Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Fino al 23 maggio la Conferenza episcopale italiana è riunita a Roma per affrontare, tra i vari temi, anche le nuove linee guida sulla tutela dei minori, parte di quella strategia di “tolleranza zero” contro la pedofilia all’interno della Chiesa che Papa Francesco intende perseguire. E proprio in concomitanza con questo importante incontro i famigliari di Alessandro, il ragazzo che secondo quanto stabilito dai giudici in primo grado ha subito abusi sessuali da parte di un prete, don Mauro Galli, hanno deciso di scrivere una lettera aperta all’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, chiedendone le dimissioni. Il motivo è l’incompatibilità col ruolo importante che l’ultimo Motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi” assegna ai vescovi metropoliti (cioè a capo delle grandi arcidiocesi, come Milano) nella tutela dei minori e nella segnalazione o denuncia di presunti casi di pedofilia nella Chiesa.

    Gli abusi sono avvenuti a Rozzano, vicino Milano

    Il caso degli abusi sessuali da parte di don Galli ai danni di Alessandro risale al dicembre 2011, quando il ragazzo aveva 15 anni. Secondo quanto hanno stabilito i giudici di primo grado a settembre dello scorso anno, don Mauro Galli, all’epoca parroco di Rozzano (hinterland di Milano), la sera del 19 dicembre 2011 avrebbe dormito nello stesso letto matrimoniale col ragazzino (circostanza confermata dal prete) e avrebbe abusato sessualmente di lui: accuse che invece il sacerdote ha sempre respinto. Don Galli aveva risarcito in via extragiudiziale la famiglia del ragazzo (che non si era costituita parte civile) con 100mila euro: una circostanza che era stata ritenuta una “discrasia evidente” dal pubblico ministero Lucia Minutella in sede di requisitoria. Alla fine il prete è stato condannato a sei anni e quattro mesi (contro i dieci anni e otto mesi chiesti dall’accusa).

    Il tentativo di insabbiare la vicenda

    Oltre all’aspetto giudiziario della vicenda, i famigliari di Alessandro e in particolare la madre hanno fin da subito denunciato il comportamento di molti esponenti di primo piano del clero lombardo, tra cui l’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini e l’attuale vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. I due prelati, secondo quanto emerso anche da documenti audio che poi sono confluiti negli atti del processo, venuti a conoscenza delle accuse rivolte a don Galli lo avrebbero spostato da Rozzano all’oratorio di Legnano, sempre a contatto con minori: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, aveva detto nel 2015 don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Alessandro. Proprio questo atteggiamento da parte dei prelati, percepito come un tentativo di insabbiamento da parte della famiglia del ragazzo abusato, aveva spinto la madre del giovane, molto cattolica, a decidere di rompere il muro del silenzio e a rivolgersi alla giustizia: “Io il prete (don Galli) l’ho perdonato – aveva detto la madre di Alessandro a Fanpage.it – ma la cosa che mi fa più male è che ci siano persone nella Chiesa che possano permettere che queste cose succedano anche ad altri ragazzi. È una cosa che non riesci ad accettare, ti sembra una cosa impossibile, soprattutto da parte della Chiesa”.

    Da qui la decisione dei famigliari di Alessandro di scrivere una lettera aperta a monsignor Mario Delpini, chiedendogli “per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano”. I famigliari contestano a monsignor Delpini i silenzi lunghi otto anni e la “maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema”. Comportamento che “stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia”. Di seguito il testo integrale della lettera.

    La lettera integrale all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini
    Dopo quasi otto anni di inutile attesa di un Suo cenno, a seguito dell’abominevole abuso sessuale (così come definito dalla sentenza di primo grado del Tribunale penale di Milano che esclude categoricamente ogni ragionevole dubbio) subìto da nostro figlio/nipote Alessandro, ad opera di don Mauro Galli – oggi condannato a sei anni e quattro mesi di carcere – abbiamo deciso di scriverLe noi. Il Suo incredibile e dirompente silenzio, rispetto alla Sua personale maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema – maldestro comportamento definito a suo tempo in questi precisi termini e per iscritto dal Cardinale Angelo Scola – stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia, obbligandoci quindi a contattarla scrivendoLe pubblicamente questa lettera aperta. Riteniamo che in otto lunghi anni, se avesse voluto fare il primo passo, avrebbe avuto tutto il tempo necessario per contattarci, dunque ora, per amore della Chiesa lo facciamo noi. Le scriviamo per chiederle con forza un passo indietro. Le chiediamo, per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano.

    Lo chiediamo in coerenza con quanto affermato da Papa Francesco in questi anni e in particolare in virtù del recentissimo Motu Proprio: “Vos Estis Lux Mundi”. Il pontificato di Papa Francesco è stato per buona parte caratterizzato dalla sua proclamata “Tolleranza Zero” nei confronti della piaga degli abusi sessuali da parte del clero ai danni permanenti di minori ed adulti vulnerabili. Altrettanta “Tolleranza Zero” viene costantemente proclamata anche nei confronti dei Vescovi, come Lei, che in diverse modalità hanno nascosto ed insabbiato tali crimini spostando i sacerdoti da una parrocchia all’altra, senza avviare alcuna Indagine Previa nonostante avessero contezza e fosse stato a loro esplicitamente segnalato un “presunto” abuso sessuale.

    Potremmo citare innumerevoli dichiarazioni pubbliche di Papa Francesco disponibili anche in video su internet dove condanna, senza “se” e senza “ma”, l’antica pratica di spostare i sacerdoti (sue testuali parole). Così come anche ha affermato più volte che i Vescovi risponderanno delle loro responsabilità o, ancora, le precisazioni circa la gravità delle omissioni di questo tipo nel Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”, come altrettanto previsto dalle specifiche linee guida emanate dalla CEI.

    Non occorre ripercorrere quanto già previsto, normato ed ulteriormente rafforzato dal Pontefice come anche è superfluo circostanziare gli avvenimenti che la riguardano personalmente rispetto alle sue specifiche responsabilità, le scelte da Lei fatte e le precise azioni, in quanto Lei stesso ha giurato alla Polizia di Stato e controfirmato il suo interrogatorio affermando che era a conoscenza del presunto abuso sessuale ai danni di nostro figlio/nipote ad opera del prete, segnalazione che Lei asserisce essergli arrivata puntualmente già della telefonata dell’allora parroco don Carlo Mantegazza due giorni dopo l’accaduto.

    Riferiva alla Polizia di aver ricevuto immediatamente la segnalazione dell’allora “presunto abuso sessuale” (testuali parole da Lei dichiarate e sottoscritte oltre che acquisite in Tribunale nel processo pubblico, senza alcuna rettifica ma, anzi, confermate da tutte le testimonianze, inclusa quella del Galli stesso). Riferiva addirittura che si era recato a Rozzano personalmente per raccogliere la testimonianza diretta di don Mauro Galli prima di decidere del suo trasferimento, il quale Galli, Lei ha giurato, Le ha subito confessato che si era portato a letto il minore (ben più che un semplice sospetto o indizio o ancora una inverosimile segnalazione anonima).

    Ciò nonostante ha deciso personalmente, assumendosene tutta la responsabilità, come dichiarato alla Polizia, di non avviare alcuna Indagine Previa (prevista dal diritto canonico, indagine canonica poi avviata ben QUATTRO anni dopo, e solo successivamente alle nostre innumerevoli segnalazioni al Cardinale Scola e poi al Cardinale Muller – allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede – e solo dopo l’avvio delle indagini della polizia a seguito della denuncia alla procura della Repubblica). Ha deciso personalmente di spostare immediatamente don Galli dalla parrocchia di Rozzano, dove è avvenuto l’abuso, alla vicina parrocchia di Legnano ancora nel contesto della pastorale giovanile come affermato da Lei sempre alla Polizia di Stato.

