Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusi sessuali

  • La corte approva l’accordo record da 323 milioni di dollari per abusi della diocesi di New York

    La corte approva l’accordo record da 323 milioni di dollari per abusi della diocesi di New York

    La diocesi di Rockville Centre ha dichiarato mercoledì che un tribunale fallimentare ha approvato il suo accordo record per gli abusi di 323 milioni di dollari, che secondo i funzionari porterà “una certa misura di guarigione ai sopravvissuti” agli abusi del clero. 

    La diocesi di New York  ha annunciato a settembre  di aver raggiunto un ingente accordo per le vittime di abusi dopo un processo durato quattro anni, che comprendeva anche un’offerta precedente che le vittime avevano rifiutato.

    Mercoledì il giudice fallimentare statunitense Martin Glenn ha approvato l’accordo, dando il via libera al pagamento che include i contributi delle compagnie assicurative e delle chiese diocesane. 

    La diocesi di Rockville Centre  ha affermato in una nota  di essere “grata a Dio” per l’approvazione. 

    “Per il bene dei sopravvissuti agli abusi e della missione della Chiesa a Long Island, preghiamo affinché il piano porti una certa misura di guarigione ai sopravvissuti e consenta alla Chiesa di portare avanti la missione salvifica di Gesù Cristo”, si legge nella dichiarazione. 

    “Le vittime sopravvissute agli abusi sui minori meritano il nostro rispetto, le nostre preghiere e il nostro sostegno pastorale”, hanno aggiunto. “La Chiesa è grata per il loro coraggio e la loro perseveranza”.

    Mercoledì Glenn ha riconosciuto che “il denaro da solo non può compensare il trauma con cui così tante persone hanno convissuto per così tanti anni”.

    “Spero che la conferma del piano oggi accelererà il processo di risarcimento dei sopravvissuti e aiuterà a lasciarsi questa terribile storia alle spalle, in modo che la Chiesa possa portare avanti la sua importante missione senza la distrazione del processo di bancarotta”, ha affermato. 

    L’importo rappresenta il più grande accordo nella storia dei fallimenti diocesani degli Stati Uniti. Sarà distribuito a circa 600 sopravvissuti agli abusi.

    La diocesi ha dichiarato bancarotta nell’ottobre 2020 in seguito all’approvazione del Child Victims Act dello Stato nel 2019. Tale misura ha consentito di presentare denunce per abusi sessuali in casi passati in cui i sopravvissuti non avevano ancora preso provvedimenti, molto tempo dopo la scadenza del termine di prescrizione.

    L’anno scorso il Rockville Centre aveva avanzato un’offerta di risarcimento di 200 milioni di dollari alle vittime di abusi della diocesi, ma alla fine i sopravvissuti l’hanno rifiutata.

    Mercoledì la diocesi ha affermato che il suo obiettivo “è sempre stato l’equa compensazione dei sopravvissuti agli abusi, consentendo al contempo alla Chiesa di continuare la sua missione essenziale”.

    “Riteniamo che questo piano abbia raggiunto quegli obiettivi”, ha affermato.

    https://www.ncregister.com/cna/court-approves-new-york-diocese-s-record-323-million-abuse-settlement

  • Il prete accusato di abusi sessuali si è spogliato e ha incolpato le vittime di “convincerlo a uscire”

    Il prete accusato di abusi sessuali si è spogliato e ha incolpato le vittime di “convincerlo a uscire”

    In Argentina, tre giovani catechisti hanno denunciato il sacerdote Franco Lütens , 61 anni, per abusi sessuali, in fatti accaduti nella parrocchia Virgen María Madre del Pueblo , a Quilmes, Buenos Aires. Sebbene Lütens sia stato rimosso dai suoi incarichi ecclesiastici, le vittime avvertono che è ancora libero e sta proseguendo gli studi universitari, che gli permettono di continuare a entrare in contatto con i giovani vulnerabili, secondo quanto riportato dai media locali.

    L’indagine contro Lütens è iniziata lo scorso maggio, dopo che una delle vittime, 19 anni, ha cercato aiuto psicologico e ha confessato gli abusi subiti. Poco dopo, questa persona e altri due giovani si sono recati presso la Comunità dei sopravvissuti agli abusi ecclesiastici in Argentina , raccontando gli episodi vissuti mentre erano chierichetti e catechisti.

    “Un modello di manipolazione”
    L’avvocato delle vittime, Fernanda Raia , ha descritto il sacerdote come un uomo che ha sfruttato la sua posizione per manipolare persone vulnerabili. “Si è avvicinato a chi aveva bisogni affettivi o economici, si è mostrato come una figura amica o paterna, e poi ha abusato della loro fiducia”, ha detto.

    Secondo le testimonianze, Lütens portò i giovani a casa sua, dove fece esibizioni oscene e giustificò il suo operato, incolpando le vittime: “Sono un prete, mi avete fatto cadere in questo”.

    La reazione della Chiesa
    La diocesi di Quilmes , guidata dal vescovo Carlos José Tissera , ha diffuso il 13 novembre un comunicato in cui informava che il sacerdote era stato allontanato da tutte le sue attività pastorali nel mese di giugno, in seguito a denunce e all’avvio di un procedimento penale.

    Tuttavia, le vittime e i loro rappresentanti legali criticano l’inerzia riguardo alle prove e la mancanza di misure per garantire l’arresto degli imputati.

    Libertà e rischi attuali
    Lütens non si è presentato alla perizia psicologica ordinata dalla giustizia, mentre i suoi denuncianti si sono conformati a questa istanza. L’avvocato Raia ha denunciato che il sacerdote continua a studiare psicologia all’università, cosa che lo tiene a contatto con i giovani vulnerabili.

    “Vogliamo che venga processato e ordinato il suo arresto immediato prima della fiera giudiziaria di gennaio, perché c’è ancora il rischio di nuove vittime”, ha dichiarato.

    Questo caso si aggiunge a una lunga lista di accuse di abusi sessuali in ambito ecclesiastico, generando una maggiore pressione sulle istituzioni affinché agiscano con trasparenza e responsabilità nella tutela delle persone vulnerabili.

     

  • La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca di San Giovanni Paolo II squassata dagli abusi, le vittime incontrano i vescovi

    La Chiesa polacca che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II sta facendo i conti con la piaga degli abusi sessuali e, per la prima volta, le vittime di preti pedofili sono state ospiti di una assemblea plenaria all’interno della conferenza episcopale. Si tratta di un passaggio simbolico importante dopo decenni di scontri sotterranei tra vescovi che avrebbero preferito continuare ad ignorare la questione per salvare il buon nome dell’istituzione ecclesiastica, e altri prelati che invece avrebbero voluto agire diversamente, mossi da sentimenti di giustizia e carità, battendosi per dare ascolto alle vittime e garantire una certa trasparenza. La svolta si è avuta nel maggio scorso quando Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo polacco Andrzej Dzięga, il quale aveva dovuto sostenere l’accusa pubblica di avere insabbiato sistematicamente dei casi.

    Il prelato era alla guida di una importante diocesi.

    Nel lasciare anzitempo l’incarico, in una lettera, scriveva: «Se le mie debolezze, tra cui la comprensione parziale di circostanze specifiche, e talvolta anche la mia normale stanchezza umana, sono diventate la causa della vostra ansia, mi dispiace». Le accuse erano state sollevate a più riprese da gruppi cattolici e associazioni umanitarie. Negli anni passati l’opinione pubblica, attraverso i media, si era concentrata anche sul ruolo svolto dall’ex potentissimo cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario particolare di Giovanni Paolo II. Un cardinale influente, a suo tempo amico personale di padre Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (uno dei peggiori criminali che abbia mai avuto la Chiesa). Francesco aveva fatto condurre una inchiesta sulle presunte mancanze gestionali di Dziwisz (anch’egli accusato di aver coperto abusi) ma non era stato riscontrato nulla di grave dal cardinale Bagnasco, inviato a Cracovia per indagare.

