Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Punire l’ex card. McCarrick è necessario ma non sufficiente. Ecco perché.

    Punire l’ex card. McCarrick è necessario ma non sufficiente. Ecco perché.

    By Sabino Paciolla

    Come già riportato in un mio precedente post (qui,) si fanno sempre più insistenti le voci, confermate da più fonti, che l’ex card. Theodore McCarrick, ora arcivescovo, possa essere ridotto allo stato laicale, come esito di un “processo amministrativo” per abusi sessuali.

    Sui giornali si dice che si è usato il processo “amministrativo”, anziché quello canonico, perché più rapido, in modo da raggiungere il verdetto entro la data di inizio del summit mondiale dei presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo (comprese altre personalità) che si riunirà per tre giorni in Vaticano a partire dal 21 febbraio prossimo. Qualcuno ha notato la coincidenza dei due eventi, ipotizzando che si volesse dar risalto alla laicizzazione di McCarrick per dare un segno alle tante voci critiche, ma soprattutto alla comunità dei fedeli nel mondo, che sull’argomento degli abusi sessuali in Vaticano si fa sul serio, c’è la “tolleranza zero”.

    Ora, di certo la riduzione allo stato laicale di un cardinale, contro la sua volontà, è sicuramente un evento assolutamente straordinario, soprattutto quando si pensi che la causa è quella degli abusi sessuali su seminaristi e, soprattutto, su minori, addirittura, a quanto riportano fonti giornalistiche, durante la confessione. Una cosa orrenda.

    Occorre però fare una osservazione. L’arcivescovo McCarrick era stato già a luglio scorso ridotto dal grado più alto della gerarchia ecclesiale. Infatti, era stato “demansionato” da cardinale a arcivescovo. Per trovare un caso del genere, anche se per diversa motivazione, occorre risalire nel tempo a quasi un secolo prima.

    Dunque, McCarrick ha già ricevuto una grossa punizione. Del resto, l’arcivescovo McCarrick è un uomo molto anziano di 88 anni, e le accuse più gravi si riferiscono ad abusi sessuali fatti su un adolescente maturo di 16 anni, avvenuti 50 anni fa.

    E allora, la riduzione allo stato laicale di McCarrick aggiungerebbe qualcosa alla questione, a parte l’eccezionalità della misura punitiva? I sopravvissuti americani agli abusi sessuali sarebbero soddisfatti? Ne dubito molto. A conferma, basta leggere il tweet pubblicato l’altro giorno da una sopravvissuta e vittima-avvocato Marie Collins, nel quale ha scritto (qui): “Il Vaticano crede che sarà una buona pubblicità, convinto che la ‘tolleranza zero’ viene attuata quando non lo è e toglie il calore dalle domande su chi sapeva e quando – compresi i poteri che sono in Vaticano!”.

    Una dichiarazione pesante, tenuto conto che la Collins è stata membro sin dalla fondazione nel 2014 della Commissione internazionale vaticana sugli abusi, voluta da Papa Francesco, dalla quale si è dimessa nel febbraio 2017 in polemica, perché trovava impossibile “sentire dichiarazioni pubbliche sulla profonda preoccupazione della Chiesa per le vittime di abusi, eppure nel privato vedere come la congregazione vaticana si rifiuti anche solo di riconoscere le loro lettere”.

    Dunque, se il tutto si risolvesse nella laicizzazione di un cardinale per fatti avvenuti 50 anni fa e non si chiarisse come mai fino a due anni fa McCarrick era nel pieno della sua attività “diplomatica”, fatta di movimenti che andavano dagli Stati Uniti alla Cina, di rapporti, sia pure non ufficiali, con autorità di Stato, non si chiarirebbe l’intera dinamica del personaggio. Se lo si punisse per fatti vecchi di decenni ma no si chiarisse come mai sia potuto arrivare ai più alti livelli gerarchici, nonostante le sue “manie” fossero un segreto di pulcinella (come riportano i media), a poco varrebbe una esemplare punizione. Se McCarrick venisse punito per un grave abuso di un giovanottino di 16 anni di 50 anni fa, e non venisse portata alla luce la causa (l’omosessualità) di tutti gli abusi fatti su innumerevoli seminaristi, e le relative complicità legate ad una rete omosessualista ben presente nella Chiesa, persino in Vaticano, come ha riconosciuto lo stesso papa emerito Benedetto XVI nel suo ultimo libro intervista, a poco varrebbe una pesante punizione. Occorrerebbe infine chiarire come mai dopo che papa Benedetto XVI ha costretto McCarrick ad una vita appartata e di preghiera a vita, l’ex cardinale sia tornato attivo e nel pieno della sua notevole influenza.

    Bisognerebbe pertanto rispondere alle seguenti domande: chi ha protetto McCarrick? Chi ha nascosto cosa?

    E qui si arriva all’arcivescovo Carlo Maria Viganó ed alle sue scioccanti accuse, che molti hanno criticato ma nessuno è riuscito a mettere in discussione. Anzi. Mons. Jean-Francois Lantheaume, che una volta ha servito con l’arcivescovo presso la nunziatura apostolica a Washington, ha detto semplicemente: “Viganó ha detto la verità” (qui). Il cardinale Leonardo Sandri, che per anni ha guidato l’ufficio vaticano che si occupa di tali pratiche, ha confermato che le gravi lamentele su McCarrick sono giunte a Roma almeno nel 2000 (qui). Anche il cardinale Marc Ouellet (qui), che ha rimproverato Viganó per aver reso pubbliche le sue lamentele, ha riconosciuto che papa Benedetto XVI aveva “fortemente consigliato” a McCarrick di mantenere “uno stile di vita discreto, di preghiera e di penitenza per il proprio bene e per quello della Chiesa”.

    Dunque, a poco varrebbe punire McCarrick, quando si lasciassero al loro posto tutti coloro che hanno beneficiato nella loro carriera del rapporto con il cardinale, sottacendo la conoscenza dei suoi misfatti.

    Sarebbe, in altre parole, una giustizia incompleta. Ovvero, la punizione avrebbe un valore del tutto simbolico.

    E qui torna utile una dichiarazione del Vaticano fatta nei mesi scorsi che specificava di aver ordinato uno “studio approfondito di tutta la documentazione presente negli archivi dei dicasteri e degli uffici della Santa Sede” per accertare “tutti i fatti rilevanti, per collocarli nel loro contesto storico e valutarli oggettivamente“.

    Non è dato sapere quando tali risultati saranno resi pubblici. Però il Vaticano qualche mese fa ha detto (qui) che saranno resi pubblici “a tempo debito” poiché, aveva aggiunto, “Sia l’abuso che il suo insabbiamento non possono più essere tollerati”. La cosa che sappiamo è che quel “tempo debito”, al momento, non è ancora arrivato.

    In conclusione, le attese di questo incontro mondiale di febbraio in Vaticano sono molto alte. Naturalmente tutti ci aspettiamo che esse vengano soddisfatte, almeno tendenzialmente. Aiuterebbe il fatto che di McCarrick non si facesse il classico capro espiatorio, ma che si andasse al fondo del “fenomeno”, piuttosto che alla sola figura specifica.

    Queste attese vengono però in parte smorzate da due dichiarazioni recenti. La prima viene da Andrea Tornielli, il nuovo direttore editoriale dei media vaticani, la seconda direttamente da Papa Francesco stesso. Tutte e due concordi nel mettere in guardia dal nutrire attese eccessive dal prossimo vertice.

    Che dire? Pregheremo e staremo a vedere.

    Punire l’ex card. McCarrick è necessario ma non sufficiente. Ecco perché.

  • Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Sarà un 2019 durissimo. Il Vaticano rinforza gli ormeggi della comunicazione

    Tra svolta e rottura, l’uscita di scena di Burke e Ovejero, travolti dai fatti del 2018, dai casi di pedofilia alle accuse di monsignor Viganò

    Svolta o rottura? Il fatto che il Portavoce del Papa Greg Burke e la sua vice Paloma García Ovejero abbiano lasciato in blocco non si può liquidare – come pure hanno fatto gli interessati su Twitter – con un “Nuovo Anno, nuove avventure”, o semplicemente come “una tappa” della vita.

    Al termine di un anno infernale per la Chiesa cattolica in tutto il mondo a causa della nuova crisi per gli abusi sessuali, le loro dimissioni segnano per il Papa la necessità di “rinforzare” gli ormeggi della comunicazione in vista di un 2019 che si prevede non facile, addirittura un anno della verità.

    La loro rinuncia non ha però nulla di subitaneo. Come ha voluto sottolineare lo stesso Burke in un tweet del tardo pomeriggio di ieri, la decisione dei due è arrivata al termine di “mesi” di preghiera.

    Anche se la loro scelta personale probabilmente è stata “anticipata”, mettendo così il Papa nella condizione di non poter annunciare in contemporanea il nuovo assetto definitivo della struttura, ma solo l’ interim di direttore della Sala Stampa ad Alessandro Gisotti, responsabile social media e giornalista della Radio Vaticana, per vent’ anni allievo di Padre Federico Lombardi, predecessore di Burke.

    D’ altra parte segni di difficoltà erano emersi già dopo il primo anno dalla nomina avvenuta nel luglio 2016, tanto che in loro difesa si era speso il vaticanista americano John Allen, direttore del sito Crux., dichiaratamente amico di Burke.

    Nonostante dal marzo del 2018 la struttura della comunicazione della Santa Sede abbia subito scosse e controscosse ( il ridimensionamento della Segreteria, divenuta semplice Dicastero, e del suo prefetto Dario Viganò che ha dovuto lasciare dopo l’episodio di una lettera di Benedetto XVI ” addomesticata”, la nomina di Paolo Ruffini, ed infine la nomina a direttore editoriale di Andrea Tornielli) sarebbe un errore ritenere le dimissioni dei Portavoce siano legate solo agli equilibri tra i vari comunicatori.

    La spiegazione va cercata nella gestione della crisi degli abusi in Australia, Cile e Stati Uniti, e del caso dell’attacco al Papa da parte dell’ex Nunzio negli Usa Carlo Maria Viganò.

    In sostanza nell’offensiva di un ampio fronte tradizionalista, ben radicato negli Usa, che ha giocato la sua partita sui media, senza adeguata risposta o almeno un abbozzo di risposta da parte della Sala Stampa. Tanto che sul caso Viganò sono stati richiamati “in servizio” padre Lombardi e Tom Rosica per testimoniare sull’incontro di Francesco con la controversa impiegata Kim Davis e una difesa articolata sul caso del nunzio Viganò è contenuta in un libro di cui è stato coautore proprio Tornielli (“Il giorno del giudizio”).

    Certamente poi Burke ha seguito il destino della caduta del cardinale George Pell (rientrato in Australia a fine giugno 2017, sottoposto a processo per abusi sessuali, per cui è stato condannato – ed è il più alto in grado nella gerarchia cattolica – in prima istanza all’inizio dello scorso dicembre, mentre pende un secondo processo in questo inizio d’anno). Pell infatti è stato il vero sponsor di Burke, al termine del secondo processo Vatileaks. Secondo il sito d’ informazione para Vaticano “Il Sismografo” , “Greg” inoltre non sarebbe riuscito a costruire nessun tipo di rapporto con il cardinale Pietro Parolin, cioè il segretario di Stato, a lungo contraltare di Pell, fino alla sua caduta in disgrazia .

    Esponente numerario, cioè consacrato dell’Opus Dei, Burke era entrato in Vaticano come ha ricordato ieri lui stesso, durante la crisi del primo Vatileaks come consulente della segreteria di Stato, con l’Assessore americano Peter Wells, e una borsa della potente organizzazione tradizionalista americana dei Cavalieri di Colombo, che coprivano le spese del suo incarico. Ha così gestito la transizione dal Pontificato di Ratzinger a quello di Francesco, uscito da un Conclave in cui sono stati determinanti i voti dei porporati americani. Mentre ora il rapporto di Francesco con la Chiesa americana e’ altamente conflittuale.

    L’addio di Burke e Ovejero è stato salutato come quello degli unici onesti nel mondo della comunicazione vaticana che sarebbe ormai ridotta a pura propaganda secondo una parte dei commentatori della destra americana. Rod Dreher su Twitter ha scritto: “Lasciatemi indovinare. Erano troppo onesti per appoggiare la linea ufficiale più a lungo, specialmente se si pensa che l’incontro di febbraio ( sulla pedofilia, ndr) probabilmente sarà una finzione”. L’incontro cui fa riferimento è quello di tutti i capi delle Conferenze episcopali del mondo, ritenuto di importanza quasi pari a un Conclave. Dreher è l’autore del bestseller tra i tradizionalisti “L’opzione Benedetto” e il destinatario dell’ultima lettera dell’ex Nunzio Viganò , quella recapitata a fine settembre 2018.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/01/01/sara-un-2019-durissimo-il-vaticano-rinforza-gli-ormeggi-della-comunicazione_a_23631314/

  • Scandalo abusi negli Usa, accettate le dimissioni del cardinale Wuerl

    Scandalo abusi negli Usa, accettate le dimissioni del cardinale Wuerl

    Il porporato 77enne, fino ad oggi alla guida della diocesi di Washington, era stato criticato per come aveva gestito alcuni casi quando era vescovo di Pittsburg. Una lettera del Papa lo ringrazia per la scelta di lasciare

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Papa Francesco ha accettato la rinuncia da arcivescovo di Washington del cardinale Donald Wuerl, 78 anni il prossimo novembre. Il porporato è stato al centro di critiche e contestazioni negli ultimi due mesi, dopo la pubblicazione del Report del Grand Jury della Pennsylvania, il dossier che raccoglie le testimonianze di abusi su minori avvenute nello Stato nordamericano negli ultimi settant’anni. L’accettazione delle dimissioni è stata accompagnata da una lettera personale del Pontefice al porporato, che lo nomina amministratore apostolico e lo elogia per la decisione da lui presa di lasciare l’incarico per il bene della Chiesa e della sua unità.

    Wuerl, nominato arcivescovo di Washington da Benedetto XVI nel 2006, dopo l’accettazione della rinuncia dell’allora cardinale Theodore McCarrick – molestatore di seminaristi ora duramente sanzionato da Papa Francesco che gli ha tolto la porpora a seguito di una fondata denuncia per abuso su un minore avvenuta a New York nei primi anni Settanta – aveva già presentato le dimissioni nel novembre 2015, al compimento dei canonici 75 anni. Ma aveva ottenuto una proroga biennale, abbastanza consueta nel caso di cardinali arcivescovi. Ma si sono dati diversi casi nel recente passato di prelati degli Stati Uniti rimasti al loro posto anche fino agli ottant’anni.

    Il report del Grand Jury della Pennsylvania, pubblicato a metà agosto 2018, lo ha chiamato in causa per non aver agito correttamente nel gestire i casi di alcuni preti abusatori negli anni in cui era vescovo di Pittsburg, anche se gli viene riconosciuto di aver agito bene in altri casi, dimostrandosi in anticipo sui tempi. Wuerl è stato uno dei porporati più impegnati nella lotta agli abusi sui minori, in linea con la «tolleranza zero» inaugurata da Papa Ratzinger e ribadita da Papa Bergoglio.

