Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: 3 novembre

  • In Italia mancano ancora le indagini sugli abusi della chiesa

    In Italia mancano ancora le indagini sugli abusi della chiesa

    Pauline Valkenet 3 novembre 2021, 08:52 – Colpisce la dichiarazione del sacerdote e teologo tedesco Hans Zollner, all’inizio di ottobre. Il tedesco, che consiglia papa Francesco sulla dolorosa e spinosa questione degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, è sembrato sollecitare la Conferenza episcopale italiana ad avviare un’indagine approfondita su tali abusi in Italia. Perché Zollner ha dichiarato al quotidiano italiano La Repubblica poco dopo la pubblicazione in Francia di un corposo servizio al riguardo: “Le chiese cattoliche di altri Paesi dovrebbero ora avere lo stesso coraggio della chiesa francese. Spero che anche l’Italia si attivi. L’unico modo è quello della verità e dell’onestà”.

    Il rapporto francese è opera di una commissione d’inchiesta indipendente, nominata dalla Conferenza episcopale francese nel 2018. I ricercatori hanno cercato negli archivi dei tribunali, della polizia e delle chiese e hanno interrogato i testimoni. Hanno concluso che circa 216.000 bambini e giovani all’interno della Chiesa cattolica romana sono stati abusati sessualmente dal clero dal 1950. Quattro vittime su cinque erano ragazzi. I ricercatori hanno anche stimato il numero dei colpevoli: circa tremila.

    Hans Zollner potrebbe aver fatto riferimento all’Italia in particolare perché è così plausibile che gli abusi sessuali si siano verificati qui almeno altrettanto spesso. Dopotutto, quasi l’80 per cento degli italiani si definisce cattolico; è la religione predominante. Anche la sede mondiale della Chiesa è in mezzo a loro.

    Ovunque, anche nel borgo più schizzinoso, ci sono chiese cattoliche. I pastori nelle loro lunghe vesti nere fanno parte della scena di strada italiana tanto quanto le vespe e gli espresso bar. Eppure gli abusi sessuali sui bambini all’interno della Chiesa italiana non sono stati ancora scrutinati, figuriamoci in un ampio rapporto riassunto in parole e cifre come è avvenuto ora in Francia. In precedenza, erano già state condotte ricerche sull’entità degli abusi da parte di sacerdoti negli Stati Uniti, in Australia, Irlanda, Paesi Bassi e Germania, tra gli altri.

    Nessun effetto Le vittime di abusi in Italia reagiscono con scetticismo alla dichiarazione di Zollner. “Me ne scrollo di dosso”, dice Francesco Zanardi, soffiando il fumo dalla sigaretta.

    Zanardi (51) è il presidente dell’Associazione italiana vittime di abusi ecclesiastici Rete l’Abuso. Da ragazzo è stato abusato e violentato da un prete per molti anni. Tutto è iniziato nel 1981, quando aveva tredici anni. Nel 2010 Zanardi fonda l’associazione. Sono 1.300 le vittime registrate da Rete l’Abuso. Durante una videochiamata dalla sua casa di Savona, nel nord dell’Italia, Zanardi dice: “Perché penso che le parole di Zollner non avranno effetto? Perché nel 2019, come rappresentante delle vittime di abusi a Roma, ho fatto visita al Papa e gli ho chiesto chiarezza e chiarimenti.

    Devi conoscere e capire un problema prima di poterlo risolvere. Ne avevo già discusso con altri alti funzionari del Vaticano. Dissero tutti: “Hai ragione, dobbiamo fare qualcosa”. Ma ciò che conta sono le azioni. E non ce ne sono. “Lo scandalo degli abusi all’interno della Chiesa cattolica va avanti da oltre vent’anni; Paese dopo Paese, la sconvolgente verità sta emergendo. Ma non in Italia. Non ci sono statistiche. Il fenomeno non è oggetto di indagine. Non esiste un fondo per il risarcimento delle vittime. Il governo, la chiesa, il parlamento… non hanno mai fatto nulla in quella direzione».

    Mappa piena di puntine rossi Rete l’Abuso ha raccolto gli unici dati sugli abusi all’interno della chiesa italiana. Il sito web contiene una mappa interattiva piena di spille rosse con informazioni sui sacerdoti condannati. Cioè 160. Se clicchi sul sud Italia, ad esempio, leggerai: ‘Don N. R., condannato a Foggia a due anni e due mesi di reclusione nel 2007 per maltrattamento di bambine in confessionale’. E al nord: “A Lombardore, Don P. M. ha fatto una sega ai ragazzi. Nel 2010 gli sono stati chiesti quattro anni e due mesi”.

    Rete l’Abuso ha raccolto anche i dati degli ecclesiastici in attesa di giudizio o che sono stati denunciati: si tratta anche di circa 160.

    Basandosi sui numeri francesi, l’allegro presidente dell’associazione osa fare una stima approssimativa della reale portata di questo crimine in Italia negli ultimi sette decenni. “La matematica non è un’opinione”, dice e accende un’altra sigaretta.

    “In Francia ci sono 22mila sacerdoti, di cui 3000 perpetratori. Ciascuno di essi ha causato in media 72 vittime. In Italia ci sono 57.000 sacerdoti, quasi il triplo. 8000 sacerdoti che hanno abusato ciascuno di 72 bambini: ciò significa circa mezzo milione di vittime. E poi siamo ancora nella parte bassa, perché il rapporto francese conta solo le vittime che sono ancora vive. Ma quanti non sono morti per droga, alcol o suicidio? Non lo sappiamo”. L’attività era scaduta L’italiano medio non avrà idea di questa potenziale dimensione. L’abuso sessuale all’interno della loro chiesa non è mai stato oggetto di dibattito pubblico. L’unico caso di rilievo che ha ricevuto molta attenzione mediatica è stato quello della scuola cattolica per bambini sordomuti Antonio Provolo di Verona. Nel 2008, 67 ex studenti hanno accusato di abusi i 25 sacerdoti che li avevano istruiti. Non ci sono state azioni legali perché i casi erano prescritti.

    Da allora, i media hanno regolarmente riportato altri casi di abusi in chiesa. Uno dei più recenti, ad esempio, è quello di don Giuseppe R. Il chierico è stato arrestato in Sicilia ad aprile dopo che un uomo di 28 anni lo aveva denunciato; aveva 16 anni quando sarebbero iniziati gli abusi di R.. Il vescovo locale aveva offerto alla vittima del silenzio denaro e aveva cercato altri modi per tenere la faccenda nascosta; R. era stato trasferito in una diocesi del nord Italia.

    Ma il 7 ottobre è iniziata la causa contro di lui. I giornali e le agenzie di stampa online ne parlano, e il ben visto programma The Hyenas ha mandato in onda un lungo servizio sulla televisione nazionale, completo di un vescovo che schiva le domande difficili del giornalista.

    Tre libri sulla pedofilia Tuttavia, il giornalista Federico Tulli (55) ritiene che il modo in cui il giornalismo italiano tratta gli abusi sessuali all’interno della chiesa sia forse la ragione principale del fatto che in Italia non è stata condotta alcuna indagine.

    Tulli lavora per il settimanale Sinistra e ha scritto tre libri sulla pedofilia all’interno della chiesa. Nella luminosa redazione, a due passi dall’imponente Cattedrale di San Giovanni in Laterano a Roma, il pensieroso Tulli analizza: “I giornali contengono solo brevi storie di singoli delitti, come quello di Don R.. Questo dà al lettore la l’impressione che si tratti di casi isolati. I giornali non dipingono mai un quadro completo degli abusi in tutto il paese nel corso degli anni. Non spiegano come i preti pedofili siano stati sistematicamente trasferiti in altre parrocchie.

    Perché il Corriere della Sera non ci dedica mai due pagine intere? L’hai rivisto in ottobre: ​​sono comparsi documenti sul rapporto francese, ma non hanno menzionato anche gli altri Paesi in cui sono stati rilevati abusi su larga scala da parte di sacerdoti». Il risultato, secondo Tulli, è che non c’è una massa critica di italiani che reagisce, che avvia un dibattito pubblico, che fa pressione sulla chiesa e sulla politica.

