacerdoti sono stati coinvolti in casi di abusi sessuali o stupri di minori ; solo due sono stati condannati al carcere. Nel frattempo, José Napoleón Lemus attende l’udienza.

    https://diario.elmundo.sv/nacionales/victima-de-abuso-de-sacerdote-salesiano-busca-que-la-justicia-salvadorena-lo-escuche-y-abra-un-proceso-penal

     

  • Giornata nazionale contro la pedofilia e la pornografia infantile

    Giornata nazionale contro la pedofilia e la pornografia infantile

    In occasione della Giornata Nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, Telefono Azzurro, in collaborazione con il Parlamento europeo in Italia, organizza il 5 maggio alle ore 15.30, presso Esperienza Europa – David Sassoli, un momento di confronto Telefono Azzurro organizza un evento per approfondire le conseguenze dello sfruttamento sessuale a danno di bambini e adolescenti.

    Apriranno l’incontro, insieme al Presidente della Fondazione Telefono Azzurro, Ernesto Caffo, il Direttore del Parlamento europeo in Italia, Carlo Corazza, e la Vice Capo Rappresentanza della Commissione europea in Italia, Elena Grech.

    Arricchiranno il dibattito i videocontributi della Vicepresidente del Parlamento europeo, On. Antonella Sberna, e dei deputati europei On. Caterina Chinnici, Co-presidente dell’Intergruppo per i Diritti dei Minori , On. Brando Benifei e On. Nicola Procaccini.

    Interverrà inoltre Filippo Bagni, Legal Officer del Digital Service Act Enforcement Team presso la Commissione europea.

    Programma completo

  • La casa di recupero per i preti peccatori

    La casa di recupero per i preti peccatori

    Un diacono psicoterapeuta ci accoglie con grande coraggio

    Il diacono psicoterapeuta Ermes Luparia ci accoglie con grande coraggio

  • Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    Il seme dell’inchiesta sullo scandalo di pedofilia nella Chiesa: ‘Eravamo l’ultima speranza per le vittime’.

    L’inchiesta di EL PAÍS sull’impatto della pedofilia sulla Chiesa spagnola è, come tutte le grandi storie in questo campo, un mix di ossessione e grande ambizione. Quando la giornalista Soledad Gallego-Díaz assunse la direzione del quotidiano nel 2018, chiese un’indagine sugli abusi. Il pluripremiato film Spotlight , due anni prima, si era concentrato sul lavoro del Boston Globe nel portare alla luce la portata dello scandalo nella città americana. Altri articoli giornalistici avevano trattato casi di massa in Irlanda, Germania e Francia. La Spagna faceva eccezione?

    In prima linea in questo sforzo collettivo fin dall’inizio ci sono stati Íñigo Domínguez, attuale corrispondente da Roma per EL PAÍS, e il giornalista Julio Núñez, nato 36 anni fa a Casar de Cáceres e autore del libro Padre Pica , sulla scoperta del diario di un prete pedofilo. Quando hanno iniziato, erano venuti alla luce solo pochi casi isolati. E Gallego-Díaz ha incluso un aspetto chiave nella sua decisione: bisognava concentrarsi non solo sull’abuso in sé, ma anche sull’insabbiamento. Questa domenica, Domínguez e Núñez hanno ricordato gli inizi di questo lavoro durante l’incontro “Il coraggio di denunciare “, in una delle sale del Matadero di Madrid, dove il giornale sta organizzando un festival per celebrare il suo 50° anniversario . “Sol ci ha detto che EL PAÍS doveva farlo perché, come abbiamo visto in seguito, nessun altro lo avrebbe fatto”, aggiunge Domínguez, un cinquantatreenne di Avilés.

    L’incontro, che avrebbe dovuto essere condotto dalla stessa Gallego-Díaz questa domenica, non ha potuto partecipare a causa di una malattia, come spiegato dai relatori. “Senza di lei, questa ricerca non sarebbe stata possibile”, ha osservato Núñez, prima di chiedere al pubblico di applaudire una professionista che ha ricoperto ogni ruolo presso EL PAÍS : corrispondente parlamentare, corrispondente a Bruxelles, Londra, Buenos Aires e New York, difensore dei lettori, vicedirettrice, direttrice e editorialista di punta.

    Quando l’indagine ebbe inizio, Julio Núñez si incontrò in un piccolo ufficio con l’allora vicedirettore, José Manuel Romero. Riuscirono a trovare solo 34 condanne esaminando le statistiche giudiziarie. Contattò una vittima, Javier Paz, il motivo per cui Domínguez entrò nella storia. “Uno dei miei migliori amici d’infanzia lavora a EL PAÍS, si chiama Íñigo”, gli disse.

