Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: abusi sessuali

  • Abusi su minori, ora l’ex parroco va in cura

    Abusi su minori, ora l’ex parroco va in cura

    Raggiungerà al più presto l’istituto Oasi di Elim, presso il santuario del Divino Amore, a Roma, l’ex parroco di Santa Maria madre della Chiesa, a Pratale. Un istituto che ospita i prelati accusati di pedofilia impegnati in un percorso di riabilitazione e di sostegno psicologico al clero che si è macchiato di abusi sessuali.

    Il sacerdote, che avrebbe ammesso gli abusi su due fratelli (oggi adulti) quando era parroco di Santo Stefano extra moenia, a Porta a Lucca, è ancora ospite a casa di parenti, a Pisa, ma nei prossimi giorni lascerà la città per ricoverarsi nella “clinica” romana nata nel 2010 per sostenere i prelati con disturbi psichici e affetti da pedofilia, in attesa delle determinazioni del processo canonico, avviato nella scorsa primavera dall’arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, non appena ricevute le circostanziate dichiarazioni dei due fratelli vittime degli abusi.

    Fatti commessi molti anni fa e ormai prescritti, sotto il profilo penale e per i quali dunque non ci sarà alcun processo da parte della giustizia ordinaria. Tuttavia il parroco, dimissionario da tutti gli incarichi e tuttora sospeso da ogni mansione, ha già ammesso davanti a Benotto le sue colpe. Spetta ora al Vaticano pronunciarsi in modo definitivo sulle sue condotte, intanto l’ex parroco proverà a inizierà una seconda vita attraverso il percorso riabilitativo nella cosiddetta “clinica dei preti”.

    Parallelamente al giudizio canonico potrebbe però aprirsi un processo civile perché ai due fratelli abusati si sarebbero aggiunti almeno altre due denunce. I quattro casi sono seguiti dal team di avvocati della Rete l’Abuso, che da anni si batte per denunciare gli abusi sessuali del clero cattolico.

    Sarebbero, quindi, almeno quattro le persone pronte a rivolgersi al Tribunale di Pisa per avviare una causa civile e chiedere un sostanzioso risarcimento danni: i ricorsi ai quali si sta lavorando parlando di reiterati abusi sessuali e violenze subite quando le persone ora adulte erano bambini o appena adolescenti. Tutti i fatti riguarderebbero la parrocchia di Porta a Lucca. Finché ha potuto ha tenuto nascosto il lato oscuro di sé il sacerdote settantaquattrenne pisano, tanto da svolgere negli anni una brillante “carriera” all’interno della curia fino a diventarne il vicario episcopale per la città di Pisa nel 2021.

    Fino a primavera era un modello per tanti fedeli e generazioni di pisani. Era considerato un prete carismatico, progressista, illuminato e di grande personalità. Poi le accuse dei due fratelli lo hanno travolto e di fronte al vescovo, in estate, ha vuotato il sacco e ammesso ogni responsabilità.

  • Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    Il cardinale George Pell muore all’età di 81 anni

    CNN Roma – Il cardinale George Pell , il più alto funzionario cattolico condannato per abusi sessuali su minori prima che la sentenza fosse ribaltata nel 2020, è morto, secondo il suo segretario. Aveva 81 anni.

    Padre Joseph Hamilton ha confermato la morte di Pell martedì sera, ora locale, dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Roma per un intervento di sostituzione dell’anca. Hamilton ha detto che mentre l’operazione ha avuto successo, Pell ha successivamente subito un arresto cardiaco.

    Nato nella città regionale di Ballarat, in Australia, l’8 giugno 1941, Pell è salito tra i ranghi della Chiesa cattolica romana fino a diventare tesoriere vaticano, considerato da molti la terza posizione più alta all’interno della chiesa.

    Ha ricoperto quel ruolo dal 2014 al 2019 come responsabile delle riforme finanziarie di Papa Francesco, che si sono in gran parte bloccate quando è stato richiamato in Australia per affrontare le accuse di abusi sessuali storici.

    Pell è stato condannato per tali accuse nel 2018 e ha scontato 13 mesi di carcere prima che l’Alta corte australiana annullasse la sua condanna nell’aprile 2020. Pell ha negato strenuamente le accuse, che ha respinto in un’intervista della polizia del 2016 come un “prodotto di fantasia”.

    Nel riassunto di due pagine della sentenza, l’Alta Corte ha affermato che la giuria “avrebbe dovuto nutrire dubbi sulla colpevolezza del ricorrente” e ha ordinato l’annullamento delle condanne.

    https://www.cnn.com/2023/01/10/asia/cardinal-george-pell-dies-intl-hnk/index.html

  • Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Accusato di pedofilia, il sacerdote di Pisa è stato trasferito a Roma

    Il sacerdote sospeso da ogni mansione dopo lo scandalo di pedofilia che lo ha visto al centro di storie di abusi sessuali su minori è stato trasferito a Roma, nella cosiddetta “clinica per preti”, L’oasi di Elim del Santuario del Divino Amore della Capitale, un istituto da 12 posti creato proprio per il sostegno psicologico del clero.

    Un luogo dove curarsi e dove ritrovare la propria vocazione, dopo aver sbagliato e, nel caso dell’ex prelato di Pisa, dopo non aver negato le responsabilità a lui attribuite. Per lui non ci sarà nessun processo penale perché i reati sono ormai prescritti ma si svolgerà presso il Tribunale di Pisa una causa di risarcimento danni che coinvolge alcune vittime. In 4 infatti sarebbero pronti a chiedere i danni per gli abusi sessuali e le violenze subite quando erano bambini o appena adolescenti.

    Una comunità, quella pisana, e non solo, scossa nel profondo, ma non bisogna perdere la speranza. Il monsignore dell’Arcidiocesi di Pisa, accusato di molestie sessuali, abusi sessuali e violenza sessuale su minori non avrebbe negato gli addebiti al suo arcivescovo Giovanni Paolo Benotto, durante le fasi preliminari di indagine del processo canonico iniziato ad aprile scorso a seguito delle denunce delle due vittime, due fratelli pisani. 

    Il prete si è dimesso e l’arcivescovo lo ha sospeso da tutte le sue funzioni e mansioni, e ora vive a casa di un parente in attesa del termine del processo canonico e dell’iter che porterà alle decisioni finali da parte della Santa Sede, che potrebbe espellerlo dalla Chiesa, come ha espressamente detto papa Francesco per tutti i preti riconosciuti responsabili di pedofilia.

    Proprio nei giorni scorsi, dopo la morte di Benedetto XVI, Bergoglio ha deciso di proseguire le sue riforme istituendo due nuovi enti che dovranno vigilare su abusi sessuali e sulle finanze della Chiesa. Non si farà mai abbastanza per certe cose.

    https://www.ilcuoioindiretta.it/cronaca/2023/01/09/accusato-di-pedofilia-il-sacerdote-di-pisa-e-stato-trasferito-a-roma/134098/

  • Decenni di denunce di abusi contro la diocesi di Portland, una volta bloccate, si riversano dopo la modifica della legge statale

    Decenni di denunce di abusi contro la diocesi di Portland, una volta bloccate, si riversano dopo la modifica della legge statale

    Quando il Rev. Lawrence Sabatino avrebbe abusato sessualmente di una bambina di 6 anni Ann Marie Burke nella parrocchia di St. Peter quasi 60 anni fa, la diocesi cattolica romana di Portland era già a conoscenza di almeno un’altra ragazza che Sabatino avrebbe abusato in un altro chiesa a Lewiston diversi anni prima.

    La chiesa trasferì Sabatino da Lewiston a Portland nel 1958, dopo che i genitori di Patricia Butkowski , 6 anni , presentarono ai funzionari della chiesa le prove che il prete aveva abusato sessualmente della loro figlia, un rapporto dell’ufficio del procuratore generale del Maine rivelato 46 anni dopo.

    I registri mostrano che a Sabatino fu ordinato di non contattare Patricia o la sua famiglia e di smettere di “giocare” con le bambine. Ma quando il prete arrivò a St. Peter, gli fu permesso di supervisionare un gruppo di ragazze, inclusa Ann, che si incontravano settimanalmente per giocare a nascondino. Sabatino sceglieva una delle ragazze con cui “nascondersi”.

    Ann non è stata in grado di denunciare l’abuso in quel momento a causa del trauma che le ha causato, secondo i suoi avvocati. Quando Ann – che ora ha 64 anni e si fa chiamare da sposata, Ann Allen – era abbastanza grande da capire cosa le era successo, il suo diritto di fare causa era scaduto. Butkowski e Allen hanno accettato di essere nominati e di condividere le loro storie con il Portland Press Herald/Maine Sunday Telegram.