    Gli articoli sui giornali sui casi di abuso finiscono spesso con un paragrafo sulla risposta del Papa: “Francesco ha espresso rammarico per questo” o “Il Papa esprime la sua tristezza per questo caso”.

    Federico Tulli ritiene che gli autori diano l’impressione che l’amministratore delegato sia attivamente coinvolto nella questione e stia sicuramente lavorando a una soluzione. In altre parole, i lettori non devono preoccuparsene. Tulli: “Poiché molti giornalisti fanno male il loro lavoro, gli italiani hanno una visione distorta o parziale degli abusi sessuali all’interno della loro chiesa”. sottomissione psicologica Come mai i giornalisti qui sono così acritici quando si tratta di questo problema? Tulli: “Penso che molti colleghi non sappiano esattamente cosa sia la pedofilia e quanto sia dannoso per un bambino subire abusi sessuali. E c’è la sottomissione psicologica: la maggior parte dei giornalisti sono essi stessi cattolici. Quasi tutti sono cresciuti in una parrocchia. Sono sposati in chiesa, loro e le loro famiglie frequentano i sacerdoti. Molti dei miei colleghi non vogliono vedere che ci sono dei mostri lì dentro”.

    L’attenzione dei media stranieri

    Nel 2017 Matteo Mantero, allora deputato del Movimento Cinque Stelle, è stato il primo parlamentare a porre interrogazioni parlamentari sulla questione. Voleva sapere dal governo come intendesse prevenire gli abusi sessuali sui minori da parte dei sacerdoti e se intendesse risarcire le vittime.

    Le domande di Mantero non hanno mai avuto risposta. La cosa non stupisce Federico Tulli: “Ho chiesto ogni tanto a ministri e portavoce vaticani in conferenze stampa quando ci sarà un’inchiesta in Italia. La loro breve risposta è stata sempre: ‘Questo non è necessario qui’”.

    Tuttavia, alla fine porterà a un’indagine approfondita sugli abusi della chiesa? “Sì”, risponde deciso il giornalista Tulli. “Sono fiducioso che tutta l’attenzione dei media stranieri per gli abusi creerà prima o poi una breccia nella nostra società, che si sta spostando sempre più verso una società laica, anche a causa della globalizzazione. Il numero dei battesimi e dei matrimoni nella chiesa sta diminuendo, i giovani si allontanano sempre più da essa. Potrebbe esserci una situazione in cui gli italiani chiederanno che la chiesa si assuma la responsabilità di questo”.

    Ma il presidente di Rete l’Abuso risponde negativamente: “La Chiesa è troppo potente. Non sperimenterò una simile indagine nella mia vita”.

    https://www.trouw.nl/verdieping/in-italie-blijft-onderzoek-naar-misbruik-in-de-kerk-nog-altijd-achterwege~b821d2eca/

  • Don Spagnesi e quei soldi sottratti per la droga. Trentuno fedeli lo denunciano

    Don Spagnesi e quei soldi sottratti per la droga. Trentuno fedeli lo denunciano

    Prato, 3 novembre 2021 – Sono 31 le denunce – fra le accuse di truffa e quelle di appropriazione indebita – che sono arrivate in Procura e sono indicate nell’imputazione per la quale Federico Febbo e Costanza Malerba, i legali di don Francesco Spagnesi, l’ex parroco della Castellina, hanno chiesto alla stessa Procura di patteggiare una condanna a 3 anni e 8 mesi. A carico di don Spagnesi restano in piedi i reati legati alla droga (importazione e cessione di sostanza stupefacente) e quelli di truffa ai danni dei parrocchiani e di appropriazione indebita verso la parrocchia e la Misericordia.

    All’inizio i parrocchiani pronti a denunciare erano una manciata, solo 5 o 6. Poi con il passare delle settimane il loro numero è lievitato. Evidentemente dopo lo choc dei primi giorni, le persone che in buona fede avevano effettuato donazioni per accogliere la richiesta di don Spagnesi di aiutare alcune famiglie in difficoltà, hanno preso coraggio e si sono decise a seguire le orme di chi le aveva precedute.

    Quei soldi in realtà, come ammesso poi dallo stesso sacerdote, servivano per acquistare la droga dopo che la Diocesi gli aveva tolto il potere di firma a cui era legata l’amministrazione dei beni parrocchiali. L’ex parroco è stato invece sollevato dall’accusa di tentate lesioni gravi relative alla sua sieropositività e alla possibilità che avesse potuto infettare qualcuno dei partecipanti ai festini a luci rosse organizzati nella casa in cui l’ex parroco della Castellina conviveva con il compagno Alessio Regina. Entrambi erano finiti agli arresti domiciliari e per tutti e due la revoca della misura cautelare è arrivata in contemporanea.

    A dare il via libera è stato il pubblico ministero Lorenzo Gestri sia per la richiesta di patteggiamento di don Francesco sia per quella a 3 anni e 2 mesi presentata dall’avvocato Antonio Bertei, legale di Regina. Entrambi gli indagati si trovavano agli arresti domiciliari con le accuse di importazione e cessione di droga alle persone che frequentavano i festini a luci rosse organizzati nella casa della coppia. Il prossimo passaggio di una storia che ha segnato duramente la città ed il quartiere della Castellina, è fissato per il 7 dicembre, quando il gup Leonardo Chesi si dovrà pronunciare sulla congruità o meno della pena su cui accusa e difesa hanno trovato un primo accordo.

    Se anche il gup darà il proprio via libera, non si terrà alcun processo pubblico e potranno essere applicate misure alternative (sotto i 4 anni non è prevista la reclusione) per la pena, quale ad esempio l’affidamento terapeutico. Intanto don Spagnesi, dopo la revoca degli arresti domiciliari, ha lasciato il luogo protetto in cui viveva e si è trasferito in una casa di famiglia, mentre porta avanti il percorso di disintossicazione.
  • “E’ tutto vero”. Don Michele confessa gli abusi e chiede scusa alla bimba, famiglia e Dio

    “E’ tutto vero”. Don Michele confessa gli abusi e chiede scusa alla bimba, famiglia e Dio

    Ha ammesso tutti gli addebiti che gli erano stati contestati ed ha ha chiesto scusa alla vittima, alla famiglia e a Dio per quello che ha fatto. Questo in sintesi l’esito dell’interrogatorio tenutosi stamattina nel carcere di Secondigliano nei confronti di don Michele Mottola, ex parroco di Trentola Ducenta, accusato di aver abusato  una bambina di 11 anni. Difeso dall’avvocato Antimo D’Alterio, don Michele Mottola è apparso molto provato nel corso dell’interrogatorio. Le poche parole che ha pronunciato sono state quelle di scuse e di ammissione delle accuse che gli sono state fatte. L’avvocato difensore ha chiesto la misura dei domiciliari per il prete, il quale resta al momento rinchiuso nella casa circondariale di di Secondigliano. Sarà il Riesame ad esprimersi.
    Nei giorni scorsi il caso di don Michele era testato affrontato da Le Iene, suscitando scalpore anche a a Qualiano dove il parroco è originario. Nei giorni scorsi prima dell’arresto, come riportato in anteprima da InterNapoli.it, un familiare della bimba vittima degli abusi avrebbe inseguito e spronato sull’asse mediano il parroco. Quest’ultimo, costrettosi a fermare, sarebbe testato aggredito a schiaffi e pugni. Don Michele sarebbe prestato salvato dal linciaggio grazie all’intervento di due motociclisti passati di lì per caso. Don Michele è dovuto ricorrere alle cure mediche ed ha denunciato l’aggressione subita ai carabinieri.

    La vicenda

    La ragazzina non voleva più che il prete la molestasse, così ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia raccogliendo elementi rilevanti che ha consegnato in Procura e che hanno portato all’arresto dell’uomo.

    Ha fatto tutto da sola la bimba  vittima dei presunti abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, poi sospeso dalla diocesi di Aversa.

    Nei suoi confronti è statore avviato un processo canonico tuttora in corso. “Lasciami stare, non mi devi più toccare”, è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; “è solo un gioco, non facciamo niente di male” sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi rahanno raccolto anche delle testimonianze.