    VARSAVIA

    In questa nuova fase il primate polacco, l’arcivescovo Wojciech Polak, sta lavorando per cercare di ridare credibilità alla Chiesa e il passo compiuto di accogliere le vittime è stato giudicato positivamente durante una conferenza stampa congiunta a Częstochowa martedì. «Sono molto grato che i vescovi siano riusciti intraprendere questo cammino» ha detto Robert Fidura, una delle vittime. «Sembra che ci stiamo muovendo nella stessa direzione e stiamo iniziando a vedere certe cose in modo molto simile».

    Un’altra persona coinvolta, Jakub Pankowiak, ha definito storico l’incontro con i vescovi. Lui stesso ha l’impressione che ora sia molto più facile capirsi e camminare insieme. L’arcivescovo Polak ha ammesso, invece, che i vescovi hanno finalmente riconosciuto il grande contributo fornito dalle vittime a far emergere la verità. Agli inizi di quest’anno le vittime avevano rivolto all’episcopato una lunga lettera in cui chiedevano la sospensione di un vescovo – l’ennesimo – accusato di negligenza nel trattare casi di violenze nella sua diocesi. Il tema al centro della discussione era sempre lo stesso: la mancanza di trasparenza, di giustizia verso le vittime, di tutela verso i minori.

    La prassi che è sempre stata seguita nella Chiesa, almeno fino ai tempi di Giovanni Paolo II, era di spostare il prete abusatore   parrocchia all’altra, cercando cos’ di mantenere sotto controllo lo scandalo per non intaccare l’immagine dell’istituzione. Con il caso orribile avvenuto a Boston, a cavallo del 2000, da cui è stato tratto anche il film intitolato Spotlight, il Vaticano è stato costretto ad avviare una lenta e faticosa revisione sia giuridica che pastorale e amministrativa sugli abusi. In questo cammino ecclesiale ogni nazione mostra una situazione diversa e il quadro complessivo si presenta a macchia di leopardo. Esistono paesi dove i vescovi hanno aperto gli archivi diocesani, fino a 70 anni prima per verificare l’operato svolto, e altri paesi che fanno fatica ad adeguarsi. La Chiesa italiana, per esempio, è ancora in grave ritardo e con un livello di trasparenza sulla gestione degli abusi pari allo zero.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_chiesa_polacca_vittime_giovanni_paolo_ii_wojtyla-8489812.html

  • Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Violenza su minori in ambito settario e religioso, Stefania Ascari deposita una interrogazione parlamentare

    Malgrado giacciano ancora impolverate – la prima dal 2010, la seconda dal 2017 – sugli scaffali della Camera le interrogazioni parlamentari presentate dall’Onorevole Maurizio Turco e dall’onorevole Matteo Mantero, Stefania Ascari prova nuovamente a toccare l’enorme problema italiano dei minori abusati, in particolare da sette e in ambito religioso.

    Lo fa con una nuova interrogazione depositata il 15 novembre 2024 rivolta a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; MINISTERO DELL’INTERNO; MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;  MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ai quali chiede:

     Al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

    in tutto il mondo esistono comunità di fede che forniscono risorse, sostegno e opportunità ai soggetti maggiormente vulnerabili, rivestendo un ruolo significativo anche nella protezione dei minori;

    altre istituzioni religiose sono tuttavia annoverate tra le organizzazioni formali in cui risultano gravi carenze nelle politiche di salvaguardia, abusi psicologici e sessuali sistematici verso i bambini e insabbiamenti delle accuse;

    in data 1o novembre 2024, l’Ansa ha riferito che una inchiesta della Procura di Firenze ha condotto all’incriminazione di un testimone di Geova accusato di abusi sessuali reiterati contro 7 bambine. Le violenze, protrattesi per 4 anni, avrebbero avuto inizio nel 2014 all’interno della Sala del Regno;

    con un comunicato stampa la confessione religiosa ha reso noto di ignorare la vicenda e di avere espulso l’affiliato nel 2018;

    secondo fonti governative estere e di stampa, i Testimoni di Geova sarebbero stati oggetto di plurime inchieste di autorità governative di Stati esteri che avrebbero concordemente rilevato, tra l’altro, le inadeguatezze delle procedure e politiche interne di tutela dei minori, la tendenza a non incentivare le denunce, l’occultamento di vicende di abusi e pedofilia, la mancata collaborazione con le autorità, nonché gravi casi di vittimizzazione secondaria;

    nei Paesi Bassi dove la confessione si sarebbe opposta all’invito di istituire una indagine interna sui casi di abusi in danno di minori, la Camera dei deputati avrebbe commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht tale studio. Le pesanti conclusioni della relazione, resa pubblica nel gennaio 2020, sarebbero in linea con quanto emerso nelle inchieste governative;

    la recente indagine della Commissione reale neozelandese, oltre a confermare analogamente le risultanze delle altre commissioni governative, avrebbe evidenziato che l’interrogatorio di bambini e giovani vittime di abusi sessuali condotto dai membri del cosiddetto comitato giudiziario interno dei Testimoni di Geova, si sarebbe configurato come «inappropriato ed emotivamente e psicologicamente violento»;

    per istituire un comitato giudiziario in caso di abusi, i Testimoni di Geova di tutto il mondo, si avvarrebbero della regola scritturale dei «due testimoni» secondo cui una segnalazione di abusi è ritenuta attendibile solo laddove vi siano almeno due testimoni oculari del fatto;

    benché la religione sostenga che la regola disciplini unicamente questioni di natura ecclesiastica, le citate inchieste governative avrebbero rilevato che applicata a contesti di abuso su minori, avrebbe contribuito a falsificare la realtà, aumentato il rischio del crimine e generato ulteriore sofferenza alle vittime;

    anche nel nostro Paese gli organi di informazione avrebbero più volte riferito in merito a vicende di abusi e insabbiamenti in seno alla confessione, confermate da ex anziani di congregazione che presiedevano tali comitati giudiziari, senza tuttavia alcuna attenzione da parte istituzionale –:

    se non ritengano necessario e urgente, per quanto di competenza, adottare iniziative volte ad approfondire i fenomeni descritti in premessa;

    se e quali iniziative, per quanto di competenza, i Ministri interrogati intendano eventualmente adottare per fronteggiare il grave fenomeno degli abusi su minori in contesti religiosi.

  • Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

    Nel cuore dell’estate, una lettera ha toccato particolarmente la redazione di Réforme, il giornale protestante francese. Così racconta in un articolo la giornalista Alice Papin. A 81 anni, Catherine (il suo nome è stato cambiato) confida di sentirsi stupita quando di leggere articoli «che mettono in luce i problemi degli ecclesiastici cattolici, problemi che vengono spiegati con il celibato imposto loro dai voti» perché lei stessa, da bambina, è stata vittima di abusi sessuali da parte di un pastore riformato in pensione, di circa sessant’anni, sposato, padre di quattro figli figlie e persino nonno. Ha raccontato di aver completamente seppellito questi fatti, riemersi vent’anni fa, al momento del suicidio di suo figlio, durante uno scambio con uno psicologo. «Ho continuato ad andare avanti nella vita senza pormi domande, senza sapere da dove venisse il mio disagio. Ho messo tutte le mie forze per adattarmi».