    Inoltre ha allertato lo studio legale Zanchetti, oltre che don Mauro, per mettersi in contatto per gestire la seccatura, ancora prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia come hanno svelato le indagini nel corso del Processo e ancora prima che fosse interrogato. Lei stesso, pur mentendo alla Polizia, ha affermato di non aver avuto fino ad allora alcun contato con lo studio legale (avvenimento palesemente smentito appunto dalle intercettazioni telefoniche) come si può facilmente riscontrare anche sugli innumerevoli articoli pubblicati sul caso.

    Alla luce del delicatissimo incarico che recentemente il Santo Padre ha riservato ai Vescovi Metropoliti come Lei – preposti per accogliere le segnalazioni di eventuali insabbiamenti da parte di altri vescovi in relazione a presunti abusi sessuali ad opera di clerici, incarico delicato proprio perché riguarda il primo discernimento, la valutazione della verosimiglianza delle segnalazioni e quindi la decisione se avviare le indagini il cui esito deve essere avviato a Roma – risulta evidente che non può ricoprire tale incarico chi ritiene tollerabile portarsi a letto un minore. E’ un dato di fatto che Lei ha ritenuto tollerabile tale comportamento tanto da non ritenere necessario avviare alcuna indagine e nemmeno allontanare cautelativamente il prete dai minori, dagli oratori, dalle gite estive con tanto di pernottamento… E’ un dato di fatto che anche oggi lo ritiene tollerabile altrimenti, per coerenza e rispetto della Chiesa, si sarebbe già da tempo messo da parte.

    Altrettanto evidente è la palese incompatibilità della Sua nomina per questo ruolo riservato dal Pontefice ai Vescovi Metropoliti. Si evidenzia, senza ombra di dubbio, l’inequivocabile conflitto di interesse, ma anche la contrapposizione con quanto fermamente promulgato dal Santo Padre. Lei si è posto chiaramente in una condizione perenne di ricattabilità: qualunque Vescovo che, in futuro o per vicende del passato che verranno a Lei segnalate, si comporterà maldestramente insabbiando, o  semplicemente sposterà un sacerdote sospettato di abusi sessuali o sacerdote che si è portato a letto un minore, (e ancora qualunque vescovo che in tali casi non avvi o non abbia avviato alcuna indagine previa) – Vescovi  sui quali lei dovrebbe indagare e decidere se procedere – le potrà sempre rinfacciare che Lei stesso si è comportato nel medesimo modo.

    Come potrebbe dunque essere credibile? Come potrebbe, solo per citare già un primo esempio concreto, giudicare ed indagare sul comportamento del Vescovo Pierantonio Tremolada che, insieme a Lei, non ha segnalato il caso di don Mauro Galli ma, viceversa, lo ha coperto spostandolo a Legnano ancora in oratorio solo con i bambini? O il Santo Padre decide di rinunciare pubblicamente alla “Tolleranza Zero”, stabilendo pubblicamente che portarsi a letto un minore è ritenuto ammissibile e tollerabile e quindi i Vescovi possono tranquillamente e semplicemente spostare tale sacerdoti da una parrocchia all’altra liberi di continuare a portarsi a letto altri bambini senza allertare nessuno (tanto meno i genitori come esattamente avvenuto a Legnano), oppure è evidente che Lei non potrà più ricoprire la carica di Arcivescovo.

    Oltre ad auto-sospendersi dovrebbe auto-denunciarsi alla Congregazione per la dottrina Della Fede, rimettendo quindi immediatamente il suo mandato al Santo Padre, per evitargli almeno di doversi esporre personalmente nel prendere, o non prendere Lui stesso, tale provvedimento. Certi che per il bene della Chiesa, la quale speriamo non vorrà già ipocritamente creare una prima eccezione a pochi giorni dall’emanazione del Motu Proprio, rendendo esplicita e pubblica in tal caso la non Tolleranza Zero a favore di una inaccettabile “discreta tolleranza” in materia di abusi (per altro in questo caso ai massimi livelli della gerarchia), oltre che la non credibilità e autorevolezza del Sommo Pontefice, Lei stesso, anche se estremamente tardivamente, possa porre fine a questa tristissima ipocrisia. La ringraziamo per il suo atto dovuto.

    I familiari della vittima di don Mauro Galli
    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-da-un-prete-la-lettera-della-mamma-larcivescovo-di-milano-delpini-si-dimetta/

  • LETTERA APERTA ALL’ARCIVESCOVO DI MILANO, MONS. MARIO DELPINI

    LETTERA APERTA ALL’ARCIVESCOVO DI MILANO, MONS. MARIO DELPINI

    Sua eccellenza Arcivescovo Mario Delpini

    e p.c.

    Sua Santità Papa Francesco,

    Sua eminenza Cardinale Ladaria Ferrer

    e sua eminenza Cardinale Gualtiero Bassetti,

    dopo quasi otto anni di inutile attesa di un Suo cenno, a seguito dell’abominevole abuso sessuale (così come definito dalla sentenza di primo grado del Tribunale penale di Milano che esclude categoricamente ogni ragionevole dubbio) subìto da nostro figlio/nipote Alessandro, ad opera di don Mauro Galli – oggi condannato a sei anni e quattro mesi di carcere – abbiamo deciso di scriverLe noi.

    Il Suo incredibile e dirompente silenzio, rispetto alla Sua personale maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema – maldestro comportamento definito a suo tempo in questi precisi termini e per iscritto dal Cardinale Angelo Scola – stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia, obbligandoci quindi a contattarla scrivendoLe pubblicamente questa lettera aperta.

    Riteniamo che in otto lunghi anni, se avesse voluto fare il primo passo, avrebbe avuto tutto il tempo necessario per contattarci, dunque ora, per amore della Chiesa lo facciamo noi.

    Le scriviamo per chiederle con forza un passo indietro. Le chiediamo, per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano.

    Lo chiediamo in coerenza con quanto affermato da Papa Francesco in questi anni e in particolare in virtù del recentissimo Motu Proprio: “Vos Estis Lux Mundi”.

    Il pontificato di Papa Francesco è stato per buona parte caratterizzato dalla sua proclamata “Tolleranza Zero” nei confronti della piaga degli abusi sessuali da parte del clero ai danni permanenti di minori ed adulti vulnerabili. Altrettanta “Tolleranza Zero” viene costantemente proclamata anche nei confronti dei Vescovi, come Lei, che in diverse modalità hanno nascosto ed insabbiato tali crimini spostando i sacerdoti da una parrocchia all’altra, senza avviare alcuna Indagine Previa nonostante avessero contezza e fosse stato a loro esplicitamente segnalato un “presunto” abuso sessuale.

    Potremmo citare innumerevoli dichiarazioni pubbliche di Papa Francesco disponibili anche in video su internet dove condanna, senza “se” e senza “ma”, l’antica pratica di spostare i sacerdoti (sue testuali parole). Così come anche ha affermato più volte che i Vescovi risponderanno delle loro responsabilità o, ancora, le precisazioni circa la gravità delle omissioni di questo tipo nel Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”, come altrettanto previsto dalle specifiche linee guida emanate dalla CEI.