    Il primo articolo era intitolato “La Chiesa spagnola ha messo a tacere i casi di pedofilia per decenni “. Una decisione dell’allora vicedirettrice, Mónica Ceberio, cambiò il corso degli eventi. Insieme al reportage, allegarono un indirizzo email ( abusos@elpais.es ) aperto alle vittime. Il primo giorno arrivarono cento email, 500 entro una settimana. “Una valanga”, ricordano i due giornalisti. Per gestire ogni singolo caso, stabilirono un protocollo che hanno perfezionato nel corso degli anni. Fu il compito più delicato, perché in molti casi i giornalisti furono le prime persone con cui le vittime si rivolsero, coloro che ruppero il silenzio e chiesero giustizia.

    Erano ossessionati dal rispondere a tutte quelle email, a volte anche nel loro tempo libero, dopo aver terminato altri compiti. “Per le vittime, eravamo la loro ultima speranza”, afferma Domínguez. Man mano che l’indagine procedeva, decisero di creare un foglio di calcolo Excel per confrontare i dati. Questo rivelò degli schemi: quando la Chiesa veniva a conoscenza di uno di questi casi, trasferiva il sacerdote accusato… e rimaneva in silenzio.

    Ascoltarono le storie, le verificarono, le pubblicarono… ma non accadde nulla, raccontarono a un pubblico completamente silenzioso. Né la Chiesa né i partiti politici, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con la questione, intrapresero alcuna azione. E così ebbe inizio la battaglia dei numeri. Ogni grande storia si basa sui dati. E poiché non ne esistevano, iniziarono a compilarli da soli: un database che attualmente comprende più di 3.000 vittime e 1.600 persone accusate.

    Decisero quindi che, per rompere il silenzio, dovevano aggirare la Chiesa spagnola e rivolgersi direttamente a Papa Francesco. Nel 2021 gli inviarono un dossier con 251 casi. Il Papa aveva ordinato un’indagine su ogni caso giunto alla Chiesa attraverso qualsiasi canale. E riuscirono a ottenere l’approvazione del Congresso, a maggioranza, per l’incarico affidato al Difensore civico. Solo due settimane fa, il 15 aprile, la Spagna ha istituito il primo ufficio statale per il risarcimento delle vittime, che fino ad allora potevano rivolgersi solo alla Chiesa per ottenere giustizia.

    «Continuiamo le nostre indagini», spiega Núñez. «Le vittime vogliono la verità e hanno fiducia nel loro giornale». Nel loro sesto rapporto , appena consegnato alla Chiesa spagnola e al Vaticano, includono 21 testimonianze di vittime provenienti dall’America Latina. Questo apre una nuova strada per portare avanti il ​​compito principale affidato loro dal direttore: smascherare coloro che hanno coperto gli aggressori trasferendoli ad altri incarichi. «Dobbiamo far sì che si assumano le proprie responsabilità», afferma Domínguez. «Continueremo a lavorare», promettono.

    https://elpais.com/aniversario/2026-05-03/el-germen-de-la-investigacion-sobre-el-escandalo-de-la-pederastia-en-la-iglesia-eramos-la-ultima-esperanza-para-las-victimas.html

  • Zuppi afferma che denunciare abusi fuori dalla Chiesa implica ammettere che il suo sistema interno non funziona

    Zuppi afferma che denunciare abusi fuori dalla Chiesa implica ammettere che il suo sistema interno non funziona

    Il cardinale Matteo Zuppi ha espresso chiaramente un’idea che continua a pesare in settori della gerarchia ecclesiastica: ricorrere alla giustizia civile in casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti implicherebbe riconoscere che il sistema interno della Chiesa non funziona. Lo ha affermato durante il programma «Francesco – Crónicas de un Papado» su La7, un reportage del giornalista Ezio Mauro in occasione del primo anniversario della morte di Francesco.

    Alla domanda sulla gestione degli abusi durante il pontificato di Francesco, Zuppi ha difeso con fermezza la sua azione, ma ha introdotto una sfumatura significativa nel trattare la collaborazione con la giustizia civile: «Il problema della collaborazione con il civile è più complesso, perché se non siamo capaci di giudicarci da soli, di esaminarci, significa che c’è qualcosa che non funziona». Subito dopo, ha insistito sul fatto che il Papa era stato «rigorosissimo» e ha sottolineato l’importanza di ascoltare le vittime.