    Oggi, Allen è una delle 13 persone che hanno citato in giudizio la diocesi da quando i legislatori del Maine nel 2021 hanno rimosso i termini di prescrizione per consentire alle persone con denunce vecchie di decenni di presentare denunce civili. Almeno un centinaio di altre persone con storie simili di abusi che coinvolgono diverse organizzazioni nel Maine si sono collegate con avvocati. Molti hanno portato a insediamenti e molti altri lo faranno.

    Per quei querelanti, condividere i loro ricordi dolorosi è più che danni monetari e pubblicità. Sperano che la crescente pressione legale costringerà la chiesa ad assumersi la responsabilità di consentire l’abuso di minori e rilasciare informazioni su preti accusati in modo credibile.

    “Riteniamo che (la diocesi) fosse effettivamente a conoscenza di un problema molto serio e intendesse impedire alle famiglie e ai bambini di venirne a conoscenza”, ha affermato l’avvocato di Portland Michael Bigos, che rappresenta i 13 querelanti. “Tutti questi abusi erano completamente prevenibili”.

    In risposta, la chiesa ha preso una posizione familiare e sta mettendo il proprio peso nel contestare la legge che ha reso possibile questo aumento delle azioni legali.

    SFIDA COSTITUZIONALE

    Gli avvocati della diocesi di Portland, guidati da Gerald Petruccelli , hanno sostenuto in tribunale di novembre che i legislatori hanno oltrepassato i loro limiti consentendo alle persone con pretese scadute in precedenza di citare in giudizio la diocesi, che ha operato con il presupposto che sarebbe sempre stata soggetta alla prescrizione e quindi protetto allo scadere del tempo.

    L’avvocato di Boston Mitchell Garabedian, che ha rappresentato dozzine di clienti in casi di abusi sessuali contro la Chiesa cattolica, compresi quelli dettagliati in un rivoluzionario rapporto del Boston Globe del 2002, ha affermato che la sfida della diocesi di Portland non è sorprendente.

    La diocesi “sta continuando il suo programma di negare giustizia alle vittime e causare ulteriore dolore”, ha detto. Garabedian ha stimato di avere già 20 clienti nel Maine che hanno denunce di abusi precedenti e stanno ora valutando la possibilità di intentare causa contro la diocesi e la Cheverus High School gestita dai gesuiti a Portland.

    Garabedian ha detto che sta aspettando di vedere come si svolge l’argomento della costituzionalità prima di intentare ufficialmente una causa.

    “Credo che il numero di vittime di abusi sessuali del clero che si sono fatte avanti nel Maine sia solo l’inizio di molte altre vittime che si fanno avanti”, ha detto.

    Mitchell Garabedian (Photo by Jessica Rinaldi/Boston Globe)

    Sono in gioco milioni di dollari mentre la diocesi deve affrontare un “numero elevato ma attualmente inconoscibile di casi che sono stati prescritti per due decenni o più”, hanno scritto gli avvocati della chiesa.

    In effetti, lo scandalo nazionale degli abusi ha già creato un enorme rischio finanziario. Le diocesi di molti altri stati , tra cui New York, hanno presentato istanza di protezione dal fallimento per far fronte agli alti costi del contenzioso e degli accordi. Altri hanno svenduto beni immobili per liberare liquidità.

    Non si tratta solo di soldi per la chiesa.

    “La questione è più in generale se la storia può essere riscritta perché una generazione attuale si rammarica di ciò che è accaduto in tempo reale in una generazione precedente”, ha scritto la diocesi di Portland nella sua sfida. “Questo è semplicemente al di fuori dell’autorità di qualsiasi ramo legislativo di qualsiasi governo eletto democraticamente”.

    NESSUN PRECEDENTE

    Le obiezioni della diocesi alla nuova legge potrebbero arrivare alla Corte Suprema Giudiziaria del Maine. Ma prima, il giudice superiore Thomas McKeon, che sta sovrintendendo a tutti i casi presentati finora contro la diocesi, ascolterà le argomentazioni alla fine del mese presso il tribunale statale per gli affari e i consumatori.

    Petruccelli ha sostenuto che consentire alle persone di citare in giudizio retroattivamente pone la diocesi in una posizione di ingiusto svantaggio. Le affermazioni sono così vecchie che la maggior parte dei testimoni, e persino i sacerdoti e il clero accusati, sono morti e impossibilitati a testimoniare. Sabatino morì nel 1990.

    Queste affermazioni interferiscono anche con i “diritti acquisiti” della diocesi, oi diritti che un’organizzazione raccoglie prima che uno statuto entri in vigore, secondo la chiesa.

    La questione della prescrizione è stata dibattuta per anni. I legislatori del Maine hanno apportato diverse modifiche allo statuto delle limitazioni per le azioni civili, ma non per la capacità dei pubblici ministeri di perseguire i casi penali più vecchi.

    Nel 2000, la legislatura del Maine ha approvato una legge che ha esteso a tempo indeterminato i termini di prescrizione per la maggior parte delle cause civili per abusi sessuali su minori, ma solo per i casi che si presume siano avvenuti dopo il 1987. Molte delle accuse nelle 13 cause risalgono agli anni ’50 e 1960.

    Nel 2007, i legislatori del Maine hanno preso in considerazione la creazione di una “finestra di osservazione”, o un periodo di tempo limitato in cui i sopravvissuti agli abusi potevano farsi avanti, indipendentemente da quanto tempo fosse avvenuto l’abuso. Quello sforzo è fallito. Lo scorso anno New York ha approvato una legge simile che ha creato una finestra di un anno per i sopravvissuti per presentare reclami più vecchi che devono affrontare sfide legali.

    La Chiesa cattolica ha contestato gli sforzi per eliminare o annullare i termini di prescrizione, spesso senza successo.

    Nel 2015, la Corte Suprema del Connecticut ha respinto l’affermazione della diocesi di Hartford secondo cui una modifica retroattiva era incostituzionale. Quella sentenza , tuttavia, elenca il Maine come uno dei 24 stati i cui tribunali considerano invalidi i termini di prescrizione applicati retroattivamente, sebbene non vi sia alcuna giurisprudenza qui, quindi la questione non è risolta.

    “RIMEDIO PER LA GIUSTIZIA”

    La rappresentante Lori Gramlich, una democratica di Old Orchard Beach, ha affermato di aver sponsorizzato il disegno di legge del 2021 perché non si è mai sentita come se le istituzioni, inclusa la Chiesa cattolica, avessero pienamente accettato la responsabilità del loro ruolo nel permettere che si verificassero abusi.

    Danna Hayes, portavoce dell’ufficio del procuratore generale del Maine, ha affermato che i legislatori hanno verificato con l’ufficio del procuratore generale la costituzionalità del disegno di legge prima che fosse convertito in legge. Il vice capo dell’ufficio, Christopher Taub, ha informato i legislatori sulla storia e sugli argomenti di entrambe le parti, ma alla fine non c’erano precedenti chiari.

    Ma Harnett ha affermato di ritenere che l’abrogazione della prescrizione non sarebbe nemmeno dovuta essere necessaria.

    “Piuttosto che essere aperta sul comportamento scorretto storico, la chiesa ha fatto tutto il possibile per combattere queste affermazioni”, ha detto. “Anche adesso, stanno dicendo: ‘Continueremo fino alla fine’”.

    Harnett ha affermato che uno degli aspetti sfortunati della sfida della diocesi è che potrebbe scoraggiare le persone che potrebbero finalmente essere pronte a farsi avanti.

    “Penso che il potenziale del ritardo non sia certamente un incentivo”, ha detto.

    Dmitry Bam, vice preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università del Maine, ha esaminato la mozione della diocesi e ha detto che ci sono buone argomentazioni da ambo le parti, quindi è difficile prevedere come si pronuncerà la corte suprema dello stato. Ha detto che poiché non esiste una guida federale, la questione è stata lasciata agli stati.

    “È tutto un equilibrio”, ha detto. “Penso che tu voglia che le vittime possano avere rimedio alla giustizia, ma vuoi anche consentire agli imputati di assumere una difesa adeguata”.

    L’ultima sfida della diocesi ha anche affermato che i sopravvissuti hanno avuto tutto il tempo per farsi avanti con le loro accuse. Altri sostengono che ci vogliono anni per riconciliare gli abusi.

    Così è stato per Gramlich. Lei stessa è sopravvissuta ad abusi sessuali su minori, qualcosa che ha condiviso pubblicamente per la prima volta quando ha presentato il suo disegno di legge.

    Gramlich ha affermato che concedere ai sopravvissuti la possibilità di intentare causa offre loro non solo una possibilità di giustizia, ma anche chiusura e sollievo. Se la nuova legge venisse ribaltata, Gramlich ha detto che sarebbe “uno schiaffo in faccia a tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di farsi avanti”.

