Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusi sessuali

  • USA. Preti pedofili, aumentano le denunce e diminuiscono i risarcimenti

    USA. Preti pedofili, aumentano le denunce e diminuiscono i risarcimenti

    USA – Abusi sessuali pagati 436 milioni dalla Chiesa cattolica

    Il rapporto ufficiale parla di un aumento nel numero di nuove denunce per abusi sessuali perpetrati da sacerdoti del 16% rispetto al 2007. La cifra di 436 milioni di dollari pagata dalla Chiesa cattolica nel 2008 è stata versata a compensazione per le vittime, questo è quanto riportato dalla relazione della conferenza dei vescovi degli Stati Uniti, che fa ogni anno il punto per l’attuazione della “carta di protezione dei bambini”, adottata dopo lo scoppio dello scandalo dei preti pedofili, nel 2002, iniziato con il caso del sacerdote dell’arcidiocesi di Boston.
    Nel 2007 l’erogazione della Chiesa era stata di 526 milioni di dollari, tuttavia, se la compensazione versata dalla Chiesa è in diminuzione, il numero di nuovi casi è in aumento con 803 nuovi casi, di cui oltre la metà degli adulti che hanno denunciato gli abusi, quando vennero molestati avevano un’età compresa tra 10 e 14 anni.
    Come parte della prevenzione le diocesi hanno aumentato la spesa per i programmi di sicurezza di 23 milioni di dollari nel 2008.

    Vittoria Pirro

  • Villamassargia Processo al sacerdote In Cassazione dopo la condanna per abusi sessuali

    Villamassargia Processo al sacerdote In Cassazione dopo la condanna per abusi sessuali

    Villamassargia Processo al sacerdote
    In Cassazione dopo la condanna per abusi sessuali
    Domenica 22 marzo 2009

    A pproda in Cassazione la vicenda di padre Marco Dessì, il sacerdote di Villamassargia condannato per pedofilia a Bologna. Il suo difensore, avvocato Pierluigi Concas, ha annunciato che impugnerà la sentenza emessa nell’ottobre scorso dalla Corte d’Appello di Bologna. Obiettivo: far ottenere all’imputato almeno un ulteriore sconto di pena.

    Per ora, restano comunque agli atti i verdetti dei due precedenti giudizi. Secondo i quali, Padre Marco Dessì ha commesso abusi sessuali nei confronti dei bambini che ospitava nell’orfanotrofio di Chinandega, in Nicaragua. Anche la sentenza di appello, emessa dai giudici di Bologna, ha confermato, dopo quella di Parma, le gravissime responsabilità del missionario, condannato a 12 anni di carcere in primo grado, a 8 anni in secondo. Violenza sessuale ai danni di minori e possesso di materiale pedopornografico (1400 fotografie) i reati che la magistratura ha ritenuto provati, aldilà di ogni ragionevole dubbio.

    Mentre ha ritenuto inattendibile la linea difensiva adottata dall’imputato, che si ritiene vittima di una congiura ordita ai suoi danni da quei bambini (oggi adulti) che lo accusano di averli sottoposti ad atroci sevizie proprio nel momento in cui erano più deboli e indifesi. Si tratta infatti di minori abbandonati in strada nel Nicaragua degli anni ’80-’90. Piccoli, orfani e affamati, che don Marco accoglieva nella missione realizzata a Chinandega con i fondi raccolti in Sardegna e nelle penisola. Ben presto però i bambini si rendevano conto che dovevano pagare a caro prezzo quella ospitalità: il loro benefattore durante la notte li portava nella sua camera e li costringeva a subire umilianti sevizie. Inutili le suppliche dei bambini perché si fermasse, o avesse pietà. Chi protestava veniva espulso dalla missione o perdeva benefici, come far parte del coro e prendere parte a viaggi all’estero per raccogliere fondi.

    Queste cose le vittime le hanno raccontate ai giudici di Parma, che hanno condotto l’inchiesta. Confessioni sconvolgenti, rese fra le lacrime: il terrore delle visite notturne, le torture, le minacce per imporre il silenzio, i sensi di colpa che le vittime si portano dentro ancora oggi. Don Marco ha sempre assistito impassibile agli interrogatori, «Durante tutta l’inchiesta, non ho mai sentito la sua voce» dichiarò il Pm Lucia Russo dopo il processo di primo grado. Ma né lei né il Gup Roberto Spanò si limitarono a prendere per buone le accuse delle vittime. Cercarono e trovarono infatti numerose testimonianze proprio fra quei volontari che, in Sardegna e nella penisola, sostenevano la missione Betania. Ma il suggello finale al quadro accusatorio lo diede proprio lui, don Marco, quando, non sapendo di essere intercettato, minacciava di morte i suoi accusatori o si proponeva di corrompere la polizia del Nicaragua per farli arrestare.
    LUCIO SALIS

