Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: web stories

  • Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    Fabrizio De Andrè “Faber” – Genova

    IL PRETE PEDOFILO CHE MOLESTÒ FABRIZIO DE ANDRÉ

    Avevo dodici anni e, come tutti i figli di papà, frequentavo le medie all’Arecco dai gesuiti dove studiava tutta la Genova bene. Avevamo un padre spirituale, si chiamava B.P., che ogni mattina ci raccontava delle musse di dottrina, insomma ci spiritualizzava. Io allora avevo i pantaloni corti, data l’età.

    Una mattina mi infila una mano su per i pantaloncini. Io che da sei anni bazzicavo via Piave e via Trieste, a tirarmi i sassi con gli amici, queste cose le sapevo.

    E così ho capito subito, mi sono divincolato e sono scappato per i corridoi, urlando: Il padre B.P. è un buliccio.

    Dopo sette giorni arriva a mio padre una raccomandata che lo informa della mia espulsione.
    Mio padre mi chiede che cos’è questa storia, io gliela racconto e lui va dal provveditore agli studi e fa un casino.

    Morale: il prete viene cacciato dall’istituto.

    Da: Fabrizio De André. Amico fragile – Cesare G. Romana.

    https://www.facebook.com/photo?fbid=1451892032975145&set=a.639004217597268

  • Un peso durato decenni

    Un peso durato decenni

    di Sylvie Debelyak – “La mia famiglia era molto religiosa”, inizia Christian. “Le visite a domicilio del sacerdote erano un grande onore per la famiglia”.

    Queste visite, che per il ragazzo allora dodicenne assumevano ripetutamente una piega le cui piene implicazioni egli comprese solo anni dopo, come lui stesso descrive. Con il pretesto di una visita familiare, il prete si recò a casa loro diverse volte. Era molto rispettato nel villaggio, continua Christian. Molto popolare. E un messaggero di Dio. “Il suo desiderio era un ordine per me. Non avevo voce in capitolo”, dice. Nemmeno quando gli fu detto di “accompagnare rapidamente il prete al piano di sotto”.

    Le aggressioni sono iniziate in una piccola stanza in fondo alle scale del condominio a più piani. “Si assicurava sempre che non ci fosse nessuno. E io non avevo la forza fisica per difendermi. Ero paralizzato. Quindi non ho avuto altra scelta che restare immobile e lasciare che accadesse”, ha detto Christian.

    All’età di dieci anni, si trasferì con la famiglia da Bolzano in un ambiente più rurale, dove servì come chierichetto per molti anni. Il sacerdote iniziò presto a sfruttare questo stretto rapporto con lui, nel 1988 e nel 1989. Anche durante i mesi estivi trascorsi in un maso, non era al sicuro dalle avances del sacerdote: “Mi seguì e mi offrì un passaggio. Nessuno lo contestò. Ciò che era iniziato in macchina con parole gentili e lusinghe si trasformò rapidamente in ulteriori abusi. Si fermò nell’aia della fattoria poco prima di raggiungere la strada principale”, racconta Christian.

    Solo dopo quasi due anni trovò finalmente il coraggio di liberarsi dagli abusi del prete: “In quel momento, provai solo profondo disgusto e repulsione. Tanto che mi strappai di dosso, scappai dalla macchina e tornai di corsa alla fattoria”.

    La violenza fisica finì quel giorno. Ma non si sentiva ancora veramente libero. Tornato nel suo ambiente familiare, il prete lo punì con il rifiuto e la costante ignoranza. “Come se fossi invisibile”, dice Christian. “Questo ostracismo sociale è stata l’ennesima punizione per me”.

    Inoltre, era tormentato da sensi di colpa: “Mi sentivo in colpa per aver rifiutato l’amicizia. Dopotutto, lui era il braccio destro di Dio per me. Se l’avessi alienato, avrei commesso un errore anche davanti a Dio”. Il peso fu quindi molto pesante nel tempo che seguì.

