Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Città del Vaticano

  • Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

    Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

    Il diplomatico vaticano è stato condannato a 5 anni per pedopornografia, mentre preti abusatori seriali non hanno fatto un giorno di cella. La vicenda del cardinale americano solleva dubbi sui meccanismi di nomina

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    In questi giorni si saprà se monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere della nunziatura di Washington condannato in Vaticano a cinque anni di reclusione per possesso e scambio di «ingente quantità» di materiale pedopornografico, presenterà appello contro la sentenza. Circostanza che varie fonti vaticane danno per molto probabile. Lo spaccio di pedopornografia è uno dei reati più turpi e le legislazioni di moltissimi Stati – compreso quello della Città del Vaticano – si sono dotati di norme molto severe per punirlo. Capella non ha negato l’evidenza, ha ammesso la sua colpa, e ha spiegato di aver iniziato a frequentare spacciatori di pedopornografia sul web a causa di una crisi seguita dal suo trasferimento a Washington. Sul suo smartphone e sul suo computer sono stati trovati filmati e disegni espliciti. Solitudine, frustrazione per non essersi sentito valorizzato e per essersi trovato da solo, senza amici… Ovviamente il prelato doveva avere una predisposizione per quel genere di immagini shock, che includono bambini filmati in atti sessuali ed abusi, perché fortunatamente la pedopornografia non rappresenta un approdo diffuso per le crisi di adattamento o per gli eccessi di solitudine.

    Al di là della conclusione della vicenda giudiziaria vaticana, e del successivo processo canonico da celebrare contro l’ex consigliere di nunziatura, resta il paradosso: un prelato che ha sfogato le sue fantasie perverse compulsando immagini web dovrà scontare una condanna di cinque anni, mentre prelati che hanno effettivamente abusato di bambini e ragazzi adolescenti rovinando loro la vita, in diversi casi non fanno neanche un giorno di cella. Casi recenti e recentissimi di illustri fondatori o di prelati molto in vista (come insegna il caso cileno) lo dimostrano. È evidente che nel caso di Capella si è voluto, da parte delle autorità vaticane, dare il tono dell’esemplarità, per far vedere che contro il turpe fenomeno non si fanno sconti a nessuno. Ma il paradosso resta.

    L’altro caso a far scalpore è stato certamente quello del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington. Accusato di un abuso su un adolescente che sarebbe avvenuto 45 anni fa a New York, il prelato – già in pensione da anni – è stato sospeso dalle sue funzioni episcopali in attesa che la sua posizione si chiarisca. 

    Con McCarrick sono diventati quattro i porporati nominati durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II coinvolti in abusi (in tutto 231, creati nel corso di 9 concistori). Il primo è stato l’arcivescovo di Vienna Hans Hermann Groer: nominato a sorpresa quale successore del cardinale Franz König nel 1986, elevato alla porpora nel 1988, costretto a lasciare la guida della diocesi nel 1995 in seguito ad accuse di aver abusato, molti anni prima, alcuni seminaristi minorenni. Il secondo è stato il cardinale Keith O’Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edimburgo (Scozia), elevato alla porpora nel 2003, ritiratosi nel 2013 alla soglia del 75 anni senza partecipare al conclave perché accusato di aver abusato reiteratamente, negli Ottanta e Novanta, di due seminaristi e un prete (maggiorenni). Il terzo è il cardinale George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia, che si sta difendendo in Australia dall’accusa di aver abusato di minori. E ora si aggiunge McCarrick.

    Senza entrare nel merito delle singole vicende – nel caso di Pell, ad esempio, certe testimonianze lasciano aperti notevoli dubbi – non si può fare a meno di notare l’esistenza di un problema nel processo di nomina dei vescovi. A colpire del caso McCarrick, oltre all’accusa di aver abusato di un minore quando era un prete nella diocesi della Grande Mela, sono le notizie pubblicate nel comunicato del cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo della diocesi di Newark, il quale ha rivelato che «in passato, ci sono state accuse secondo le quali egli (McCarrick) era coinvolto in relazioni sessuali con adulti. Questa arcidiocesi e la diocesi di Metuchen hanno ricevuto tre accuse di cattiva condotta sessuale con adulti decenni fa; due di queste accuse hanno portato a dei risarcimenti». Nei tre casi riguardanti il passato di McCarrick – già vescovo – nessuno coinvolge minori, ma si parla di molestie a seminaristi e sacerdoti.

