Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, il Papa scagiona il cardinale accusato

    Abusi, il Papa scagiona il cardinale accusato

    Quello del cardinale Gérald C. Lacroix è un nome importante nel pontificato di Francesco. Il 66enne arcivescovo canadese, infatti, è membro del Consiglio dei cardinali nominato dal Papa per farsi aiutare nel governo della Chiesa. La carriera ecclesiastica in rampa di lancio di questo ex missionario ha subìto una brusca frenata a fine gennaio con la notizia di un’accusa contro di lui nell’ambito di una class action di presunte vittime di abusi del Québec per mano di sacerdoti cattolici. Secondo quest’accusa, Lacroix si sarebbe reso responsabile di molestie sessuali ai danni di una 17 enne tra il 1987 ed il 1988. Il cardinale, che nel frattempo si è autosospeso dai suoi incarichi, compreso quello di arcivescovo metropolita di Québec, ha proclamato la sua innocenza.

    Scagionato dalla Santa Sede

    Martedì scorso la Sala Stampa della Santa Sede ha emesso un comunicato in cui veniva rivelato che lo scorso 8 febbraio il Papa aveva affidato ad André Denis, giudice della Corte Superiore del Québec in pensione, un’indagine canonica preliminare per chiarire la situazione del suo collaboratore. La nota, inoltre, ha fatto sapere che “il rapporto dell’indagine canonica preliminare effettuata dal giudice è stato portato a termine il 6 maggio 2024 e consegnato al Santo Padre nei giorni successivi” e che “alla luce dei fatti esaminati dal giudice, il rapporto non consente di identificare alcuna azione che si configuri come cattiva condotta o abuso da parte del Cardinale Gérald C. Lacroix. Di conseguenza, non è prevista una procedura canonica più approfondita”. Per la Santa Sede, quindi, il cardinale è innocente e l’accusa non dimostrabile.

    La presunta vittima

    Il comunicato ha informato, inoltre, che il Papa ha dato il permesso al giudice Denis di presentare il suo rapporto alla stampa. Cosa che è avvenuta in una conferenza nel corso della quale, secondo Valérie Gaudreau di Le Soleil, il giudice avrebbe ammesso che “il suo rapporto è incompleto”. Il problema è che il giudice non ha potuto incontrare la presunta vittima che, al di là della class action contro l’arcidiocesi del Québec, non intende sporgere denuncia penale. Come ha commentato la giornalista Gaudreau, questa circostanza fa sì che Lacroix, nonostante la presa di posizione della Santa Sede, resti in una specie di limbo. Non a caso, dopo il comunicato scagionatorio del Vaticano, il cardinale ha comunque confermato la decisione di rimanere sospeso dal suo incarico ed ha invitato la presunta vittima a fare denuncia penale contro di lui.

    Il clima in Canada

    Nella class action, Lacroix non è l’unico cardinale tirato in ballo. C’era, infatti, anche il nome del suo predecessore Marc Ouellet accusato da due donne di molestie che sarebbero avvenute tra il 2008 ed il 2010. Anche in questo caso la Santa Sede aveva aperto un’indagine canonica preliminare affidata a padre Jacques Servais il quale avrebbe appurato che “non sussistono elementi sufficienti ad aprire un’indagine canonica per aggressione sessuale”.

    Queste accuse arrivano in un territorio come quello del Québec considerato a lungo la roccaforte cattolica in Canada e dove da qualche anno viene denunciata una forte secolarizzazione, con proposte di legge che addirittura volevano vietare ai dipendenti pubblici di indossare simboli religiosi.

    In generale il clima in Canada non è molto favorevole alla Chiesa cattolica durante la presidenza di Justin Trudeau che però si proclama cattolico. In questi anni si è assistito ad un’imponente campagna su quello che è stato chiamato lo scandalo degli abusi che sarebbero stati commessi nelle scuole residenziali cattoliche ai danni dei piccoli indigeni. Secondo quest’accusa, sotto le scuole cattoliche sarebbero stati sepolti ben 215 bambini indigeni scomparsi. Nonostante lo stanziamento del Governo federale di 7,9 milioni di dollari per indagare su questo caso, nessun corpo è stato scoperto. Una sconfessione della linea aggressiva tenuta su questa vicenda dal presidente Trudeau che aveva parlato di “capitolo vergognoso” ed aveva invitato la Chiesa cattolica ad “assumersi le responsabilità” minacciando di prendere “misure dure“.

    Approcci diversi

    Nel caso del cardinale Lacroix, la Santa Sede si è mossa tempestivamente con un’indagine preliminare ed ha dato prova di garantismo, riabilitando pubblicamente il prelato che siede nel C9 una volta appurato l’impossibilità ad accertare la sua colpevolezza. Non sempre è andata così, però, in casi simili. La vicenda più ecclatante è probabilmente quella di monsignor Michel Aupetit che nel novembre del 2021, dopo che il settimanale Le Point aveva riferito di una sua presunta relazione con una parrocchiana considerata soggetto vulnerabile nel 2012 appresa tramite uno scambio di mail. A seguito dello scandalo, il presule – considerato un conservatore – si era dimesso da arcivescovo di Parigi. Parlando alla stampa sul volo di ritorno da Atene, il Papa aveva rivendicato la scelta di accettare quelle dimissioni e, facendo confusione tra la donna delle mail e la segretaria dell’arcivescovo, aveva sostenuto di aver preso quella decisione “non sull’altare della verità ma sull’altare dell’ipocrisia” perchè “il chiacchiericcio” aveva tolto ad Aupetit “la fama pubblicamente”. Sulla questione la giustizia francese aveva aperto un’indagine per violenza sessuale che si è conclusa il 23 agosto 2023 con l’archiviazione perchè il reato non sussiste. Nel frattempo, però, il presule è diventato un “pensionato” prima ancora dei canonici 75 anni. Sempre nel 2021 Francesco aveva invece respinto le dimissioni da arcivescovo di Amburgo di monsignor Stefan Heße, incaricato speciale per i rifugiati della Conferenza episcopale tedesca, sul quale un report relativo alla gestione abusi nell’arcidiocesi di Colonia curato dallo studio legale Gercke & Wollschläger aveva messo in luce delle presunte responsabilità di omissione risalenti al periodo in cui era vicario generale.

    Garantismo, dunque, ma non sempre. Anche quando non si parla di abusi.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/abusi-papa-scagiona-cardinale-accusato-2326053.html
  • La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    di Federica Tourn in “Domani” del 19 settembre 2022 – «Sono stata violentata per la prima volta a 24 anni da un sacerdote di quasi vent’anni più vecchio di me. Non soltanto era il mio superiore ma era anche il responsabile della congregazione. Non avevo mai sentito parlare di preti che si approfittano delle suore: per me, semplice novizia ; lo stupro fu così uno choc doppio». Doris Wagner subisce il primo stupro in convento nel 2008, a cinque anni dal suo ingresso nella Famiglia Spirituale l’Opera, una comunità di vita consacrata fondata dalla belga Julia Verhaeghe e riconosciuta da Giovanni Paolo II nel 2001. Nel 2003 Doris è solo una ragazza di 19 anni; piena di entusiasmo all’idea di dedicare la propria vita a Dio. Oggi è una donna libera, sposata, madre, che non ha mai avuto giustizia né dalla chiesa né dallo stato.