    Non occorre ripercorrere quanto già previsto, normato ed ulteriormente rafforzato dal Pontefice come anche è superfluo circostanziare gli avvenimenti che la riguardano personalmente rispetto alle sue specifiche responsabilità, le scelte da Lei fatte e le precise azioni, in quanto Lei stesso ha giurato alla Polizia di Stato e controfirmato il suo interrogatorio affermando che era a conoscenza del presunto abuso sessuale ai danni di nostro figlio/nipote ad opera del prete, segnalazione che Lei asserisce essergli arrivata puntualmente già della telefonata dell’allora parroco don Carlo Mantegazza due giorni dopo l’accaduto.

    Riferiva alla Polizia di aver ricevuto immediatamente la segnalazione dell’allora “presunto abuso sessuale” (testuali parole da Lei dichiarate e sottoscritte oltre che acquisite in Tribunale nel processo pubblico, senza alcuna rettifica ma, anzi, confermate da tutte le testimonianze, inclusa quella del Galli stesso). Riferiva addirittura che si era recato a Rozzano personalmente per raccogliere la testimonianza diretta di don Mauro Galli prima di decidere del suo trasferimento, il quale Galli, Lei ha giurato, Le ha subito confessato che si era portato a letto il minore (ben più che un semplice sospetto o indizio o ancora una inverosimile segnalazione anonima).

    Ciò nonostante ha deciso personalmente, assumendosene tutta la responsabilità, come dichiarato alla Polizia, di non avviare alcuna Indagine Previa (prevista dal diritto canonico, indagine canonica poi avviata ben QUATTRO anni dopo, e solo successivamente alle nostre innumerevoli segnalazioni al Cardinale Scola e poi al Cardinale Muller – allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede – e solo dopo l’avvio delle indagini della polizia a seguito della denuncia alla procura della Repubblica).

    Ha deciso personalmente di spostare immediatamente don Galli dalla parrocchia di Rozzano, dove è avvenuto l’abuso, alla vicina parrocchia di Legnano ancora nel contesto della pastorale giovanile come affermato da Lei sempre alla Polizia di Stato.

    Inoltre ha allertato lo studio legale Zanchetti, oltre che don Mauro, per mettersi in contatto per gestire la seccatura, ancora prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia come hanno svelato le indagini nel corso del Processo e ancora prima che fosse interrogato. Lei stesso, pur mentendo alla Polizia, ha affermato di non aver avuto fino ad allora alcun contato con lo studio legale (avvenimento palesemente smentito appunto dalle intercettazioni telefoniche) come si può facilmente riscontrare anche sugli innumerevoli articoli pubblicati sul caso.

    Alla luce del delicatissimo incarico che recentemente il Santo Padre ha riservato ai Vescovi Metropoliti come Lei – preposti per accogliere le segnalazioni di eventuali insabbiamenti da parte di altri vescovi in relazione a presunti abusi sessuali ad opera di clerici, incarico delicato proprio perché riguarda il primo discernimento, la valutazione della verosimiglianza delle segnalazioni e quindi la decisione se avviare le indagini il cui esito deve essere avviato a Roma – risulta evidente che non può ricoprire tale incarico chi ritiene tollerabile portarsi a letto un minore.

    E’ un dato di fatto che Lei ha ritenuto tollerabile tale comportamento tanto da non ritenere necessario avviare alcuna indagine e nemmeno allontanare cautelativamente il prete dai minori, dagli oratori, dalle gite estive con tanto di pernottamento… E’ un dato di fatto che anche oggi lo ritiene tollerabile altrimenti, per coerenza e rispetto della Chiesa, si sarebbe già da tempo messo da parte.

    Altrettanto evidente è la palese incompatibilità della Sua nomina per questo ruolo riservato dal Pontefice ai Vescovi Metropoliti. Si evidenzia, senza ombra di dubbio, l’inequivocabile conflitto di interesse, ma anche la contrapposizione con quanto fermamente promulgato dal Santo Padre.

    Lei si è posto chiaramente in una condizione perenne di ricattabilità: qualunque Vescovo che, in futuro o per vicende del passato che verranno a Lei segnalate, si comporterà maldestramente insabbiando, o  semplicemente sposterà un sacerdote sospettato di abusi sessuali o sacerdote che si è portato a letto un minore, (e ancora qualunque vescovo che in tali casi non avvi o non abbia avviato alcuna indagine previa) – Vescovi  sui quali lei dovrebbe indagare e decidere se procedere – le potrà sempre rinfacciare che Lei stesso si è comportato nel medesimo modo.

    Come potrebbe dunque essere credibile? Come potrebbe, solo per citare già un primo esempio concreto, giudicare ed indagare sul comportamento del Vescovo Pierantonio Tremolada che, insieme a Lei, non ha segnalato il caso di don Mauro Galli ma, viceversa, lo ha coperto spostandolo a Legnano ancora in oratorio solo con i bambini?

    O il Santo Padre decide di rinunciare pubblicamente alla “Tolleranza Zero”, stabilendo pubblicamente che portarsi a letto un minore è ritenuto ammissibile e tollerabile e quindi i Vescovi possono tranquillamente e semplicemente spostare tale sacerdoti da una parrocchia all’altra liberi di continuare a portarsi a letto altri bambini senza allertare nessuno (tanto meno i genitori come esattamente avvenuto a Legnano), oppure è evidente che Lei non potrà più ricoprire la carica di Arcivescovo.

    Oltre ad auto-sospendersi dovrebbe auto-denunciarsi alla Congregazione per la dottrina Della Fede, rimettendo quindi immediatamente il suo mandato al Santo Padre, per evitargli almeno di doversi esporre personalmente nel prendere, o non prendere Lui stesso, tale provvedimento.

    Certi che per il bene della Chiesa, la quale speriamo non vorrà già ipocritamente creare una prima eccezione a pochi giorni dall’emanazione del Motu Proprio, rendendo esplicita e pubblica in tal caso la non Tolleranza Zero a favore di una inaccettabile “discreta tolleranza” in materia di abusi (per altro in questo caso ai massimi livelli della gerarchia), oltre che la non credibilità e autorevolezza del Sommo Pontefice, Lei stesso, anche se estremamente tardivamente, possa porre fine a questa tristissima ipocrisia.

    La ringraziamo per il suo atto dovuto.

    I familiari della vittima di don Mauro Galli

  • La lettera aperta che inchioda monsignor Delpini: «Lei ha insabbiato l’abuso di mio figlio, si dimetta»

    La lettera aperta che inchioda monsignor Delpini: «Lei ha insabbiato l’abuso di mio figlio, si dimetta»

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Dopo inutili (quanto vani) tentativi di parlare con Papa Francesco dell’abuso sessuale subito dal figlio minorenne da parte di un sacerdote di Milano – don Mauro Galli – nel frattempo condannato a sei anni e quattro mesi di carcere da un tribunale civile – la mamma della vittima, Cristina Balestrini, coraggiosa e per nulla intimidita dal clima di muro di gomma delle gerarchie ecclesiastiche italiane, ha preso carta e penna per indirizzare una lettera aperta all’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, accusandolo di avere sostanzialmente insabbiato il caso.

    Solo il coraggio di una mamma poteva infrangere ogni misura e trovare la forza d’animo per alzare la voce e chiedere giustizia. Stavolta la giustizia della Chiesa.

    Cristina si rivolge a Delpini con toni incalzanti e garbati. «Lei, con il suo incredibile e dirompente silenzio, rispetto alla sua personale maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema – maldestro comportamento definito a suo tempo in questi precisi termini e per iscritto dal Cardinale Angelo Scola – stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia, obbligandoci quindi a contattarla scrivendole pubblicamente questa lettera aperta».

    Per la famiglia del ragazzo sono stati otto lunghi anni di silenzio e di sofferenze.