    Il cardinale Tobin ha specificato che mai a Newark si è avuta notizia di denunce per abusi su minori che coinvolgano l’emerito di Washington. E dunque, se non c’erano echi, è più che probabile che nulla si sapesse a Roma in merito alla denuncia che ora ha portato alla sospensione del porporato. Più difficile comprendere, invece, come si sia potuto nominare da Metuchen a Newark, e poi soprattutto da Newark a Washington (con promozione cardinalizia) un prelato che aveva risarcito dei maggiorenni vittime di molestie da lui commesse.

    Problemi legati all’esercizio della sessualità, che rivelano personalità non mature affettivamente, dovrebbero essere presi in considerazione prima dell’eventuale ordinazione sacerdotale. Ovviamente prima dell’eventuale ordinazione episcopale e creazione cardinalizia. C’è un evidente problema nel meccanismo di nomina dei vescovi, legato anche al potere delle cordate – le cadute morali non vengono valutate allo stesso modo – e delle lobby. E mostra tutti i suoi limiti anche la prassi delle nomine dirette, che scavalcano i normali iter (come avvenne ad esempio per Groer). Si tratta di vicende che sarebbe sciocco legare agli schieramenti ideali: dei quattro porporati sopra citati due risultano ascrivibili all’area cosiddetta progressista (O’Brien e McCarrick) e due all’area cosiddetta più conservatrice (Groer e Pell). Il caso McCarrick, al di là della specifica vicenda, rappresenta dunque un significativo segnale d’allarme che non è semplicemente legato al problema pedofilia o abusi sugli adolescenti, ma ancora una volta interroga i responsabili dei processi e della scelta dei criteri attraverso i quali si selezionano i vescovi.

    http://www.lastampa.it/2018/07/02/vaticaninsider/paradossi-del-caso-capella-e-il-termometro-del-caso-mccarrick-6VyTbiug2O2ieLz4Pm5DCK/pagina.html

  • Condannato monsignor Capella per il reato di pedopornografia, sentenza storica

    Condannato monsignor Capella per il reato di pedopornografia, sentenza storica

    Prima applicazione in Vaticano della riforma del codice penale del luglio 2013. Pende l’esame del Comitato diritti umani dell’Onu

    Una condanna pesante, in linea con le richieste del Promotore di giustizia, Giampiero Milano, giunta al termine di sole due udienze pubbliche, visto che il reato contestato è stato ammesso dallo stesso imputato l’ex diplomatico vaticano monsignor Carlo Alberto Capella.

    E’ la prima volta che viene applicata in Vaticano la riforma del codice penale del luglio 2013 che ha introdotto il reato di pedofilia e pedopornografia, visto che un altro imputato nel 2015, l’ex Nunzio Jozef Wesolowski è morto prima dell’inizio del processo.

    Quella di oggi è una decisione che va ben al di là dell’esito processuale, soprattutto in un momento nuovamente molto delicato per la Santa Sede e il Vaticano in rapporto alla pedofilia del clero cattolico. Un incubo che ritorna.

    Un membro del C9, il cosiddetto consiglio della Corona, di papa Francesco, il cardinale George Pell è sotto processo in Australia con accuse personali di abusi sessuali, che lui però ha sempre negato. Un altro, il cardinale Errazuriz è accusato dai fedeli in Cile di essere tra coloro che hanno insabbiato per anni il caso del vescovo di Osorno, in Cile, Juan Barros, di cui Francesco ha accettato pochi giorni fa le dimissioni, dopo che la sua vicenda ha scatenato accuse contro l’intera chiesa di quel Paese e ha messo in difficoltà lo stesso Papa che aveva continuato a difenderlo sulla base di informazioni sbagliate che gli erano state fornite . Un terzo cardinale americano, l’ ex arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, è stato sospeso dal Papa dall’esercizio pubblico del sacerdozio, nei giorni scorsi.

    Mentre tra appena un mese il Vaticano e a Santa Sede dovranno essere nuovamente valutati dal Comitato per i diritti umani dell’Onu a Ginevra (Comitato contro la Tortura) dopo che nel 2014 erano stati richiesti 9 cambiamenti sulla pedofilia, pena una pesante sanzione internazionale.

    L’imputato Capella, oggi, è stato ritenuto colpevole di “divulgazione, trasmissione, offerta e detenzione” di materiale pedopornografico di qualcosa come 40 – 55 files , comprendenti foto,films, animazioni giapponesi, di cui si è esclusa la ricerca casuale od occasionale sul web , ma il cui reperimento e molto complesso, e il cui uso – è stato sottolineato dal Promotore di Giustizia – comporta lo sfruttamento dei minori.

    Una condanna in cui – come spiega il dispositivo della sentenza – la pena base quattro anni di reclusione ed euro 4.000 di multa, sono stati aumentati per la continuazione del reato nella misura finale di cinque anni e cinquemila euro di multa.