    Al Collegium Paulinum di Roma, sede della congregazione, sacerdoti e suore vivono insieme sotto lo stesso tetto e; anche se hanno mansioni diverse, si incontrano per la messa o durante i pasti. La realtà della vita comunitaria si rivela subito difficile: l’Opera le chiede di rinunciare alla famiglia; agli amici, le proibisce anche la lettura «per farla crescere in umiltà». Doris non viene messa al corrente di nulla, non sa nemmeno quando prenderà i voti perpetui. «Ci trasferivano da un paese all’altro senza preavviso e ci spostavano addirittura di stanza senza una spiegazione», conferma. Stringere amicizie è impossibile anche fra consorelle: «Spinte dalla devozione; ci rassegnavamo a vivere in solitudine: la nostra vita era completamente nelle mani della comunità».

    il corpo è una provocazione
    Il primo abuso che le suore subiscono è psicologico e spirituale. «Quando decidi di farti suora non sai niente della vita religiosa e aderisci totalmente alle regole della congregazione, convinta che sia giusto quello che ti chiedono. Non riesci a mettere dei confini e alla fine perdi la possibilità di pensare autonomamente: non chiedi; non ti ribelli perché è impossibile reclamare dei diritti in questo sistema», spiega Wagner.

    Così, quando Doris all’improvviso comincia a ritrovarsi sempre accanto il suo superiore (che lei non vuole nominare e che chiameremo padre Georg), non reagisce. «Mi seguiva in biblioteca, in giardino; persino in lavanderia e parlava continuamente: ero stupita e imbarazzata dalla sua presenza costante, perché era proibito parlare fra noi, ma non avrei certo immaginato che volesse tentare un approccio sessuale. Avevo seguito tutte le regole, ero certa che non potesse succedermi niente di male». La madre superiora, infatti, è stata chiara quando le ha detto che «gli uomini sono più deboli riguardo al sesso ed è responsabilità delle suore fare in modo che non succeda nulla».

    Nelle congregazioni il sesso è l’elefante nella stanza e non basta certo il voto di castità a fermarlo. Il corpo della religiosa è di per sé una provocazione sessuale da tenere a bada con le lezioni sul pudore e il controllo esasperato dell’abbigliamento: se il prete allunga le mani, la colpa è sempre della donna. «Appena entrata in comunità; una suora venne da me e mi diede la biancheria intima, raccomandandomi di indossare sotto l’abito anche il busto e una sottoveste per dissimulare del tutto le forme. Mi fece capire che dovevamo farlo per non indurre in tentazione i confratelli che vivevano con noi», ricorda Wagner.

    Nella casa romana dell’Opera, le suore sono sistemate al primo piano e i preti al secondo; il terzo piano è destinato agli ospiti e nel sottotetto ci sono soltanto due stanze: in quel momento Doris ne occupa una, da sola, mentre l’altra è vuota.
    Quando padre Georg sale le scale, nessuno si accorge di niente. «È entrato all’improvviso. In un istante ho capito che cosa sarebbe successo e sono diventata di ghiaccio. Ha allungato la mano e mi ha slacciato un bottone: l’ho respinto ma lui ha continuato. Era consapevole del suo potere; sapeva che avrei ceduto».

    È proprio nelle relazioni pastorali fra prete e suora che l’abuso mette radici: i sacerdoti sanno bene come approfittare della dipendenza spirituale e dell’immaturità affettiva delle suore per manipolarle.
    Lo attesta la psicologa clinica Mary Lembo della congregazione delle suore di Santa Caterina, che ha scritto una tesi all’università Gregoriana di Roma sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, in cui sottolinea come spesso i preti spaccino gli abusi per volontà divina. Non è certo un problema soltanto africano, succede anche in Italia: «Tante religiose a cui ho fatto formazione mi hanno confessato di aver avuto relazioni sessuali che non desideravano — racconta Lembo — Le giovani suore nelle parrocchie; negli uffici e nei conventi si affidano al sacerdote con fiducia; perché in lui vedono l’uomo di Dio e vengono spesso ricambiate con rapporti invadenti; allusioni in confessionale; molestie mascherate da dichiarazioni d’amore, stalking, fino allo stupro».

    Wagner racconta che dopo quel primo giorno di aprile del 2008 ha subito altre volte, per quattro mesi; gli assalti di padre Georg, fino a quando è stata trasferita per un periodo in Austria. Tornata al Collegium Paulinum in autunno, è stata sistemata al primo piano insieme alle altre consorelle ed è riuscita finalmente a evitare il prete.

    I suoi tormenti; però; sono soltanto all’inizio. Racconta a Domani: «La madre superiora un giorno mi comunicò che dovevo cambiare confessore e mi assegnò padre Hermann Geissler. Già questa imposizione era un sopruso, perché le suore hanno la facoltà di scegliere in autonomia con chi confessarsi». Padre Geissler non è un prete qualunque: innanzitutto è anche il confessore del suo abusatone e; soprattutto, dal 1993 lavora alla Congregazione per la dottrina della fede. È molto vicino a Joseph Ratzinger che, nel 2009, da papa, lo nomina capo dell’ufficio dottrinale del Dicastero.

    «Padre Geissler decise che i colloqui dovevano tenersi nella camera da letto della madre superiora», racconta Wagner. Un posto a dir poco inconsueto ma, ormai indifferente a tutto; lei subisce: «Dopo gli abusi ero diventata apatica. In seguito ho visto la stessa reazione in tante suore vittime di violenza: esteriormente non cambiano ma dentro diventano insensibili. Sono persino più funzionali ai sistema perché diventano più efficienti, sono come automi senza sentimenti».

    Lo scenario si presta a un nuovo capitolo del dramma. «Durante la confessione padre Geissler diventava sempre più insistente—racconta Wagner— mi parlava di amore, diceva che non potevamo sposarci ma fare altro; alludendo a una relazione sessuale. Io ero traumatizzata, perché a quel punto sapevo bene che un prete può prendersi quel che vuole. Un giorno, esasperata; mi sono alzata senza aspettare l’assoluzione e lui mi ha trattenuta cercando di baciarmi». La suora riesce a sfuggirgli e chiede alla madre superiora di poter cambiare confessore: «Voleva spiegazioni e quando le dissi che cosa era successo, commentò che sapeva che lui era solito comportarsi in questo modo con le suore e che dovevamo avere pazienza».

    Il vizio del prete non è evidentemente una novità: «Lei sapeva bene che padre Geissler aveva abusato di altre suore; casi di cui sono venuta a conoscenza quando sono uscita dalla congregazione; ma non aveva obiettato al fatto che ci incontrassimo nella sua camera da letto», chiosa Wagner.
    Nel 2010, quando la questione della violenza nella chiesa esplode in Germania e diventa oggetto di discussione quotidiana anche all’Opera, Doris si rivolge di nuovo alla madre superiora per raccontare la violenza subita due anni prima da padre Georg, ma quella si arrabbia: «Ha fatto un salto sulla sedia urlandomi in faccia che dovevo lasciarlo in pace: per lei la colpa era mia. Quando finalmente si è calmata, mi ha abbracciata e mi ha detto “ti perdono”. Ho capito che sapeva già tutto e che io non ero la prima vittima».