    L’incidente probatorio

    Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo vittima e carnefice uno di fronte all’altro; la coraggiosa bambina ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tv ‘Le Iene’ perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

    Sono stati gli uomini del Commissariato di Aversa, coordinati dal dirigente Vincenzo Gallozzi, a notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli Nord. Don Michele Mottola era già stato allontanato dalla parrocchia  il 25 maggio scorso dal vescovo Spinillo, con un “Decreto di sospensione immediate” e nei suoi confronti era stato avviato anche il procedimento per sottoporlo al processo giudiziario canonico. La stessa curia di Aversa aveva segnalato I fatti  alla Procura perché accertasse anche le sue responsabilità dal punto di vista penale.

    La vicenda era stata segnalata al vescovo di Aversa da un gruppo di fedeli della parrocchia che avevano accompagnato  la mamma della ragazza presso gli uffici della Curia vescovile per raccontare i fatti. Il caso era già stato rilanciato il 3 novembre scorso nelle trasmissione televisiva delle Iene che avevano intervistato i genitori della ragazzina molestata.

    https://internapoli.it/don-michele-mottola-confessione/

  • Arrestato un prete pedofilo: la ragazzina registra audio con il telefono

    Arrestato un prete pedofilo: la ragazzina registra audio con il telefono

    Ha fatto tutto da sola la bimba vittima degli abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta

    Arrestato don Michele Mottola, ex parroco di Trentola Ducenta. L’accusa è quella di abuso nei confronti di una bambina di 11 anni.

    La ragazzina non voleva più che il prete la molestasse, così ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia raccogliendo elementi rilevanti che ha consegnato in Procura e che hanno portato all’arresto dell’uomo.

    Ha fatto tutto da sola la bimba  vittima degli abusi di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta fino al maggio di quest’anno, poi sospeso dalla diocesi di Aversa.

    Nei suoi confronti è stato avviato un processo canonico tuttora in corso. “Lasciami stare, non mi devi più toccare”, è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; “è solo un gioco, non facciamo niente di male” sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi hanno raccolto anche delle testimonianze.

    Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo vittima e carnefice uno di fronte all’altro; la coraggiosa bambina ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tv ‘Le Iene’ perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

    Sono stati gli uomini del Commissariato di Aversa, coordinati dal dirigente Vincenzo Gallozzi, a notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli Nord. Don Michele Mottola era già stato allontanato dalla parrocchia  il 25 maggio scorso dal vescovo Spinillo, con un “Decreto di sospensione immediate” e nei suoi confronti  era stato avviato anche il procedimento per sottoporlo al processo giudiziario canonico. La stessa curia di Aversa aveva segnalato I fatti  all Procura perché accertasse anche le sue responsabilità dal punto di vista penale.

    La vicenda era stata segnalata al vescovo di Aversa da un gruppo di fedeli della parrocchia che avevano accompagnato  la mamma della ragazza presso gli uffici della Curia vescovile per raccontare i fatti. Il caso era stato rilanciato il 3 novembre scorso nelle trasmissione televisiva delle Iene che avevano intervistato i genitori della ragazzina molestata.

    E stamattina per don Michele Mottola si sono aperte le porte del carcere.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/11/08/news/arrestato_un_prete_di_trentola_ducenta_con_l_accusa_di_pedofilia-240574805/

  • Arrestato un prete di Trentola Ducenta con l’accusa di pedofilia

    Arrestato un prete di Trentola Ducenta con l’accusa di pedofilia

    Arrestato don Michele Mottola, ex parroco di Trentola Ducenta. L’accusa è quella di abuso nei confronti di una bambinadi 10 anni.

    Sono stati gli uomini del Commissariato di Aversa, coordinati dal dirigente Vincenzo Gallozzi, a notificare l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli Nord. Don Michele Mottola era già stato allontanato dalla parrocchia  il 25 maggio scorso dal vescovo Spinillo, con un “Decreto di sospensione immediate” e nei suoi confronti  era stato avviato anche il procedimento per sottoporlo al processo giudiziario canonico. La stessa curia di Aversa aveva segnalato I fatti  all Procura perché accertasse anche le sue responsabilità dal punto di vista penale.

    La vicenda era stata segnalata al vescovo di Aversa da un gruppo di fedeli della parrocchia che avevano accompagnato  la mamma della ragazza presso gli uffici della Curia vescovile per raccontare i fatti. Il caso era stato rilanciato il 3 novembre scorso nelle trasmissione televisiva delle Iene che avevano intervistato i genitori della ragazzina molestata.

    E stamattina per don Michele Mottola si sono aperte le porte del carcere.

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/11/08/news/arrestato_un_prete_di_trentola_ducenta_con_l_accusa_di_pedofilia-240574805/?fbclid=IwAR3vhI9Pm0-pW21Pr2wdwaqf-s2EIwFlzFnCSl9lvKBFvmyCtu3yRXc9y6Y

  • “Gli abusi del sacerdote e la festa fuori luogo”

    “Gli abusi del sacerdote e la festa fuori luogo”

    Leggo con autentica sorpresa che il sacerdote accusato di violenza sessuale (avendo tentato più volte e in luoghi diversi di abusare sessualmente tra il 2005 e il 2007 di un minorenne), domenica scorsa ha ricominciato a celebrare Messa, accolto festosamente dalla comunità parrocchiale di Randazzo. Ciò è stato possibile perché la Cassazione, dopo la condanna subìta dallo stesso in primo piano e secondo grado, ha dichiarato estinto il reato per avvenuta prescrizione.

    Ma la prescrizione non significa per nulla assoluzione, perché una cosa è essere assolti ne merito, tutt’altra è essere prescritti. Il dubbio resta, anche perché il condannato non ha rinunziato, pur potendolo, alla prescrizione.

    Né convincono le motivazioni con cui il sindaco, nell’intervista riportata, ha liquidato la delicata questione, giustificando in toto il comportamento del prete, sol perché il tribunale ecclesiastico (cui ha attribuito una più che discutibile patente di superiorità rispetto a quello ordinario), lo avrebbe giudicato non colpevole. Molto probabilmente senza nemmeno aver letto tale statuizione, il cui contenuto non è stato reso pubblico dalla Diocesi, la quale si è limitata a diffonderne unicamente le conclusioni (“non consta che egli abbia compiuto il delitto”).

    “Non consta”, però, non ha il medesimo significato di “non ha”: indica semplicemente l’impossibilità da parte del giudicante di appurare la veridicità dei fatti, tanto da non aver ritenuto che gli elementi a carico dell’imputato potessero condurre a un totale proscioglimento. Quindi, una specie di assoluzione per insufficienza di prove.

    A questo deve aggiungersi che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso agli effetti civili, condannando il ricorrente (cioè il sacerdote) al pagamento delle spese per il grado di giudizio di legittimità, dandogli la possibilità di promuovere l’azione risarcitoria in sede civile. E ciò è fonte di ulteriori dubbi sul comportamento dell’imputato, peraltro, è bene ribadire, sanzionato da parte dei giudici del merito (gli unici che hanno affrontato la questione sotto il profilo giuridico), con una condanna, confermata in appello.

    E allora, fermo restando che soltanto i due protagonisti della vicenda possono sapere quale sia stata la verità, di cui dovranno principalmente rispondere alla loro coscienza, forse sarebbe stato più confacente che la Chiesa, “se proprio” doveva reintegrare il religioso nelle sue funzioni sacerdotali, lo avesse destinato ad altra parrocchia geograficamente distante, e che i fedeli, “se proprio” volevano il ritorno di quel parroco, si fossero limitati ad una accoglienza meno entusiastica, anche per il rispetto dovuto alla vittima di questo drammatico evento.

