Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Ali Agca

  • “Il Vaticano venga a testimoniare in commissione d’inchiesta, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto”: l’appello del vicepresidente Roberto Morassut

    “Il Vaticano venga a testimoniare in commissione d’inchiesta, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto”: l’appello del vicepresidente Roberto Morassut

    Qual è lo stato dell’arte della commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori? Lo spiega il vicepresidente della bicamerale Roberto Morassut in sua recente intervista a Fanpage. Il deputato ha dichiarato senza mezzi termini che il Vaticano stesso potrebbe essere utile alla commissione, per far luce sul mistero della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983.

    L’appello al Vaticano

    “L’auspicio sul Vaticano è ci possano essere figure e persone in grado di mostrare la volontà di portare in commissione una testimonianza, qualcosa che possa essere proficuo alla commissione. Noi possiamo agire fino a un certo punto perché, dal punto di vista formale, servono rogatorie e le nostre procedure difficilmente riuscirebbero ad arrivare al termine in tempi utili“, ha detto in riferimento a un auspicabile aiuto da parte di esponenti dello Stato Pontificio di cui, lo ricordiamo, Emanuela Orlandi è ancora cittadina, oggi come nel 1983. Questa riflessione del deputato potrebbe nascere dal fatto che alcune delle amiche della Orlandi, convocate in commissione, hanno fatto riferimento a figure religiose che, poco prima della sua scomparsa, avrebbero fatto apprezzamenti su quella che all’epoca era solo una ragazzina, come confessò loro la stessa Emanuela in preda al panico.

    A tal proposito ecco le dichiarazioni di Morassut comparse nei giorni scorsi: “Non siamo ancora riusciti a chiarire se eventuali personaggi vicini al Vaticano possano aver avuto un ruolo nel suo rapimento né abbiamo notato alcun atteggiamento che possa celare la volontà di non chiarire. Sicuramente, però, ci sono ancora personalità che possono aiutarci a capire se sia reale il coinvolgimento di qualche singola personalità, altrimenti resterà sempre nel mistero e nel sospetto. Per questo auspico che questo passo venga fatto: noi possiamo richiederlo, ma le procedure sono troppo lunghe per la vita residua della commissione”, trattandosi di uno Stato a sé stante.

    Le quattro piste principali

    Il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi, in questi 42 anni, ha tirato in ballo ogni tipo di potere e apparato, dai terroristi turchi al Kgb e fino ai bulgari, senza escludere niente e nessuno: servizi segreti, Banda della Magliana, l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II Ali Agca e via dicendo. I depistaggi, purtroppo fanno parte di questa vicenda in cui è davvero complesso isolare gli elementi riscontrabili da quelli falsi, per costruire uno scenario verosimile. A tal proposito dichiara Morassut: “Restano quattro le piste principali: ricatto internazionale, ricatto finanziario, fino alla pista di natura sessuale, che si può scomporre in diverse a seconda delle figure coinvolte e ai rapimenti. Noi stiamo cercando di sistemarle sulla base delle audizioni che abbiamo svolto e dei documenti consultati per poi approfondirle”. Di ricatto al Vaticano ha sempre parlato anche Pietrpo Orlandi, il fratello della cittadina scomparsa secondo cui i ricatti sarebbero addirittura due: uno all’epoca reso pubblico e l’altro sotterraneo, nascosto. “Non esiste ancora un indirizzo formale della commissione, dobbiamo continuare a lavorare”, ha concluso Morassut che non ha escluso da questo suo report sui lavori la vicenda di Mirella Gregori, la ragazza di via Nomentana scomparsa nel nulla pochi giorni prima di Emanuela, il 7 maggio del 1983.

    Mirella Gregori

    La contiguità delle scomparse, avvenute entrambe a Roma, e l’età comune delle ragazze hanno unito i destini delle due quindicenni con indagini congiunte. Ma spesso i commissari della bicamerale Orlandi-Gregori hanno ammesso che i lavori fatti hanno portato su strade distanti per quanto riguarda Emanuela e Mirella. A indicare una pista comune, all’epoca, con il famigerato Komunicato 1, fu in realtà un fantomatico fronte anticristiano turco, il Turkesh, di cui non è neanche certa l’esistenza. Tuttavia, secondo Morassut, per entrambe potrebbe essere valida “La pista del rapimento a fini sessuali, è quella che può portarci più vicino alla verità”. Mentre secondo gli avvocati delle loro famiglie, Laura Sgrò per Orlandi e Nicodemo Gentile per Maria Antonietta Gregori, si tratterebbe di due storie completamente disgiunte.

    Nuova audizione su Mirella

    Il caso di Mirella Gregori sarà oggi al centro di una nuova audizione che vede protagonista Roberto Tiberti, un amico di Mirella di Centocelle. Sul caso della Gregori, Morassut è stato molto esplicito nella sua intervista: “Io credo che la scomparsa sia maturata nel suo quartiere e che, forse, fosse già attenzionata da almeno un paio di anni da chi l’ha rapita. Nello specifico, il bar dei genitori della migliore amica, Sonia De Vito, potrebbe aver avuto un ruolo fondamentale. Occorrerebbe cercare di ricostruire quanto accaduto in quell’ultimo pomeriggio nel locale, fra Mirella e l’amica, per avere un’idea più chiara dell’accaduto”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/23/il-vaticano-venga-a-testimoniare-in-commissione-dinchiesta-altrimenti-restera-sempre-nel-mistero-e-nel-sospetto-lappello-del-vicepresidente-roberto-morassut/8171148/

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

    Nuovo giallo sul caso di Emanuela Orlandi. Oggi, 30 aprile, durante l’audizione di Lidano Marchionne, all’epoca dei fatti commissario capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Digos di Roma, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta l’attenzione è stata puntata su un numero di telefono non identificato scritto su un diario di Emanuela.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

    “La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

    La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

    La richiesta di liberazione di Agca

    Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

    “Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

    “Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

    “Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

    “C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori’”.

    A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

    Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

    “Rapitori? Non erano rubagalline”

    “Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

    Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

    “Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

    Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

    “Pista turca? Versioni poco credibili”

    “Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

    “Ricorreva la possibile ipotesi – che toglieva credibilità – della ragazza che, ancora in vita, convivesse con uno dei suoi sequestratori”, ha continuato Marchionne parlando di “ipotesi secondo me fantasiose”.

     

  • Emanuela Orlandi, la sua “amica più intima” Gabriella convocata in commissione d’inchiesta. Nel pool che indaga ora anche due carabinieri del Ros

    Emanuela Orlandi, la sua “amica più intima” Gabriella convocata in commissione d’inchiesta. Nel pool che indaga ora anche due carabinieri del Ros

    La commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle misteriose scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori rafforza il registro investigativo delle indagini. Non solo avvocati, magistrati e giornalisti: due marescialli dell’Arma dei Carabinieri entra nella squadra dei consulenti per fare luce sulle scomparse delle due 15enni di cui non si hanno notizie dal 1983. Si tratta di Michele Ettorre e Giuseppe Angrisano che daranno un taglio diverso alla bicamerale. Sono entrambi membri effettivi al Reparto crimini violenti del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma (il Ros per intenderci). Ci saranno, dalle ultime notizie trapelate, più interrogatori dei singoli testimoni che verranno incrociati ai vecchi atti di inchiesta in cerca di riscontri e incongruenze. Una scelta non casuale di certo e che immaginiamo sia stata presa per contrastare la presunta reticenza emersa da alcune testimonianze, nel corso delle passate audizioni della commissione.