    Già nel 1989, la diocesi di Pittsburgh aveva istituito un “Internal Review Board” per la gestione dei casi di abuso, tredici anni prima che queste commissioni diventassero obbligatorie. Il report del Grand Jury imputa a Wuerl di non aver agito correttamente, in particolare nel caso di padre George Zirwas, accusato più volte di abusi e di molestie tra il 1988 e il 1995. Era stato più volte visitato da psichiatri e riassegnato in varie parrocchie, per essere infine congedato nel 1995. Si era quindi trasferito a Cuba, dove è morto assassinato nel 2001.

    Il cardinale Wuerl era venuto a Roma, in Vaticano, a fine agosto, per incontrare il Papa e al suo ritorno aveva scritto al clero della diocesi di aver chiesto a Francesco «di discernere quale fosse per me la migliore decisione da prendere mentre affrontiamo nuove rivelazioni sull’estensione dell’orrore degli abusi clericali sui minori e dei fallimenti dei vescovi nel sorvegliare».

    Il cardinale aveva spiegato che Francesco lo aveva invitato a dialogare con i sacerdoti prima di prendere decisioni sul futuro. Wuerl aveva ottenuto il sostegno di molti sacerdoti, ma ce n’erano diversi che gli hanno chiesto di lasciare. Così, in una seconda lettera, l’11 settembre l’arcivescovo di Washington aveva annunciato che sarebbe presto tornato a Roma per discutere delle sue dimissioni chiedendo al Pontefice di accettarle.

    Vista l’età, l’avvicinarsi dei 78 anni, l’accoglimento della rinuncia non può certo essere visto come una punizione. Anche se è altrettanto certo che senza il Report del Grand Jury e le polemiche delle ultime settimane, alimentate anche dal dossier Viganò (molto duro con Wuerl), l’arcivescovo di Washington sarebbe rimasto al suo posto ancora per qualche tempo.

    È significativo poi che l’annuncio, pubblicato sul Bollettino della Sala Stampa vaticana a mezzogiorno del 12 ottobre 2018, sia stato accompagnato da una lettera personale di Papa Francesco al porporato, con la quale il Pontefice precisa di aver acconsentito a una richiesta di Wuerl – presentata per iscritto il 21 settembre scorso – che ha voluto in questo modo favorire l’unità e la pacificazione della Chiesa diocesana: «Riconosco nella tua richiesta il cuore del pastore che, allargando lo sguardo per riconoscere un bene maggiore che può giovare alla totalità del corpo, privilegia azioni che sostengano, stimolino e facciano crescere l’unità e la missione della Chiesa al di sopra di ogni tipo di sterile divisione seminata dal padre della menzogna, il quale, cercando di ferire il pastore, non vuole altro che le pecore si disperdano».

    «Possiedi elementi sufficienti per “giustificare” il tuo agire e distinguere tra ciò che significa coprire delitti o non occuparsi dei problemi, e commettere qualche errore. Tuttavia, la tua nobiltà ti ha condotto a non usare questa via di difesa. Di questo sono orgoglioso e ti ringrazio». Parole non certamente di circostanza. Colpisce ancora una volta la preoccupazione del Pontefice per la divisione seminata nella Chiesa dal demonio.

    http://www.lastampa.it/2018/10/12/vaticaninsider/scandalo-abusi-negli-usa-accettate-le-dimissioni-del-cardinale-wuerl-26Pa2ygBbhH0RyKB14dKEP/pagina.html

  • La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    La rivista America: “Su McCarrick la Chiesa dovrebbe vergognarsi”

    Il duro editoriale sul magazine dei gesuiti statunitensi: molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale, le diocesi sapevano, il nunzio a Washington pure

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Molte autorità della Chiesa avevano ricevuto diversi avvisi sul comportamento del cardinale. Le diocesi locali erano state informate, il nunzio papale a Washington sapeva e persino a Benedetto XVI era stato detto». È durissimo l’editoriale dedicato da America, la rivista dei gesuiti statunitensi, al caso dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. Come si ricorderà il cardinale è stato sospeso dal ministero a motivo di un processo canonico su un presunto abuso su un minore avvenuto quasi cinquant’anni fa a New York : nel corso della vicenda è stata reso ufficialmente pubblico che il porporato, da vescovo, aveva molestato sessualmente alcuni seminaristi maggiorenni e alcuni sacerdoti. Un atteggiamento divenuto abbastanza noto nell’entourage e tra il clero delle diocesi che McCarrick ha guidato (ci furono risarcimenti), ma che non ne ha frenato l’ascesa alla guida della Chiesa della capitale federale e al cardinalato.

    «È vero – si legge nell’editoriale – che nessuno dei precedenti rapporti di abuso riguardano presunti comportamenti criminali con minori, ma si trattava di fatti abbastanza noti e il cardinale McCarrick avrebbe dovuto essere chiamato a rendere conto del terribile abuso del suo ministero e della sua autorità. La Chiesa e i suoi leader dovrebbero vergognarsi della loro incapacità».

    La rivista dei gesuiti fa anche una sorta di autocritica – merce davvero rara di questi tempi – affermando: «Né i media, compresi noi, nei media cattolici (il cardinale McCarrick è stato amico di lunga data di questa rivista e ha tenuto l’omelia durante la nostra celebrazione del centenario nel 2009), può essere assolto dalla responsabilità per aver mancato di prendere sul serio queste voci e altre voci e rapporti, come era richiesto. Indicare la responsabilità solo della gerarchia è di per sé ipocrita».

    «La Chiesa – continua l’editoriale – non può fingere che si tratti di un incidente isolato. Sono molto i probabili rapporti simili che coinvolgono altri vescovi e leader della Chiesa che hanno abusato della loro autorità o hanno commesso reati sessuali che sono stati ignorati negli ultimi decenni. Mentre le società di tutto il mondo fanno i conti con il dispiegarsi del movimento #MeToo e le vittime di abusi sessuali e molestie trovano le loro voci, la Chiesa non deve fingere che questo sia soltanto un episodio deplorevole che presto sarà finito».

    «Con ogni probabilità – scrive America – ci sono ancora altre notizie che mostreranno che questa situazione è peggiore di quanto non si sappia oggi. La Chiesa dovrebbe ricordare che il vero miglioramento non consiste nella cessazione della cattiva stampa che la riguarda, ma nello sviluppo di una cultura in cui i leader potenti non si aspettano che le loro malefatte vengano nascoste in silenzio. Una cultura nella quale le vittime di abusi e molestie vengano sostenute nella loro decisione di affrontare coloro che le hanno maltrattate».

    La rivista dei gesuiti suggerisce tre punti imprescindibili: «Primo, la Chiesa deve stabilire una volta per tutte la sua disponibilità ad ascoltare notizie di abus i e di abusi di potere che sono stati ignorati o “trattatiˮ in passato. Le Conferenze episcopali dovrebbero stabilire procedure chiare» a questo proposito.

    «Secondo, Papa Francesco e il Vaticano devono dimostrare di essere disposti a rimuovere vescovi e altri dirigenti ecclesiastici colpevoli di qualsiasi forma di abuso, non solo di abusi sessuali su minori». Una «riforma ancora più importante sarebbe una maggiore trasparenza nell’indagare e nel rendere pubbliche le decisioni nei casi che coinvolgono i vescovi. Cioè, quando un vescovo viene rimosso, il Vaticano ha bisogno di dichiarare pubblicamente perché viene rimosso».