    L’approccio è chiaro. Ricorrere alle autorità civili non appare come un’esigenza morale o giuridica, ma come la conseguenza di un fallimento interno. Nella pratica, questo equivale a sostenere che la Chiesa deve bastare a se stessa anche di fronte a reati che appartengono anche al ambito penale.

    Una posizione in tensione con la normativa vigente

    Questa visione si scontra con il quadro stabilito dal motu proprio Vos estis lux mundi, dove il Papa Francesco ha insistito sulla necessità di agire con rigore e collaborare con le autorità civili in conformità con la legislazione di ciascun paese.

    Tuttavia, le parole di Zuppi puntano a un’altra logica: preservare la capacità della Chiesa di giudicare internamente questi casi, evitando che l’intervento esterno sia percepito come necessario. Non si tratta di una sfumatura minore, ma di un modo di intendere l’ambito della responsabilità istituzionale.

    Abusi trattati come questione interna

    Il nucleo dell’approccio si riassume in un’idea: «dobbiamo essere capaci di giudicarci da soli». Con questa affermazione, Zuppi colloca gli abusi nell’ambito interno della Chiesa, come se bastassero i suoi meccanismi disciplinari.

    Ma i tribunali canonici non sostituiscono la giustizia civile. Possono imporre sanzioni ecclesiastiche, ma non rispondono alle esigenze penali proprie di questi reati né garantiscono da soli la riparazione dovuta alle vittime. Ridurli a quell’ambito implica, nella pratica, trattarli solo come mancanze morali e non come crimini.

    Una logica che spiega quanto accaduto

    Le dichiarazioni del cardinale italiano riflettono un modo di affrontare gli abusi che non rompe del tutto con il passato. Nonostante le norme e i discorsi ufficiali, persiste l’idea che questi casi debbano essere risolti principalmente all’interno della Chiesa stessa.

    Il risultato è un modello che privilegia il controllo interno e limita la trasparenza, un approccio che aiuta a comprendere perché per anni molti casi non sono arrivati ai tribunali civili. Se denunciare è percepito come riconoscere un fallimento strutturale, la tendenza naturale è allora evitare quel passo.

    https://infovaticana.com/it/2026/05/02/zuppi-afferma-che-denunciare-abusi-al-di-fuori-della-chiesa-implica-ammettere-che-il-suo-sistema-interno-non-funziona/

  • L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’arcidiocesi di New York pagherà 800 milioni di dollari per chiudere le cause su abusi sessuali

    L’Arcidiocesi cattolica di New York ha accettato di versare 800 milioni di dollari nell’ambito di un accordo transattivo con 1.300 sopravvissuti ad abusi sessuali, segnando uno dei risarcimenti più ingenti in un’ondata di contenziosi legali riguardanti abusi commessi dal clero negli Stati Uniti.

    L’accordo è secondo solo all’intesa da 880 milioni di dollari raggiunta dall’Arcidiocesi di Los Angeles nel 2024. La Chiesa cattolica ha erogato miliardi di dollari in risarcimenti in tutti gli Stati Uniti negli ultimi anni, dopo che New York e altri stati hanno promulgato leggi che hanno temporaneamente consentito alle vittime di abusi sessuali su minori di intentare cause per reati risalenti a decenni fa.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, legali che rappresentano 300 sopravvissuti con rivendicazioni contro l’arcidiocesi, hanno definito l’accordo un trionfo che porrà fine a quasi sei anni di battaglie legali con la Chiesa e i suoi assicuratori. La proposta di transazione è soggetta alla documentazione finale e al pieno consenso dei sopravvissuti prima di essere perfezionata, ha dichiarato Anderson.

    L’Arcivescovo Ronald Hicks ha affermato in una lettera ai parrocchiani venerdì di essere ‘cautamente ottimista’ sul fatto che tutti i ricorrenti sosterranno l’accordo. Hicks, divenuto arcivescovo di New York a febbraio, ha spiegato che la Chiesa ha ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziare il risarcimento.

    ‘È stato un processo doloroso, soprattutto per le vittime e le loro famiglie che hanno sofferto, nella maggior parte dei casi, per decenni’, ha dichiarato Hicks.

    Oltre al pagamento di 800 milioni di dollari, l’Arcidiocesi ha accettato di rendere pubblici i documenti relativi ai responsabili di reati sessuali all’interno della Chiesa.