    La condanna non è stata ancora più pesante solo perché il Tribunale presieduto da Giuseppe Dalla Torre ha operato il bilanciamento dell’ aggravante dell’ingente quantità (prevista dall’art. 10, comma 5, della legge n. VIII del 2013) con le attenuanti generiche (art. 59 c.p., così come modificato dall’art. 26 della legge n. L del 1969), concesse anche in ragione del comportamento processuale dell’imputato che si è dichiarato colpevole.

    Capella ha cercato di spiegare anche in aula, che la sua condotta è stata generata da un periodo di crisi, dovuta ad una forte insoddisfazione professionale. Un’insoddisfazione seguita al suo trasferimento a Washington come numero quattro della Nunziatura, dopo cinque anni passati (2011- 2016) all’interno della sezione rapporti con gli Stati della segreteria di stato e poi presso la nunziatura in Italia, anni in cui aveva seguito tutti i dossier economici vaticani più importanti dall’antiriciclaggio, alla creazione dell’AIF, fino alla firma del Trattato fiscale con l’Italia, che ha permesso il rientro dei capitali detenuti presso lo IOR da soggetti italiani per circa un miliardo di euro.

    Una “giustificazione” che è stata contestata non solo dal rappresentante dell’accusa, ma anche dal Presidente del Tribunale. Tra l’altro, risulta dagli atti processuali, che monsignor Capella ha continuato ad accedere e scaricare il materiale pedopornografico anche dopo che era stato richiamato in Vaticano, a seguito di una notifica del Dipartimento di Stato americano e di un mandato di arresto spiccato contro di lui dalle autorità canadesi appunto per dettesione e distribuzione di materiale pedopornografico .

    L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, si è soffermato sul profilo psicologico del suo assistito: «Questi comportamenti – ha detto – non sono indice di pericolosità ma di un disagio: non si può sempre parlare di detenzione, ci sono terapie e percorsi riabilitativi che le autorità ecclesiastiche ben conoscono. C’è la possibilità di un cammino terapeutico».

    Capella , adesso, però dovrà affrontare anche il processo canonico, e potrebbe essere anche spretato.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/06/23/condannato-monsignor-capella-per-il-reato-di-pedopornografia-sentenza-storica_a_23466377/

  • Pedopornografia. A processo in Vaticano monsignor Capella. Il prelato ammette le proprie responsabilità

    Pedopornografia. A processo in Vaticano monsignor Capella. Il prelato ammette le proprie responsabilità

    Un “conflitto interiore”. Cosi’ monsignor Alberto Capella, consigliere di nunziatura a Washington, ha descritto la propria esperienza di utilizzatore di immagini pedopornografiche nella prima udienza del processo che in Vaticano dovrà accertare le sue responsabilità per i gravissimi reati commessi attraverso Internet pc. Responsabilità che il sacerdote ha peraltro ammesso. “Provavo un senso di vuoto e inutilità, radicati nella mia vita interiore al punto da essere stati all’origine degli atti compulsivi di consultazione impropria di Internet, fino ad arrivare a fare cose che mai erano state oggetto del mio interesse”, ha raccontato in aula. “Ho sbagliato a sottovalutare la crisi che stavo attraversando. Ho sbagliato a pensare di poterla gestire da solo. Il contestio era nuovo. Amici o referenti non ne avevo. Ho cercato di far fronte con rimedi spirituali e di non far pesare il mio stato d’animo in nunziatura”.

    Il diplomatico vaticano agiva attraverso un profilo Tumblr aperto ad aprile 2016 “per i più vari interessi”, prima di essere trasferito negli Stati Uniti, a giugno dello stesso anno. “Mi piacevano gli animali e alcune loro buffe espressioni”. Il conflitto interiole di cui racconta, è iniziato a inizio luglio e ha dato seguito alla ricerca di immagini “inappropriate di natura pedopornografica”. Le conversazioni private che intraprendeva con gli utenti con cui avveniva lo scambio del materiale erano “assolutamente triviali. I dialoghi – dice in aula – nascono e muoiono nel giro di poche volgari battute. A distanza di tempo ne rilevo la ripugnanza. Ma saper dare un nome alle crisi interiori nel momento stesso in cui una persona le vive non è facile”.