    “Conformemente alle indicazioni formulate nell’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi svoltosi il primo agosto scorso – ha chiarito una nota diramata dal presidente della commissione Andrea De Priamo – è stato conferito, ai sensi dell’articolo 23, comma 1 del Regolamento interno, per la durata dei lavori della Commissione a decorrere dal primo agosto scorso, l’incarico di collaboratore a tempo parziale al Maresciallo Capo Michele Ettorre e al Maresciallo Capo Giuseppe Andrisano, entrambi effettivi al Reparto crimini violenti del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei carabinieri”.

    Secondo quanto riportato dal Corriere, le audizioni riprenderanno il 19 settembre prossimo e sarebbe stata convocata anche un’amica di Emanuela Orlandi, Gabriella Giordani. Il suo nome era stato scritto a penna su uno spartito fatto rinvenire nel settembre 1983 dai presunti rapitori come prova del sequestro della 15enne vaticana scomparsa. Ma c’è di più: un “portavoce” dei sequestratori nel 1984, dopo mesi di silenzio, avrebbe telefonato a casa Giordani per chiedere la scarcerazione dell’attentatore del Papa, Ali Agca, in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. C’era anche lei (fonte: Il Corriere) nel gruppetto di amiche al fianco di Emanuela, al ritorno dal mare, quando pochi giorni prima della scomparsa quando due loschi tipi a bordo di un’auto A112 le si accostarono. Uno dei due afferrò il braccio di Emanuela chiedendo: “È lei?” e l’altro rispose di sì.

    Inizialmente pensarono tutti che il ragazzo volesse provarci con Emanuela ma purtroppo avevano altre intenzioni. Il nome di Gabriella compare anche in questo audio esclusivo che FqMagazine ha pubblicato nelle scorse settimane. In questo estratto si può sentire la voce del telefonista anonimo ribattezzato l’amerikano che dà notizie su Emanuela allo zio Mario come prova del contatto con la ragazza. Tra le informazioni richieste dallo zio c’è proprio questa: “L’amica più cara della vostra figliola è Gabriella, non so il cognome, è la sua amica più intima. Questo non era scritto nell’agendina”: in riferimento, presumibilmente all’indirizzo di un’altra amica di Emanuela, Laura Casagrande. E dà l’indirizzo della ragazza.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/09/18/emanuela-orlandi-la-sua-amica-piu-intima-gabriella-convocata-in-commissione-dinchiesta-nel-pool-che-indaga-ora-anche-due-carabinieri-del-ros/7698395

  • Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

    Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

    Potrebbero esserci delle importanti novità nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi, di cui non si hanno più notizie da oltre quarant’anni. Ora spunta l’audio di una telefonata di un uomo che fa sentire ai suoi parenti la voce di una ragazza: era la cittadina vaticana che all’epoca della sua sparizione aveva 15 anni? Il documento è stato annunciato da “Chi l’ha visto?“, che lo proporrà nella puntata di domani su Rai 3, limitandosi ad anticipare che parte di questo audio non era stata mai trasmessa prima d’ora.

    Nelle ultime ore, intanto, è intervenuto il fratello di Emanuela Orlandi per rispondere alle dichiarazioni di Ali Agca, secondo cui la ragazza è stata rapita dal Vaticano. Pietro Orlandi ha pubblicato nel gruppo Facebook che gestisce un post in cui spiega di essere sempre stato disposto ad ascoltare tutti in questi anni, nella speranza di riuscire a scoprire la verità sulla scomparsa della sorella, ma ricorda anche che Ali Agca ha nel tempo ha cambiato spesso versione e che ha dichiarato spesso che avrebbe fornito prove e documenti su Emanuela. “Ma non ha mai portato uno straccio di prova“, ha scritto Pietro Orlandi, che si aspetta un riscontro.

    SCOMPARSA EMANUELA ORLANDI, IL FRATELLO REPLICA AD ALI AGCA

    Pietro Orlandi racconta di essere volato in Turchia pur di parlare con Ali Agca: ciò accadeva 14 anni fa e in quella circostanza gli avrebbe promesso che avrebbe fornito documenti per dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, ma quei documenti non gli sono mai arrivati. Da qui i sospetti del fratello di Emanuela Orlandi, che tira in ballo tutte le versioni di Ali Agca, il quale nel tempo ha prima accusato Komeini, poi la P2, STASi, KGB, servizi Bulgari, SISMI e Cia, fino al Vaticano.

    Per quanto riguarda la Commissione bicamerale di inchiesta, che non intende ascoltarlo in assenza di richieste formali da parte sua, Pietro Orlandi spiega che se mancano le prove non ha senso ascoltarlo, ma comunque lui resta aperto a ogni ipotesi, a patto che ci siano dei riscontri. Infatti, Ali Agca prima aveva prospetto la sua disponibilità ad essere ascoltato in audizione, poi quando è stato sollecitato a inviare una richiesta formale, non ha risposto affatto.

    Emanuela Orlandi, spunta audio inedito di una telefonata/ Il fratello Pietro: “Ali Agca? Servono prove”

  • I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    I dubbi sul caso Orlandi: oltre ad un possibile intrigo internazionale, si parla anche di pedofilia in Vaticano

    La testimonianza di Pietro Orlandi in Vaticano non sarà dimenticata facilmente. Due gli argomenti alla ribalta della cronaca tra i fatti di sua conoscenza riferiti al Promotore di Giustizia Alessandro Diddi.

    Uno è relativo ad una chat tra lo stesso Orlandi e il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete emerito della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore. La chat risale ai primi anni del pontificato di Papa Francesco e contiene alcuni fatti che non erano noti all’opinione pubblica. Nella chat, il cardinale Abril y Castelló avrebbe confermato l’esistenza di un dossier segretissimo sul rapimento di Emanuela Orlandi, che sarebbe stato ordinato da Papa Wojtyla e custodito in Vaticano. Il cardinale avrebbe anche ammesso che Emanuela Orlandi era stata vista viva in Inghilterra e che era stata coinvolta in una trama internazionale che riguardava il Vaticano, la Cia, i servizi segreti italiani e turchi, e l’attentatore Ali Agca. Quest’ultimo ha inviato una lettera a Pietro Orlandi in cui sostiene che Emanuela Orlandi era stata presa in consegna da alcune suore fin dall’inizio e che aveva accettato serenamente il suo ruolo.

    L’altro argomento è ancor più imbarazzante e coinvolge Karol Wojtyla, l’allora papa Giovanni Paolo II. Secondo alcune testimonianze e documenti, Wojtyla avrebbe avuto una vita segreta e dissoluta, frequentando donne e facendosele portare in Vaticano da persone legate alla criminalità organizzata, come il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino. Quest’ultimo sarebbe stato poi sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, in cambio del suo silenzio sul caso Orlandi.

    Un’intercettazione audio, consegnata da Pietro Orlandi al promotore Diddi, rivelerebbe infatti che Wojtyla la sera usciva con due monsignori polacchi e non certo per andare a benedir case. Nell’audio si sente anche come lo chiamavano in Vaticano: un nomignolo coperto da un bip ma che secondo Pietro Orlandi è chiaro nel file originale.

    Accuse gravissime che, se trovassero riscontro, metterebbero in discussione la moralità e la santità di uno dei papi più amati e venerati dalla Chiesa cattolica. A supporto della documentazione presentata Pietro Orlandi ha chiesto che vengano ascoltati alcuni testimoni dell’epoca, tra cui i cardinali Giovanni Battista Re, Leonardo Sandri e Stanislaw Dziwisz, al tempo vicinissimi a Wojtyla.