    Invece di confidarsi con qualcuno – “non sarebbe stato comunque possibile” – ha cercato di reprimere l’accaduto, continua Christian: “In una situazione del genere, si è sopraffatti da un forte senso di vergogna. È un sentimento silenzioso ma molto efficace che in ultima analisi protegge solo il pedofilo, mentre la vittima soffre”.

    Nel corso degli anni, si è ritirato sempre di più dalla vita sociale. “Ho messo su famiglia, ho una moglie amorevole e solidale e dei figli meravigliosi. Ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a ritrovare me stesso”, racconta Christian. Alla fine, ha deciso di cercare un aiuto professionale. Da diversi anni segue regolarmente una terapia psicologica. “Avrei voluto che qualcuno me l’avesse consigliato molto prima. È una bella sensazione perché mi alleggerisce gradualmente il peso di decenni di sofferenza”, spiega Christian. Vuole anche incoraggiare altre persone affette da problemi simili ad aprirsi e ad accettare un aiuto professionale. “Guarire significa anche affrontare il dolore”.

    Christian non ha perso la fede, sebbene la sua fiducia nell’istituzione sia stata gravemente scossa: “Sono ancora credente. Ma non ho più bisogno di intermediari”.

    Inoltre, nel maggio 2024, contattò ufficialmente per la prima volta la diocesi di Bolzano-Bressanone. Rendere pubblica la notizia fu per lui una sorta di “mossa liberatoria”, ma il risultato fu deludente. Seguì un iter burocratico attraverso le autorità ecclesiastiche e statali: promemoria, e-mail, telefonate tra il Vicario Generale e la Procura. Alla fine, la diocesi stessa presentò una denuncia alla Procura. “Per loro era la via più semplice”, afferma Christian. In questo modo, non poteva sporgere denuncia personalmente e, poiché la prescrizione era comunque scaduta, la diocesi non aveva nulla da temere. Alla fine, il caso fallì per effetto della prescrizione legale. “Ma la prescrizione significa automaticamente che non è successo nulla? Significa che non si è verificata alcuna sofferenza, che non si devono assumere responsabilità, che non sono possibili ulteriori indagini?”, chiede Christian.

    Parallelamente, era in corso un procedimento canonico. Nel dicembre 2025, l’autorità vaticana competente annunciò l’archiviazione “pro nunc”, sebbene il sacerdote accusato non fosse stato ascoltato durante l’inchiesta, come di consueto in qualsiasi altro tribunale. Il sacerdote accusato continua a svolgere il suo ufficio fino ad oggi, incluso il suo lavoro con bambini e giovani. Altre due persone hanno presentato dichiarazioni scritte contro il sacerdote in questione, note alla diocesi.

    “Dopo due anni, non ho sperimentato né la verità – che ciò che è accaduto venga riconosciuto – né giustizia”, ​​afferma Christian. “La diocesi predica molto, ma non dice la verità alle vittime. Alla fine, succede troppo poco. Questo è paralizzante, e non è appropriato per le persone colpite”.

    Chiede pertanto con urgenza che i punti di contatto gestiti dalla Chiesa siano sostituiti da organismi indipendenti. “Il controllo esterno e la trasparenza sono fattori fondamentali per le necessarie indagini sui casi di abusi commessi dal clero”, ha concluso Christian.

    Nel frattempo, il suo fascicolo si accumula tra i casi chiusi, tra i tanti che restano invisibili al Dicastero.

    Per informazioni

    In Italia, negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Dopo un lungo periodo di limitata attenzione pubblica, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sotto la presidenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale nel 2022. Questo rapporto ha nominato 613 presunte vittime i cui casi erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche nel 2020 e nel 2021. Tuttavia, questi casi – come il caso dei cristiani e altre recenti segnalazioni di abusi – sono da allora in gran parte scomparsi dalla consapevolezza pubblica.