    “È molto scoraggiante pensare che quando un sopravvissuto ha il coraggio di dire qualcosa, gli viene detto di aspettare e aspettare, e di essere combattuto in ogni fase del percorso”, ha detto Gramlich. “Queste storie sono reali. Queste cose sono successe.

    Allen ha pianto mentre annunciava la sua causa contro la chiesa a dicembre, dicendo che era “probabilmente una delle cose più difficili” che avesse mai fatto in vita sua. Quando è tornata nel Maine dopo decenni trascorsi in California, ha detto che era scomodo essere circondata da così tante cose che le ricordavano l’abuso.

    Robert Hoatson, un ex prete cattolico che ha fondato un’organizzazione no profit con sede nel New Jersey, Road to Recovery, per assistere i sopravvissuti ad aggressioni sessuali, si è detto rincuorato nel vedere così tante nuove cause legali dopo che la legge è cambiata. Soprattutto perché la diocesi del Maine ha ripetutamente fallito nel mantenere le promesse fatte alle persone che hanno subito abusi, ha detto Hoatson.

    “Ho detto alle vittime nel corso degli anni: dovrai affrontare l’opposizione e verrà dall’istituzione che dovrebbe essere la più morale”, ha detto. “Penso che la chiesa stia aspettando che moriamo. È una cosa molto triste da dire, ma continuano a temporeggiare e ad emettere mozioni. Stanno bene pagando i loro avvocati milioni di dollari ma non le vittime per gli abusi che hanno subito.

    PROVE MANCANTI

    Lo scandalo degli abusi della Chiesa cattolica è diventato pubblico all’inizio del 2002, in gran parte a causa dei rapporti del Boston Globe che hanno scoperto che dozzine di sacerdoti avevano commesso abusi per anni e sono stati spesso spostati da una parrocchia all’altra per mantenere segrete le accuse.

    L’avvocato di Boston Garabedian ha rappresentato dozzine di clienti in denunce contro l’arcidiocesi di Boston nei primi anni 2000, che hanno portato a dozzine di accordi finanziari.

    Il crescente scandalo ha provocato una revisione da parte dell’ufficio del procuratore generale del Maine dal 2002 al 2004 nella diocesi locale, che ha riconosciuto che alcuni sacerdoti avevano subito abusi credibili e ha pagato danni ad alcuni sopravvissuti.

    Ma la diocesi non è mai stata del tutto trasparente su tutte le accuse, o su come i sacerdoti sono stati o meno disciplinati quando le denunce di abuso sono state comprovate.

    Negli ultimi anni, in uno sforzo nazionale per migliorare la trasparenza e ricostruire credibilità, alcune diocesi hanno pubblicato elenchi di preti credibilmente maltrattati. Il New Hampshire lo ha fatto nel 2019 . Nello stesso anno la Provincia dei Gesuiti del Nord-Est degli Stati Uniti pubblicò un elenco di 50 preti accusati in modo credibile, che includeva sette che un tempo erano impiegati presso la Cheverus High School, la scuola privata di Portland gestita dai Gesuiti. Alcuni di loro non erano mai stati nominati pubblicamente.

    Elenchi come questi aiutano a chiudere alcuni sopravvissuti, afferma Mike McDonnell, direttore delle comunicazioni per la Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti.

    “Le vittime sono in grado di vedere, ‘Chi è responsabile del trasferimento di un noto predatore?’ Oppure, ‘Chi lo sapeva e non ha detto niente’?” disse McDonnell. “Le vittime e i sopravvissuti sono in grado di mettere gli occhi su qualcosa di sostanziale che può aiutare a mettere insieme parti che hanno messo in discussione per molti anni”.

    La diocesi del Maine non ha mai pubblicato un elenco completo.

    Avvocati come Bigos e Garabedian sono interessati alle prove che sostengono siano ancora lì e siano state tenute nascoste, compresi i rapporti che alcuni sopravvissuti e le loro famiglie ricordano di aver fatto, ma che non sono apparsi nel rapporto del procuratore generale che è stato reso pubblico nel 2005, a seguito di una causa intentata dal Portland Press Herald .

    Il documento offriva una breve storia di abusi per mano di oltre 60 dipendenti, inclusi sacerdoti, laici e impiegati della chiesa, la maggior parte dei quali non veniva nominata. Non sono state depositate accuse penali, sia perché si riteneva che non vi fossero prove sufficienti per procedere o perché i termini di prescrizione erano scaduti.

    Father Lawrence Sabatino

    Il rapporto affermava anche che la diocesi non era penalmente responsabile per nessuno dei presunti abusi perché nel Maine la chiesa non era legalmente tenuta a denunciare le accuse fino al 1997.

    Allo stesso tempo, il rapporto osservava che la mancata notifica da parte della diocesi ai parrocchiani delle accuse contro i sacerdoti assegnati alle loro parrocchie metteva i bambini a rischio di abusi.

    Quella catena di abusi era evidente con Sabatino.

    I documenti del rapporto del procuratore generale elencavano diverse accuse credibili contro il sacerdote, rispecchiando le affermazioni di abusi di Allen a St. Peter, con diverse famiglie che riferivano di aver abusato di ragazze nel gruppo della chiesa di Allen. Oltre a Portland e Lewiston, Sabatino fu assegnato a incarichi a Millinocket, Brewer, Brownville e Pittsfield.

    Il rapporto non ha mostrato nessun altro caso noto “di un prete che avrebbe commesso nuovi reati contro minori dopo che la diocesi aveva ricevuto una denuncia da una vittima che denunciava abusi sessuali su minori contro quel sacerdote”.

    Bigos ha affermato che la revisione era troppo limitata e prevede di deporre diversi sacerdoti in pensione che, secondo lui, hanno rivelato segnalazioni di abusi che non sono presenti nel rapporto.

    “Dobbiamo costringere la diocesi a dire sotto giuramento quello che ha e quello che non ha”, ha detto Bigos.

    Garabedian ha detto che vuole che l’ufficio del procuratore generale del Maine indaghi se ci sono reati perseguibili. L’ufficio del procuratore generale ha notato nel suo rapporto del 2004 che anche allora poteva fare ben poco, a titolo di azione penale, a causa dei termini di prescrizione che rimangono in vigore per i casi penali oggi.

    “L’abuso sessuale di un bambino è un crimine e la copertura dell’abuso sessuale di un bambino è un crimine”, ha detto.

    Decades-old abuse claims against Portland diocese, once blocked, pour in after state law change

  • 188 sacerdoti sospettati di aver commesso abusi sessuali su minori nelle diocesi cattoliche del Kansas dal 1950, afferma il procuratore generale

    188 sacerdoti sospettati di aver commesso abusi sessuali su minori nelle diocesi cattoliche del Kansas dal 1950, afferma il procuratore generale

    Un rapporto pubblicato dal Kansas Bureau of Investigation afferma che più di 180 membri del clero cattolico sono sospettati di abusi sessuali su minori nella diocesi cattolica dello stato dal 1950.

    Il procuratore generale del Kansas Derek Schmidt ha ordinato il rapporto nel novembre 2018 su richiesta dell’arcivescovo dell’arcidiocesi di Kansas City Joseph Naumann.

    Il rapporto afferma che il KBI ha ascoltato “molte vittime” che hanno attribuito la loro attuale dipendenza da droghe o alcol o l’incarcerazione agli abusi sessuali subiti da bambini. I familiari di alcune vittime hanno anche detto agli investigatori di aver attribuito i suicidi dei loro cari agli abusi sessuali subiti, secondo il rapporto.

    “I nostri agenti hanno visto uomini, ora tra i 60 ei 70 anni, scoppiare in lacrime mentre denunciavano i loro abusi sessuali alla nostra squadra. In molti casi non avevano mai rivelato l’abuso sessuale a nessuno”, afferma il rapporto.

    L’inchiesta ha rilevato che le indagini “condotte dalle diocesi su passate accuse di abusi sessuali erano incoerenti e inadeguate”. Secondo il rapporto, i funzionari ecclesiastici hanno spesso cercato di evitare scandali, continuando a sostenere finanziariamente i sacerdoti colpevoli o omettendo di rimuovere o monitorare i preti colpevoli di preoccupazione.

    “Sfortunatamente, ci saranno sempre persone che abusano sessualmente di bambini, sia nella società che all’interno della Chiesa”, afferma il rapporto. “Tuttavia, è giustamente più eclatante quando un prete, che è in una posizione di autorità all’interno della Chiesa, che giura di essere celibe ed è considerato un modello di santità, poi abusa di un bambino”.