    «Terzo, anche prima dell’azione di Roma, i vescovi possono compiere sforzi sostanziali per cercare giustizia per le vittime e per la comunità ecclesiale , anche a costo di risorse istituzionali e della reputazione. La decisione delle due diocesi del New Jersey di liberare uno degli accusatori del cardinale McCarrick dagli accordi di riservatezza è un primo passo positivo».

    Un punto aggiuntivo, non presente nell’elenco di America, potrebbe riguardare il fatto che queste tristi vicende non dovrebbero rappresentare per alcuni una pietra tombale mentre per altri vengono insabbiate o cancellate, a seconda dell’appartenenza a certe cordate e delle amicizie potenti dietro alle quali ci si può riparare.

    http://www.lastampa.it/2018/07/18/vaticaninsider/la-rivista-america-su-mccarrick-la-chiesa-dovrebbe-vergognarsi-vGKKUvahx5UjCXs1iTXTJM/pagina.html

  • Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    In attesa dei chiarimenti sul dossier Viganò emergono nuovi particolari sulla designazione dell’arcivescovo a Washington: il cardinale O’Connor si oppose alla sua promozione

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nel dialogo con i gesuiti in Irlanda, Francesco è tornato a parlare dell’origine degli abusi sessuali, individuandola nel clericalismo. «L’elitismo, il clericalismo – ha detto il Papa – favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza». Parole che si applicano perfettamente al caso di Theodore McCarrick, il cardinale molestatore di seminaristi e abusatore di ragazzi, che Francesco ha pesantemente sanzionato obbligandolo a ritirarsi in una casa e togliendogli la porpora dopo l’emergere di una denuncia di abuso su un minore. Un caso che mette in discussione i meccanismi delle nomine episcopali negli ultimi trent’anni, come rivelano nuovi particolari sulle autorevoli opposizioni alla nomina a Washington del wojtyliano liberal McCarrick nell’anno 2000: tra queste va annoverata quella del cardinale John Joseph O’Connor, un altro porporato wojtyliano, morto ad ottant’anni già compiuti come arcivescovo di New York.

    I gruppi politico-mediatici e i giornalisti che hanno collaborato con l’ex nunzio Carlo Maria Viganò a scrivere, aggiustare e poi a divulgare il “comunicatoˮ con la clamorosa richiesta delle dimissioni del Pontefice, insistono da settimane a dire che il problema nella Chiesa non sono gli abusi sui minori ma l’omosessualità. L’affermazione viene ripetuta dai supporter palesi e occulti di Viganò ed è sostenuta da molti “influencerˮ della blogosfera conservatrice soprattutto italiana, attivi da mesi nella martellante campagna contro la partecipazione del gesuita James Martin all’incontro delle famiglie di Dublino. Ma è davvero così? Davvero la radice, l’origine del problema degli abusi è l’omosessualità dei preti? Le statistiche ci dicono che una parte consistente delle violenze sui minori vedono come vittime ragazzi maschi adolescenti. Non è un mistero che siano esistite in passato, ed esistano, “lobby gayˮ che agiscono come cordate. Papa Francesco, sulla scia dei documenti più recenti della Santa Sede, ha ricordato ai vescovi di non far entrare nei seminari persone con tendenze omosessuali radicate. Detto ciò, resta la domanda: hanno ragione quelli che oggi si sbracciano minimizzando gli abusi sui minori – come se si trattasse di un problema secondario – per puntare tutto sull’omosessualità?

    Uno sguardo senza pregiudizi alla triste vicenda di McCarrick mostra esattamente il contrario. Nonostante gli “editoriˮ di Viganò cerchino di ridurre tutto all’orientamento e alla pratica sessuale del vescovo molestatore, le testimonianze degli ex seminaristi delle diocesi di Metuchen e Newark descrivono una storia ben diversa. Anche il caso McCarrick infatti il problema è il clericalismo, l’abuso di potere e di coscienza, che viene prima dell’abuso sessuale ed è commesso da persone – sacerdoti o vescovi – che mai possono essere considerati alla pari delle loro vittime, sulle quali esercitano un’influenza e spesso una forma sottile o palese di ricatto. Questo appare con ogni evidenza nel caso dei bambini e dei ragazzi. Ma può accadere anche con persone adulte più o meno vulnerabili, senza con questo voler mettere le due situazioni sullo stesso livello.

    Il disastro McCarrick – al netto delle risultanze ancora non emerse riguardo alla sua innegabile abilità di collettore di denaro che non lasciva certo indifferenti i suoi alti referenti vaticani fin dagli anni Novanta – è un evidente caso di abusi psicologici, abusi di potere, di coscienza e sessuali. Trattato troppo a lungo soltanto come un caso di pratica omosessuale. No, McCarrick non aveva relazioni omosessuali. Molestava e abusava i seminaristi in nome del suo potere episcopale, facendo loro intendere che andare al mare con lui e sottostare alle sue attenzioni era un passaggio obbligatorio per essere da lui meglio conosciuti e per arrivare all’ordinazione sacerdotale.

    È già stato rivelato che negli Stati Uniti vi fu, tra gli altri, un autorevolissimo oppositore alla promozione di McCarrick a Washington. Si tratta del cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al marzo 2000, quando morì ancora in carica tre mesi dopo aver compiuto ottant’anni a causa di un tumore al cervello. O’Connor, arrivato nella Grande Mela dopo la partenza di McCarrick, aveva accesso alle informazioni dell’archivio della diocesi dove il futuro cardinale molestatore aveva vissuto e operato a lungo. Ed è possibile che avesse avuto qualche sentore delle abitudini dell’arcivescovo della confinante diocesi Newark.

    O’Connor venne consultato per la “provvistaˮ della diocesi di Washington, nonostante fosse gravemente malato? Difficile ipotizzare il contrario. C’è da domandarsi se nel manifestare questa sua opposizione – si può supporre sotto forma di lettera riservata, come accade in questi casi – O’Connor abbia fatto esplicita menzione al problema degli abusi sessuali di McCarrick con i seminaristi. O se si sia limitato, diplomaticamente, a far intendere che c’erano fondate ragioni per non promuoverlo senza però renderle esplicite.

    La nomina di McCarrick venne pubblicata sei mesi e mezzo dopo la morte di O’Connor, avvenuta il 3 maggio 2000, quando l’arcivescovo di Washington fino a quel momento in carica, il cardinale James Aloysius Hickey, aveva già compiuto ottant’anni. L’ex nunzio Viganò ricorda che l’allora Prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re, si era opposto alla nomina perché McCarrick sarebbe stato soltanto il 14° nella lista dei candidati. All’origine di questi dubbi e opposizioni c’erano forse dei sospetti sui suoi abusi? Ancora, Viganò fa ricadere tutta la responsabilità della promozione di McCarrick sul Segretario di Stato Angelo Sodano, quando è ben noto come allora non fosse certamente nelle sue mani tutto il potere riguardo alle nomine.

    L’ex nunzio bel suo dossier finisce infatti per passare Giovanni Paolo II come un malato incapace di intendere e di volere, ben cinque anni prima della sua morte. Una evidente falsificazione della realtà. Ma ad attirare ancora di più l’attenzione, nella ricostruzione offerta da Viganò, tra le decine di personaggi che elenca accusandoli di coperture (senza fornire prove), come è già stato da più parti notato, è l’assenza del nome di Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Papa Wojtyla, all’epoca già vescovo (sarà promosso arcivescovo di Cracovia nel 2005 ed elevato al cardinalato nel 2006). C’è da appurare se il parere negativo di O’Connor, l’uomo più vicino a Papa Wojtyla negli Stati Uniti, sia arrivato a destinazione. E se così fosse, come ha fatto McCarrick a convincere “l’appartamentoˮ (termine allora usato per indicare lo strettissimo entourage del Pontefice) che le voci su di lui erano soltanto delle calunnie?