    Claudio Melchiorri

    (trascrizione da La Sicilia, spazio “Lo dico alla Sicilia”, del 3 novembre 2019)

  • Padre Vignon, bene le nuove norme di Francesco sugli abusi, ma speriamo che vescovi e cardinali le seguano

    Padre Vignon, bene le nuove norme di Francesco sugli abusi, ma speriamo che vescovi e cardinali le seguano

    Parla il sacerdote francese che è stato licenziato per aver lanciato una petizione che chiedeva le dimissioni del cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione, accusato di aver coperto un prete pedofilo

    di PAOLO RODARI

    CITTÀ DEL VATICANO

    “È un testo tecnico che aiuterà ad affrontare i problemi degli abusi e le coperture. Il Motu Proprio “Come una madre amorevole” non era a mio avviso abbastanza concreto. Soprattutto perché la richiesta di creare un tribunale per giudicare i vescovi non è stata eseguita. Ora invece tutti coloro che vogliono denunciare un prete, un vescovo o un superiore religioso, possono farlo con regole precise. I diritti dello Stato sono rispettati (articolo 19) e sono definiti i reati e i reati di abuso (articolo 1, paragrafo 1 a) nonché le nozioni di minore, persona vulnerabile e pornografia infantile. Da notare che nella nozione di persona vulnerabile vengono presi in considerazione i fenomeni di influenza nell’abuso di potere. Durante la sua audizione al Senato della Repubblica francese, il futuro presidente della Conferenza episcopale, mons. Eric de Moulins-Beaufort, ha dichiarato che avrebbe lavorato affinché i sacerdoti non venissero giudicati solo da altri sacerdoti, come è menzionato negli articoli 10-14 del Motu Proprio Delicta Graviora. L’articolo 15 autorizza già la Congregazione per la Dottrina della Fede a derogare a questo requisito, ma si spera che la richiesta di Moulins-Beaufort venga presa in considerazione. L’ultimo Motu Proprio è ben fatto, potrebbe essere migliorato tenendo conto delle critiche delle vittime e delle loro associazioni, e aiuterò a dare inizio a un concreto lavoro di pulizia. Non possiamo che ringraziare le vittime che hanno gridato forte e Francesco perché le ha ascoltate. Sarebbe invece una nuova catastrofe per la Chiesa se cardinali e vescovi usassero questo testo per continuare a occupare il proprio posto proteggendosi da eventuali accuse”.

    Così padre Pierre Vignon, giudice ecclesiastico delle province di Lione e Clermond-Ferrand, che dopo venticinque anni di servizio è stato accompagnato alla porta per aver lanciato una petizione che chiedeva le dimissioni del cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione e “primate delle Gallie”, accusato di coperture a un prete pedofilo. La petizione raccolse oltre centomila firme, ma Vignon è stato in ogni caso destituito dal suo ruolo.

    Padre, il cardinale Barbarin si è dimesso. Se lo incontrasse oggi cosa gli direbbe?
    “Sarei amichevole e cortese, ma aspetterei di vedere come reagisce prima di parlare. Barbarin ha un atteggiamento selettivo con i suoi interlocutori. Sovente non presta attenzione a ciò che gli si dice e si ha l’impressione che cerchi di raggiungere i suoi scopi piuttosto che ascoltare. Dubito, comunque, che sarà nel giusto stato d’animo per parlare. Infatti, ha detto pubblicamente nel processo che non riconosce ciò per cui è stato giudicato colpevole”.

    Lei è stato licenziato per le accuse di insabbiamento mosse a Barbarin. Cosa ricorda di quei momenti?
    “Mi ha colpito l’incoerenza della reazione dei vescovi. Fu subito chiaro che era un intervento personale e solitario del cardinale. I vescovi di Francia, in particolare quelli della regione Auvergne-Rhône-Alpes, hanno dovuto seguire il cardinale per non essere disuniti. Per questo motivo ho presentato ricorso alla Signatura apostolica che, spero, difenderà maggiormente la giustizia e la verità. Non solo il mio licenziamento non è conforme alla legge, ma non è giusto. Non sono stato licenziato per aver fatto male il mio lavoro, ma per aver detto la verità su Barbarin. Deplorare il proprio capo non è causa di licenziamento, tranne quando prevale l’arbitrarietà. Ho avvertito i vescovi che sarebbe stato più saggio non punirmi perché ciò li avrebbe ridicolizzati di fronte all’opinione pubblica, cosa che non è mancata con una petizione di sostegno di quasi 75mila persone. Per giustificare il suo atteggiamento controverso davanti ai vescovi nell’assemblea di Lourdes del 3 novembre il cardinale ha parlato di un errore temporale. Quando la stampa lo ha rivelato, ho risposto che per me era stato un errore di casting!”.

    Ha mai parlato col Papa del suo caso?
    “Non vedo perché parlare con il Papa della mia situazione. È un grande difetto nella gerarchia cattolica, come avveniva nella ex Unione Sovietica, quello di addossarsi sempre una responsabilità che è invece tua così da non far pagare le conseguenze al colpevole. Barbarin è andato a ripararsi dal Papa, piuttosto che accettare ciò che gli è stato rimproverato dall’opinione pubblica. Per minimizzare l’opinione pubblica si parla di linciaggio e di attacco alla Chiesa, cosa non giusta. Quando uno è responsabile, deve sapere come sostenere la realtà. È molto sorprendente che l’atteggiamento diretto e chiaro di un semplice sacerdote destabilizzi l’intera organizzazione del governo nella Chiesa. Tanto che, per ripristinare l’equilibrio, è meglio zittire l’oratore. Sfortunatamente ciò che mi sta accadendo è il segno di una profonda crisi nel governo della nostra Chiesa”.

    Diversi vescovi in tutto il mondo hanno insabbiato e ancora insabbiano i casi di pedofilia. Perché?
    “Dipende da quali sacerdoti vengono scelti come vescovi. Per decenni, abbiamo favorito coloro che hanno dato assicurazione di docilità assoluta. Così ci sono vescovi sempre più autoritari, come successe nella Chiesa di Francia con il cardinale Lustiger che chiedeva a sacerdoti un’obbedienza non più religiosa, ma militare. Ora, nella dottrina della Chiesa, il sacerdote è un collaboratore del vescovo e non un subordinato. Quello che mi rimproverano implicitamente è che mi sono comportato da leale collaboratore e non da subordinato”.

    Un anno e mezzo fa il Vaticano ha seppellito il cardinale insabbiatore Law in Santa Maria Maggiore, nel cuore della Roma cristiana. Le sembra giusto?
    “Ero molto amico di un prete americano molto intelligente che purtroppo è morto di cancro. Mi ha spiegato la personalità del Cardinale Law. Sfortunatamente ciò che è successo a lui è la manifestazione di ciò che deve essere riformato nella Chiesa e che i suoi leader non vogliono affatto. La Curia e l’alta gerarchia della Chiesa cattolica sono un ambiente di persone che pensano di essere principi senza esserlo. In ogni caso, a parte alcune rare eccezioni di umili cardinali, non hanno valore. A forza di dare loro del Monsignore e dell’Eccellenza, finiscono per crederci. Il cardinale Law era protetto dal sistema nel modo più spudorato. È stato sorprendente che Francesco abbia presieduto i suoi funerali. Forse non poteva fare altrimenti, ma è stato un errore. Ha fatto sapere alle vittime che erano meno importanti per la Chiesa di un cardinale. La revoca del cardinale McCarrick è stato invece un messaggio migliore”.

    C’è chi sostiene che i casi di pedofilia siano per la maggior parte soltanto casi ascrivibili a rapporti omosessuali fra un adulto e un giovane. Ritiene corretta questa lettura?
    “È chiaramente una manipolazione. Da un lato, c’è un’alta percentuale di omosessuali nella gerarchia cattolica che è stata appena mostrata dal libro di Frederick Martel, Sodoma, mentre dall’altro vi è un altrettanto alta percentuale di pedofili. La pedocriminalità attacca i bambini fino alla pubertà. Un omosessuale maschio brucia nel desiderio di giovani o di uomini. Penso sia grave mescolare queste due inclinazioni. In questo modo, i tradizionalisti neoconservatori confermano implicitamente le dichiarazioni di Martel. E preferiscono riconoscere l’omosessualità della gerarchia cattolica piuttosto che accettare che alcuni dei suoi membri siano chiaramente pedofili”.