    Pietro Orlandi nella puntata di DiMartedì andata in onda ieri sera, ha fatto ascoltare la registrazione audio consegnata al promotore di giustizia, ribadendo i suoi sospetti sul Papa polacco e aggiungendo anche di esser convinto che Ratzinger e Francesco siano a conoscenza di quello che è avvenuto.

    A parlare sarebbe un uomo vicino alla banda della Magliana: “Papa Giovanni Paolo II se le portava in Vaticano quelle, era una situazione insostenibile. E così il segretario di Stato a un certo punto è intervenuto decidendo di toglierle di mezzo. E si è rivolto a persone dell’ambiente carcerario”.

    “Penso che una delle possibilità – ha detto a Floris Pietro Orlandi – è che Emanuela possa aver magari anche subito un abuso, ma che quell’abuso sia stato organizzato. È stata portata da qualcuno per creare l’oggetto del ricatto e siccome il Vaticano da quarant’anni fa di tutto per evitare che possa uscire la verità… Certo, se nel ’93 si parlava normalmente della pedofilia dei cardinali come se fosse una cosa normale e accettata, uno può pure pensare che la pedofilia sia anche più su di quei cardinali”.

    Pietro ha anche detto di avere esposto questa riflessione qualche giorno fa ad un vescovo, il quale avrebbe commentato: “Beh, probabilmente…”. “Forse non ha capito… se parlo di qualcuno più su dei cardinali, mi riferisco a Wojtyla”, ha ribattuto Orlandi. “Probabile”, è stata la risposta del vescovo.

  • Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    Caso Orlandi, svolta clamorosa: “Interroghiamo Padre Georg, Bertone, Re e…”

    “Nessuno ha mai indagato sulla pista degli abusi sessuali”

    Papa Francesco ha fatto scoppiare un’autentica bomba in Vaticano. Al contrario di quello che è stato erroneamente scritto e detto su altri media, il caso Emanuela Orlandi non è stato “riaperto” dalla Gendarmeria della Santa Sede: è stato aperto per la prima volta, a quarant’anni di distanza dalla sparizione della 15enne. La precedente inchiesta era stata condotta dalla magistratura italiana, che nel 2015 ne ha disposto l’archiviazione, non senza polemiche.

    Il Vaticano nel 2019 si era limitato ad aprire un fascicolo sulla riapertura delle tombe del cimitero Teutonico (dove si sperava di trovare i resti di Emanuela), ma su input di Bergoglio ora il promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi e la Gendarmeria hanno deciso di fare luce su quanto accaduto in quel funesto 22 giugno 1983 e nei quattro decenni successivi, con un’impressionante serie di bugie, depistaggi, omertà e false piste che hanno tirato in ballo ipotesi orrende come la pedofilia e la tortura, nonché le manovre ricattatorie della criminalità organizzata e l’intervento dei servizi segreti, non solo italiani, e di ambienti legati al terrorismo.

    Perché la Chiesa si muove solamente oggi? Perché immediatamente dopo la morte di Ratzinger e la pubblicazione del libro di Padre Georg, nel quale si nega l’esistenza di un dossier su Emanuela in Vaticano? Quante sono le chance di penetrare quel muro di gomma che ammanta l’intera vicenda? Affaritaliani.it ne parla con Laura Sgrò, avvocata che ben conosce le vicende di San Pietro e dintorni. Lo scorso anno ha pubblicato il libro “Sangue in Vaticano. Le inquietanti verità sulla strage nella Guardia Svizzera” (Rizzoli, 304 pagine, 18 euro), dal 2017 segue la famiglia Orlandi, e durante il caso Vaticanleaks ha difeso la comunicatrice Francesca Immacolata Chaouqui, detta “la papessa”.

    Avvocato Sgrò, cominciamo da un aspetto che non è solo formale, ma anche sostanziale: fino al 12 gennaio non le è arrivata alcuna comunicazione ufficiale da parte del Vaticano sull’apertura dell’inchiesta. Ci sono novità sul punto?

    No. So di per certo che è stata aperta perchè ciò è stato comunicato alla stampa e anche mercoledì sera la redazione di “Chi l’ha visto?” ne ha avuto conferma dalla sala stampa del Vaticano. A noi però non è arrivata alcuna comunicazione diretta ed è obiettivamente curioso venirlo sapere da voi giornalisti, no?

    Senza dubbio: si allunga la lista delle stranezze di questa vicenda. Come si spiega quest’ultima svolta?

    Nel 2019 io non avevo chiesto solamente la riapertura delle tombe del cimitero Teutonico, ma anche l’avvio di un’indagine. Questa richiesta si è persa senza che nessuno ci desse riscontro. Noi ovviamente abbiamo continuato a presentare istanze e richieste ogni volta che si presentava qualche novità. Ad esempio: si ricorda la telefonata della quale parlò Monsignor Viganò, avvenuta la sera stessa del rapimento?

    Sì, certo. Era delle famose telefonate da parte del cosiddetto “americano”.

    Bene, io chiesi di sentire Viganò e le persone che quella sera stavano con lui in segreteria di Stato, ad esempio il Cardinale Sandri. Zero assoluto anche su questo. Si sono limitati ad aprire e chiudere le tombe e per il resto silenzio: un muro di gomma rispetto a tutto il resto. Questo loro atteggiamento mi ha talmente irritato che nel dicembre 2021 ho scritto a Papa Francesco, informandolo del fatto che avevamo elementi nuovi e che ne volevamo parlare con lui. Sua Santità mi ha detto di rivolgermi al promotore di giustizia, ma ancora una volta la risposta è stata il silenzio. Oggi apprendiamo che aprono una loro indagine sulla base delle nostre istanze, spiegando che è un atto dovuto. Certo, ma lo era già nel 2018 e nel 2019!

    Beh, nel frattempo è morto Ratzinger…

    Non solo, sono successe anche altre cose. Padre Georg si è messo a capo della fronda dei conservatori, in Italia è stato depositato un disegno di legge per una commissione di inchiesta parlamentare sul caso-Orlandi e c’è stata la serie di Netflix “Vatican Girl” che ha indignato l’opinione pubblica di tutto il mondo. Lei non ha idea di quanti messaggi di solidarietà e incoraggiamento riceviamo ogni giorno io, Pietro Orlandi e Andrea Purgatori: siamo ormai a centinaia di migliaia. A questo proposito mi faccia dire che il ruolo della stampa in questo è molto prezioso e quindi ringrazio pubblicamente anche lei e affaritaliani.it.

    Credo sia il nostro dovere, ma torniamo alla tempistica dell’indagine: non trova curioso che Papa Francesco prenda questa decisione subito dopo la morte di Ratzinger e le anticipazioni sul libro di Padre Georg, nel quale si parla anche di Emanuela? Oltretutto Georg è subito stato convocato a rapporto dal Santo Padre: che legame vede tra questi eventi in rapida successione?

    Mi auguro che si tratti di un cambiamento di rotta, ma che sia vero. Per dimostrarlo servono indagini non solo serie, ma anche immediate. È dalla mia prima denuncia del 2018 che ho indicato i nomi di persone da ascoltare rispetto a taluni fatti. Oggi ho riguardato quella lista: lo sa che ne sono morte quasi la metà? In più, ci sono quelli che la Procura di Roma ha iniziato a cercare fin dal 1983 e per i quali il Vaticano si è nascosto dietro le proprie normative: lo Stato italiano durante la prima inchiesta ha fatto ben tre richieste di rogatoria, tutte rispedite al mittente! C’è una montagna di persone che i magistrati italiani volevano sentire e che sono morte! Questa è la prova del fatto che finora non c’è stata una vera volontà di fare luce sulla vicenda e sfido chiunque a sostenere il contrario. Se le cose sono cambiate davvero, bisogna agire in fretta: parliamo di persone anziane e non c’è tempo da perdere.