    Collusioni, silenzi, omertà, estensione del concetto di obbedienza. Sono i fattori che portano le madri superiore a sacrificare le suore agli appetiti dei sacerdoti. «Non prendono quasi mai posizione-conferma Mary Lembo-sono le prime a non credere che questi preti così bravi e rispettati da tutti possano aver commesso violenza e quindi accusano le suore di averli provocati. E non si preoccupano del fatto che la vittima debba continuare a vivere con chi l’ha violentata».

    Test di gravidanza
    Non solo: la superiora di Doris, appena saputo il fatto, la manda alla clinica privata Salvator Mundi di Roma (la stessa che ha curato, fra gli altri, padre Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo e responsabile di decine di abusi su minori, ricoverato per disintossicarsi dalla morfina), dove le fanno un prelievo del sangue per verificare un’eventuale gravidanza. «Surreale, visto che erano ormai passati più di due anni dallo stupro – commenta Wagner – Evidentemente aveva motivo di temere che fosse successo ancora». Comunque aveva paura della gravidanza, e non per caso.

    Il dramma delle suore messe incinte da membri del clero e perciò costrette ad abortire o cacciate dalle congregazioni è un altro dei segreti vergognosi della chiesa. Eppure sono questioni che il Vaticano conosce da decenni, almeno dal 1994, quando suor Maura O’Donohue manda a Roma un rapporto confidenziale dall’Africa, in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore (invece delle donne del luogo) per non prendere l’Aids. I casi citati sono agghiaccianti: in Malawi 29 suore di una stessa congregazione sono ingravidate dai preti della diocesi, altrove un sacerdote celebra il funerale di una suora morta durante un’interruzione di gravidanza a cui lui stesso l’aveva costretta. Ancora una volta, non si tratta solo del continente africano: la piaga riguarda 23 paesi, compresa l’Italia. Quattro anni dopo, un’altra religiosa, Marie McDonald, confermerà che sono proprio le giovani suore straniere che studiano a Roma le più esposte ai ricatti sessuali del clero.

    Rapporti resi pubblici dal National Catholic Reporter nel 2001 e arrivati fino sul tavolo del Parlamento europeo, che in una successiva Risoluzione fa sapere di aver mandato al Vaticano ben cinque avvertimenti in cui denuncia la drammatica condizione di molte religiose, infettate dall’Hiv, stuprate, costrette ad abortire o allontanate dalle comunità dopo aver partorito.

    Il silenzio del papa
    Roma, dal canto suo, tace. Solo nel 2019 papa Francesco ha ammesso che il problema degli abusi riguarda anche il mondo consacrato e lo stesso Motu proprio Vos Estis Lux Mundi , che incoraggia i vescovi a segnalare gli abusi clericali alle autorità civili, è stato un sostanziale fallimento. Quanto ai processi in ambito ecclesiastico, si entra in un buco nero: il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, interrogato da Domani su quale sia la dimensione del problema della violenza sulle suore in Italia e quanti casi di abuso sessuale di religiose ha preso in esame il Dicastero, ha rifiutato di rispondere.

    La violenza sulle religiose continua così ad essere un terreno inesplorato. Se in Francia qualcosa si è mosso, anche grazie al documentario di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église trasmesso dall’emittente televisiva Arte (a cui ha preso parte anche Wagner), in Italia, ancora una volta, la situazione rimane un tabù. Conta certamente la misoginia nella chiesa e un’opinione pubblica poco disponibile a prendere sul serio i drammi di una categoria che è perlopiù relegata alle barzellette. La conseguenza, però, è l’invisibilità: il lavoro delle suore è gratuito o poco pagato, spesso sono ridotte a fare le serve dei preti e, se decidono di lasciare la comunità, vengono abbandonate a loro stesse.

    «Chi denuncia le violenze viene ripagata con l’isolamento e rappresaglie da parte delle consorelle e della madre superiora—spiega suor Lembo — se non addirittura con l’espulsione dalla comunità». Mentre il prete, nemmeno a dirlo, rimane al suo posto.

    Neppure Wagner è riuscita da avere giustizia. Lasciata infine la congregazione, insieme ad altre ex consorelle vittime di abusi della stessa comunità, nel 2012 denuncia l’Opera alla Congregazione per la dottrina della fede. Grazie a una canonista in contatto con la Santa sede, Wagner viene a sapere che è stata avviata «con grande serietà» un’inchiesta sui due preti e sulla disciplina interna della congregazione e che padre Georg, che nel frattempo era già stato allontanato dal Collegium Paulinum e assunto nella sezione di lingua tedesca della segreteria di Stato vaticana, sarebbe stato rimosso dall’incarico alla fine di quell’anno.

    «In seguito mi dissero che non avevano trovato niente sul conto dell’Opera, ma molti testimoni non sono
    mai stati sentiti», precisa Wagner.

    Su padre Geissler, invece; vista la delicata posizione che riveste come capo ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede, le indagini proseguono. Due anni dopo, viene comunicata a Wagner la chiusura del caso: il prete ha ammesso «due imprudenze in un paio di occasioni» ma ha chiesto scusa ed è stato ammonito a «essere più vigile e prudente in futuro». Resta al suo posto alla Congregazione, che è il Dicastero deputato a giudicare i peccati sessuali del clero; nonostante le “imprudenze” si siano svolte durante il sacramento della confessione, circostanza che per il diritto canonico è considerata un’aggravante, meritevole di pene anche gravi. Si dimetterà soltanto nel gennaio 2019, dopo che Wagner ha reso pubblica la sua storia durante un convegno organizzato dalla rete di donne cattoliche Voices of Faith. La notizia ormai circola sui giornali e Geissler chiede il
    processo canonico per dimostrare la sua innocenza. Il processo, visto il ruolo del prelato, non si svolge davanti alla Congregazione per la dottrina della fede ma viene affidato alla Segnatura apostolica.

    Il decreto sarà di assoluzione; «non risultando provata con la dovuta certezza morale la configurazione dell’asserito grave delitto». Padre Geissler è oggi docente di dogmatica all’università di scienze applicate di Heiligenkreuz, un comune a trenta chilometri da Vienna.

    Il reato non risulta
    Se la chiesa è sorda, gli stati non lo sono da meno. Su denuncia della ex suora, due indagini per violenza sessuale sono state istruite nei confronti di padre Georg: la prima nel 2012 in Germania, archiviata perché non c’era la competenza territoriale visto che i fatti erano avvenuti a Roma; e la seconda nel 2014 in Austria, paese natale della persona denunciata; ma anche qui la procura ha interrotto il procedimento perché «il reato non è stato commesso». «Hanno detto che si trattava di un rapporto consensuale perché lui non aveva usato la forza», commenta amara Wagner. Insomma, il prete aveva violato il voto di castità (che ovviamente non è reato) ma non aveva abusato della suora.

    Padre Georg a sua volta ha poi fatto causa all’emittente Arte nel 2019 per un passaggio del documentario Religieuses abusées, in cui il suo nome veniva associato allo stupro di Doris Wagner, e ha ottenuto che la frase venisse cassata. In tribunale, i toni hanno il sapore della beffa: «Ad Amburgo, dove si svolgeva il processo contro Arte — ricorda Wagner — gli avvocati dell’emittente sostenevano che non si poteva parlare di una relazione perché il padre e io ci siamo dati sempre del “lei”; ma il tribunale ha accolto l’argomentazione dell’accusa, che sosteneva invece che il “tu” è consuetudine solo nelle relazioni amorose mondane».