    La storia di Catherine non è isolata all’interno del protestantesimo. Nel desiderio di riparare gli abusi sessuali commessi contro minori o persone vulnerabili, la Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) ha deciso di unirsi alla Commissione di riconoscimento e riparazione (Crr) alla fine di ottobre; una decisione annunciata in un comunicato stampa diffuso il 7 novembre. Questa scelta si inserisce nel quadro delle azioni intraprese a sostegno delle vittime di violenza, secondo Emmanuelle Seyboldt, presidente del consiglio nazionale dell’EPUdF: «Due anni fa, abbiamo creato una cellula di servizio di ascolto professionale e indipendente per combattere molestie, discriminazioni, abusi di potere e violenza all’interno della Chiesa. Alcuni mesi fa, i membri della cellula ci hanno raccontato della loro incapacità di sostenere le vittime di abusi di venti o trent’anni fa, che si aspettano qualcosa di diverso dal semplice ascolto da parte della Chiesa. Ci è sembrato allora fondamentale trovare persone competenti che li aiutassero a superare questi vecchi traumi».

    Percorso di supporto

    Diversi motivi hanno portato l’EPUdF a scegliere il Crr come organismo terzo, spiega Emmanuelle Seyboldt: l’esperienza di questa organizzazione, che ha sostenuto un migliaio di persone dalla sua creazione; l’importanza attribuita alla giustizia riparativa nel percorso di conciliazione, in coerenza con le convinzioni dell’EPUdF ; il fatto che il Crr è un ente del tutto indipendente dalla Chiesa, composto da membri di diverse fedi, anche protestanti, tutti reclutati per le loro competenze; e, infine, la straordinaria personalità di suor Véronique Margron, alla guida della Conferenza dei Religiosi e delle Religiose di Francia e iniziatrice della Crr. «La giustizia riparativa, che pone il dialogo al centro del suo approccio, sembra essere lo strumento più adatto per sostenere le vittime e consentire la chiusura di storie che, decenni dopo, continuano a perseguitarle», afferma Emmanuelle Seyboldt.

    All’interno del Crr, le vittime delle persone che ricoprono responsabilità nell’EPUdF beneficeranno dello stesso sostegno di coloro che hanno subito abusi nella Chiesa cattolica. «Abbiamo ideato un programma di sostegno che cerchiamo costantemente di migliorare», spiega Antoine Garapon, presidente del Crr. Questo percorso si svolge in diverse tappe fondamentali: prima l’udienza, poi una valutazione effettuata da due referenti attraverso uno strumento di analisi che permette di misurare l’impatto della violenza sessuale sulla vita delle vittime, e infine la riparazione, decisa in assemblea plenaria da parte di una commissione. La riparazione avrà un tetto massimo di 60.000 euro. È importante non confondere risarcimento e riparazione. Il risarcimento, che mira a risarcire materialmente una perdita, non può applicarsi qui, perché non può riparare una vita spezzata da uno o più atti violenti. Ciò che offriamo è una forma di riparazione simbolica, un riconoscimento ufficiale dei fatti e della sofferenza che ne deriva. La cifra stanziata serve semplicemente a dare più peso a questa parola di riconoscimento.»

    Nessuna “deriva sistemica”

    Dal punto di vista finanziario, sarà la Chiesa protestante unita, a livello nazionale, a sostenere i costi della riparazione, e non le Chiese locali. Per quanto riguarda il processo di giustizia riparativa, le sue modalità saranno definite caso per caso, in un dialogo tra la vittima e l’organismo interessato (consiglio presbiterale, regionale o nazionale). Ci si può tuttavia chiedere perché l’EPUdF, prima di aderire al Crr, non abbia avviato un’indagine indipendente su larga scala, come avvenuto nella Chiesa cattolica attraverso la Commissione Ciase, per valutare l’entità degli abusi nel protestantesimo.

    «Ogni vittima è una di troppo; per questo riconosciamo la responsabilità della Chiesa in questa violenza e stiamo adottando misure concrete, spiega Emmanuelle Seyboldt, sempre dalle colonne del giornale Réforme. Tuttavia, il funzionamento dell’EPUdF, caratterizzato in particolare dalla collegialità dei suoi organi e dalla limitazione dei mandati, sembra proteggerci da una deriva sistemica all’interno della nostra organizzazione. Ma la Chiesa protestante unita non è immune alla violenza, come la società francese.» Secondo Emmanuelle Seyboldt, dalla sua creazione, il numero di chiamate ricevute dall’unità d’ascolto riguardanti violenze passate contro minori o persone vulnerabili rimane molto limitato e «si conta sulle dita di una mano».

    Fattori aggravanti

    Ma le vittime scelgono sempre di farsi avanti? Per quanto riguarda la violenza attuale, gli abusi si potrebbero contare sulle dita di due mani o forse di più. «Quando affermiamo, come nel rapporto della commissione etica e società della Federazione protestante di Francia sulla violenza sessuale e spirituale, pubblicato nel febbraio 2023​​​​​​​, che non esiste alcun abuso caratteriale sistemico all’interno del protestantesimo, questo non significa in alcun modo che questa violenza non esista tra noi», precisa Valérie Duval-Poujol, vicepresidente della Federazione protestante di Francia, impegnata nella sensibilizzazione sugli abusi spirituali e sessuali. Secondo la teologa battista gli abusi sono numerosi e, forse a causa della minore visibilità mediatica dei casi protestanti, la parola non è ancora stata del tutto diffusa. Osserva che, sul campo, pastori specializzati nel sostegno o psicologi incontrano ogni settimana le vittime. Se alcuni aspetti del protestantesimo possono limitare la violenza, ci sono anche, secondo Valérie Duval-Poujol, fattori aggravanti: rapporti di potere, una sopravvalutazione della figura pastorale posta a modello, tabù sulla sessualità o addirittura disuguaglianze tra uomini e donne.

    La Commissione per il riconoscimento e la riparazione

    La Commissione Riconoscimento e Riparazione (Crr) è stata creata nel novembre 2021, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (Ciase), che stimava in 320.000 il numero delle vittime di abusi sessuali da parte di religiosi e laici persone nella Chiesa cattolica tra il 1950 e il 2020. Questo rapporto ha suscitato uno shock ben oltre i confini della Chiesa di Francia. Allo stesso tempo è stata istituita l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (Inirr). Queste due organizzazioni indipendenti condividono lo stesso obiettivo: riconoscere e riparare questi massicci abusi. Tuttavia, la Crr prende in considerazione la violenza commessa all’interno delle congregazioni religiose, mentre l’Inirr si concentra su quella perpetrata dai membri delle diocesi della Conferenza episcopale di Francia.

    Il Sinodo della Chiesa tedesca affronta a sua volta il tema degli abusi

    Il tema degli abusi all’interno delle istituzioni ecclesiastiche sta avendo un grosso peso anche nel Sinodo della Ekd, la Chiesa evangelica in Germania, in corso fino a domani 13 novembre a Würzburg. La chiesa evangelica tedesca proprio un anno fa è stata scossa dalle dimissioni della sua presidente, la pastora Annette Kurchus, accusata di aver celato un caso di violenza sessuale all’interno della sua comunità.

    L’Ekd, che federa chiese evangeliche e luterane tedesche per un totale di circa 25 milioni di persone, ha istituito negli scorsi anni un Forum sulla partecipazione alla violenza sessuale che durante il Sinodo in corso ha presentato un piano d’azione in materia.

