Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • AUTOMATICA  AMMISSIONE  AL  GRATUITO  PATROCINIO  PER  LE  VITTIME

    AUTOMATICA AMMISSIONE AL GRATUITO PATROCINIO PER LE VITTIME

    a cura dell’avv. Elena Peruzzini

    In generale, è possibile accedere al gratuito patrocinio, sia per agire che per difendersi – mediante la nomina di un avvocato iscritto in apposite liste e la sua assistenza a spese dello Stato –, nell’ambito di un processo civile, penale ed anche nelle procedure di volontaria giurisdizione,  se si è titolari di un reddito imponibile ai fini Irpef, risultante dall’ultima dichiarazione, pari ad euro 11.746,68 (Decreto del ministero della Giustizia del 23 luglio 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 24 del 30 gennaio 2021).

    Se l’interessato convive con il coniuge, l’unito civilmente o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso l’istante.

    Nel caso in cui, oggetto della causa siano diritti della personalità, ovvero nei processi in cui gli interessi del richiedente sono in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi, si terrà conto del solo reddito personale del richiedente.

    • Dove si presenta la domanda
    1. A) in ambito civile, la domanda di ammissione al G.P. si presenta presso la Segreteria del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, competente rispetto al:

    – luogo dove ha sede il magistrato davanti al quale è in corso il processo;

    – luogo dove ha sede il magistrato competente a conoscere del merito, se il processo non è ancora in corso;

    – luogo dove ha sede il giudice che ha emesso il provvedimento impugnato per i ricorsi in Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti.

    1. B) in ambito penale, la domanda di ammissione si presenta presso l’ufficio del magistrato davanti al quale pende il processo e quindi:

    – alla cancelleria del GIP se il procedimento è nella fase delle indagini preliminari;

    – alla cancelleria del giudice che procede, se il procedimento è nella fase successiva;

    – alla cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, se il procedimento è davanti alla Corte di Cassazione.

    • Automatica ammissione al patrocinio a spese dello Stato

    Ai sensi dell’art. 76, comma 4-ter (1) del d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia”, la persona offesa dai reati indicati nella norma medesima, di cui agli artt. 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati di cui agli artt. 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, può essere automaticamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato a prescindere dai limiti di reddito e senza riservare alcuno spazio di apprezzamento a discrezionalità valutativa al giudice.

    In particolare, rientrano tra i reati sempre coperti dal gratuito patrocinio:

    • i maltrattamenti in famiglia o da parte di convivente (art. 572 del Codice penale);
    • la mutilazione degli organi genitali femminili (art. 583-bis);
    • la violenza sessuale (art. 609-bis);
    • gli atti sessuali con minorenne (art. 609-quater);
    • lo stalking (art. 612-bis).

    Possono inoltre sempre accedere al gratuito patrocinio, se minorenni, le vittime dei reati :

    • di riduzione in schiavitù (art. 600);
    • di prostituzione minorile (art. 600-bis);
    • di pornografia minorile (art. 600-ter);
    • di tratta di persone e acquisto di schiavi (artt. 601 e 602);
    • di atti sessuali in presenza di minori (609-quinquies).

    La giurisprudenza di legittimità (1) ha affermato il diritto della persona offesa da uno dei reati sopra indicati a fruire del patrocinio a spese dello Stato per il solo fatto di rivestire detta qualifica, a prescindere dalle proprie condizioni di reddito che, quindi, non devono nemmeno essere oggetto di dichiarazione sostitutive, attestazione o certificazioni formali di nessun tipo.

    La disposizione in esame introdotta dal decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, nella legge n. 38 del 2009 richiama «la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre misure per assicurare una maggiore tutela della sicurezza della collettività, a fronte dell’allarmante crescita degli episodi collegati alla violenza sessuale, attraverso un sistema di norme finalizzate al contrasto di tali fenomeni e ad una più concreta tutela delle vittime dei suddetti reati». Non diverse sono le considerazioni sviluppate nel preambolo del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 (Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province), convertito, con modificazioni, nella legge n. 119 del 2013.

    Risulta evidente, pertanto, che la ratio della disciplina in esame è rinvenibile in una precisa scelta di indirizzo politico-criminale che ha l’obiettivo di offrire un concreto sostegno alla persona offesa, la cui vulnerabilità è accentuata dalla particolare natura dei reati di cui è vittima, e a incoraggiarla a denunciare e a partecipare attivamente al percorso di emersione della verità.