    La comunità l’Opera, dal canto suo, conferma che oggi padre Georg, «non avendo commesso nessun delitto, ha ricevuto altri compiti nella comunità» e — contrariamente a ciò che abbiamo visto — sostiene anche «che non è mai stato oggetto di un’indagine ecclesiastica».

    Wagner, oggi sposata con un ex confratello e madre di un bambino; continua la sua lotta contro gli abusi del clero. Come teologa lavora all’università di Francoforte e l’anno scorso ha pubblicato il primo studio accademico sulle minorenni messe incinte da sacerdoti negli Stati Uniti, un campo di ricerca ancora del tutto inesplorato. Le ragazze violentate dai preti e poi abbandonate in stato di gravidanza o costrette ad abortire sono, secondo una stima riportata dalla studiosa, dall’1 al 10 per cento di tutte le vittime minorenni di abusi clericali nel mondo.

    «Senza contare le donne adulte, che sono molte di più», sottolinea Wagner. Un numero enorme di ragazze e donne sacrificate da sacerdoti che pensano soltanto a preservare la propria reputazione, con un inconcepibile disprezzo per la vita umana. La maggior parte di loro, nonostante la scomunica prevista dal diritto canonico a chiunque procuri un aborto, continua a restare al suo posto; pronta a reiterare il reato.

    Gli aborti forzati delle suore
    «I preti coinvolti in questi casi sono in maggioranza abusatori seriali attestati di ragazze; in molti casi, ci sono indicazioni di ulteriori gravidanze o aborti», scrive Wagner. E in Europa? «Non si riesce ad accedere ai documenti — dice la studiosa — ma in Germania nell’ultimo anno si sono aperti processi per aborti indotti da sacerdoti e le vittime hanno cominciato a parlarne pubblicamente».

    Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo

    https://www.editorialedomani.it/fatti/la-suora-che-ha-denunciato-il-sacerdote-che-la-stuprava-sfyjvlvx

     

  • Prete in Germania sotto processo per 118 abusi, violenza anche su una bambina di 11 anni

    Prete in Germania sotto processo per 118 abusi, violenza anche su una bambina di 11 anni

    Città del Vaticano – La Germania è letteralmente sotto choc, alle prese con uno dei casi più eclatanti di pedofilia, dopo che l’ufficio del Procuratore di Colonia ha formalmente accusato un ex prete di ben 118 abusi sessuali. Le accuse si riferiscono ad un periodo compreso tra il 1993 e il 2018.

    La lunga lista di crimini

    L’uomo, 70 anni, chiamato solo U., avrebbe violentato nove ragazzine quando avevano meno di 14 anni. Secondo l’accusa avrebbe commesso anche 31 atti di abuso contro le sue tre nipotine, all’epoca minorenni, nella cittadina di Gummersbach tra il 1993 e il 1999. Alla lunga lista di crimini che sono stati letti in aula, anche l’avere approfittato di una bambina di appena 11 anni che aveva incontrato attraverso una famiglia di fedeli che seguiva in qualità di sacerdote e padre spirituale dei genitori. Nessuno avrebbe mai sospettato una condotta talmente obbrobriosa.

    Il processo di U. è in corso da qualche tempo ed è considerato, tra tutti, il più grave da quando è esploso in Germania lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, sollevando dubbi su come le autorità ecclesiastiche finora hanno gestito tante informazioni riservate sui sacerdoti. Generalmente la regola che veniva seguita dai vertici, su indicazione di Roma, era di tutelare l’immagine della istituzione cattolica a scapito delle vittime, solitamente ignorate o messe a tacere.

    L’ex cappellano dell’ospedale U. è sotto processo da novembre. Il sacerdote ha confessato molti abusi e il verdetto è atteso intorno al 24 febbraio. Rappresentanti di spicco della Chiesa, come l’arcivescovo di Amburgo e l’ex capo del personale di Colonia, monsignor Stefan Hesse, e il canonista Guenter Assenmacher hanno testimoniato nel processo.

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/prete_germania_abusi_sessuali_bambina_pedofilia_cosa_e_successo-6508319.html

  • Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Lunedì 24 gennaio, su uno dei canali della televisione pubblica tedesca ARD è stato trasmesso il documentario “Wie Gott uns schuf” (“Come Dio ci ha creati”) in cui 100 persone che lavorano a vario titolo per la Chiesa e le istituzioni cattoliche fanno coming out, rischiando però con questa loro esposizione pubblica il licenziamento: un licenziamento che sarebbe legittimo in base all’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca alla Chiesa cattolica. Contemporaneamente al documentario, 125 persone che collaborano con la Chiesa e che sono credenti hanno lanciato l’iniziativa #OutInChurch chiedendo la fine della discriminazioni contro le persone LGBT+.

    Sui giornali tedeschi è stato scritto che quello che sta accadendo oggi in Germania è «il più grande coming out mai avvenuto nella storia della Chiesa cattolica».

    Il documentario – che si può vedere qui in tedesco, e che dura 60 minuti – è stato realizzato dal giornalista investigativo Hajo Seppelt dopo quasi dieci anni di indagini assieme a Katharina Kühn, Peter Wozny e Marc Rosenthal. Le persone che si espongono nel documentario sono sacerdoti, funzionari amministrativi, dipendenti di varie diocesi, insegnanti, educatori e educatrici, assistenti sociali o professionisti del settore medico e sanitario: tutti e tutte sono credenti e lavorano per la Chiesa cattolica tedesca.

    Nel documentario raccontano la loro storia, fatta di profonde sofferenze e decenni di doppie vite. Allo stesso tempo, mostrano un sistema basato su intimidazioni, minacce e paura. In Germania, infatti, ai dipendenti e alle dipendenti delle istituzioni cattoliche si applica un diritto del lavoro speciale, stabilito dalla Chiesa stessa, che prevede dei doveri di lealtà. Firmando il contratto di lavoro, queste persone si sono cioè impegnate a vivere secondo i princìpi della fede e della morale cattolica, compreso quello che riconosce esclusivamente i cosiddetti “legami secondo natura”, cioè tra un uomo e una donna.

    Tali doveri di lealtà devono essere seguiti non solo sul luogo di lavoro, ma anche nella vita privata. Le relazioni non eterosessuali o i matrimonio omosessuali contraddicono la dottrina della Chiesa: di conseguenza, l’orientamento sessuale o il fatto di essere persone non binarie, queer o trans può essere un legittimo motivo di licenziamento.

    Le persone intervistate raccontano di vivere in una tensione costante, nella paura di essere scoperte e di perdere il lavoro. Per molti e molte di loro, lasciare la Chiesa e cambiare lavoro sarebbe stato più facile, ma hanno scelto di provare a cambiare la Chiesa stessa a partire da questa azione collettiva: «Noi siamo qui, proprio come Dio ci ha creati!», dicono.