    Infine, un altro particolare riguardante non la nomina, ma la rinuncia di McCarrick. Come abbiamo visto, il predecessore Hickey era rimasto in carica fino agli ottant’anni compiuti, mentre il successore Donald Wuerl sta per compierne 78. Che cosa accadde con McCarrick? Secondo quanto risulta a Vatican Insider, il cardinale molestatore al compimento dei 75 anni, il 7 luglio 2005, dopo aver presentato le dimissioni di rito, avrebbe ottenuto una proroga di due anni, come peraltro avveniva abitualmente, almeno per i cardinali arcivescovi in buona salute. Tra l’altro, essendo arrivato a Washington già settantenne, McCarrick nel momento in cui compie l’età canonica della rinuncia, aveva guidato la diocesi soltanto per quattro anni e mezzo. Eppure il porporato non completa i due anni di proroga. Benedetto XVI accetta le sue dimissioni e lo solleva dall’incarico il 16 maggio 2006, otto mesi dopo quel compleanno.

    È possibile che questa decisione sia legata all’affiorare delle denunce che portano ai risarcimenti nelle diocesi di Metuchen e Newark? Di certo c’è che l’anno successivo, nel 2007, McCarrick riceve la prima “richiestaˮ (richiesta, non sanzione canonica) da parte del Papa, trasmessagli dal nunzio Pietro Sambi, che lo invita a lasciare il seminario e a fare vita ritirata di preghiera. Com’è noto, anche su questo punto la memoria di Viganò si è dimostrata fallace: il porporato molestatore ha continuato a fare la vita di prima, ha continuato a viaggiare in Vaticano e non ha tenuto conto della raccomandazione di Papa Ratzinger durante i successivi cinque anni del suo pontificato. Lo stesso ex nunzio che oggi chiede le dimissioni di Francesco (cioè del Papa ha levato la porpora a McCarrick) ha più volte incontrato e celebrato con il cardinale abusatore elogiandolo anche in pubblico.

  • Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Abusi e coperture, accuse a Di Nardo alla vigilia dell’udienza con Francesco

    Il presidente dei vescovi Usa incontra Francesco per discutere la crisi mentre scoppia il caso di un suo sacerdote accusato di molestie che non è stato fermato 

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Anche il cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, viene ora accusato di non aver agito correttamente lasciando un prete sospetto abusatore a contatto con i bambini. Una vicenda che deve essere ancora pienamente chiarita e investigata prima di attribuire gravi responsabilità al porporato. La notizia rimbalza da Oltreoceano proprio giovedì 13 settembre 2018, nel giorno in cui è prevista l’udienza con Papa Francesco alla quale partecipano Di Nardo, il vicepresidente dell’episcopato e arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez e il cardinale di Boston Sean O’Malley in qualità di presidente della commissione vaticana per la tutela dei minori.

    Quella degli abusi sui minori e delle coperture degli abusatori, sembra una storia senza fine. L’Associated Press ha riportato le dichiarazioni di due vittime di abusi le quali sostengono che Di Nardo non avrebbe agito come doveva per fermare un sacerdote arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di abuso su minori. Una delle vittime ha raccontato che durante un incontro il cardinale avrebbe promesso che il prete accusato, Manuel La Rosa-Lopez – attualmente parroco nella chiesa di St. John Fisher a Richmond e vicario episcopale della diocesi per gli ispanici – sarebbe stato allontanato da qualsiasi possibilità di contatto con i bambini, mentre invece era stato trasferito in un’altra parrocchia a qualche decine di chilometri di distanza.

    Padre Manuel è finito in manette martedì scorso, dopo essersi consegnato alla polizia a Conroe, in Texas. Ha 60 anni ed è accusato di aver molestato entrambe le vittime – un maschio e una femmina – quando erano adolescenti. Secondo il racconto che entrambi hanno fatto all’Associated Press, padre La Rosa-Lopez avrebbe cercato prima di fare amicizia con loro per poi tentare un contatto fisico. La vittima di sesso maschile era all’epoca dei fatti (1998-2001) aveva intenzione di entrare in seminario e svolgeva delle mansioni nella parrocchia del Sacro Cuore di Conroe dove padre Manuel all’epoca era viceparroco. Ha riferito anche che il sacerdote era solito toccarlo, prima sulle braccia, poi abbracciandolo e poi baciandolo sulla guancia. Una notte gli avrebbe mostrato le foto di alcuni seminaristi giovani dicendo che «si divertiva molto con loro». Aveva quindi cercato di spogliare l’adolescente mettendogli le mani nei pantaloni. Ma il ragazzo era scappato.

    L’altra vittima, di sesso femminile, non ha voluto raccontare all’AP i dettagli delle molestie, ma ha detto di essere stata toccata in modo inappropriato da padre Manuel poco prima di Pasqua del 2001, dopo che aveva compiuto 16 anni. Mentre la prima molestia è stata riferita alle autorità ecclesiastiche soltanto di recente – l’anno scorso, secondo la vittima, nell’agosto 2018 secondo la diocesi – quella della ragazza venne denunciata a suo tempo e venne detto alla famiglia della ragazza che il sacerdote sarebbe stato spostato.

    Nel 2010 la ragazza viene a sapere che LaRosa-Lopez era stato nominato da Di Nardo vicario episcopale per gli ispanici e aveva pensato che fosse possibile che il cardinale – arrivato alla guida della diocesi dopo quella prima denuncia – non ne fosse a conoscenza. Per questo aveva contattato le autorità ecclesiastiche e aveva iniziato a frequentare un terapista pagato dalla diocesi. La donna che ha denunciato di essere stata molestata racconta ad Associated Press di aver incontrato Di Nardo e di essere rassicurata del fatto che padre Manuel era stato sottoposto a trattamenti psichiatrici e che non gli era stato più permesso di lavorare con i bambini. Nell’ultima fase dell’incontro è stato fatto entrare lo stesso padre La Rosa-Lopez che la donna ha affrontato e che si sarebbe scusato con lei. La vittima afferma di aver scoperto che il sacerdote continuava a lavorare nella parrocchia St. John Fisher a Richmond anche in presenza di bambini.

    Entrambe le vittime hanno chiesto all’Associated Press di rimanere anonime. L’uomo che ha denunciato gli abusi ha incontrato il cardinale Di Nardo, e il coordinatore dell’assistenza per le vittime della diocesi, nel pomeriggio dello scorso 10 agosto. «Il cardinale sembrava avere un atteggiamento sprezzante», riporta la vittima negli appunti scritti subito dopo l’incontro e condivisi con AP. Il porporato avrebbe reagito dicendo: «Avresti dovuto dircelo prima!». Le due vittime avevano creduto che i loro casi sarebbero stati troppo vecchi per essere perseguiti ma in realtà dal 2007 la legge del Texas ha rimosso la prescrizione per gli abusi sui minori.