    E’ prevedibile a questo punto un processo lampo, dopo la conferma in fase istruttoria di essere colpevole delle accuse di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

    Ora monsignor Capella rischia tre anni di carcere e si aggiunge l’aggravante dell’ingente quantità, che gli raddoppierebbe la pena (circostanza che la difesa sta cercando di scongiurare). Nel materiale pornografico acquisito, tra gli Stati Uniti e il Vaticano, ci sono tra i 40 e i 55 elementi che riguardano minorenni, tra foto, video e shotacon (fumetti manga). Tra questi, c’è anche un video che riprende un bambino molto piccolo in “atteggiamenti sessuali espliciti”, ha riferito Gianluca Gauzzi, ingegnere della gendarmeria che già si era occupato del caso Vatileaks 2 e che è stato chiamato a testimoniare in aula.

    Il Collegio giudicante era costituito dal professor Giuseppe Dalla Torre, presidente, e dai giudici a latere
    Venerando Marano Carlo Bonzano L’Ufficio del promotore di giustizia era rappresentato dal promotore, Gian Piero Milano, e dal promotore aggiunto, Roberto Zannotti.
    Dopo la lettura del capo di imputazione da parte del Cancelliere, si è proceduto a valutare le eccezioni preliminari, tra cui la richiesta di due testimoni e l’acquisizione di una relazione psicologica.
    L’udienza, terminata alle ore 17.40, è stata rinviata alle ore 10 di domani, sabato 23 giugno.

  • Francesco e il caso del pedofilo peruviano che risiede a Roma. dovrà decidere se punirlo o rimandarlo a Lima

    Francesco e il caso del pedofilo peruviano che risiede a Roma. dovrà decidere se punirlo o rimandarlo a Lima

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Sulla scrivania di Papa Francesco giace da tempo una cartella pesante. Praticamente un macigno. Si tratta dell’imbarazzante dossier riguardante il fondatore di una associazione religiosa peruviana, pluri accusato di abusi e violenze psicologiche nei confronti dei suoi ragazzi, attualmente residente a Roma, sotto copertura, in un luogo tenuto talmente riservato da essere conosciuto solo dai vertici della Congregazione per i Religiosi e da quelli del Sodalicio di Vida Cristiana, la realtà fondata a Lima, all’inizio degli anni Settanta da Luis Fernando Figari, laico consacrato super conservatore di destra con l’ambizione di tirare su generazioni di ragazzi  «metà monaci e metà soldati».

    L’anno prossimo scade a Figari il permesso di soggiorno, emesso regolarmente dalle autorità italiane (dietro placet vaticano, come avviene per tutti i religiosi del mondo che risiedono a Roma). Ma prima di quella scadenza Papa Francesco dovrà prendere una decisione definitiva su come procedere, se punirlo oppure lasciarlo ancora nel limbo. Per il momento è stato tutto sospeso in attesa che la giustizia vaticana, tramite la Segnatura Apostolica – una sorta di Cassazione – si pronunci per la terza volta, visto che Figari continua a presentare appelli, dichiarandosi innocente.

    Eppure le prove che sono arrivate al di là del Tevere sono brutte e schiacchianti. Episodi e testimonianze che sono state confermate anche dalla relazione ispettiva  del cardinale americano Joseph Tobin, il commissario al quale Francesco ha affidato il compito di setacciare ogni piega del Sodalicio di Vida Cristiana, ascoltando vittime, raccogliendo prove, analizzando bilanci e documenti amministrativi.

    Tobin – figura rispettata e competente – dopo mesi di indagini ha raccolto in sessanta pagine ciò che è avvenuto dietro quelle mura per la condotta ben poco evangelica di Luis Fernando Figari. Abusi, condizionamenti, violenze psicologiche, indottrinamento, lavaggio del cervello. Consegnandola al Papa ha chiesto -assieme ai nuovi vertici dell’istituto peruviano oggi commissariato – di non aspettare le sentenze canoniche ma di procedere d’autorità sollevando Figari dalla sua posizione. Papa Francesco ha preferito attendere e prendere tempo.

    Nel gennaio scorso – in accordo con il cardinale Braz de Aviz, prefetto della congregazione dei Religiosi – aveva ordinato che Figari risiedesse in un luogo appartato, senza avere contatti con i minori, né con i membri della Sodalicio de Vida Cristiana. Veniva anche esplicitamente ordinato a Figari di non fare ritorno a Lima, dove la giustizia peruviana lo attende. La motivazione, nero su bianco, è che se fosse tornato in patria avrebbe potuto arrecare danni ulteriori, anche perchè sembra godere ancora di appoggi influenti. Un aspetto non trascurabile visto gli appoggi non gli sono mai mancati nemmeno in vaticano.