    http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24…rticolo=2334720

  • Sacerdote condannato per pedofilia, le motivazioni della sentenza

    Sacerdote condannato per pedofilia, le motivazioni della sentenza

    12enne di Villa Literno avrebbe subito anche altre violenze
    Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte, ha emesso le motivazioni della sentenza, con la quale lo scorso mese di novembre ha condannato a 6 anni ed 8 mesi don Marco Cerullo, il sacerdote 35enne di Villa Literno arrestato nel dicembre del 2007 con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali ai danni di un ragazzino di 12 anni. Il Gip ha anche disposto anche una provvisionale di 50mila euro, immediatamente esecutiva a carico del sacerdote. Cerullo, all’epoca dei fatti era il vice parroco della chiesa del Santissimo Salvatore a Casal di Principe, e secondo gli inquirenti fu sorpreso dai carabinieri in flagranza di reato mentre abusava del ragazzino, di cui era insegnante di religione. Un fatto grave in merito al quale la Diocesi di Aversa non ha mai preso una posizione ufficiale, nemmeno dopo la condanna.

    L’arresto
    Il sacerdote fu arrestato in una zona di campagna tra Casal di Principe e Villa Literno, ad ammanettarlo furono i carabinieri del Nucleo Operativo Radiomobile di Casal di Principe: i militari notarono un’auto ferma in una stradina isolata, si sono avvicinati è secondo le accuse, contestate dal Pm Ricci, e secondo la tesi accusatoria notarono che il parroco stava costringendo il ragazzino a subire un atto orale. Cerullo, secondo fonti legali, vistosi scoperto avrebbe tanto di scappare: mise in moto l’auto costringendo i carabinieri ad un inseguimento, lo raggiunsero quando la sua macchina rimase bloccata in un punto in cui la strada campestre è diventata impercorribile.

    Le motivazioni
    Il giudice scrive che Cerullo una volta fermato dai carabinieri “ammetteva spontaneamente quanto accaduto, aggiungendo anche ulteriori particolari”, poi in sede di convalida dell’arresto “ridimensionava se non addirittura escludere le sue responsabilità”. Lo aveva portato con se per andare ad acquistare colori che dovevano servire ad addobbare il presepe. Si apprende anche che il ragazzino ha rivelato che Cerullo gli avrebbe chiesto di avere rapporti sessuali anche in precedenti occasioni. Il Consulente della procura nella sua perizia sostiene che gli abusi sarebbero avvenuti più di una volta, e il giudice scrive che il prete gli avrebbe mandato al 12enne: “messaggi amorosi e persino paventandogli la possibilità di morire qualora non avesse accondisceso ai suoi approcci sessuali”. Abusi che sarebbero avvenuti non solo in auto ma anche nell’abitazione di don Cerullo, un sacerdote che il difensore nel tentativo di farlo scagionare, sostenendo che in casa potevano esserci anche i suoi parenti, lo ha descritto come un promettente teologo.

    Dall’inchiesta è emerso che Don Marco Cerullo, difeso dall’avvocato Carmine Ucciero, aveva contatti con il 12enne non solo perché era il suo insegnante di religione in un scuola media (secondaria di primo grado) di Villa Literno, poi essendo dello stesso comune di residenza del ragazzino era considerato dalla famiglia dell’adolescente una figura di riferimento. La tutela degli interessi del ragazzino e della sua famiglia è stata affidata ai legali Costantino Puocci, Sergio Cavaliere e Giacomo Cassandra.

    http://www.corrierediaversaegiugliano.it/index.php?option=com_content&task=view&id=8482&Itemid=66

