Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • NAPOLI: Le vittime non ci stanno e diffidano il cardinale Sepe alla Congregazione per la Dottrina della Fede

    NAPOLI: Le vittime non ci stanno e diffidano il cardinale Sepe alla Congregazione per la Dottrina della Fede

    Il Cardinale Crescenzio Sepe è imputato nel procedimento presso la Santa Sede, procedimento che vede insabbiati da otto anni ormai i casi di don Silverio Mura e don Maurizio Palmieri. Come può essere anche colui che indaga?

    Il comunicato stampa rilasciato oggi dalla Diocesi di Napoli suona davvero come l’anticipo dell’ennesima presa in giro alle vittime che, al primo giorno del sit-in di protesta davanti al Duomo di Napoli per gli insabbiamenti commessi proprio dal Cardinale napoletano, apprendono dai mezzi di informazione che il grande insabbiatore, Crescenzio Sepe, sarebbe ancora una volta colui che dovrà rendere giustizia alle vittime.

    Una buffonata oltraggiosa e ridicola che offende tutti, dalle vittime alla stessa Chiesa.

    Crescenzio Sepe: la cui Diocesi è attualmente imputata nel processo penale per diffamazione aggravata ai danni della vittima Diego Esposito, denunciato formalmente dalle vittime anche alla Santa Sede nel settembre 2016 per aver insabbiato il caso Mura nel 2011, nel 2014 e ancora nel 2018. Giusto un mese fa si è scoperto che il prete sotto indagine – Silverio Mura – anziché essere indagato, esercitava addirittura sotto falso nome a Montù Beccaria. Apprendere oggi che sia ancora lui, dopo queste incivili barbarie, che dovrebbe rendere giustizia alle vittime, è francamente inaccettabile.

    Lunedì diffideremo formalmente alla CDF il Cardinale Crescenzio Sepe, nella speranza che il Vaticano si dissoci da questa umiliante e vergognosa vicenda e come è stato per il caso di Milano che vede coinvolto monsignor Mario Delpini, chiederemo l’affidamento dell’indagine canonica ad un tribunale extradiocesano.

    Francesco Zanardi
    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Pedofilia: l’arcivescovo di Milano Mario Delpini Insabbia volutamente il caso.

    Pedofilia: l’arcivescovo di Milano Mario Delpini Insabbia volutamente il caso.

    Don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile di Rozzano, l’8 marzo 2018 durante l’udienza del procedimento penale a carico di don Mauro Galli, accusato quest’ultimo di abuso sessuale aggravato ai danni di un minore, ricostruisce con precisione giorno dopo giorno gli avvenimenti dal presunto abuso alla decisione maldestra del Vescovo di spostare il prete ancora con i minori.

    “Delpini sapeva, il 24 dicembre 2011 eravamo in tre, Io (don Alberto Rivolta vice parroco), don Carlo Mantegazza (Parroco) e il vescovo mons. Mario Delpini”.

    Finalmente sono disponibili le trascrizioni integrali degli interrogatori avvenuti lo scorso 8 marzo nell’udienza a porte aperte, e nonostante L’ESTREMO TENTATIVO MALDESTRO DA PARTE DELLA DIOCESI DI SCREDITARE LE TESTATE GIORNALISTICHE (che viceversa sono presenti a tutte le udienze e che si sforzano di raccontare con precisione i fatti), LA VERITA’, QUELLA PROCESSUALE, QUELLA GIURATA DAVANTI AD UN COLLEGIO GIUDICANTE IRROMPE CON TUTTA LA SUA SCIOCCANTE, DISARMANTE, DEVASTANTE DRAMMATICA TRASPARENZA.

    Il tentativo maldestro di mettere a tacere quanto emerge in udienza, ad opera del portavoce ufficiale del Vescovo Delpini, don Davide Milani, è presto smentito in aula da chi ha vissuto direttamente quei momenti ed è, per altro, parte della stessa chiesa, don Alberto Rivolta.

    Mentre don Milani si precipitava a inviare una e-mail segreta a tutti i parroci della Diocesi, invitando a diffondere il più possibile il contenuto del comunicato ufficiale della curia Milanese “Un comunicato per comprendere la verità dei fatti” (disponibile da tempo on-line e ripreso in più occasioni da Vatican Insider), esortando a diffondere di non dar credito a quanto scrivono i media definiti scorretti e diffamatori, raccomandandosi infine di non rendere però nota la stessa “comunicazione segreta”… don Rivolta, alla luce del sole raccontava pubblicamente ai Giudici (e ai giornalisti accusati ingiustamente di diffondere notizie false), quanto era accaduto dal giorno del presunto abuso alla scelta maldestra di Delpini di mettere don Galli ancora a contatto con i minori, semplicemente spostandolo in un’altra parrocchia a pochi chilometri di distanza (decisione maturata in soli 20/30 giorni).

    Per comprendere il peso delle diverse deposizioni E’ FONDAMENTALE PRECISARE CHE DA PARTE DEL CLERO, DON ALBERTO RIVOLTA E’ STATO L’UNICO CHE HA VISTO E PARLATO REALMENTE E DIRETTAMENTE CON LA PRESUNA VITTIMA GIA’ DAL GIORNO STESSO DOPO LA NOTTE DEL PRESUNTO ABUSO: infatti, sia don Carlo Mantegazza sia mons. Delpini giurano alle autorità di non aver visto né parlato con il minore.

    Pertanto: quanto riportato da don Alberto a mons. Delpini, è la fonte più diretta e puntuale che lo stesso monsignore aveva quando ha preso la decisione di spostare don Mauro ancora una volta come responsabile della pastorale giovanile senza ritenere di dover avviare alcuna indagine canonica, detta INDAGINE PREVIA, prevista invece per questi casi. 

    LA RICOSTRUZIONE PRECISA DI DON ALBERTO RIVOLTA E LE ALTRE TESTIMONIANZE IN AULA:

    1. Don Alberto ha visto immediatamente il minore, esattamente il giorno 20 dicembre 2011, la notte tra il 19 e il 20 dicembre don Mauro aveva portato nel suo letto matrimoniale il ragazzo.
    2. Don Alberto è stato avvisato dai genitori, che erano stati allertati a loro volta dalla scuola dove il minore era stato accompagnato in macchina da don Mauro stesso, la mattina del 20 dopo la fatidica notte.
    3. Gli insegnanti avevano subito chiamato i genitori perché avevano visto il ragazzo sotto shock, e avevano dunque telefonato ben due volte ai genitori, a breve distanza di tempo, per andare a scuola a prendere immediatamente il figlio.
    4. Don Alberto il 20 dicembre ha trovato a casa il minore in stato di shock:

    Don ALBERTO: “…era sicuramente molto scosso. Molto… Sì, era scosso, era un po’… era scosso, era angosciato, era sicuramente stato… così, aveva vissuto… era rimasto… Era in una situazione certo non normale, non ottimale. Sicuramente era un ragazzo scosso, mi vien da dire forse impaurito o comunque certamente non parlava con libertà e tranquillità.”

    Oltre agli insegnati, ai genitori, a don Alberto, anche la fidanzatina del tempo, quello stesso giorno, poco prima di don Alberto, aveva visto il ragazzo visibilmente scosso come ha testimoniato durante il processo:

    FIDANZATA: “…Mi ricordo di averlo trovato nella sua camera ed era visibilmente scosso. Non riusciva a parlare, non riusciva a dirmi cosa fosse successo. Mi diceva solo che era successo qualcosa di brutto. Di fatti non sono rimasta per tanto tempo perché lui era molto, molto scosso. Era rannicchiato sulle scale in un angolo.”

    Praticamente tutti quelli che hanno visto o voluto vedere il minore concordano nell’averlo visto in stato di shock.

    1. Don Alberto parla subito con don Mauro Galli, con don Carlo Mantegazza e quindi, insieme a quest’ultimo, a mons. Mario Delpini.

    Don ALBERTO: “A quel punto… non so la cronologia esatta, comunque ho fatto tre cose. Anzitutto ho chiesto un colloquio a don Mauro dicendo: “Don Mauro ho bisogno di parlarti”. Ho avvisato l’allora Parroco, don Carlo Mantegazza che era Parroco, il mio Parroco che avevo a Rozzano. Dopodiché insieme abbiamo avvisato, appunto, il Vicario Episcopale.”

    Don Alberto il 21 dicembre parla con don Mauro e il 24 dicembre, insieme a don Carlo, parlano a Delpini.

    1. Don Alberto riferisce a Delpini che aveva visto subito, dopo quella notte, il ragazzo, che era visibilmente scosso, che aveva dormito insieme a don Mauro nel suo stesso letto matrimoniale, avendolo premeditatamente chiesto ai genitori e pur avendo altre soluzioni ospitali (lo specificherà meglio don Carlo, parlando del nuovissimo divano letto in sala o della camera degli ospiti con un letto e una brandina).

    Riferisce che il ragazzo gli aveva detto che il don Mauro aveva toccato il petto del ragazzo, lo prendeva dal petto…

    Don ALBERTO: “Allora, Xxxxxxxxx mi ha detto che quella notte loro avevano dormito insieme in questo letto matrimoniale in casa di don Mauro. Avevano dormito insieme e durante la notte lui si era sentito toccare il petto, prendere per il petto, toccare per il petto. Niente e poi la mattina… Quindi questo la notte. Lui non aveva dormito, aveva fatto fatica a dormire e al mattino don Mauro, dopo la preghiera, l’aveva portato a scuola. L’aveva portato a scuola, insomma.”

    (audizione Don CARLO MANTEGAZZA):

    PRESIDENTE – Quindi il letto nel quale erano stati insieme era stato il letto, invece, proprio di don Mauro.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Proprio di don Mauro.

    PRESIDENTE – Ed era un letto ad una, a due piazze o a una piazza e mezzo?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – No. Era un letto matrimoniale.

    PRESIDENTE – Era un letto matrimoniale. Quindi i posti letto, per dire così, nell’appartamento erano quello del letto matrimoniale utilizzato dal Sacerdote.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Sì.