    Per tali motivi, la Corte Costituzione (3) ha ritenuto la disposizione di cui all’art. 76, comma 4-ter    d.p.r. n.115/2002, che riconosce il beneficio del patrocinio a spese dello Stato sganciandolo dal presupposto della non abbienza del soggetto richiedente, non lesiva del principio di parità di trattamento (in riferimento agli artt. 3 e 24, comma 3, Cost.).

    (1) Comma aggiunto dall’art. 4, comma 1, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, e, successivamente, sostituito dall’ art. 9, comma 1, L. 1° ottobre 2012, n. 172. Infine, il presente comma è stato così modificato dall’ art. 2, comma 3, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

    (2) Cassazione penale, sez. IV, sentenza 08 giugno 2018 n° 26302, Cassazione penale, sez. IV, sentenza 18 aprile 2018 n° 17426, Cassazione penale, sez. IV, sentenza 20 marzo 2017 n° 13497

    (3) Corte costituzionale, sentenza 11 gennaio 2021, n. 1

    Elena Peruzzini – Vice Presidente Rete L’ABUSO

  • Tutela dei minori; la semplice soluzione dell’avvocato della Rete, Mario Caligiuri

    Tutela dei minori; la semplice soluzione dell’avvocato della Rete, Mario Caligiuri

    Come di seguito spiega il nostro avvocato Mario Caligiuri, la soluzione è al quanto semplice, basta solo la buona volontà di fare una semplice modifica legislativa, ad una norma già esistente.

    “La soluzione capirete bene che In pratica la norma ex art. 364 c.p., limitata ai delitti contro la personalità dello Stato, andrebbe solo integrata inserendo per le ragioni enunciate i reati indicati nei 10 articoli così come denominati, riportati in corsivo ed evidenziati in grassetto. Non si determinerebbe alcuna antinomia né con le altre norme del codice penale né conflitto con le disposizioni dell’intero sistema.

    Art. 364 c.p. OMESSA DENUNCIA DI REATO DA PARTE DEL CITTADINO

    Il cittadino, che avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello Stato (241-313) per il quale la legge stabilisce l’ergastolo, nonché dei delitti di violenza sessuale in danno di minore (artt. 609 bis, 609 ter, 609 octies) di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater) quando procedibili d’ufficio, di corruzione di minorenne (art.609 quinquies),di adescamento di minorenni (art.609 undicies), di prostituzione minorile (art. 600 bis), di pornografia minorile e di detenzione di materiale pornografico (art. 600 ter, 600 quater e 600 quater1) non ne fa immediatamente denuncia all’Autorità indicata nell’articolo 361 è punito con la reclusione fino ad un anno e con la multa da euro 103 a euro 1032.

    Nulla di più o di diverso.”

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2021/02/20/webinar-eca-global-avv-mario-caligiuri/

  • Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Il 4 febbraio scorso la Rete L’ABUSO presentava un’istanza al Garante per la protezione dei dati personali al quale chiedeva di verificare una evidente violazione delle garanzie dei cittadini vittime di abusi sessuali da parte del clero, che a seguito della campagna mediatica portata avanti da papa Francesco, si rivolgono sempre più spesso a questi sportelli presenti in ogni diocesi italiana.

    Violazioni a danno della stessa vittima che si rivolge a questi sportelli per chiedere aiuto e che invece rischia non solo di compromettere un eventuale futuro processo in un Tribunale italiano, ma di fornire a “sua insaputa”, informazioni importanti, che potrebbero addirittura essere usate contro la stessa vittima.

    Il macroscopico è più che evidente vuoto, il solo fatto che la vittima non possa far presenziare il suo difensore di fiducia; che rilasci dichiarazioni che vengono poi fatte sottoscrivere; che non venga fornita copia al dichiarante, è già più che sufficiente per contestare la dubbia trasparenza di questi uffici e il conseguente rischio al quale la vittima NON INFORMATA si sottopone, senza sapere che uso verrà fatto delle dichiarazioni e dei dati.

