Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Liguria

  • Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    La Onlus savonese invia una diffida a varie istituzioni: “Con la loro inerzia hanno consentito di perpetrare crimini a danno dei minori”

    Savona. “Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana”. Queste alcune delle accuse che il presidente della Onlus savonese Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tramite il legale dell’associazione, l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata ieri al Governo italiano.

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 giorni – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza. A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’Istituto Interregionale per la Ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite, il Centro di Ricerca Innocenti.

    “Si tratta – accusa Zanardi – di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dalla Rete L’Abuso, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato le istituzioni italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno dei cittadini più deboli, i minori, costringendo anche le vittime divenute adulte a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani”.

    “Tra le accuse formulate nelle 20 pagine di diffida – spiega il presidente della Onlus – ci sono anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote, sulla base della quale il governo italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di ‘tolleranza zero’ voluta proprio da papa Francesco”.

    “In questo modo – spiega l’avvocato Caligiuri – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante. Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote”.

    Tra gli altri punti importanti “l’immobilità del governo italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori”.

    “L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora – chiarisce Zanardi – è quella tanto voluta dall’associazione Rete l’Abuso che, con l’appoggio del deputato Matteo Mantero, lo scorso 27 novembre ha depositato la prima interrogazione parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili. Nell’interrogazione si contestano inoltre le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi o gli scout, ma anche l’intera categoria dei sacerdoti”.

    “Attendiamo una risposta esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto, non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati” conclude Zanardi.

    http://www.ivg.it/2018/02/rete-labuso-sfida-governo-onu-parlamento-europeo-gravi-omissioni-nella-lotta-alla-pedofilia-nella-chiesa/

  • PRETI PEDOFILI: DA RETE L’ABUSO E M5S ARRIVA IN AULA LA PRIMA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE #interrogazionepretipedofili

    PRETI PEDOFILI: DA RETE L’ABUSO E M5S ARRIVA IN AULA LA PRIMA INTERROGAZIONE PARLAMENTARE #interrogazionepretipedofili

    L’Italia non sa i numeri della pedofilia in tonaca perchè non esiste una banca dati ufficiale degli abusi sessuali sui minori commessi dai sacerdoti.
    Un buco nero per il quale il Governo Prodi aveva stanziato un finanziamento caduto nel vuoto e che Rete l’Abuso cerca di colmare spulciando articoli di giornale e sentenze: “In quindici anni di attività, abbiamo censito qualcosa come 140 preti condannati in via definitiva o reo confessi, e altrettanti indagati o che hanno fatto perdere le proprie tracce”, precisa Francesco Zanardi, Presidente dell’associazione che si occupa delle vittime di abuso offrendo assistenza legale gratuita e che fa da osservatorio sul territorio stilando una mappa, sul modello del registro dei sex offender dell’FBI, con nomi, cognomi e luoghi di residenza dei preti pedofili.

    Un buco nero anche legislativo, quello italiano, che non ha visto intervenire nessuna forza politica e nessun membro del Governo nemmeno dopo lo scandalo scoppiato in Europa nel 2009:  2500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ’40 e gli anni ’80, solo negli istituti ecclesiastici irlandesi.

    L’interrogazione parlamentare (QUI il testo integrale) presentata il 27 novembre scorso al Parlamento italiano dal deputato savonese Matteo Mantero del M5S, è dunque “un passo molto importante per noi perché è la prima pietra posata dal Governo che, in tutti questi anni di scandali, non ha mai fatto nulla” – sottolinea Zanardi che aggiunge: “Rete l’Abuso ha redatto questa interrogazione insieme a Mantero basandosi sulle raccomandazioni rivolte dall’ONU alla Santa Sede nel 2014″. 

    Preoccupata per il rifiuto da parte della Chiesa di collaborare con le autorità giudiziarie e le commissioni d’inchiesta, infatti, la Commissione per i Diritti dei Bambini delle Nazioni Unite chiedeva, in particolare, che la Chiesa rendesse accessibili i propri archivi in modo da poter processare “non solo chi ha abusato ma anche chi ha coperto i crimini sottostando al codice del silenzio imposto ai membri del clero sotto pena di scomunica”.
    Alle raccomandazioni il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro il primo settembre di quest’anno ma, ad oggi, c’è stato solo silenzio.