    PRESIDENTE – Quello, se c’era, della camera degli ospiti…

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Della camera degli ospiti…

    PRESIDENTE – E in più un divano letto…

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Un divano letto.

    PRESIDENTE – Che era un divano letto ad una piazza e mezza, dice?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – Sì, almeno ad una piazza e mezza. Non penso che fosse matrimoniale penso che fosse un (inc) come si chiama.

    1. Don Carlo precisa che anche solo aver portato un minore nel proprio letto è una cosa molto grave che quindi certamente, come qualsiasi altra persona di buon senso, in assenza di altre informazioni, non poteva avere la serenità, e tanto meno la certezza, che non fosse successo altro.

    PRESIDENTE – Quando dice: “Quello che era accaduto” vuol dire, partire dal presupposto che avessero dormito insieme come fatto accertato o dando come fatto accertato che fosse accaduto qualcos’altro?

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – No, il dormire insieme certo.

    PRESIDENTE – Era il dormire insieme con un ragazzo che era una cosa considerata grave da lei e, diciamo, dalla struttura ecclesiastica oppure il sospetto piuttosto che la convinzione che fosse successo anche un contatto sessuale? Per intenderci.

    TESTIMONE DON MANTEGAZZA – A me personalmente, perché posso rispondere per me, a me sembrava già grave quello.

    PRESIDENTE – Era quello che volevo, che intendevo domandarle.

    1. Pertanto mons. Delpini sapeva con certezza che don Mauro aveva dormito con il ragazzo nel letto matrimoniale, nonostante fosse tutto premeditato, poiché aveva chiesto il consenso ai genitori e non aveva voluto utilizzare le soluzioni ospitali a sua disposizione, camera degli ospiti o divano in sala, (lasciando però loro intendere che ci fosse tutto il gruppo di adolescenti per dormire in oratorio, i genitori non immaginavano certo che il figlio fosse solo e che avrebbe dormito nella casa di don Mauro e tanto meno nel suo letto matrimoniale; questo lo precisa anche don Carlo nella sua testimonianza).

    Don CARLO: “…Naturalmente, ovviamente, i genitori sapevano che avrebbe dormito a casa di don Mauro ma non immaginavano nello stesso letto, ecco.”

    1. Delpini sapeva che il ragazzo riferiva che si sentiva toccato da don Mauro, lo aveva riferito a don Alberto, unica persona che aveva cercato e visto il ragazzo.

    Don ALBERTO: “…quella notte loro avevano dormito insieme in questo letto matrimoniale in casa di don Mauro. Avevano dormito insieme e durante la notte lui si era sentito toccare il petto, prendere per il petto, toccare per il petto.

    1. Delpini non ha voluto approfondire alcunché prima di decidere lo spostamento di don Mauro ancora a contatto con i minori, magari incontrando i familiari o il minore. Le informazioni riportate da don Alberto, da don Carlo e da don Mauro stesso, (quest’ultimo lo ha personalmente incontrato e gli ha confermato di aver portato nel suo letto il minore, aggiungendo però che non era successo nulla), gli erano sufficienti.
      Delpini ha ritenuto sufficiente che don Mauro gli avesse detto che non fosse accaduto nulla, salvo portare a letto un minore, (sapeva che tutti avevano visto sotto shock il ragazzino dopo la fatidica notte, incluso don Alberto che glielo riferisce di persona il 24 dicembre 2011), informazioni sufficienti per non avere dubbi e quindi decidere scientemente con “scrupolo e coscienza”, dirà poi attraverso i comunicati stampa.

    Senza sentire il minore oppure i familiari decide di non avviare alcuna indagine.

    Decide quindi con “scrupolo e coscienza” di spostare prudenzialmente, “per precauzione” (come riporta il comunicato della diocesi) il don Mauro ancora incaricato della pastorale giovanile in un’altra parrocchia poco distante (Legnano) ancora a contatto con i minori, possibilmente con un maggior numero di ragazzi poiché era passato da responsabile di due oratori, a Rozzano, a responsabile di quattro oratori, a Legnano.

    Nonostante tutto ciò, alla polizia riferirà poi che lo stesso don Carlo Mantegazza lo aveva allertato, prima dell’incontro del 24 dicembre 2011 dove si sono riuniti in tre (mons. Delpini, don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta).

    Don Carlo gli aveva esplicitamente anticipato la grave situazione telefonicamente e Delpini giura alla polizia precisando che in quella telefonata, “in quella circostanza” don Carlo gli aveva poi detto che il minore aveva segnalato presunti abusi sessuali.

    Sostanzialmente mons. Delpini attraverso il comunicato della Diocesi vuole tentare di far credere che non aveva capito, contrariamente a tutti gli altri che pure avevano parlato con lui, don Carlo e don Alberto, i quali dissentivano rispetto al maldestro spostamento (come da registrazioni acquisite in aula) e riconosciuto poi anche dal Cardinale Scola in una lettera inviata ai familiari. Tutti i testimoni fino ad ora ascoltati, i genitori e parenti, tre amici e l’ex. fidanzata, con le medesime informazioni che aveva appreso Delpini, avevano dedotto che il loro amico fosse stato abusato sessualmente, tutti lo giurano alle autorità come riportato dai documenti integrali in un precedente articolo http://retelabuso.org/2018/03/28/larticolo-di-vatican-insider-diffuso-dalla-chiesa-di-milano-smontato-nelle-menzogne-paragrafo-per-paragrafo-contiene-documenti/

    Come è possibile dunque che solo mons. Delpini non ha il minimo dubbio? Perchè non avvia l’indagine interna?

    Il comunicato sostiene che Delpini in quei giorni aveva chiesto e sentito il parere di uno psicologo che aveva ricevuto il compito di sentire don Mauro.

    Anche rispetto a quest’aspetto iniziano ad emergere i primi interessanti particolari:

    In un sito web noto negli ambienti ecclesiastici “COME GESU’ blog di don Mauro Leonardi” don Leonardi dopo essere stato invitato nelle due trasmissioni di Gianluigi Nuzzi, Quarto Grado, dove ha trattato il caso del presunto abuso di don Galli, ha pubblicato alcune sue riflessioni e come sempre avviene, alcuni utenti hanno partecipato alla discussione.

    https://mauroleonardi.it/2018/03/24/quarto-grado-la-puntata-preti-pedofilia-2/

    In particolare una assidua frequentatrice del Blog, scrittrice e nota commentatrice di don Leonardi, in merito al caso don Galli scrive:

    “Nel caso di Rozzano indubbiamente la Diocesi di Milano ha sottovalutato la questione.

    Il sacerdote è stato sottoposto a 26 sedute dallo psicoterapeuta e direzione spirituale prima di essere spostato a Legnano sempre a contatto con ragazzi, nel 2011.” 

    L’episodio richiamato da don Leonardi nell’ultimo suo commento: “Se non ho fatto male i conti il nuovo episodio di cui si è parlato nella puntata è avvenuto quando don Mauro Galli era seminarista…” si riferisce ad un altro evento inquietante emerso proprio grazie alle trasmissioni televisive. Infatti, un giovane ha riferito di avere a sua volta ricevuto il medesimo invito da parte del don Galli ovvero era stato obbligato a dormire nel suo letto matrimoniale in una gita con l’oratorio quando ancora il Galli era seminarista, almeno un paio d’anni prima dell’episodio in contestazione.

    Quest’ultimo evento certamente apre nuovi inquietanti interrogativi, tuttavia tornando al blog di don Leonardi, non è ancora chiaro come la signora M. Céline, sia evidentemente a conoscenza che don Mauro a seguito del presunto abuso avvenuto a fine dicembre 2011, sarebbe stato visto dallo psicoterapeuta 26 volte prima del suo trasferimento a Legnano avvenuto il 1 marzo 2012.

    Il presunto abuso è avvenuto tra il 19 e il 20 dicembre 2011, il 24 dicembre Delpini incontra don Don Carlo, don Alberto e poi don Mauro, nei giorni successivi ci sono state le prime azioni dei religiosi.

    Se anche i colloqui con lo psicologo fossero iniziati immediatamente dopo le festività, dal 2 gennaio fino alla decisione del trasferimento – decisione che ragionevolmente è stata presa almeno 10/15 giorni prima del trasferimento reale avvenuto il 1 marzo (anche solo per motivi logistici e per trovare la nuova destinazione) – significa che gli incontri con il terapeuta si sono concentrati in circa un mese e mezzo.

    Lo psicologo in 6 settimane avrebbe visto don Mauro ben 26 volte: quindi in realtà 4/5 incontri settimanali fissi, il che significa tutti i giorni escluso il sabato e domenica dall’evento fino alla decisione del trasferimento.

    Una mole impressionante di psicoterapia… ma qual è il professionista che agisce in questo modo?!?

    Se uno psicologo ravvisa la necessità di sottoporre un paziente ad un incontro giornaliero di psicoterapia o, viceversa, se un paziente manifesta la necessità irrefrenabile di essere sottoposto a psicoterapia quotidiana, quantomeno il sospetto che possa esserci qualche motivo sarebbe dovuto venire a mons. Delpini che si è appunto avvalso della consulenza dello specialista (stando alla ricostruzione del comunicato della diocesi) per avvalorare la propria decisione.

    Diversamente i 26 incontri si riferiscono ad un periodo più esteso prima della fatidica decisione: il che significherebbe che don Mauro era già in cura da uno psicologo… pertanto ci sarebbe da domandarsi il motivo… e questo aprirebbe nuovi altrettanto inquietanti scenari poiché don Mauro era stato ordinato sacerdote da soli pochi mesi!

    Tuttavia, limitandosi alle puntuali affermazioni, significherebbe che chi ha deciso di trasferire don Mauro ancora una volta a contatto con i minori, non ha in alcun modo parlato con il professionista: sarebbe oltremodo ingiustificata, imprudente, prematura e grave la decisione del nuovo incarico.