    Una delle misure raccomandate riguarda la revisione della politica di protezione dalla violenza dell’Ekd, che dovrebbe garantire standard uniformi di prevenzione, intervento e sostegno. La creazione di un ufficio di mediazione dovrebbe consentire un sostegno migliore e indipendente alle persone colpite. Un altro punto centrale è una profonda sensibilizzazione della Chiesa e della diaconia.

    «Lo studio di revisione del forum ci ha dimostrato all’inizio dell’anno che non abbiamo ancora raggiunto il punto sperato in termini di trattamento e prevenzione», ha affermato la presidente del Sinodo Anne-Nicole Heinrich. «Sono  grata che siamo riusciti a tradurre le raccomandazioni in misure concrete. Nella Chiesa protestante e nella Diakonia tutti sono ora chiamati a partecipare coerentemente all’attuazione, con tutte le nostre energie e senza se e senza ma».

    Uno studio scioccante

    Il riferimento è all’analisi fortemente voluta dalla stessa Ekd che lo ha finanziato tre anni fa con ben 3,6 milioni di euro di investimento, all’indomani  dell’emergere di varie testimonianze di abusi raccolte nel tempo. Lo studio fa parte di un pacchetto completo di misure per la protezione dagli abusi e molestie sessuali, che il Sinodo Ekd ha deciso di adottare a novembre 2018 (avevamo parlato qui dei numeri inquietanti degli abusi anche in seno alla Chiesa evangelica in Germania). Da allora, la Chiesa evangelica ha istituito un consiglio consultivo per la protezione contro la violenza. Ci sono commissioni indipendenti nelle chiese regionali che riconoscono l’ingiustizia che si è verificata. La protezione contro la violenza è stata anche incorporata nei regolamenti legali tramite una direttiva transnazionale sulla protezione della violenza.

     I dati sono effettivamente sconvolgenti: il team di ricerca indipendente ha identificato almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità. Un terzo fra loro sarebbero pastori e vescovi, gli altri operatori che lavoravano per organizzazioni legate alla chiesa, Diaconia in particolare.

    «Il riconoscimento non è solo una questione di soldi», sottolinea Detlev Zander, portavoce delle vittime nel Forum. «Rappresenta un atteggiamento che la Chiesa dovrebbe e deve mostrare verso il mondo esterno. Il riconoscimento si riflette anche nel fatto che la Chiesa abbia il coraggio di intraprendere nuove strade».

    Nella riunione di Würzburg il Sinodo vuole decidere anche altre misure che consentano di trarre conclusioni dallo studio presentato a gennaio sulla portata della violenza sessuale nella Chiesa protestante e nella diaconia. 

    In Inghilterra l’arcivescovo Justin Welby sulla graticola

    Quanto il tema sia centrale per il futuro delle chiese, soprattutto per quanto riguarda la loro credibilità, lo dimostra anche il caso, scoppiato in queste ore, che riguarda l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, primus inter pares della Comunione anglicana. Caso che in realtà sarebbe già stato noto da tempo alle autorità ecclesiastiche; da qui le feroci critiche in corso.

    L’arcivescovo  Welby sta affrontando una crescente pressione per dimettersi dopo che una commissione indipendente chiamata a valutare l’operato in tema di abusi sessuali della Chiesa d’Inghilterra ha concluso in parte che Welby «poteva e avrebbe dovuto» denunciare le accuse alle autorità un decennio fa, quando venne a conoscenza per la prima volta di una losca vincerà di violenze.

    La controversia si concentra su un’indagine sulle accuse di abusi contro John Smyth, accusato di attacchi «continui, brutali e orribili» su oltre 100 ragazzi e giovani uomini mentre frequentavano campi cristiani alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. L’indagine indipendente è stata commissionata nel 2019 dal National Safeguarding Team della chiesa. I suoi risultati sono stati pubblicati e divulgati la scorsa settimana, il 7 novembre.

    «Nonostante i notevoli sforzi compiuti da singoli individui per portare all’attenzione delle autorità competenti la portata e l’orrore della condotta di Smyth, anche da parte delle vittime e di alcuni membri del clero, le misure adottate dalla Chiesa d’Inghilterra e da altre organizzazioni e individui sono state inefficaci e non hanno né completamente esposto né impedito ulteriori abusi da parte sua», afferma il rapporto investigativo.

    «Netta mancanza di empatia e tendenza a minimizzare la questione»

    Il giorno della pubblicazione del rapporto, Welby ha rilasciato delle scuse pubbliche per non essersi assicurato che «la terribile tragedia fosse indagata energicamente» e per non aver incontrato rapidamente le vittime di Smyth. 

    Welby e altri alti funzionari della Chiesa d’Inghilterra sono venuti a conoscenza per la prima volta delle accuse di abusi contro Smyth nell’agosto 2013 (11 anni fa!), afferma il rapporto, ma «c’è stata una netta mancanza di empatia mostrata da queste figure di alto livello e una tendenza a minimizzare la questione, dimostrata dall’assenza di ulteriori interrogatori e follow-up».

    La polizia inoltre ha aperto un’indagine penale su Smyth nel 2017 in risposta alle informazioni rese pubbliche quell’anno in un documentario televisivo. Smyth è morto nel 2018 all’età di 75 anni. All’epoca, si diceva che si trovasse in Zimbabwe e che fosse in procinto di essere estradato per affrontare le accuse in Inghilterra.

    Ieri 11 novembre, Helen-Ann Hartley, vescova di Newcastle, ha chiesto le dimissioni di Welby.

    «Penso che sia molto difficile per la chiesa, in quanto chiesa nazionale e consolidata, continuare ad avere una voce morale in qualsiasi modo, forma o aspetto nella nostra nazione, quando non possiamo mettere ordine in casa nostra per quanto riguarda qualcosa di così criticamente importante come gli abusi» ha detto Hartley alla BBC.

    Separatamente, un membro del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra, il reverendo Robert Thompson, ha lanciato una petizione su Change.org chiedendo a Welby di dimettersi. A ieri sera, aveva ricevuto più di 7.000 firme virtuali.

    L’Episcopal News Service ha contattato l’ufficio stampa di Welby a Lambeth Palace per chiedere un commento e un portavoce ha rimarcato che «L’arcivescovo ribadisce il suo orrore per la portata dell’abuso di John Smyth. Welby si è scusato profondamente sia per i suoi fallimenti e omissioni, sia per la malvagità, l’occultamento e l’abuso da parte della chiesa in senso più ampio».

    Welby, secondo la dichiarazione, «non era a conoscenza o sospettava delle accuse prima che gli venissero comunicate nel 2013» e non ha intenzione di dimettersi. Spera, tuttavia, che il rapporto investigativo supporti «il lavoro in corso per costruire una chiesa più sicura qui e in tutto il mondo».

    Un storia nota da decenni

    Un’indagine del 1982 condotta segretamente dall’Iwerne Trust, che finanziava i campi estivi, fu insabbiata. Il Winchester College, la scuola pubblica frequentata da molte delle vittime, proibì a Smyth di entrare nei suoi locali ma non denunciò i suoi crimini alla polizia.

    Smyth si trasferì nello Zimbabwe, dove continuò ad abusare di ragazzi e dovette affrontare le accuse di aver ucciso un ragazzo di 16 anni in un campo estivo nel 1992. Il caso fu archiviato. Smyth si sposto quindi in Sudafrica, dove nel 2017 fu rimosso dall’incarico di leader della sua chiesa locale a Città del Capo dopo accuse di comportamento inappropriato.