  • Don Carli, no ai risarcimenti

    Don Carli, no ai risarcimenti

    Alto Adige — 24 marzo 2009 pagina 01

    Don Carli, no ai risarcimenti

    BOLZANO. «Non ci sarà alcun risarcimento da parte di don Giorgio e se la controparte vorrà avviare causa civile troverà pane per i suoi denti. Un eventuale coinvolgimento della Curia non sarà facile perchè sarebbe necessario dimostrare una sorta di consapevole responsabilità da parte delle strutture della Chiesa». L’avvocato Alberto Valenti (nella foto a fianco) è tranquillo e rilassato quando spiega, a distanza di alcuni giorni dalla sentenza della Corte di Cassazione, che il contenzioso legale su don Giorgio è destinato probabilmente a proseguire ancora a lungo in altra sede. Intanto il sacerdote è tornato in città. Il suo rientro in parrocchia è cosa ormai decisa. Lo ha confermato lo stesso don Giorgio all’avvocato Valenti puntualizzando che la Curia lo ha sempre sostenuto per effetto di una indagine interna molto rigorosa dalla quale è emersa la sua completa estraneità ai fatti.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/altoadige/2009/03/24/AB1PO_AB101.html

    Alto Adige — 24 marzo 2009 pagina 12

    Il giudice Mori: «Un buco nel codice»

    BOLZANO. Il giudice Edoardo Mori, stimato ed esperto magistrato bolzanino, presidente del tribunale del riesame, ritiene che la sentenza della Corte di Cassazione sia incappata in un errore che però nessuno potrà correggere, essendo il pronunciamento della Cassazione non impugnabile. Il problema è proprio relativo alla conferma delle statuizioni civili (dunque della condanna al risarcimento a favore delle parti civili) in una sentenza che fa riferimento alla prescrizione del reato addirittura in epoca anteriore al processo d’appello. «L’articolo 578 del codice procedura penale – puntalizza il giudice Edoardo Mori – consente alla Corte di Cassazione (che annulla senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato un giudizio d’appello) di valutare la causa in riferimento al danno da risarcire alla parte civile. Il codice però non ha tenuto conto dell’ipotesi dell’errore del giudice d’appello che abbia deciso ”contra legem” invece di dichiarare il procedimento estinto per prescrizione». Dunque secondo lei la normativa in vigore si presta a critiche? «Diciamo che il meccanismo è perverso perchè si arriva a condannare l’imputato al risarcimento di un danno senza che nessun giudice si sia mai espresso legittimamente sulla responsabilità» Ora don Carli, che si è sempre dichiarato innocente, tornerà tra i suoi fedeli. Non pagherà perchè non è in grado di farlo. C’è chi dice che dovrà mettere mano alle casse la Chiesa «In questo caso sarà ovviamente necessaria una nuova azione giudiziaria, questa volta in sede civile. Il tutto per cercare di stabilire che la Chiesa debba essere considerata responsabile della condotta privata di preti. Non mi sembra, obbiettivamente, una causa facile». Anche perchè i presunti abusi sessuali sarebbero avvenuti al di fuori delle normali mansioni del sacerdote. (ma.be.)

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/altoadige/2009/03/24/AZ1PO_AZ102.html

    Alto Adige — 24 marzo 2009 pagina 10

    Don Carli: non assoluzione ma estinzione del reato Con quale criterio certi personaggi che si avvalgono della loro elevata posizione nella conduzione della Curia ecclesiale o della avvocatura sostenente la difesa processuale, possono esprimere il concetto di innocenza per don Giorgio Carli? Addirittura è stato detto: “nessuno si permetta di considerarlo colpevole”, come si legge sull’Alto Adige del 21 marzo. Evidentemente la Curia e la difesa di don Carli non hanno recepito che da parte della Suprema Corte non c’è stato alcun verdetto di assoluzione per don Carli, ma l’estinzione del reato per effetto della prescrizione. Angelo Bolognani BOLZANO Ma don Carli poteva rinunciare alla prescrizione In merito alla recente vicenda di don Giorgio Carli e alle varie e diverse dichiarazioni sia della procura che del collegio difensivo su assoluzione, prescrizione e colpevolezza, è indispensabile precisare quanto segue. All’articolo 157 comma 7 del Codice penale si legge: «La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato». Se don Carli avesse voluto, avrebbe potuto rinunciare alla prescrizione e farsi assolvere nel merito. Bastava che depositasse in cancelleria o affidasse ai suoi legali una dichiarazione di rinuncia alla prescrizione, e la Cassazione avrebbe disposto un nuovo processo d’appello. Ma non va taciuto che vi siano dei rischi: per rinunciare alla prescrizione, conviene essere innocenti.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/altoadige/2009/03/24/AZLPO_AZL99.html

  • Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa di Federico Tulli

    Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa di Federico Tulli

    In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi.

    Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”.

    Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma.

    Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita.

    A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale».

    Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

    http://federicotulli.com/…ta-in-vaticano/

  • Pedofilia, abusò di due giovani, 6 anni e 8 mesi a parroco Giuseppe Giacomoni

    Pedofilia, abusò di due giovani, 6 anni e 8 mesi a parroco Giuseppe Giacomoni

    18/2/09
    Pedofilia, abusò di due giovani, 6 anni e 8 mesi a parroco Giuseppe Giacomoni
    Sconto di pena per don Giuseppe Giacomoni, il parroco accusato di pedofilia per alcuni abusi sessuali ai danni di un minorenne bulgaro e di un albanese di 20 anni.

    La Corte d’Appello di Bologna ha ribadito la condanna, con uno sconto di un anno e quattro mesi sugli otto previsti dalla sentenza di primo grado (con il rito abbreviato) sancita dal tribunale di Forlì il 9 ottobre del 2007.
    Il religioso 83enne, fondatore della casa alloggio per immigrati ‘Arcobalenò di Gatteo Mare, in provincia di Forlì, è stato condannato a sei anni e otto mesi di reclusione.
    Agr

  • IL FONDATORE DEI LEGIONARI AVEVA UNA FIGLIA. E I “FIGLI” LO RINNEGANO

    IL FONDATORE DEI LEGIONARI AVEVA UNA FIGLIA. E I “FIGLI” LO RINNEGANO

    WASHINGTON-ADISTA. Il paragone, forse un po’ irriverente, è tuttavia spontaneo: come Al Capone fu arrestato per evasione fiscale, nonostante i gravi capi d’accusa che gli erano stati imputati, così ora, sulla vita del fondatore dei Legionari di Cristo, il messicano Marcial Maciel Degollado, accusato per decenni di abusi sessuali su minori, ma sempre sostenuto dall’amicizia di Giovanni Paolo II, si squarcia definitivamente un velo, ad un anno dalla morte: anche in questo caso, però, per un “reato minore”, se così lo si può definire: Maciel avrebbe avuto una figlia.

    Così, dopo anni di strenue difese da parte della Congregazione da lui fondata, l’attuale superiore dei Legionari, p. Álvaro Corcuera ha deplorato il comportamento di Maciel e ha ammesso – lo riferisce il settimanale cattolico Usa National Catholic Reporter (3/2) citando fonti interne ai Legionari di Cristo – che il comportamento di p. Marcial non avrebbe costituito uno “sbaglio di una volta sola”, ma un “modello che si è ripetuto negli anni”: una sorta di doppia vita, insomma, della quale sono stati messi ora al corrente, capillarmente, seminari e istituzioni della Congregazione in giro per il mondo.

    Finora, le accuse di pedofilia, mosse a Maciel a partire dal ‘97 da parte di ex Legionari, sono sempre state rigettate dalla sua Congregazione e bollate come il frutto di cospirazione contro un uomo ritenuto santo. Del resto, nonostante le gravissime accuse, Maciel non fu mai sottoposto a processo dal Vaticano, grazie, soprattutto, al grande favore di cui godeva presso Wojtyla. La revisione del giudizio su p. Maciel cominciò, molto lentamente, solo dopo il 2006 (v. Adista nn. 39 e 41/06), dopo l’elezione di Benedetto XVI. L’attuale papa, per evitare che lo scandalo delle coperture ecclesiastiche concesse a p. Maciel scoppiasse in modo clamoroso, adottò, tramite il suo successore alla Congregazione per la Dottrina della Fede, il card. William Levada, una soluzione salomonica: in considerazione dell’età ormai avanzata di Maciel e della sua salute cagionevole, il Vaticano decideva di rinunciare definitivamente all’azione canonica nei confronti dell’anziano prete, ma invitava il fondatore dei Legionari ad una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico. Una sorta di “arresti domiciliari” che evitava però al fondatore dei Legionari l’onta di un processo e la probabile scomunica latae sententiae prevista per il reato di cui era accusato. Maciel, che si era dimesso da superiore generale dei Legionari nel 2005 per motivi di età, all’indomani della sua rielezione, uscì così definitivamente di scena. Nell’autunno 2007 poi, il papa sollecitò una modifica rilevante allo statuto dei Legionari di Cristo, chiedendo la soppressione del “quarto e quinto voto” a cui seminaristi e preti erano tenuti, i cosiddetti “voti privati” (di “umiltà” e “discrezione”), voluti da Maciel e responsabili della cortina impenetrabile di segreto e mistero all’interno della congregazione, e del clima di omertà e timore. Ora, dopo la morte (avvenuta nel gennaio del 2008), l’ennesima e definitiva tegola sulla figura del fondatore: l’esistenza di una figlia segreta.