    Dunque o si sta parlando di cose diverse, non uno psicologo ma un amico, un confidente, magari un padre spirituale laureato in teologia che ha sostenuto un esame di psicologia… ma di certo non un professionista del campo oppure non è vero che ci sono stati questi incontri da lei menzionati, lo escludo nella maniera più assoluta. Salvo che, ripeto, chi ha deciso il trasferimento in quelle condizioni con il contesto rappresentato, lo ha fatto assumendosi una responsabilità enorme, contro il parere di tutti, mettendo scientemente a rischio altri minori… non si fanno 4/5 sedute a settimana se non è successo nulla, perché non vi è la necessità e non è assolutamente il modo di procedere, se non dovuto ad un reale bisogno che evidenzia appunto l’estrema gravità della situazione.

    Di cosa avrebbe dovuto parlare don Mauro tutti i giorni, per un mese e mezzo, con lo psicologo, se non era accaduto nulla, se aveva semplicemente dormito?

    Infine: per quale motivo successivamente all’incontro con i genitori del ragazzo avvenuto nel settembre 2012 (non nel 2013 come falsamente riportato dal comunicato della diocesi) il don Galli è nuovamente spostato (via da Legnano), non avendo ancora completato un anno nemmeno ora, questa volta nella pastorale sanitaria?

    L’incontro con Delpini (registrato e depositato agli atti) è stato preteso dai familiari a seguito dell’amara scoperta del trasferimento del don Galli ancora a contatto con i minori, incaricato della pastorale giovanile, quando questi ultimi avevano esplicitamente chiesto, come unica garanzia, l’esatto opposto ed erano stati rassicurati, dal parroco don Mantegazza, che pur sapeva della decisione del monsignore.

    Come si evince dalle registrazioni, la segnalazione del presunto abuso era la medesima dei primi giorni, identica a quella fornita da don Alberto a mons. Delpini il 24 dicembre 2011, non avevano arricchito il racconto con nuovi particolari, dunque: per quale motivo il vescovo con le identiche informazioni a sua disposizione l’1 novembre 2012 allontana don Mauro dai minori?

    E’ dunque evidente che la scelta del primo trasferimento è stata maldestra come poi ammetterà lo stesso cardinale Scola parlando delle decisioni di Delpini.

    In tutti i casi comunque mons. Delpini non avvia nessuna Indagine Previa (obbligatoria secondo il codice canonico can. 1717) per cercare di capire, evidentemente non era il suo obiettivo.

     La Redazione

  • Italy  #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Italy #ChurchToo – NAPOLI 7-8 Aprile, Sit-in delle vittime di preti pedofili davanti al Duomo

    Un Sit-in di due giorni davanti al Duomo di Napoli dove diverse vittime, mettendoci la faccia, protesteranno chiedendo conto al Cardinale Crescenzio Sepe e alla Diocesi napoletana, sull’esito dei loro procedimenti canonici, divenuti ormai come il segreto di Pulcinella.

    L’iniziativa non violenta partita dalle vittime e patrocinata dall’Associazione Rete L’ABUSO, nasce soprattutto a seguito dell’ultimo scandalo napoletano, quello del sacerdote Silverio Mura recentemente scoperto a fare il prete sotto falso nome in un piccolo paesino del nord, Montù Beccaria, dove da un anno circa, malgrado le denunce, operava ancora a stretto contatto con i minori.

    La Rete L’ABUSO ha svolto alcune indagini sul caso scoprendo che don Silverio Mura arriva nel piccolo cento di Montù Beccaria poco più di un anno fa, dopo la morte della madre.

    A proporlo come aiuto al parroco di Montù – don Simone Baggio – sarà padre Egidio Pittiglio, un sacerdote della Diocesi di Cremona che ha fatto carriera, oggi è Superiore Generale della Congregazione dei Missionari della Divina Redenzione e vive proprio a Napoli, per esattezza a Nola e assegnato alla Parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, Carbonara di Nola.

    Da quanto apprendiamo, padre Pittiglio avrebbe proposto da subito don Silverio Mura con un nome falso (Saverio Aversano) al parroco di Montù, che così riuscirà ancora una volta a nascondersi insieme ai suoi scheletri, fino allo scorso 7 marzo, quando un servizio delle IENE lo smaschera.

    Di qui la rabbia delle vittime di don Silverio Mura, quella delle mamme di Montù Beccaria, ma in particolare quella della vittima Diego Esposito, che da otto anni, dopo essersi sottoposto ad un processo canonico, poi insabbiato dalla Diocesi e riaperto lo scorso 17 febbraio da Papa Francesco, scopre l’ennesima presa in giro, che questa volta potrebbe essere costata cara anche ad altri minori, cosa per lui e per noi tutti inaccettabile.

    Un’iniziativa rara in Italia dove generalmente siamo abituati a vedere i fedeli in processione per difendere il pedofilo, mai nessuno per la vittima.

    L’iniziativa coinvolgerà le vittime di due casi insabbiati nel napoletano, quello di don Silverio Mura e quello di don Maurizio Palmieri.

    Sarà presente nei due giorni di Sit-in anche il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, anche lui vittima di abusi, che personalmente vuole sostenere in questa lodevole iniziativa civile e non violenta le vittime napoletane e le loro famiglie che saranno presenti al Sit-in del 7 e 8 aprile.

    L’iniziativa è patrocinata dalla Rete L’ABUSO (Associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) e rientra nelle iniziative internazionali del programma #ItalyChurchToo

    L’Ufficio di Presidenza

    contattaci: info@retelabuso.org

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  • Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Egregio sindaco, ho letto con rammarico la sua lettera aperta e le confesso che mi ha profondamente ferito non solo per come lei si esprime, con toni giustificativi e rassicuranti nei confronti di don Mura, un pedofilo che ha rovinato la vita a me e ad altri. Contrariamente a come lei lo definisce “Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria”, mi permetto di dissentire: a meno che lei non ritenga “uomini liberi” persone che, come nel caso di don Mura, sono costrette a nascondersi oramai da 10 anni, sotto falso nome, ed avvalendosi del favoreggiamento della diocesi di turno. “Uomini innocenti”, solo perché si avvalgono della prescrizione, anziché rinunciarvi e chiedere il giudizio alla magistratura chiarendo la propria posizione, levandosi di dosso, una volta per tutte, quelle che lei, signor sindaco, definisce banalmente accuse infondate e infamanti: ma si è chiesto perché, se le accuse sono davvero infondate, don Mura non mi ha querelato per diffamazione ?

    Lei afferma che; “come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici” ma le devo ricordare che lei è un sindaco della Repubblica Italiana, uno stato laico, il suo dovere non è quello di tutelare la chiesa dalle sue stesse zozzerie, il suo dovere – mi consenta se glielo rammento – è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini. Sarebbe stato suo dovere – soprattutto ignorando quali azioni siano in corso da parte della magistratura  – informare di quanto aveva appreso sull’identità di Silverio Mura, il primo posto di polizia e non consultare gli organi ecclesiastici che lo nascondono da 10 anni, per ultimo nel suo comune.

    Anche sul cambio di nome, mi permetta, ma non è paragonabile a chi in paese è conosciuto con un soprannome, o al mio nome di fantasia che utilizzo solamente per tutelare i miei tre figli e mia moglie! Don Mura, il suo lo usava per nascondersi perché, prescritto o meno, più persone lo hanno formalmente querelato per stupro di minore: la differenza è notevole, non crede ?

    I miei avvocati, l’associazione Rete L’ABUSO che mi tutela dall’inizio della mia terribile vicenda, come lei dice non stanno “mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese”, ma stanno cercando semplicemente di fare in modo che don Mura non abusi di altri minori.

    Come ben saprà, la pedofilia non è una malattia che si cura, è una grave devianza della personalità e proprio per le sue caratteristiche la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello del serial killer. Ne viene da se che mettere un pedofilo vicino ai bambini ha lo stesso buonsenso di mettere un orso vicino al miele e aspettarsi che non lo mangi. I pedofili non hanno comportamenti rivelatori della loro perversione sessuale, e quindi appaiono tutti degni di stima e scevri da critiche delle persone che li frequentano. Pertanto solo uno stolto baserebbe il suo giudizio, su un sospettato di pedofilia, ancorandolo a queste  valutazioni che la Psicologia considera prive di significato.

    Per questo motivo chiedo alle mamme, non per creare allarmismi ma sperando dal profondo del cuore che in questo anno a Montù Beccaria non sia accaduto nulla a nessun bambino, chiedo comunque alle mamme, se nell’ultimo anno avessero notato cambiamenti inspiegabili o sospetti nei loro figli, di avere il coraggio di approfondire, perché se preso subito, il trauma si può affrontare.

    A lei, signor sindaco, non ho mai personalmente attribuito alcuna responsabilità per meritarmi questo attacco, le chiedo solo di fare chiarezza, di chiedere al suo vescovo come don Mura sia arrivato a Montù Beccaria, di sicuro non ha bussato alla porta della chiesa dicendo “eccomi qua”, qualcuno, il vescovo, il parroco avrà ricevuto i dovuti accrediti, non penso abbiano aperto la porta ad uno sconosciuto.

    Da quanto ho appreso dai giornali, prima di partire don Mura avrebbe fatto scorta di medicine: avrà quindi avuto un medico, in un anno almeno una volta si sarà fatto fare una ricetta? Verifichi, perché in questo caso, sulla ricetta, oltre al codice fiscale appaiono anche il nome e il cognome.

    Le chiedo solo di fare chiarezza perché è palese che qualcuno sapesse la vera identità di Saverio Aversano, lo stesso qualcuno che lo ha avvisato e fatto fuggire poco prima della messa in onda del programma Le Iene.

    Lei è il sindaco, credo di rivolgermi all’interlocutore giusto e credo che anche i suoi cittadini si aspettino e si meritino questo da lei.

    Diego Esposito

    Per garanzia sull’identità della vittima che pubblicamente utilizza un nome di fantasia

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    Di Francesco Zanardi

     Ritorno a parlare dell’articolo di Vatican Insider a firma di Andrea Tornielli a seguito di un così detto colpo basso della diocesi di Milano che, in data 26-3-18, ha diffuso tramite mailing-list privata (vedi allegato) – vendendolo come chiarificatore – l’articolo che di seguito riporterò rivedendolo in ogni passaggio con gli stralci delle prove documentali agli atti, le stesse sulle quali il vaticanista Andrea Tornielli, che sostiene di averli letti, basa la sua tesi ma che, ahimè, riportati per intero, danno un significato che, come vedrete, non è poco differente.