    Figari è stato consultore del pontificio consiglio dei laici, nominato da Papa Wojtyla, su suggerimento del cardinale americano Stafford, suo amico. Nel 2006 ha pure preso la parola  – durante un incontro con i movimenti cattolici in piazza san Pietro – davanti a Benedetto XVI. Si dice che a Lima fosse sulla stessa lunghezza d’onda, almeno politicamente parlando, con il cardinale super conservatore Cipriani, dell’Opus Dei e, in Vaticano, con il cardinale James Stafford. Insomma, un caso imbarazzante per tutti, in primis per il Papa che prima o poi dovrà decidere cosa fare e come eventualmente punire Figari.

    Chi lo ha incontrato recentemente lo descrive come una persona molto depressa, in cura da uno psichiatra, malato di cancro, obeso e incapace di badare a se stesso. Probabilmente è per questo motivo che il Papa non vuole infierire su di lui anche se la misericordia, come concetto cristiano, non sempre riesce proprio a conciliarsi con le regole aministrative, le norme canoniche e la giustizia civile in generale.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/pedofilia_vaticano_papa_francesco_peru_figari_giustizia_abusi_sessuali_tobin_cardinale-3792503.html

  • Abusi, Papa accetta dimissioni dei primi tre vescovi cileni

    Abusi, Papa accetta dimissioni dei primi tre vescovi cileni

    Via Barros a centro scandalo, in arrivo a Osorno inviati del Papa

    Città del Vaticano, 11 giu. (askanews) – Saltano le prime tre teste nell’episcopato cileno, a partire dal vescovo all’origine dello scandalo abusi sessuali che sta scuotendo la Chiesa del paese, il vescovo Juan Barros di Osorno, dove sono in arrivo gli inviati del Papa.

    A maggio, infatti, i vescovi cileni (27 ordinari e 7 ausiliari), convocati a Roma dal Papa per un vertice straordinario, avevano rassegnato in blocco le dimissioni nelle mani di Francesco. E oggi il Pontefice argentino ha accettato la rinuncia dei primi tre. Il Papa, rende noto la sala stampa vaticana, ha infatti accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Puerto Montt presentata dall’arcivescovo Cristián Caro Cordero, nominando amministratore apostolico padre Ricardo Basilio Morales Galindo, ha accettato la rinuncia di Gonzalo Duarte García de Cortázar a Valparaiso, nominando amministratore apostolico mons. Pedro Mario Ossandón Buljevic, attualmente ausiliare di Santiago de Chile, ed ha accettato la rinuncia del noto Vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros Madrid, nominando amministratore apostolico un altro ausiliare di Santiago, Jorge Enrique Conchua Cayuqueo.

    Lo scandalo nella Chiesa cilena era esploso attorno alla figura di padre Fernando Karadima, oggi ottuagenario, carismatico prete dell’alta società della capitale cilena all’epoca della dittatura di Augusto Pinochet con buoni rapporti in Vaticano nella cerchia wojtyliana. Nel 2011 è stato condannato dalla congregazione vaticana per la Dottrina della fede per abusi sessuali sui minori. Alcune vittime hanno accusato di aver coperto le loro denunce diversi maggiorenti della Chiesa cilena, e in particolare presuli come Juan Barros, attuale vescovo di Osorno, che da giovani sono stati allievi di Karadima. Dopo aver nominato monsignor Barros ad Osorno ed averlo difeso, da ultimo nel suo recente viaggio in Cile a gennaio scorso, il Papa, in seguito alle critiche che le sue parole hanno suscitato, ha cambiato idea, inviando un suo inviato in Cile per indagare, mons. Charles Scicluna, accompagnato da mons. Jordi Bartomeu del Vaticano, scrivendo una lettera ai vescovi cileni, lo scorso otto aprile. Nella missiva, Francesco riconosceva “gravi errori di valutazione e percezione”, annunciava che avrebbe ricevuto a Roma tre note vittime di Karadima, José Andrés Murillo e James Hamilton (che ha lungamente incontrato a fine aprile), per chiedere loro perdono, e convocava la conferenza episcopale cilena a Roma per “dialogare sulle conclusioni” dell’indagine di Scicluna. Nel frattempo Francesco ha incontrato due gruppi di vittime di preti pedofili cileni ed ha deciso di mandare proprio a Osorno Scicluna e Bartomeu in una seconda missione. A maggio i vescovi cileni, dopo tre giorni di incontri col Papa, hanno rassegnato le dimissioni nelle sue mani. Oggi il Papa ha accettato la rinuncia dei primi tre. Gli altri rimangono dimissionari in attesa delle decisioni di Jorge Mario Bergoglio.

    http://www.askanews.it/cronaca/2018/06/11/abusi-papa-accetta-dimissioni-dei-primi-tre-vescovi-cileni-pn_20180611_00112/
  • Scaricava file pedopornografici col pc della chiesa, monsignor Capella a processo in Vaticano

    Scaricava file pedopornografici col pc della chiesa, monsignor Capella a processo in Vaticano

    L’ex funzionario della nunziatura di Washington è accusato di pedopornografia con l’aggravante dell’ingente quantità. Avrebbe scaricato file con minori in atti sessuali mentre era in visita come diplomatico in Canada, usando il computer di una chiesa locale. Monsignor Capella è stato già arrestato nell’aprile scorso dalla Gendarmeria vaticana.