    Tra le persone ancora viventi che lei vorrebbe interrogare, da chi comincerebbe?

    Dal Cardinale Re, che ha celebrato il funerale di Ratzinger. È il decano del collegio cardinalizio e allora era il sostituto alla segreteria di Stato, una figura molto vicina al Santo Padre. La Procura ha provato a interrogarlo per anni, ma non c’è mai stato verso.

    Lei intende sentire anche il Cardinale Bertone, in merito a quali fatti specifici?

    Bertone era il segretario di Stato quando è sorto il problema dell’apertura della tomba dove era sepolto De Pedis. Possibile che non sapesse niente? Davanti al casino che si è creato per spostarne la salma, possiamo davvero pensare che non ci sia stato un summit nel quale decidere come muoversi?! Non si può prendere in giro l’opinione pubblica: tutto il mondo guardava attonito al fatto che un esponente della Banda della Magliana fosse stato tumulato dentro una basilica e vogliamo far credere che in Vaticano non sia mai discusso di questa vicenda?!

    Si è detto che sulla tomba di De Pedis si sia svolta una trattativa: lo Stato se ne sarebbe fatto carico, in cambio di informazioni sulla sorte di Emanuela da parte del Vaticano. È andata davvero così?

    Beh, basta leggere il libro di Georg (Nient’altro che la verità – La mia vita al fianco di Benedetto XVI, Piemme, 336 pagine, 20 euro). Ammette che in più occasioni degli emissari del Vaticano andarono in Procura a parlare della tomba di De Pedis con il Dott. Capaldo, il quale a sua volta parla di una “semi-trattativa”. Ma io su questo le voglio raccontare una cosa per me davvero cogente, che mi ha fatto arrabbiare in maniera incredibile.

    La ascolto con piacere.

    Quando è venuta fuori questa vicenda della trattativa, sono andata dal Comandante Giani: era uno dei fatti nuovi per i quali chiedevo la riapertura delle indagini. Presento istanze affinché sia sentito Capaldo e dopo due anni scopro che la persona che era andata da Capaldo… era proprio Giani! E ci sono anche delle conferme! Ma di cosa stiamo parlando?! E’ una presa in giro! Giani sarebbe dovuto andare a Capaldo a chiedergli chi era andato a parlargli, quando era stato lui…

    Torniamo al libro di Padre Georg: vi si legge che non è mai esistito un dossier del Vaticano su Emanuela Orlandi, ma lei ci crede?

    Questo Georg lo nega adesso, ma a me aveva detto che c’era! Quando era ancora Prefetto facente funzioni, lo andai a trovare alla Casa Pontificia e alla mia domanda specifica rispose: “Eccome, se c’è un fascicolo riservato! Insista e se lo faccia consegnare dalla segreteria di Stato, io non ho più potere”.

    Immagino che sia su questo argomento che volete interrogarlo?

    Certo. Anche se lui minimizza, nel suo stesso libro parla di una fase di indagine sul caso e a me Giani disse che si trattava di un vero e proprio lavoro di intelligence. Almeno si mettessero d’accordo, sulle stupidaggini che dicono! Su questo il Vaticano ha potere: sono tutti uomini suoi, che li sentisse! Si deve chiedere al capo della Gendarmeria perchè ha fatto cose che non doveva fare, nell’esercizio delle sue funzioni. Nel Vaticano, le sentenze vengono emesse “nel nome di Sua Santità”: ma è questa la giustizia del Papa?! Secondo me si è andati oltre la decenza.

    Lei, ormai, è diventata una delle massime esperte delle vicende vaticane…

    Ed è per questo che le dico che si sono superati certi limiti. Nessuno ha la pretesa che la giustizia sia infallibile, ma qui siamo oltre ogni confine plausibile. Molto oltre. Mi auguro sinceramente che Papa Francesco voglia fare pulizia, sapendo che la verità costa. Che pagasse il prezzo della verità, qualunque essa sia.

    Il manifesto col quale annunciate il sit-in di sabato 14 gennaio, per i 55 anni di Emanuela, è molto duro anche nei confronti di Bergoglio, accomunato a Wojtyła e Ratzinger per il silenzio definito “complice”. Quindi, sperate che Francesco vi smentisca?

    Me lo auguro davvero. Non vedo l’ora che il Papa ci dica che siamo degli idioti e che abbiamo sbagliato tutto. Che mi smentisca e io mi precipiterò a chiedergli scusa, se ho sbagliato a pensare male di lui.

    Tra i fatti nuovi, c’è l’ormai famosa chat del 2014 tra due persone “molto vicine a Bergoglio” che pare lasciare ben poco spazio all’interpretazione, posto che sia autentica…

    Eh, sì. Ma anche questo è un elemento che fa pensare. Nel momento in cui salta fuori una conversazione che riguarda anche il Santo Padre, se io fossi stato il promotore di giustizia del Vaticano sarei corso a fare un’indagine, a tutela del capo del mio Stato. In Vaticano, il potere esecutivo, quello giudiziario e quello legislativo appartengono tutti al Papa, che li esercita mediante delega. Non è una cosa di poco conto: il magistrato è un delegato del Papa, quindi in un caso del genere il suo primo pensiero avrebbe dovuto essere quello di andare a fugare ogni dubbio.

    Tuttavia, proprio perché è un delegato, immagino che faccia quello che il Papa gli dice…

    Tutte le ipotesi sono valide, però oggettivamente in questa vicenda c’è tutta una serie di cose davvero troppo strane. Io ho una concezione un po’ diversa della giustizia: per me è una cosa seria, perchè coinvolge la vita delle persone, che hanno tutte diritto alla dignità.

    Tra le cose strane c’è anche il fatto che si sia rifatto vivo Ali Agca, il quale sostiene di sapere tutto della vicenda. Dice che Emanuela non è mai stata stuprata e che si vuole screditare il Vaticano con false accuse di pedofilia. Inoltre, racconta che la ragazza sarebbe stata rapita per ordine di Wojtyła e affidata alle suore. Lei che cosa pensa di queste dichiarazioni?

    Beh, anche prendendole per buone, non mi pare proprio che esentino il Vaticano dalle sue reponsabilità. Un Papa mandante di un rapimento non è una vicenda meno grave.

    Ali Agca ha anche parlato del presunto legame tra il caso di Emanuela e quello di Mirella Gregori, un’altra ragazzina sparita a Roma nello stesso periodo, come peraltro altre coetanee nel corso dell’anno. Lei su questo che idea si è fatta?

    Io penso che i due casi non abbiano alcuna attinenza tra loro. Mirella Gregori merita un’indagine a se’ stante. Secondo me non ha giocato a suo favore il fatto di essere collegata a Emanuela, rimanendo così in una sorta di cono d’ombra. Le assicuro che nel fascicolo di Emanuela ci sono ben poche pagine “autonome” che riguardano anche Mirella.

    Lo stesso vale per Simonetta Cesaroni, visto che si è parlato anche di una riapertura complessiva dei tre casi?