    Anche se forse è superfluo ritengo opportuno ricordare, per completezza, che stiamo parlando di violenza sessuale: un evento traumatico, devastante, che spesso la stessa vittima rifiuta e che richiede una rielaborazione non indifferente perché possa essere affrontato.

    Il fatto che chi ha subito un forte trauma non riesca ad esplicitare da subito, nel dettaglio, i particolari scabrosi ed imbarazzati è già la prova che il trauma c’è ed è importante (è un normale e sempre presente meccanismo di difesa e negazione). Sarebbe impossibile il contrario, ovvero se una persona, un ragazzino, fosse in grado di raccontare con lucidità e “serenità”, con una descrizione meticolosa, i particolari del proprio abuso subito, sarebbe verosimilmente falso perché non è compatibile con il trauma, con l’essere scioccato.

    Essere riuscito a dire “quello che si può immaginare” e il giorno stesso dire a don Alberto che si è sentito toccato, abbracciato (ovvero oltre ad aver raccontato di aver dormito nello stesso letto matrimoniale, ha da subito esplicitato il contatto fisico), tutto questo in uno stato di shock come quello raccontato da tutti i testimoni, sia in aula che in precedenza alla polizia, a partire dagli insegnanti, genitori, don Alberto, la fidanzata ecc.. ovvero tutti quelli che lo hanno realmente visto il giorno successivo al presunto abuso, è il modo con cui tutti quelli che hanno realmente subito un abuso sessuale pesante gridano al mondo il loro trauma, è il massimo che ci si può aspettare, soprattutto nei primi giorni.

    In questo caso peraltro ci sono delle aggravanti (che corrispondono anche inevitabilmente ad aumentare il trauma e la derivante difficoltà di esplicitarlo dettagliatamente): parliamo di un ragazzino di 15 anni, cattolico, che ha subito l’evento traumatico non da una persona qualunque, ma da colui che era la sua guida spirituale, nel suo mondo di ragazzino, una figura importante, di cui si fidava e a cui confidava la parte più intima di se.

    Il presunto abuso è, tra le altre cose, di carattere omosessuale, per pregiudizio ancora più difficile da ammettere, soprattutto per chi ha un orientamento etero sessuale.

    È oltremodo disonesto non tenere presente che proprio per la natura del trauma A. non avrebbe probabilmente denunciato per anni se non fosse stato per la caduta in stato di shock, che ha dato ai suoi familiari l’allarme, e costretto A. ad affrontare una situazione che, come leggeremo nella deposizione della sua neuropsichiatra e, come è normalità in tutti i casi simili, non era ancora “pronto” ad affrontare.

    n.b. le parti in rosso tra i paragrafi dell’articolo sono le mie annotazioni e riflessioni


    Abusi, il processo a don Galli: ecco ciò che dicono le carte

    di Andrea Tornielli

    Continua il processo penale che ha come imputato un giovane sacerdote milanese, don Mauro Galli, e con il passare delle settimane emerge il tentativo di coinvolgere nella vicenda l’attuale arcivescovo di Milano, attribuendogli responsabilità nella vicenda. Alcuni media e siti web infatti hanno affermato che monsignor Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, non si sarebbe comportato come previsto dalle norme canoniche* di fronte alle denunce di abusi sessuali. Vatican Insider ha letto il fascicolo con le testimonianze rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero da tutte le parti in causa.

    *Norme canoniche relative all’INDAGINE PREVIA

    Don Galli è stato accusato  di violenza sessuale ai danni di un giovane che nel dicembre 2011, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni. Il sacerdote è attualmente sospeso dall’attività sacerdotale ed è in corso, oltre al processo penale, anche quello canonico secondo le procedure previste.

    Il fatto avviene nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 in una parrocchia di Rozzano. A. è un ragazzo emotivamente fragile e quella sera viene invitato da don Galli a dormire a casa sua, con il consenso dei genitori. Nè la vittima né i suoi genitori però si aspettano che il prete faccia dormire il ragazzo nel suo letto a due piazze.  Il giorno successivo, a scuola, A. denuncia un malessere e tornato a casa racconta ai suoi di essere sconvolto per quanto accaduto nella notte precedente. Non racconta però di aver subito un abuso, una tentata violenza sessuale.

    Quella stessa sera i genitori di A. chiamano don Alberto Rivolta, un sacerdote che conosce la famiglia e che ha un primo colloquio col ragazzo, il quale confermerà davanti al GIP di aver raccontato al prete «soltanto il preambolo e il dopo» di quanto accaduto. Successivamente lo zio del ragazzo contatta anche don Carlo Mantegazza, all’epoca parroco di Rozzano, per chiedere che don Galli venga subito allontanato. I familiari raccontano che A. è rimasto sconvolto per aver dormito insieme al giovane prete. Ecco un brano della testimonianza preliminare di don Mantegazza, resa il 7 ottobre 2014: «Lo stesso A. aveva raccontato loro (ai suoi genitori, ndr) che durante la notte non erano accaduti fatti di approcci sessuali e rapporti sessuali, ma che il solo fatto di aver dormito insieme lo aveva molto agitato e scompensato… I genitori e lo zio mi chiesero espressamente che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia per evitare ulteriori contatti con A.».


    Ci sono alcune riflessioni da fare, la prima: la reazione della famiglia, alla quale è possibile che A. non sia riuscito a dichiarare nell’immediato il rapporto sessuale per i motivi che abbiamo citato in premessa, ma lo stato di shock del ragazzo, come successivamente leggeremo nelle testimonianze, era tale al punto di allarmare la famiglia che interviene proprio nel tentativo di comprendere meglio cosa fosse successo quella notte, perché era evidente che qualcosa fosse successo, qualcosa di così devastante che già la mattina successiva costringeva la scuola a dover chiamare i genitori perché andassero a prendere A., in evidente stato di shock, così evidente che la sera stessa i genitori di A. chiesero al parroco, don Mantegazza, l’allontanamento di don Mauro Galli dalla parrocchia.

     

    A supporto della sua tesi il vaticanista Tornielli cita quanto dichiarato il 7 ottobre 2014 da don Carlo Mantegazza, ma non tiene in considerazione che quella dichiarazione, leggendo le carte, vacilla parecchio perché smentita dal diretto interessato, monsignor Delpini, che dichiarerà alla p.g. “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    In uno dei tanti audio inediti, è lo stesso don Mantegazza che, parlando con la famiglia, ribadisce quanto accaduto nel dicembre 2011, confermando la dichiarazione fatta agli inquirenti da Delpini e smentendo la sua del 7 ottobre 2014, rivelando anche un altro passaggio importantissimo che chiarisce l’assoluta malafede della diocesi in questa vicenda, spiegando il perché la denuncia fatta nell’immediato alla chiesa milanese sia stata formalizzata all’autorità giudiziaria solo anni dopo.

    Mantegazza nell’audio dirà “quando vi capita un’altra volta una famiglia che invece di denunciare viene a dirti, come avete fatto voi, è successa sta cosa”.


    Come conferma anche la neuropsichiatra infantile Benedetta Olivari, che ha in cura il ragazzo e che il 22 ottobre 2014 davanti al Pubblico ministero dichiara: «No, A. non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti… Quello che emergeva era una grande confusione rispetto a quello che ricordava esattamente o una sua rielaborazione o interpretazione di quanto ricordava.  Diceva che era andato a dormire con il sacerdote e che si era svegliato urlando, non ricordava però il motivo per cui aveva urlato». Anche i tre migliori amici di A. nelle loro testimonianze confermano che il loro compagno non aveva parlato di abuso sessuale.


    Questo passaggio è davvero forviante perché Tornielli estrapola da un contesto ben più ampio, della stessa risposta data agli inquirenti dalla psichiatra Benedetta Olivari, un solo passaggio che, letto così ahimè pare sostenere la tesi che A. non abbia affatto denunciato, ma se invece lo proponiamo integralmente dà una chiave di lettura parecchio differente.

    Intanto emerge che l’affermazione della psichiatra è strettamente personale, si comprende la sua cautela e, in quanto medico, tiene conto di quello che ho scritto in premessa riguardo allo stato di shock della vittima, infatti: non solo afferma che A. in quel momento non era “pronto” – quindi lei non cerca di fare pressioni – ma dichiara che A. “non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti”, cioè non esclude affatto che questo non ci sia stato, anzi accresce, sottolineando che “verso l’inizio del 2012 (ovvero poco dopo i presunti abusi) A. ha cominciato a raccontare spontaneamente ed inaspettatamente un evento che era successo qualche mese prima” facendo un esplicito riferimento a quella notte.

    Come da manuale emerge l’ovvia confusione di A. e la difficoltà ad esternare – anche per via del peso che aveva la figura di don Mauro, suo padre spirituale – alternando la conseguente negazione dell’evento a tentativi di esternarlo.

    La stessa dottoressa sottolinea – anche se A. non aveva ancora dichiarato a lei personalmente – che “quella frequentazione e quell’evento in particolare era già conosciuto perlomeno dai suoi genitori”, cioè smentisce il fatto che A. non avesse detto o cercato di esternare a nessuno e in nessun modo gli abusi, dichiara che non ha riferito a lei personalmente “un chiaro episodio di abusi sessuali” dichiarazione tra le altre cose ovvia e corretta perché, qualora la dottoressa avesse appreso direttamente da A. degli abusi, in quanto pubblico ufficiale, avrebbe avuto l’obbligo di denunciare.

     

    Anche le deposizioni dei tre migliori amici di A. pur ammettendo che non vi è stata da parte sua una esplicita dichiarazione di abuso sessuale, non nascondono quanto era evidente, persino per degli adolescenti: ovvero il messaggio di A. riguardo a quella notte e la difficoltà ad ammetterlo esplicitamente era comprensibilmente legata allo stato di shock e alla vergogna di fare una simile ammissione.