    Altri dicono che la pedofilia c’è ovunque e che contro la Chiesa vi sia accanimento. Cosa pensa?
    “È un modo per negare la realtà. Nel libro della Genesi, quando Dio fa una domanda, rispondiamo: non sono io, è lei (Eva). Continuiamo a negare il cancro che sta divorando la Chiesa. È ovvio che la pedofilia è universale, ma ciò non giustifica il fatto di non guardare alla realtà di ciò che sta accadendo. Francesco ha spiegato in modo luminoso che la radice di questi abusi è nel clericalismo, vale a dire nello stupro di coscienza, l’abuso di potere e, infine, l’abuso sessuale. La pedocriminalità è resa ancora più odiosa che altrove quando viene eseguita da un prete, specialmente perché alcuni di questi pervertiti spiegano alle loro vittime che lo fanno nel nome di Dio. Non dobbiamo rifiutare ciò che si presenta per noi come l’ora del giudizio di Dio. Con la vox populi è la vox Dei che ci parla. Francesco ha fatto bene a ringraziare i media per la serietà del loro lavoro. È un peccato accusare i giornalisti che fanno il loro lavoro con deontologia. Preferisco l’atteggiamento di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi quando dice che c’è in loro una cattiva condotta come quella che non si trova neppure tra i pagani. Per me, il senso spirituale di questa crisi è che la gerarchia cattolica deve recuperare l’umiltà che ha perso. Finché i nostri leader continueranno a pronunciare sentenze e spiegheranno che non hanno niente a che fare con questo, gli scandali continueranno a piovere. Cercare l’umiltà in modo sincero, accettare la realtà che le vittime sopravvissute presentano, è ai miei occhi la via migliore per uscire da questa crisi. Questo è ciò che dice Sant’Antonio nelle sue lettere: ho visto il diavolo diffondere le sue reti nel mondo. E solo l’umiltà che permette di scappare ai reti che il demonio stende sul mondo”.

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/05/10/news/padre_vignon_bene_le_nuove_norme_di_francesco_sugli_abusi_ma_speriamo_che_vescovi_e_cardinali_le_seguano-225903975/

  • “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    “Nostro figlio abusato dal don di cui si fidava” – CASO DON GALLI – PARLANO I FAMIGLIARI DI ALESSANDRO BATTAGLIA

    di Serena Agostani

    INTERVISTA – La parola ai genitori del ragazzo che fu abusato dal sacerdote quando era adolescente. Dal processo è emerso che l’arcivescovo di Milano, pur informato dell’accaduto, decise di non denunciare il prete ma anzi di spostarlo in un altro oratorio (a Legnano)

    “Perché la Chiesa non fa niente?” “Tolleranza zero sui pedofili: dal Papa ci aspettiamo coerenza”

    LEGNANO – “Io e mio marito siamo rimasti cattolici praticanti, ma profondamente addolorati perché il dramma degli abusi sessuali da parte del clero non viene preso in considerazione seriamente dalla Chiesa: fanno “qualcosa” solo se c’è una denuncia e se intervengono i giornali. E questo è molto triste”.

    Cristina Balestrini, parla per esperienza personale: suo figlio Alessandro Battaglia, 22 anni, fu abusato da un sacerdote quando era adolescente e, prima di ottenere giustizia, ha dovuto scontrarsi – denuncia la famiglia – “con l’omertà dei vertici della Chiesa”.

    Chiesa che pure lei e il marito Ettore Battaglia, continuano a frequentare. “Non è facile conservare la fede quando si è costretti ad affrontare un’esperienza come la nostra – spiega la donna accogliendoci in soggiorno, dove fanno bella mostra di sé un crocifisso e una Bibbia aperta su un leggìo, insieme al fratello Giovanni Balestrini –, quando si vede il proprio figlio devastato al punto tale da tentare il suicidio per ben quattro volte. Ma noi siamo convinti che Dio non c’entri, e che a sbagliare siano le persone. Lo stesso non si può pretendere da Alessandro: lui, che è cresciuto in parrocchia, dov’era attivissimo, ora non vuole più saperne e dice spesso che i suoi figli non vedranno mai l’interno di una chiesa. Fortunatamente, seppure con moltissima fatica, sta cercando di provare a vivere una vita “normale”. In questi anni è sempre stato affiancato da psichiatri, le sue condizioni sono finalmente migliorate quando ci siamo affidati a un terapeuta specializzato nella gestione dei disturbi post-traumatici”.

    I fatti, per i quali lo scorso 20 settembre è stata pronunciata la sentenza di primo grado, risalgono al 2011 e avvennero a Rozzano, dove la famiglia Battaglia risiede ancora oggi. Sette anni dopo, i giudici del Tribunale di Milano hanno condannato il prete, don Mauro Galli, originario di Cislago, a sei anni e quattro mesi di reclusione. Una sentenza che ha avuto vasta eco anche a Legnano, dove il sacerdote prestò servizio nel 2012.

    Una sentenza che per la famiglia di Alessandro non è coincisa con la fine della sua battaglia, anzi. “Da qualche mese ho deciso di collaborare attivamente alla Rete L’abuso – racconta la madre del giovane –, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero. Condividere la nostra esperienza con altri è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, per dire loro di non sentirsi sole. E anche Alessandro, dopo sette anni, ha deciso di “metterci la faccia”.” Una svolta non semplice, che non è arrivata dopo la condanna di don Mauro Galli, ma qualche giorno prima, a Berlino, durante il meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. “Lì si è trovato davanti una parete con una cinquantina di nomi – prosegue Cristina Balestrini –, quando gli è stato spiegato che era un modo di ricordare i ragazzi abusati dai sacerdoti che si erano suicidati ha capito di essere un sopravvissuto. E ha sentito l’urgenza di uscire allo scoperto per dire a tutti che quando si è vittima di violenza, bisogna denunciare e farlo subito”.

    Una consapevolezza che Alessandro e la sua famiglia hanno maturato tardi. “Noi per primi – ammette la donna – abbiamo commesso l’errore di non rivolgerci alle forse dell’ordine. Da cattolici, la prima cosa che abbiamo fatto è stata informare il nostro parroco. Ci eravamo illusi che bastasse questo affinché la giustizia facesse il suo corso, invece di siamo accorti solo dopo, a nostre spese, che nulla si muoveva. Anzi, quando abbiamo saputo che don Mauro Galli, su cui pendeva il sospetto di pedofilia, era stato spostato a Legnano, di nuovo a contatto con i giovani, siamo rimasti allibiti. La scelta, presa da don Mario Delpini, che allora era vicario episcopale e che pure sapeva tutto, ci ha gettato nello sconforto e ha aperto in noi una caso di coscienza: che cosa sarebbe potuto succedere ad altri ragazzi? Allora abbiamo iniziato a risalire tutta la gerarchia ecclesiastica scrivendo a vescovi e cardinali. Certo non avremmo immaginato di dover arrivare fino al Papa. Ora il Santo Padre non può sostenere di non sapere o di essere male informato come per il caso del Cile, chiediamo dunque coerenza. Francesco predica la “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili, allora perché si tollera che un prete si porti a letto un minore e un vescovo consapevolmente semplicemente lo sposti ancora a contatto con i minori?”.

    PROCESSO – IL TRIBUNALE DI MILANO LO HA CONDANNATO A SEI ANNI E QUATTRO MESI

    La sentenza è arrivata giovedì 20 settembre. Colpevole. Così la quinta sezione penale del Tribunale di Milano ha giudicato don Mauro Galli, a processo con l’accusa di aver abusato sessualmente di un ragazzino di 15 anni.

    Il sacerdote, 39 anni, nativo di Cislago, ha prestato servizio anche a Legnano: nel 2012 fu vicario nella parrocchia di San Pietro al quartiere Canazza e responsabile della pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. I fatti contestati avvennero a Rozzano nel 2011, e il suo trasferimento nella città del Carroccio sarebbe stato motivato proprio dalla decisione, presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, all’epoca vicario di zona, di trasferire il prete ad altro incarico dopo la segnalazione fatta dai genitori del ragazzo ai parroci della cittadina (don Galli aveva ammesso subito di aver dormito nello stesso letto con il minorenne, negando però gli abusi).

    Il pubblico ministero Lucia Minutella aveva chiesto una condanna a dieci anni e otto mesi di reclusione. L’imputato, fuori dal processo, aveva versato 100mila euro di risarcimento ai famigliari del ragazzo, che non si sono costituiti parti civili. Il collegio, presieduto da Ambrogio Moccia, oltre a condannare il prete a sei anni e quattro mesi di reclusione, ha anche disposto il divieto per l’ex parroco di avere contatti con minorenni, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

    La difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Zanchetti, ha preannunciato che ricorrerà in appello.