    Il fatto che un’associazione con una rappresentatività di persone maggiormente fragili come quelle che si rivolgono alla Rete L’ABUSO avanzi una contestazione di questa gravità al Garante, dovrebbe attivarlo ben di più che una richiesta di rimozione di un articolo come quelle che lo stesso Garante manda a noi. Francamente ci aspettavamo che il Garante procedesse, al massimo potesse rispondere che avremmo dovuto riformulare l’istanza a un altro Ufficio più specifico e invece, a distanza di più di un mese, dopo un sollecito nel quale si chiedeva semplicemente venisse comunicato almeno il numero di protocollo del procedimento nulla, nessuna risposta dal Garante tranne le ricevute delle pec.

    Un Garante che parrebbe non voler essere Garante dei cittadini vittime del clero.

    Francesco Zanardi

  • Mons.  Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Mons. Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, a conclusione della prima parte di indagini sul caso del sacerdote di Enna Giuseppe Rugolo, sulla base delle informazioni acquisite anche a Ferrara, aveva formalizzato alla Procura di Enna una denuncia nella quale appaiono quattro monsignori, tra cui il vescovo di Ferrara, accusati dalla rete per le ipotesi di reato di cui al 2° comma dell’art. 40 c.p. che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”, oltre all’ipotesi di favoreggiamento nei confronti del sacerdote, accusato da più persone a Enna.

    Dopo le denunce alla diocesi, subito trasferito sottobanco a Ferrara, dove dagli elementi da noi acquisiti, non solo diceva la messa nella parrocchia di Vigarano Mainarda, cosa poco rilevante in quanto nessuno lo accusa di dire male la messa.

    Le denunce sono di molestie a danno minori, tuttavia a Ferrara organizzava incontri con adolescenti.

    Come detto prima, l’ipotesi era di eventuale favoreggiamento da parte della diocesi ferrarese, che proprio questa mattina, attraverso il suo avvocato Barbara Grandi, membro dell’’Ufficio Famiglia della Diocesi di Ferrara nel laboratorio “Famiglie Ferite”, la quale, malgrado avessimo solamente il dubbio che la diocesi di Ferrara sapesse della presenza del prete o meno, diffidando la Rete L’ABUSO, allega la conferma che il vescovo di Ferrara sapeva della presenza di don Giuseppe Rugolo.

     

    Testimonianza importante, al di la del fatto che siano accaduti altri abusi o meno, nel documento si dichiara che la cosa fu concordata. Documentazione immediatamente trasmessa da Rete L’ABUSO alla procura di Enna.

    Di seguito la diffida inviata a Rete L’ABUSO dall’avvocato Grandi

  • Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    Morto impunito don Bruno Toscan, accusato di pedofilia, riccattò la vittima accusandola falsamente di estorsione

    È morto nella tarda mattina di oggi, presso l’ospedale di Penne, don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Ne dà notizia l’arcidiocesi di Pescara-Penne.

    Don Toscan, malato da diverso tempo, era nato a Cologna Veneta (Vr) nel 1936 ed era stato consacrato sacerdote nel 1966.

    Il funerale del presbitero, che per tanti anni è stato anche parroco di Roccafinadamo, sarà celebrato domani, sabato 6 febbraio, alle 15, nella chiesa della Madonna del Carmelo in Penne. La salma sarà tumulata nel cimitero di Roccafinadamo.

    (A.B.)

    Diocesi: Pescara, morto don Bruno Toscan, ex rettore della concattedrale di Penne. Domani pomeriggio i funerali

  • #PARTIAMODALBASSO – Cerchiamo candidati. Diventa promoter dell’iniziativa nel tuo comune di residenza

    #PARTIAMODALBASSO – Cerchiamo candidati. Diventa promoter dell’iniziativa nel tuo comune di residenza

    Il decreto del 4 marzo 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile ha introdotto in Italia quello che viene chiamato Certificato anti pedofilia. Purtroppo però sono stati esclusi dall’esibizione tutti coloro che ruotano intorno al mondo del volontariato (allenatori, scout, insegnanti di musica ecc.) oltre a chi ha già un contratto di assunzione.

    Questa esenzione dall’esibire il certificato anti pedofilia ha creato proprio nelle categorie esentate, in particolare il volontariato (categoria da sempre più a rischio), una sorta di “zona franca” per i pedofili che non dovendolo esibire, li troveranno un favorevole terreno di caccia.

    #PARTIAMODALBASSO ha proprio la finalità di superare la “zona franca” fornita ai pedofili dallo stesso decreto del 4 marzo 2014, proponendo alle amministrazioni locali una semplice REGOLA del BUONSENSO che certifichi nel territorio del proprio comune, il livello di affidabilità nella prevenzione.