    Questo è proprio un altro caso. Se per un certo periodo Mirella è stata effettivamente legata a Emanuela, Simonetta non ha proprio nulla a che fare con loro. Si è trattato di un omicidio cupo, sul quale la verità è tuttora preclusa sia alla famiglia, sia a tutti coloro che hanno lavorato alle indagini. Il vero punto di contatto tra questi tre casi è che rappresentano altrettanti fallimenti della giustizia italiana. Direi che ne sono l’emblema. Sarà brutto dirlo, ma è così.

    Vorrei ricordare anche un’altra ragazza, della quale si parla anche in “Vatican Girl”. Mi riferisco all’amica di Emanuela che le avrebbe confessato di essere stata molestata da una persona “vicina a Wojtyła”: questa è una pista sulla quale ci sono dei riscontri?

    Questa pista, di fatto, non è mai stata indagata. Mai, mai. Bisognerebbe farlo. Se ne parla solo sui giornali, ma la magistratura non l’ha mai approfondita. E se ne parla solamente ora, perché nel 1983 era veramente impossibile che si affrontasse di un’ipotesi di pedofilia nel Vaticano. Non si parlava nemmeno di pedofilia in generale, figuriamoci nel Vaticano!

    A questo proposito, in Germania prosegue l’indagine su Ratzinger, accusato di non avere fatto abbastanza contro i preti pedofili, e dopo la sua morte si stanno cercando eventuali eredi che ne dovrebbero rispondere. Secondo lei c’è un legame tra la scomparsa del Papa emerito e il riemergere di queste ipotesi di indagine su Emanuela?

    Credo che ci siano diverse concause. Secondo me in questo momento persistere con la “politica del silenzio” avrebbe avuto un risvolto ancora più negativo. Tra il trincerarsi dietro il mutismo e provare a fare qualcosa, è giusto seguire la seconda strada. Per il momento il Vaticano ha soltanto manifestato una volontà di chiarezza. Mi auguro che diventi fattuale.

    Ho la sensazione che il Vaticano sia tutt’altro che un blocco monolitico. Il fatto che qualcuno vi abbia passato gli screenshot della chat del 2014, ad esempio, fa pensare che tanti conoscano la verità e che si combattano tra loro. Per questo, se non sarà il Papa a farci capire cosa è successo ad Emanuela, il rischio è che lo faccia qualcun altro, con conseguenze ancora più pesanti. E’ questo a cui allude parlando di “prezzo della verità”, oppure sbaglio?

    È proprio così. Le parti in causa si usano, si mandano messaggi, tirano la corda… Io temo che in questo periodo storico la Chiesa rischi di implodere, a meno che non si reindirizzi verso la sua vera natura. Sarebbe un grave danno per i fedeli, che ci credono veramente e considerano la Chiesa come un punto di riferimento. Il momento è delicatissimo, quindi mi auguro che l’intenzione di Francesco sia davvero sincera. In fondo è il Pontefice: se vuole, farà.

    Mi perdoni la domanda indiscreta: lei è credente?

    Sì.

    E lo rimane pur essendo passata attraverso le brutte esperienze che ci ha spiegato in modo così efficace?

    Da qualche tempo, il mio rapporto con Dio è abbastanza conflittuale. Ho visto troppe cose che avrei preferito non vedere. Soprattutto, non avrei voluto vederle nel Vaticano.

    In questo caso si è parlato del coinvolgimento di alcuni poteri davvero temibili: la Chiesa, lo IOR, la ‘ndrangheta, la banda della Magliana, il terrorismo internazionale, i servizi segreti italiani e di altri Paesi, come Cia, Kgb e Stasi… Non ha mai avuto paura?

    Mah, io sono stata minacciata più volte. Sì, ci sono stati dei momenti nei quali ho avuto paura. Tuttavia, dopo una lunga e attenta riflessione e dopo un confronto aperto sia con mio padre (che ora non c’è più) che con mio marito, mi sono persuasa della necessità di andare avanti. Una strada del genere non può essere percorsa a metà. Non sarebbe giusto nei confronti delle persone che ti chiedono aiuto. Pietro Orlandi è un caterpillar, una persona straordinaria. Dopo aver detto di sì a lui, in quanto rappresentante della sua solidissima famiglia, bisogna mettere in conto la necessità di camminargli accanto. Io l’ho scelto e quindi cammino.

    Anche nei confronti di Pietro Orlandi ci sono stati tentativi di intimidazione?

    Non penso. Certamente però ci sono stati dei gesti di stizza da parte del Vaticano. Ad esempio, quando Pietro ancora lavorava allo IOR, un prelato lo convocò per parlare del sit-in che aveva organizzato. Gli tirò addosso un giornale, urlandogli: “E basta con ‘sta storia di tua sorella!”.

    Un’ultima domanda: ma secondo lei che cosa è successo a Emanuela? Qual è la pista più probabile?

    Ho una mia idea che preferisco tenere per me, finché non ho le prove. Ciò non toglie, e questo è il grande problema, che ci sono pezzettini di verità in tutte le piste. Un riesame serio di tutta la vicenda prevede importanti tempi, energie, esperienza, risorse e mezzi. Mi chiedo se la procura Vaticana possa fare tutto questo. Io credo che – se davvero volesse fare luce su ogni cono d’ombra – dovrebbe avvalersi del Concordato e chiedere leale collaborazione e cooperazione alla procura di Roma. Ecco, questo sì che porterebbe se non alla verità, a pezzi certi di questo terribile mosaico.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-orlandi-svolta-clamorosa-interroghiamo-padre-georg-bertone-re-e-834223.html

  • “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    E’ tuttora irrisolto il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno del 1983 dalla Città del Vaticano, dove viveva con la famiglia, e mai più ritrovata. ll “cold case” è il tema della nuova docu-serie di Netlfix, “Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi”, realizzata dalla società di produzione inglese RAW con il contributo di testimoni dell’epoca e giornalisti che hanno seguito il caso, come Andrea Purgatori.

    Vatican Girl – le testimonianze choc di Pietro Orlandi e dei familiari

    Un altro volto noto è quello di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che non si è mai arreso e continua a cercare la sorella. O almeno, come ribadisce in maniera straziante, di un corpo sul quale la famiglia possa piangere. La docu-serie ripropone tutti i documenti accumulati negli anni, comprese le misteriose telefonate del misterioso “americano” e dei nastri agghiaccianti, con le comunicazioni dei rapitori, la voce della giovane Emanuela e quello che sembra essere l’audio di una tortura.

    Vatican Girl – lo scambio con Ali Agca

    La prima pista investigativa fu il terrorismo internazionale. Nelle prime comunicazioni, i rapitori proposero uno scambio con Ali Agca, che era in carcere perché due anni prima aveva cercato di uccidere Papa Giovanni Paolo II, sparandogli in Piazza San Pietro. Si ipotizzava che Agca, come da lui stesso dichiarato, fosse stato mandato dal Kgb per eliminare il Papa, nemico del comunismo, e che la sua liberazione fosse il primo passo per metterlo a tacere ed impedire di rivelare segreti indicibili.

    Vatican Girl – i legami con Roberto Calvi e la banda della Magliana

    Dalla docu-serie però emerge un’altra pista. Nella sua lotta al comunismo, il Vaticano avrebbe finanziato Solidarnosc, per liberare la Polonia (terra natia del Papa) dal regime. Un finanziamento che, secondo gli autori, sarebbe stato mascherato grazie a complessi giri con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Lo stesso “banchiere di Dio”, vicinissimo al Vaticano, sarebbe stato coinvolto nel riciclaggio di soldi della mafia e la sua morte a Londra sarebbe stata un regolamento di conti, per delle somme non restituite. Erano state usate per finanziare Solidarnosc? Le ricostruzioni ipotizzano uno scenario ricattatorio, per riavere quei soldi che appartenevano alla criminalità organizzata.