       


    Va sottolineato che nell’immediatezza del fatto l’«abuso» che emerge da parte del prete è innanzitutto quello di aver fatto dormire il ragazzo nel suo letto. E poi – racconta don Galli – di averlo abbracciato per evitare che cadesse dal letto. A., a sua volta, racconta di essersi svegliato urlando e di essere stato abbracciato dal sacerdote. Le testimonianze di don Galli e del ragazzo nella sostanza dunque coincidono. A. per diversi anni non offre ulteriori chiarimenti sui fatti di quella notte e non racconta ad alcuno di aver subito un abuso sessuale.


    Qui rimando alle testimonianze dei tre amici e alla dichiarazione di Delpini già discussa prima, fatta alla p.g. e riferita al Natale 2011; “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Trovo davvero volutamente ignorante e offensivo sindacare sul fatto che A. (un 15enne in quel momento sotto shock) non avesse nell’immediatezza chiaramente espresso alla psichiatra i fatti o non li avesse confidati interamente agli amici e gridati ai quattro venti.

    Qui si parla già chiaramente di abuso sessuale, e non è limitato al fatto che A. avesse semplicemente dormito con don Mauro. Come conferma persino l’allora fidanzatina di A., il giorno successivo all’evento il sospetto era cosi reale che persino una 15enne, con tutta l’inesperienza di quell’età, comprendeva chiaramente che il suo fidanzato era stato molto probabilmente vittima di un abuso sessuale, la situazione era così chiara da aver mandato tutti in allarme e aver preteso nell’immediato che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia.

     

    È davvero scorretto giocare su questo punto: esisteva non solo un più che ragionevole dubbio, ma oltre alla deposizione di Delpini che Tornielli, chissà perché, non ha citato, anche in quella della fidanzatina di A. che Tornielli nuovamente, chissà perché, non cita, c’è chiaramente scritto che: la sera successiva al fatto “i genitori di A. avevano chiamato al telefono mia madre alla quale avevano raccontato l’abuso fatto da don Galli su A.”.

    La conferma che A. avessero dormito nello stesso letto avvalorava la tesi e, non che l’aver dormito insieme fosse l’oggetto dell’abuso e del conseguente shock.


    Che cosa avviene subito dopo? Quali decisioni vengono assunte nei confronti del giovane prete? Appena vengono a conoscenza dell’accaduto, così come è stato presentato loro dai protagonisti (ricordiamo che nessuno parla di atti sessuali o di tentato abuso sessuale), i superiori di don Galli affidano il giovane sacerdote a uno psicologo perché inizi un percorso che lo aiuti a comprendere la grave imprudenza compiuta dormendo nello stesso letto con un ragazzo il quale – a detta del sacerdote – appariva bisognoso di conforto e protezione. Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato ufficialmente dall’allora vicario generale della diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo era avvenuto ben prima.


    Devo dire che sono davvero perplesso, riassumiamo fino a qui l’esposizione di Tornielli:

    nessuno avrebbe per il momento denunciato un abuso sessuale;

    nessuno avrebbe alcun sospetto di abuso sessuale;

    l’unico “abuso” che emergerebbe consisterebbe unicamente nel fatto che il minore ha dormito con il prete;

    il prete lo avrebbe soltanto abbracciato solo per evitare che cadesse dal letto…

    ma allora perché don Mauro viene affidato ad uno psicologo? Perché ha dormito nel letto con un 15enne quando, peraltro, aveva almeno altri tre letti disponibili tra la stanza degli ospiti e il divano letto in sala?

    Ma se dormire nel letto con un prete è un abuso, siccome in parrocchia si sapeva che quella notte A. avrebbe dormito da don Mauro, perché nessuno glielo ha impedito ?

     

    Siamo seri, ma quanti preti in gita o in campeggio dormono con adolescenti? Non mi risulta che, tornati dal campeggio, finiscano sulla poltrona di uno psicologo. Se i fatti stanno come dice Tornielli, qui dallo psicologo ci deve andare chi ha mandato don Mauro, non lui.

    Ma nulla, nel passaggio successivo, siccome non era successo nulla e non vi erano motivi neppure per avviare un indagine previa, oltre ad andare dallo psicologo don Galli viene affidato alla sorveglianza di due preti più anziani ? ? ?


    Il vicario di zona, monsignor Mario Delpini (in quel momento non ancora vicario generale della diocesi di Milano), affida don Galli alla cura e alla sorveglianza di due preti più anziani chiedendo loro di accompagnarlo e di vigilare su di lui. Rimane coinvolto nella pastorale giovanile. In quel momento non c’è alcun sospetto di abuso sessuale: il giovane sacerdote ha commesso una grave imprudenza, va seguito, sorvegliato e soprattutto deve prendere coscienza dell’errore che ha compiuto. L’accompagnamento psicologico deve servire per fare emergere le sue fragilità. La prima decisione della Curia ambrosiana non risponde alle procedure codificate da attuare nel caso di un sospetto abuso, semplicemente perché la vittima non ha denunciato abusi sessuali.

    Nel luglio 2012 Delpini viene scelto dal cardinale Angelo Scola come suo vicario generale. Nel settembre 2012 avviene un incontro tra la famiglia di A. e monsignor Delpini.   Il colloquio viene segretamente registrato dai genitori del ragazzo e la trascrizione è agli atti del processo. Proprio su questa trascrizione si fonda il tentativo di addossare responsabilità all’attuale arcivescovo di Milano. Di fronte ai familiari del ragazzo – persone molto religiose e molto attive nella vita della loro parrocchia – i quali si rammaricano per il fatto che don Galli sia stato trasferito di parrocchia, ma non allontanato dalla pastorale giovanile, il vicario generale spiega come ha agito.

    Afferma Delpini, nel dialogo con i genitori di A.: «Il tentativo che è stato fatto, è stato quello di metterlo (don Galli, ndr) nelle condizioni di essere vigilato e di essere seguito, quindi vuol dire affidamento ad un certo parroco, le informazioni su quello che è successo e quindi su quello che il parroco deve vigilare, insomma, per quanto è possibile. Il fatto che viva in un posto, e presti il ministero in un altro posto, il fatto che abbia questo accompagnamento psicologico evidentemente io penso che gli psicologi che l’hanno seguito sono professionisti, che possono aver dato delle risposte, posso anche risentire evidentemente il mio dovere, non è soltanto di accontentare voi, ma è di garantirmi… che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare».


    Un modo originale quello di mettere un prete, che pur sostenendo non abbia commesso alcunché, malgrado nessuno avesse sospetti minimi, sia finito tuttavia dallo psicologo e sia sorvegliato da due colleghi sacerdoti per oscuri motivi non comprensibili a noi comuni mortali, finisca ancora in mezzo a dei ragazzi per far sì che Depini abbia la garanzia “che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare”, il buonsenso a me farebbe fare il contrario e a voi ?


    Qui Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato. L’abuso di cui parla il vescovo non equivale ad «abuso sessuale» semplicemente perché fino a quel momento né la vittima né altri hanno raccontato ai superiori di don Galli di presunti tentativi di violenza sessuale.

    Delpini continua ribadendo ai genitori che l’atteggiamento di don Galli è «certamente da condannare, cioè non è che io non sto dicendo che non ha fatto niente o che ha fatto poco, sto dicendo che è una cosa sciocca e stupida, e dolorosa oltretutto, anche per la vittima». Ancora una volta, il quadro dei fatti ai quali fa riferimento il vescovo è quello dei primi racconti, delle prime testimonianze peraltro concordanti nei fatti, della vittima e del giovane prete. Dalla registrazione si evince bene che anche il padre di A. ammette che non ci sia stata violenza sessuale, parlando soltanto di «vari abbracci». Ma senza mai far riferimento a tentativi di stupro, a tentata violenza sessuale.


    Doveroso !!! CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

    La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.


    «Non abbiamo detto a don Mauro “guarda che hai fatto una stupidata adesso ricominciamo da capo”– continua ancora Delpini – gli abbiamo detto: “hai fatto una stupidata che rivela qualcosa che non va” perché nessuno vuol dire, non è grave, però qualcosa che non va c’è nel personaggio…». Dopo l’approfondito colloquio con i familiari di A., Delpini aggiunge (un’altra citazione dalla trascrizione della registrazione effettuata): «Possiamo anche dire che ci sono delle cose da rettificare, perché evidentemente la decisione è stata presa con gli elementi che avevo al mese di gennaio, di quando è stato mandato via, e quindi… e anche con le garanzie che avevo dello psicologo e del padre spirituale: insomma di tutto quello che la Chiesa può mettere in atto. Per dire, non è che adesso uno, va be’, ha fatto una stupidata, lo cambiamo e le continua a fare… questo evidentemente… io sono allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla luna».

    Delpini, dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie». E il mese successivo, il 31 ottobre 2012, don Mauro viene destinato alla Cappellania ospedaliera di S. Maria Annunciata in Niguarda, dunque lontano dal contatto con i minori. Passa qualche altro mese, e il 10 luglio 2013 viene inviato a Roma, ospite di istituto religioso abitato solo da persone adulte. Da allora non ha più ricoperto incarichi ecclesiali. Mentre nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica, il sacerdote viene allontanato dal contatto con i minori e mandato a centinaia di chilometri di distanza da Milano.


    Ma come? All’inizio di questo paragrafo Tornielli afferma che finalmente Delpini “dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie»” e poco più avanti ribadisce che “nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica”.

    Ma povero don Galli: perché allora lo hanno prima mandato dallo psicologo, poi affidato a due sacerdoti per essere sorvegliato, adesso lo mandano a Roma, così, ancora una volta senza motivo?

    Stando alla ricostruzione di Tornielli, don Galli è indubbiamente vittima di mobbing da parte dei superiori !!!