    L’iniziativa è di semplice realizzazione e aumenta notevolmente il livello sicurezza dei minori partendo proprio dal basso, la prevenzione a livello locale, cioè evitare il rischio conclamato. Il fatto che alcune categorie non abbiano l’obbligo di esibire il certificato anti pedofilia, non impedisce a chi opera in queste “zone scoperte” di esibirlo comunque, creando così una “zona sicura” per i minori alla quale il pedofilo difficilmente potrà accedere.

    Per realizzare ciò abbiamo bisogno del vostro aiuto per presentare ai sindaci dei comuni o a coloro che sono candidati alle prossime amministrative 2021, questa carta di intenti che li impegnerà a questa REGOLA del BUONSENSO che certificherà anche sul nostro sito web, in una mappa interattiva i comuni “sicuri” e quelli “rischio” per i minori.

    Per candidarti come nostro rappresentante presso il tuo Comune di residenza, è sufficiente compilare il questionario sottostante, sarai ricontattato a breve. Grazie per il tuo impegno civile.

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  • #PARTIAMODALBASSO – L’iniziativa in tutela dei minori che potrai consegnare ai candidati del tuo comune

    #PARTIAMODALBASSO – L’iniziativa in tutela dei minori che potrai consegnare ai candidati del tuo comune

    L’Italia è uno dei pochi paesi che non ha adottato politiche concrete in tutela dei minori e questo, malgrado abbia aderito a convenzioni e trattati di vario genere in tutela dei minori e dei diritti umani.

    L’iniziativa #PARTIAMODALBASSO promossa dalla Rete L’ABUSO, che nei prossimi giorni formulerà un testo di impegno che voi stessi come elettori o cittadini (dove non si vota), potete consegnare ai vostri candidati o ai vostri Sindaci chiedendone l’applicazione.

    #PARTIAMODALBASSO è un invito indirizzato ai cittadini, alle famiglie e alle comunità dove ci sono minori che attualmente in Italia, pur avendo ratificato Convenzioni come quella per i 10 diritti dell’infanzia e quella di Lanzarote, nei fatti vedono enormi falle nei comuni italiani, scoperti da queste importanti norme preventive, lasciando i minori esposti a rischio.

    L’obbligo del certificato penale (c.d. Certificato anti pedofilia) per esempio, vale solo per i neo assunti e per rapporti di lavoro subordinato o parasubordinato. Se poi il datore di lavoro è un privato basta un’autocertificazione da parte del lavoratore. Le zone più a rischio sono il volontariato, lavoratori autonomi (baby sitter), gli occasionali e i collaboratori. Nella folle applicazione del decreto legislativo n. 39 del 2014 in materia di lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, le categorie sopracitate ed esonerate dall’obbligo del c.d. certificato anti pedofilia, oltre ad essere quelle più a contatto con i minori e storicamente più a rischio, indirizzano il predatore verso le stesse, che diventano una sorta di “free zone”.

    Ma non è l’unico effetto collaterale. Spesso ci contattano persone che lamentano che in scuole o asili lavorino pedofili conclamati e condannati. Oppure riferiscono di violenze denunciate ai presidi Come nel caso di Molfetta, che però a loro volta non hanno denunciato alle autorità civili, limitandosi a spostare o ammonire il pedofilo. Un pò come accade nella chiesa, anche lei esonerata dal certificato anti pedofilia in quanto appartiene alla categoria del volontariato. Un doppio problema, prima per i minori, poi per il fatto che se il predatore non viene denunciato, oltre a continuare a molestare minori, non sarà mai segnalato alla magistratura, di conseguenza risulterà pulito qualora richieda il certificato.

    #PARTIAMODALBASSO è un’iniziativa attraverso la quale la Rete L’ABUSO vuole accendere un importante faro sulla mancanza di prevenzione, problema che parte davvero dal basso e riguarda tutti e ci auguriamo che coinvolga non solo i genitori, ma l’intera comunità, a partire da sindaci e giunte comunali, che hanno il dovere di garantire la sicurezza dei più piccoli.

    Francesco Zanardi

    Se vuoi candidarti per questa iniziativa come portavoce della Rete L’ABUSO presso il tuo comune di residenza, compila il questionario sottostante.