    La diocesi di Galveston-Houston, in un comunicato pubblicato mercoledì 12 settembre 2018, così ricostruisce la vicenda. «Nel 2001 una ragazza di 16 anni e la sua famiglia avevano notificato a questa arcidiocesi che padre Manuel La Rosa-Lopez l’aveva baciata e toccata in modo inappropriato quando era vicario parrocchiale nella Chiesa del Sacro Cuore a Conroe. Abbiamo immediatamente comunicato questa informazione al Servizio di Protezione dell’infanzia (agenzia governativa per la tutela dei minori, ndr) per una ulteriore indagine. Il padre La Rosa-Lopez ha negato di aver toccato la ragazza in modo inappropriato, e la famiglia aveva deciso di non dar seguito alla denuncia e ha lasciato il Paese quello stesso anno. Dopo una revisione interna, che ha incluso la presentazione delle accuse anteriori alla creazione, nel 2003, della Commissione di revisione dell’arcidiocesi, nel 2004 è stato permesso al padre La Rosa-Lopez di tornare al ministero in parrocchia».

    Dopo il rientro della vittima negli Stati Uniti, «l’arcidiocesi – continua il comunicato – in accordo con il nostro impegno di assicurare assistenza pastorale, ha offerto alla giovane servizi di sostegno psicologico per un periodo di tempo, fino a che lei non ha deciso di interrompere la terapia».

    La diocesi afferma che durante gli ultimi 17 anni non sono state presentate altre accuse di condotte inappropriate con minori da parte del sacerdote. Fino a quest’anno. «Durante un incontro a Houston il 10 agosto 2018 un uomo di 36 anni ha presentato una formale accusa all’arcidiocesi di Galveston-Houston dichiarando che padre La Rosa-Lopez ha abusato di lui dal 1998 al 2001, quando era studente della scuola secondaria e padre La Rosa-Lopez era assegnato alla chiesa del Sacro Cuore a Conroe. L’arcidiocesi ha informato immediatamente di questa denuncia il Servizio di Protezione dell’infanzia. Padre La Rosa-Lopez ha negato queste accuse di abuso sessuale».

    «Ieri (martedì 11 settembre 2018, ndr) il procuratore del distretto della Contea di Montgomery ha emesso un ordine di arresto contro padre La Rosa-Lopez» e il sacerdote si è «consegnato volontariamente al Dipartimento di polizia di Conroe» quella stessa sera. «Abbiamo preso questo caso molto seriamente, e abbiamo riportato le informazioni ricevute dalle due persone al Servizio di Protezione dell’infanzia, e abbiamo rimosso dal ministero padre La Rosa-Lopez. Siamo impegnati a cooperare con le autorità civili nelle loro indagini».

    Dalla lettura del comunicato della diocesi emerge dunque la denuncia immediata in entrambi i casi alle autorità civili. Nel primo caso, quello del 2001, Di Nardo non era ancora arrivato alla guida della diocesi. È necessario attendere ulteriori chiarimenti e indagini approfondite prima di individuare una diretta responsabilità del cardinale, anche se con ogni probabilità la vicenda si sarebbe potuta gestire meglio.

    Il cardinale Daniel Di Nardo, 69 anni, originario di Pittsburg (Pennsylvania), è diventato vescovo coadiutore di Sioux City (Iowa) nell’agosto 1997. L’anno successivo è subentrato nella guida della diocesi. È stato nominato coadiutore di Galveston-Houston nel gennaio del 2004 ed è subentrato nella guida della diocesi nel febbraio 2006. Nel novembre 2007 ha ricevuto la porpora cardinalizia. Nel novembre 2016 è stato eletto presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e in questa veste partecipa agli incontri con il Papa.

    Dopo la pubblicazione del dossier dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, riguardante le coperture di cui ha goduto il cardinale Theodore McCarrick, che si concludeva con la richiesta di dimissioni del Papa, Di Nardo aveva dichiarato: «Le domande sollevate meritano risposte basate su prove. Senza queste risposte, gli innocenti possono essere contaminati da false accuse e il colpevole può essere lasciato a ripetere i peccati del passato» Il presidente dei vescovi Usa non aveva fatto alcun cenno alla clamorosa richiesta di dimissioni avanzata da Viganò e dalla rete dei suoi sostenitori. Aveva invece affermato: «Sono fiducioso che Papa Francesco condivida il nostro desiderio di maggiore efficacia e trasparenza nella questione legata alla disciplina dei vescovi», manifestando «il nostro affetto fraterno per il Santo Padre in questi giorni difficili».

    Di Nardo aveva sottolineato la necessità di «un esame su come i gravi fallimenti morali di un fratello vescovo potrebbero essere stati tollerati per così tanto tempo e non hanno dimostrato alcun impedimento al suo avanzamento». E aveva concluso avanzando la richiesta di una visita apostolica per gli Stati Uniti al fine di «cercare la verità».

    Papa Francesco, sentito il C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiutano nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale, ha convocato i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019 per affrontare il tema della protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    http://www.lastampa.it/2018/09/13/vaticaninsider/abusi-e-coperture-accuse-a-di-nardo-alla-vigilia-delludienza-col-papa-yyuswh8q2NmffQiSGYToqO/pagina.html

  • Wuerl scrive ai preti: vado dal Papa a discutere della mia rinuncia

    Wuerl scrive ai preti: vado dal Papa a discutere della mia rinuncia

    Il cardinale arcivescovo di Washington, 77 anni, è al centro di polemiche dopo la pubblicazione del report sugli abusi in Pennsylvania e il dossier Viganò

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nell’incontro che ha avuto con Papa Francesco nei giorni scorsi era stato invitato a discutere con franchezza della situazione con i suoi sacerdoti. Ora il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, 78 anni il prossimo novembre, martedì 11 settembre 2018 ha scritto nuovamente ai preti della sua diocesi annunciando loro che intende recarsi nuovamente a Roma nell’immediato futuro per discutere con il Pontefice l’accettazione della sua rinuncia.

    Wuerl, nominato arcivescovo di Washington da Benedetto XVI nel 2006, dopo l’accettazione della rinuncia dell’allora cardinale Theodore McCarrick – molestatore di seminaristi ora pesantemente sanzionato da Papa Francesco a seguito di una fondata denuncia per abuso su un minore avvenuta a New York nei primi anni Settanta – ha già presentato le dimissioni nel novembre 2015, al compiere 75 anni.

    Il report del Grand Jury della Pennsylvania, pubblicato a metà agosto, lo chiama in causa per non aver agito correttamente nei confronti di alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburg, anche se gli viene riconosciuto di aver agito bene in altri casi. Il report contiene le storie di 301 preti abusatori e di almeno un migliaio di vittime, crimini avvenuti in un arco temporale di settant’anni nelle diocesi dello stato nordamericano. Dopo la sua pubblicazione è cresciuta non soltanto nell’opinione pubblica, ma anche tra il clero della diocesi di Washington, l’onda lunga della richiesta di rinunciare. Wuerl è tra coloro che vengono presi di mira anche dal dossier firmato da Carlo Maria Viganò, il “comunicatoˮ scritto con il quale l’ex nunzio chiede le dimissioni di Papa Francesco. Secondo Viganò Wuerl non ha agito come doveva nei confronti del predecessore McCarrick.

    Nei giorni scorsi Wuerl è stato ricevuto riservatamente dal Papa e l’udienza non è comparsa tra quelle pubblicate. L’esito dell’incontro è stato l’invito a un discernimento comune con il clero diocesano. Tornato a Washington, Wuerl ha incontrato un centinaio di sacerdoti, alcuni dei quali hanno fatto interventi molto critici.

    Della udienza riservata, non riportata nell’agenda ufficiale del Pontefice pubblicata dalla Sala Stampa vaticana, ha dato notizia lo stesso cardinale nell’incontro con i preti, durante il quale ha confidato appunto di aver chiesto consiglio al Pontefice se consultarsi con loro sul suo futuro.