    Il rapporto afferma che “il tempo legalmente concesso per presentare accuse penali per la maggior parte dei crimini di abuso sessuale del clero cattolico è scaduto”. Le leggi sulla prescrizione per stupro, libertà indecenti aggravate con un bambino e sodomia criminale sono state eliminate nel 2013, afferma il rapporto, ma le leggi sono ancora in vigore per i crimini che hanno avuto luogo prima della loro annullamento.

    “Il KBI ha esaminato i documenti, intervistato le vittime e condotto indagini, deferendo 30 casi ai pubblici ministeri della contea locale per un ulteriore esame”, ha affermato Schmidt in un comunicato stampa venerdì. “La maggior parte dei file che sono stati esaminati erano vecchi di diversi decenni.”

    Secondo il rapporto, gli investigatori hanno presentato 30 affidavit ai pubblici ministeri del Kansas e uno ai pubblici ministeri dell’Oklahoma relativi al rapporto. Tuttavia, nessuna accusa è stata presentata in alcun caso correlato e diverse dichiarazioni giurate erano per vittime dello stesso sacerdote.

    “L’impatto traumatico e duraturo dell’abuso sessuale è inimmaginabile e probabilmente sottovalutato da molti”, afferma il rapporto. “Spesso è imperdonabile per coloro che l’hanno sopportato”.

    Leggi l’articolo originale suInsider

  • La fine di un papato paradossale

    La fine di un papato paradossale

    , The Guardian – Il 31 dicembre 2022 è morto Joseph Aloisius Ratzinger, papa Benedetto XVI, che l’11 febbraio 2013 aveva rinunciato al pontificato. Questo articolo è stato pubblicato il 15 febbraio 2013 nel numero 987 di Internazionale.

    Le dimissioni di Benedetto XVI, annunciate l’11 febbraio, segnano la fine di un pontificato infelice e discusso durato otto anni. Joseph Ratzinger è arrivato alla più alta carica della gerarchia cattolica con la fama di intellettuale provocatorio e conservatore. I messaggi che ha cercato di trasmettere, però, sono stati smorzati da una serie di polemiche che lui stesso ha contribuito ad alimentare e dallo scalpore suscitato, soprattutto in Europa, dagli abusi sui minorenni commessi dai sacerdoti.

    Dato che Ratzinger ha trascorso quasi un quarto di secolo in Vaticano era ovvio, per i cardinali che lo avevano eletto, aspettarsi che ne comprendesse bene le dinamiche interne e che fosse disposto a migliorarne il funzionamento. Anche se era stato un influente e fidato luogotenente di Giovanni Paolo II, però, il nuovo papa rappresentava un paradosso. Da un lato era intellettualmente spietato. E non per niente si era guadagnato il soprannome di “rottweiler di Dio”. Dall’altro lato, come molti studiosi, era timido e totalmente privo del vigore necessario a riformare un clero da sempre refrattario al cambiamento.

    Gli abusi sessuali
    Gli scandali legati agli abusi sessuali hanno dominato gli otto anni in cui Benedetto XVI ha guidato i cattolici di tutto il mondo. Prima che diventasse papa c’erano stati scandali negli Stati Uniti e in Irlanda. Nel 2010, tuttavia, sono emerse prove di abusi sessuali commessi dai sacerdoti in molti paesi dell’Europa continentale, in particolare inAustria, Belgio, Paesi Bassi, Norvegia e Germania, e uno di questi scandali toccava personalmente il papa. Si è saputo, infatti, che all’epoca in cui Ratzinger era arcivescovo a Monaco, un prete noto per aver molestato dei ragazzini era stato trasferito in modo discreto, e dopo un po’ di tempo aveva avuto il permesso di esercitare di nuovo le sue funzioni pastorali a contatto con i giovani. L’ondata di accuse ha provocato una battuta d’arresto per il progetto alla base del pontificato di Benedetto XVI, che si proponeva di avviare la rievangelizzazione dell’Europa, il cuore del cattolicesimo: per questo motivo il papa aveva scelto di chiamarsi come il santo patrono del continente, san Benedetto da Norcia. Ora che si prepara a lasciare il suo incarico, in Europa i fedeli sono meno di quanti erano quando è stato eletto. Secondo molti, questo si deve in gran parte alla rabbia e alla disperazione dei cattolici per gli scandali sessuali.

    Per i sostenitori di Benedetto XVI si tratta di un esito paradossale e profondamente ingiusto. Nel 2001 il suo predecessore, Giovanni Paolo II, aveva affidato la gestione dei casi di abusi sessuali alla Congregazione per la dottrina della fede, all’epoca diretta da Joseph Ratzinger. Con grande diligenza il futuro Benedetto XVI aveva letto personalmente gran parte delle testimonianze e, riferiscono i suoi difensori, ne era rimasto profondamente scosso e commosso. A partire da quel momento, proseguono i suoi sostenitori, fu determinato – molto più del suo predecessore – a fare tutto ciò che era in suo potere per impedire le violenze sessuali dei preti cattolici su bambini e adolescenti. E pare si riferisse proprio a questo quando, nel 2005, mentre Giovanni Paolo II giaceva agonizzante, espresse disprezzo per “la sporcizia che c’è nella chiesa”.

    Prima di essere eletto, Ratzinger aveva inasprito le procedure per gestire il problema dei preti pedofili. Secondo i suoi oppositori, però, una lettera inviata nel 2001 alle diocesi di tutto il mondo non aveva chiarito a sufficienza la responsabilità dei vescovi nell’informare le autorità civili. Era proprio a causa della loro abituale riluttanza che le prove degli abusi non erano emerse prima.

    Benedetto XVI è stato accusato di scarso vigore nel perseguire i suoi scopi anche dopo essere stato nominato papa. Non ha mostrato, per esempio, la volontà di introdurre riforme specifiche per individuare e allontanare i potenziali violentatori prima che fossero destinati al servizio pastorale. Come ha messo in evidenza nella sua lettera del 2010 ai cattolici irlandesi, riteneva i peccati del clero più un’espressione della carenza della loro santità che il prodotto di procedure difettose. E ha aspettato fino al2010 per creare un dicastero incaricato della missione che inizialmente avrebbe dovuto essere al cuore del suo pontificato. Perfino allora gli addetti ai lavori hanno giudicato il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione una struttura priva di una reale influenza.

    La mancata riforma della curia
    Un obiettivo secondario del pontificato diBenedetto XVI era dare uno scossone alla curia romana, il cuore amministrativo della chiesa cattolica. Giovanni Paolo II non si era occupato della riorganizzazione dell’apparato burocratico, e al termine del suo pontificato, durato 26 anni, la curia aveva un disperato bisogno di modernizzazione. Per due volte Benedetto XVI ha cercato di unificare i dipartimenti, e per due volte i suoi tentativi sono stati respinti. Al contrario, con la creazione del nuovo dicastero perla rievangelizzazione, oggi la burocrazia vaticana è ancora più macchinosa e intricata di prima.

    Molto schivo dal punto di vista umano, Benedetto XVI aveva contatti limitati nella curia, come è apparso evidente dalla scelta dei suoi collaboratori. Ha nominato segretario di stato il suo ex segretario alla Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Tarcisio Bertone, un prelato affabile ma senza alcuna esperienza del dicastero che era chiamato a dirigere. L’incapacità del papa di imporsi sulla curia gli è costata molto cara anche a causa della sua riluttanza a consultarsi con altri sull’impatto che le sue parole e le sue decisioni avrebbero potuto avere fuori dal Vaticano.

    Nella prima parte del suo pontificato questo si è tradotto in una serie di gaffe. Nel 2006 ha fatto infuriare i musulmani quando, durante una lectio magistralis all’università di Ratisbona, dove aveva studiato, ha scelto una citazione in cui si diceva che Maometto non aveva portato altro che “cose cattive e disumane”. Poi ha offeso le comunità indigene dell’America Latina sostenendo che la colonizzazione del loro continente non aveva implicato “l’imposizione di una cultura straniera”. E ha fatto arrabbiare gli ebrei consentendo un più ampio ricorso alla liturgia tridentina, che include una preghiera del venerdì santo in cui si chiede che gli ebrei siano “sottratti alle loro tenebre”. Nel 2009 è esplosa un’altra polemica dopo la remissione della scomunica di quattro vescovi appartenenti all’ultratradizionalista Fraternità sacerdotale san Pio X. Uno di loro, il britannico Richard Williamson, è un negazionista dell’Olocausto. Il Vaticano ha fatto sapere che il papa non conosceva le opinioni di Williamson. Una giustificazione debole, soprattutto tenendo conto della vulnerabilità in questo ambito di un papa che, da ragazzo, aveva fatto parte della gioventù hitleriana.