    Welby aveva incontrato Smyth quando faceva volontariato nei campi estivi dell’Iwerne Trust nel Dorset. Nel 2017 disse: «Per come lo ricordo, era un oratore affascinante, delizioso, molto intelligente e brillante. Non ero un suo caro amico, non ero nella sua cerchia ristretta o nella cerchia ristretta della dirigenza del campo, tutt’altro».

    Il rapporto della scorsa settimana ha affermato che Welby «potrebbe non essere stato a conoscenza dell’estrema gravità dell’abuso, ma è molto probabile che avesse almeno un livello di conoscenza del fatto che John Smyth fosse motivo di preoccupazione».

    Nel 2013, pochi mesi dopo che Welby aveva assunto il suo ruolo di arcivescovo, lui e altre figure di alto livello sono stati informati delle accuse. La scorsa settimana Welby ha riconosciuto di non aver «garantito che ciò fosse perseguito con la stessa energia e spietatezza di quanto avrebbe dovuto essere». È stato, ha detto, un «fallimento davvero vergognoso».

    Da quando Welby è diventato arcivescovo, la Chiesa d’Inghilterra ha pubblicato una serie di rapporti sulla sua gestione dei casi di abusi. Quasi tutti hanno trovato prove di occultamento, insabbiamento e sforzi per contenere i danni alla reputazione.

    La Chiesa d’Inghilterra ha investito denaro e risorse nei suoi sforzi per migliorare la tutela e correggere gli errori del passato. Ci sono stati alcuni miglioramenti, ma la maggior parte dei sopravvissuti afferma che nel complesso la risposta della chiesa è stata incoerente e spesso dannosa.

    Ciò che contraddistingue questo caso è che Welby vi è personalmente coinvolto. Era nei campi estivi quando Smyth, un uomo che ammirava molto, metteva in atto i suoi abusi. Era in una posizione di potere quando i sopravvissuti si sono fatti avanti e non è intervenuto. La Chiesa d’Inghilterra ha tergiversato sulla revisione commissionata sui crimini di Smyth. Non c’è da stupirsi che le richieste di dimissioni di Welby stiano aumentando.

    Francia, Germania, Inghilterra, il tema degli abusi scuote e interroga le chiese

  • Orribile scoperta: monaco compie abusi sessuali su un minorenne

    Orribile scoperta: monaco compie abusi sessuali su un minorenne

    Il monaco, appartenente all’Abadia di Montserrat, ha accettato una condanna a due anni di carcere dopo aver ammesso di aver abusato sessualmente di un ragazzo di 17 anni nel maggio 2019.

    Condanna per abusi a un monaco di Montserrat

    La sentenza è stata emessa dalla sezione sesta dell’Audiencia di Barcellona dopo un accordo tra le parti. Inizialmente, la procura aveva richiesto una pena di cinque anni, ridotta successivamente in virtù delle attenuanti riconosciute, quali la confessione e la riparazione del danno. Il monaco, infatti, aveva depositato 25.000 euro come risarcimento per la vittima, un importo superiore a quello stabilito dal tribunale.

    Il monaco, che aveva ricoperto il ruolo di vicerettore del santuario e coordinatore degli incontri di Montserrat Jove, aveva instaurato un legame di fiducia con la vittima durante una delle attività del programma. Approfittando della relazione, invitò il ragazzo a trascorrere un fine settimana nel monastero, durante il quale si consumarono gli abusi.

    Il monaco si era occupato personalmente dell’alloggio del minore, pagando di tasca propria una stanza presso l’abbazia. La richiesta della difesa di sospendere la pena è stata appoggiata sia dalla procura che dall’avvocato della vittima. Ma sarà il tribunale a decidere in fase di esecuzione della sentenza.

    La posizione dell’Abadia di Montserrat

    In un comunicato ufficiale, l’Abadia di Montserrat ha espresso la propria condanna per l’accaduto, descrivendo i fatti come totalmente contrari ai valori della comunità monastica. La comunità ha chiesto pubblicamente perdono alla vittima e ha sottolineato di aver collaborato fin dal principio con le autorità per garantire un percorso di giustizia riparativa. Il monaco è stato soggetto a misure cautelari canoniche, tra cui la sospensione del ministero e l’allontanamento dal monastero.

    L’Abadia ha ribadito che, terminato il procedimento penale, sarà avviato un processo canonico interno per stabilire ulteriori sanzioni, secondo le norme della Chiesa cattolica. “Siamo profondamente addolorati e proviamo vergogna per questi fatti. Ci impegniamo a continuare a lavorare per prevenire qualsiasi situazione simile in futuro“, ha concluso il comunicato.

    La comunità di Montserrat intende rivedere i propri protocolli di sicurezza per garantire la protezione e il benessere dei minori che frequentano le attività del monastero.

    https://newsmondo.it/monaco-compie-abusi-sessuali-su-un-minorenne-lorribile-storia/cronaca

  • Abusi sessuali, in Gran Bretagna si dimette l’arcivescovo di Canterbury Welby

    Abusi sessuali, in Gran Bretagna si dimette l’arcivescovo di Canterbury Welby

    Si è dimesso Justin Welby, l’arcivescovo anglicano di Canterbury. La decisione è arrivata dopo l’accusa di aver nascosto gli abusi sessuali e psicologici contro minorenni da parte di un amico avvocato, John Smyth, morto nel 2018. Welby non avrebbe informato la polizia delle violenze dell’uomo, avvenute nei campi estivi organizzati dalla chiesa anglicana. Il caso ha scatenato la rabbia dei fedeli e dei vertici della Chiesa anglicana. Alcuni membri del Sinodo generale, l’assemblea nazionale della Chiesa, aveva chiesto le dimissioni dal momento che l’arcivescovo aveva “perso la fiducia del suo clero”.

    “Credo che farmi da parte sia nell’interesse della Chiesa d’Inghilterra, che amo profondamente e che ho avuto l’onore di servire”, ha annunciato l’arcivescovo di Canterbury in un comunicato.

    Con la denuncia si sarebbero prevenuti ulteriori abusi

     Secondo un’indagine indipendente, Welby non ha mai denunciato Smyth nonostante fosse stato informato degli abusi da lui compiuti nell’agosto 2013, poco dopo essere diventato arcivescovo di Canterbury. La Makin Review, che ha condotto l’indagine, ha rilevato che se Smyth fosse stato denunciato alla polizia nel 2013, si sarebbe potuto contribuire a scoprire la verità, si sarebbero prevenuti ulteriori abusi e ciò avrebbe portato a una possibile condanna penale.

    Gli abusi sarebbero continuati fino alla morte

     “In effetti, sono stati persi tre anni e mezzo, un lasso di tempo entro il quale John Smyth avrebbe potuto essere assicurato alla giustizia e ogni abuso che stava commettendo in Sudafrica sarebbe stato scoperto e fermato”, ha rilevato l’indagine. Tra il 1984 e il 2001, Smyth infatti ha vissuto in Zimbabwe e successivamente in Sudafrica. Ha continuato ad abusare di ragazzi e giovani uomini e ci sono prove che gli abusi siano continuati fino alla sua morte, avvenuta in Sudafrica nell’agosto 2018. Smyth in veste di predicatore laico avrebbe preso di mira almeno 130 tra bambini e ragazzi nel corso di campi estivi cristiani per giovani tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

    Premier Starmer: “Accuse orribili”

     Il futuro dell’arcivescovo di Canterbury “è una questione che riguarda la Chiesa”, ha detto il primo ministro britannico, Keir Starmer. “Vorrei essere chiaro: da quello che so le accuse sono orribili, sia per la loro portata sia per il loro contenuto”, ha affermato Starmer, aggiungendo: “E’ una questione che riguarda la Chiesa, ma non mi tirerò indietro dal fatto che queste sono accuse orribili e che i miei pensieri sono con le vittime”.