    Ieri una nuova lettera al clero, con la quale il porporato statunitense annuncia un ulteriore viaggio a Roma per discutere con il Papa della sua ormai imminente rinuncia. «Lunedì 3 settembre, prima della nostro annuale evento per il Labor Day, abbiamo avuto l’opportunità di pregare insieme e, come mi era stato richiesto dal nostro Santo Padre Papa Francesco, di discernere quale fosse per me la migliore decisione da prendere mentre affrontiamo nuove rivelazioni sull’estensione dell’orrore degli abusi clericali sui minori e dei fallimenti dei vescovi nel sorvegliare».

    «Il problema – continua Wuerl – è come iniziare in modo efficace un percorso per raggiungere un nuovo livello di guarigione per i sopravvissuti che hanno sofferto così tanto, e per i fedeli che sono a noi affidati e che sono stati anch’essi feriti dalla vergogna di queste azioni terribili, e hanno dei dubbi riguardo alla capacità del loro vescovo di gestire in modo adeguato la situazione».

    «È chiaro che una mia decisione – prima piuttosto che poi – è un aspetto essenziale perché questa Chiesa diocesana che tutti noi amiamo possa andare avanti. Come frutto del nostro discernimento intendo andare presto a Roma a incontrare il nostro Santo Padre a proposito della rinuncia che ho presentato quasi tre anni fa, il 12 novembre 2015».

    http://www.lastampa.it/2018/09/12/vaticaninsider/wuerl-scrive-ai-preti-vado-dal-papa-a-discutere-della-mia-rinuncia-qEzfTPpmBSaazwkXGkwPBK/pagina.html

  • Chaput: ho chiesto al Papa di annullare il Sinodo sui giovani

    Chaput: ho chiesto al Papa di annullare il Sinodo sui giovani

    L’arcivescovo di Philadelphia: in questo momento i vescovi non avrebbero alcuna credibilità a parlare di questo argomento
    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Ho chiesto al Papa di annullare il Sinodo». Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, uno dei primi vescovi statunitensi a pubblicare una dichiarazione di solidarietà all’ex nunzio Carlo Maria Viganò che domenica scorsa ha chiesto le dimissioni di Francesco, ha rivelato di aver scritto al Pontefice. Per convincerlo a non celebrare il Sinodo dei vescovi in programma il prossimo ottobre, dedicato ai giovani.

    Chaput è intervenuto il 30 agosto 2018 al “Cardinal’s Forumˮ, un incontro annuale per la formazione accademica di seminaristi e la formazione permanente dei laici. L’incontro, che si è svolto al Seminario San Carlo Borromeo, aveva come tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionaleˮ e vi hanno preso parte circa trecento persone.

    «Ho scritto al Santo Padre e l’ho invitato a cancellare l’imminente Sinodo sui giovani. In questo momento i vescovi non avrebbero assolutamente credibilità nell’affrontare questo argomento». È evidente la connessione con lo scandalo degli abusi sui minori scoppiato negli Stati Uniti con la pubblicazione del Pennsylvania report. Il portavoce della diocesi di Philadelphia Ken Gavin ha confermato che Chaput ha scritto al Pontefice, senza aggiungere altre informazioni.

    Non è confermato invece se la lettera dell’arcivescovo sia stata inviata a Francesco prima o dopo la pubblicazione del report dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò, che accusa Papa Bergoglio di aver coperto il cardinale molestatore e abusatore Theodore McCarrick arrivando a chiederne le dimissioni.

    Immediatamente dopo la pubblicazione del clamoroso “comunicatoˮ di Viganò, Chaput si era sentito in dovere di manifestare la sua solidarietà all’ex nunzio, attestandone la credibilità, senza aggiungere una parola sul Papa né sull’annessa richiesta di dimissioni.

    Ora l’arcivescovo di Philadelphia, che i confratelli vescovi statunitensi hanno eletto come uno dei loro rappresentanti al Sinodo, ritiene che questo andrebbe cancellato per prepararne un altro dedicato alla vita sacerdotale e alla responsabilità dei vescovi.

    http://www.lastampa.it/2018/08/31/vaticaninsider/chaput-ho-scritto-al-papa-chiedendogli-di-annullare-il-sinodo-sui-giovani-wS9QboiGNKhbx82Fwc6gRM/pagina.html?

  • La toppa del vaticanista pompiere

    La toppa del vaticanista pompiere

    Nell’ansia di screditare l’autore del documento, Andrea Tornielli finisce per mollare pure Ratzinger. E attribuisce a Viganò la firma (inesistente) della “Correctio filialis”

    Di Giorgio Gandola

    Angeli e demoni. Quando uno schizzo di verità cola su una tonaca candida mettendo in imbarazzo chi la indossa, i rimedi sono due: il silenzio contrito e distante o il pronto intervento di don Andrea. Come una candeggina. Poiché davanti all’eco mondiale delle parole di monsignor Carlo Maria Viganò non è possibile tacere, ecco scendere in campo Andrea Tornielli, vaticanista di lungo corso e di altro magistero, che sul sito Vatican Insider (autorevole finestra sui cortili d’Oltretevere inglobata nella Stampa) ieri ha provato a distruggere dalle fondamenta le accuse a papa Francesco. E lo ha fatto da difensore d’ufficio, da alabardiere svizzero con la penna al posto della picca col fiocco, applicando al caso la regola numero uno dello smontaggio mediatico: se non riesci a colpire il ragionamento, colpisci il ragionatore.

    Così Viganò si trasforma in un cupo prelato millenarista corroso dall’invidia neanche fosse uscito da Il nome della rosa; un opportunista che pretende di scoperchiare il verminaio della lobby gay davanti all’altare di Cristo ma si faceva fotografare con il cardinale Theodore McCarrick; un uomo confuso che parla per frustrazione contro sua santità Jorge Bergoglio senza averne motivo. E che farebbe parte di una de stabilizzatrice Spectre mondiale riconducibile ai firmatari della famosa “Correzione filiale” all’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia.

    Il problema delle difese d’ufficio è quasi sempre il trasporto, lo slittamento della frizione. Tornielli scrive che Viganò firmò quel documento eretico, ma del suo nome nel sito ufficiale correctiofilialis.org non c’è traccia. Lo stesso vaticanista spiegava nei giorni della lettera scarlatta, un anno fa: “A sorpresa il documento non contiene le firme di cardinali (…). Non compaiono nemmeno le firme di vescovi in comunione con Roma”. Impossibile che un fuoriclasse come lui abbia preso un buco.

    Nel comprendibile tentativo di gettarsi a corpo moro su papa Francesco per difenderlo dalle critiche, Tornielli sostiene che non del Pontefice argentino sia la colpa dello scandalo, semmai del suo predecessore Joseph Ratzinger “non in grado di far rispettare i suoi stessi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni” (il soggetto è sempre il pedofilo McCarrick). E qui sembra un altro giornalista, che evidentemente ha cambiato punto di vista sul Golgota della verità, non certo il coautore con Paolo Rodari del bestseller Attacco a Ratzinger contro chi osava sollevare il sopracciglio nei confronti di Benedetto XVI che nel 2012 (non è inutile ricordarlo) era il Papa in carica.