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  • ENNA – Denunciato dalla Rete L’ABUSO s.e. Rosario Gisana e altri tre monsignori per presunti reati omissivi

    ENNA – Denunciato dalla Rete L’ABUSO s.e. Rosario Gisana e altri tre monsignori per presunti reati omissivi

    Una serie di foto acquisite nel ferrarese, dove don Rugolo, malgrado le denunce, era stato furtivamente trasferito da mons. Rosario Gisana verso la fine del 2019, asserendo problemi di salute e assegnato a al vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, il quale come si evince chiaramente dal materiale acquisito, permetteva di organizzare addirittura incontri per ragazzi dai 14 ai 17 anni, come quello organizzato dal Gruppo Giovani Vigarano della parrocchia Natività della Beata Vergine Maria (foto a lato).

    Certamente ora va verificato se mons. Gian Carlo Perego fosse stato informato da mons. Rosario Gisana dei reali motivi del trasferimento, che in caso emergesse fosse informato lo vedrebbero implicato nel favoreggiamento di don Rugolo.

    Ma le accuse formalizzate oggi alla procura della Repubblica di Enna dalla Rete L’ABUSO vanno ben oltre, in quanto nei giorni scorsi sono emerse altre presunte vittime di don Rugolo, abusate dopo il 2015 che metterebbero nei guai non solo il vescovo Rosario Gisana, ma altri due monsignori ai quali la prima presunta vittima aveva denunciato nel 2014.

    Infatti, anche se pur vero che in Italia i vescovi non hanno l’obbligo della denuncia, è anche vero che non possono sottrarsi come qualunque altro cittadino, alle responsabilità di cui al 2° comma dell’art. 40 c.p. che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Ed è proprio la situazione che emergerebbe stando a quanto dichiarato dalle altre vittime, che se la curia fosse intervenuta dopo le prime segnalazioni fatte nel 2014, molto probabilmente non si sarebbero prodotte. Anche l’accusa della presunta offerta economica avanzata dalla Diocesi alla presunta vittima attraverso la Caritas Diocesana, certo vista con gli occhi della Rete L’ABUSO, che qualche caso giudiziario in materia lo ha affrontato, appare verosimile e ultimamente non isolato.

    Stessa situazione per quanto concerne la Diocesi di Ferrara, che coscientemente o meno, ha di fatto favorito don Rugolo, per la quale nella denuncia odierna l’Associazione Rete L’ABUSO chiede alla procura di identificare e sentire tutte le persone ritratte nelle varie foto acquisite, tra le quali potrebbero esserci altre vittime.

    Naturalmente l’Associazione invita tutti coloro che sia a Enna che nel ferrarese sono vittime oppure “persone informate sui fatti” , a rivolgersi a Polizia e Carabinieri o direttamente alla Rete L’ABUSO portavoce@retelabuso.org.

    Francesco Zanardi

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2021/03/04/mons-perego-sapeva-di-don-rugolo-a-ferrara-lo-conferma-lavvocato-della-diocesi-barbara-grandi/

  • Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Una sezione “speciale” che attenzioni il paese membro Italia. E’ la proposta formulata da Alberto Athie al termine del webinar di sabato 20 e votata da tutti i presenti, per la quale la stessa Sara Oviedo Fierro – ex vice presidente del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia – si è personalmente impegnata. Una richiesta alle Nazioni Unite molto forte perché ad appoggiare la Rete L’ABUSO questa volta sarà ECA Global, che rappresenta attualmente 42 paesi in quattro continenti.

    L’esposizione di Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) ha disegnato il drammatico quadro italiano di una classe dirigente amorale e totalmente connivente con il clero. Un problema che parte proprio dalle negligenze dei piani più bassi che di fatto antepongono il clero ai bambini e del problema non vogliono neppure parlare, come del resto lo stesso parlamento italiano, di fatto rendendo il paese privo di prevenzione in materia di tutela dei minori, nei fatti rappresentati anche politicamente oltre che socialmente, da nessuno.

    È seguito l’intervento dell’avvocato della Rete, Mario Caligiuri che ha formulato una proposta di legge di semplicissima attuazione, che non tocca patti lateranensi o altro, ma attuabile attraverso una banalissima modifica dell’articolo 364 c.p., tutto starà però alla volontà del Parlamento.

    Il giornalista Federico Tulli – autore di tre libri sulla materia – ha relazionato la situazione storica del nostro paese e le problematiche relative all’informazione in Italia, paese fanalino di coda, al 77° posto per la libertà di informazione.