    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/abusi-gb-si-dimette-arcivescovo-canterbury-welby_90223880-202402k.shtml

  • La diocesi di Oakland propone un fondo di oltre 117 milioni di dollari per l’accordo sugli abusi sessuali del clero; gli avvocati delle vittime lo definiscono “una truffa e una farsa”

    La diocesi di Oakland propone un fondo di oltre 117 milioni di dollari per l’accordo sugli abusi sessuali del clero; gli avvocati delle vittime lo definiscono “una truffa e una farsa”

    OAKLAND — Questa settimana la diocesi di Oakland ha proposto di creare un fondo fiduciario del valore di almeno 117 milioni di dollari per aiutare a risolvere centinaia di cause legali che denunciano decenni di abusi sessuali da parte dei suoi sacerdoti , in un accordo che gli avvocati delle vittime hanno immediatamente definito “patetico”.

    Il pagamento proposto dalla diocesi ha evidenziato un piano di riorganizzazione presentato venerdì sera per uscire dalla bancarotta del Capitolo 11 e risolvere circa 350 cause legali da parte di persone che affermano di essere state abusate dai leader della chiesa cattolica. Il fondo sarebbe finanziato nel corso di diversi anni e includerebbe il titolo di una proprietà di Livermore che la chiesa afferma potrebbe aggiungere decine di milioni di dollari di valore al fondo delle vittime.

    Gli avvocati delle vittime di violenza sessuale hanno definito il piano “una truffa e una farsa” sabato, sostenendo che la diocesi ha sottovalutato i propri beni come mezzo per evitare di pagare di più. Se approvato, il pagamento sarebbe inferiore a un accordo da 880 milioni di dollari raggiunto il mese scorso tra l’arcidiocesi di Los Angeles e oltre 1.350 persone che hanno fatto causa ai leader della chiesa nella California meridionale.

    “È quello che chiamiamo un piano di cram-down”, ha detto Rick Simons, avvocato di numerose vittime di aggressioni sessuali e consulente di collegamento per i casi di abusi del clero nella California settentrionale. “Stanno cercando di far entrare il piano nella gola dei sopravvissuti, senza il loro consenso o la loro approvazione, perché si sono rifiutati di negoziare un piano equo e vogliono provare a risparmiare denaro”.

    “È uno sforzo ridicolo nascondere i loro beni e semplicemente non pagare i loro debiti come parte della loro riorganizzazione”, ha aggiunto Simons. “I loro importi sono patetici”.

    In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web, la diocesi di Oakland ha affermato che il piano offriva “un risarcimento giusto ed equo”, suggerendo al contempo che il valore del trust potrebbe aumentare tra $ 43 milioni e $ 81 milioni tenendo conto del valore percepito del titolo di proprietà di Livermore. Inoltre, la diocesi ha proposto di dare tutti i diritti e gli interessi delle sue polizze assicurative al trust, il che potrebbe consentire alle vittime di abusi di richiedere denaro agli assicuratori della diocesi.

    OAKLAND — Questa settimana la diocesi di Oakland ha proposto di creare un fondo fiduciario del valore di almeno 117 milioni di dollari per aiutare a risolvere centinaia di cause legali che denunciano decenni di abusi sessuali da parte dei suoi sacerdoti , in un accordo che gli avvocati delle vittime hanno immediatamente definito “patetico”.

    Il pagamento proposto dalla diocesi ha evidenziato un piano di riorganizzazione presentato venerdì sera per uscire dalla bancarotta del Capitolo 11 e risolvere circa 350 cause legali da parte di persone che affermano di essere state abusate dai leader della chiesa cattolica. Il fondo sarebbe finanziato nel corso di diversi anni e includerebbe il titolo di una proprietà di Livermore che la chiesa afferma potrebbe aggiungere decine di milioni di dollari di valore al fondo delle vittime.

    Gli avvocati delle vittime di violenza sessuale hanno definito il piano “una truffa e una farsa” sabato, sostenendo che la diocesi ha sottovalutato i propri beni come mezzo per evitare di pagare di più. Se approvato, il pagamento sarebbe inferiore a un accordo da 880 milioni di dollari raggiunto il mese scorso tra l’arcidiocesi di Los Angeles e oltre 1.350 persone che hanno fatto causa ai leader della chiesa nella California meridionale.

    “È quello che chiamiamo un piano di cram-down”, ha detto Rick Simons, avvocato di numerose vittime di aggressioni sessuali e consulente di collegamento per i casi di abusi del clero nella California settentrionale. “Stanno cercando di far entrare il piano nella gola dei sopravvissuti, senza il loro consenso o la loro approvazione, perché si sono rifiutati di negoziare un piano equo e vogliono provare a risparmiare denaro”.

    “È uno sforzo ridicolo nascondere i loro beni e semplicemente non pagare i loro debiti come parte della loro riorganizzazione”, ha aggiunto Simons. “I loro importi sono patetici”.

    In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web, la diocesi di Oakland ha affermato che il piano offriva “un risarcimento giusto ed equo”, suggerendo al contempo che il valore del trust potrebbe aumentare tra $ 43 milioni e $ 81 milioni tenendo conto del valore percepito del titolo di proprietà di Livermore. Inoltre, la diocesi ha proposto di dare tutti i diritti e gli interessi delle sue polizze assicurative al trust, il che potrebbe consentire alle vittime di abusi di richiedere denaro agli assicuratori della diocesi.

    Pochi mesi dopo la chiusura di quella speciale finestra di deposito alla fine del 2023, la diocesi ha risposto presentando istanza di protezione fallimentare ai sensi del Capitolo 11. La mossa ha suscitato l’immediata condanna delle vittime di abusi e dei loro avvocati, le cui cause sono state di fatto sospese mentre un giudice fallimentare esaminava le finanze e i beni della chiesa.

    La dichiarazione di fallimento equivaleva a “un’altra forma di insabbiamento”, ha detto Dan McNevin, un sopravvissuto agli abusi della contea di Alameda, quando la chiesa ha presentato la sua prima dichiarazione a maggio. La sua causa contro la chiesa circa 20 anni fa era tra le 56 che si sono concluse con una media di 1 milione di dollari, una cifra che ha fatto impallidire la proposta più recente della diocesi, in particolare tenendo conto dell’inflazione.

    La presentazione di venerdì includeva la creazione di un “Survivor’s Trust”, che includerebbe 103 milioni di dollari in contanti direttamente dalla diocesi, oltre a 14,25 milioni di dollari dalla Roman Catholic Welfare Corporation/Schools. Includeva anche il titolo di proprietà di Livermore, che sarebbe stato trasferito “così com’è, dove si trova”. La proprietà era stata concepita come sede di una scuola superiore, ma ora è vuota.

    Il fondo sarebbe finanziato a rate nell’arco di diversi anni, a partire da una rata iniziale di circa 65 milioni di dollari, per poi aumentare di 10 milioni di dollari fino a raggiungere i 13 milioni di dollari nei successivi anni.

    Il piano è stato depositato l’ultimo giorno in cui la diocesi aveva il diritto esclusivo di depositare un piano di riorganizzazione presso il tribunale fallimentare, ha affermato la diocesi. Nella sua dichiarazione di venerdì, la diocesi ha affermato che avrebbe “ottenuto un prestito, utilizzato risorse in contanti e venduto immobili”, ma ha fornito pochi altri dettagli.