    Lo studio rimane fortemente criticato perché si è trattato di un progetto di raccolta dati interno alla Chiesa, controllato dalla stessa CEI e metodologicamente molto limitato. A differenza di altri Paesi, non è stata nominata alcuna commissione nazionale d’inchiesta indipendente e i dati coprono solo un breve periodo di riferimento e le diocesi partecipanti. I casi sono gestiti canonicamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano; le indagini statali sono condotte separatamente. Ad oggi, non ci sono informazioni sull’effettiva esistenza di un processo canonico per alcuni casi.

    Inoltre, i vescovi hanno sottolineato che non si tratta di un problema strutturale, ma piuttosto di singoli “casi isolati”. Critici e gruppi di pressione come Rete L’Abuso accusano quindi la Chiesa di dare priorità alla protezione dell’istituzione piuttosto che a un’indagine approfondita.

    Un caso particolare in Italia è il rapporto sugli abusi della diocesi di Bolzano-Bressanone, pubblicato nel gennaio 2025. Redatto da uno studio legale tedesco esterno, è considerato la prima vera indagine indipendente condotta da una diocesi italiana. Nel periodo dal 1964 al 2023, sono stati identificati 67 casi probabili o confermati di abuso. Dopo la sua pubblicazione, altre vittime si sono fatte avanti, quindi i numeri continuano ad aumentare. Tuttavia, secondo Rete L’Abuso (la rete italiana anti-abuso), anche questo studio manca della necessaria implementazione. Lo stesso autore del rapporto ha parlato di “fallimento totale sistemico” in un convegno organizzato dalla diocesi nel novembre 2025.

    https://www.tageszeitung.it/2026/03/01/jahrzehntelange-last/

  • Abusi messi a tacere: la storia di Miguel Hurtado, vittima di pedofilia nella Chiesa

    Abusi messi a tacere: la storia di Miguel Hurtado, vittima di pedofilia nella Chiesa

    La Chiesa ha messo a tacere, mette a tacere e probabilmente continuerà a mettere a tacere gli abusi commessi dal suo clero. Almeno finché non si interverrà. Miguel Hurtado è vittima di questi abusi.

    Un monaco dell’Abbazia di Montserrat ha abusato di lui per un anno intero quando era adolescente. Da allora, ha lottato contro questo silenzio ed è diventato una figura di spicco a livello internazionale nella lotta contro tali abusi.

    Ora parla anche nel libro “Il Manuale del Silenzio”.

    Abbiamo parlato con lui.

  • Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    VENOSTA. Gernot Paulmichl oggi ha 60 anni – una moglie e tre figli di 25, 23 e 16 anni – ma si è deciso a parlare degli abusi subiti da bambino solamente un anno fa dopo aver visto il film “(K)einen Ton sagen – Non più silenzio” proiettato in tante sale, compresa quella di Silandro.

    Nel documentario girato dal regista austriaco Georg Lembergh fra l’Alto Adige e il Tirolo del Nord quattro voci femminili vittime di abusi sessuali confessano le pressioni subìte per non parlare. A quel punto anche Gernot ha scelto di uscire allo scoperto: «Sono stato invitato da una conoscente che faceva la co-protagonista e ho deciso, dopo tanti anni, di raccontare quello che mi era successo in Parrocchia». Il primo media a rendere pubblica la sua storia è stato il “Vinschgerwind” con Magdalena Dietl Sapelza ma oggi Gernot l’ha ripetuta anche a noi.

    Quanti anni aveva?

    Tutto è accaduto quando avevo dai 6 agli 8 anni. Venni invitato ad andare in canonica per confessarmi. La confessione si trasformò in un abuso sessuale da parte del parroco con la motivazione che avevo un’anima nera, che ero posseduto da spiriti maligni e dovevo essere purificato. Ci fu anche un esorcismo e venni invitato a non dirlo a nessuno.

    E a casa sapeva di non poter dire niente, sebbene lei fosse la vittima..