    «Le scrivo per chiederle con forza un passo indietro. Glielo chiedo, a nome di tutti i miei familiari, per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano. Lo chiediamo in coerenza con quanto affermato da Papa Francesco in questi anni e in particolare in virtù del recentissimo Motu Proprio: “Vos Estis Lux Mundi».

    Cristina non si arresta nell’indicare che la proclamata “Tolleranza Zero” nei confronti della piaga degli abusi sessuali da parte del clero viene proclamata anche da «vescovi che come Lei, in diverse modalità hanno nascosto ed insabbiato tali crimini spostando i sacerdoti da una parrocchia all’altra, senza avviare alcuna Indagine».

    La lettera riferisce per filo e per segno tutti i passaggi di questo caso, le indagini fatte dalla polizia, gli interrogatori, i verbali, i documenti che inchiodano sia Mauro Galli che i suoi superiori come persone che hanno coperto gli abusi.

    «Lei monsignor Delpini ha deciso personalmente di spostare immediatamente don Galli dalla parrocchia di Rozzano, dove è avvenuto l’abuso, alla vicina parrocchia di Legnano ancora nel contesto della pastorale giovanile come affermato da Lei sempre alla Polizia di Stato. Inoltre ha allertato lo studio legale Zanchetti, oltre che don Mauro, per mettersi in contatto per gestire la seccatura, ancora prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia come hanno svelato le indagini nel corso del Processo e ancora prima che fosse interrogato. Lei stesso, pur mentendo alla Polizia, ha affermato di non aver avuto fino ad allora alcun contato con lo studio legale (avvenimento palesemente smentito appunto dalle intercettazioni telefoniche) come si può facilmente riscontrare anche sugli innumerevoli articoli pubblicati sul caso».

    La signora Cristina è decisa ad andare fino in fondo. Non si fermerà. «O il Santo Padre decide di rinunciare pubblicamente alla “Tolleranza Zero”, stabilendo pubblicamente che portarsi a letto un minore è ritenuto ammissibile e tollerabile e quindi i Vescovi possono tranquillamente e semplicemente spostare tale sacerdoti da una parrocchia all’altra liberi di continuare a portarsi a letto altri bambini senza allertare nessuno (tanto meno i genitori come esattamente avvenuto a Legnano), oppure è evidente che Lei non potrà più ricoprire la carica di Arcivescovo».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_pedofilia_abusi_cei_delpini_vescovi-4503869.html
    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webp2019/05/20/lettera-aperta-allarcivescovo-di-milano-mons-mario-delpini/

  • Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Nel 2011 sorvolò sulle molestie di un prete. Oggi avrebbe l’obbligo di autoaccusarsi

    di Giorgio Gandola

    Più che Vos estis lux mundi, il motu proprio di Papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa avrebbe dovuto intitolarsi più prosaicamente Repetita iuvant. Perché dogmi, indicazioni e regole dell’ultima lettera vaticana in realtà non sono altro che la riproposizione con differenti termini (e qualche invito operativo in più) del motu proprio precedente sul tema, quel Come una madre amorevole del luglio 2016 che avrebbe dovuto porre argine al dilagare del peccato in tonaca. Se fossimo in Parlamento, li chiameremmo i decreti attuativi di principi tante volte ripetuti e altrettante volte calpestati.

    “Voi siete la luce del mondo”, scriveva Matteo nel suo vangelo. E la luce dovrebbe illuminare la verità nei drammi personali di minorenni abusati da preti, troppo spesso messi in un angolo dalle diocesi di riferimento in attesa che entrino nel dimenticatoio. La luce di un percorso virtuoso determinato – come sottolinea quest’ultima lettera apostolica – dall’obbligo di denuncia dei presunti abusi da parte di sacerdoti e chierici alle autorità religiose. Ma tre anni fa il pontefice sottolineava con insolito vigore: “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi; ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto. Fra le cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare nei casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Morale: chi insabbia, chi intorbida le acque, sarà punito. L’obbligo di segnalazione era esplicito anche nel 2016. Cosa che non si è quasi mai verificata.

    A fare realmente la differenza in difesa delle vittime di violenze sessuali da parte dei preti sarebbe una frase che il Papa non firmerà mai: “I sacerdoti a conoscenza di abusi sui minori dovranno denunciare i fatti contestualmente all’autorità religiosa locale e a quella giudiziaria”. Fino a quel giorno nessun passo in avanti potrà essere considerato tale. E non si tratta di pretese originali, perché in numerosi Paesi del mondo l’ordinamento giudiziario prevede l’obbligo di denuncia per i prelati. Per introdurlo in Italia si dovrebbero rivedere i Patti Lateranensi.

    Nel motu proprio di Papa Francesco la vera novità è l’identificazione di un coordinatore delle indagini, l’arcivescovo metropolita che riceve dalla Santa Sede il mandato ad investigare nel caso del coinvolgimento di un vescovo per comportamenti omissivi, per coperture indebite, per non avere voluto perseguire l’abuso di cui era venuto a conoscenza. Molti giornali, nell’esemplificare il ruolo centrale in questo tipo di indagine, hanno fatto l’esempio dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini. E è giusto perché nel caso in cui avvenisse un abuso coperto da un suo sottoposto sarebbe proprio lui a dover raccogliere gli indizi e “trasmettere alla Santa Sede un’informativa sullo stato delle indagini entro 30 giorni”.

    Tutto ciò ha un aspetto singolare perché proprio Delpini,  nel caso dell’abuso su un ragazzo di 15 anni da parte di don Mauro Galli (condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi), in qualità di vicario episcopale spostò il prete da Rozzano a Legnano senza approfondire la vicenda e senza aprire l’obbligatoria indagine previa. A tal punto da venire criticato dall’allora arcivescovo Angelo Scola. L’abuso, risalente al 2011, venne alla luce sono quattro anni dopo, quando la vittima lo denunciò ai carabinieri.

    Secondo il motu proprio del Papa, oggi monsignor Delpini dovrebbe indagare sé stesso. Qualche volta la luce del mondo passa dalle fessure più inattese.

    (trascrizione da La Verità del 11 maggio 2019)

  • BEFFA VATICANA – La vittima di abusi che accusa Delpini mandata da Bassetti a parlare con lui

    BEFFA VATICANA – La vittima di abusi che accusa Delpini mandata da Bassetti a parlare con lui

    Decisione beffa della Cei dopo i propositi del summit vaticano anti pedofilia. Rete l’Abuso chiede di punire l’arcivescovo per il caso don Galli. La Chiesa li farà ricevere dal comitato in cui c’è pure il legale della diocesi

    di Giorgio Gandola

    A pochi giorni dai buoni propositi usciti dal summit vaticano anti pedofilia, per le vittime è già arrivata la beffa. La Rete l’Abuso, che chiede provvedimenti contro l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, per la gestione del caso del prete molestatore don Galli ha ricevuto una risposta dalla Cei. L’associazione dovrà rivolgersi alla commissione istituita dallo stesso Delpini e nella quale c’è anche l’avvocato che difese il sacerdote condannato.

    L’appello: “Chiediamo soltanto giustizia”. La risposta: “Avete diritto alla giustizia”. In teoria c’è unità d’intenti, anzi una consonanza totale fra vittime dei preti pedofili e l’istituzione ecclesiastica incarnata dal suo rappresentante più alto, l’uomo più vicino a Dio, vale a dire il Papa. E questo connubio finalmente saldato dall’abbraccio cercato e voluto dalla Chiesa dovrebbe essere ancora più forte dopo il summit mondiale tenutosi in Vaticano la scorsa settimana (titolo “La protezione dei minori nella Chiesa”), presieduto dal Pontefice in persona e organizzato per dare un segnale concreto contro la piaga che più imbarazza il cattolicesimo del terzo millennio.