    È anche per rompere questa omertà che “con l’interrogazione chiediamo al Governo di assumere delle iniziative per promuovere lo scambio di informazioni e introdurre strumenti di cooperazione per prevenire e reprimere gli abusi sessuali commessi su minori dai ministri di culto in Italia” conclude Zanardi che ci tiene a precisare che nascondersi dietro ai Patti Lateranensi è uno specchietto per le allodole perché “la pedofilia non è mica una libertà religiosa”.

    Simona Tarzia

    http://www.fivedabliu.it/2017/11/30/preti-pedofili-da-rete-labuso-e-m5s-arriva-in-aula-la-prima-interrogazione-parlamentare/

  • Preti pedofili, presentata a Genova quella che sarà la prima interrogazione parlamentare

    Preti pedofili, presentata a Genova quella che sarà la prima interrogazione parlamentare

    Iniziativa nata dalla collaborazione tra la Rete L’Abuso e il MoVimento 5 Stelle

    Genova. Quali iniziative il Governo italiano abbia intenzione di mettere in atto contro il fenomeno degli abusi sessuali su minori da parte dei preti e valutare l’opportunità di istituire un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime di reati sessuali perpetrati da ministri di culto.

    Sono alcuni punti dell’interrogazione parlamentare a risposta scritta depositata nei giorni scorsi dal deputato savonese del M5S, Matteo Mantero. E’ la prima interrogazione parlamentare sulla pedofilia nella chiesa. A sollecitare l’iniziativa è stata l’associazione Rete l’Abuso, nata nel 2010 a Savona, e che si occupa delle vittime di abusi da parte dei preti.

    “Questa è la prima interrogazione parlamentare italiana e per noi è un passo importante. Chiediamo alla politica di fare la sua parte e di prendere i dovuti provvedimenti”, sottolinea il presidente dell’associazione Francesco Zanardi ricordando che nel 2014 il comitato Onu per la tutela del fanciullo aveva avanzato raccomandazioni alla Santa Sede a cui il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro settembre di quest’anno “e non lo ha fatto”.

    “In Italia non esiste un monitoraggio del fenomeno – continua Zanardi – e con questa interrogazione si chiede al Governo di provvedere. Chiediamo una commissione d’inchiesta, un fondo specifico per le vittime, una campagna di consapevolezza e di mettere mano al certificato antipedofilia, nato nel 2014, che lascia fuori troppe categorie”.

    L’associazione segue circa 700 persone che dicono di ave subito abusi da religiosi e ricorda che, secondo i dati in suo possesso, sono 130 i preti condannati in via definitiva e altrettanti quelli in attesa di giudizio o indagati per abusi.

    http://www.genova24.it/2017/11/preti-pedofili-presentata-genova-quella-sara-la-interrogazione-parlamentare-189847/

  • Nessuno risarcirà le vittime di pedofilia: la chiesa savonese rigetta la richiesta di indennizzo

    Nessuno risarcirà le vittime di pedofilia: la chiesa savonese rigetta la richiesta di indennizzo

    Savona – Nessun risarcimento alle cinque vittime di abusi sessuali da parte di Nello Giraudo durante la sua permanenza nella chiesa. La trattativa avviata dalla Rete l’Abuso di Francesco Zanardi e l’attuale vescovo don Gero Marino non sarebbe arrivata alla conclusione sperata (e a giugno annunciata dallo stesso sito internet della Rete l’Abuso) e soprattutto in grado di evitare la causa civile.

    Il vescovo Marino, attraverso l’avvocato Simone Mariani, avrebbe rigettato la richiesta di indennizzo, rilanciando però con una proposta: l’istituzione di un numero verde destinato alle vittime di pedofilia da parte dei esponenti della Chiesa. Iniziativa, però, che sarebbe stata gestita dalla stessa diocesi.