    Monsignor Carlo Alberto Capella, prelato italiano ex funzionario della nunziatura di Washington, sarà processato in Vaticano con la pesantissima accusa di detenzione e scambio di materiale pedopornografico dopo la scoperta di una grande quantità di materiale in suo possesso. Come rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, infatti, “il Giudice istruttore presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha notificato oggi all’imputato, al suo avvocato e al Promotore di Giustizia, la sentenza di rinvio a giudizio a conclusione della fase istruttoria del procedimento in corso a suo carico”. Monsignor Capella dovrà presentarsi in Tribunale nel pomeriggio di venerdì 22 giugno quando è fissata la data della prima udienza del processo a suo carico.

    Il Vaticano, nella nota, ricorda inoltre che “nella requisitoria del 30 maggio 2018 il Promotore di Giustizia, ritenendo sufficienti le prove acquisite, aveva chiesto che il giudice istruttore dichiarasse chiusa l’istruzione formale e disponesse con sentenza il rinvio a giudizio dell’imputato. II giudice Istruttore, ritenuta la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria vaticana – perché il reato contestato riguarda fatti commessi da un pubblico ufficiale, anche se all’estero – ha dichiarato chiusa l’istruzione formale e ha rinviato a giudizio Monsignor Capella, con provvedimento del 7 giugno”. Al prelato viene contestato il reato di pedopornografia con l’aggravante dell’ingente quantità.

    L’inchiesta a carico di Monsignor Capella era partita a seguito di una segnalazione del Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini della polizia canadese visto che il materiale sarebbe stato scaricato durante un soggiorno fatto in Canada nel dicembre 2016 e attraverso un computer di una chiesa locale. Le indagini poi erano culminate  in una prima richiesta di arresto da parte delle autorità canadesi e poi nella notifica di accertamenti da parte del Dipartimento Usa dove il diplomatico vaticano era in servizio. La vicenda però era emersa pubblicamente solo il 15 settembre del 2017 quando, al termine di una collaborazione tra le autorità giudiziarie vaticane e nordamericane, si è appreso che il promotore di giustizia vaticano aveva aperto un fascicolo nei confronti del diplomatico. Fascicolo che infine ha portato nell’aprile scorso all’arresto di Capella da parte della Gendarmeria vaticana, nelle cui celle si trova attualmente detenuto il monsignore.

    https://www.fanpage.it/scaricava-file-pedopornografici-col-pc-della-chiesa-monsignor-capella-a-processo-in-vaticano/

  • Vaticano: mons. Carlo Alberto Capella rinviato a giudizio per pedopornografia

    Vaticano: mons. Carlo Alberto Capella rinviato a giudizio per pedopornografia

    Il processo al prelato inizierà in Vaticano il 22 giugno alle 15.00 per detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità “II Giudice Istruttore presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha provveduto nella giornata odierna alla notifica all’imputato Mons. Carlo Alberto Capella, al suo avvocato e al Promotore di Giustizia, della sentenza di rinvio a giudizio a conclusione della fase istruttoria del procedimento in corso a suo carico”. Lo rende noto un  comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.

    Il 22 giugno l’inizio del processo

    “II reato contestato a Mons. Capella è quello di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”. La prima udienza del processo avrà luogo venerdì 22 giugno prossimo, alle ore 15.00. “Nella requisitoria del 30 maggio 2018 il Promotore di Giustizia, ritenendo sufficienti le prove acquisite, aveva chiesto che il Giudice Istruttore dichiarasse chiusa l’istruzione formale e disponesse con sentenza il rinvio a giudizio dell’imputato. II Giudice Istruttore, ritenuta la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria vaticana – perché il reato contestato riguarda fatti commessi da un pubblico ufficiale, anche se all’estero – ha dichiarato chiusa l’istruzione formale e ha rinviato a giudizio Mons. Capella, con provvedimento del 7 giugno 2018”.

    In servizio presso la Nunziatura di Washington

    In servizio in Segreteria di Stato fino al 2015, Mons. Capella, di origine emiliana, era stato successivamente inviato come secondo segretario alla Nunziatura Apostolica a Washington. L’apertura di un fascicolo nei suoi confronti da parte del promotore di Giustizia risale al settembre 2017 in seguito ad una segnalazione del Dipartimento degli Stati Uniti e ad una precedente inchiesta e relativo ordine di arresto delle autorità del Canada dove il sacerdote aveva soggiornato.