    “Ci auguriamo che i sopravvissuti riconoscano comunque che la diocesi sta lavorando in buona fede per cercare di risarcirli in modo equo e giusto”, ha affermato Barber, in una nota di ottobre ai parrocchiani.

    Gli avvocati delle vittime di abusi, tuttavia, hanno suggerito che non finanziare immediatamente il trust avrebbe danneggiato le persone che erano già state vittime della chiesa, dato che il valore di quel trust potrebbe erodersi con il tempo e l’inflazione. E hanno messo in dubbio se la chiesa fosse completamente trasparente nella sua contabilità finanziaria.

    Gli avvocati hanno anche suggerito che la chiesa potrebbe fare di più per vendere i suoi considerevoli possedimenti immobiliari in tutta la regione, il cui valore supera di gran lunga l’importo dell’accordo proposto. Un punto da cui iniziare sarebbe vendere decine di parrocchie che sembrano essere senza preti, ha detto Jeff Anderson, un avvocato che rappresenta più di 100 vittime.

    “Stanno dando priorità ai propri interessi rispetto a quelli dei bambini che hanno danneggiato”, ha aggiunto Jennifer Stein, avvocato di numerose vittime. “Riteniamo che abbiano la possibilità di pagare molto di più e continuano a scegliere i propri interessi rispetto a quelli dei loro ex studenti, ex parrocchiani, gli stessi cattolici e la comunità che servivano e che continuano a servire”.

    Diocese of Oakland proposes $117 million-plus fund in clergy sex abuse deal; victims’ attorneys call it ‘a scam and a sham’

  • Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

    Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Abusi del ministero sacerdotale e/o abusi dell’ufficio, nonché omissioni nell’adempimento del proprio ufficio: sono questi i capi d’accusa imputati al co-fondatore, ex superiore e direttore spirituale per trent’anni della Famiglia di Maria (FM) p. Gebhard Paul Maria Sigl, per i quali il tribunale ecclesiastico composto da tre canonisti – il salesiano mons. Markus Graulich, sotto-segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Grzegorz Erlebach (docente di Diritto canonico alla Gregoriana) e Ulrich Rhode (gesuita, decano della Facoltà di Diritto canonico nella stessa università) – ha emesso, il 18 settembre scorso, una sentenza di colpevolezza. E il 5 novembre, il Dicastero competente, quello per il Clero, ha notificato il decreto attuativo, che fornisce le indicazioni per l’applicazione delle pene prescritte nella sentenza. Si chiude così, dopo oltre due anni, il processo ecclesiastico riguardante una figura nel tempo accusata di presunti abusi psicologici e spirituali e di manipolazione mentale da numerosi testimoni e vittime, soprattutto tra gli ex membri della comunità. Come le violenze psicologiche ricostruite grazie alle testimonianze di ex membri nella nostra lunga inchiesta (tra i vari articoli, v. qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui) e testimoniati anche nel libro uscito di recente in Germania Wieder ich selbst di Birgit Abele, che racconta la propria devastante esperienza nei 23 anni vissuti all’interno della comunità.

    La sentenza, nella sua parte dispositiva, che non è stata pubblicata e di cui Adista è venuta in possesso da fonti di area germanofona, oltre alla firma dei tre giudici riporta anche l’approvazione della sentenza da parte di papa Francesco, l’11 ottobre; un dettaglio che comporterebbe per p. Sigl l’impossibilità di ricorrere in appello.

    Del decreto attuativo del Dicastero è stato invece sintetizzato il contenuto in un comunicato pubblicato sul sito della Famiglia di Maria il 6 novembre. Vi si cita l’emanazione della sentenza, notificata a mons. Daniele Libanori, commissario pontificio della Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria (PDF-FM) e del braccio sacerdotale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (OJSS) «disponendo che tutti i membri venissero messi al corrente»; si afferma poi che il Decreto è stato notificato al commissario il 31 ottobre, per poi essere trasmesso il 5 novembre «a tutti i vescovi delle Diocesi nelle quali operano le Associazioni OJSS e PDF-FM.

    Ma veniamo intanto al contenuto della parte dispositiva della sentenza.

    Le maglie strette delle interdizioni

    La pena comminata prevede alcune interdizioni per la durata di dieci anni: un periodo di tempo che, per un uomo di 75 anni, può essere molto lungo.

    Queste interdizioni appaiono espresse in modo tale da non prestare il fianco a possibili tentativi di aggiramento: si parla di divieto di risiedere o di permanere giorno e notte in una casa ove vi siano membri della Famiglia di Maria e dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote: non solo quindi nelle comunità, ma anche all’esterno, in un luogo qualsiasi; di divieto di amministrare il sacramento della confessione, ma anche di farne richiesta a un qualsiasi Ordinario; di accettare uffici o incarichi nell’OJSS e nella FM, forse per evitare strategie di rientro; di esercitare la direzione spirituale; di predicare, di guidare ritiri ed esercizi spirituali. Tutto questo, si diceva, per dieci anni.

    La sentenza prescrive anche – in questo caso senza determinazioni temporali – il divieto di intervenire nella gestione dei beni delle associazioni civili, ossia quelle associazioni, create parallelamente alle singole comunità, che in modo indipendente dalla Chiesa (in quanto soggette al diritto civile) gestiscono i beni della Famiglia di Maria. O forse anche associazioni che possano nascere, magari per iniziativa dello stesso Sigl, da questo momento in poi.

    Quanto al Decreto attuativo, esso sembra andare anche oltre rispetto alla sentenza. Dispone infatti che – si legge nel comunicato diffuso sul sito della Famiglia di Maria –  «il Rev. P. Gebhard Paul Maria Sigl per la durata di dieci anni non possa avere relazioni con i membri delle Associazioni OJSS e PDF-FM e non possa esercitare gli uffici del ministero sacerdotale per i fedeli né rivestire ruoli negli organismi amministrativi delle Associazioni; egli inoltre dovrà risiedere in un luogo definito dal Commissario pontificio».

    Dunque si parla qui anche di divieto di officiare pubblicamente la messa (che non era citato nella sentenza), e soprattutto di un luogo di residenza obbligato, per consentire, evidentemente, anche il monitoraggio dell’osservanza delle restrizioni da parte di p. Sigl.

    Le motivazioni

    Se nulla viene riportato, nella sentenza limitata alla parte dispositiva, rispetto alle motivazioni che l’hanno prodotta (ed è grottesco che soprattutto i membri della comunità non ne vengano messi al corrente), qualche elemento può essere tuttavia dedotto indirettamente. Si ha l’impressione che da un lato si sia voluto “sganciare” Sigl dalla comunità, impedendogli di continuare ad avere potere e influenza al suo interno; dall’altro si sia cercato di ridurre drasticamente il suo raggio d’azione a livello pubblico.

    Molto rilevante nella sentenza è la citazione specifica del divieto di portare avanti quella parte del ministero (che comunque appare vietato nel suo complesso nel Decreto) che comporta un rapporto stretto, uno a uno, con altre persone, ossia la confessione e la direzione spirituale. Secondo le testimonianze degli ex membri che abbiamo pubblicato, in effetti, era soprattutto nel rapporto personale che p. Sigl esercitava forme di ricatto psicologico e affettivo e di mistificazione teologica, finalizzate a produrre rapporti di dipendenza, a creare sensi di colpa, a impedire un pensiero autonomo e a legare le persone alla comunità.