    Una sezione speciale divenuta indispensabile visto la drammaticità della situazione che vede l’Italia e Vaticano, non solo unite nel favorire la pedofilia, ma latitanti alle molteplici richieste dell’Associazione Rete L’ABUSO di mettere mano all’ormai dilagante problema, malgrado le stesse siano state ripetute dalle Nazioni unite nel febbraio 2019, nel febbraio 2021 non sono solo ancora inevase, ma l’Italia non ha ancora neppure calendarizzato la discussione. Il tutto mentre alla sola richiesta delle vittime tedesche di una commissione di inchiesta , subito veicolata dai mezzi d’informazione, ha fatto si che il parlamento tedesco ci stia già lavorando.

    Francesco Zanardi

  • ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    ENG – Webinar ECA – Federico Tulli

    Good evening, thank you for the invitation to participate in this important event.

    A little over a year ago, on December 17, 2019, the pope finally lifted the papal secrecy on pedophilia cases handled by the Vatican involving priests. The civil magistracies of all countries affected by this criminal phenomenon can now therefore access the acts of canonical processes and the archives of the dioceses. But not only that. The elimination of pontifical secrecy probably also marks a turning point in terms of communication on “sensitive” issues concerning the internal affairs of the Holy See. I am thinking, for example, of the decision to make public the dossier on Cardinal MacCarrick, which has been much discussed in recent months. I would define this as a side effect of the elimination of papal secrecy. This elimination is undoubtedly an important signal in the direction of transparency and collaboration of the Holy See with foreign and international institutions, and may have important consequences in favor of the victims awaiting justice. But from the point of view of crime prevention, it should be said immediately that it does not change anything. Let’s go in order.

    Papal secrecy was codified in the document “Secreta continere” of Paul VI on February 4, 1974. It concerned (and I quote) “certain matters of major importance” and had to “be guarded with grave obligation”. That is to say, in case of violation there was excommunication. Among these secreted “affairs of greater importance” were several crimes, including violence against minors. This meant, for example, that the victim of a pedophile priest undergoing a canonical trial was never informed of the outcome of the judgment. But also that the names of pedophiles judged by Vatican judges could remain “unknown” to lay judges. With obvious consequences, unfortunately, on the safety of tens of thousands of minors around the world, since pedophile priests, after the period of prayer and penance provided as a penalty for their “sin”, almost always return to practice in parishes, to teach in religious schools, to attend oratories, scout camps and so on. As it has been documented by dozens of governmental and mixed State-Church investigations in the last decade in Ireland, Germany, USA, Holland, Belgium, Auystralia etc… In short, secrecy has been for decades – if not for centuries, since the Inquisition – one of the matrices of the spread of clerical pedophilia in the world. Now, with a guilty and unprecedented delay, the Holy See has at least remedied this.

    Another matrix of the spread of “ecclesiastical” pedophilia was and is the “reason of State”.

    Let me explain myself better with a quick example:

    On April 9, 2010 – the year in which news about these crimes finally began to be published regularly in Italy as well – the Washington Post discovered that in 1985 Cardinal Ratzinger (then pref. of the CDF) had advised against reducing to the lay state a California priest who had molested minors. The response of the Holy See was immediate: the then Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith “did not cover up the case”, but only asked to study it with “greater attention” for the “good of all those involved”. In the long investigation, the WP reconstructs that, in a letter written in Latin to Bishop John Cummins, of the Diocese of Oakland, Ratzinger decided not to remove the priest. A choice that the future Pope motivated by writing verbatim “for the good of the universal Church”. And what does that mean translated into more earthly terms? To avoid public scandal. Hence the “reason of State”.

    For decades, in the name of “reason of State” and protected by papal secrecy, a very violent crime against the most defenseless human beings was buried under a gigantic and widespread cloak of silence, complicity and silence impossible – humanly speaking – to accept. It must be said, however, that if papal secrecy has been eliminated, the same cannot be said of the reason of State.

    All this concerns Italy very closely and not only for geographical reasons. In the weekly magazine Left, and then in the book Giustizia divina with Emanuela Provera, we were the first and so far the only journalists, thanks to the collaboration of the L’Abuso network, to pierce the aforementioned cloak over the ecclesiastical courts scattered throughout Italy and present in each of the more than 220 dioceses. Here is an excerpt from the story of Giada Vitale, a victim at the age of 13 of a 55-year-old parish priest.