    Rompere il codice del silenzio, illuminare penombre purtroppo abituali: ecco le priorità indicate dal Pontefice e dai suoi fedelissimi per “far sì che i crimini non si ripetano e i luoghi della Chiesa siano sicuri per i minori”, come ha sottolineato con sincera enfasi Francesco nel discorso finale, annunciando un altro motu proprio dopo quello dal titolo “Come una madre amorevole”, per codificare meglio la prevenzione e il contrasto agli abusi. Questo in linea di principio, ma per comprendere che la realtà rimane altra cosa rispetto alle buone intenzioni e che (parafrasando un motto di Anton Cechov) “Mosca è lontana”, basta leggere una lettera.

    Ha l’intestazione della Conferenza episcopale italiana, è firmata dal presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, ed è datata 21 febbraio, giorno d’inizio del summit mondiale antipedofilia a Roma. Con la missiva, il numero uno dei vescovi risponde alla richiesta di ascolto delle vittime da parte dell’associazione Rete l’Abuso, che riporta come esempio di omertà e di cattiva applicazione dei dettami papali (già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stigmatizzarono l’insabbiamento e l’omissione) il comportamento dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, nella gestione del caso di abuso sessuale sul giovane Alessandro Battaglia.

    Il ragazzo, che al tempo dei fatti aveva 15 anni, nel dicembre 2011 fu invitato a “dormire nel lettone” da un sacerdote, don Mauro Galli, condannato per ciò che accadde quella notte a 6 anni e 8 mesi in primo grado dal tribunale di Milano. E i due alti prelati (allora vicario episcopale e responsabile dei giovani sacerdoti) si limitarono a trasferirlo dall’oratorio di Rozzano a quello di Legnano, sempre a contatto con adolescenti. Non aprirono l’indagine previa (prevista dal diritto canonico) fino a quando la famiglia, scossa dagli scompensi psicologici del ragazzo e dalle melliflue risposte dell’arcidiocesi alla quale da ferventi cattolici si erano affidati, non decise di varcare la soglia di una stazione dei carabinieri per la denuncia penale.

    Ebbene, cosa risponde il cardinal Bassetti alle vittime degli abusi, quindi anche a questi genitori che chiedono giustizia con l’apertura di un procedimento che chiarisca quei fatti, con il coinvolgimento del massimo rappresentante della Chiesa meneghina? “Abbiamo proposto a tutti i vescovi italiani di ascoltare le vittime che si presentassero, con calma ed empatia, per rendersi conto della profondità delle ferite, dell’umiliazione, della vergogna, del senso di colpa, della repulsione verso la vita”.

    Il presidente dei vescovi rimanda dunque alla commissione di esperti diocesana per la tutela dei minori. A Milano c’è, è stata istituita proprio dall’arcivescovo Delpini all’inizio di febbraio con presidente il vicario generale, monsignor Franco Maria Agnesi, ed è composta da dodici membri come gli apostoli, nove sacerdoti e tre laici. Il paradosso sta nell’indirizzare le vittime verso un consesso di persone incaricate da colui che non applicando la “tolleranza zero” si attirò le critiche del suo predecessore, Angelo Scola. E, come sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso, “dovrebbe per questo essere rimosso”.

    Ma c’è un ulteriore motivo di imbarazzo. Nella commissione siede il professor Mario Zanchetti, principe del foro di Milano, da 15 anni legale ufficiale dell’arcidiocesi, che nel recente processo per abusi difendeva don Galli. C’è qualcosa di surreale in tutto questo, un corto circuito che lascia esterrefatti. E come puntualizza un parente della vittima: “Dovremmo chiedere all’avvocato Zanchetti, che nel processo rappresenta la controparte e difendeva un prete pedofilo, di impegnarsi a far avere la verità al Papa sul coinvolgimento di Delpini e Tremolada affinché applichi la tolleranza zero ribadita nel summit a Roma e rimuova Delpini, cioè un cliente di Zanchetti stesso? La pare normale? È questo l’esito del summit?”.

    La decisione di istituire una commissione con il compito di “suggerire quanto è necessario e opportuno introdurre in diocesi per la più efficace prevenzione di abusi sui minori o sugli adulti che hanno un uso imperfetto della ragione e che possono essere compiuti da quanti rivestono compiti educativi nelle realtà diocesane”, è certamente un passo avanti rispetto alla polvere sotto il tappeto e a quel “silenzio e preghiera” che talvolta nasconde inquietanti penombre. Ma in questo caso la mossa del cardinal Bassetti è improvvida: pare come minimo inopportuno rimandare le vittime davanti a chi fece muro contro di loro. In un’aula di tribunale la legittima suspicione sarebbe automatica, qui sembra tutto normale. Nonostante le buone intenzioni e il marketing curiale, la via della trasparenza sembra ancora lunga.

    (trascrizione da La Verità del 2 marzo 2019)

  • Left, Giustizia divina, una denuncia e Rete L’Abuso

    Left, Giustizia divina, una denuncia e Rete L’Abuso

    La Rete L’Abuso ha denunciato presso la procura di Savona i cosiddetti quattro “casi Viganò” italiani. Quattro significative storie di pedofilia nella Chiesa insabbiate dalle gerarchie ecclesiastiche. Left è l’unico giornale che a livello nazionale se ne è occupato costantemente.

    Queste inchieste sono state approfondite dal redattore di Left Federico Tulli e da Emanuela Provera nel loro libro Giustizia divina (Casa Editrice Chiarelettere, 2018) Con il nostro giornalista, ne parlano in studio Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, e Mario Caligiuri, avvocato del foro di Roma * Per la legge vaticana sono prima di tutto dei peccatori, come tali devono espiare secondo i canoni della giustizia divina. Il libro Giustizia divina rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere.

    C’è una giustizia parallela che con il benestare dello Stato italiano – che a volte sfocia nella complicità come denuncia Rete L’Abuso in questo video -, opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. Una giustizia parallela che è la parte più occulta dei numerosi privilegi riconosciuti al mondo ecclesiastico in virtù del Concordato. Benefici che rendono migliaia di cittadini italiani – vescovi, cardinali, parroci, preti suore sacerdoti etc – più cittadini degli altri.

    L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli – che da anni sul settimanale Left segue con inchieste e approfondimenti queste tematiche molto scomode per il Vaticano, la Chiesa e l’Italia – hanno attraversato il Belpaese visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà” e parlando con chi li gestisce e chi vi è assistito. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici.

    C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. «La “posseduta” è una donna e madre di famiglia. È seduta alla sinistra dell’altare, indossa una felpa, un paio di jeans, scarpe da ginnastica; ha i capelli corti e un viso serio e cupo. La pelle olivastra, gli occhi marrone scuro.

    Due uomini e una donna le stanno vicino, le pongono un plaid sulle gambe perché la chiesa è piuttosto fredda e umida; la testa della “posseduta” è appoggiata al muro, dietro le mettono un cuscino nero. L’esorcista è inginocchiato, rivolto verso i fedeli, con gli occhi chiusi». Ci siamo anche noi, abbiamo avuto il permesso di assistere. E nel libro in presa diretta viene raccontato cosa (non) accade durante un esorcismo. E anche come e dove si formano i nuovi “cacciatori del demonio”. Lo sapevate che ogni anno a Roma presso l’università dei Legionari di Cristo si svolge un master per esorcisti? I due autori sono stati anche lì. Attraverso gli esorcisti da tempo la Chiesa cattolica ha lanciato la sua personale battaglia contro le sette, le pratiche esoteriche, magiche o sataniche. Non che in Italia siano particolarmente diffuse ma un esorcista in ogni diocesi era un progetto di Benedetto XVI e in Italia è stato ormai quasi del tutto realizzato.