    È fallito quindi il tentativo di transazione avviato da Francesco Zanardi (lui stesso vittima di don Giraudo) con il nuovo vescovo savonese e che a detta dello stesso portavoce delle vittime di violenza da parte di preti «sembra potesse portare ad un risultato positivo». Zanardi e don Gero Marino si sono incontrati almeno un paio di volte nei primi mesi dell’anno per parlare appunto del drammatico fenomeno riscontrato nella diocesi savonese e che negli anni passati aveva portato anche le alte sfere del Vaticano ad occuparsi del caso Savona.

    Con tanto di lettera inviata dall’allora vescovo Domenico Calcagno (attualmente presidente dell’Apsa) al pontefice Joseph Ratzinger per segnalare il problema don Giraudo. Facendo forza sul nuovo corso voluto da papa Francesco e da don Gero Marino, la rete l’Abuso sperava in una svolta. Invece il risarcimento tanto sperato si sarebbe concretizzato con l’istituzione di un numero verde a favore delle vittime. «D’accordo – sarebbe stata la risposta dell’ufficio legale della Rete – ma quell’iniziativa la gestiamo noi e tutti i casi che dovessero venire alla luce li trasmetteremo alla procura».

    La diatriba si sarebbe fermata a questo bivio: passi il numero telefonico a sostegno delle vittime, ma chi lo gestirà? La chiesa come proposta dal vescovo, oppure dalla Rete l’Abuso? Insomma quello che a giugno sembrava un caso praticamente in dirittura di soluzione, sembra invece ancora distante. Soprattutto alla luce dell’annuncio dei mesi scorsi di Zanardi con il quale si annunciava la disponibilità della chiesa ad indennizzare le cinque vittime di don Nello. «Il vescovo don Calogero Marino prende atto delle dichiarazioni di Zanardi, ma non commenta e tanto meno rilascia dichiarazioni» era stata l’unica presa di posizione dell’avvocato Simone Mariani sull’argomento.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2017/08/05/ASMLByiI-indennizzo_risarcira_richiesta.shtml

  • SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    Sembrava ci fosse l’intenzione di chiudere questo capitolo poco edificante, oramai lungo, sgradevole e pieno di dolore, evitando un ulteriore imbarazzante processo civile. Lo stesso vescovo di Savona, Calogero Marino, aveva in più occasioni sottolineato l’importanza di dare alle vittime un’opportunità per poter guardare avanti e dimenticare il passato.

    Nel giugno scorso, dopo una serie di incontri tra il vescovo Marino, i vertici della Rete L’ABUSO e i rispettivi avvocati, la diocesi di Savona si era impegnata a produrre un’offerta per indennizzare cinque delle vittime di don Nello Giraudo.

    Circa un mese dopo quell’ultimo incontro arriva la proposta della diocesi che lascia basite le vittime e i loro avvocati.

    L’offerta della diocesi consisteva nell’istituire un numero verde (gestito dalla chiesa) al quale le vittime potessero telefonare, oltre al sostegno medico: nulla di più di quello che già offre la mutua. Per quanto concerne un indennizzo economico, questo fu da subito escluso a priori in quanto da Roma fanno sapere che questa non è la politica della chiesa.

    Come il vescovo Calogero Marino sa bene, perché ha potuto vedere le relazioni mediche, le vittime sono in molti casi affette da patologie gravi, conseguenti agli abusi, patologie per via delle quali non trovano un lavoro e di conseguenza sono costrette a una vita indecorosa e spesso al limite dell’emarginazione.  È forte la delusione di una proposta indecente che tra l’altro non avrebbe portato alcun beneficio alle vittime: ma la buona volontà delle vittime nel voler raggiungere un accordo costruttivo, ha portato ad una contro proposta sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde per le vittime.

    La Rete L’ABUSO da anni invita le vittime a denunciare gli abusi alle autorità civili in quanto, da come è ampliamente documentato oramai anche dalla stampa, nel 2017, ai tempi di papa Francesco, la chiesa insabbia ancora sistematicamente i casi, non esiste un solo precedente dove un membro del clero abbia denunciato alle autorità civili un collega criminale.