    L’aids e i preservativi
    I cardinali che hanno eletto papa Joseph Ratzinger chiaramente avevano sperato in un pontificato di breve durata dopo il lungo regno del suo predecessore. Quando è stato eletto, Ratzinger era il pontefice più anziano dal 1730, e la sua età avanzata è stata sempre più evidente durante i suoi ultimi viaggi all’estero e nel suo tanto pubblicizzato tentativo di tenere il passo con il mondo moderno aprendo un account su Twitter.

    Scegliendo un uomo che aveva affiancatoGiovanni Paolo II in alcune delle più importanti decisioni del suo pontificato, i cardinali avevano inoltre votato per la continuità. Se lo scopo del conclave del 2005 era dare vita a un tranquillo pontificato tappabuchi, i cardinali che lo hanno architettato sono rimasti delusi. Nel 2009 è esplosa un’altra polemica quando Benedetto XVI ha dichiarato che la distribuzione di preservativi in Africa non solo non serviva a limitare la diffusione dell’hiv, ma addirittura peggiorava la situazione. In quell’occasione sono arrivate critiche da parte di alcuni governi e degli organismi internazionali. Perciò è bizzarro che lo stesso papa, in un’intervista del 2010, abbia dichiarato che l’uso del preservativo da parte di una prostituta che desiderava proteggere se stessa o i suoi clienti dal virus dell’hiv poteva essere giustificato come un’assunzione di responsabilità morale. In quell’occasione i funzionari vaticani si sono affrettati a sottolineare che il papa non voleva giustificare i metodi artificiali di controllo delle nascite. Il suo riferimento tuttavia metteva in discussione il rifiuto della chiesa di autorizzare l’uso del preservativo anche solo per prevenire le malattie. Alla fine potrebbe essere proprio questa l’iniziativa più significativa del pontificato di BenedettoXVI.

    (Traduzione di Giusy Muzzopappa)

    https://www.internazionale.it/opinione/john-hooper/2022/12/31/ratzinger-papato-paradossale

  • L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    Uno degli atti più significativi del pontificato di Benedetto XVI , morto a capodanno, all’età di novantacinque anni, è stato, sembrano concordare i suoi necrologi, la sua dimissione, nel febbraio 2013. E giustamente : la prima rinuncia papale in quasi seicento anni è stata un atto epocale. Ha diminuito le qualità monarchiche del papato, rendendolo più simile a un ufficio elettivo con un periodo di servizio limitato. Ha stabilito un precedente per i successori di papa Benedetto, soprattutto quello immediato, papa Francesco , che ha ottantasei anni e ha parlato della possibilità di dimettersi per età o problemi di salute. Ed è stato un atto di umiltà da parte di un uomo che ha deciso di non poter più guidare la Chiesa cattolica, ei suoi oltre 1,3 miliardi di membri, durante un periodo di scandalo.

    Ma le dimissioni di Benedetto sono state anche un’espressione appropriata del tratto con cui ha lasciato il segno più profondo nella Chiesa: la sua pratica di affermare drammaticamente il negativo. Il suo “no” finale – al papato – ha coronato una lunga carriera di “no” ai fedeli: si può sostenere che il ruolo più importante che ha svolto a Roma non è stato come Papa, ma quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio dottrinale del Vaticano. In quella posizione – che ricoprì dal 1981 al 2005, per quasi tutto il pontificato del severissimo dottrinalmente Giovanni Paolo II – fu il più stretto collaboratore del Papa, e il suo rifiuto, spesso aspro di vigilanza, di lasciare che i cattolici affrontassero apertamente le questioni dell’epoca è una causa principale della difficoltà in cui si trova ora la Chiesa.

    Ratzinger è nato in Baviera nel 1927, è cresciuto in una devota famiglia cattolica e voleva diventare cardinale dall’età di cinque anni. Divenne prete e poi teologo molto pubblicizzato, fu nominato perito (o esperto) al Concilio Vaticano II (1962-65), scrisse un’affascinante ” Introduzione al cristianesimo ” e prestava servizio come arcivescovo di Monaco e Frisinga quando Giovanni Paolo II lo nomina alla CDF Aveva allora cinquantaquattro anni ed era già cardinale. Al Sant’Uffizio, un palazzo dietro San Pietro, il suo comportamento fu costante nei decenni successivi. Viveva semplicemente, lavorava sodo e trattava cordialmente i colleghi. Indossava una tonaca nera e una fascia rossa da cardinale e, con i suoi folti capelli bianchi, era allo stesso tempo impiegato e affascinante.

    Ratzinger ha scritto molti libri nel corso degli anni, e sono raggianti della sua fiducia di sapere cosa fosse meglio per la Chiesa. Ma quella fiducia – e un corrispondente disgusto per le posizioni opposte – lo portarono a precludere una questione complessa dopo l’altra, un processo che il reporter del Vaticano John L. Allen, Jr., ha raccontato in una rigorosa biografia del 2000. Il primo “no” riguardava la teologia della liberazione. Dopo il Vaticano II, i teologi dell’America centrale e meridionale – in particolare Leonardo Boff in Brasile, Juan Luis Segundo in Uruguay e Gustavo Gutiérrez in Perù – hanno risposto all’invito del Concilio ai cattolici a “leggere i segni dei tempi” perseguendo una sintesi approssimativa di narrazioni evangeliche di liberazione e teorie marxiste di un proletariato incoraggiato.

    Uno sviluppo al tempo stesso rapido e sofisticato, la teologia della liberazione richiedeva una reazione ponderata. Invece, ha ottenuto una stampa a tutto campo da Ratzinger e dalla CDF, che ha ordinato un’indagine su Gutiérrez; ha chiesto un “chiarimento” a Boff; ha dichiarato la teologia della liberazione una “eresia”; e ha scritto un’istruzione ammonitrice, emanata dalla CDF ma approvata dal Papa, definendola “una perversione del messaggio cristiano come Dio lo ha affidato alla sua Chiesa”. Tutto ciò accadde durante i primi tre anni di Ratzinger alla CDF, ma l’obbrobrio continuò per tutto il decennio – attraverso l’assassinio di sei gesuiti, della loro governante e di sua figlia, da parte di sicari alleati militari, all’Università Centroamericana, in El Salvador, nel 1989. Uno dei gesuiti, padre Ignacio Ellacuría, era un convinto sostenitore della teologia della liberazione.

    Un secondo “no” di Ratzinger riguardava l’ordinazione. Dopo il Concilio Vaticano II, cattolici di vario genere proposero che il Vaticano smettesse di restringere lo “stato clericale” agli uomini impegnati alla castità, e aprisse il sacerdozio ordinando donne e uomini sposati o allargando, alle donne, il ruolo dei diaconi ( ministri ordinati che non sono sacerdoti). Ratzinger si oppose categoricamente a tutto ciò. Ordinò un’indagine su padre Richard P. McBrien, teologo dell’Università di Notre Dame, per aver suggerito, nel suo libro molto letto “ Catholicism ”, che l’ordinazione delle donne fosse una questione aperta; ha interrotto uno sforzo dei vescovi americani di consultare le donne per una lettera pastorale sul ruolo delle donnenella chiesa; e affermava, con Giovanni Paolo II, che limitare l’ordinazione agli uomini era un insegnamento “infallibile” della Chiesa.

    Il “no” di Ratzinger ai gay è noto, ed è in sintonia con il suo rifiuto di ogni forma di attività sessuale diversa dal rapporto tra un uomo e una donna in un valido matrimonio cristiano con l’intento di produrre figli. Nel luglio 1986, mentre completava un’indagine che lo aveva preceduto alla CDF, Ratzinger revocò a padre Charles Curran, professore alla Catholic University of America, il diritto di insegnare teologia morale, perché Curran aveva suggerito che, in alcuni casi, la masturbazione potrebbe non essere peccato e che qualche “dissenso” sulla questione potrebbe essere legittimo. Tre mesi dopo, in parte in risposta ai conflitti che coinvolgono la Chiesa e i gay negli Stati Uniti, Ratzinger pubblicò un documento della CDF sull’omosessualità. In essa dichiarava che, «sebbene la particolare inclinazione della persona omosessuale non sia peccato, è una tendenza più o meno forte ordinata verso un male morale intrinseco; e quindi l’inclinazione stessa deve essere vista come un disordine oggettivo. Ha continuato insistendo sul fatto che la ricerca della soddisfazione fisica attraverso un atto omosessuale “nega la natura trascendente della persona umana”. Il documento è noto come “Homosexualitatis Problema”.