    A Milano, per dire, nel 2012 il cardinale Angelo Scola ha nominato dodici nuovi sacerdoti, e c’è anche un call center per consentire alle persone di mettersi in contatto con loro. La «guerra contro il demonio», che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto Paolo VI e Giovanni Paolo II come esponenti di spicco, ha trovato nuovo vigore con papa Francesco. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come il pontefice argentino abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato». E da allora non si è più fermato, fino ad arrivare a una netta presa di posizione quando il 20 settembre 2016 ad Assisi, davanti a oltre cinquecento leader religiosi e politici di tutto il mondo, ha affermato: «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti». Oltre ad essere, sempre secondo la Chiesa, il responsabile della pedofilia, degli scandali finanziari, etc etc etc Seguici anche su Facebook! https://www.facebook.com/LeftAvvenime…

  • Savona SABATO 1 DICEMBRE “Giustizia divina” alla UBIK la presentazione del libro che finisce all’ONU e in un’integrazione che Rete L’ABUSO depositerà alla procura Savona

    Savona SABATO 1 DICEMBRE “Giustizia divina” alla UBIK la presentazione del libro che finisce all’ONU e in un’integrazione che Rete L’ABUSO depositerà alla procura Savona

    Per la prima volta ricostruita la mappa dei siti segreti in cui la Chiesa italiana nasconde i preti scomodi affinché espiino i loro “peccati” lontano da occhi e giornalisti indiscreti. Strutture in cui vengono assistiti e curati quelli che il Vaticano definisce sacerdoti in difficoltà: pedofili, efebofili, ludopatici, alcolisti, in crisi vocazionale, affetti da sindromi varie (burn out, depressione etc). Un’inchiesta unica nel suo genere che interseca anche il mondo dell’esorcismo. È difatti l’Italia il Paese con più esorcisti al mondo. Come mai? Lo scoprirete leggendo GIUSTIZIA DIVINA.

    «In parrocchia arrivò un sacerdote che, a mio parere, aveva un problema serio con i bambini. Mi sembrava di aver fatto una cosa giusta denunciandolo, ma sono stato percepito come un disturbatore» [Dalla testimonianza di un ex prete].
    «…Ed è stato grazie alla nostra inchiesta sul caso di Giada Vitale che l’avvocato Caligiuri e la Rete L’abuso hanno iniziato a raccogliere gli elementi per presentare un esposto contro il governo italiano reo di aver violato la convenzione di Lanzarote sui diritti dei minori e la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza». [Dall’introduzione di Giustizia divina; il libro è stato allegato alle denunce come fonte di possibili notizie di reato]
    *
    Questo libro rompe un altro muro di silenzio sui privilegi del Vaticano. Che fine fanno i sacerdoti denunciati per abusi, truffe o altri reati? Pochissimi finiscono in carcere. Per la legge vaticana sono prima di tutto dei peccatori, come tali devono espiare secondo i canoni della giustizia divina. C’è una giustizia parallela che opera attraverso l’aspersorio, la preghiera, l’espiazione, perfino l’esorcismo. L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente, il ladro che ruba i soldi delle offerte, storie di truffe, bancarotte, appropriazioni indebite. C’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona.

    «La “posseduta” è una donna e madre di famiglia. È seduta alla sinistra dell’altare, indossa una felpa, un paio di jeans, scarpe da ginnastica; ha i capelli corti e un viso serio e cupo. La pelle olivastra, gli occhi marrone scuro. Due uomini e una donna le stanno vicino, le pongono un plaid sulle gambe perché la chiesa è piuttosto fredda e umida; la testa della “posseduta” è appoggiata al muro, dietro le mettono un cuscino nero. L’esorcista è inginocchiato, rivolto verso i fedeli, con gli occhi chiusi». Ci siamo anche noi, abbiamo avuto il permesso di assistere. E nel nostro libro in presa diretta raccontiamo cosa (non) accade durante un esorcismo. E anche come e dove si formano i nuovi “cacciatori del demonio”. Lo sapevate che ogni anno a Roma presso l’università dei Legionari di Cristo si svolge un master per esorcisti? Siamo stati anche lì.

    Attraverso gli esorcisti da tempo la Chiesa cattolica ha lanciato la sua personale battaglia contro le sette, le pratiche esoteriche, magiche o sataniche. Non che in Italia siano particolarmente diffuse ma un esorcista in ogni diocesi era un progetto di Benedetto XVI e in Italia è stato ormai quasi del tutto realizzato. A Milano, per dire, nel 2012 il cardinale Angelo Scola ha nominato dodici nuovi sacerdoti, e c’è anche un call center per consentire alle persone di mettersi in contatto con loro. La «guerra contro il demonio», che nell’ultimo mezzo secolo ha avuto Paolo VI e Giovanni Paolo II come esponenti di spicco, ha trovato nuovo vigore con papa Francesco. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come il pontefice argentino abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni del suo pontificato». E da allora non si è più fermato, fino ad arrivare a una netta presa di posizione quando il 20 settembre 2016 ad Assisi, davanti a oltre cinquecento leader religiosi e politici di tutto il mondo, ha affermato: «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti». Oltre ad essere, sempre secondo la Chiesa, il responsabile della pedofilia, degli scandali finanziari, etc etc etc…

    GLI AUTORI
    Emanuela Provera, cattolica, vive e lavora come libera professionista a Milano. Nel 2006 ha collaborato al libro «Opus Dei segreta» (Ferruccio Pinotti, BUR-Rizzoli) offrendo la sua testimonianza personale come ex numeraria dell’Opus Dei, istituzione di cui ha fatto parte dal 1986 al 2000. Ha scritto «Dentro l’Opus Dei» (Chiarelettere 2009).

    Federico Tulli è redattore del settimanale Left. Già condirettore di “Cronache laiche”, collabora con “MicroMega”, per cui firma anche un blog, “Critica liberale”, e “Globalist”. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: «Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro» (2010), «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» (2014) e «Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos» (2015).

  • L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

    L’Arcivescovo di Milano solidale con Bergoglio. Nel silenzio degli abusi sessuali – di Aberforth

    Durante il solenne pontificale dell’8 settembre scorso -festa di Santa Maria Nascente, titolare del Duomo di Milano- l’arcivescovo mons. Mario Delpini così commentava le polemiche dopo le sconvolgenti dichiarazioni del collega arcivescovo Viganò: «Noi vogliamo bene al Papa. E questo si esprime ascoltando la sua voce e leggendo i suoi testi. Noi non dipendiamo dai titoli dei giornali». Che in Curia a Milano non condividano il giudizio negativo nei confronti dei metodi bergogliani relativi ai casi di abuso si era già capito senza tante sviolinate nel recente scandalo scoppiato attorno a don Mauro Galli.