    Il mandato di cattura

    Il 7 aprile scorso il Giudice Istruttore del Tribunale vaticano, al termine delle indagini e su proposta del Promotore di Giustizia, aveva emesso un mandato di cattura a carico del prelato, disponendone la detenzione in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria.

    https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2018-06/carlo-alberto-capella-pedopornografia-vaticano-processo.html

  • Abusi in Perù, il Vaticano: “Mai protetto o nascosto” il fondatore di Sodalicio

    Abusi in Perù, il Vaticano: “Mai protetto o nascosto” il fondatore di Sodalicio

    Lettera della Congregazione per la Vita Consacrata: «Figari a Roma per evitare intralci nella giustizia. Nessun divieto assoluto, se richiesto dai giudici ritornerebbe nel paese»

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    Il Vaticano fa chiarezza sulla vicenda del Sodalicio di vita cristiana, la società di vita apostolica peruviana commissariata perché teatro di abusi contro minori e di mala gestione finanziaria da parte dei suoi vertici, i cui dettagli stanno venendo man mano alla luce seppur presentando ancora tante ombre. In una lettera pubblicata oggi integralmente sul sito della Chiesa peruviana, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata risponde ad alcune accuse provenienti in gran parte da organi di stampa, mettendo in chiaro alcuni punti: anzitutto che mai la Santa Sede ha «nascosto» o «protetto» il fondatore Luis Fernando Figari, accusato di abusi fisici e psicologici contro minori e adolescenti; poi «si ritiene infondata l’affermazione secondo cui sia stato impedito a Figari di difendersi o rispondere alle accuse contro di lui in Perù». Anzi,  qualora i giudici peruviani lo ritenessero necessario ai fini delle indagini, Figari potrà far ritorno nel paese e rispondere personalmente delle accuse. 

    In effetti al carismatico fondatore di questa  realtà ecclesiale diffusa e numerosa che, prima di sprofondare in una crisi senza precedenti, ha rappresentato per anni l’emblema dell’espansione dell’evangelizzazione in Sudamerica attraverso anche l’istituzione di scuole ed istituti, era stato   impedito – con un provvedimento del 2017 – di far ritorno nel suo paese   «se non per ragioni molto serie e sempre con il permesso scritto» del Commissario posto dal Vaticano alla guida del Sodalicio dopo la crisi.

    La paura era che tornando in quel Perù dove ancora «conta numerosi appoggi» (anche tra le gerarchie ecclesiastiche), Figari potesse «causare altri danni contro le persone», «nascondere e distruggere le prove contro di lui» o, peggio, «ostacolare il corso della giustizia tanto ecclesiastica quanto dello Stato», come si legge nella lettera. In ogni caso non si tratta di «un divieto assoluto», sottolinea oggi il Dicastero guidato dal cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, pertanto «se nel futuro sorgesse la necessità che il signor Figari torni in Perù per rendere conto alla giustizia peruviana, il suo ritorno potrà essere autorizzato dal Commissario apostolico».

    Per smentire ogni accusa di insabbiamento, nel documento del Dicastero viene poi richiamata una precedente lettera datata 30 gennaio 2017, in cui era la stessa Congregazione ad effettuare «una valutazione su Figari per determinare l’eventuale fondamento, in particolare, ma non esclusivamente, delle accuse di pedofilia, che fino a poco tempo fa costituivano l’accusa principale, ma non esclusiva». Accuse, queste, provenienti da membri ed ex membri del Sodalicio e rinfocolate nella opinione pubblica che – attesta la Congregazione – «desideravano una condanna pubblica per abusi su minori ma non per altre responsabilità» imputate al fondatore. Denunce «molto gravi» emerse negli anni successivi e considerate in un primo momento «secondarie». Ovvero «violenze psicologiche, maltrattamenti, abusi di potere, irregolarità e mancanza di trasparenza nella gestione economica, usi di metodi di formazione evidentemente impropri». 

    Una volta venuto a conoscenza di quello che alcuni interni al movimento denunciavano come un «inferno», il Vaticano era subito intervenuto nominando con un decreto del gennaio 2018 un commissario, il vescovo colombiano Noel Antonio Londoño Buitrago, presule di Jericó (Antioquía), e rinnovando l’incarico di «referente» al cardinale Joseph Tobin (nomina del 2016, successiva ad un grosso scandalo mediatico), in particolare «per le questioni economiche». A pochi giorni dall’avvio di questo commissariamento Figari è stato richiamato a Roma. Nessun tentativo di tutelarlo o farlo sfuggire alla giustizia, quindi, ma al contrario la volontà di «riparare al danno causato e al conseguente scandalo», «ristabilire la giustizia con le vittime», «evitare ulteriori danni ad altre persone».