    I fatti avvennero tra il 19 e il 20 dicembre 2011, nella canonica di Rozzano dove abitava don Galli, che aveva l’incarico di vicario parrocchiale nel comune dell’hinterland milanese. Lì il ragazzo aveva trascorso la notte, su invito del sacerdote, “In vista delle attività di preghiera previste per il giorno successivo”. Davanti ai giudici il prete aveva ammesso di aver dormito nel letto matrimoniale con il 15enne, nonostante ci fossero altri letti a disposizione, ma aveva negato ogni contatto: stando alla deposizione resa in aula, don Galli si era difeso sostenendo di non aver mai “abbracciato” né “toccato” il giovanissimo.

    Il quale ha sempre raccontato un’altra verità, ora sancita dalla sentenza di primo grado.

    “Le sofferenze del ragazzo e dei suoi famigliari – ha sottolineato il pubblico ministero nella requisitoria – non possono essere ripagate da un pagamento in denaro”. Anzi, secondo Minutella, vi è “una discrasia evidente nella difesa dell’imputato data dall’avere risarcito un danno che si ritiene di non aver cagionato”.

    A breve saranno rese note le motivazioni della sentenza.

    LA POSIZIONE DELL’ARCIDIOCESI

    “Abbiamo gestito il caso con scrupolo e coscienza”

    Dall’Arcidiocesi nessun commento sulla lettera aperta che i famigliari di Alessandro Battaglia hanno scritto al Santo Padre.

    Sull’intera vicenda don Mauro Galli, la Chiesa di Milano si è affidata esclusivamente a comunicati ufficiali e a quelli rimanda i giornalisti. Nel giugno 2017, pochi giorni prima dell’avvio del processo penale che vedeva il sacerdote cislaghese imputato per violenza sessuale ai danni di un minore, l’Ufficio Comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi aveva rivendicato di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza”, provvedendo “cautelativamente a sollevare don Mauro dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi” e sottolineando che il trasferimento era “avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale della famiglia del ragazzo”.

    Alla conclusione del procedimento giudiziario, lo scorso 20 settembre, ha espresso “vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto” ricordando che “mentre la giustizia fa il suo corso, l’Arcidiocesi resta in attesa dell’esito del processo canonico a carico di don Mauro Galli affidato alla responsabilità del Tribunale Ecclesiastico”.

    LA LETTERA APERTA DEI FAMIGLIARI DELLA VITTIMA AL PAPA – “Delpini sapeva e si limitò a spostare don Galli, ora faccia spontaneamente un passo indietro”

    “Caro Papa Francesco, siamo quella famiglia che da ormai sette anni ha visto la propria vita sconvolta dal tragico episodio dell’abuso sessuale subito da nostro figlio Alessandro da parte di un sacerdote di Rozzano, don Mauro Galli, che pochi giorni fa è stato condannato, in primo grado, a sei anni e quattro mesi di reclusione”.

    Inizia così la lettera aperta che la famiglia di Alessandro Battaglia ha scritto al Santo Padre, della quale riportiamo ampi stralci.

    “In questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti Sacerdoti, Vescovi, Cardinali, a partire dalla Chiesa locale, quella diocesana fino alle più alte istituzioni ecclesiastiche e ai tuoi più stretti collaboratori. Ci siamo affidati alla Chiesa fin dal primo giorno e abbiamo continuato a credere ed affidarci, in un crescendo di interlocutori, sempre più autorevoli.

    Le risposte aberranti o gli inspiegabili silenzi, ci hanno costretto a continuare in questo percorso fino ad arrivare a te, caro Papa Francesco, ormai già da diversi anni (la prima volta che ti abbiamo scritto direttamente risale al 2015).

    Oggi purtroppo sono finiti gli interlocutori e forse si sta anche spegnendo la speranza di essere ascoltati.

    Questa volta ti scriviamo con questa modalità perché non possiamo tacere e non possiamo lasciare nulla di intentato, e non possiamo nemmeno non commentare la nota stampa pubblicata il giorno della sentenza dal portavoce del nostro arcivescovo Mario Delpini: “L’Arcidiocesi di Milano prende atto della conclusione del procedimento giudiziario di primo grado a carico di don Mauro Galli. Esprime vicinanza al ragazzo coinvolto, alla sua famiglia e a tutti coloro che hanno ingiustamente sofferto”.

    Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni. Come potrai riscontrare, se lo vorrai, tante persone, tante istituzioni, centinaia di pagine, Vescovi, Cardinali, che sanno e che hanno un nome e cognome. In diversi ci hanno risposto firmando le loro lettere, sono persone e istituzioni alle quali ci siamo rivolti, nella massima fiducia e speranza, anche se questa fiducia, progressivamente, veniva minata e sminuita dalle risposte o non risposte.

    Caro Papa Francesco noi ti abbiamo cercato tanto, creduto e preso sul serio, abbiamo denunciato alla Chiesa facendo nomi e cognomi come tu esortavi quando, anni fa, avevi fatto l’identikit del buon sacerdote, colui che sa ed ha il coraggio di denunciare con nome e cognome…

    Probabilmente abbiamo sbagliato perché, forse, ti riferivi solo ai sacerdoti, tuttavia noi invece ti abbiamo preso sul serio, ci siamo fidati e abbiamo denunciato esplicitamente il comportamento dell’Arcivescovo Mario Delpini e del Vescovo Pierantonio Tremolada. Ci hanno ringraziato ufficialmente e per iscritto, elogiando il nostro coraggio, come a dire che tutti dovrebbero seguire l’esempio da te insegnato, ma purtroppo non abbiamo trovato alcun riscontro a tale elogio… le solite frasi di circostanza.

    Ti abbiamo creduto quando hai promulgato in forma di Motu Proprio “Come una madre amorevole” la preziosa indicazione circa la rimozione dei Vescovi per causa grave, esplicitando chiaramente, e con forza, il caso di omissione per i reati di abuso sessuale.

    Le cose tuttavia non sono andate esattamente come oggi “indegnamente” pretende di esprimere la Diocesi di Milano citando la sua vicinanza a noi. Forse abbiamo un concetto di “vicinanza” leggermente diverso.

    È la stessa Diocesi che in questi anni ci ha formalmente diffidato, riservandosi di chiederci il maggior danno? La stessa Diocesi che ci intimava il silenzio quando insistentemente scrivevamo in Vaticano prima della nomina dell’Arcivescovo Delpini?

    È la vicinanza concreta espressa nella nostra Diocesi, dove il Buon Arcivescovo non ci ha mai contattato, se non per interposta persona, esclusivamente per ipotizzare la richiesta del maggior danno (ci sono i documenti, le diffide). Nessun altro ci ha chiamato, tranne don Alberto Rivolta, unico flebile e fragile legame tra la chiesa e nostro figlio, ma che, a settembre 2018, è stato trasferito in un’altra parrocchia da mons. Delpini.

    Ci ha onestamente spiazzato anche il tuo attuale Nunzio Apostolico per l’Italia Cardinale Emil Paul Tscherring, quando ben prima che tu nominassi l’Arcivescovo Delpini quale rappresentante all’attuale Sinodo dei Giovani, ci annunciava per iscritto, con piacere, che finalmente ora tutta questa vicenda era direttamente nelle tue mani: ci era sorto il dubbio che le decine di lettere che ti avevamo scritto e le risposte del tuo precedente nunzio Apostolico, Cardinale Adriano Bernardini, non ti fossero mai giunte.

    Il comunicato della Diocesi di Milano, da quasi un anno pubblicato sul sito ufficiale www.chiesadimilano.it intitolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” ci spiega che il “povero” Delpini dal 2011 sapeva solo che il prete aveva portato nel letto il minore, descrivendo nel dettaglio il tipo di letto.

    Ma se Delpini sapeva perfettamente dal letto e proprio per questo motivo scelse di spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori e incaricato dalla pastorale giovanile, come si concilia con la spiegazione offerta dal suo consulente in aula?

    Noi non sappiamo se quanto scrivono i giornali … gli scandali che emergono in questo ultimo periodo, le migliaia di persone coinvolte… non sappiamo se tutto sia perfettamente ricostruito, quali siano le reali responsabilità.

    Ma sappiamo per certo che la nostra storia, sofferta, vissuta e non voluta, è tutta vera: in questo caso non abbiamo bisogno dei giornalisti, se non per riuscire a fartelo sapere.