    Una doppia vita

    “Abbiamo appreso – ha affermato Jim Fair, portavoce dei Legionari – alcune cose circa la vita del nostro fondatore, sorprendenti e difficili per noi da comprendere. Possiamo confermare che vi sono alcuni aspetti della sua vita che non si confacevano ad un prete cattolico”. Come superare, ora, il trauma di questa scoperta? “Egli è il fondatore e sarà sempre il fondatore dell’ordine”, ha detto Fair. “È uno dei misteri che tutti vediamo nella vita, il fatto che talvolta cose positive vengano da esseri umani meno che perfetti”. Concetto che sarà però difficile da accettare da parte di una struttura che ha sempre sovrapposto al carisma religioso la figura del fondatore. “Padre Maciel era il mio eroe mitico, che stava su un piedistallo e aveva tutte le risposte”, spiega sul New York Times (4/2) Stephen Fichter, ex prete del New Jersey che ha lasciato i Legionari dopo 14 anni. “Quando si diventa Legionari, bisogna leggere ogni lettera scritta da padre Maciel, 15 o 16 volumi. Sentire che aveva una doppia vita… Non so proprio come andranno avanti”. Ex responsabile finanziario della congregazione, Fichter racconta che “come Legionari ci veniva insegnata una rigorosa povertà; se uscivo per comprare una biro Bic e una tavoletta di cioccolata, dovevo portare le ricevute”. Maciel, invece, non si atteneva a questo stile: ogni volta che partiva da Roma, racconta Fichter ( che tre anni fa informò di questo fatto il Vaticano) “dovevo dargli 10.000 dollari in contanti, dei quali 5.000 in valuta americana e i restanti nella valuta del Paese dove si recava. Per lui non esisteva contabilità. Sempre contanti, nessuna traccia cartacea. Ma siccome per noi era questo incredibile eroe, nessuno ha mai fatto questioni”.

    Il favore di Wojtyla

    Maciel fondò la congregazione dei Legionari di Cristo nel 1941, dotandola di un ramo clericale e di Regnum Christi, il braccio laico, che conta oggi un “bacino” di 400mila aderenti, ed è attiva in 20 Paesi soprattutto nel settore dell’istruzione. Nel 2005, come “regalo” per i sessant’anni di sacerdozio, Maciel ricevette da Wojtyla la gestione del Pontificio Istituto Notre Dame of Jerusalem Center, il più importante centro vaticano nella Città Santa. L’amicizia del papa polacco ha consentito al movimento di espandersi in modo impressionante: oggi i legionari possiedono 125 case religiose e centri di formazione, 200 centri educativi e altri 600 dedicati alla formazione e all’impegno apostolico dei laici. A Roma è attivo con l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e l’Università Europea; è penetrato nel sociale grazie ad una Onlus, la fondazione Semper Altius, ed è attivo soprattutto in America Latina, dove coordina “Mano Amica”, una rete di scuole frequentata da 16.000 alunni. Consistente anche l’appoggio economico di importanti finanziatori – come il magnate delle comunicazioni messicano Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo – alla sua rete di istituzioni, il cui budget annuale si aggira sui 650 milioni di dollari.

    Doppiamente senza “padre”

    I Legionari si trovano ora di fronte ad una situazione molto difficile da gestire, anche se continuano ad affermare la loro gratitudine nei confronti di Maciel per aver fondato la congregazione. La verità su di lui è venuta a galla “solo di recente”, spiega il portavoce del quartier generale romano della congregazione, p. Paolo Scarafoni, che però non ha voluto spiegare come ciò sia avvenuto: “Non è ancora opportuno discuterne, anche perché vi sono delle persone coinvolte”, ha detto al Ncr il 4 febbraio. Il dolore dei Legionari è intenso perché “si tratta di qualcosa che prima non sapevamo”, ha affermato, continuando a considerare le numerose accuse di pedofilia mosse contro Maciel negli anni “mai definitivamente provate”.

    Certamente, però, la prova che una doppia vita esistesse non ha potuto evitare ai Legionari di prendere sul serio anche le accuse di pedofilia. Tom Hoopes, direttore del National Catholic Register, settimanale americano dei Legionari, ha pubblicato il 3 febbraio scorso una dichiarazione di scuse come commento ad un blog cattolico, www.AmyWelborn.wordpress. “Tutto ciò che voglio dire – ha scritto – è che mi dispiace. Voglio dirlo qui, perché qui ho difeso p. Maciel, e deve restare traccia di quella difesa”. “Mi dispiace per le vittime, che sono state vittime due volte, la seconda di calunnia”, ha ammesso. “Mi dispiace per la Chiesa, che è stata danneggiata. Mi dispiace per coloro che ho fuorviato… La Chiesa ha fatto giustizia e ha penalizzato quest’uomo… Io cerco pentimento e perdono”.