    Ci sarebbe poi il capitolo del rapporto di Sigl con le rivelazioni private e in particolare con le cosiddette “apparizioni di Amsterdam” dell’olandese Ida Peerdeman, sua intima amica, riguardanti “Nostra Signora di tutti i popoli”, già condannate come non sovrannaturali dal Vaticano nel 1974 e poi oggetto di un tira e molla fino al 2020, quando il divieto è stato ribadito . La scorsa estate il DDF, con un comunicato diffuso l’11 luglio, ha reso noto e quanto stabilito nel 1974 dall’ex Sant’Uffizio, mettendo la parola fine a un culto problematico. Ma p. Sigl ha sempre diffuso, in questi decenni, nonostante il divieto vaticano, le visioni e le apparizioni della pseudoveggente, scrivendone addirittura un libro. E ci sarebbe anche l’abuso liturgico perpetrato attraverso la concelebrazione della messa negli anni ‘70-’80, insieme al suo mentore p. Joseph Seidnitzer, prete austriaco pluricondannato per abusi sessuali su minori, sui cui crimini Sigl ha sempre taciuto, facendolo passare, in comunità, come un santo, una icona da venerare. In quegli anni, Sigl non era prete; sarebbe stato ordinato sacerdote solo nel 1992, a Fatima, peraltro di nascosto e senza aver compiuto gli studi in seminario. Un’ordinazione valida (fatta da un vescovo, il controverso co-fondatore mons. Pavol Hnilica) ma illecita.

    La sentenza

    In definitiva, come valutare questa sentenza? L’elemento forse più significativo è che le testimonianze e le denunce pervenute contro p. Sigl sono state evidentemente ritenute credibili e verosimili. È importante, considerato che si tratta di uno dei primi processi che non implichino espressamente abusi sessuali, ma abusi spirituali e psicologici e il «sistema di potere messo in atto dal fondatore», come affermava il decreto del Dicastero che, nel 2022, commissariava la comunità della Famiglia di Maria e destituiva Sigl, dopo più di trent’anni di guida della comunità. Una guida ereditata, prima ancora che da Hnilica, dal mentore p. Seidnitzer.

    Questa sentenza, insomma, è già un segnale rilevante, in una Chiesa istituzionale i cui vertici, afferma parlando con Adista l’ex giudice ecclesiastico francese p. Pierre Vignon, «non hanno ancora capito come liberarsi dei manipolatori». Anche la lentezza nell’emissione di questa sentenza è un sintomo del fatto che la Chiesa «è molto indietro, non è ancora attrezzata a fare fronte a questo genere di abusi».

    E per il futuro, solo domande

    Molte domande, però, si pongono e si impongono. Che sarà ora della comunità, che cerca di offrire all’esterno un viso aperto al cambiamento per timore della dissoluzione, ma che, a quanto ci è dato sapere, in gran parte fa ancora quadrato intorno all’ex superiore? Per quanto proseguirà il governo ad interim dei due commissari, mons. Daniele Libanori e suor Katharina Kristofova, nominati dal Dicastero per il Clero in questo ruolo (anche se, stranamente, nel comunicato pubblicato sul sito della FM si parla solo del “Commissario pontificio” e suor Kristofova non viene mai citata)? Chi saranno i nuovi superiori che dovrebbero permettere alla comunità di voltare davvero pagina? In che misura lo stile di governo e il pensiero unico di Sigl avranno contaminato le generazioni più giovani producendo, come la storia di tante nuove comunità ha dimostrato nonostante plurimi tentativi di rifondazione, il perpetuarsi delle stesse dinamiche? Quanto si terrà in conto, nel decreto del Dicastero ancora in embrione, del dolore e del segno indelebile della violenza psicologica, nel corpo e nella psiche, di tanti membri ed ex membri della comunità? E chi si prenderà cura, e come, di chi in coscienza ha scelto di andarsene, e che rischia una ulteriore vittimizzazione?

    https://www.adista.it/articolo/72773

  • L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa

    Non siamo molto bravi a considerare proporzioni e probabilità. Questa nostra incapacità può portare a conclusioni fuorvianti. Quando parliamo di statistica è importante considerare sia il contesto che i numeri assoluti.

    Nel CICAP ne abbiamo discusso spesso. Per esempio, ne ha parlato Marco Malvaldi nel nostro XIII Convegno Nazionale, che si svolse a Cesena nel settembre del 2015, illustrando il caso del processo a O.J. Simpson (video qui al minuto 16.45).

    Questo processo, che si è svolto a metà degli anni ’90, è stato uno dei casi penali più celebri della storia americana. OJ Simpson, famosissimo giocatore di football americano, diventato poi attore e celebrità da rotocalco, era accusato dell’omicidio della ex moglie e del suo compagno. Nonostante le prove solide presentate dall’accusa, Simpson fu prosciolto. Un momento chiave del processo fu la dimostrazione che Simpson era abitualmente violento con sua moglie e questo deponeva per la tesi dell’accusa. Ma la difesa sostenne che su ogni 2500 donne uccise solo una aveva subito atti di abuso coniugale; quindi la storia di violenze di Simpson sulla moglie non sarebbe stata rilevante, data la scarsa rilevanza della violenza domestica sul numero di femminicidi. Questo ragionamento della difesa si dimostrò efficace ma era sbagliato.

    Come dimostrò Gerd Gigerenzer nel suo libro Reckoning with Risk: Learning to Live with Uncertainty (Penguin, 2003), la probabilità fu presentata fuori contesto. Il ragionamento proposto dall’avvocato della difesa era erroneo, perché non considerava il giusto gruppo di riferimento. L’accusa era che il marito fosse sia autore di violenze sulla moglie (fatto acclarato al processo) sia assassino della stessa. Se si analizza il fatto partendo da questa seconda possibilità, allora le statistiche indicano che la probabilità che un coniuge violento abbia effettivamente ucciso la sua partner è circa del 90%. Su 10 donne che subiscono violenza da parte del partner e vengono poi uccise, 9 sono uccise dal coniuge; un valore molto più alto dello 0,04% che “solo” un femminicidio su 2500 sia preceduto da violenze domestiche implicherebbe. Il processo rimane un momento culturale significativo in America, e in tutto il mondo.

    In un errore simile è incappato il papa di ritorno da un suo recente viaggio in Belgio, a fine settembre 2024: (qui e qui).

    Durante la conferenza stampa sull’aereo che lo riportava a Roma, il 29 settembre 2024, il Pontefice rispose anche a domande sugli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica. Come sempre il Santo Padre dichiarò il suo sdegno e ribadì la sua politica di tolleranza zero su questi soprusi. Ma, pur senza addurlo a giustificazione, affermò anche un concetto che spesso emerge in simili discussioni: che la Chiesa era comunque responsabile soltanto del 3% di tutti gli abusi sessuali commessi (qui, al minuto 8.58). È un esempio di errore di proporzione.

    Sono circa 410.000 i preti nel mondo. Gli uomini adulti sono circa 2,420 miliardi. Gli uomini adulti, escluso il clero, sono 2419,59 milioni. Il clero rappresenta quindi lo 0,00017% della popolazione dei maschi adulti. Cioè il 3% degli abusi sarebbe commesso dallo 0,00017% del campione. Ne deriva che la probabilità che un abuso sessuale venga perpetrato da un prete è 176 volte superiore alla probabilità che l’abusante sia una persona non appartenente al clero.

    Anche se la matematica non rientra tra le questioni oggetto d’infallibilità del Pontefice, il fatto che persino lui cada vittima di fallacie probabilistiche dimostra che è utile discuterne, e prestarci attenzione.

    * Sergio Della Sala è un neuroscienziato. Lavora presso la University of Edinburgh, UK

    Immagine in evidenza: da Pixabay, di Annette_Klingner

    L’errore matematico del papa quando parla di abusi sessuali nella Chiesa