    Una delle persone intervistate nel documentario è Jens Ehebrecht-Zumsand, un insegnante di religione di 50 anni: è gay e lavora per l’arcidiocesi di Amburgo. Quando gli è stato proposto un trasferimento che lui non desiderava, il suo orientamento sessuale (il suo «modo di vivere speciale») è stato utilizzato dai suoi superiori contro di lui per costringerlo ad accettare la decisione, «per fare quello che ora ci aspettiamo da te», gli è stato detto.

    Carla Bieling, due settimane prima dell’inizio del congedo di maternità e dopo che i suoi responsabili avevano scoperto che era sposata con una donna, è stata costretta a lasciare il suo lavoro di referente per i giovani cattolici nell’arcidiocesi di Paderborn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Prima, per non perdere il lavoro, le era stata data l’opzione di sciogliere l’unione.

    Nel documentario parla anche Ralf Klein, un prete gesuita: dice che come prete ha promesso di non avere relazioni sessuali e dichiara dunque che per la Chiesa dovrebbe essere irrilevante la sua omosessualità: «Scoprire il proprio orientamento sessuale è spesso associato alla sensazione: “Sono l’unico?” Ma se resti in silenzio, porti al contempo anche gli altri a tacere». Nel documentario oltre a Ralf Klein sono intervistati anche altri preti.

    Prende parola alla fine il vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici tedeschi che ha accettato di farsi intervistare: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta», dice. Le sue scuse però, scrivono alcuni giornali, non modificano la situazione generale, né le norme in materia di diritto del lavoro che pongono i dipendenti e le dipendenti non eterosessuali della Chiesa in una condizione di costante ricatto.

    Lunedì 24 gennaio, contemporaneamente all’uscita del documentario, è stata lanciata anche la campagna #OutInChurch: 125 dipendenti LGBT+ della Chiesa cattolica, molti dei quali compaiono nel documentario, hanno fatto coming out raccontando la loro storia e lanciando un appello per una “Chiesa senza paura”, una Chiesa cioè in cui le persone possano vivere la propria identità in modo «aperto e onesto». Nel manifesto pubblicato sul sito della campagna in dodici lingue, scrivono:

    «Eccoci! Di noi si è parlato tanto: adesso prendiamo la parola in prima persona.

    “Noi” vuol dire collaboratori e collaboratrici – a tempo pieno, volontari/e, potenziali, non più in attività – della Chiesa cattolica. (…) Tra le altre cose, ci identifichiamo come lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer e persone non binarie. (…) Ciò che ci unisce è: siamo sempre stati parte della Chiesa, e oggi contribuiamo a progettarla e a caratterizzarla».

    Nel manifesto spiegano che la maggior parte di loro ha sperimentato «con frequenza la discriminazione e l’emarginazione anche all’interno della Chiesa»:

    «Da parte del magistero della Chiesa si sostiene, tra l’altro, che noi “non siamo in grado di costruire relazioni corrette” con altre persone, che a causa delle nostre “tendenze oggettivamente disordinate” veniamo meno alla nostra natura umana e che le relazioni omosessuali “non possono essere riconosciute come facenti parte dei piani rivelati di Dio”.
    Alla luce delle conoscenze provenienti dalle scienze teologiche e dalle scienze umane, affermazioni di questo tipo non sono più accettabili o discutibili. Attraverso di esse si diffamano l’amore, l’orientamento, il genere e la sessualità queer e si priva di valore la nostra personalità.
    Una discriminazione come questa rappresenta un tradimento del Vangelo ed è contraria alla missione evangelica della Chiesa, che consiste nell’essere “segno e strumento per la più intima unione con Dio come per l’unità dell’umanità intera”».

    Il gruppo ha avanzato sette richieste precise, tra cui la possibilità di poter lavorare nella Chiesa apertamente e senza paura, la modifica del diritto del lavoro e l’assunzione, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, della responsabilità delle «molte sofferenze nei suoi rapporti con le persone LGBTIQ+»:

    «Alcune persone tra noi conoscono situazioni in cui vescovi, vicari generali o altre persone con ruoli direttivi le hanno costrette a tenere segreto il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere. Soltanto a questa condizione è stato loro concesso di rimanere in servizio nella Chiesa. In questo modo si è stabilito un sistema basato sul silenzio, sulla doppia morale e sulla mancanza di sincerità. Tutto ciò produce una gran quantità di effetti tossici, induce vergogna e fa ammalare; può influenzare negativamente la relazione personale con Dio e la spiritualità personale.

    (…) Con tutte queste richieste, facciamo oggi, insieme, il passo per uscire dall’ombra. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo in solidarietà con altre persone LGBTIQ+ all’interno della Chiesa Cattolica, che non hanno (ancora) o non hanno più la forza di farlo. Lo facciamo in solidarietà con tutte le persone che sono esposte a stereotipi ed emarginazione attraverso sessismo, rifiuto, antisemitismo, razzismo e tutte le altre forme di discriminazione.

    Ma lo facciamo anche per la chiesa. Perché siamo convinti che solo l’azione nella verità e nell’onestà rende giustizia a ciò per cui la chiesa dovrebbe esistere: la proclamazione del messaggio gioioso e liberante di Gesù. Una chiesa che ha al suo centro la discriminazione e l’esclusione delle minoranze sessuali e di genere deve accettare che le si chieda se, nel farlo, può fare riferimento a Gesù Cristo.

    (…) La lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione non può essere lasciata solo nelle mani delle minoranze emarginate. Riguarda tutti».

    Numerose associazioni cattoliche, tra cui soprattutto quelle composte da donne cattoliche tedesche e giovani, hanno sostenuto e firmato l’iniziativa.

    https://www.ilpost.it/2022/01/25/germania-documentario-coming-out-chiesa/

  • Vaticano, sempre più vescovi e cardinali trascinati in tribunale a rispondere dei preti pedofili

    Vaticano, sempre più vescovi e cardinali trascinati in tribunale a rispondere dei preti pedofili

    Città del Vaticano – Sono sempre di più i cardinali, i vescovi e gli arcivescovi chiamati dai tribunali civili in vari paesi a rispondere dei comportamenti dei propri parroci, nelle rispettive diocesi di competenza. Tra pochi giorni in Germania sarà l’arcivescovo Stefan Hesse, titolare della diocesi di Amburgo, a dover comparire davanti al tribunale di Colonia per un caso di abusi sessuali su minori da parte di un parroco. Dovrà deporre in qualità di testimone tuttavia ancora una volta c’è il sospetto che abbia vigilato poco sull’accusato. Il nodo giuridico da sciogliere resta sempre lo stesso, se la responsabilità relativa agli atti criminali di un prete – parte integrante di una organizzazione – possano ricadere in qualche misura anche sulla Chiesa locale o sulla Santa Sede per eventuali insabbiamenti o coperture.

    L’indagine diocesana sugli abusi a Colonia coinvolge il vescovo per un caso relativo agli anni 2010 e 2011. Visto che si presume che sia venuto meno ai suoi doveri non è l’unico alto funzionario diocesano ad essere convocato come testimone. Sarà ascoltato anche l’ex funzionario Günter Assenmacher. E’ la prima volta in Germania che due alti funzionari della Chiesa sono stati ascoltati come testimoni in un procedimento per abusi.