    ‘Siamo lontani da una piena resa dei conti, ma è una forma di assunzione di responsabilità’, ha affermato Anderson in una nota diffusa venerdì.

    L’accordo consentirà ai sopravvissuti di proseguire il contenzioso contro gli assicuratori della Chiesa per ottenere ulteriori indennizzi.

    La transazione permette inoltre all’arcidiocesi di evitare il fallimento. Il Child Victims Act di New York, approvato nel 2019, e leggi analoghe in altri stati hanno spinto molte grandi organizzazioni cattoliche negli Stati Uniti a richiedere la protezione dalle procedure concorsuali.

    Nello stato di New York, ogni diocesi, ad eccezione dell’arcidiocesi di New York e della diocesi di Brooklyn, ha presentato istanza di fallimento per finalizzare accordi simili relativi a cause per abusi sessuali.

    Finnegan, che ha rappresentato i sopravvissuti anche nel caso di Los Angeles, ha sottolineato che risolvere la questione al di fuori delle procedure fallimentari sia preferibile sia per le vittime che per le diocesi cattoliche.

    ‘È stato meglio per entrambe le parti raggiungere una risoluzione in tempi brevi, piuttosto che affrontare un lungo e costoso fallimento’, ha dichiarato Finnegan.

    L’arcidiocesi di New York e i sopravvissuti hanno avviato la mediazione a dicembre dinanzi al giudice in pensione della Corte Superiore della Contea di Los Angeles, Daniel Buckley, che aveva già mediato l’accordo di Los Angeles. In una dichiarazione dell’epoca, il Cardinale Timothy Dolan aveva riconosciuto che l’abuso sessuale su minori ha rappresentato un capitolo vergognoso nel passato della Chiesa.

    https://it.marketscreener.com/notizie/l-arcidiocesi-di-new-york-paghera-800-milioni-di-dollari-per-chiudere-le-cause-su-abusi-sessuali-ce7f58d9df89f026

  • Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Sugli abusi nella Chiesa la ‘normalizzazione’ può essere un passo indietro

    Lentamente il profilo del pontificato di Robert Prevost inizia a delinearsi. La sua cifra è quella del “ritorno alla normalità” dopo il passaggio del ciclone Bergoglio. L’orientamento normalizzatore è chiarissimo anche in merito alle strategie di contrasto agli abusi sessuali sui minori commessi dai membri del clero. Su questo terreno, il papa argentino aveva dichiarato di voler far sul serio e, pur tra mille ambiguità ed esitazioni, aveva fatto seguire alle parole alcune importanti decisioni concrete.

    Papa Leone XIV ci ha fatto comprendere di voler andare nella direzione opposta, di considerare eccessiva e controproducente l’attenzione che alcune chiese nazionali europee hanno dedicato al tema. In un messaggio rivolto, per il tramite del cardinale Pietro Parolin, ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes, il pontefice ha sostenuto che, se è certamente giusto proseguire nella prevenzione dei crimini sessuali compiuti dai preti, è altrettanto urgente che i sacerdoti abusatori non siano esclusi da uno sguardo misericordioso e da un’attenta riflessione pastorale.

    «Del resto – si legge ancora nel messaggio – dopo tanti anni di crisi dolorose è giunto il momento di volgere lo sguardo con determinazione verso il futuro e di rivolgere ai sacerdoti francesi, duramente provati, un messaggio di incoraggiamento e di fiducia». Il senso del messaggio è inequivocabile e può essere sintetizzato così: smettiamo di farci del male, negli ultimi anni abbiamo accettato di mettere la questione degli abusi al centro della nostra attenzione, abbiamo indagato sui crimini dei nostri preti e chiesto tante volte perdono alle vittime.
    Abbiamo sicuramente fatto la cosa giusta, rischiando però, da un lato, di compromettere lo stato d’animo di tanti nostri sacerdoti che da questa assunzione collettiva di colpa si sono sentiti umiliati e traditi, dall’altro, di disinteressarci completamente di quei preti riconosciuti come abusatori ma che rimangono pur sempre pastori e guide spirituali.

    Abbiamo insomma pensato più ad assecondare il desiderio di giustizia di un’opinione pubblica spesso ostile alla Chiesa che a proteggere l’immagine dei nostri funzionari screditata e messa alla berlina. Un messaggio del genere è rivolto in primo luogo a quei vescovi e a quelle assemblee episcopali che hanno coraggiosamente istituito commissioni indipendenti per far luce sugli aspetti peggiori del loro passato e ricavare indicazioni per un futuro diverso e migliore.