    In tutto questo Ratzinger era in sintonia con Giovanni Paolo II. Ma, nei loro rapporti con le altre religioni, Giovanni Paolo si dimostrò più un uomo del “sì”. Il Papa convocò un incontro senza precedenti dei capi delle religioni mondiali, ad Assisi, nell’ottobre 1986, per una Giornata mondiale di preghiera per la pace. Ratzinger, riferisce il suo biografo Peter Seewald, “evitò deliberatamente l’evento”, sospettoso che la presenza del Papa fianco a fianco con l’arcivescovo di Canterbury, il rabbino capo di Roma, il Dalai Lama e altri leader “avrebbe incoraggiato l’idea che libertà religiosa significava parità religiosa, mentre la Chiesa cattolica doveva attenersi all’unicità di Gesù Cristo come salvatore universale”. Ma Giovanni Paolo insistette; ha ospitato l’incontro ed è apparso nelle foto di gruppo scattate lì. Negli anni che seguirono, de facto  ma anche  de iure (o in linea di principio)” e che riteneva i seguaci di altre tradizioni religiose “in una situazione di grave deficienza”. Era il 2000. Negli anni successivi, Ratzinger e la CDF avevano avviato lunghe indagini su un certo numero di teologi il cui lavoro si occupava della relazione del cristianesimo con le altre religioni, soffocando studiosi di talento nel pieno della loro carriera.

    Tutto questo dire di no da parte di Ratzinger suggeriva che i cattolici ordinari non avrebbero dovuto occuparsi di tali questioni e implicava che le questioni di fondo fossero risolte, e non fossero affatto questioni. Quella presa di posizione, di per sé poco persuasiva, investì anche Ratzinger e la CDF di una signorile alterigia nei rapporti dell’ufficio con il mondo – e la lasciò gravemente carente nei suoi rapporti con la crisi degli abusi sessuali clericali. I primi rapporti approfonditi sugli abusi del clero sono apparsi nel 1985, ma il problema è stato lasciato a marcire per quasi due decenni, poiché la Chiesa si è opposta agli avvocati e alle forze dell’ordine, insistendo sul fatto che disciplinare i sacerdoti era un affare interno. Eppure i crimini sessuali e le offese di centinaia di sacerdoti trattati dalle diocesi di tutto il mondo – attraverso accordi finanziari, accordi di non divulgazione e simili – hanno ricevuto scarsa attenzione al Sant’Uffizio. Nel 2001, Ratzinger ha infine esortato i funzionari diocesani a inoltrare a Roma le denunce di preti accusati in modo credibile, e ha accettato di occuparsene personalmente, leggendone un fascio una volta alla settimana. “La nostra penitenza del venerdì”, la chiamava. Eppure, tre anni dopo, dopo il Boston Globeaveva pubblicato una sbalorditiva serie di rapporti investigativi sui diffusi abusi sessuali dei sacerdoti nel Massachusetts, il cardinale Bernard Law, di Boston, si era dimesso, e Giovanni Paolo II aveva convocato i cardinali americani a Roma per un “vertice straordinario” – Ratzinger parlava ancora solo in modo criptico di “sporcizia” nella Chiesa.

    Al volgere del millennio, Giovanni Paolo II era malato di morbo di Parkinson e Ratzinger, in effetti, dirigeva il Vaticano. Ma quando il Papa morì, il 2 aprile 2005, e gli altri cardinali sembravano propensi a scegliere Ratzinger come successore di Giovanni Paolo, egli sembrò riluttante ad assumere l’incarico. «A un certo punto ho pregato Dio: ‘Per favore, non farmi questo’», ha detto poco dopo essere stato eletto, il 19 aprile, e ha preso il nome di Benedetto XVI. «Evidentemente questa volta non mi ha ascoltato». Il suo pontificato, durato otto anni, fu una coda in sordina a quello di Giovanni Paolo. Comprendeva le polemiche da lui provocate sull’Islam (citando un provocatorio commento anti-islamico del XIV secolo durante un discorso a Ratisbona, Germania) e sull’Olocausto (dopo che un vescovo scismatico arci-tradizionalista la cui scomunica revocata da Benedetto XVI ha negato la portata dei campi di sterminio nazisti in una recente intervista), così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e attività illecite presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovoTeodoro McCarrick, nel New Jersey, potrebbe aver giocato nel proteggerli da accuse credibili di cattiva condotta sessuale mosse contro di loro durante il suo pontificato. (Maciel è stato accusato in un articolo di un quotidiano statunitense nel 1997 di aver abusato sessualmente di seminaristi decenni prima, ed è stato oggetto di un’indagine della CDF alla fine del 2004, ma non è stato perseguito ai sensi del diritto canonico; invece, gli è stato richiesto solo, nel 2006, all’età di ottantasei anni, per ritirarsi a una vita di preghiera e penitenza.Ha negato le accuse contro di lui ed è morto nel 2008. Un conteggio postumo include dozzine di accuse di abusi sessuali da parte sua.Mccarrick è stato rimosso dal sacerdozio da Pope Francis nel 2019 e, nel 2021, è stato accusato in Massachusetts di tre capi di imputazione per aggressione e percosse, per un incidente presumibilmente avvenuto nel 1974. Si è dichiarato non colpevole e ha negato le accuse contro di lui.

    Poi, il 28 febbraio 2013, Benedetto si è dimesso, partendo dal Vaticano, come Nixon, in elicottero, per la residenza estiva papale, e tornando tre mesi dopo a vivere in un monastero agghindato dietro San Pietro. I tradizionalisti conclusero presto che le sue dimissioni – e il pontificato di papa Francesco che ne derivava – erano state disastrose per la Chiesa che avevano immaginato. Avevano ragione: Francesco ha chiarito, con la sua persona e le sue azioni, che questioni complesse non possono essere facilmente dichiarate chiuse a ulteriori indagini, e che le risposte della Chiesa devono andare oltre il “no” e il “mai”. Ma il decennio che Benedetto ha trascorso in pensione in Vaticano ha dato ai tradizionalisti il ​​tempo di riorganizzarsi e ha dato origine a quello che David Gibson, della Fordham University, autore di un libro su Benedetto, chiama un cattolicesimo del Tea Party: un cattolicesimo combattivo, anti-intellettuale. , dedito a possedere le librerie cattoliche. Questo movimento deve tanto all’alt-right americana quanto a qualsiasi papa.

    Retrospettivamente, è possibile chiedersi come sarebbero andate le cose se il cardinale Ratzinger avesse detto “no” al papato stesso nel 2005, prima che il conclave lo eleggesse, piuttosto che dopo che aveva servito per otto anni. Il secondo classificato nel conclave del 2005 è stato il cardinale Jorge Mario Bergoglio, di Buenos Aires, finalmente eletto nel 2013succedere a Benedetto, prendendo il nome di Francesco. Ma se fosse stato Francesco ad essere eletto nel 2005? E se avesse avuto quegli otto anni in più per avviare le riforme, per occuparsi degli abusi sessuali del clero e della corruzione vaticana e per cambiare il tono e l’atteggiamento dell’ufficio papale? Uno scenario del genere è l’incubo dei tradizionalisti. I cambiamenti che Francesco ha apportato, per quanto discontinui e confusi a volte, riflettono i suoi sforzi per iniziare a rispondere alle domande che Joseph Ratzinger ha soppresso per tanti anni. ♦

    https://www.newyorker.com/news/daily-comment/benedict-xvis-most-powerful-influence-on-the-catholic-church-came-before-he-was-pope

  • Il silenzio di Biden sul record di abusi del clero di Papa Benedetto XVI devastante per le vittime statunitensi

    Il silenzio di Biden sul record di abusi del clero di Papa Benedetto XVI devastante per le vittime statunitensi

    Aderendo a una lettera aperta emessa oggi, la sezione statunitense dell’organizzazione internazionale contro gli abusi del clero Ending Clergy Abuse (ECA) chiede alle delegazioni statali, compresa quella inviata dal presidente Joe Biden, di riconsiderare la possibilità di partecipare ai funerali del defunto Papa Benedetto XVI a alla luce del suo dimostrato coinvolgimento diretto nell’insabbiamento dei crimini sessuali del clero. La delegazione di Biden è guidata dall’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Joe Donnelly.

    L’anno scorso, dopo aver ricevuto una lettera dalle organizzazioni delle vittime di abusi del clero statunitense, l’ambasciatore Donnelly, in una e-mail, ha promesso di incontrare le vittime statunitensi dopo la sua conferma. Da allora, dopo ripetuti tentativi di contattare l’ambasciatore, le vittime non hanno ancora ricevuto risposta.

    L’amministrazione Biden ha rilasciato diverse dichiarazioni ufficiali elogiative riguardo alla morte di Papa Benedetto XVI senza affrontare i suoi anni di insabbiamento delle diffuse violazioni dei diritti umani contro i bambini americani da parte di migliaia di sacerdoti cattolici statunitensi, sia come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF ) e come Papa. Papa Benedetto XVI è stato coinvolto in alcuni dei casi più noti di abusi sessuali negli Stati Uniti, tra cui quello di padre Lawrence Murphy, che ha violentato e aggredito sessualmente oltre 200 bambini sordi.