    Il caso dibattuto è piuttosto scabroso. Un prete avrebbe abusato delle tre nipoti minorenni ripetutamente in un arco temporale piuttosto lungo, dal 1993 al 1999. Solo nel 2010 il prete è stato denunciato da una nipote anche se poi avendo ritirato la denuncia la causa civile si è fermata. Il caso è rimasto in silenzio per alcuni anni e solo nel corso di una successiva indagine è rispuntato. Due anni fa il pubblico ministero ha presentato una altra denuncia contro il sacerdote anche perché nel frattempo le vittime erano aumentate. Oltre alle tre nipoti adesso vi sarebbe una altra presunta vittima, molestata nel 2011.

    Nel 2010, quando il caso fu archiviato una prima volta perchè la nipote ritirò la denuncia, la diocesi di Colonia autorizzò il sacerdote a lavorare di nuovo come cappellano in un ospedale. Evidentemente il vescovo ritenne di non dover prendere ulteriori provvedimenti. Adesso il vescovo e i funzionari sono chiamati in causa per negligenza, anche se tutto è da valutare in base alle testimonianze. I giornali tedeschi hanno sottolineato che contrariamente ai suoi doveri di capo del personale, l’arcivescovo Hesse non avrebbe comunicato a Roma il caso. Solo recentemente il funzionario è stato allontanato e l’arcivescovo ha presentato le proprie dimissioni anche se il Papa non le ha ancora accettate. Evidentemente in Vaticano si attende l’esito del processo civile. Un po’ come è accaduto con il caso di Lione del cardinale Barbarin, chiamato in causa da un tribunale per la gestione di un prete pedofilo. Il tribunale civile di Lione ha assolto in appello il cardinale dalla condanna di primo grado per «non aver denunciato» padre Bernard Preynat della sua diocesi.

    Negli Stati Uniti, invece, tra qualche settimana (3 marzo 2022) verrà giudicato l’ex cardinale Theodore McCarrick, dovrà rispondere di tre capi di imputazione per avere aggredito sessualmente un minore. Il Papa lo ha cacciato dal collegio cardinalizio e lo ha dimesso dallo stato clericale solo tre anni fa, dopo una enorme pressione della opinione pubblica americana e solo dopo aver preso visione delle accuse relative ai minori anche se sul suo conto – già dai tempi di Papa Ratzinger – circolavano voci moralmente imbarazzanti sulla sua omosessualità, visto che si portava a letto giovani seminaristi ed era notorio che da loro si faceva chiamare “Zio Ted”.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_germania_cardinale_tribunale_usa_vescovo_papa_francesco_vittime_processo-6434547.html

  • Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia

    Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia

    Città del Vaticano, 28 mag. (askanews) – Papa Francesco ha deciso di inviare una visitazione apostolica nell’arcidiocesi tedesca di Colonia, guidata dal cardinale Rainer Maria Woelki, dopo che una commissione indipendente ha recentemente rivelato l’insabbiamento delle accuse di abusi sessuali avvenuto nel corso dei decenni e, in particolare, all’epoca in cui la diocesi era guidata dal cardinale Joachim Meisner, amico personale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

    In una nota della nunziatura apostolica in Germania si rende noto che il Papa ha deciso che la visitazione apostolica, guidata dal cardiale Arborelius, arcivescovo di Stoccolma, e dall’arcivescovo di Rotterdam, mons. Johannes von den Hende, presidente della conferenza episcopale olandese, inizierà nella prima metà di giugno.

    La visitazione, recita la nota rilanciata dai media tedeshi, servirà a “avere un’immagine completa della complessa situazione pastorale nell’arcidiocesi e al tempo stesso indagare eventuali errori di sua eminenza il cardinale Woelki, così come dell’arcivescovo di Amburgo, mons. Stefan Hesse (ex vicario generale di Colonia all’epoca di Meisner, nel frattempo sospeso, ndr.), così come dei vescovi auysiliari mons. Dominikus Schwaderlapp e mons. Ansgar Puff relativamente ai casi di abuso sessuale”.

    Il cardinale Rainer Maria Woelki ha riconosciuto il “fallimento” di coloro che nel corso della storia dell’arcidiocesi hanno “impedito processi, protetto i colpevoli, e soprattutto hanno mostrato poca sensibilità nei confronti delle vittime” ed ha “purtroppo” riconosciuto in particolare la responsabilità dei suoi “predecessori”.

    Tra di essi, il cardinale Joachim Meisner (1989-2014), nominato da Giovanni Paolo II, amico di Benedetto XVI, critico vocale di Francesco (era tra i quattro cardinali che attaccarono Jorge Mario Bergoglio sull’Amoris laetitia) è l’uomo di Chiesa che viene maggiormente accusato nel rapporto elaborato dall’avvocato penalista Bjoern Gercke: sarebbe inadepiente a causa di ben 24 violazioni dei doveri ai quali era tenuto, quindi a quasi un terzo di tutti i casi.

    Il 18 marzo l’arcidiocesi di Colonia aveva pubblicato un rapporto, , da lungo tempo sollecitato, che ha accertato che tra il 1975 e il 2018 202 aggressori, quasi due terzi dei quali erano sacerdoti, hanno compiuto abusi sessuali su almeno 314 vittime minorenni.

    Lo scandalo ruota attorno ad un prete pedofilo, oggi 87enne, che fu arrestato nel 1972 e quando fu rilasciato, l’anno dopo, fu dapprima inviato ad esercitare il ministero a Muenster, fino al 1988, poi di nuovo a Colonia e, dal 2002 al 2015, a Essen. Nei mesi scorsi Woelki ha accusato due predecessori defunti – il cardinale Joseph Hoeffner (1969-1987) e Meisner – così come il vescovo di Amburgo, Stefan Hesse, ex amministratore di Colonia con Meisner, e quello di Essen, Franz-Josef Overbeck. Ma l’arcivescovo si è inizialmente rifiutato di pubblicare l’indagine commissionata dalla diocesi ed ha incaricato uno studio di avvocati di ulteriori approfondimenti. Oggi, infine, la pubblicazione del rapporto.

    Tra le prime consetuenze operative, Woelki, capofila dell’ala conservatrice nell’episcopato tedesco, ha licenziato il responsabile del tribunale arcivescovile, Guenter Assenmacher, e suo vescovo ausiliare, mons. Dominikus Schwaderlapp. Quest’ultimo, a quanto riportato dalla stampa tedesca, l’agenzia stampa tedesca cattolica, ha rassegnato le dimissioni nella mani del papa, ed in una nota ha chiesto “sinceramente perdono alle persone a cui non ho reso giustizia”, ammettendo di aver prestato “troppo poca attenzione a come si sentono le persone ferite, a ciò di cui hanno bisogno e a come la Chiesa deve affrontarle”.

    A fine marzo, ha reso noto la diocesi di Amburgo, papa Francesco ha concesso una “pausa” all’arcivescovo di Amburgo, in Germania, mons. Stefan Hesse, dopo che questi aveva rassegnato immediatamente nelle mani del pontefice le dimissioni in seguito alla pubblicazione del rapporto. Hesse era vicario generale sotto il cardinale Joachim Meisner: “Mi dispiace molto se ho causato ulteriore sofferenza alle vittime e ai loro parenti a causa delle mie azioni o della mia negligenza”, aveva affermato il presule in una dichiarazione alla stampa. “Pochi giorni fa ho potuto celebrare l’anniversario della mia ordinazione episcopale il 14 marzo 2015 qui ad Amburgo. Papa Francesco mi ha chiamato in questo ufficio. Al fine di evitare danni all’ufficio di Arcivescovo e all’Arcidiocesi di Amburgo, offro a Papa Francesco le mie dimissioni e gli chiedo di liberarmi immediatamente dalle mie funzioni”.