    La situazione cambia radicalmente l’anno successivo, a metà del 2014, quando A. racconta una nuova versione, penalmente rilevante, descrivendo nel dettaglio quanto ricorda essere accaduto nel dicembre di tre anni prima. Dirà infatti che nel letto a due piazze, quella notte, don Galli ha tentato di abusare di lui , cercando di penetrarlo. Nel luglio di quattro anni fa i legali della famiglia di A. presentano una formale denuncia contro il sacerdote. Il 21gennaio 2015, dopo i primi accertamenti in loco, viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la dottrina della fede presso la Santa Sede. Il dicastero vaticano, esaminate le carte, affida la questione al Tribunale ecclesiastico lombardo (organismo regionale indipendente dalla diocesi di Milano) per l’apertura della formale causa canonica penale. Il 18 maggio 2015 a don Galli viene notificato il provvedimento di sospensione in modo cautelativo dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    «Queste decisioni – affermava in un comunicato del dicembre 2017 la diocesi ambrosiana – mai hanno avuto l’intento di “coprire” il caso…  Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento». «Non a caso – continua la nota della Curia milanese – la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché». È infatti emerso dalle testimonianze preliminari, confermate anche da quelle rese fino ad oggi durante il dibattimento, che la famiglia di A. ha appreso i fatti con maggiore contezza soltanto nel 2014 quando don Galli era già stato trasferito a Roma da un anno.

    Proprio sul modo con cui viene usato dai protagonisti della vicenda il termine «abuso» e sulla mancata chiarezza tra ciò che era conosciuto nell’immediatezza del fatto e ciò che emergerà solo nel 2014, si gioca la partita mediatica di chi cerca di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e più in generale dei responsabili della Curia di Milano la responsabilità di non aver agito adeguatamente. Le decisioni che vennero prese subito dopo il fatto si possono ovviamente discutere, specialmente col senno di poi, ma non è corretto leggerle alla luce della denuncia formale del 2014 quando venne attestato per la prima volta che il ragazzo ricordava di aver subito un tentativo di violenza sessuale.


    Tra coloro quindi che secondo Tornielli cercherebbero “di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e, più in generale, dei responsabili della Curia di Milano, la responsabilità di non aver agito adeguatamente” c’è anche un nome illustre, quello del cardinale Scola che, in una lettera ai familiari…

    I responsabili della diocesi ambrosiana non sono parte del processo penale. Mentre la famiglia ha rinunciato a costituirsi parte civile avendo concordato con don Galli un risarcimento. Né la parrocchia di Rozzano né la diocesi di Milano hanno avuto alcun ruolo nella transazione e dunque non hanno contribuito a pagare alcun risarcimento: si è trattato infatti di un accordo avvenuto tra la vittima e il sacerdote. Il processo stabilirà le responsabilità del giovane prete in questa triste vicenda. Il tentativo strumentale di «processare» mediaticamente l’arcivescovo ambrosiano, alla prova dei fatti, appare in tutta la sua inconsistenza.


    Personalmente, da vittima e anche da presidente di un’associazione di vittime, mi sento offeso da questo articolo e dalla disonestà intellettuale con la quale è stato scritto.

    Un articolo che il vaticanista Andrea Tornielli scrive omettendo i documenti di base come la deposizione del diretto interessato, monsignor Mario Delpini – che già da sola invalida sin dalla prima riga dell’articolo l’intero contenuto – basandosi invece su testimonianze di persone che pur avendo compreso l’accaduto non avevano avuto testimonianza diretta.  Calca la mano sulla fragilità del minore che come avete letto dalle testimonianze, soprattutto quelle che Tornielli ha omesso, dà chiari ed espliciti segnali sin da subito, tant’è che persino i tre adolescenti che lo stesso Tornielli cita – omettendone però la deposizione – dichiarano di aver capito fin da subito, anche senza la conferma della presunta vittima, quanto fosse accaduto.

    Quello che è imperdonabile è che senza alcun rispetto Tornielli fa leva su un ragazzino 15enne, presunta vittima di stupro, per non essere riuscito immediatamente ad esternare ancora più chiaramente di quanto avesse fatto i dettagli di quella notte. Al tempo stesso, a fronte della dichiarazione dello stesso mons. Delpini che ammette che SUBITO gli fu comunicato l’abuso sessuale, nessuna critica sul fatto che per tre anni non sia intervenuto e non abbia avviato alcuna procedura canonica, se non solo dopo la denuncia della presunta vittima all’autorità civile.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO

  • Qualcuno spieghi a Andrea Tornielli che il trauma dell’abuso non è come rompersi un braccio

    Qualcuno spieghi a Andrea Tornielli che il trauma dell’abuso non è come rompersi un braccio

    Su Vatican Insider di oggi, il vaticanista Andrea Tornielli torna all’attacco (della presunta vittima) sul caso di don Mauro Galli che vedrebbe coinvolto l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, ed espone una sua pittoresca tesi di difesa (del prelato) che parte già malissimo per il solo fatto che, contrariamente ai colleghi, la sua è l’unica interpretazione di quel fascicolo (che dice di aver letto) che solleverebbe monsignor Delpini da ogni responsabilità.

    La tesi di Tornielli gira tutta su un’analisi di una superficialità grottesca, infatti il cavillo sul quale insiste è il fatto che, nell’immediato, la presunta vittima non abbia dato una dettagliata versione dell’evento sessuale, limitandosi a denunciare soltanto che il prete lo abbia portato a dormire nel suo letto e ci sia stato un contatto fisico.

    Premesso che, nella quasi totalità dei casi, neppure le vittime adulte di violenza sessuale riescono a dettagliare nell’immediato la sequenza delle violenze subite, perché il trauma è così violento da richiedere del tempo per essere metabolizzato e rielaborato da chi lo subisce, dobbiamo tener conto di questo e del fatto che, in questo caso, non parliamo di un adulto, ma di un 15enne particolarmente fragile e che il suo presunto abusante non era “uno a caso”, ma il suo padre spirituale.

    Ignorando il fatto che da parte di don Mauro Galli c’è stata una sorta di premeditazione, consistita nell’aver dato ad intendere al ragazzo, ed ai genitori, che non fosse il solo a dormire in parrocchia quella notte;

    ignorando l’immediata ammissione di don Mauro che non ha negato ai superiori, tra cui Delpini, di aver dormito col ragazzo ed averlo abbracciato, rimproverandosi  soltanto di aver commesso una grave leggerezza;

    ignorando il fatto che la mattina successiva la scuola fu costretta a chiamare la madre del ragazzo chiedendo di  andarlo a prendere perché era in evidente stato di shock;

    ignorando il parere della psicoterapeuta che lo ha soccorso nell’immediato, ignorando tutto questo Tornielli ribalta completamente la situazione, attaccandosi allo stress post-traumatico della presunta vittima che nell’immediato, è vero, non ha avuto la forza di dettagliare i particolari sessuali di quella notte, ma ha denunciato l’accaduto e comunque va detto che, se non fosse neppure riuscita a denunciare nell’immediato, lo stato di shock in cui versava la mattina dopo avrebbe – come di fatto è avvenuto per tutti, tranne Delpini – dato un segnale inequivocabile che qualcosa di devastante era accaduto.

    Stando alla tesi di Tornielli, che contrasta addirittura con le dichiarazioni dello stesso monsignore che a tutti i costi pare voler scagionare: Delpini nella sua deposizione alla p.g. dichiara che don Carlo Mantegazza al telefono gli ha parlato immediatamente di abusi. Quindi, tesi a parte, Tornielli ci faccia capire:  vuole forse dire che Delpini avrebbe mentito in quella deposizione ?

    Dall’audizione in aula di don Mantegazza e di don Rivolta emerge chiaramente non solo che la situazione era chiara da subito, ma era così tanto chiara che i due sacerdoti non erano d’accordo con la leggerezza di monsignor Delpini che, malgrado tutto, decise  comunque di trasferire don Galli a Legnano, ancora con i minori.

    In aula sono state anche molto chiare le deposizioni della fidanzatina del ragazzo, come quella di don Rivolta. Entrambi hanno incontrato il minore il giorno stesso e ne hanno descritto le condizioni. Forse Tornielli, non essendo presente in aula, non ha avuto modo di leggere neppure le trascrizioni di quelle deposizioni.

    Se vogliamo essere onesti va detto che, da quanto emerge, Delpini ha dimostrato di non essere stato all’altezza della situazione. L’ha sottovalutata e non solo, ha persino omesso di seguire le più basilari indicazioni date dalle Linee Guida della Santa Sede che prevedevano almeno un’indagine più approfondita, inoltre, ad oggi, non ha incontrato una sola volta il ragazzo per chiedere la sua versione dei fatti.

    E anche qui Tornielli ci spieghi:  non lo ha incontrato perché voleva insabbiare il caso, o perché quanto aveva appreso era già di per sè inequivocabile ?

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

    Caso don Mauro Galli: emergono nuovi particolari inquietanti, UN ALTRO MINORE fu costretto a dormire nel letto matrimoniale del prete.

  • Caso don Mauro Galli: emergono nuovi particolari inquietanti, UN ALTRO MINORE fu costretto a dormire nel letto matrimoniale del prete.

    Caso don Mauro Galli: emergono nuovi particolari inquietanti, UN ALTRO MINORE fu costretto a dormire nel letto matrimoniale del prete.

    Grazie alla testimonianza coraggiosa della presunta vittima di don Mauro Galli di Rozzano, a processo in questi giorni per l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, sono emersi nuovi importanti particolari inquietanti su cui ora, presumibilmente, la Magistratura vorrà fare luce.

    La presunta vittima di don Galli, oggetto del procedimento penale in corso, racconta per la prima volta, pubblicamente, la sua drammatica esperienza nella puntata di Quarto Grado andata in onda la scorsa domenica 18 marzo 2018 descrive come è stata indotta, con l’inganno, a dormire nel letto matrimoniale del prete, estorcendo persino il consenso dei genitori lasciando intendere che si trattasse del proseguimento di una attività di preghiera di tutto il gruppo di ragazzini che avrebbe quindi dormito in oratorio dopo le confessioni serali.

    A seguito della testimonianza, alla Redazione di Quarto Grado sono giunti molti messaggi di solidarietà, ma anche alcune segnalazioni di persone che hanno trovato il coraggio di esporsi, raccontando a loro volta i loro drammi. Tra queste segnalazioni ve ne é una in particolare che ha lasciato i giornalisti di stucco.

    Un giovane di 26 anni scrive che dieci anni prima, quando aveva appena 16 anni durante una gita con l’oratorio, E’ STATO COSTRETTO A DORMIRE IN UN LETTO MATRIMONIALE CON DON MAURO GALLI.