    Ma c’è un’altra questione che nella lettera viene chiarita: la decisione sul luogo di residenza di Figari rimane a discrezione del Superiore generale del Sodalicio. Dal Vaticano nessuna spinta a trasferirlo a Roma o nel territorio della Santa Sede, dove peraltro «non ha mai risieduto». Al contrario, «è stato solo segnalato al Superiore generale la non opportunità di un suo ritorno in Perù» per i motivi già elencati. «Come Congregazione per la Vita consacrata – si legge – ci siamo limitati a chiedere di destinare Figari ad una residenza dove non ci fossero comunità di Sodalizio», a «proibire il contatto con i membri» del movimento come pure di «fare dichiarazioni pubbliche e partecipare a manifestazioni pubbliche».

    Luis Figari nei mesi scorsi aveva presentato un appello alla lettera della Congregazione al Tribunale Supremo della Nunziatura, che però ha rigettato il ricorso.

    Il lato oscuro del Sodalicio era emerso da un report realizzato da una commissione indipendente formata da cinque notabili che per settimane avevano ascoltato oltre 200 testimoni. Il risultato era stato un rapporto dettagliato in cui si riportavano casi di abusi sessuali, fisici e psicologici avvenuti tra il 1975 e il 2009, che includevano violenze fisiche e verbali a danno di minorenni e adulti – in tutti i casi giovani in formazione – da parte di Figari definito una personalità «narcisista, paranoica, vendicativa». 

    Il Vaticano, che dal 2011 aveva ricevuto svariate denunce di abusi di ogni tipo all’interno del movimento, aveva a sua volta avviato una indagine condotta da un vescovo visitatore, Fortunato Pablo Urcey. Lo scorso dicembre, la Procura peruviana aveva sollecitato nove mesi di incarcerazione preventiva di Figari e degli altri membri di Sodalicio per i presunti delitti di associazione a delinquere, sequestro di persona e lesioni psicologiche gravi.

    http://www.lastampa.it/2018/06/04/vaticaninsider/abusi-in-per-il-vaticano-mai-protetto-o-nascosto-il-fondatore-di-sodalicio-1gZgoITKTZtBAwkxZjl7tM/pagina.html

  • Le vittime dei preti pedofili in Cile: i vescovi non ci hanno mai voluto incontrare

    Le vittime dei preti pedofili in Cile: i vescovi non ci hanno mai voluto incontrare

    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andres Murillo attaccano monsignor Juan Ignacio Gonzalez che ai giornalisti ha detto di aver espresso solidarietà alle vittime. “E’ un bugiardo, mai visto”

    C’è uno strascico polemico serio rispetto alla vicenda dei preti pedofili in Cile. La posizione dei vescovi cileni espressa alla vigilia dell’incontro di oggi con Papa Francesco ha suscitato la reazione delle vittime di pedofilia. Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andres Murillo, vittime del reverendo Fernando Karadima, attaccano in particolare monsignor Juan Ignacio Gonzalez che, incontrando i giornalisti in Vaticano ieri sera, aveva parlato della sua personale vicinanza alle vittime; ha spiegato di conoscerle e averle incontrate, comprese le tre persone che nelle settimane scorse avevano avuto udienza il Papa. “Mai visto in vita nostra”, questo il secco commento delle vittime, rilanciato dalla stampa cilena, che sottolneano come “la verità secondo i vescovi cileni è ben diversa da quella che viviamo tutti noi”.

    http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/15/le-vittime-dei-preti-pedofili-in-cile-i-vescovi-non-ci-hanno-mai-voluto-incontrare-2024323.html

  • Pedofilia Cile: Papa, reati insabbiati

    Pedofilia Cile: Papa, reati insabbiati

    Vedrà i vescovi del Paese in Vaticano dal 15 al 17 maggio

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO

    Il Papa incontrerà i vescovi del Cile dal 15 al 17 maggio: “Il Santo Padre, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario – riferisce la Santa Sede – esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”. Durante gli incontri, ai quali parteciperanno 31 vescovi diocesani e ausiliari e due vescovi emeriti, l’obiettivo “è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti – riporta una nota della sala stampa vaticana -, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli”.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/05/12/pedofilia-cile-papa-reati-insabbiati_f630b6bc-9d26-40f8-ab16-496a704ecfdb.html