    Abusi, il Papa commissaria la diocesi tedesca di Colonia (askanews.it)

  • Vaticano punisce i vescovi polacchi e tedeschi che hanno insabbiato abusi, e gli italiani?

    Vaticano punisce i vescovi polacchi e tedeschi che hanno insabbiato abusi, e gli italiani?

    Città del Vaticano – Mentre in Germania o in Polonia la revisione di Papa Francesco va avanti come un treno nei confronti dei vescovi che negli anni passati hanno dato forme di copertura a preti pedofili – anche solo spostandoli da una parrocchia ad un’altra – in Italia un movimento di questo genere, rigoroso e necessario, non ha ancora fatto capolino. Basti pensare a diversi casi eclatanti più volte emersi dalle cronache giudiziarie.

    In questi giorni in Germania il Papa ha concesso un periodo di riflessione (e sospensione) all’arcivescovo tedesco di Amburgo che ha offerto le sue dimissioni dopo essere stato incolpato per la sua gestione delle accuse di abusi sessuali nella sua precedente diocesi. La sospensione, riferisce un comunicato riguarda l’attuale arcivescovo Stefan Hesse. La scorsa settimana aveva annunciato di voler fare un passo indietro dopo la pubblicazione del rapporto sugli abusi commissionato dall’Arcidiocesi di Colonia – dove Hesse e’ stato vicario generale e poi anche amministratore diocesano nel 2014 dopo l’uscita del cardinale arcivescovo Joachim Meisner. In quella diocesi sono stati rilevati 75 casi in cui funzionari di alto rango hanno trascurato i loro doveri in presenza di abusi sessuali, spesso ignorando le vittime per non dare scandalo.

    Il commento di padre Hans Zoellner, il gesuita che da anni guida la commissione antiabusi del Vaticano, è positiva: «Le decisioni di oggi sono un buon segno, perche’ si vede che le norme del Motu Proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019 vengono applicate. I fedeli e i pastori ne fanno uso, presentando dei casi di negligenza da parte dei vescovi alla Santa Sede. Non erano delitti di abuso sessuale, erano casi di negligenza o di cover-up». Zollner, in particolare, si riferisce a due casi di rimozioni episcopali contro due vescovi polacchi, Janiak e l’arcivescovo Glodz.

    Zollner aggiunge parlando alla agenzia polacca Pap: «I preti e laici possono ora sentirsi incoraggiati a denunciare».

    La Santa Sede, proprio ieri, ha annunciato la punizione di due vescovi polacchi che avevano omesso di dar seguito alle denuncie di abusi sessuali compiuti da sacerdoti della loro diocesi su minori. Sia l’arcivescovo Slawoj Leszek Glodz di Danzica che il vescovo Edward Janiak di Kalisz dovranno risiedere fuori dalla diocesi, non potranno partecipare a celebrazioni religiose pubbliche o a incontri e dovranno pagare un contributo destinato ad attività di prevenzione e sostegno alle vittime di abusi. Oltre all’insabbiamento delle accuse di pedofilia i due presuli sono colpevoli, chiarisce il comunicato, anche di “altre questioni legate all’amministrazione” diocesana.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofiilia_germania_vaticano_polonia_abusi_maciel_papa_francesco_zollner-5865766.html

  • Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTA’ DEL VATICANO. Da Colonia alla Polonia, l’eco degli scandali per gli abusi del clero si rinfocola nel cuore dell’Europa. Mentre in Germania, il Papa concede un «time out» al vescovo di Amburgo, Stefan Heße, dimessosi dopo la pubblicazione del report sugli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia dal Dopoguerra in poi, nella vicina Polonia cala su due vescovi la punizione del Vaticano per aver occultato casi di pedofilia nelle loro diocesi. Un provvedimento, questo, che arriva dopo mesi di polemiche e indagini. I due vescovi in questione sono l’arcivescovo di Danzica, Leszek Sławoj Głódzie, e l’ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, nomi accompagnati da anni da un vespaio di critiche in Polonia per i comportamenti inappropriati non solo sui casi di abusi, ma anche per questioni legate all’amministrazione del ministero.

    Un comunicato presentato oggi dal nunzio in Polonia alla stampa – visionato da Vatican Insider -, informa che la Santa Sede, dopo aver ricevuto rapporti formali, ha condotto un procedimento per negligenza sulla base delle «disposizioni del Codice di Diritto canonico» e delle indicazioni del Motu proprio del 2019 «Vos estis Lux mundi» con il quale Papa Francesco ha stabilito nuove e universali norme procedurali circa l’«accountability» (la responsabilità) di vescovi.

    All’arcivescovo Głódzie è stato imposto l’ordine di risiedere fuori dall’arcidiocesi di Danzica, il divieto di partecipare a cerimonie o riunioni religiose pubbliche, l’obbligo di pagare con fondi personali un importo appropriato alla fondazione «Fundaja tow» che aiuta vittime di abusi. Il 13 agosto 2020 Francesco aveva accettato la rinuncia presentata a 75 anni da Głódź e nominato a Danzica un amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» (fino a diverso provvedimento) nella persona di monsignor Jacek Jezierski. Quest’ultimo, coadiuvato da sacerdoti esterni alla diocesi, ha condotto le indagini sull’arcivescovo, circondato da critiche e contestazioni sin dagli Anni 80.

    Le stesse pene di Glódź sono state imposte a monsignor Janiak: quindi il divieto di vivere nella diocesi di Kalisz e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e l’obbligo di pagare di tasca propria una somma adeguata alla fondazione per le vittime. Janiak è accusato di aver coperto un prete della sua diocesi, padre Arkadiusz Hajdasz, spostato in varie parrocchie dove per oltre un quarto di secolo ha abusato di diversi minorenni, senza però mai essere punito. La vicenda era stata portata alla luce sempre dal docufilm dei Sekielski, che intervistavano due vittime di Hajdasz e affermavano che Janiak gli avesse garantito protezione. Sul caso era stata condotta un’indagine preliminare dall’arcivescovo di Poznan, Stanislaw Gadecki, ma il primate di Polonia, l’arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, nell’estate 2020 aveva poi rimesso tutto nelle mani della Santa Sede inviando un appello formale per chiedere di «avviare procedure». Papa Francesco, il 25 giugno di quell’anno, aveva nominato a Kalisz un amministratore apostolico «sede plena», il metropolita di Lodz Grzegorz Rys, ordinando a Janiak (rimasto nominalmente ordinario) di rimanere fuori dalla diocesi per il tempo delle indagini sulla negligenza.

    Sempre in Polonia, neanche due settimane fa, era circolata la notizia che fosse in vista un provvedimento contro il cardinale Stanislaw Dziwisz, figura eminente della Chiesa polacca, per 39 anni segretario particolare di Giovanni Paolo II. Una commissione statale sembra accusare il famoso porporato di aver ignorato denunce di violenze sessuali di sacerdoti su minori dopo essere diventato arcivescovo di Cracovia nel 2005. Dziwisz ha sempre respinto tali addebiti, affermando di aver trascorso gli ultimi cinquant’anni della sua vita «al servizio della Chiesa, del Papa e della Polonia» e di avere fiducia in «un’indagine trasparente».