    Il danno al movimento, in ogni caso, è devastante, e ci si chiede se e in che modo esso possa riaversi dal danno procurato da questo “brusco risveglio”. A questo proposito è interessante la lettera aperta ai Legionari di Cristo e a Regnum Christi che Germain Grisez, professore di Etica cristiana della Mount Saint Mary’s University, nel Maryland, particolarmente vicino alla sensibilità del movimento, ha scritto per trovare una soluzione alla crisi. Tenendo in mente che “il vostro impegno fondamentale è verso Gesù e la sua Chiesa”, si legge nella lettera ai legionari, pubblicata sul blog American Papist, dovete capire “come continuare a portare avanti quell’impegno nel modo più fedele e fruttuoso”. “A prescindere dalla responsabilità morale soggettiva di padre Maciel – che solo Dio conosce – la prova dell’oggettivo tradimento del suo impegno rende impossibile a voi e ad altri buoni e fedeli Legionari di continuare a portare avanti il vostro servizio e la vostra vita come cooperazione con lui. Se non procedete velocemente a chiudere i Legionari di Cristo come persona giuridica e a riorganizzarvi in un nuovo istituto, il bene comune che ora condividete comincerà a decomporsi; sarete raggiunti da pochissimi uomini, molti di quelli che sono in formazione lasceranno e alcuni membri professi si separeranno, la collaborazione e il supporto dei laici diminuirà”. Il suggerimento accorato di Grisez, dunque, è di fare appello al papa (“l’unico che può supervisionare la chiusura dei Legionari di Cristo, la salvezza dei suoi membri fedeli e la loro ricostituzione in un nuovo istituto”) affinché nomini “due o tre prelati, che non siano Legionari né della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata, per una commissione papale ad hoc” che porti avanti questo procedimento di liquidazione del passato che getti le premesse per un reale rinnovamento. (ludovica eugenio)

    http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=43958

  • La Legione di Cristo addolorata per la condotta del suo fondatore

    La Legione di Cristo addolorata per la condotta del suo fondatore

    Loro sono “addolorati” perché il vescovo aveva una figlia, mica perché decine di ex seminaristi lo accusavano di pedofilia e abusi sessuali.

    http://www.zenit.org/article-17097?l=italian

    La Legione di Cristo addolorata per la condotta del suo fondatore

    La Congregazione chiede perdono per lo scandalo

    ROMA, giovedì, 5 febbraio 2009 ZENIT.org).- Alcuni aspetti della vita di padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, sono stati incompatibili con il sacerdozio, ha affermato un portavoce della Congregazione.

    “Siamo addolorati per qualsiasi offesa le azioni di padre Maciel possano aver arrecato alla Chiesa e ai suoi membri. Chiediamo perdono per lo scandalo che ciò ha provocato”, ha affermato Jim Fair in una dichiarazione rilasciata questo mercoledì a ZENIT.

    Fair, portavoce dei Legionari di Cristo negli Stati Uniti, ha rivelato ai giornalisti che sono stati “appresi alcuni fatti sulla vita del nostro fondatore che sono sorprendenti e per noi difficili da comprendere”.

    Da martedì alcuni resoconti dei media hanno affermato che il sacerdote messicano, morto l’anno scorso e sepolto nella città natale di Cotija, aveva una relazione con una donna che gli avrebbe dato una figlia.

    Il portavoce della Legione di Cristo a Roma, padre Paolo Scarafoni, ha affermato di non poter negare questi fatti ma di non voler scendere in dettagli per rispetto della privacy delle persone coinvolte.

    Rispondendo alle domande dei giornalisti sull’ipotesi che la Legione possa rinunciare a padre Maciel come fondatore, Fair ha osservato che non qui non si intende riscrivere la storia: “E’ e sarà sempre il fondatore dell’Ordine. Qualunque siano state le debolezze umane di padre Maciel, gli siamo grati per il carisma che abbiamo ricevuto attraverso di lui. Uno dei misteri che tutti noi vediamo nella vita è che Dio fa del bene con strumenti umani imperfetti”

    Pete Vere, canonista e autore di numerosi testi sul Codice di Diritto Canonico, ha detto a ZENIT che non c’è bisogno che la Legione metta da parte il suo fondatore.