    Nel 2011, il Centro per i Diritti Costituzionali con sede negli Stati Uniti ha presentato alla Corte Penale Internazionale dell’Aia un caso storico contro Papa Benedetto XVI e altri funzionari vaticani di alto livello , con 20.000 pagine che documentano la responsabilità di Papa Benedetto XVI nelle violazioni dei diritti umani contro i bambini come capo dello stato vaticano.

    Il presidente Biden ha parlato con affetto della sua fede e della sua educazione cattolica, compresi i suoi anni da adolescente all’Archmere Academy, una scuola preparatoria cattolica a Claymont, nel Delaware, gestita dall’ordine religioso norbertino. All’epoca in cui entrambi i suoi figli, Beau e Hunter Biden, frequentavano Archmere, documenti interni della chiesa mostrano che diversi membri della facoltà norbertina erano noti all’ordine religioso per stuprare sessualmente studenti.

    I sopravvissuti e i sostenitori degli abusi del clero internazionale hanno inviato la seguente lettera all’ambasciatore Donnelly e ad altre delegazioni statali presenti ai funerali di Papa Benedetto XVI.

    Alle nostre rispettive delegazioni statali:
    Questa settimana, il Vaticano condurrà un memoriale e una celebrazione globale, onorando la vita e l’eredità di Papa Benedetto XVI. Ti recherai nella Città del Vaticano per il suo funerale e, così facendo, riconoscerai il potere storico, politico e sociale della Chiesa cattolica. Nel frattempo milioni di vittime di abusi da parte del clero in tutto il mondo saranno costretti ad assistere a quella che probabilmente sarà una riscrittura della storia riguardante l’eredità e le azioni di un uomo che è direttamente e in parte responsabile di decenni di stupri e abusi sessuali diffusi e sistematici sui bambini nel Chiesa.

    Durante la maggior parte della sua vita professionale, Papa Benedetto XVI è stato uno dei principali artefici della copertura degli abusi nella Chiesa cattolica. In qualità di arcivescovo di Monaco, ha nascosto e trasferito il noto clero abusivo e fino alla sua morte ha fuorviato gli investigatori e il pubblico sulla sua diretta responsabilità. Come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) sotto Giovanni Paolo II, ha agito come principale faccendiere globale del Papa per 23 anni, proteggendo i vescovi dalla responsabilità penale, civile e morale per essersi comportati come aveva fatto quando l’Arcivescovo di Monaco. Dopo un breve periodo da papa, la storia finalmente lo raggiunse e si dimise prima che fosse emersa tutta la portata del suo ruolo in questi crimini. Dopo le sue dimissioni, Papa Benedetto XVI ha avuto quasi dieci anni per fare ammenda delle sue azioni. Non è riuscito a farlo.

    In molti dei vostri paesi, il Vaticano sta attualmente ostacolando le indagini governative sugli abusi sessuali del clero, rifiutandosi di condividere documenti e prove relativi agli abusi e all’occultamento istituzionale con i funzionari statali. Gran parte di queste prove riguarda abusi sessuali su minori e insabbiamenti avvenuti sotto la guida di Papa Benedetto XVI, mentre era a capo della CDF e poi Papa. Il Vaticano continua a ignorare il mandato del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia che porterebbe la Santa Sede a conformarsi al diritto internazionale sui diritti umani.

    La vostra prevista partecipazione ai funerali di Papa Benedetto XVI e gli elogi ufficiali che gli avete tributato senza riconoscere il suo ruolo centrale nella crisi globale degli abusi del clero sono profondamente dannosi per i sopravvissuti e un affronto alla memoria e alla giustizia.

    Vi chiediamo di schierarvi dalla parte delle vittime contro i loro aggressori e coloro che negano la nostra sofferenza e invece di fare quanto segue:

    Usa il tuo potere statale e la tua influenza diplomatica per chiedere a Papa Francesco di rendere la tolleranza zero per gli abusi sessuali del clero una legge ecclesiastica universale. Finora, come il suo predecessore, si è rifiutato di farlo.
    Fai una richiesta ufficiale al Vaticano affinché condivida tutti i documenti e le prove relativi agli abusi sessuali del clero e all’insabbiamento con i funzionari della giustizia nei tuoi rispettivi stati. Ciò includerebbe prove dirette di migliaia di casi di abuso che potrebbero essere stati gestiti male da Papa Benedetto e che rimangono nell’archivio segreto del Vaticano.
    Chiedere a Papa Francesco di ordinare ai suoi vescovi di cooperare pienamente con tutte le indagini governative sugli abusi sessuali del clero, compresa quella delle Nazioni Unite, cosa che finora non ha fatto.
    Partecipando a questo evento e rimanendo in silenzio riguardo al fallimento di Papa Benedetto XVI nel proteggere i bambini della tua nazione, consapevolmente o no, stai partecipando alla copertura degli abusi sessuali del clero. Per questo vi chiediamo rispettosamente di riconsiderare la vostra presenza al funerale. Invece, vi chiediamo di unirvi ai sopravvissuti di tutto il mondo, compresi quelli della vostra stessa nazione, per realizzare una chiesa post-abuso, che non potrà mai accadere senza dire la verità, trasparenza e responsabilità.

    Cordiali saluti,

    https://www.ecaglobal.org/biden-silence-on-pope-benedict-clergy-abuse-record/

  • «Le nostre denunce su Rupnik e il muro di gesuiti e Vaticano»

    «Le nostre denunce su Rupnik e il muro di gesuiti e Vaticano»

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Una nuova testimonianza aggrava la posizione di Marko Rupnik, il noto teologo e artista al centro dello scandalo per abusi su diverse suore in Slovenia e a Roma. Dopo “Anna”, che ha rivelato a Domani le violenze subite dal gesuita quando era una religiosa della Comunità Loyola, Ester (nome di fantasia), oggi 60 anni, all’epoca segretaria della madre superiora Ivanka Hosta, racconta le repressioni messe in atto nella Comunità e il silenzio dei gesuiti e della Chiesa. Le stesse autorità ecclesiastiche che oggi si dicono addolorate per le vittime e che affermano di non essere state al corrente dei fatti, in realtà più volte segnalati nel corso degli anni.

    Quando è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime: a Lubiana nel 1984 si era costituito un gruppo di quattro sorelle da cui tre anni dopo ha avuto origine la Comunità. Nell’88 eravamo già in venti: io allora avevo 25 anni ed  ho preso i voti perpetui insieme ad altre sei sorelle, fra cui la superiora Ivanka Hosta, mentre le altre hanno emesso i voti per tre anni con l’impegno di ripeterli nel ’91, in occasione dei 400 anni della nascita di Ignazio di Loyola.

    Qual era il rapporto fra Marko Rupnik, Ivanka Hosta e le sorelle della comunità?

    Rupnik ci diceva che Ivanka aveva il carisma ma non lo sapeva trasmettere: solo lui poteva interpretare questo suo dono e trasmetterlo a noi sorelle. In questo modo costruiva un muro tra Ivanka e le altre suore della Comunità, che non riuscivano a confidarsi con lei. Padre Rupnik le ha legate a sé e non ha permesso una relazione sincera tra Ivanka e le altre sorelle. Pian piano è diventato questo lo stile dei rapporti tra di noi.

    Com’era la vita nella comunità slovena?

    Io ho vissuto con grande gioia i primi cinque anni di vita in comune e pensavo che anche per le altre sorelle fosse lo stesso. Ero del tutto ignara della sofferenza nascosta e degli abusi che subivano alcune di loro. Tutto è cambiato nel 1989 quando, dopo gli studi di teologia, sono stata mandata a Roma a studiare diritto canonico e a lavorare a Radio Vaticana. Qualcosa si è incrinato dentro me. Credevo che il problema fosse la stanchezza o l’immersione in un nuovo ambiente, con altre abitudini, ma anni dopo ho capito che l’inizio del mio buio era dovuto a padre Rupnik. Già negli anni vissuti a Mengeš, in Slovenia, mi vietava di vivere l’amicizia profonda che avevo con una delle sorelle, dicendomi che era una dipendenza insana, un segno di egoismo; a Roma poi mi ordinò di tagliare del tutto i ponti con lei. Questa esperienza ha cambiato il modello delle mie relazioni: non c‘era niente di stabile nei rapporti che avevamo, non c’erano più amicizie. Non solo: padre Rupnik ci chiese di scrivere una lettera ai nostri genitori e alla nostra famiglia in cui comunicavamo che per un anno non avremmo più avuto nessun rapporto con loro: niente visite, lettere o telefonate. Io in particolare dovevo scrivere quanto fossi preoccupata per la loro salvezza, elencare i loro difetti all’origine di questa preoccupazione. La lettera mi sembrava troppo dura ma la sorella che doveva “approvarla” aggiunse anche altre cose, ancora più tremende. Ho dovuto spedire la lettera e ancora oggi porto in me il ricordo amaro del loro dolore.