    “There were three of us in the room: me, the judge and the notary of the Curia of Termoli. I already knew the notary, because before the hearing he told me that the ecclesiastical judge wanted a copy of my complaint to the Italian prosecutor’s office. This shows the way in which ecclesiastical justice works with the presumed victims. Moreover, Giada faced the interrogation alone, that is without a lawyer, because in these processes only the one chosen by the curia can be present, even for the witness. And she rightly refused him. “The judge was trying to get me to say that I felt affection for my rapist but I only wanted to point out that when the abuse began I was thirteen years old.” About five years have passed since the hearing and Giada has never heard anything on the record. “I was never notified of the outcome of the trial nor do I know how my statements were used.”

    Thanks to the abolition of papal secrecy, will other victims, unlike Giada, from now on know the outcome of the canonical judgment? According to the declarations of the Holy See, the answer is yes, and this would already be something in favor of the victims, because certain information could be useful to them during the Italian criminal and civil process. But what should perhaps be of most interest to us is the possibility of collaboration between the ecclesiastical authorities and the Italian civil authorities. From this point of view, however, Bergoglio’s “turning point” moves nothing. I might say, not because of the pope. In fact, the Italian law – unlike the French one, for example – for crimes of this type provides the obligation to report only for public officials, and bishops who are not public officials continue to do what they have always done: that is, not to report suspected priests to the civil authorities. This issue was also reiterated by the Italian Episcopal Conference when it explained why it did not include the obligation to report in the anti-pedophilia guidelines.

    If we add to this the fact that also the New Concordat of 1985 between the Italian State and the Holy See, in its article 4, relieves the bishops from the obligation to collaborate with the civil authority, all the nodes that have always strongly limited the investigations of the Italian judiciary when there are priests involved, with the risk of interfering with the exercise of criminal prosecution against those suspected of pedophilia and the “superiors” who transfer them from parish to parish allowing them to remain in contact with minors and repeat the abuse, remain unresolved.

    The elimination of art. 4 from the Concordat would not be a small matter. This is also stated by the cases surveyed by Rete L’Abuso and the statistics that Francesco Zanardi communicated during his speech. Personally, I have dedicated an entire book to Italy reconstructing the history of pedophilia in the Italian Church from 1870 to 2014.

    Since I wrote my first book for L’Asino d’oro on these issues in 2010, I have had the opportunity to speak with hundreds of victims. The lives of many of them continue as a function of obtaining justice for what they have suffered. There are those who – like those present – have founded an association, transforming their personal vicissitudes into a collective battle for civilization. One of the strengths of their civil commitment – perhaps the most important because it is unassailable – in my opinion lies in having understood that the real “enemy” to be fought lies in the thinking that still denies the violence suffered by the child. That is, the thought that confuses a crime (very violent against a person) with sin. In fact, we know from the psychiatrist Fagioli that pedophilia is the annulment of the human reality of the child, a sort of psychic murder.

    However, even in the Church of Pope Francis, abuse, that is, “the sexual act of a cleric with a minor,” is still treated only as a crime against morality, an offense against God, a violation of the sixth commandment. Consequently, the sinner must answer only to those who represent the Most High on Earth (the Pope), and not to the laws of the civil society to which he belongs. Well, all this is not taken into account by my fellow Italian journalists when they have to report news about alleged crimes against minors committed in the ecclesiastical sphere; and neither does the Italian State take it into account by keeping the Concordat alive, although since 1996 the legislation on crimes of a “sexual” nature against children (and women) has made enormous progress. What consequences this blindness of our institutions has on the safety of children who attend parishes, oratories, minor seminaries and Catholic schools is not only easy to imagine but has been – unfortunately – documented.

    Therefore, in conclusion, the abolition of the pontifical secret is a good thing – because in some way it can facilitate the action of the civil judiciary – but it is not enough. At least in Italy it is not enough. It would take a cultural paradigm shift that would lead the Vatican, the men of the Church, the Italian institutions and the great organs of the press to “see” rape for what it is: a violent crime that destroys the life of those who suffer it. But this would mean for believers to deny the Sixth Commandment, one of the cornerstones of religious and political power of the Catholic and Roman Apostolic Church. A temporal power that the Italian State and the Italian media still struggle to disavow.

    Federico Tulli