    Il ragazzo, originario di Cislago (VA) a nord di Milano, racconta il fatto che è avvenuto nel 2008 quando don Mauro era ancora in seminario, tre anni prima di diventare sacerdote ed essere destinato a Rozzano dove, stando alle prove certe già acquisite nel processo, ha ripetuto il medesimo rituale a Rozzano.

    Questo gravissimo episodio ripercorre le medesime modalità del processo in corso, durante il quale l’attuale Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha confessato alla polizia di aver appreso personalmente già nel 2011. In quella occasione il parroco, don Carlo Mantegazza, gli aveva telefonato due giorni dopo il fatto raccontandogli della segnalazione del ragazzo che aveva riferito del presunto ABUSO SESSUALE, e quando lui stesso recatosi a Rozzano prima del Natale 2011, aveva raccolto la confessione del don Galli stesso che ammetteva di aver portato nel proprio letto matrimoniale il minore.

    C’è quindi da domandarsi se prima che don Mauro Galli fosse ordinato sacerdote, qualche avvisaglia ci fosse già stata in seminario: se insegnanti, educatori, formatori come per esempio mons. Pierantonio Tremolada avessero avuto qualche segnalazione…

    Probabilmente questo episodio, aprirà un nuovo filone di indagine e forse ci sarebbe poco da stupirsi se venissero a galla nuove responsabilità nella gestione dell’intera vicenda, stante la decisione del Vescovo Delpini che ammette alla polizia di aver deciso lui personalmente la nuova destinazione di don Mauro da Rozzano a Legnano, nonostante sapesse perfettamente la questione del letto, consapevole del medesimo incarico ancora una volta a contatto con i minori, ancora una volta responsabile di ben quattro oratori che notoriamente svolgono diverse attività tra cui le gite estive con relativi pernottamenti.

    Grazie anche a questa nuova testimonianza da Cislago, attendiamo gli sviluppi della Magistratura, auspicando anche una presa di posizione netta e ufficiale da parte della Santa Sede nel merito, mentre viceversa, allo stato attuale, continua a latitare.

  • Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza“, sono più o meno le parole che ciascun testimone è invitato a leggere prima di iniziare l’interrogatorio vero e proprio in Tribunale.

    Anche don Carlo Mantegazza, lo scorso 8 Marzo 2018, presso il Tribunale di Milano nella Quinta sezione penale è stato chiamato in aula per essere interrogato.

    Il Giudice Ambrogio Moccia ha richiamato più di una volta l’attenzione dei testimoni nell’essere precisi quando rispondevano alle domande del PM Lucia Minutella: l’aula di giustizia è infatti la sede in cui le parole, i termini esatti che vengono utilizzati nella esposizione dei fatti, hanno il loro peso, non si può lasciare spazio alla libera interpretazione e i testimoni ne devono essere consapevoli.

    Ma qualcosa non torna. Io ero presente in aula, ero presente all’udienza precedente, ed ho assistito personalmente a tutte le audizioni.

    Ho sentito i familiari della presunta vittima che con la Rete L’ABUSO sto assistendo, ho sentito don Alberto Rivolta – che ha reso testimonianza proprio prima di don Carlo – ho letto i documenti inerenti la dichiarazione rilasciata alla polizia da mons. Mario Delpini: tutto torna, tutto corrisponde tranne, inspiegabilmente, la deposizione di don Carlo Mantegazza.

    Si tratta di ricostruire i fatti accaduti nei giorni immediatamente dopo il presunto abuso.

    La madre della presunta vittima racconta che la mattina del 20 dicembre 2011, dopo la fatidica notte in cui il prete aveva dormito nella propria abitazione insieme al minorenne, mentre era al lavoro riceve due telefonate dalla scuola frequentata dal minore che le chiedevano di andare a prendere il ragazzo.

    Una vota arrivata, trova il figlio in uno stato di shock, non parla, non risponde ad alcuno stimolo, lo sguardo perso nel vuoto, nel disperato tentativo di comprendere cosa potesse aver turbato il minore, mentre è in macchina per tornare a casa, la madre pone diverse domande senza ottenere alcuna risposta: avevi un’interrogazione? hai litigato con qualche compagno o professore? ecc. nulla, nemmeno una parola fino alla fatidica domanda: “è successo qualcosa questa notte in oratorio?” RISPOSTA LAPIDARIA DEL RAGAZZO: “QUELLO CHE SI PUO’ IMMAGINARE”.

    Il gelo… per un attimo si ferma il mondo.

    Non riuscendo ad avere ulteriori dettagli in quella agghiacciante mattinata, si tratta delle prime ore dopo il presunto abuso, entrambi i genitori si rivolgono immediatamente a don Alberto Rivolta, coadiutore della parrocchia di Rozzano dove la famiglia era inserita, entrambi i genitori infatti erano in quel periodo catechisti.

    Si rivolgono al prete per chiedere aiuto, hanno disperatamente bisogno di aiuto e bisogno di capire, il figlio sotto shock e la sua unica affermazione che risuona nel cervello: “quello che si può immaginare”. Chiedono dunque a don Rivolta di cercare di capire “cosa si può immaginare”, cosa significa, occorre cercare di delinearlo.

    Don Alberto si impegna ad indagare per quanto da lui possibile, vede il ragazzo e prova a chiedere direttamente a don Mauro, suo collaboratore nella gestione dei piccoli e dei ragazzi che frequentano l’oratorio… e così avviene, avviene repentinamente, lo confermano tutte le testimonianze, don Mauro stesso lo ammette.

    Don Alberto riferisce che ha parlato subito, il giorno successivo, con don Mauro.

    Cosa si sono detti i due sacerdoti? Don Alberto riferisce che don Mauro ha confessato di aver dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale, non riferisce molto di più in quella circostanza, riferisce che il minore ha urlato, e che lui, don Mauro, durante la notte ha preso fisicamente il minore per evitare che cadesse dal letto.

    Contemporaneamente un parente del minore, avvisato immediatamente dai genitori, si rivolge al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza, lo chiama e riferisce le medesime cose, avverte il sacerdote che, la notte  del 19 dicembre, suo nipote aveva dormito insieme a don Mauro, era sconvolto: ma, rispetto a ciò che era successo, il ragazzo era riuscito a dire solo la famosa frase “quello che si può immaginare”.

    Alla stessa stregua dei genitori, dunque, il parente chiede aiuto al parroco.

    Don Carlo riferisce in Aula che aveva quindi intenzione di sentire nell’immediatezza don Mauro, che durante la cena con don Mauro non c’era nemmeno stato bisogno di introdurre il discorso in quanto don Mauro stesso, “di sua spontanea volontà”, aveva confessato di aver dormito con il minorenne nello stesso letto matrimoniale, a casa di don Mauro, ma che non era successo niente.

    Don Carlo riferisce quindi di aver avvisato subito i propri superiori insieme a don Alberto, superiori che, oramai è già stato appurato, essere mons. Mario Delpini (all’epoca dei fatti vicario di zona in cui è sita la parrocchia di Rozzano, poi vicario generale del cardinale Angelo Scola e oggi suo successore Arcivescovo di Milano per volontà di papa Francesco) e mons. Pierantonio Tremolada (allora vicario responsabile della formazione del clero e in particolare dell’accompagnamento dei giovani preti come don Mauro, oggi promosso Vescovo di Brescia).

    Fino a qui tutte le versioni coincidono, persino la deposizione rilasciata da mons. Mario Delpini quando, nel 2014, veniva interrogato dalla Polizia in pieno svolgimento delle indagini preliminari.

    Ma don Carlo non si limita ad affermare quanto sopra esposto: ha voluto fare una precisazione, evidentemente ci ha tenuto in modo particolare in quanto l’ha ripetuta parecchie volte, e cioè che “la versione rilasciata da don Mauro coincideva esattamente con quanto riferito dai familiari in quei frangenti”.

    E qui i conti non tornano più:

    SE FOSSE VERO CHE LA VERSIONE DI DON MAURO COINCIDEVA CON QUELLA DEI GENITORI, OVVERO CHE I DUE AVEVANO DORMITO INSIEME MA CHE “NON ERA SUCCESSO NIENTE”, SI PONGONO DELLE DOMANDE QUANTOMENO IMBARAZZANTI:

    • Che bisogno aveva la scuola di chiamare la mamma del minore descrivendo uno stato di malessere, poi riscontrato, talmente grave da sollecitare l’arrivo del familiare con due telefonate ravvicinate?
    • L’unica frase del ragazzino (riferita a cosa fosse successo quella notte) “quello che si può immaginare” non lascia certo immaginare che NON FOSSE SUCCESSO NULLA.
    • La richiesta dei genitori a don Alberto, da lui confermata in Tribunale, è stata quella di “CAPIRE COSA ERA SUCCESSO, DI APPROFONDIRE”: dunque nulla faceva presupporre che non fosse successo niente.
    • Sempre don Alberto, in Tribunale, descrive esaurientemente lo stato del minore, VISTO DA LUI IL GIORNO STESSO, come “profondamente scosso, angosciato, impaurito, che non parlava con tranquillità e libertà”. Come avrebbero potuto i genitori escludere, e riferire a Don Carlo Mantegazza, che NON ERA SUCCESSO NULLA? Perché i genitori avrebbero scomodato Don Alberto, che prontamente si era presentato a casa, se parliamo di una tranquilla notte passata dal minore fuori casa?
    • L’incontro dei familiari con don Carlo è avvenuto nei giorni immediatamente successivi a quella notte: ancora non si avevano particolari ulteriori perché il ragazzino non riusciva a parlare, non vi erano ulteriori elementi. Ma non era possibile, valutando anche gli elementi emersi durante il dibattimento, che i genitori avessero detto a don Carlo che NON ERA SUCCESSO NULLA.
    • Anche una ulteriore testimonianza in Aula, quella della fidanzata che il ragazzino aveva nel 2011: dichiara e conferma, avendo visto il minore il pomeriggio immediatamente successivo a quella notte, descrive bene in aula, in modo commovente, lo stato in cui ha trovato il proprio fidanzato, “scioccato”, aggiunge che “era vulnerabile quando si trovava con don Mauro”, e che “mentre prima era un ragazzo espansivo ed affettuoso, ora non poteva nemmeno avvicinarsi per abbracciarlo”, riferisce che il ragazzino le aveva detto che “era successo qualcosa di brutto”, sempre la ragazza dichiara che “ricordava di aver pensato che don Galli avesse abusato del fidanzato anche se non glielo aveva detto esplicitamente”.