    Vatican Girl – il ricatto e lo scandalo sessuale

    Ma perchè rapire l’incolpevole Emanuela Orlandi e non un prete o un membro del Vaticano? Perché una 15enne era così importante per la criminalità organizzata, che voleva ricattare la Chiesa? La testimonianza più inquietante è quella di un’amica di Emanuela che, coperta dall’anonimato, riferisce una sconvolgente confidenza della ragazza: poco tempo prima, passeggiando, sarebbe stata “infastidita” da una persona “molto vicina al Papa”. Da qui l’ipotesi di un ricatto su un possibile scandalo che avrebbe potuto arrecare un danno di immagine enorme al Vaticano.

    https://www.affaritaliani.it/mediatech/vatican-girl-netflix-riapre-il-caso-emanuela-orlandi-con-la-serie-choc-821932.html

  • Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    I quotidiani italiani sono tornati in questi giorni a occuparsi del caso di Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana (il servizio che gestisce le udienze del Papa), che scomparve a Roma il 22 giugno 1983 e di cui non si è più saputo nulla. A riportare l’attenzione sul caso Orlandi è stata la scoperta della scomparsa, nel cimitero romano del Verano, della salma di Katty Skerl, diciassettenne di origine svedese il cui corpo fu ritrovato a Grottaferrata, in provincia di Roma, il 21 gennaio 1984. L’omicidio di Skerl è tuttora irrisolto.

    A collegare le due vicende fu nel 2015 un fotografo romano, Marco Accetti, che si autodenunciò per il rapimento di Orlandi sostenendo che sia quel sequestro sia l’omicidio di Skerl fossero collegati a una lotta interna tra varie fazioni del Vaticano. A conferma delle sue dichiarazioni disse che la tomba di Skerl era vuota e che all’interno del loculo, una volta aperto, sarebbe stata trovata solo una maniglia d’ottone con inciso un angelo.

    Dopo 12 interrogatori, Accetti non venne ritenuto credibile. Le verifiche sulla tomba della ragazza, nel cimitero del Verano, non furono fatte. Ora, a sette anni di distanza, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide posta nel riquadro 115, n° 84, fila 2 del cimitero. La cassa di legno con la salma della ragazza è sparita e nel loculo è stata ritrovata in effetti solo una maniglia.

    Sono molte le domande che in questa storia non hanno risposta. La prima è perché solo ora, dopo tanto tempo, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide. Sette anni fa la rivelazione di Accetti non fu considerata attendibile, ma qualcosa è probabilmente accaduto di recente portando il procuratore che ora si occupa del caso a ordinare l’ispezione della tomba.

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è scettico sul presunto legame tra le due vicende. «Accetti non ha mai portato nessun elemento concreto che supportasse le sue dichiarazioni. Non ha mai fatto i nomi di chi avrebbe materialmente rapito mia sorella. Certo, la vicenda della scomparsa del cadavere di Katty Skerl è inquietante, oltre che triste. Ma sul collegamento con la storia di Emanuela ho molti dubbi» dice al Post.

    Per chiarire la vicenda, che è intricatissima, bisogna tornare al 1983. Emanuela Orlandi, studentessa che aveva appena terminato il secondo anno al convitto nazionale Vittorio Emanuele II, scomparve a Roma attorno alle 19 del 22 giugno dopo essere uscita da una lezione di musica in piazza Sant’Apollinare. Poco prima delle 19 telefonò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi perché non passava l’autobus. Disse anche che era stata appena avvicinata da un uomo che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio.

    Le indagini e le inchieste giornalistiche si concentrarono presto sugli ambienti vaticani. Orlandi viveva all’interno delle mura pontificie: venne quindi ipotizzato che il suo sequestro fosse stato ordinato e portato a termine per esercitare pressioni affinché venisse liberato Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. A riprova di questa teoria vennero portate le testimonianze della famiglia Orlandi, che nel luglio del 1983 aveva ricevuto le telefonate di un uomo che parlava con un forte accento anglosassone (i giornali allora lo soprannominarono “l’amerikano”) che, in cambio della liberazione della ragazza, chiedeva la scarcerazione di Ali Agca. Il 17 luglio venne anche fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che chiedeva aiuto. Le telefonate furono in tutto 16 ma l’uomo non portò mai prove concrete sul fatto che Orlandi fosse realmente sua prigioniera.

    Ci furono anche telefonate da parte dell’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi Grigi, di cui faceva parte Ali Agca, che disse di avere rapito anche un’altra ragazza, Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, poche settimane prima della scomparsa di Orlandi. La madre di Gregori, due anni dopo, durante una visita del Papa nella parrocchia romana di San Giuseppe, riconobbe in un agente della Gendarmeria vaticana della scorta un uomo che a suo dire si intratteneva spesso con la figlia. Anche le indagini sulla sparizione di Gregori, così come quelle sulla scomparsa di Orlandi, non hanno mai raggiunto risultati concreti.

    Durante le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sono state fatte molte ipotesi. Una fonte anonima nel 2005 affermò che la ragazza era morta durante una festa nella residenza di un alto prelato. Ma non ci fu mai nessun elemento concreto a sostegno di questa pista.

    Sempre nel 2005 durante una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto, in onda su Rai 3, un uomo disse che per capire la scomparsa di Orlandi bisognava andare a vedere chi era sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e «controllare il favore che Renatino fece al cardinale Poletti». Renatino era il soprannome di Enrico De Pedis, boss della banda romana cosiddetta della Magliana, molto potente a Roma tra gli anni Ottanta e Novanta e legata sia ad ambienti dei servizi segreti sia dell’estrema destra. Ugo Poletti, cardinale morto nel 1997, era stato presidente della Conferenza episcopale italiana.

    Si scoprì che nella chiesa di Sant’Apollinare, vicino a cardinali e grandi benefattori della Chiesa, era in effetti sepolto De Pedis, assassinato a Roma nel febbraio del 1990. Sembrava in effetti molto strano che un boss criminale fosse sepolto in una chiesa riservata a cardinali e illustri personaggi vicini alla Chiesa. Si scoprì poi che il boss della banda della Magliana aveva fatto ingenti donazioni alla chiesa e si era così “comprato” quella sepoltura.

    A collegare il rapimento Orlandi alla banda della Magliana furono anche alcuni pentiti, come Antonio Mancini, detto “accattone”, e Maurizio Abbatino, detto “er crispino”. Mancini disse che Orlandi venne rapita per fare pressioni sul Vaticano affinché restituisse grosse somme di denaro che la banda della Magliana aveva prestato allo Ior, l’Istituto opere religiose, attraverso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi. Anche una donna, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed ex compagna di De Pedis, confermò che Orlandi era stata rapita dalla banda della Magliana nell’ambito dei rapporti con ambienti vaticani. Secondo Minardi, De Pedis le aveva detto: «La Orlandi è cosa nostra». La donna rivelò alla procura di Roma che Orlandi era stata tenuta a lungo prigioniera in uno scantinato del quartiere romano di Monteverde prima di essere uccisa.

    Ma nemmeno le testimonianze di Minardi, Mancini e Abbatino hanno avuto mai concreti riscontri investigativi.