    Lo stesso neo eletto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo vaticano che si occupa proprio dei casi di pedofilia) Francisco Ladaria Ferrer, come riporta L’ESPRESSO, è accusato di aver coperto il caso di don Gianni Trotta.

    Lo stesso Francisco Ladaria Ferrer si occupò in passato anche del caso savonese di don Giraudo (vedi allegati), ma a quanto ci racconta il carteggio sul caso, non intervenne, fu il prete – dopo essere stato indagato e condannato per abusi commessi nel 2005 – a dimettersi spontaneamente.

    Tenendo conto di quello che è nei fatti lo stato attuale delle cose, la contro proposta delle vittime sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde, è stata quella di accettare, cercando di trasformare una proposta che nulla portava alle vittime, in qualcosa che invece fosse utile a molti.

    Abbiamo quindi proposto che il numero verde fosse gestito dalla Rete L’ABUSO, la quale tra le altre cose avrebbe dato un credito notevole al servizio. All’interno del call center avrebbero lavorato anche le cinque vittime, risolvendo così almeno il problema del lavoro.

    Al tempo stesso la Rete L’ABUSO garantiva alla chiesa che qualunque segnalazione ricevuta, sarebbe stata immediatamente trasmessa all’Autorità Giudiziaria.

    Ma forse le intenzioni del vescovo Calogero Marino che oggi sentito dai giornali non vuole replicare, non erano così caritatevoli come quelle fatte nelle varie dichiarazioni e tutta la trasparenza offerta dall’associazione, forse era un po’ troppo per una chiesa che vuole riparare i suoi errori con una pacca sulla spalla e qualche scusa di circostanza.

  • SAVONA: La Diocesi è disponibile a un indennizzo per le vittime di don Giraudo

    SAVONA: La Diocesi è disponibile a un indennizzo per le vittime di don Giraudo

    Alla fine ha prevalso il buonsenso e anche la sensibilità di non voler sottoporre ancora una volta le vittime e la stessa diocesi ad una lunga, onerosa e impopolare causa civile che avrebbe solo inutilmente prolungato il risolversi dei problemi.

    D’altra parte la cosa era auspicabile, lo stesso vescovo Calogero Marino sin dal primo giorno, parlando dello scandalo dei preti pedofili savonesi, ha sempre espresso il desiderio e la necessità che le vittime potessero finalmente voltare pagina ed avere l’opportunità, legittima, di guardare concretamente ad un futuro.

    Lo scorso febbraio dimostrò le sue intenzioni accettando di incontrare il portavoce della Rete L’ABUSO, l’associazione italiana che tutela le vittime di preti pedofili, tra cui quelle savonesi.

    In quell’incontro gli furono illustrate le gravi patologie di alcune delle vittime, la realtà ed il disagio che vivono oltre all’impossibilità concreta di poter condurre una vita normale e dignitosa, di avere un lavoro e di poter superare quell’emarginazione che troppo spesso una società come la nostra impone loro, con tutte le conseguenze del caso.

    Mons. Marino si dimostrò molto sensibile e spiegò che conosceva bene il trauma e la condizione delle vittime della pedofilia in quanto aveva avuto modo di approfondire in passato questi aspetti e lo ha dimostrato rendendosi disponibile a una trattativa.

    Successivamente ci fu un secondo incontro al quale parteciparono questa volta anche gli avvocati delle parti e in quell’occasione mons. Marino espresse la sua ferma volontà nel voler indennizzare quelle cinque vittime le cui violenze erano state accertate dall’autorità giudiziaria, la quale ravvisò anche le pesanti responsabilità che i vertici della diocesi savonese avevano avuto.

    L’indennizzo delle vittime e il loro soccorso sono due dei punti fortemente contestati nel 2014 anche dalla commissione ONU per i diritti dei minori e questa trattativa, se raggiungerà come sembrerebbe essere un accordo, potrebbe far diventare la diocesi di Savona la prima diocesi che al di la delle scuse di facciata alle quali siamo oramai abituati, indennizzerà spontaneamente e non per ordine di un giudice le sue vittime dando anche un notevole credito a quella che è la politica auspicata da papa Francesco.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    di GIULIA DESTEFANIS e MARCO PREVE

    In una delle sue ultime, numerose, video prediche caricate sul suo sito internet, padre Carlos Buela parla di educazione sessuale. Non ci sarebbe nulla di strano se don Carlos nel 2010 non fosse stato ritenuto “colpevole” di abusi sessuali nei confronti di giovani seminaristi (non si parla di pedofilia) dalla Santa Sede che lo aveva rimosso dai suoi incarichi e trasferito oltre oceano, e se in questo momento non si trovasse a 11 mila chilometri di distanza, ospite di un rifugio blindato a Genova, in via Venezia, in un appartamento del complesso della chiesa di San Teodoro.

    Il caso viene sollevato da Francesco Zanardi della “Rete L’abuso” che da anni si batte per denunciare le coperture di cui hanno goduto molti sacerdoti accusati o condannati per pedofilia e altri reati di natura sessuale.

    “Troviamo perlomeno imbarazzante – dice Zanardi -che sia proprio la diocesi del presidente dei vescovi, il cardinale Angelo Bagnasco, ad ospitare un sacerdote riconosciuto colpevole dallo stesso Vaticano. Ed inoltre ci chiediamo cosa accadrebbe se un domani la magistratura argentina decidesse di aprire un’inchiesta. Don Buela tornerebbe subito nel suo paese?”.

    Carlos Buela è stato fino a pochi anni fa uno dei preti più importanti dell’America Latina. Giovane sacerdote, seguace di Sant’Ignazio di Loyola, nel 1984 fonda l’Istituto (detto anche Famiglia) del Verbo Incarnato. La sua prima sede è a San Rafael nella provincia di Mendoza, ma nei decenni successivi Il Verbo Incarnato aprirà 26 filiali nei cinque continenti. Nella seconda metà degli anni 2000 scoppia lo scandalo.

    Una ventina di seminaristi, alcuni dei quali nel frattempo sono tornati allo stato laicale, hanno denunciato abusi sessuali commessi nei loro confronti da don Carlos. Sulla stampa argentina sono anche usciti articoli in cui una presunta vittima raccontava di aver subito le attenzioni del sacerdote quando era minore ma su questo episodio non ci sono conferme e neppure, che si sappia, indagini penali.

    Ma esiste un importane atto ufficiale del 2010 che inchioda alle sue responsabilità nei confronti dei seminaristi don Buela. Si tratta del decreto firmato dal cardinale Gianfranco Gardin, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Le tre pagine riportano le accuse dei seminaristi e la difesa di don Buela (che ipotizza un complotto con l’Istituto da parte dei vescovi argentini). La Congregazione ritiene “le denunce verosimili di comportamenti moralmente inappropriati di padre Buela con giovani dell’Istituto…dichiarazioni ritenute veritiere da Organismi della Santa Sede”. Quindi “accertata la loro gravità aumentata dalla qualifica di Fondatore, Superiore Generale e Direttore Spirituale” il Dicastero dispone “la rimozione di padre Buela dall’ufficio di Superiore” e gli ordina di risiedere fino a nuovo ordine nell’abbazia francese “La pierre qui vire” in Borgogna.

    Non si sa perché, alla fine del 2016, don Carlos venga trasferito a Genova nell’appartamento dove si trova la sede locale dell’Istituto del Verbo Incarnato. Un religioso sudamericano apre la porta e spiega che don Carlos “non può parlare con la stampa, rivolgetevi ai nostri superiori”. Sembra quindi che padre Buela possa di nuovo avere rapporti con il suo ordine.

    Di sicuro non fa mancare le prediche video via web o attraverso la pagina Facebook. Ma al momento non sembrerebbe intenzionato a rientrare in Argentina.