    Spostandosi al confine, gli scandali per la pedofilia del clero continuano a tormentare anche la Germania, dove il 18 marzo sono stati presentati i risultati di un’indagine indipendente sulla gestione degli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia. Il report, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger su commissione del cardinale Rainer Maria Woelki, ha mostrato numeri drammatici: oltre 200 abusatori, 314 vittime, violenze avvenute dal 1975 al 2018 e il 63% per colpa del clero. Alcuni vescovi, dopo la pubblicazione, hanno presentato al Papa le dimissioni; tra questi il pastore di Amburgo, Stefan Heße, ex direttore del personale per l’arcidiocesi di Colonia e vicario generale dell’allora cardinale Joachim Meisner, scomparso nel 2017. A Heße, secondo il report, sono da ascrivere undici violazioni di obblighi d’ufficio (a Meisner, invece, ventiquattro, circa un terzo di tutti i casi esaminati). Heße si è dimesso il giorno stesso, pur affermando di non aver «mai partecipato a insabbiamenti»: «Sono pronto ad assumermi la mia parte di responsabilità per il guasto del sistema». Oggi il Papa ha offerto «una prima risposta» alla rinuncia del vescovo concedendogli «una pausa», senza specificarne la durata. Durante la sua assenza, il vicario generale Ansgar Thim si occuperà della «corretta amministrazione» della chiesa di Amburgo.

  • Terremoto nella diocesi di Colonia dopo un rapporto sugli abusi

    Terremoto nella diocesi di Colonia dopo un rapporto sugli abusi

    Città del Vaticano, 18 mar. (askanews) – Due officiali sospesi, uno – vescovo ausiliare – ha già rassegnato le dimissioni nelle mani del papa: è il primo effetto del terremoto che ha investito la diocesi tedesca di Colonia dopo la pubblicazione, da lungo tempo sollecitata, di un rapporto che ha accertato che tra il 1975 e il 2018 202 aggressori, quasi due terzi dei quali erano sacerdoti, hanno compiuto abusi sessuali su almeno 314 vittime minorenni.Il cardinale Rainer Maria Woelki ha riconosciuto il “fallimento” di coloro che nel corso della storia dell’arcidiocesi hanno “impedito processi, protetto i colpevoli, e soprattutto hanno mostrato poca sensibilità nei confronti delle vittime” ed ha “purtroppo” riconosciuto in particolare la responsabilità dei suoi “predecessori”.

    Tra di essi, il cardinale Joachim Meisner (1989-2014), nominato da Giovanni Paolo II, amico di Benedetto XVI, critico vocale di Francesco (era tra i quattro cardinali che attaccarono Jorge Mario Bergoglio sull’Amoris laetitia) è l’uomo di Chiesa che viene maggiormente accusato nel rapporto elaborato dall’avvocato penalista Bjoern Gercke: sarebbe inadepiente a causa di ben 24 violazioni dei doveri ai quali era tenuto, quindi a quasi un terzo di tutti i casi.Lo scandalo ruota attorno ad un prete pedofilo, oggi 87enne, che fu arrestato nel 1972 e quando fu rilasciato, l’anno dopo, fu dapprima inviato ad esercitare il ministero a Muenster, fino al 1988, poi di nuovo a Colonia e, dal 2002 al 2015, a Essen.

    Nei mesi scorsi Woelki ha accusato due predecessori defunti – il cardinale Joseph Hoeffner (1969-1987) e Meisner – così come il vescovo di Amburgo, Stefan Hesse, ex amministratore di Colonia con Meisner, e quello di Essen, Franz-Josef Overbeck. Ma l’arcivescovo si è inizialmente rifiutato di pubblicare l’indagine commissionata dalla diocesi ed ha incaricato uno studio di avvocati di ulteriori approfondimenti. Oggi, infine, la pubblicazione del rapporto.Tra le prime consetuenze operative, Woelki, capofila dell’ala conservatrice nell’episcopato tedesco, ha licenziato il responsabile del tribunale arcivescovile, Guenter Assenmacher, e suo vescovo ausiliare, mons. Dominikus Schwaderlapp.

    Quest’ultimo, a quanto riportato dalla stampa tedesca, l’agenzia stampa tedesca cattolica, ha rassegnato le dimissioni nella mani del papa, ed in una nota ha chiesto “sinceramente perdono alle persone a cui non ho reso giustizia”, ammettendo di aver prestato “troppo poca attenzione a come si sentono le persone ferite, a ciò di cui hanno bisogno e a come la Chiesa deve affrontarle”.Il rapporto ha peraltro rilevato una mancanza di documentazione negli archivi, che fa pensare a pratiche di insabbiamento.

  • Abusi nella diocesi di Colonia: quasi quattrocento le vittime

    Abusi nella diocesi di Colonia: quasi quattrocento le vittime

    Nel rapporto pubblicato oggi  e presentato dall’avvocato Bjorn Gercke si legge che circa il 55 per cento degli abusi riguardava bambini di età inferiore ai 14 anni 

    243 molestatori e 386 vittime. Sono i numeri emersi dall’indagine indipendente condotta da uno studio legale di Monaco, in Germania, sullo scandalo di abusi sessuali denunciati  nella più grande arcidiocesi cattolica della Germania, quella di  Colonia, avvenuti tra il 1946 e il 2018.   Nel rapporto pubblicato oggi  e presentato dall’avvocato Bjorn Gercke si legge che circa il 55 per cento degli abusi riguardava bambini di età inferiore ai 14 anni e circa la metà  violenze sessuali. Il resto dei casi aveva a che fare con abusi  verbali o fisici. Quasi due terzi degli abusi sono stati compiuti da  esponenti del clero, mentre il resto da laici, si legge del rapporto,  che segnala un chiaro aumento degli abusi tra il 2004 e il 2018.        Il rapporto, di oltre 800 pagine, era stato commissionato  dall’arcivescovo di Colonia, Rainer Maria Woelki. Nel documento  vengono citati l’attuale arcivescovo di Amburgo Stefan Hesse, che ha  lavorato a Bonn, vicino Colonia, negli anni ’90, e Joachim Meisner,  morto nel 2017 e predecessore di Woelki come arcivescovo di Colonia,  accusati di molteplici violazioni dei doveri “Mi vergogno profondamente” ha detto il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, in conferenza stampa, condannando “l’occultamento” dei fatti, avvenuto in passato, relativo agli abusi sessuali nell’arcivescovado d iColonia. “Le azioni devono avere conseguenze anche per gli appartenenti al clero”, ha affermato.   L’attuale arcivescovo di Amburgo, mons. Stefan Hesse, che era stato vicario generale alla diocesi di Colonia, avrebbe “violato i suoi doveri” nella elaborazione del rapporto sugli abusi sessuali nell’arcivescovado di Colonia. Stando ai periti, invece, il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki non è responsabile di omissioni. È quello che emerge da una conferenza stampa di Gercke e del suo team.

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/abusi-diocesi-colonia-oltre-400-vittime-0a7d0f4d-ba1e-4597-969b-0ccab802f514.html