    Il fotografo romano Marco Accetti entrò nella vicenda nel 2015. Il suo nome era già presente nel casellario giudiziario: il 20 dicembre 1983 un bambino di undici anni, figlio di un diplomatico uruguayano, uscito dalla sua casa all’Eur per andare dal barbiere, venne ritrovato morto nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, a venti chilometri da casa. Sul posto venne fermato un uomo, che era Accetti. Disse all’epoca: «Il bambino l’ho ucciso io, l’ho investito accidentalmente». Accetti venne condannato a un anno per omicidio colposo. La madre del bambino commissionò un’indagine a un detective privato e si convinse che suo figlio fosse in realtà stato rapito e ucciso e che Accetti avesse avuto un ruolo nella vicenda.

    Nel 2015 Accetti fece ritrovare alla procura di Roma un flauto dicendo che era quello di Emanuela Orlandi. La famiglia Orlandi disse che in effetti quel flauto poteva essere quello di Emanuela ma, come ha spiegato al Post Pietro Orlandi, «non c’è mai stata una prova concreta che si trattasse in effetti di quello strumento. Purtroppo il DNA presente era troppo esiguo per poter arrivare a qualsiasi conclusione».

    Accetti disse che aveva quel flauto perché aveva partecipato al rapimento. Disse di essere stata una delle persone che avevano telefonato, dopo il sequestro, alla famiglia Orlandi. Aggiunse che la ragazza era stata rapita nel corso di uno scontro tra due fazioni avverse presenti allora in Vaticano. Da una parte c’era la fazione, di cui diceva di aver fatto parte lo stesso Accetti, che voleva esercitare pressioni su Papa Giovani Paolo II affinché abbandonasse la sua politica anticomunista e di sostegno ai movimenti anti-regime dell’Est Europa, come il sindacato polacco Solidarność. Dall’altra parte c’era la fazione che invece sosteneva il Papa nella battaglia contro il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica.

    Accetti sostenne anche che la fazione anticomunista, in risposta al sequestro Orlandi, aveva ucciso Katty Skerl, studentessa del liceo artistico, figlia di un regista svedese. La ragazza, che aveva 17 anni, era iscritta alla federazione giovanile comunista ed era una militante femminista.

    Il 21 gennaio 1984 Skerl era uscita di casa con un borsone per andare a una festa. Venne ritrovata il giorno dopo in una vigna di Grottaferrata: era stata strangolata prima con un filo di ferro e poi con la cinghia del suo borsone. Secondo i risultati dell’autopsia, era stata spinta a terra a faccia in giù e tenuta ferma con un ginocchio sulla schiena con una forza tale da sfondarle alcune costole. Venne esclusa la violenza sessuale.

    Anche le indagini sulla morte di Skerl non portarono a nulla. Mai nessuno però, fino alle dichiarazioni di Accetti, aveva messo in relazione il suo omicidio alla scomparsa di Orlandi.

    Dopo le sue dichiarazioni, il fotografo venne indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Accetti rivelò anche un elemento a sostegno delle sue dichiarazioni. Disse che la camicia bianca indossata da Skerl al momento della sepoltura aveva scritto sull’etichetta “Via Frattina 1982”, e costruì intorno a questo dettaglio una articolata teoria, mai provata in nessun modo. Scrisse nel suo blog: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi».

    In una delle lettere inviate negli anni Ottanta alla famiglia Orlandi, firmata dall’organizzazione Fronte Turkesh, c’era in effetti un riferimento, che i magistrati non erano mai riusciti a interpretare, a via Frattina. Accetti in sostanza accusò una delle due presunte fazioni interne alla Chiesa, quella che sosteneva l’anticomunismo del Papa, di aver scoperto quel dettaglio della camicetta e di averlo inserito in una lettera alla famiglia Orlandi per dare un segnale alla fazione avversa.

    Accetti sostenne poi che il cadavere di Skerl fosse stato fatto sparire proprio per eliminare quella camicia e quell’etichetta e nascondere il collegamento tra i due casi. Disse che chi aveva fatto sparire la tomba aveva però lasciato una maniglia nel loculo.

    Dopo le dichiarazioni del fotografo i giornali ricordarono che a un’amica di Emanuela Orlandi e alla sorella di Mirella Gregori erano giunte nel 2013 due lettere che contenevano queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Secondo alcune interpretazioni, le due “more” erano Emanuela Orlandi e Mirella Gregori mentre la donna bionda era Skerl, il cui corpo era stato ritrovato in una vigna.

    L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si convinse che Accetti era inattendibile e chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo di indagine. Alla decisione si oppose il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nemmeno lui riteneva attendibile Accetti per quanto riguardava la storia dello scontro in Vaticano, ma credeva che si dovesse continuare a indagare. In quel periodo il Corriere della Sera scoprì anche che Skerl era nella stessa classe della figlia di uno dei tre uomini bulgari che furono coinvolti nelle indagini sull’attentato al papa.

    In un post sul suo blog, nel 2015, Accetti parlò così del trafugamento della salma di Katty Skerl: «Per impossessarsi di tale elemento (la camicetta, ndr) alcune persone organizzarono nel 2005 una fittizia squadra di addetti ai lavori cimiteriali e, simulando un lavoro di riesumazione, smurano il fornetto e lo richiusero dopo aver prelevato la bara. Tali persone caricarono la cassa su un carro funebre ed uscirono da uno dei cancelli vigilati, come se si trattasse di un’operazione di traslazione. Lasciarono all’interno della tomba una maniglia che svitarono alla stessa cassa. Tale maniglia raffigurava un angelo. Il significato di tale azione era una sorta di codice. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni»

    Giancarlo Capaldo, che ha recentemente pubblicato un romanzo ispirato al caso Orlandi, La ragazza scomparsa, ha detto parlando con Il Giornale: «Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa».

    A complicare ulteriormente la storia e a rendere ancora più ambigua la figura di Marco Accetti c’è una vicenda anch’essa risalente al 2015. Accetti contattò la famiglia di Alessia Rosati, una ragazza romana, studentessa di Lettere alla Sapienza e militante di sinistra molto impegnata, scomparsa il 23 luglio 1994 e di cui non si è più saputo nulla.

    Disse Accetti lasciando un messaggio alla famiglia Rosati: «So che cosa è successo a vostra figlia. Allo stesso modo in cui nel 1983 il nostro gruppo promosse l’allontanamento da casa della Orlandi e della Gregori per fare pressioni sul Vaticano, così nel 1994 contattammo la Rosati per simulare un sequestro, tramite il quale ricattare elementi del Sisde (servizi segreti, ndr). Solo che fummo anticipati, la giovane sparì prima. Noi sospettammo per mano della stessa parte che volevamo colpire». Anche in quel caso Marco Accetti non portò nessun riscontro concreto alle sue affermazioni.

    https://www.ilpost.it/2022/07/25/emanuela-orlandi-katty-skerl/

  • Un sit-in nel giorno del compleanno per non dimenticare Emanuela Orlandi

    Un sit-in nel giorno del compleanno per non dimenticare Emanuela Orlandi

    La cittadina vaticana riuslta scomparsa dal 1983. Il fratello Pietro: “È importante per noi familiari, spero possa passare il messaggio che una ingiustizia non si può accettare”