    Il giovane sacerdote di 39 anni originario di Cislago è stato recentemente condannato a 6 anni e 4 mesi di carcere dal tribunale di Milano per aver abusato su un ragazzo di 15 anni nel 2011 nella sua canonica a Rozzano. All’epoca dei fatti l’arcivescovo era il card. Angelo Scola, mentre mons. Delpini era vicario. Il giovane secondo l’accusa accolta dalla recente sentenza, si è trattenuto per la notte in casa del giovane sacerdote per dormire con lui nel suo letto dopo un’iniziativa in oratorio. Durante la notte si sarebbe accorto delle eccessive ed esplicite attenzioni di don Mauro. L’indomani avrebbe raccontato alla sua famiglia ciò che con la luce del giorno pareva essere sempre di più una vera e propria molestia. La famiglia, convinta che il pernottamento del figlio in oratorio fosse condiviso anche dagli altri ragazzi dell’oratorio, si rivolge immediatamente al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza esponendogli la gravità dei fatti. Il parroco consulta subito il vicario mons. Delpini che prende in carico la delicata faccenda e giunge a Rozzano la vigilia di Natale per discutere immediatamente del caso. Come quasi sempre avviene si sceglie la via del silenzio e dell’insabbiamento: complice il fatto che la famiglia del giovane fosse credente e ben inserita in parrocchia, il vicario si sarebbe prodigato in fumose rassicurazioni con promesse di provvedimenti. Nel 2012 don Mauro viene però trasferito a Legnano, in un’altra parrocchia a contatto ancora con giovani e bambini. La famiglia viene rassicurata che il sacerdote sarebbe stato controllato in maniera rigorosa ma ciò non basta. La famiglia tenta un abboccamento col card. Scola ma viene ricevuta dal vescovo mons. Pierantonio Tremolada, allora responsabile dei sacerdoti da poco ordinati (come don Galli) e attualmente vescovo di Brescia e successivamente da mons.  Mario Delpini, allora vicario di zona. La famiglia –astutamente- registra i colloqui avvenuti con i presuli. La testimonianza e le registrazioni si possono ascoltare qui:

    Mons. Delpini si difende dicendo di non aver bene compreso la gravità del fatto così come era stata presentata. Nel comunicato ufficiale della diocesi viene infatti riportato:

    “…Nell’immediatezza dei fatti ora oggetto di indagine – siamo nel dicembre 2011 – era emerso soltanto che don Mauro Galli aveva ospitato presso la sua abitazione il ragazzo (con il consenso previo dei genitori del minore) dormendo quella notte nello stesso letto a due piazze…” La deposizione stessa dell’imputato (agli atti), esplicita su precisa domanda che si trattava di un letto matrimoniale non a due piazze…

    E ancora… “…Un atteggiamento – quello del sacerdote – di sicuro gravemente imprudente, ma che – stando alla conoscenza dei fatti dell’epoca – di certo impediva di ipotizzare qualsivoglia reato…”

    Questa versione è stata però smentita dal parroco di Rozzano:

    “…io ho parlato in quei giorni li, prima di natale, dopo natale, sia con Delpini in diretta, sia con Tremolada per telefono per diverse volte, va be, se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini. Se Delpini viene a dirvi, a settembre, che lui quelle robe li non le ha mai sentite, è un gran figlio di puttana, lo dico seriamente perché questo noi gli abbiam detto dal primo giorno, al giorno in cui finalmente ci ha detto, va bene lo spostiamo…”

    E ancora: “…e poi se vanno là a chiedere che cosa hanno detto al parroco di là perché… voglio dire, io poss.. posso anche dire: “lo metto io da un’altra parte” se lo affido a una persona che so che è il massimo che c’è sul mercato, posso anche dire: “guarda te lo metto li, lui dovrebbe fare un percorso… però so che ci sei tu che me lo blindi”… cazzo poi dopo scopri che invece al parroco quasi non gli han detto niente!!!…”

     

    Mons. Delpini rivendica la scelta di trasferire don Galli a Legnano (in una parrocchia ancora più grande, come sempre avviene in questi casi) e ringrazia la famiglia per non essersi rivolta alla magistratura. Nel 2014 però la famiglia del giovane decide di sporgere denuncia in seguito ad un ulteriore trasferimento di don Mauro Galli a Roma per studi (Roma è infatti un noto toccasana per curare certe tendenze!) e dopo aver saputo che nel tempo libero poteva tornare liberamente in diocesi a Milano esercitando il ministero pastorale.

    Mons. Delpini viene dunque interrogato fornendo una versione subito smentita dalle intercettazioni. La giovane vittima invece subisce sempre di più un tracollo psicologico, arrivando a ben 4 tentativi di suicidio. I famigliari cominciano con lui un percorso psichiatrico e psicoterapico per far emergere i fatti di quella notte in canonica. Decidono perciò di prendere il toro per le corna e sporgere denuncia. Il processo inizia nel 2017, anno in cui mons. Delpini viene nominato arcivescovo di Milano e mons. Tremolada vescovo di Brescia. L’istituzione ecclesiastica, ancora una volta, ha scelto la strada fumosa del riserbo e dell’insabbiamento. Non ha svolta alcuna indagine preliminare nemmeno davanti al solo sospetto di un abuso. Ha preferito trasferire il sacerdote incriminato in posti ancora più pericolosi per il suo ministero sacerdotale e non è riuscita a fornire risposte degne alla famiglia. Hanno perso tutti: la comunità diocesana, la famiglia (cattolica e praticante), il ragazzo abusato e il sacerdote abusante. Nessuno ha ricevuto le risposte e i mezzi adeguati per poter guarire. Non ci si stupisce allora del fatto che anche la festa della natività di Maria diventi occasione di sviolinare la corte imperiale di Santa Marta, la quale ha nominato i due presuli coinvolti promuovendoli in quel di Milano e di Brescia. La fedeltà deve pur essere pagata.

    Intanto a Brescia circolano sulle scrivanie dei parroci alcune lettere anonime scritte da uno o forse più sacerdoti. Lamentano la rivoluzione Tremolada realizzata in soli pochi mesi dal suo insediamento, l’eccessiva clericalizzazione della curia (ma non era l’ora dei laici?), dell’utilizzo indebito dello slogan sinodale di fronte a scelte prese sempre più dall’alto e della cattiva oculatezza nella scelta dei parroci: chi combina disastri economici o pastorali viene infatti promosso sovente in parrocchie più grandi. Sono tutti elementi distintivi di questo pontificato e non c’è da stupirsi che vengano realizzati in piccolo anche nelle diocesi italiane. Colpisce in queste missive la citazione esplicita dei fatti di Rozzano:

    “il Bello del Vivere [titolo della lettera pastorale di mons. Tremolada, ndr] è recepire al convegno del clero che la questione della pedofilia è seria e che se qualcuno ha delle difficoltà le può dire a lui [al vescovo, ndr]. Infatti mons. Tremolada di esperienza ne ha avuta alquanto con don Galli che da Rozzano finisce a Legnano, in quel di Milano, complice l’attuale non eletto cardinale a Milano. Ancora non definite in appello ed in cassazione rimangono la questione penale (per ora ci si deve accontentare di sei anni e quattro mesi) e le implicanze dei superiori suoi del tempo.”

    Insomma: se il Potere continua sfacciatamente a tirar dritto per la propria strada, scegliendo il no-comment Bergogliano come metodo di risposta a problemi di assoluta gravità che invece attendono parole chiare e decise come quelle fornite a più riprese da mons. Viganò, il popolo di Dio pare voler scendere sempre più da questa giostra perversa e sceglie la via della Verità. Con buona pace della facciata sempre più traballante di una chiesa in estrema crisi e sull’orlo del collasso.

  • Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    I familiari della vittima dell’abuso sessuale subìto da Alessandro Battaglia a Rozzano, nel 2011, da parte di don Mauro Galli, in questi anni hanno scritto decine di lettere a tutti i vertici della chiesa cattolica sia nella Diocesi di Milano che in Vaticano, includendo tra i destinatari anche direttamente il Santo Padre Papa Francesco. Per non lasciare nulla di intentato hanno deciso di affidare uno scritto molto dettagliato al quotidiano online “ilfattoquotidiano.it” destinato al Sommo Pontefice.