    Quando ha saputo degli abusi sessuali di Rupnik?

    Nel ’93, quando ci sono state le prime denunce alla madre generale. “Anna” ha parlato di quello che era successo con padre Marko e prima di lei era andata da Ivanka l’altra sorella con cui Rupnik aveva avuto il rapporto a tre, a Roma. Da quel momento molte altre sono venute da me a dirmi che erano state abusate da Rupnik e io dicevo loro di rivolgersi a Ivanka, perché era la superiora. Erano anni che le vedevo piangere, già dal 1985, ma solo in quel momento ho capito il motivo, per me prima inimmaginabile.

    Che cosa è successo quando “Anna” ha deciso di denunciare apertamente Rupnik alle autorità ecclesiastiche?

    Rupnik è stato allontanato dalla Comunità dall’arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar. Ricordo che io stessa ho avuto l’incarico di portare tutti i suoi quadri al Centro Aletti a Roma. Era furioso.

    Hosta come spiegò la sua partenza?

    Radunò le sorelle e disse che Rupnik era stato mandato via perché voleva impossessarsi del carisma della Comunità e farsi passare da fondatore, ma noi del Consiglio che le eravamo più vicine conoscevamo il vero motivo. Così come lo sapeva il vescovo Šuštar e padre Lojze Bratina, all’epoca provinciale sloveno dei gesuiti. A padre Bratina avevo raccontato tutto io stessa ma lui mi aveva risposto che non ci credeva.

    Da quel momento che cosa è successo?

    La Comunità ha cominciato a funzionare come una vera e propria setta. Ivanka, credo per paura che la notizia degli abusi di Rupnik uscisse in qualche modo e compromettesse il futuro della comunità, ha taciuto e ha assunto con noi un atteggiamento totalmente repressivo e controllante. Non si dovevano più salutare gli amici di padre Rupnik o coloro che lo frequentavano, non si poteva più liberamente scegliere il confessore e neanche dirgli tutto. Veniva pure verificato che cosa avevamo detto in confessione e le risposte date dal confessore. La guida spirituale poteva essere soltanto una sorella della Comunità: o era la superiora stessa o, con il suo permesso, un’altra sorella. Il contenuto della preghiera personale doveva essere condiviso con le altre e Ivanka si attribuiva il diritto di giudicare quando una preghiera era genuina e quando non lo era. La sorella che non pregava bene spesso doveva insistere in cappella finché non pregava come voleva Ivanka, altrimenti veniva segnalata come persona in crisi, il che era sempre considerato una colpa, una chiusura nei confronti di Dio. La libertà personale era quasi completamente azzerata. A causa di questo clima buio e minaccioso la Comunità si è dimezzata: nel giro di pochi anni siamo uscite in 19, una addirittura è scappata dalla finestra.

    Ci sono state reazioni da parte dei gesuiti o della Chiesa in generale?

    Nessuna. Non uno che si sia interessato, almeno ufficialmente, della separazione fra Ivanka Hosta e padre Rupnik e della successiva disgregazione della Comunità. Nel ’98 sono andata in curia dai gesuiti e ho raccontato tutto di nuovo, stavolta al delegato per le case internazionali a Roma padre Francisco J. Egaña, ma ancora una volta non è successo niente. Dopo, per anni, ho vissuto con una grande ferita senza più avere rapporti con nessuna finché, prima del lockdown, ho incontrato una ex sorella che mi ha detto che la Comunità era stata commissariata.

    Che cosa ha fatto dopo essere uscita dalla Comunità Loyola?

    Lavoravo già in un’università cattolica a Roma. Al momento delle mie dimissioni dalla comunità, Ivanka è andata dal mio superiore per dirgli di sostituirmi con un’altra sorella: per fortuna si è rifiutato.

    È in contatto con le sorelle che attualmente vivono nella comunità?

    Con qualcuna. Molte hanno seri problemi fisici e psichici a causa delle violenze psicologiche e spirituali che hanno subìto. Alcune assumono farmaci che le devastano: una l’ho rivista ad un funerale e non l’ho nemmeno riconosciuta, tanto era segnata dall’effetto delle medicine. Prima Marko e poi Ivanka sono riusciti a togliere loro quel poco di autostima che avevano.

    Per appoggiare la denuncia di “Anna”, lo scorso giugno lei ha scritto una lettera sugli abusi di Rupnik indirizzata ai gesuiti e a diverse personalità della Chiesa, dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Luis Ladaria al cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis. Qualcuno le ha risposto?

    Nessuno. E dire che molti di loro li conosco personalmente.

    La conferenza espiscopale slovena il 21 dicembre ha detto che prova “dolore e costernazione” per gli abusi, “rimasti ignoti per tanti anni”. È così?

    All’epoca tanti erano al corrente dei fatti, dal vescovo di Lubiana al provinciale dei gesuiti fino al fondatore del Centro Aletti, il teologo Tomáš Špidlík. Nemmeno oggi i vescovi sloveni possono dire che non sapevano: “Anna” ed io abbiamo spedito via pec le nostre lettere anche all’attuale arcivescovo di Lubiana Stanislav Zore, al provinciale sloveno padre Miran Žvanut e a padre Milan Žust, superiore della Residenza della Santissima Trinità al Centro Aletti di Roma, che è anche il superiore di padre Rupnik. Non credevano che saremmo andate tanto avanti nella denuncia pubblica e hanno detto mezze verità per cercare di cavarsela.

    Sia i vescovi sloveni che il cardinale De Donatis ora condannano gli abusi ma invitano a distinguere fra i peccati di Rupnik e ciò che ha espresso con la sua arte. Che cosa ne pensa?

    L’arte è espressione di quel che lui insegna, riflette la sua personalità. Non si può dire che l’arte e il ministero sono due cose separate, Rupnik stesso ha sempre sottolineato che sono due elementi intimamente connessi. Finché la Chiesa non capisce che l’essere abusatore di padre Rupnik è legato al suo essere artista, continuerà a minimizzare la gravità di quel che è successo.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

  • Ratzinger, il tribunale tedesco cerca gli eredi: va avanti l’inchiesta sull’insabbiamento del caso di pedofilia

    Ratzinger, il tribunale tedesco cerca gli eredi: va avanti l’inchiesta sull’insabbiamento del caso di pedofilia

    L’indagine a carico di Joseph Ratzinger in Germania proseguirà anche dopo la morte del papa emerito Benedetto XVI.

    Come ha confermato la portavoce del tribunale di Traunstein all’Ansa, Andrea Titz: «Il procedimento andrà avanti a carico degli eredi», anche se lo stesso tribunale ammette che si dovrà accertare se esistano o meno gli eredi del pontefice scomparso il 31 dicembre all’età di 95 anni. Contro il Papa emerito aveva sporto denuncia in sede civile il 22 giugno scorso, un 38enne della Baviera che ha affermato di essere stato vittima di abusi sessuali da parte del prete pedofilo Peter H e accusato, inoltre, Ratzinger di essere «a conoscenza della situazione», ma «di non aver fatto abbastanza».

    All’epoca dei fatti, il 38enne, che si faceva chiamare dai media tedeschi Julian Schwarz, aveva tra gli 11 e i 12 anni quando don Peter gli mostrò dei video porno e abusò di lui sessualmente. «Il prete ha praticamente fatto addormentare l’intera comunità – aveva denunciato l’uomo – e ha venduto molto bene la sua versione», secondo cui un pastore non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere.

    Con la denuncia presentata in Tribunale, l’allora avvocato di Julian chiedeva la valutazione di un’eventuale risarcimento danni per l’abuso sessuali subito all’epoca dal suo assistito. Nelle carte presentate era inoltre stato inserito anche un rapporto sugli abusi stilato dallo studio legale di Monaco Wsw, oltre che una sentenza del tribunale ecclesiastico sul caso di padre Peter H.

    Ora l’oggetto dell’inchiesta è capire se Joseph Ratzinger, all’epoca arcivescovo di Monaco, sia stato responsabile dell’occultamento dei casi di abuso. L’ultimo atto di questa vicenda risale all’8 novembre scorso, quando lo stesso Papa emerito aveva annunciato di volersi difendere dalle accuse del 38enne della Baviera.

    https://www.open.online/2023/01/02/germania-tribunale-traunstein-azione-penale-denuncia-insabbiamento-caso-pedofilia/