    Da notare che stiamo parlando della settimana prima del Natale 2011, la fatidica notte tra il 19 e 20 dicembre quando Delpini si era già precipitato, lui stesso, a Rozzano per sentire don Mauro, raccogliere la sua diretta ammissione.

    Come potevano quindi coincidere le versioni? Non c’erano stati nuovi elementi in quei pochi giorni. Come ha potuto don Carlo affermare, sotto giuramento, che la versione di don Mauro e quella dei familiari coincidevano esattamente?

    Dunque loro, proprio loro, i familiari, non potevano escludere assolutamente alcun ché, anzi, chiedevano ai due sacerdoti di cercare di capire cosa potesse essere successo, avevano domande, atroci domande, non certezze!

    Paradossalmente, non solo tutte le testimonianze dei familiari, ma anche quella di don Alberto, smentiscono don Carlo. Persino lo stesso Delpini lo smentisce inequivocabilmente affermando alla polizia che “don Carlo gli aveva subito detto (ancora prima che si recasse personalmente a Rozzano il 24 dicembre 2011) che si trattava di un presunto abuso sessuale“, NON che le versioni coincidevano nel descrivere che non era successo nulla.

    Dunque don Carlo avrebbe mentito al Giudice?

    Perché don Carlo avrebbe bisogno di mentire, sotto giuramento, quando lo stesso Giudice lo esortava ad essere preciso?

    Una distrazione così macroscopica da non essere sfuggita nemmeno al copioso “pubblico” che borbottava nel merito?

    Tuttavia don Carlo non si limita a queste gravi imprecisioni: racconta dettagli e particolari che lasciano perplessi…

    Nella sua illustrazione dei fatti, precisa che non c’era nemmeno stato bisogno di chiedere qualcosa a don Mauro perché quest’ultimo, ancora prima che don Carlo potesse introdurre l’argomento a cena, aveva spontaneamente confessato che la notte aveva dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale aggiungendo che, però, non era successo nulla.

    Il Giudice, forse stupito rispetto a questa spontaneità, chiede precisamente a don Carlo come se la spiegava la “spontaneità” nell’affrontare il discorso,  e don Carlo riferiva che, probabilmente, don Mauro si era rivolto a lui come una sorta di richiesta di aiuto per gestire la situazione, essendo don Carlo il suo diretto superiore.

    Il Giudice quindi chiede di precisare meglio e don Carlo riferisce che secondo lui probabilmente don Mauro aveva il timore che si sarebbe potuto sapere…

    Ma sapere cosa?

    La motivazione non regge, e non può reggere: se il ragazzo era andato a dormire in oratorio con il consenso preventivo dei genitori, richiesto da don Mauro stesso, e se “non era successo nulla”: COSA POTEVA “VENIRE FUORI”? Che timore poteva avere don Mauro tanto da anticipare il discorso con il parroco?

    Don Alberto Rivolta in udienza, mezz’ora prima, affermava che lo stesso giorno, prima di cena, aveva chiesto a don Mauro “cosa fosse successo, se si rendeva conto”.

    Dunque la “spontaneità” di don Mauro descritta sotto giuramento da don Carlo vacilla: era stato incalzato poco prima da don Alberto, pertanto don Mauro aveva già la certezza che “era emerso qualcosa”.

    Da notare inoltre, curiosamente, che don Carlo specifica bene la questione del divano letto in sala quando il Giudice gli chiede se potevano esserci soluzioni differenti per dormire separatamente, oltre alla camera degli ospiti.

    Don Carlo descrive meticolosamente (stranamente per questo particolare con estrema precisione), il divano letto di buona fattura: lo avevano scelto insieme (don Carlo e don Mauro), lo hanno acquistato insieme e, precisa, “lo aveva pagato la Parrocchia”.

    Viene da pensare giustamente che, a farsi carico delle spese sia la Parrocchia stessa e non il singolo sacerdote che, nel caso specifico, come da dichiarazione di don Mauro (riportato dai media) risulta essere nullatenente, però è anche lecito domandarsi “come possa aver transato don Mauro”, come riferito dal comunicato ufficiale della chiesa di Milano “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” in riferimento alla rinuncia della costituzione di parte civile da parte della presunta vittima e dei suoi familiari nei confronti di don Mauro, della diocesi di Milano e della parrocchia di Rozzano.

    Si è appreso nella scorsa udienza che solo per il risarcimento sono stati spesi centomila euro.

    Comunque va anche detto che, giustamente, don Carlo riferiva a mons. Delpini che, per lui, il fatto stesso che don Mauro avesse portato un minore nel proprio letto era di per sé grave, assai grave, un abuso, non ricordo le parole esatte, bisognerà attendere le trascrizioni.

    di Francesco Zanardi

  • Montù Beccaria: c’è un filo logico ma la chiesa inciampa; la diocesi poteva non sapere?

    Montù Beccaria: c’è un filo logico ma la chiesa inciampa; la diocesi poteva non sapere?

    Di certo questa è la domanda che tutti si stanno facendo da quando don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, è stato scoperto nel piccolo paesino di Montù Beccaria: chi poteva sapere della sua vera identità?

    Quello che è certo è che don Silverio non si è alzato una mattina e, di sua spontanea iniziativa, è andato a fare il parroco nel pavese, qualcuno lo ha mandato, qualcun altro lo ha accolto e, basta avere un minimo di conoscenza di come sia strutturata giuridicamente la chiesa, per darsi una risposta.

    È fuori da ogni ragionevole dubbio che la diocesi di provenienza, nella quale don Silverio è incardinato, conoscesse la sua identità: è proprio la diocesi che dà il nullaosta perché un sacerdote possa lavorare, per un periodo così lungo, fuori diocesi.

    Non molto diversa la situazione nella diocesi ospite la quale ha due possibilità: quella di averlo espressamente richiesto, e in questo caso è palese che sapesse, oppure potrebbe essere stato mandato, ma difficilmente questo poteva avvenire all’insaputa del vescovo.

    È importante sapere che le diocesi, per la chiesa sono un po’ come le nostre prefetture. Hanno il controllo del territorio e, alle diocesi fanno capo non solo i religiosi sul territorio appartenenti alla chiesa, ma anche coloro che, per esempio, appartengono a congregazioni di Diritto Pontificio, ovvero congregazioni che dipendono direttamente dal Vaticano che, tuttavia, per quanto concerne le questioni locali, fanno capo all’ordinario locale, ovvero il vescovo.

    I trasferimenti, per procedura, sono accompagnati da una lettera di presentazione da parte della diocesi di provenienza, indirizzata a quella di destinazione e, in questo caso, è possibile che il nome del sacerdote fosse falso.

    Poco credibile rispondere che la lettera non c’è, anche perché la conseguente domanda che porremmo direttamente al vescovo di Tortona mons. Vittorio Francesco Viola sarebbe: ma lei ha quindi assegnato un parroco così, senza sapere neppure chi fosse? Vista l’assenza di una lettera di accompagnamento non ha neppure chiesto un documento di identità?

    Vale a dire che, se un perfetto sconosciuto, magari neppure prete, si presenta alla porta della sua diocesi, lei gli assegna una parrocchia?

    Francamente non la crediamo così ingenuo.

    Sveliamo quindi pubblicamente il dilemma, senza tante indagini, renda pubblica quella lettera e, nel caso non ci fosse, lo dica: d’altronde siamo nell’era della trasparenza e della tolleranza zero tanto proclamata da papa Francesco, sia trasparente e inflessibile e ci faccia sapere.

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

  • Ultimatum di Diego Esposito a papa Francesco e alla curia di Napoli, o intervenite o mi incatenerò a oltranza davanti alla diocesi

    Ultimatum di Diego Esposito a papa Francesco e alla curia di Napoli, o intervenite o mi incatenerò a oltranza davanti alla diocesi

    Forse a qualcuno sembrerà un po’ eccessivo, altri si chiederanno perché Diego non si lascia il passato alle spalle, bene ve lo dico io, non si può perché non è possibile dimenticare un evento le cui conseguenze traumatiche diventano parte integrante e devastante della vita di tutti i giorni, ogni mattina si svegliano con te, sono sempre li anche quando riesci a trovare un fragile equilibrio.

    Ho parlato con lui poco fa al telefono, forse voleva un consiglio, una rassicurazione che spero avergli dato dicendogli che ha tutto il mio personale appoggio e quello dell’associazione.

    Diego Esposito non vuole fare nulla di illegale, vuole avviare una protesta civile e non violenta chiedendo semplicemente che don Silverio Mura sia processato, vuole solo giustizia per quello che ha dovuto subire, perché dopo tre inchieste insabbiate, otto anni di attesa, dopo aver visto riconfermato il cardinale Sepe, grande insabbiatore del suo caso, dopo aver fatto due scioperi della fame e non aver ottenuto alcuna risposta da chi a parole grida “tolleranza zero”, dopo aver scoperto che il suo abusatore da un anno esercitava sotto falso nome insegnando il catechismo ai bambini  di Montù Beccaria proprio come quando adescò lui, Diego Esposito vuole legittimamente e civilmente reclamare i suoi diritti costituzionali, a lui sottratti da uno Stato estero che ad oggi, tranne il danno subito da Diego non ha concretizzato nulla disattendendo le stesse false speranze che quello Stato estero gli ha dato.

    Con questa premessa Diego Esposito vuole dare ancora qualche giorno alla Santa Sede per rispondere su un caso di cui dopo otto anni ha tutti gli elementi necessari per poter dare una risposta pressoché immediata e soprattutto, questa volta concreta; annuncia che se così non sarà tra 15 giorni inizierà la sua protesta civile e non violenta e noi della Rete L’ABUSO non possiamo non essere tutti con lui.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO