Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Scout

  • PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Quando l’imputato non propone impugnazione contro la sentenza di condanna, la pena irrogata è ulteriormente ridotta nella misura di un sesto dal giudice dell’esecuzione. A disporlo è stata la legge Cartabia. È per tale ragione che il capo scout di Terracina, Simone Di Pinto, non avendo fatto ricorso in Appello, vedrà ridursi la sua pena di poco più di un anno rispetto a quella di sette anni comminatagli lo scorso 11 luglio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi. Il Gup aveva condannato il 20enne di Terracina, Di Pinto, anche alla multa di 26mila euro di multa, per i reati di pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Concesse le attenuanti generiche per reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto era stato condannato a risarcire i quattro minorenni parti offese con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice aveva predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori.

    I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    A giugno scorso, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato il 2 agosto 2024. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova tuttora agli arresti domiciliari con il permesso di poter frequentare l’Università. Le sue vittime sono quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti del gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, ci sono stati anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati. A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati agli abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    Per la Procura di Roma, le persone offese dai reati commessi da Di Pinto sono due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni. Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono a giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio 2024, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso, Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto 2024, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane imputato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    Il giudice Gerardi, a distanza di tre mesi, ha deposito le motivazioni della sentenza, ripercorrendo minuziosamente i passi salienti dell’indagine della Polizia Postale e i fatti che hanno portato ad accusare Di Pinto di aver adescato i minori, spacciandosi per ragazza (chiedendo, tramite ricatto, foto e video intimi con riferimenti espliciti a alle vittime) e anche violentato un bambino, toccandogli le parti intime.

    La sentenza ripercorre tutte le fasi di turbamento di adolescenti e bambini, costretti al terrore di essere scoperti e ricattati dall’imputato. Un calvario psicologico e fisico, scandito dai “toni sempre più espliciti, incalzanti e poi intimidatori impiegati dall’imputato dietro la falsa identità di Aurora”.

    Secondo il giudice capitolino, “emerge lo sfruttamento sessuale” di tre minori da parte dell’imputato, “mediante l’induzione degli stessi alla produzione di rappresentazioni fotografiche a carattere pornografico, avvalendosi di una falsa identità e profittando del rapporto di fiducia esistente”.

    Il giudice mette in luce che una delle vittime, utilizzata per reperire materiale pedopornografico, si è sentito “in trappola”, non sapendo come uscire da un gioco e di “avere consegnato ad Aurora anche una somma di denaro tramite Pinto, pari alla paghetta settimanale”.

    Uno degli imputato si trova “in una situazione di trappola, con grande sofferenza e senso di colpa“. La sentenza lo dichiara esplicitamente che per Di Pinto “sussiste l’abitualità della condotta ossessiva, minacciosa, pressante e molesta, protrattasi per quasi un anno, con cadenza quotidiana, che ha determinato l’evento di danno rappresentato da uno stato protratto di profonda ansia del minore”. Sussiste anche la prova dell’estorsione effettuata da Di Pinto che si fa consegnare 45 euro da un minorenne.

    Sussiste anche la prova che Di Pinto si è procurato file di carattere pedopornografico ritraenti minori di età dai 5 ai 18 anni.

    “Le condotte poste in essere da Di Pinto – scrive il giudice – trovano fondamento nel rapporto fiduciario che lo stesso aveva instaurato con i minori nell’ambito della conoscenza che con gli stessi aveva intrattenuto in ragione del ruolo svolto all’interno del gruppo scout Terracina 3”. L’imputato, inoltre, risulta avere “piena consapevolezza delle condotte poste in essere e delle sofferenze psicologiche causate alle giovani vittime che a lui si rivolgevano per avere conforto“. Di Pinto, secondo la sentenza di primo grado, “ha strumentalizzato il ruolo occupato all’interno del gruppo scout proprio con modalità predatorie, scegliendo soggetti piccoli, quindi più indifesi per fragilità dovuta all’età e alla inesperienza, così tradendo la posizione di garanzia nei loro confronti per soddisfare le proprie esigenze sessuali“.

    PEDOFILIA E RICATTI, CONDANNA DEFINITIVA PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

  • Scout di 19 anni condannato a 7 anni per abusi su minori: “Ha tradito la fiducia dei bambini del suo gruppo”

    Scout di 19 anni condannato a 7 anni per abusi su minori: “Ha tradito la fiducia dei bambini del suo gruppo”

    Aveva diciannove anni, ma per la giudice che lo ha condannato era pienamente consapevole di quanto aveva commesso. Sette anni di reclusione, 26mila euro di multa, e l’interdizione perpetua da qualunque incarico nelle scuole o in luoghi frequentati da minori: è la pena inflitta lo scorso luglio al giovane scout di Terracina, riconosciuto colpevole di una lunga serie di reati contro minori, tra cui violenza sessuale, pornografia minorile, estorsione e atti persecutori.

    La sentenza, di cui ora sono state pubblicate le motivazioni, chiude il primo grado del processo a rito abbreviato nato da un’inchiesta che ha scosso l’intera comunità degli scout laziali. Tutto era partito dalla denuncia dei genitori di una delle vittime: dietro un innocente profilo social si nascondeva in realtà un ricatto sessuale orchestrato con freddezza.

    Le parole della giudice: “Ha tradito la fiducia dei suoi scout”
    Le motivazioni della sentenza firmate dalla giudice Angela Gerardi sono un atto d’accusa durissimo: “Le condotte poste in essere trovano fondamento in quel rapporto fiduciario instaurato con i minori nell’ambito del ruolo da lui ricoperto nel gruppo scout di Terracina 3”.

    Il ragazzo, spiegano i giudici, non era affetto da alcuna disabilità cognitiva come sostenuto dalla difesa, ma aveva “piena consapevolezza delle proprie azioni e delle sofferenze psicologiche inflitte alle vittime”.

    L’assistente capo scout aveva “strumentalizzato la posizione di garanzia” che il suo ruolo gli conferiva, scegliendo con premeditazione i più piccoli e fragili “per soddisfare le proprie esigenze sessuali”. Un tradimento doppio: della fiducia dei minori e dei valori stessi dello scoutismo, che nella comunità di Terracina ora si interroga su come non essersi accorta di nulla per tanto tempo.

    Si fingeva una coetanea per adescarli sui social
    Il ragazzo si fingeva una coetanea, utilizzando un falso profilo Instagram femminile per contattare i minori del gruppo scout di Terracina 3. Con insistenza, chiedeva loro di inviare foto intime, trasformando la fiducia e l’amicizia tipiche dell’ambiente scout in un meccanismo di manipolazione e paura.

    Quando i genitori di una seconda vittima si sono rivolti alle forze dell’ordine, descrivendo episodi simili, la Procura ha disposto perquisizioni e sequestri. Sul suo smartphone, i carabinieri hanno trovato le prove delle conversazioni e delle richieste rivolte ai ragazzini. Di fronte agli investigatori, il giovane ha ammesso di aver creato il falso profilo e di averlo usato per ottenere immagini pornografiche da due giovanissimi membri del gruppo.

    Scout condannato: avrebbe abusato fisicamente di un bambino di 10 anni
    Le indagini hanno poi portato alla luce altri due casi, tra cui quello di un bambino di soli dieci anni che, secondo l’accusa, avrebbe subito anche un abuso fisico durante la sistemazione della divisa mentre il gruppo si trovava in parrocchia per svolgere attività.

    La Garante per infanzia ed adolescenza Regione Lazio dottoressa Monica Sansoni, il Gruppo Agesci di competenza territoriale e l’Associazione Promozione Sociale si sono costituiti parte civile nel processo.

     https://www.fanpage.it/roma/scout-di-19-anni-condannato-a-7-anni-per-abusi-su-minori-ha-tradito-la-fiducia-dei-bambini-del-suo-gruppo/

  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

  • “Bimbi abusati in parrocchia e foto intime sui social”. Indagato un capo scout: molestava e ricattava i lupetti

    “Bimbi abusati in parrocchia e foto intime sui social”. Indagato un capo scout: molestava e ricattava i lupetti

    Tutte le attività estive sospese all’improvviso. Nessuna notte sotto le stelle in tenda e niente cene attorno al fuoco per lupetti e coccinelle, come vengono chiamati i bambini nei gruppi scout, a Terracina. Uno stop quello deciso dall’Agesci che ha lasciato sconcertate le famiglie dei più piccoli.

    Ma lo sconcerto sta cedendo il passo all’angoscia man mano che nella città pontina si vanno diffondono le indiscrezioni sulle motivazioni di quella decisione. Un capo scout, un assistente per l’esattezza, è indagato con l’accusa di aver abusato dei bimbi e ogni papà e mamma dei circa 140 bambini che frequentano l’associazione teme che il proprio figlio possa aver subito abusi.

    L’ennesimo scossone nell’ambito della Chiesa pontina e del Lazio in generale, dopo quelli arrivati con l’arresto del diacono Alessandro Frateschi, anche lui di Terracina, e dell’ex dirigente di Azione Cattolica, Mirko Campoli, di Tivoli.

    Le indagini sono partite dopo un porno-ricatto subito da due ragazzini scout di 14 e 16 anni. Quest’ultimi si sarebbero visti chiedere su Instagram da quella che doveva essere una coetanea delle foto intime. A un tratto, però, sono partiti messaggi di altro tenore. Sono spuntate fuori tracce che dietro il profilo ragazzina in realtà si sarebbe celato un capo scout di 18 anni. E proprio quest’ultimo si sarebbe presentato dalle presunte vittime chiedendo loro soldi: “Conosco quella ragazza, datemi 100 euro e ci penso io. Altrimenti diffonde le vostre foto”.

    Sono partite le denunce e la polizia postale di Latina ha iniziato a indagare, sequestrando al sospettato, S.D.P. le sue iniziali, due smartphone e un tablet.

    Gli investigatori sembrano sospettare che fossero numerosi i falsi profili utilizzati dal 18enne di Terracina su Instagram e che non avrebbe contattato soltanto giovani conosciuti nel mondo scout o in parrocchia. Tanto che nella città balneare c’è inquietudine anche tra chi non frequenta l’associazione
    cattolica.

    Ma c’è di più. Ben presto è infatti emersa anche la storia di uno dei lupetti, un bambino di dieci anni, che ha raccontato nel dettaglio di aver subito abusi dal capo scout all’interno dei locali parrocchiali e gli inquirenti temono che non sia stato l’unico.

    Il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Vittoria Bonfanti, ha aperto un’inchiesta e gli investigatori da un lato stanno analizzando il materiale sequestrato all’indagato e dall’altro stanno raccogliendo testimonianze.

    L’indagato frequentava la stessa parrocchia di Frateschi, ma al momento non è ancora chiaro se vi fossero contatti tra i due

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/07/05/news/abusi_scout_bambini_terracina-423365436/

  • Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Nelle ultime due settimane, il vescovado di Malaga ha dovuto affrontare l’arresto di due preti, uno per abusi sessuali e un altro condannato per molestie per aver infranto un ordine restrittivo, e in entrambi i casi le loro azioni sono state messe in discussione. Nello specifico, nel primo caso, conosceva i fatti ma non ha indagato e si è limitato a trasferire l’imputato. Nella seconda ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di un’ordinanza restrittiva . Ma c’è di più. La diocesi di Jesús Catalá conosce da tempo – da 15 a 3 mesi – le accuse contro cinque sacerdoti sotto la sua giurisdizione, denunciate da EL PAÍS nei suoi rapporti sulla pedofilia nel clero.

    Il regolamento del Papa prevede che venga aperta un’indagine, denunciata al Vaticano e chiusa entro tre mesi. Tuttavia il vescovato si rifiuta di dare spiegazioni e di riferire sulle proprie indagini. Prevale il segreto e l’occultamento dell’accaduto ai fedeli. Non è un’eccezione, è una pratica abituale in quasi tutti gli ordini e le diocesi della Chiesa spagnola: non rivelano quello che sanno, spesso non indagano e non risarciscono. Il vescovado si limita a rispondere che “ha attuato in tutti i casi il protocollo che ha la Chiesa cattolica”.

    La gestione del vescovado in questi casi era all’epoca molto dubbia. In tutti questi casi, secondo le testimonianze, la diocesi era a conoscenza dei fatti ma si è limitata a trasferire il sacerdote accusato, oppure non ha fatto nulla. Le vittime non sono mai state prese in considerazione. Tre dei quattro precedenti vescovi della città sono sospettati di insabbiamento: Emilio Benavent, che guidò l’episcopato tra il 1967 e il 1968; Ramón Buxarrais, che ha ricoperto l’incarico fino al 1991 ed è ancora in vita, potrebbe dare delle risposte; e Antonio Dorado, andato in pensione nel 2008.

    Di seguito vengono raccontati uno per uno questi cinque casi, tutti prescritti. Málaga, con 18 casi – oltre a cinque della diocesi, altri 13 sono di ordini religiosi – è, insieme a Siviglia, la provincia andalusa con il maggior numero di casi registrati da EL PAÍS nel suo database, che attualmente registra 1.025 imputati e 2.196 vittime . In Andalusia i casi finora sono 86, consultabili nell’elenco a fine articolo.

    Caso 1: un parroco che è ancora nella sua posizione più di un anno dopo

    Il caso più rilevante, perché è ancora sacerdote in una parrocchia del centro di Malaga e ricopre incarichi nella diocesi, è quello di FCJ – viene citato con le iniziali perché c’è una sola testimonianza e di una persona che non vuole essere identificato. È accusato di abusi tra il 1996 e il 2000 a San Pedro Alcántara, dove era parroco della chiesa omonima con un profilo che si ripete in molti casi: ha fondato un’associazione missionaria giovanile. Organizzò attività estive in uno chalet vicino. Questo giornale ha comunicato al vescovato la testimonianza del fratello di una vittima nel giugno 2022 (in quel momento la vittima non si sentiva in grado di rendere la sua testimonianza), più di un anno fa. Ma in questo momento nei confronti dell’imputato non sono state prese nemmeno misure cautelari, come quella di allontanarlo dai contatti con i minorenni. EL PAÍS ha localizzato il sacerdote la settimana scorsa nella sua parrocchia, dove è tuttora attivo. Negare i fatti. Assicura inoltre che questa è la prima notizia che ha delle accuse e che il vescovado non lo ha informato né ha raccolto da lui dichiarazioni, come è richiesto quando si apre un’indagine. La diocesi, dal canto suo, lo smentisce. Afferma di essere già stato interrogato e che si stanno seguendo i protocolli della Chiesa.

    “È assolutamente inaccettabile”, lamenta con indignazione la vittima, che ha già trovato la forza di parlare direttamente a questo giornale. C’è un altro dettaglio: egli sostiene che quando si verificarono gli abusi lo dissero ai suoi genitori, che a loro volta informarono il vescovado, allora guidato da Antonio Dorado. “Hanno offerto loro dei soldi, ma li hanno rifiutati e hanno promesso loro che li avrebbero trasferiti”. Poco dopo, nel 2001, il sacerdote fu inviato a Roma. Secondo la versione data dal sacerdote si trattava di proseguire gli studi. Ritornò nel 2003 e fu assegnato alle parrocchie di Malaga. “Inoltre ha iniziato a scalare posizioni nella Chiesa”, lamenta il fratello della vittima. Fino ad oggi.

    Caso 2: il prete apparso su ‘Interviú’

    BM era uno studente di 11 o 12 anni della scuola Europa di Malaga, a metà degli anni ’80, quando arrivò un nuovo insegnante di religione, che insegnava anche nella parrocchia accanto, nell’urbanizzazione di Puertosol. Non ricorda il nome, ma ricorda cosa ha fatto: “Dal primo momento ha iniziato a toccare. Lui, come tutte le ragazze della mia classe, mi ha toccato e ferito. Quando ero in classe chiamavo le ragazze ai loro posti, ti facevo sedere sulle mie ginocchia e cominciavo a toccarti ovunque. “Era disgustoso.” Ma un giorno a scuola scoppiò uno scandalo: “Questo mostro è apparso sulla rivista Interviú ., per aver abusato di bambini in una località di Malaga. Da un giorno all’altro è scomparso e la direzione è venuta a dirci che ci era proibito parlare di questo argomento, potevano punirti o espellerti. Ma a noi bambini nessuno ha chiesto nulla, se ci avesse fatto qualcosa”.

    Un altro ex studente di quella classe. L’EPS lo conferma: “Questo prete si sedeva sulle ragazze, andava a cercare quelle più formate, che avevano già il seno, io non attiravo la sua attenzione e avevo anche molto carattere. Un giorno mi ha rimproverato per qualcosa, mi ha afferrato per i capelli e ha iniziato a picchiarmi. Sono corsa fuori e sono andata nell’ufficio del direttore, trasformata in un muffin. Sono tornato a casa, l’ho raccontato e il giorno dopo mio padre è andato a protestare, ma non c’era più. Lo avevano rilasciato. E quattro giorni dopo, che coincidenza, è apparso su Interviú . “

    BM ha denunciato il caso anche alla commissione del Difensore civico che indaga sugli abusi nella Chiesa e si è recata in vescovado a luglio per rilasciare una dichiarazione. Ma dice che non è stata un’esperienza piacevole. Non volevano dargli nessuna informazione. Inoltre non gli hanno parlato della possibilità di un risarcimento e non ha più avuto loro notizie. “Mi hanno trattato con ostilità. Ho chiesto cosa è successo a quest’uomo, perché era lì, dove è stato mandato, quali conseguenze ha avuto. Ma come se fossero sordi. “Non mi hanno detto niente.”

    EL PAÍS ha poi ritrovato quello che potrebbe essere quel numero di Interviú , del maggio 1986, con questo titolo in copertina: “Mijas. “Le foto del prete pedofilo”. Il sacerdote si chiamava Rafael Medina Marín, allora 52enne, che fu arrestato nel febbraio di quell’anno per aver abusato di due fratelli di 8 e 11 anni in questa località di Málaga, Mijas, dove era parroco almeno dal 1975. Aveva stato anche a Cartajima, Parauta e Alcaucín. A volte andava anche con la sua Renault a Malaga, dove aveva un appartamento. Secondo la stampa dell’epoca, citando fonti ufficiali, egli avrebbe confessato i fatti. Ha trascorso un mese in prigione ed è stato rilasciato su cauzione.

    Sia BM che il suo compagno credono di identificarlo nelle foto come il prete della loro scuola, ma il passare degli anni rende i loro ricordi offuscati. È lui quel professore di religione o era un altro prete apparso anche lui sulla rivista in quegli anni? Inoltre se si trattasse di due persone diverse si tratterebbe di due casi di pedofilia, non di uno. Il vescovato si rifiuta di chiarirlo. È lo stesso atteggiamento di quarant’anni fa, quando scoppiò il caso: il vicario generale, Manuel Díez de los Ríos, dichiarò a Interviú di non sapere nulla della questione: “Lui è il nostro prete, ma noi non abbiamo niente a che fare con la questione.” Anche l’attuale preside della scuola, che allora frequentava il liceo al Centro e ricopre l’incarico dal 1997, non vuole dare spiegazioni, assicura solo di non ricordare né di sapere nulla di questi avvenimenti.

    Per quanto riguarda Rafael Medina, il vescovato indica che egli lasciò il sacerdozio l’anno successivo, nel 1987, e il caso giudiziario fu archiviato. “Apparentemente c’è stato un perdono preventivo da parte delle vittime”, spiega la diocesi. Medina, in un libro sugli abusi nel clero pubblicato nel 1994, assicurava invece che si trattava di “una montatura”. Ma racconta un dettaglio interessante: “All’inizio, quando mi hanno arrestato, il vescovato ha reagito in modo strano, ma poi mons. Ramón Buxarrais mi ha offerto se volevo andare in America”.

    C’è un’altra testimonianza molto significativa dell’allora sindaco di Mijas, Antonio Maldonado, del PSOE, che ricorda bene il caso: “Quando lo arrestarono, mi chiamarono dalla canonica del vescovado per convincere la famiglia a ritirare la denuncia, e loro accettò di trasferirlo in un’altra città. Io ho risposto con ironia che se un giorno mi avessero processato avrebbero potuto farmi sindaco di un’altra città e mi hanno impiccato”.

    Caso 3: Fagiano Ligero, per decenni il grande capo scout di Ronda

    Questo giornale ha raccolto quattro testimonianze contro José Moya Fernández, diacono di Ronda che almeno dagli anni Ottanta guidava il gruppo scout del comune, con sede nei locali della chiesa di Santa Cecilia, imparentato con i Salesiani e il cui soprannome all’interno dell’organizzazione era Pheasán Ligero . Era il capo del gruppo scout di Ronda , Fernando I, e presidente dell’Associazione Scout Andalusa (ASA), creata nel 1983 e oggi defunta, che riuniva una ventina di gruppi della regione. Era un’autorità nel mondo scoutAndaluso da decenni, e la sua base era a Ronda e nella sua fattoria La Llana, a Jimena de Libar, una cittadina vicina, dove viveva e organizzava campi, anche nei fine settimana. È lì che dormiva spesso con minorenni e, secondo le testimonianze raccolte, sono avvenuti abusi, toccamenti e Fellazioni. I gruppi con cui ha avuto rapporti sono emersi nelle parrocchie dei comuni andalusi delle province di Málaga, Cadice, Huelva e Siviglia: Lepe, Cartaya, Algeciras, Algodonales, Zahara de la Sierra, Taraguilla, San Roque, Lebrija, Puente Mayorga, Almonte , Palma del Condado, Atajate, Palos de la Frontera, Torrox.

    Tutte le testimonianze indicano che i loro abusi erano vox populi. Le prime notizie raccolte su di loro risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1986, un capo di un clan scout di Cadice, che all’epoca aveva 19 anni, racconta di aver scoperto cosa stava succedendo quando almeno cinque bambini, tra i 12 e i 16 anni, si rifiutarono di tornare nel campo di Pheasán Ligero e denunciato abuso. Hanno poi contattato i colleghi di Ronda, i quali hanno confermato che anche loro erano a conoscenza di almeno tre casi e stavano preparando un rapporto da consegnare a un’autorità e agire. Questo ex scout assicura che il vescovado di Malaga è stato informato. In quegli anni c’era anche Ramón Buxarrais.

    Poi c’è stato un incontro molto teso tra Moya e i capi reparto: “Là era come un dio, aveva molto potere ed era molto ben collegato con la Chiesa, con il consiglio comunale. Abbiamo parlato con gli avvocati, ma le famiglie non hanno voluto essere coinvolte nei processi, soprattutto a Ronda, dove aveva molto appoggio. Volevano che lo facessimo a Cadice. Alla fine non è stato fatto nulla. In quell’incontro ci ha minacciato e ha detto che lo stavamo diffamando. Alcuni lo difesero, ma diversi gruppi abbandonarono l’organizzazione. Col tempo, molti altri iniziarono a rendersi conto di ciò che stava accadendo e si separarono da lui. Ci hanno detto: avevi ragione”. Ci fu una scissione e chi se ne andò creò un’altra organizzazione scout .

    Light Pheasant continuò al suo posto. Tre anni dopo, nel 1989, secondo Tomás, nome fittizio di un ex scout che non vuole rivelare la sua identità, abusò di lui. “Era tra il 1989 e il 1992, quando avevo tra gli 11 e i 14 anni. Succedeva sempre nella sua fattoria a La Llana, dove rimanevamo a dormire molte volte”. I suoi genitori lo hanno inserito negli scout “proprio per togliermi dalla strada, per proteggermi, ma come facevano a sapere che avrei trovato questo lì?” Circa 15 anni fa scrisse un racconto sulla sua esperienza, accusando per nome il capo scout , e lo pubblicò su un forum internet. Ha circolato in tutti questi anni e può ancora essere letto. Afferma inoltre di averlo inviato in forma anonima a varie istituzioni, anche se nessuna della Chiesa.

    Un’altra testimonianza è successiva, di Francisco OG, che è stato nei Ronda Scouts dal 1996 al 2001, dall’età di 13 anni: “Penso che fosse un assoluto predatore di bambini. Ci ha sempre provato con me, ma ero un bambino volitivo. Ricordo che una volta mi punì per qualcosa al campo. La punizione era dormire con lui. Una quarta testimonianza degli stessi anni, rimasta nel gruppo fino al 2003, ripete la stessa cosa. “Non mi è mai venuto in mente di toccarmi i capelli. Sapeva molto bene chi e come attaccare. Persone con bisogni affettivi, emotivi, con problemi”.

    Moya, in quanto diacono, era autorizzato a celebrare la Parola, senza dare la comunione. “Era tutto molto settario, molto misogino, perché odiava le ragazze e l’ultraortodossia cattolica”, ricorda questo quarto testimone. “Di notte si vestiva con una specie di tunica, celebrava la parola, faceva l’omelia, non faceva la consacrazione, faceva la comunione consacrata e la distribuiva. “Era un uomo forte della Chiesa di Ronda, conosciuto nei vescovadi”. Ogni anno organizzava viaggi a Roma, racconta il testimone, nei quali dormiva anche con minorenni e attraverso i suoi contatti otteneva un’udienza dal Papa.

    Caso 4: il sacerdote che celebrò la prima messa in basco nel 1959

    Nel 1970, apparve al León un sacerdote molto particolare Disse di essere gesuita, anche se la Compagnia assicura che lasciò l’ordine nel 1953: ”Le ragioni non sono indicate. Ha chiesto le sue dimissioni volontarie e le ha accettate”. Veniva da Bilbao, dove aveva celebrato la prima messa in basco nel 1959, nella chiesa di Arrazola, a Bizkaia. Gestiva anche un residence per minorenni vicino a Bilbao, secondo un riferimento del quotidiano ABC., che parla delle offerte di aiuto ricevute al consolato spagnolo in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960: “Oggi un sacerdote di rito orientale, padre Ballester Viú, direttore della residenza Santa María de Derio, ha indirizzato una commossa lettera in cui esprime il suo desiderio per accogliere nel suo istituto alcuni bambini rimasti senza casa a causa della catastrofe”. Ballester, 35 anni, ha trascorso del tempo a Gerusalemme e ha vissuto in uno chalet a Derio dove “per anni ha portato due o tre ragazzi arabi a imparare lo spagnolo, studiare o imparare un mestiere”. A quel tempo, secondo il giornale, alloggiavano due giordani, un russo e sei figli di lavoratori di Biscaglia. Il sacerdote fu sempre assegnato alla diocesi di Bilbao, ma per ragioni sconosciute intorno al 1970 si trasferì a Malaga.

    I bambini sono stati attratti dalle messe di rito orientale. “Per noi era qualcosa di molto nuovo, erano cerimonie più colorate, i chierichetti vestiti con vesti colorate e il prete portava un cappello come gli ortodossi, molto incenso”, ricorda Antonio Agudo, uno studente della scuola che, secondo a quello che dice, ha subito molestie. . Lo ha segnalato al difensore civico. Il sacerdote costituì allora un gruppo chiamato Congregazione Mariana de la Inmaculada y San Francisco de Borja, che aveva la sua sede nel quartiere El Palo, in un luogo della chiesa di Angustias. Lì confluivano gli studenti della scuola e del quartiere. Nell’ambiente di questa associazione ci sono almeno altre quattro vittime dei loro abusi, raccontano Agudo e Francisco Barba Cañete, che la frequentavano in quegli anni.

    Ballester, secondo queste testimonianze, approfittava dei viaggi per commettere i suoi abusi. È il caso di Antonio Agudo, in gita scolastica a Madrid. “Con me è nata una grande amicizia, mi ha portato a casa in macchina, al cinema e durante il viaggio di fine anno mi ha proposto di condividere la stanza. Non volevo, ma non sapevo come dire di no. Quando siamo andati a letto, ha suggerito di unire i letti in modo che potessimo parlare tranquillamente. Ha iniziato a fare battute e a toccarmi. Alla fine ci siamo addormentati e all’alba mi sono svegliato perché ho notato che mi accarezzava le natiche. È stato orribile, mi sono sentito malissimo. La notte successiva ho chiuso a chiave la porta e non l’ho lasciato entrare.” Il sacerdote, al ritorno, nel tentativo di avvicinarsi a lui, gli ha sottoposto le domande finali dell’esame.

    Il modus operandi era lo stesso dei casi denunciati da Francisco Barba, di cui venne a conoscenza tramite altri quattro colleghi. Approfittò dei suoi viaggi per celebrare la messa con il rito melchita in diverse parti della Spagna, portando ogni volta un chierichetto diverso. “Uno mi ha detto che la prima cosa che ha fatto in albergo è stata unire i letti e proporre una rissa in mutande. “Poi ho iniziato a giocare.” Alla fine uno dei ragazzi lo ha raccontato a casa, raccontano Agudo e Barba, e i loro genitori sono andati a parlare con il vescovo, sempre Ramón Buxarrais. “Lo trasferirono intorno al 1975, ma a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia del quartiere Cruz del Humilladero, dove fondò un’altra congregazione”.

    Un altro membro del gruppo, JCMM, che subì anche lui uno dei loro attacchi, afferma di averlo detto personalmente allo stesso vescovo, Ramón Buxarrais, due anni dopo, intorno al 1977. Era responsabile di una comunità cristiana di base e tenne un incontro con lui. “Abbiamo parlato un po’ di tutto e lui mi ha chiesto della congregazione di Ballester, e io gli ho detto che lì c’era un problema. Mi ha chiesto quale e gli ho detto che il problema era che a questo prete piacevano i bambini. “Mi ha guardato stupito e ha detto che lo avrebbe scoperto.” Ma ha continuato a Malaga. Poco si sa della sorte di questo sacerdote nei tre decenni successivi. Morì a Madrid nel 2006, all’età di 82 anni, ed era ancora sacerdote della diocesi di Bilbao.

    Caso 5: il leader carismatico di un movimento giovanile negli anni Sessanta

    Un altro sacerdote accusato di abusi è il DEWP, una personalità carismatica divenuta famosa come fondatrice di un gruppo cattolico. Fu ordinato sacerdote a Malaga nel 1956 e la sua prima destinazione fu la parrocchia di Santa María de la Amargura, in un quartiere umile della città. «Avevo circa 10 anni quando arrivò questo prete che stava creando una specie di congregazione con bambini e giovani – ricorda JC – Il giovedì pomeriggio ci mostrava dei film. Ha portato a casa anche i bambini. Quell’anno abusò di me in diverse occasioni. La prima volta mi fece spogliare perché voleva sapere se ero un uomo normale o gay. Non capivo cosa stesse succedendo. L’ultimo è stato in sagrestia, dove ha tentato di violentarmi. Non l’ho mai detto a nessuno, anche se ho visto con i miei occhi come ha toccato un altro bambino. Anni dopo l’ho raccontato a un collega di allora e lui mi ha detto che anche lui soffriva la mia stessa cosa”. JC racconta che anni dopo chiese un appuntamento all’allora vescovo di Malaga, Ángel Herrera Oria. “Ma il vicario generale non ha permesso che si svolgesse questo incontro, mi ha detto che mi avrebbero chiamato e non ho più avuto notizie. Il vescovo poi morì”.

    Alla fine, racconta, ha parlato con il prete. “Come unica conseguenza, hanno trasferito questo molestatore in una parrocchia vicina, dove ha continuato la sua opera”, conclude. A quel tempo, nel 1968, il vescovo era Emilio Benavent Escuín, compagno di classe dell’imputato, secondo la vittima. Il sacerdote continuò con il suo gruppo giovanile, che negli anni si espanse in tutta la città e in tutta l’Andalusia. È ancora attivo e si venera il suo fondatore. Il DEWP è morto nel 2005, all’età di 76 anni.

    https://elpais.com/sociedad/2023-10-09/un-jefe-scout-y-un-cura-que-salio-en-interviu-cinco-acusaciones-de-pederastia-que-el-obispo-de-malaga-no-quiere-aclarar.html?ssm=TW_CC

  • Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova – L’incubo durante il campo estivo in Val Pellice, in Piemonte. Marta (il nome è di fantasia per tutelare la privacy della minorenne), studentessa genovese di tredici anni, partecipa al raduno con i compagni della parrocchia di Genova.

    È durante questa vacanza che subisce abusi sessuali ad opera di un volontario della struttura. Un richiedente asilo di 34 anni originario del Gambia che da quel giorno si è reso irreperibile ma su cui pende una condanna per violenza sessuale aggravata su minore a tre anni e sei mesi di reclusione.

    Nelle scorse settimane il tribunale di Torino lo ha condannato in primo grado in contumacia. L’uomo era arrivato in Italia ed era finito affidato ad una associazione di volontariato che collaborava con la parrocchia aveva organizzato il raduno scout. E di cui Marta faceva parte.

    Le indagini che hanno portato all’identificazione del volontario sono state condotte dalla squadra mobile di Genova a cui si sono rivolti i genitori della giovane.

    I fatti risalgono all’estate di tre anni fa. Marta, appassionata scout, era partita per la Val Pellice e precisamente con i compagni per un campo estivo nella zona. E qui che erano scattati gli abusi sessuali. Due almeno quelli che hanno contestato e riconosciuto i pm torinesi che hanno seguito il caso. La giovane aveva raccontato delle violenze subite ai genitori al ritorno a casa. E così erano scattate le indagini della sezione reati contro la persona della squadra mobile.

    I poliziotti, diretti dal primo dirigente Stefano Signoretti, avevano ricostruito quanto accaduto ma soprattutto avevano identificato il volontario accusato delle violenze sessuali sulla ragazzina. Lo stesso nel campo estivo aveva il compito di occuparsi delle pulizie della struttura, di cucinare e curare l’area verde esterna.

    In prima battuta il giovane, sentito dalla polizia, aveva negato ogni addebito spiegando di essere «assolutamente estraneo alla vicenda». «Non ho fatto nulla a quella ragazzina – aveva giurato sentito in questura a Genova – Si è trattato di un fraintendimento». Nei suoi confronti non era stata spiccata dalla Procura alcuna misura cautelare in attesa dei successivi atti d’inchiesta.

    E però da quel giorno il volontario di origine gambiana ha fatto perdere le proprie tracce. Non ha partecipato alle udienze e si è reso irreperibile. E non è escluso che non appena la sua sentenza passerà in giudicato venga spiccato nei suoi confronti un ordine di arresto internazionale.

    Il richiedente asilo è stato assistito nel procedimento penale dall’avvocato di Torino, Riccardo Magarelli che ora sta valutando se presentare appello contro la sentenza di primo grado dei giudici. Magarelli era stato contattato dall’associazione di volontariato genovese.

    Determinante per arrivare alla condanna, l’incidente probatorio che ha visto la studentessa raccontare davanti ai giudici quanto avvenuto all’interno del campo estivo. Racconti, con l’ausilio di uno psicologo, che hanno permesso di ricostruire gli abusi sessuali.

    La famiglia della studentessa vittima delle violenze si è costituita parte civile nel procedimento. Ed è stata assistita nel corso del procedimento penale dall’avvocato Silvia Lorenzino.

  • Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    ROVIGO – È accusato di aver riservato attenzioni a sfondo sessuale a una decina di ragazzini, alcuni dei quali di età inferiore ai 14 anni, dei quali aveva la responsabilità in qualità di capo scout.
    Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, i cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui.

    Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA
    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 maggio,  alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA
    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA
    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/scout_pedofilia_condannato_capo-6726161.html

  • ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    di Gianluca Amadori – Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui. Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA

    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 Maggio, alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA

    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA

    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    IL GAZZETTINO – 1 giugno 2022

  • Abusi sui minori, i capi scout di Irlanda e Regno Unito sono stati coinvolti in oltre 250 casi

    Abusi sui minori, i capi scout di Irlanda e Regno Unito sono stati coinvolti in oltre 250 casi

    255 persone sono state condannate nel Regno Unito e in Irlanda per reati di abuso sessuale su minori, avvenuti tra gli anni Cinquanta e oggi. In tutti i casi, i responsabili di questi abusi erano capi scout. Il quotidiano The Guardian ha pubblicato un’analisi che solleva diversi dubbi su come il tema delle violenze sui minori venga affrontato dall’associazione.

    I casi analizzati dall’inchiesta riguardano diversi tipi di reati, tra cui istigazione allo stupro, aggressione, voyeurismo e creazione di immagini pornografiche. Alcuni episodi sono molto recenti: un esempio è quello di Oliver Cooper, condannato a 6 anni di carcere nell’ottobre dello scorso anno per tre accuse di aggressione sessuale nei confronti di due bambine di sei anni, e per aver scattato fotografie oscene a un bambino. O ancora, quello di Graham Avison, arrestato per cinque anni e sette mesi dopo essersi dichiarato colpevole di quattro accuse di aggressione sessuale tra il 1991 e il 1995 nei confronti di un ragazzo.

    Abbie Hickson fa parte del team di avvocati che si è occupato di raccogliere il report di tutti gli abusi: «La Scout Association dovrà fare molto di più per proteggere la sicurezza dei suoi scout dagli aggressori sessuali in futuro. Il clima che c’è in questo momento rischia di facilitare gli abusi, anche involontariamente».

    E ancora: «Ci deve essere una cultura della trasparenza e della fiducia e devono essere prese misure a tutti i livelli dell’organizzazione in modo che gli abusi sessuali all’interno degli scout siano attivamente prevenuti».

    Il The Guardian ricorda anche il caso dei Boys Scout of America, l’associazione di scout statunitense che è entrata in bancarotta per fare fronte a tutte le accuse di molestie ricevute. Solo questa settimana i responsabili dell’associazione hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo da 850 milioni di dollari con gli avvocati che rappresentano le oltre 60 mila vittime di abusi.

    https://www.open.online/2021/07/25/abusi-sessuali-minori-capi-scout-irlanda-regno-unito/