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/04/07/news/abuso_dei_seminaristi_don_carlos_si_nasconde_in_una_chiesa_di_genova-162358264/

  • “Il prete accusato di abusi sessuali è ospite in chiesa”

    “Il prete accusato di abusi sessuali è ospite in chiesa”

    Di Ferruccio Sansa

    “Eminenza Reverendissima, Cardinale Angelo Bagnasco, le scrivo esprimendo la mia preoccupazione per la presenza a Genova, in una chiesa della sua diocesi, di padre Carlos Buela, che il Vaticano ha accusato di comportamenti moralmente inappropriati”. Destinatario della lettera Angelo Bagnasco che a fine maggio riceverà Francesco, il papa argentino. A scrivere sono le vittime della pedofilia raccolte nell’associazione “Rete L’Abuso”. E concludono: “In una regione come la Liguria, dove gli scandali di pedofilia hanno già provocato sofferenza, la preghiamo di rassicurarci che la presenza di Buela non è un modo per sottrarlo a eventuali responsabilità giudiziarie in Argentina”.

    Buela, oggi ospite della parrocchia di San Teodoro, è uno dei sacerdoti più potenti e contestati dell’Argentina. È lui che a Mendoza nel 1984 fonda le Congregazioni del Verbo Incarnato e delle Serve del Signore. Ma dopo pochi anni emergono contrasti con il Vaticano: i responsabili della congregazione arrivarono a definire la Chiesa un “disastro”. Tanto che nel 2013 papa Francesco dice: “Io stesso sono dovuto intervenire in un caso nel quale il fondatore di un movimento era legato a questa prospettiva apocalittica”. Ma il guaio sono soprattutto le denunce di abusi sessuali a carico di Buela e della Congregazione. Si parla di decine di giovani tra i 450 seminaristi che hanno frequentato l’istituto di Mendoza. Tanto che nel 2010 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata del Vaticano apre un’inchiesta. Gli atti riportano la difesa di Buela: “Il sacerdote giudica tendenziosa e preconcetta l’investigazione, considera i fatti non provati per mancanza di testimoni… Le accuse sarebbero frutto di un piano di destabilizzazione dell’Istituto del Verbo Incarnato organizzato dalla Conferenza Episcopale Argentina”. Ma gli investigatori vaticani hanno concluso: “È da considerare priva di ogni fondamento l’ ipotesi di un piano destabilizzatore… Le testimonianze sono del tutto attendibili per la qualità dei testimoni, la logicità e la coerenza delle affermazioni”. La Chiesa parla apertamente di “comportamenti di padre Buela con giovani”, ma sostiene che fossero maggiorenni: “Finora non sono stati accertati casi di minori”. C’è però una delle ultime testimonianze, quella di Luis, 31 anni. Racconta di aver subito abusi sessuali e di aver sofferto per diciotto anni: “È una mezza verità, quella della Chiesa. Ogni anno decine di famiglie affidavano alla congregazione di Buela i loro figli dodicenni. Bisogna fare chiarezza, senza tenere conto della prescrizione”, chiede Luis. Che racconta così le violenze: “È come sentire che tuo padre ti sta violando. Non puoi resistere”. Ruben, un’altra vittima, racconta al Fatto: “Era un inferno. Ho subito avance in quel seminario. E ho raccolto denunce anche di minori, ma quando l’ho riferito a Buela mi ha detto che non era vero”. Ruben ha presentato denuncia alle autorità ecclesiastiche.

    “Perché la diocesi di Genova dà asilo a Buela”? È la domanda di Francesco Zanardi (Rete l’Abuso). Basta sfogliare il sito personale di Buela per rendersi conto che il sacerdote è stato molto attivo fino a un anno fa, quando era già a Genova. Ecco foto di Buela con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Poi le prediche online anche sull’educazione sessuale e il curriculum che parla del suo “ardore per la pastorale giovanile”. Anche a Genova Buela è stato raggiunto dai “like” dei fedeli.