    L’indicazione del papa, che, venendo dalla cattedra di Pietro, risulterà vincolante, rischia di interrompere un processo di cambiamento in realtà appena iniziato. Le inchieste indipendenti (francese, tedesca, irlandese, eccetera) hanno squarciato il velo sul fenomeno offrendo cifre, storie, dinamiche degli abusi, ma gli enormi danni complessivi inflitti alle vittime e alle comunità locali sono ancora largamente privi di un riconoscimento e di un risarcimento, non solo economico, ma anche morale e spirituale.

    Un’associazione che riunisce le vittime francesi degli abusi clericali ha reso noto che sino ad ora solo l’1 per cento di chi è stato abusato da un sacerdote in Francia si è fatto avanti per esigere giustizia. In secondo luogo, nessuna delle cause strutturali indicate nei report delle commissioni indipendenti e nelle numerose analisi scientifiche sul tema è stata mai affrontata e tantomeno rimossa.

    Non è stata seriamente esaminata la questione dell’immaturità sessuale e affettiva del clero e del suo legame con il celibato obbligatorio e la formazione seminariale, né mai discussa in modo serio e realistico la questione dell’omosessualità dei seminaristi e dei sacerdoti, fonte di immense sofferenze, ambiguità, menzogne istituzionali.

    Nemmeno Il nodo dell’accesso delle donne al ministero ordinato è stato risolto. Nessuna vera riforma strutturale è stata introdotta da quando hanno iniziato a scoppiare gli scandali. L’eredità migliore di papa Francesco in questo campo è consistita in alcune rilevanti innovazioni giuridiche, certo non sufficienti a risolvere il problema, ma che se non altro testimoniavano una volontà di prenderlo sul serio (pur tra mille contraddizioni). Sarebbe tristissimo se quel cammino appena all’inizio venisse ora già interrotto e la lotta agli abusi sessuali del clero da parte della Chiesa si limitasse a qualche corso di formazione o all’apertura di un centro di ascolto.

    Significherebbe non aver compreso che la materia tocca più di ogni altra il cuore del rapporto tra la Chiesa, i suoi ministri e un popolo ancora ferito e spaventato da quello che ha iniziato ad apprendere sui crimini del clero cattolico. È qui che la Chiesa si gioca il suo destino.

    Marco Marzano – DOMANI del 30 aprile 2026

  • “Avevo 16 anni, lui quasi 70: abusi su oltre 20 ragazze nel Movimento Eucaristico”

    “Avevo 16 anni, lui quasi 70: abusi su oltre 20 ragazze nel Movimento Eucaristico”

    Movimento Eucaristico Giovanile, Annalisa Corrado: “Ho deciso di raccontare la mia storia di abusi subìti perché voglio che chi si porta dentro un dolore simile non si senta sola o sbagliata”

    “Ho deciso di raccontare una parte dolorosa della mia storia, che risale a tanti anni fa, ma terribilmente attuale per tante ragazze e donne.
    Racconto il mio pezzo personale, di una storia che ho scoperto essere collettiva, fatta di abusi psicologici e sessuali avvenuti all’interno del Movimento Eucaristico Giovanile (MEG) dal 1968 al 1998 circa, per mano del gesuita fondatore e allora direttore, Sauro De Luca”. A parlare è Annalisa Corrado, eurodeputata del Pd che ha raccontato la sua storia a Fanpage.it.

    “Ringrazio il coraggio e l’amore per la giustizia dell’attuale direttore del MEG, padre Renato Colizzi sj, che ha deciso di prendere in mano alcune segnalazioni arrivate negli anni, anche molto prima del suo arrivo.
    Grazie a questo percorso, chiamato “cammino di verità” è emersa una realtà durissima: sono oltre 20 le donne che hanno raccontato di aver subito abusi, ma tutto fa pensare che siano molte di più.
    La verità sta emergendo, e voglio che la notizia di questo cammino intrapreso arrivi a quante più persone possibile che si portano dentro un dolore antico: non siete sole, nessuna di noi ha fatto qualcosa di sbagliato, la vergogna deve cambiare campo.

    Ringrazio molto Saverio Tommasi, compagno di Flotilla lo scorso anno, per avermi accompagnata con empatia, professionalità e grande sensibilità nel raccontare questa vicenda. E grazie a Fanpage.it per averla ospitata”, conclude Annalisa Corrado.

    https://www.fanpage.it/attualita/avevo-16-anni-lui-quasi-70-abusi-su-oltre-20-ragazze-nel-movimento-eucaristico/