    Sì, mi sentivo in colpa, ero impotente e rimasi in silenzio, anche perché sapevo che mio padre non tollerava alcuna contraddizione, tantomeno quando si trattava di preti. Provai a parlarne con una zia ma mi fermò con uno schiaffo. In quel periodo venni invitato a confessarmi circa 50 volte. Non ero l’unico vittima di abusi, il prete poi fu allontanato ma non ebbe conseguenze.

    Il problema fu, poi, che lo incontrò più avanti anche in val Pusteria. Giusto?

    Sì, ero andato a Sesto a lavorare in un albergo per guadagnarmi i primi soldi da studente. Il prete mi cercò con insistenza temendo che potessi parlare degli abusi.Poi fece il servizio militare nei paracadutisti a Pisa.

    E cosa accadde?

    Quel prete arrivò anche a scrivere al cappellano militare. Quest’ultimo entrò nella mia stanza e mi mostrò una lettera del mio ex aguzzino, in cui quest’ultimo scriveva che ero un’anima malvagia, non degna di guidare un gruppo di 12 persone.

    A quel punto lei fu spedito in Libia. Perché?

    Mi chiesero ancora prestazioni sessuali ma rifiutai inorridito. Poi venni spedito in Libia come ritorsione. In Nord Africa dovevamo liberare il deposito di petrolio di Gheddafi vicino a Tripoli, occupato dai ribelli. Due membri del mio gruppo – un giardiniere e un gelataio – persero anche la vita e questo causò altro dolore.

    Poi, una volta a casa, cercò di condurre una vita normale. Come?

    Sì, ho gestito un negozio di souvenir a Solda, mi sono formato come massaggiatore sportivo, mi sono sposato e sono diventato padre di tre figli. In quegli anni ho cercato di evitare la chiesa il più possibile.

    Però alla distanza è venuto fuori tutto e lei ha iniziato ad attraversare una crisi profonda. È esatto?

    Sì, un giorno tutto mi è crollato addosso. Pensavo di non farcela e sono sprofondato in una depressione profonda. Ho iniziato a bere e non riuscivo più gestire la quotidianità.

    Per curarsi è stato nel centro specializzato di Bad Bachgart. È corretto?

    Sì, la prima volta nel 2002 e l’ultima a ottobre-novembre 2025. In totale ci sono stato cinque volte per un totale di quasi un anno di permanenza. Ma all’inizio di questo percorso ho comunque taciuto gli abusi subìti.

    Lei ha cercato di reprimere a lungo i suoi ricordi che sono venuti fuori solo di recente, a Bad Bachgart. Grazie a chi?

    Sì, il mio psicoterapeuta Eduard Senoner è riuscito a incoraggiarmi e a farmi dire ciò che avevo nascosto per decenni. Ora anche mia moglie e i figli sono al corrente della situazione e questo mi fa sentire meglio. Non sto benissimo di salute e ho dovuto smettere di lavorare presto.

    C’è una cosa che l’ha aiutata soprattutto negli ultimi anni?

    Sì, mi sono dedicato alla filosofia. Forse anche per questo ho una piccola richiesta per i sacerdoti altoatesini.

    Quale?

    Vorrei confrontarmi faccia a faccia con loro sull’aldilà, sul posto in cui l’anima vive dopo la morte.

    https://www.altoadige.it/cronaca/gernot-paulmichl-ho-sub%C3%ACto-abusi-in-parrocchia-gi%C3%A0-da-piccolo-1.4289738

  • Klaus – Bolzano

    Klaus – Bolzano

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  • Gino – Carpineto Romano

    Gino – Carpineto Romano

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  • Aurelio – Carpineto Romano

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  • Kamil Jarzembowski – Preseminario Pio X

    Kamil Jarzembowski – Preseminario Pio X

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  • Marco – Preseminario Pio X

    Marco – Preseminario Pio X

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  • Emanuela Orlandi – Città del Vaticano

    Emanuela Orlandi – Città del Vaticano

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