    Lo sappiamo per certo: non perché ci affidiamo alla nostra memoria o eventuali suggestioni dovute all’inevitabile coinvolgimento personale, ma semplicemente perché, ancora una volta, ci eravamo fidati della Chiesa, avevamo preso alla lettera il suggerimento di un sacerdote, padre Aleardo, che ci disse in modo perentorio – sorprendendoci e lasciandoci basiti – di “documentare tutto, registrare tutto, scrivere, archiviare, duplicare i contenuti, fare un diario quotidiano, archiviare sms, chat, incontri…” Allora non capivamo.

    Ora possiamo dire “grazie” per questo misterioso suggerimento: ci restituisce una estrema serenità.

    Possiamo dimostrare tutto oggettivamente, senza commettere errori di interpretazione, grazie quindi alla Chiesa che, se pur in modo aberrante, dobbiamo onestamente riconoscere ci ha spesso risposto inaspettatamente.

    Tutto questo proclamare la “Tolleranza Zero” e poi?

    L’ermeneutica del 2018?

    Quindi quando un Vescovo come mons. Delpini o mons. Tremolada spostano un prete accusato di pedofilia da una parrocchia all’altra, sapendo con certezza che quantomeno il sacerdote si era portato a letto un minore, sta insabbiando il caso oppure semplicemente non se ne vuole occupare?

    Nella “Tolleranza Zero” questi casi si possono semplicemente rubricare come errori accettabili?

    Caro Papa Francesco, noi ti avevamo creduto quando nel 2014 dicevi che i Vescovi avrebbero dovuto rendere conto se non avessero esercitato il loro servizio di pastori per la protezione dei minori:

    “… mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

    Non avremmo mai immaginato che solo poco dopo, nel 2018, avresti tollerato che gli stessi Vescovi avessero potuto viceversa scegliere di non occuparsi degli abusi dei loro sacerdoti rendendoti persino orgoglioso.

    Caro Papa Francesco, consentici infine un suggerimento per l’Arcivescovo Delpini ma anche per il Vescovo Tremolada (magari illuminati dall’esempio del Cardinale Wuerl): se è vero che Delpini ti vuole tanto bene, forse potrebbe aiutarti in questa triste vicenda evitandoti di dover rispondere o non rispondere a questa lettera.

    In entrambi i casi ci sarebbe una chiara presa di posizione da parte tua.

    I fatti stessi dimostrano e dimostreranno le tue decisioni e le tue posizioni nel merito. Se davvero ti vogliono bene (come l’8 settembre mons. Delpini ha proclamato commosso in Duomo e tanta gente ha applaudito), potrebbero fare spontaneamente un passo indietro rinunciando alla carica.

    Al di là della sentenza di secondo grado o canonica questo aspetto riguarderebbe esclusivamente il profilo penale rispetto al sacerdote: nulla varierebbe invece rispetto alla condotta del Vescovo che sapeva con certezzo che lo stesso prete aveva quantomeno portato a letto un ragazzino, e lo ha semplicemente spostato come se nulla fosse.

    Gli chiediamo questo coraggioso gesto per rispetto nei tuoi confronti, non per noi”

    Cristina Balestrini, Ettore Battaglia, e zio Giovanni

    UN’ONDA VIOLA CONTRO GLI ABUSI SESSUALI DEL CLERO: I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO TRASPARENZA E GIUSTIZIA

    Un’onda viola – il colore liturgico del dolore, del lutto e della penitenza – contro gli abusi sessuali del clero e il silenzio che troppo spesso li copre. È quella che si è alzata sabato 3 novembre in 37 Paesi del mondo, Italia compresa, in occasione della Giornata mondiale dei sopravvissuti, le persone che, dopo aver subito una violenza da parte di un prete, hanno continuato a vivere. Le associazioni che si occupano di abusi all’interno della Chiesa hanno fatto un flash mob, esponendo un grande striscione in inglese in cui vengono denunciati i crimini sessuali.

    Nel nostro Paese i manifestanti hanno scelto piazza San Marco a Venezia perché il loro richiamo potesse diffondersi in tutto il mondo. A promuovere la giornata è stata l’associazione Rete L’abuso, che riunisce i sopravvissuti alle violenze del clero (e della quale fanno parte anche il giovane Alessandro Battaglia e i suoi genitori Ettore Battaglia e Cristina Balestrini), in collaborazione con Eca (Ending clergy abuse, un’organizzazione internazionale di attivisti per i diritti dei bambini e delle vittime che si sono unite in una causa comune per sfidare la Chiesa a proteggere i minori dagli abusi del clero e aiutare le vittime a trovare una giustizia reale nella loro vita).

    La data scelta non è casuale: il 3 novembre si celebra infatti san Martino de Porres, il santo patrono della giustizia sociale. E proprio giustizia e trasparenza sono state le richieste dei manifestanti per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Tre le richieste fatte al Papa: La prima: “Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale”. La seconda: “Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero”. E poi ancora: “Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali”.

    “A Venezia è andata molto bene – racconta Cristina Balestrini –, diverse persone si sono fermate a chiedere informazioni e anche sui social c’è stato un notevole richiamo con interventi un po’ da tutto il mondo. Purtroppo Alessandro non è venuto, sabato non stava benissimo”. Ma i suoi genitori erano in piazza anche per lui, oltre che per tutti coloro che come lui sono stati costretti a soffrire nel silenzio e nella vergogna, ai quali hanno voluto dire: “Tu sei creduto, tu sei amato, noi siamo qui per te”. “Che cosa significa per la mamma di una vittima – si domanda Cristina Balestrini – mettersi in gioco partecipando a eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”. Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendono che denunciare i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture) non è un attacco verso il Papa o verso la Chiesa. ricercare la verità e la giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa, e non è quella che ti aspettavi”.

    (trascrizione da Settegiorni Alto Milanese del 9 novembre 2018)

  • Abusi, il Papa ai vescovi francesi: tolleranza zero, le ferite delle vittime non hanno prescrizione

    Abusi, il Papa ai vescovi francesi: tolleranza zero, le ferite delle vittime non hanno prescrizione

    Messaggio alla Conferenza episcopale riunita in plenaria a Lourdes. Intanto giunge la notizia della non riconferma nel tribunale canonico di Lione di padre Pierre Vignon, il sacerdote che chiede le dimissioni del cardinale Barbarin

    SALVATORE CERNUZIO – IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Determinazione» e «tolleranza zero» contro crimini come quello della pedofilia che hanno provocato nelle vittime «ferite che non conosceranno mai la prescrizione ». In mezzo all’imperversare degli scandali, vecchi e nuovi, di abusi in tutto il mondo e che non risparmiano neppure la Francia, Papa Francesco detta la linea per contrastare questa piaga della Chiesa ai vescovi d’Oltralpe riuniti in plenaria a Lourdes. «Tolleranza zero», appunto. Proprio la questione pedofilia tiene banco nell’assemblea avviata lo scorso sabato 3 novembre, alla quale sono presenti, per volontà dei presuli, otto vittime invitate ad assistere e partecipare ai lavori riportando la testimonianza delle violenze subite.

    Ed è ai sopravvissuti che si rivolge il pensiero del Papa nel messaggio inviato all’episcopato francese, a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin: «Che l’accoglienza e l’ascolto delle vittime, le cui ferite non conosceranno mai la prescrizione, possano affermare la vostra determinazione nella messa in atto della tolleranza zero e il vostro lavoro, affinché ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno», scrive Bergoglio.

    «In un contesto reso difficile, a causa soprattutto dei gravi errori commessi da alcuni membri della Chiesa» prosegue il testo, il Pontefice incoraggia «a perseverare nella lotta contro la pedofilia, senza mai dimenticare di riconoscere e sostenere l’umile fedeltà vissuta nel quotidiano, con la grazia di Dio, da tanti preti, religiosi e religiose, consacrati e fedeli laici».

    Esortando a «promuovere una cultura dell’incontro all’interno della società», il Papa non dimentica anche un altro tema centrale nelle riunioni dei presuli, l’accompagnamento e l’evangelizzazione dei giovani alla luce anche dei risultati recente Sinodo da poco concluso in Vaticano. Auspicio del Papa è che la Chiesa si possa aprire a «vie nuove in sintonia con le attese dei giovani e con la ricerca di una spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto».