    Chi accusa di omissioni il mondo, talvolta finisce per omettere. Per esempio che monsignor Viganò non può essersi vendicato  per una mancata promozione di qualche mese fa poiché già nel 2011, proprio a Benedetto XVI, aveva denunciato la presenza di una potente lobby gay in Vaticano. E per questo suo amore di verità si giocò la carriera. Allora era vicegovernatore, in pole position per diventare governatore fra le sacre mura anche per le sue qualità amministrative: era riuscito ad ottenere un avanzo di 22 milioni limitando gli sprechi babilonesi dei preti. Ma pagò il so coraggio con un allontanamento punitivo in Africa deciso dall’allora segretario di stato, Tarcisio Bertone. Quando Ratzinger lo seppe stracciò la lettera d’incarico e gli cambiò destinazione, riconoscendogli lealtà e trasparenza, e attribuendogli il prestigioso ruolo di nunzio apostolico a Washington. Il prelato allegramente screditato dalle penne all’incenso, in realtà sacrificò il proprio futuro in nome della verità; sarebbe piaciuto a Gilbert Keith Chesterton e ai grandi cristiani della Storia. Dopo 7 anni ha continuato a pronunciarla, anzi a gridarla com’è giusto, perché il cancro della pedofilia continua ad albergare fra le tonache nonostante le dichiarazioni di principio di Bergoglio, applaudite dalla claque. Prima dell’estate il caso del ragazzo di Rozzano, abusato sessualmente da un prete coperto da Mario Delpini, è finito davanti alla platea dell’Onu a Ginevra. Non per la straordinarietà della vicenda, ma perché il sacerdote omertoso è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da papa Francesco, che ha (invano) il dossier della vittima sulla scrivania. Angeli, demoni e alabardieri fuori taglia. Ma la luce delle candele resta tremula, come la carne di troppi preti.

    (trascrizione da La Verità del giorno 29 agosto 2018)

  • Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

    Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

    Il diplomatico vaticano è stato condannato a 5 anni per pedopornografia, mentre preti abusatori seriali non hanno fatto un giorno di cella. La vicenda del cardinale americano solleva dubbi sui meccanismi di nomina

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    In questi giorni si saprà se monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere della nunziatura di Washington condannato in Vaticano a cinque anni di reclusione per possesso e scambio di «ingente quantità» di materiale pedopornografico, presenterà appello contro la sentenza. Circostanza che varie fonti vaticane danno per molto probabile. Lo spaccio di pedopornografia è uno dei reati più turpi e le legislazioni di moltissimi Stati – compreso quello della Città del Vaticano – si sono dotati di norme molto severe per punirlo. Capella non ha negato l’evidenza, ha ammesso la sua colpa, e ha spiegato di aver iniziato a frequentare spacciatori di pedopornografia sul web a causa di una crisi seguita dal suo trasferimento a Washington. Sul suo smartphone e sul suo computer sono stati trovati filmati e disegni espliciti. Solitudine, frustrazione per non essersi sentito valorizzato e per essersi trovato da solo, senza amici… Ovviamente il prelato doveva avere una predisposizione per quel genere di immagini shock, che includono bambini filmati in atti sessuali ed abusi, perché fortunatamente la pedopornografia non rappresenta un approdo diffuso per le crisi di adattamento o per gli eccessi di solitudine.

    Al di là della conclusione della vicenda giudiziaria vaticana, e del successivo processo canonico da celebrare contro l’ex consigliere di nunziatura, resta il paradosso: un prelato che ha sfogato le sue fantasie perverse compulsando immagini web dovrà scontare una condanna di cinque anni, mentre prelati che hanno effettivamente abusato di bambini e ragazzi adolescenti rovinando loro la vita, in diversi casi non fanno neanche un giorno di cella. Casi recenti e recentissimi di illustri fondatori o di prelati molto in vista (come insegna il caso cileno) lo dimostrano. È evidente che nel caso di Capella si è voluto, da parte delle autorità vaticane, dare il tono dell’esemplarità, per far vedere che contro il turpe fenomeno non si fanno sconti a nessuno. Ma il paradosso resta.

    L’altro caso a far scalpore è stato certamente quello del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington. Accusato di un abuso su un adolescente che sarebbe avvenuto 45 anni fa a New York, il prelato – già in pensione da anni – è stato sospeso dalle sue funzioni episcopali in attesa che la sua posizione si chiarisca. 

    Con McCarrick sono diventati quattro i porporati nominati durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II coinvolti in abusi (in tutto 231, creati nel corso di 9 concistori). Il primo è stato l’arcivescovo di Vienna Hans Hermann Groer: nominato a sorpresa quale successore del cardinale Franz König nel 1986, elevato alla porpora nel 1988, costretto a lasciare la guida della diocesi nel 1995 in seguito ad accuse di aver abusato, molti anni prima, alcuni seminaristi minorenni. Il secondo è stato il cardinale Keith O’Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edimburgo (Scozia), elevato alla porpora nel 2003, ritiratosi nel 2013 alla soglia del 75 anni senza partecipare al conclave perché accusato di aver abusato reiteratamente, negli Ottanta e Novanta, di due seminaristi e un prete (maggiorenni). Il terzo è il cardinale George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia, che si sta difendendo in Australia dall’accusa di aver abusato di minori. E ora si aggiunge McCarrick.

    Senza entrare nel merito delle singole vicende – nel caso di Pell, ad esempio, certe testimonianze lasciano aperti notevoli dubbi – non si può fare a meno di notare l’esistenza di un problema nel processo di nomina dei vescovi. A colpire del caso McCarrick, oltre all’accusa di aver abusato di un minore quando era un prete nella diocesi della Grande Mela, sono le notizie pubblicate nel comunicato del cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo della diocesi di Newark, il quale ha rivelato che «in passato, ci sono state accuse secondo le quali egli (McCarrick) era coinvolto in relazioni sessuali con adulti. Questa arcidiocesi e la diocesi di Metuchen hanno ricevuto tre accuse di cattiva condotta sessuale con adulti decenni fa; due di queste accuse hanno portato a dei risarcimenti». Nei tre casi riguardanti il passato di McCarrick – già vescovo – nessuno coinvolge minori, ma si parla di molestie a seminaristi e sacerdoti.

    Il cardinale Tobin ha specificato che mai a Newark si è avuta notizia di denunce per abusi su minori che coinvolgano l’emerito di Washington. E dunque, se non c’erano echi, è più che probabile che nulla si sapesse a Roma in merito alla denuncia che ora ha portato alla sospensione del porporato. Più difficile comprendere, invece, come si sia potuto nominare da Metuchen a Newark, e poi soprattutto da Newark a Washington (con promozione cardinalizia) un prelato che aveva risarcito dei maggiorenni vittime di molestie da lui commesse.

    Problemi legati all’esercizio della sessualità, che rivelano personalità non mature affettivamente, dovrebbero essere presi in considerazione prima dell’eventuale ordinazione sacerdotale. Ovviamente prima dell’eventuale ordinazione episcopale e creazione cardinalizia. C’è un evidente problema nel meccanismo di nomina dei vescovi, legato anche al potere delle cordate – le cadute morali non vengono valutate allo stesso modo – e delle lobby. E mostra tutti i suoi limiti anche la prassi delle nomine dirette, che scavalcano i normali iter (come avvenne ad esempio per Groer). Si tratta di vicende che sarebbe sciocco legare agli schieramenti ideali: dei quattro porporati sopra citati due risultano ascrivibili all’area cosiddetta progressista (O’Brien e McCarrick) e due all’area cosiddetta più conservatrice (Groer e Pell). Il caso McCarrick, al di là della specifica vicenda, rappresenta dunque un significativo segnale d’allarme che non è semplicemente legato al problema pedofilia o abusi sugli adolescenti, ma ancora una volta interroga i responsabili dei processi e della scelta dei criteri attraverso i quali si selezionano i vescovi.

    http://www.lastampa.it/2018/07/02/vaticaninsider/paradossi-del-caso-capella-e-il-termometro-del-caso-mccarrick-6VyTbiug2O2ieLz4Pm5DCK/pagina.html