    “Essere onesti sul fondatore, ammettere che ha commesso degli errori e che forse ha fatto cose per le ragioni sbagliate, e che forse alcune azioni erano negative… Penso che questo tipo di apertura e trasparenza permetterà [alla Legione] di andare avanti”, ha constatato. “Vista la portata e considerando l’effetto che ha sulla Chiesa, la Legione ha qualcosa di positivo”.

    Padre Marcial Macial ha fondato i Legionari di Cristo nel 1941 e ha rinunciato alla rielezione a Superiore Generale nel 2005. Padre Álvaro Corcuera è stato eletto suo successore.

    Nel maggio 2006, dopo aver condotto delle indagini su alcune accuse mosse contro padre Maciel, la Congregazione per la Dottrina della Fede “ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del Rev.do Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il Padre ad una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico”.

    In quell’occasione, la nota vaticana ha riconosciuto “con gratitudine il benemerito apostolato dei Legionari di Cristo e dell’Associazione Regnum Christi”.

    Nel mondo ci sono circa 800 sacerdoti Legionari di Cristo e 2.500 seminaristi. Il movimento di apostolato Regnum Christi, fondato da padre Maciel, è formato da 65.000 laici, consacrati, diaconi e sacerdoti.

  • Irlanda: l’archivio su abusi sessuali dei chierici

    Irlanda: l’archivio su abusi sessuali dei chierici

    L’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin dà il benvenuto alle “Linee guida per la salvaguardia dell’infanzia”, che saranno a breve pubblicate dal Comitato nazionale per la tutela dei bambini nella Chiesa cattolica (Nbsccc). Il report comprenderà anche un database degli abusi sessuali commessi dai chierici: solo nel 2008, ventisei diocesi irlandesi hanno sporto 56 denunce per abuso, 21 delle quali coinvolgevano preti già deceduti. Un prete è stato incriminato.

    Per monsignor Martin «è spaventoso» che non sia possibile stabilire l’esatto numero di abusi sessuali in ogni diocesi: i report sono attualmente inaffidabili e lacunosi. Ha, poi, chiesto agli altri vescovi e alle autorità religiose locali severità e rigore nell’applicare, in tutto il paese, le linee guida della Chiesa cattolica. «Questo documento», ha detto Martin, «costituisce un passo importante nella ricerca, da parte della chiesa irlandese, di maggiori tutele per l’infanzia. È un segnale di speranza per il futuro».

    L’aspetto più scottante (e significativo) delle linee guida è il nuovo database che raccoglierà tutte le denunce di abusi contro preti e figure religiose, sulla base di informazioni raccolte ogni due mesi nelle diocesi e nelle congregazioni. L’obiettivo è, in generale, di coltivare una «più matura cultura della responsabilità all’interno della Chiesa»; la nuova politica scritta servirà, inoltre, a suggerire procedure e modalità di risposta alle accuse e ai sospetti.

    Il Comitato nazionale ha rinnovato la fiducia nelle diocesi irlandesi, certo che d’ora in poi riferiranno ogni denuncia di abuso: le linee guida servono, infatti, a eliminare ogni ambiguità nella tutela dell’infanzia. «Chiunque possegga informazioni riguardanti sospetti, accuse e denunce è responsabile e rigorosamente tenuto a renderle note: ora non ci saranno più equivoci né ipocrisia», ha commentato il cardinale Sean Brady. «Le linee guida testimoniano l’irremovibile decisione della chiesa di proteggere i bambini in qualsiasi modo». La Chiesa cattolica irlandese si assume così la responsabilità di passare ogni informazione, concernente la protezione dei minori, alle autorità civili, anche qualora le accuse o i sospetti non coinvolgano direttamente membri ecclesiastici.

    Gli impegni assunti dai vescovi irlandesi sono giunti a conclusione di un incontro sulla salvaguardia e tutela dei bambini: dibattito sollevato dalla recente decisione del Ministro per l’infanzia di avviare un’inchiesta sui casi di abusi nella diocesi di Cloyne. Questa diocesi ha, accuratamente, evitato di commentare l’adozione delle linee guida: reticenza che ha scatenato le ire delle vittime di abusi sessuali. «È difficile restare ottimisti basandosi sugli eventi passati», ha commentato Marie Collins, una delle vittime di violenza da parte di un prete quando era bambina. «Finché non sarà dimostrato che la realtà è davvero cambiata, è duro avere speranza e ancor più duro entusiasmarsi per la stesura di nuove linee guida».