    Il messaggio papale è stato letto ieri sera nell’emiciclo di Santa Bernadette del santuario mariano, dove si stanno svolgendo i lavori presieduti dal presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Marsiglia George Pontier. È stato il prelato, domenica scorsa, ad illustrare in conferenza stampa le premesse e le promesse che l’episcopato transalpino si è fissato per la riunione di Lourdes, e non è mancato anche un mea culpa da parte sua per tutti i casi di abusi del clero e per il fatto che «in oltre quindici anni», come Chiesa «non abbiamo fatto nulla per accompagnare al meglio le vittime, per prevenire questi drammi inqualificabili, per agire con fermezza nei confronti degli autori».

    Pontier ha assicurato quindi che d’ora in poi si agirà «senza esitazione» nei confronti di chi, nel clero, si sia macchiato o si macchierà di crimini di pedofilia; contestualmente, ha assicurato, si lavorerà di concerto con un gruppo di esperti esterni e laici per la prevenzione, l’indagine e la formazione di coloro che si occupano di bambini e adolescenti. Non verranno dimenticate, poi, le vittime – la presenza in plenaria di una loro rappresentanza è un segnale in tal senso – con le quali, ha detto, dobbiamo «continuare a lavorare insieme» in modo da «partecipare in modo equo alla riparazione umana, spirituale ed ecclesiale per ciò che è stato distrutto nella loro carne e nella loro vita».

    Intanto, mentre la Conferenza episcopale prosegue i suoi lavori fino a giovedì 8, giunge la notizia che padre Pierre Vignon non è stato confermato nel tribunale canonico interdiocesano di Lione e Clermont-Ferrand, dove era giudice dal 2002. Nel tribunale, il sacerdote 64enne di Valence non si occupava di pedofilia bensì di cause matrimoniali ma nel corso degli anni era divenuto noto il suo impegno a fianco delle vittime di abuso. Ad agosto Vignon ha pubblicato un appello per chiedere le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin di Lione. Il presule a gennaio dovrebbe comparire davanti al tribunale correzionale della sua città per una nuova denuncia di insabbiamento delle accuse di abusi sessuali a decine di scout compiuti negli anni Ottanta dal prete Bernard Preynat.

    Per la stessa vicenda Barbarin è stato già in passato al centro di un procedimento che, nel 2016, si è concluso con la archiviazione delle accuse per prescrizione . Con un appello online che ha raccolto in poco tempo 100mila adesioni, padre Vignon, ad agosto, ha chiesto le dimissioni del porporato: «Dopo la Lettera di Papa Francesco al popolo di Dio», scriveva il sacerdote, «le domando pubblicamente e senza mezzi termini di rassegnare le sue dimissioni da cardinale e da arcivescovo di Lione nel più breve tempo possibile».

    Ora, durante l’assemblea di Lourdes, è venuta fuori la notizia della non riconferma del sacerdote al tribunale ecclesiastico che ricade sotto la giurisdizione di dodici vescovi, e del quale Barbarin è moderatore, formalmente a causa dell’entrata in vigore di un nuovo statuto dello stesso tribunale che accorcia la durata dei mandati. Ai confratelli vescovi – ha scritto il quotidiano Liberation che per primo ha dato la notizia della rimozione del sacerdote – l’arcivescovo di Lione ha riconosciuto, sabato a porte chiuse, che la tempistica della notizia, che si è così sovrapposta all’assemblea, non è stata opportuna, senza però mettere in discussione il merito della decisione.

    Le associazioni di difesa delle vittime, a partire dalla “Parole liberée”, hanno chiesto di riabilitare padre Pierre Vignon. Il quale, in un lungo comunicato pubblicato online, contesta la legittimità di una decisione presa sulla base di nuovi statuti che non dovrebbero essere retroattivi, ricorda di non essersi mai occupato di cause che hanno riguardato il cardinale Barbarin e il sacerdote Berbard Preynat, e punta il dito contro chi cerca di minimizzare la decisione «brutale» presentandola come qualcosa di diverso da una sanzione.

    Infine conclude con un affondo contro Barbarin e gli altri vescovi: «Di fronte alla disinvoltura di questi responsabili della Chiesa che danno a tutti l’impressione di essere così fuori dalla realtà e del buon senso, si ha il diritto di domandarsi se non vi sia stato un errore di casting quando sono stati scelti. Con le vittime e l’appoggio popolare che mi viene manifestato, domando che le rivelazioni fatte dagli abusati e le segnalazioni fatte da coloro che denunciano vengano ormai prese totalmente in considerazione da parte dei responsabili della Chiesa di Francia».

  • #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    #AllSurvivorsDay – L’Onda Viola – 3 novembre 2018

    Per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, manifestanti da tutto il mondo si riuniscono per richiedere tutti insieme trasparenza e giustizia per le vittime di abusi sessuali del clero in tutto il mondo.

    Gli organizzatori di questo Evento hanno espresso la speranza che il 3 novembre possa essere commemorato come “giorno di tutti i sopravvissuti” che segue la festa di “tutti i Santi” (1 novembre) e il “giorno dei defunti” (2 novembre). È stato chiesto di vestirsi di viola, per simboleggiare i colori liturgici del dolore, lutto e penitenza, e di ritrovarsi tutti, il 3 novembre, alle 3 del pomeriggio, davanti a una Chiesa.

    A Papa Francesco vengono fatte tre richieste:

    1. Riconoscere che l’abuso sessuale del clero sui bambini è un problema cronico, persistente e deleterio all’interno della Chiesa cattolica e che la Chiesa, piuttosto che affrontare il problema della responsabilità, ha usato la sua autorità per coprire la sua condotta criminale.
    2. Rilasciare volontariamente a tutte le autorità governative competenti tutti i report relativi ad abusi sessuali da parte del clero
    3. Cessare immediatamente tutte le attività di lobbying in cerca di protezioni governative e diplomatiche da controversie civili e penali

    E in Italia? Con l’Associazione Rete L’ABUSO l’evento è stato organizzato a Venezia, dove una rappresentanza di vittime, familiari e sostenitori, ha voluto dire al mondo “noi ci siamo”. Sappiamo però che tanti altri, che non hanno potuto essere presenti a Venezia, hanno sostenuto e partecipato a questa iniziativa da casa loro, nella loro Parrocchia.

    Tante emozioni durante il viaggio per raggiungere Venezia. Cosa significa per una mamma di una vittima mettersi in gioco partecipando ad eventi mondiali? Significa scegliere di non rimanere nell’ombra, significa affrontare quel timore e quella disperazione che non permettono di superare il dolore. Condividere la propria esperienza con altri, provare a “metterci la faccia” è il nostro modo di parlare ad altre vittime, ad altre mamme, è il nostro messaggio: “Non è capitato solo a te, non sentirti solo”.

    Contemporaneamente, come mamma cattolica, auspico che siano sempre di più i cattolici che comprendano che DENUNCIARE i reati che vengono commessi dai sacerdoti (come gli abusi sessuali e gli insabbiamenti e coperture!) non è un ATTACCO verso il Papa o verso la Chiesa.

    Ricercare la Verità e la Giustizia è invece un grande atto di amore, anche quando si scopre che la realtà è dolorosa e non è quella che ti aspettavi.

    Essere presenti a Venezia, un piccolo gruppo di “folli” con cartelli preparati a casa nei giorni precedenti l’evento, interfacciandosi con gli organizzatori di Eca, ed esibendo uno striscione di 5 metri. I passanti si fermavano incuriositi, qualcuno si è unito a noi dopo aver letto il messaggio dei cartelli, qualcuno ha chiesto informazioni, qualcuno ci ha fotografati e intervistati. Sono passati anche tanti sacerdoti in piazza.

    San Marco, ma hanno tirato dritto: nemmeno uno si è fermato.

    E, circa alle 15, insieme a tutte le vittime di tutto il mondo, ciascuno ha condiviso le foto sui social:

     #AllSurvivorsDay !

    Grazie a chi era presente e a chi ci ha seguito a distanza

    Cristina Balestrini, una Mamma della Rete L’ABUSO