    ROMA – “Lo faccio da diversi anni. Tanti mi hanno chiesto ‘Perché continui?’. Secondo me è importante, per tenere alta l’attenzione, per non far dimenticare“. Pietro Orlandinon abbassera’ mai la guardia. Finché non avr° notizie di sua sorella Emanuela, continuerà a lottare. E per questo domani, in largo Giovanni XXIII a Roma, sarà in sit-in dalle 17, “con il mio megafono e il mio altoparlante” per chiedere “verità e giustizia” per Emanuela. Lo urlerà, ma sempre con la sua solita educazione. Nel giorno del 53esimo compleanno di Emanuela, scomparsa a 15 anni il 22 giugno del 1983. “Il modo peggiore per non arrivare alla verità è dimenticare, per arrivarci bisogna non dimenticare. E poi non riesco ad accettare passivamente un’ingiustizia– racconta all’agenzia Dire- È importante per noi familiari, spero possa passare il messaggio che una ingiustizia non si può accettare anche se sono passati 37 anni, come nel caso di Emanuela. Tanti dicono ‘Pensa a te, sono passati troppi anni…’. Non devono vincere sempre i cattivi. Ogni tanto devono vincere anche i buoni”. Pietro Orlandi ci tiene a ringraziare “la Questura che ci ha dato l’autorizzazione. Ovviamente ci hanno detto che se all’ultimo viene fuori un Dpcm che impone la zona rossa, allora il sit-in è rinviato”. Sul perché di largo Giovanni XXIII, “noi avevamo scelto di nuovo Sant’Apollinare, ma ci hanno detto che per quella piccola piazzetta non concedono più autorizzazioni…”.

    “NELLA VICENDA DI EMANUELA UN RICATTO IN CORSO”

    Ci sarebbe un ricatto dietro la vicenda della sparizione di Emanuela Orlandi. Ne è convinto il fratello Pietro. Un ricatto che sarebbe ancora in corso. In questi 37 anni, 38 a giugno, sono state fatte tantissime ipotesi a proposito di quanto successo in quel giorno di giugno. “È difficile- spiega Pietro alla Dire- In 37 anni sono state fatte tantissime ipotesi, più si va avanti e più è facile tirar fuori ipotesi. È grave, però, quando qualcuno la propria la considera certa, e magari la gente la prende per vera. Questo genera confusione. Io purtroppo non riesco a scartare le diverse ipotesi fatte, in ognuna c’è qualcosa di vero, ci sono indizi, riscontri. Come per la richiesta di scambio con Ali Agca, passando alla criminalità organizzata, quindi la questione economica”. Difficile, secondo lui, pensare che “una ragazzina possa essere oggetto di un ricatto ad uno Stato come il Vaticano. Credo ci sia altro dietro. Emanuela può essere stata usata e messa sì in condizione di fare un ricatto”. Per il fratello di Emanuela “il modo di fare del Vaticano lo capisci se lo vivi. Il fatto che loro, dopo 37 anni, non hanno ancora chiuso la vicenda, vuol dire che non possono farlo. Credo che ci sia qualcuno che continua a ricattare qualcun altro, ma non ho idea del movente. Ci sono personaggi interni al Vaticano legati a personaggi esterni, e magari in queste storie hanno usato persone minori come manovalanza”.

    “DE PEDIS FREQUENTAVA LA SCUOLA DI MUSICA DI EMANUELA“

    “Mi dà fastidio quando parlano male di Emanuela”. Perché finché “lo fanno su di me va bene, non mi interessa”, sostiene Pietro Orlandi, intervistato dall’agenzia Dire, a proposito della vicenda della sorella Emanuela, scomparsa oltre 37 anni fa. Ad oggi solo ipotesi, più o meno veritiere, dietro la sua vicenda: “Mi dispiace per quelle del tutto infondate, come chi ha detto che è morta durante un festino e che si era drogata più del solito”. Al ritmo di almeno una volta al mese, Pietro Orlandi riceve chiamate, viene contattato da persone che si propongono con possibili soluzioni del caso, motivandole con documenti che però non sempre mostrano: “C’è stato chi mi ha detto che ero uno stalker perché avevo ricontattato la persona che mi aveva cercato lei proponendosi, prima magari di non farsi però più viva- continua- Nel corso degli anni, poi, ci sono state persone che mi hanno detto che avevano cose da mostrarmi, che avremmo dovuto incontrarci per sottopormi dei documenti. Che fai le mandi a quel paese? No. Nel frattempo si sono fatte avanti altre persone, mentre tu sei lì ad aspettare. L’attesa è stata il leit motiv di tutta la vicenda”. Ha poi rivelato di aver conosciuto una persona vicina a Emanuela: “Tempo fa mi ha contattato una persona che stava alla stessa Scuola di musica di Emanuela. Mi ha detto ‘Strano che delle cose che io ho verbalizzato non se ne sia mai parlato’. Poi mi ha detto che insieme ad un’altra persona era andata alla Digos per raccontare cose su questa vicenda”. Nel verbale, secondo il fratello di Emanuela Orlandi, avrebbe fatto mettere che “De Pedis frequentava la scuola, era amico di suor Dolores. Veniva descritto come una persona distinta e la suora lo presentava agli alunni come ‘una brava persona che aiutava la scuola’. Più volte, poi, lo hanno visto uscire dall’ufficio di Oscar Luigi Scalfaro, che si trovava proprio dentro il palazzo di Sant’Apollinare”, dove c’era la scuola di Emanuela Orlandi“.

    “IL CASO DEL CIMITERO TEUTONICO UN PUNTO INTERROGATIVO”

    Nel caso Emanuela Orlandi, la vicenda del cimitero teutonico, all’interno del Vaticano, “resta un punto interrogativo”. Nell’estate 2019, infatti, a Pietro Orlandi era arrivata la segnalazione che all’interno di una tomba potevano esserci i resti della sorella, scomparsa nel 1983. Furono aperte due tombe, risultate vuote, mentre sotto fu scoperta una stanza, di epoca più recente rispetto alle tombe, piena di ossa. “È rimasto un punto interrogativo, nonostante per molti sia chiusa quella situazione- spiega Pietro all’agenzia Dire- Qualcosa non è andata. Per quella vicenda ho avuto sì una segnalazione anonima ma pure non anonima, ed importante, che indicava il posto. Chiedevo di essere ascoltato in Vaticano, chiedevo una indagine interna per capire. Loro hanno voluto creare il caos mediatico, annunciando l’apertura di due tombe, anche se io lo avevo chiesto per una sola”. Non solo: “Avrei voluto essere ascoltato, verbalizzato, far aprire un’indagine nel cimitero teutonico. Hanno voluto fare uscire invece la notizia in maniera mediatica. Tutto molto assurdo, loro sapevano che le due tombe erano vuote, hanno pure fatto una cerimonia religiosa prima di aprirla. Strano, però, che sotto sia stata trovata una stanza, scoperta per caso. Era in cemento armato, quindi non dell”800. Una camera ristrutturata in cemento armato sotto una tomba dell’800. Ho pensato, perché? Cosa ci fa?”. Ancora Pietro Orlandi: “Due giorni dopo hanno chiamato il mio avvocato dicendo che avevano trovato l’ossario e questo automaticamente ha spostato l’attenzione dalle tombe all’ossario. Sono stati tirati fuori 26 sacchi di ossa, che hanno analizzato in un giorno e mezzo a vista, dicendo che erano tutti materiali dell”800. La nostra antropologa forense si è opposta su alcune ossa. Per un cranio ci hanno detto che era del 1970, a vista non potevi farlo. Noi abbiamo ritirato una parte di ossa, c’è una laboratorio in Puglia che le sta analizzando. È per principio. Non mi è piaciuto l’atteggiamento. Non c’è stata collaborazione. Si sono anche rifiutati di dare all’avvocato le planimetrie del cimitero per capire quando avevano fatto quei lavori…”.

    Un sit-in nel giorno del compleanno per non dimenticare Emanuela Orlandi