    Camilla Tagliabue

  • PEDOFILIA ISTITUTO SORDI, PRIME AMMISSIONI: IN LACRIME QUALCUNO AVREBBE CONFESSATO TUTTO

    PEDOFILIA ISTITUTO SORDI, PRIME AMMISSIONI: IN LACRIME QUALCUNO AVREBBE CONFESSATO TUTTO

    PEDOFILIA ISTITUTO SORDI, PRIME AMMISSIONI: IN LACRIME QUALCUNO AVREBBE CONFESSATO TUTTO

    PEDOFILIA – C’è la prima ammissione sugli abusi al Provolo
    Procuratore Schinaia conferma la notizia, ma i fatti sono caduti in prescrizione

    Pedofilia. Incontro in Procura col rappresentante dei denuncianti

    Il presunto responsabile, in lacrime, avrebbe confessato tutto in presenza di un testimone
    Ci sarebbe una prima confessione sul caso dei presunti abusi sessuali commessi da 25 preti dell’Istituto Provolo ai danni di bambini sordi e muti. Un rappresentante degli ex alunni coinvolti ha fatto tappa nei giorni scorsi al secondo piano dell’ex caserma Mastino, per incontrare il procuratore Mario Giulio Schinaia. Secondo quanto appreso, avrebbe spiegato che uno dei protagonisti della vicenda, in seguito agli articoli pubblicati recentemente sui giornali, ha ammesso di aver avuto “attenzioni morbose” nei confronti di alcuni giovani studenti.

    E lo avrebbe fatto in presenza di un testimone, che quindi potrebbe confermare ogni cosa. Il presunto responsabile sarebbe scoppiato in lacrime, mentre raccontava episodi avvenuti ormai decenni fa e avrebbe persino minacciato di suicidarsi. “E’ vero, confermo la notizia – è il commento del procuratore Schinaia – però purtroppo noi non possiamo intervenire, perché si tratta di fatti accaduti oltre vent’anni fa e quindi ormai caduti in prescrizione”. Un caso che ha sconvolto tutti i veronesi per le pesanti accuse – abusi sessuali – di cui si parla, per il numero di preti ritenuti coinvolti, per il numero di vittime, o presunte tali, e anche per tutti gli anni trascorsi, senza che nulla di quanto sospettato venisse a galla. Secondo il settimanale “L’Espresso”, si tratterebbe di un lungo elenco di drammatici episodi, accaduti all’interno della struttura per una trentina d’anni, fino al 1984 emessi in atto da venticinque preti, tra cui anche monsignor Giuseppe Carraro, già vescovo di Verona. La Curia fin da subito h avoluto per ricordare che con l’associazione a cui appartengono i denuncianti è in atto un contenzioso, e che solo dai membri dell’associazione sordi Antonio Provolo arrivano i racconti sconvolgenti delle sevizi e subite dai ragazzini.

    Manuela Treivani manuela.trevisani@polis.sm

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    Corriere di Verona Giovedì 5 Febbraio 2009

    Caso Provolo, primo nome in procura

    VERONA – Presunti episodi di pedofilia al Provolo, prima novità. In questi giorni, infatti, sul tavolo del procuratore Mario Giulio Schinaia è approdato il primo nome di uno dei presunti responsabili e la prima – ma per voce riportata da un terzo – presunta ammissione di colpevolezza.

    «Anche se – mette subito in chiaro Schinaia – ribadisco che trattandosi di fatti coperti da prescrizione, da parte nostra è impossibile e vano qualsiasi tipo di iniziativa giudiziaria». Più precisamente, a palazzo di giustizia si è presentato un rappresentante dell’associazione delle presunte vittime degli abusi e, al capo della procura, ha riferito che uno dei presunti responsabili avrebbe, in presenza di un testimone, ammesso la propria colpevolezza e manifestato addirittura propositi suicidi. «Confermo che tutto ciò mi è stato effettivamente segnalato – dichiara procuratore – ma sottolineo altresì che, da parte della magistratura, visti i molti anni trascorsi dalla data dei presunti abusi risulta impossibile intervenire». Ufficialmente, inoltre, in tribunale non è stata finora presentata alcuna querela.

    Il caso era stato sollevato nei giorni scorsi dall’«Espresso»: 60 persone avevano scritto una lettera e si erano anche fatte riprendere in video mentre la firmavano. Abusi che sarebbero cominciati alla fine degli anni 50, gli ultimi denunciati nel 1984. Tutti, quindi, coperti in ogni caso da prescrizione. La. Ted.

    Fonte: www.sordionline.com