    “Certo che lo abbiamo visto. È un uomo gentile, riservato”, racconta Emilia, una delle fedeli che frequentano la messa della mattina a San Teodoro. Ma dopo l’ultimo scandalo, a dicembre, i giornali argentini hanno sollevato il caso del rifugio genovese di Buela. “Non risultano processi, né richieste di estradizione. L’unica condanna è quella della Congregazione del Vaticano”, spiega uno dei suoi legali dall’Argentina. Il sacerdote tace, chiuso nella sua stanza alle spalle della canonica. A difenderlo ci pensa il parroco, Omar Mazzega: “È solo ospite. Ma non c’è nessun provvedimento giudiziario contro di lui”. Perché non parla? “Quando prova a spiegare viene male interpretato. Meglio tacere”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-e-ospite-in-chiesa/

  • Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Mentre continuano i colpi di scena nel caso internazionale del prete italiano don Nicola Corradi, accusato di abusi dagli ex allievi dell’istituto Provolo di Verona, poi “rifugiato” in Argentina nell’omonimo istituto e dalla fine di novembre scorso agli arresti insieme ad altre quattro persone con l’accusa di aver abusato di una sessantina di alunni sordi, a Genova, nella diocesi diretta proprio dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, si scopre che c’è un altro “rifugiato” argentino.

    Stiamo parlando di padre Carlos Buela, che, nel marzo del 1984, fondò la congregazione dell’I.V.E., Istituto del Verbo Incarnato, anch’egli accusato di abusi sessuali, in Argentina, da una ventina di seminaristi, ma, a differenza di don Nicola Corradi, “indagato” dal Vaticano, che lo ha sanzionato.

    Padre Buela fu denunciato la prima volta nel 2005 da un seminarista, oggi 31enne, il quale lo accusava di “molestie subite dall’età di 12 anni“, per le quali in quell’occasione la chiesa decise di non prendere alcun provvedimento. Nel 2009, però, a carico di Buela arrivarono altre denunce di violenza sessuale, circa una ventina e sempre da parte di seminaristi appartenenti all’Istituto del Verbo Incarnato della città di San Rafael (Mendoza, Argentina), che, dopo un’indagine, nel 2010 lo avrebbero costretto a rinunciare al suo incarico.

    La sanzione inflitta a padre Buela per quella che verrà definita “cattiva condotta sessuale e manipolazione delle coscienze” sarà molto timida e generosa, se la caverà con la rimozione dall’Ufficio di Superiore Generale dell’IVE e sarà trasferito inizialmente nell’Abazia “La Pierre Qui Vere”, in Francia, dove sotto il controllo dell’Abate dovrà risiedere fino al nuovo ordine.

    Successivamente, nel 2012, padre Buela sarà trasferito in un monastero spagnolo, quello di “San Isidro de Dueñas de Palencia”, per poi “sbarcare” nel 2015 a Genova presso l’Istituto Religioso Maschile dell’IVE in località Dinegro.

    Tutto ciò accade proprio mentre in Argentina esplode il caso del veronese don Nicola Corradi e proprio quando le vittime che in precedenza avevano denunciato padre Buela all’Autorità Ecclesiastica che nel frattempo lo ha trasferito a Genova, decidono questa volta di denunciarlo tramite l’avvocato Carlos Lombardi – che assiste la Rete L’ABUSO in Argentina – anche alla giustizia civile; lui, però, non c’è più.

    Come mai? Grazie ai trasferimenti troppo facili, resi possibili da accordi tra la Santa Sede e i vari paesi che troppo spesso hanno fini tutt’altro che religiosi, come testimonia un altro caso attuale e sempre argentino, quello di Kusaka KomiKo, una suora colpita da un mandato di cattura internazionale emesso pochi giorni fa, anche lei coinvolta nello scandalo dell’Istituto Provolo di Mendoza e anche lei, come Buela, don Corradi, padre Reverberi e tanti altri, trasferita in un altro paese e sottratta di fatto alla giustizia, per la rabbia delle vittime costrette ad assistere impotenti.

    Anche quello di padre Carlos Buela è un caso esploso quando Bergoglio – oggi Papa Francesco – era arcivescovo di Buenos Aires. Allora, il papa era Benedetto XVI. Un caso che ancora una volta dimostra come la linea della chiesa non sia affatto cambiata e continui a lasciare le sue vittime senza giustizia.

  • Incontro privato tra vescovo e Zanardi sulla piaga-pedofilia

    Incontro privato tra vescovo e Zanardi sulla piaga-pedofilia

    IN DIOCESI DEL LEADER DELLA RETE “L’ABUSO”. APERTURA  AL DIALOGO DA MONSIGNOR MARINO

    SILVIA CAMPESE SAVONA.

    Il vescovo Calogero Marino ha mantenuto la parola. Come promesso, ieri pomeriggio ha incontrato il presidente della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, portavoce di chi, nella diocesi savonese e non solo, ha subito atti di pedofilia clericale (atti di cui lui stesso fu vittima). Il capo della diocesi, a Savona dallo scorso 16 gennaio, ha accolto Zanardi in un colloquio che è durato quasi un’ora, senza che altri fossero presenti. «Un bilancio estremamente positivo», il commento del portavoce di Rete L’Abuso, al termine dell’incontro. «Il modo di fare del vescovo, la sua delicatezza nei miei confronti, l’attenzione ai particolari e l’umiltà con cui si è comportato mi hanno sorpreso – ha dichiarato Zanardi -. Atteggiamenti a cui, decisamente, non ero abituato all’interno della diocesi savonese, a partire dal predecessore, monsignor Lupi.

    Naturalmente, vedremo se alle parole seguiranno i fatti». Monsignor Gero, come ama farsi chiamare, è andato ad aprire direttamente la porta all’ospite scendendo alcuni scalini per andargli incontro. Uno stile semplice, simile alla ventata che Papa Francesco ha portato in Vaticano. «Ho ricostruito la mia vicenda personale – dice Zanardi – e ho riassunto le situazioni drammatiche, legate alla pedofilia che, purtroppo, si sono susseguite in questa diocesi, senza che, a nostro giudizio, dai vertici della Chiesa ci fosse la volontà di fare chiarezza né di riconoscere il dolore morale delle vittime. Ho percepito dal nuovo vescovo un atteggiamento completamente diverso. Si tratta solo di una prima impressione.Devo, però, riconoscere un cambio di rotta». Secondo quanto raccontato da Zanardi, il vescovo Marino ha messo a suo agio l’interlocutore riconoscendo che il dolore provocato da un abuso è difficilmente rimarginabile. «Per la prima volta, all’interno della curia savonese, ho sentito qualcuno che riconosceva il dramma vissuto da noi vittime.

    Gli ho spiegato che cinque di noi chiederanno un risarcimento in sede civile alla Diocesi e ho rimarcato come la situazione, a Savona, sia particolarmente delicata. Il vescovo mi ha risposto che era al corrente del quadro generale e che avrebbe potuto rifiutare. Ha detto di comprendere il nostro stato d’animo e che il valore della vita umana è sacro, per cui cercherà di aiutare chi ha sofferto per la pedofilia a livello morale e concreto.

    Quando temevo di tediarlo, mi ha rassicurato: “Possiamo stare qui anche sino a domani”». Un congedo, riferisce ancora Zanardi, in cui il vescovo ha chiesto di contattarlo direttamente e ha precisato di essere disponibile a incontrare le altre vittime, se ne sentiranno il bisogno. «Non mi voglio sbilanciare, ma siamo partiti con il piede giusto e, soprattutto, con un atteggiamento di umanità completamente differente», la conclusione.

    Nessun commento dal vescovo, che ha cercato di tenere celato sino all’ultimo l’incontro per evitare occhi indiscreti. In visita al campus universitario, la scorsa settimana, monsignor Gero aveva invitato i savonesi a «non rimuovere il dolore, ma imparare a guardare avanti»: la strada da cui sembra ripartire anche con le vittime della pedofilia.

    Silvia Campese IL SECOLO XIX Savona del 18 -2-17