    Una Lettera Aperta che ripercorre tutta la dolorosa vicenda intrisa di vergognose menzogne, depistaggi e coperture omertose, messe in opera da parte di alti prelati citati ad uno ad uno, per essere certi di raggiungere a qualunque costo papa Francesco.

    Analizzando la copiosa documentazione, la corrispondenza intercorsa, le risposte ufficiali fornite ai familiari dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e tutti gli articoli di cronaca pubblicati da alcune testate giornalistiche come LaVerità, senza contare poi i servizi televisivi di Quarto Grado che hanno svelato un inquietante precedente e gli altri servizi televisivi delle diverse reti, senza contare il Dossier presentato dall’associazione Rete L’ABUSO alle Nazioni Unite e la relativa inchiesta avviata dall’ONU, l’esposto/denuncia da parte della medesima Associazione unitamente alla più ampia associazione internazionale ECA a cinque Procure della Repubblica Italiana, alle conferenze stampa internazionali, agli innumerevoli articoli scritti sul caso dalla stampa estera in decine di paesi nel mondo, è difficile ipotizzare che proprio solo il Pontefice potesse essere all’oscuro di tutto.

    Se prima della nomina di mons. Delpini ad Arcivescovo di Milano, nel luglio 2017, e mons. Tremolada Vescovo di Brescia, i collaboratori di Francesco gli avessero raccontato un’altra “verità”, pur scrivendo essi stessi contemporaneamente ai familiari della vittima riferendo che le loro missive di denuncia erano lì giunte regolarmente e che tutto era in mano direttamente al Pontefice, ora, nel 2018, prima della nomina dello stesso mons. Delpini rappresentante del Sinodo dei Vescovi sui giovani (ottobre 2018) è davvero impossibile credere che ancora il Papa non sappia nulla.

    In particolare da quando è iniziato il processo penale a porte aperte (giugno 2017), che si è concluso in primo grado il 20 settembre 2018 con la condanna del prete a sei anni e quattro mesi, risulta difficile credere che in Vaticano ci sia ancora qualcuno che possa sostenere di non essere a conoscenza della denuncia che gli stessi familiari hanno fatto pervenire in Vaticano, già dal maggio 2015,  rispetto allo specifico comportamento omissivo dei due vescovi mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada.

    L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Cardinale Müller, già nel 2015 rispondeva in meno di 24 ore che avrebbe analizzato personalmente tutta la documentazione comprovante la fondatezza della esplicita denuncia.

    Nella recente lettere aperta indirizzata a Papa Francesco, pubblicata da “ilfatto quotidiano.it” il 19 ottobre 2018, di seguito riportata (clicca qui – Lettera aperta a Papa Francesco), si leggono i nomi e i ruoli di alcune persone informate sui fatti a cui con fiducia i familiari si erano rivolti: “Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni, a partire dall’allora parroco don Carlo Mantegazza, al nuovo parroco don Roberto Soffientini, all’attuale Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, al Cardinale Angelo Scola all’epoca Arcivescovo di Milano, a tutti i Vescovi, Cardinali, Monsignori, Nunzi Apostolici… a cui abbiamo scritto nelle diverse e più alte Istituzioni della Chiesa, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’attuale Prefetto e al precedente, al Segretario, ai diversi membri, al Tribunale Ecclesiastico, Giudici, Notai, Procuratori, al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nelle sue più alte cariche, ai diversi Segretari di Stato che si sono susseguiti, alla Congregazione dei Vescovi e al suo Prefetto, al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al Presidente per l’esame dei ricorsi della Congregazione per la Dottrina della Fede, al Prefetto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, a tutti i suoi membri, ai tuoi Segretari, al Papa Emerito ecc. ecc.”

    Oggi il Santo Padre non può più  sostenere di non sapere, oggi è venuto il tempo della coerenza, dei provvedimenti, è giunto il momento in cui la credibilità è messa alla prova nei fatti.

    Gli ultimi avvenimenti di questi giorni non lasciano ben sperare, tenendo conto che tutta la documentazione relativa alla denuncia esplicita sul caso Delpini e Tremolada è di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede. A meno che il Santo Padre non decida personalmente di intervenire perché scopre, improvvisamente, di essere stato male informato dai suoi collaboratori come nel caso cileno del Vescovo Barros oggi sospeso.

    Ma quanti maldestri collaboratori dovrebbero saltare?

    Il Prefetto, Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, a cui sono giunte ormai una decina di copie di tutto il dossier sul Caso Delpini, recapitato più volte sia dai familiari della vittima che da tutti gli uffici curiali da essi contattati, come confermato per iscritto anche dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, dai diversi Nunzi Apostolici, dallo stesso Cardinale Scola già nel 2015, dal Tribunale ecclesiastico ecc.: è di fatto colui (Il prefetto Cardinale Ladaria) che governa l’istituzione ecclesiastica preposta a giudicare l’operato dei Vescovi, l’eventuale condotta omissiva nei casi di abuso sessuale da parte di clerici a loro affidati.

    Il Cardinale Ladaria è quindi la persona giusta che ha il dovere e la facoltà di decidere se “rinviare a giudizio” ecclesiastico i diversi vescovi denunciati come mons. Delpini e mons. Tremolada, colui che governa, che analizza le carte, le prove, i comportamenti ecc.

    Lo stesso Cardinale però è da anni accusato di aver a sua volta esplicitamente insabbiato almeno un caso di pedofilia, quello relativo Vescovo Barbarin che chiedeva consiglio rispetto all’abuso di un sacerdote a lui affidato.

    Il Vescovo Barbarin si era rivolto alla Congregazione per capire come comportarsi e il Cardinale Ladaria gli suggeriva scrivendogli di non dare pubblico scandalo insabbiando di fatto il caso.

    La giustizia penale Francese da alcuni anni sta invano tentando di recapitare la convocazione a comparire in tribunale in quanto accusato per presunta complicità nell’insabbiamento.

    Il Vaticano ha comunicato ufficialmente il 17 settembre 2018 alle autorità Francesi, in particolare al Ministero per gli affari Esteri in una nota resa pubblica il 18 ottobre 2018 da LaStampa Vatican Insider che il Vaticano, per il Cardinale Ladaria, ha invocato l’immunità diplomatica di cui gode il Cardinale stesso in quanto il  diritto internazionale riconosce «l’immunità penale ratione materiae agli agenti pubblici per atti compiuti in nome del sovrano Pontefice».

    Pertanto il comportamento esercitato da sua Eccellenza mons. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non può essere giudicato se semplicemente il Vaticano non ritiene sia il caso.

    Questo significa che non importa la verità, non importa se tutto ciò è aberrante, se il Papa ha raccontato un sacco di storie sulla “Tolleranza Zero”, sul giudizio dei Vescovi definiti addirittura “Caca”, non importa se non c’è posto nella chiesa per chi abusa e per chi protegge gli abusatori qualunque grado gerarchico essi occupino nella nostra Madre Chiesa, come una Madre amorevole… (forse il Papa si era semplicemente dimenticato di specificare che questo era valido per tutti eccetto che per i diplomatici).

    Non importa se un Cardinale insabbia, o concorre ad insabbiare un caso di pedofilia: in quanto diplomatico può legittimamente farlo, esercitando il suo sacrosanto diritto di insabbiare e sottraendosi al giudizio, purché lo faccia in nome e per conto del Pontefice.

    Alla luce di queste rassicuranti prese di posizioni ufficiali da parte del Vaticano, risulta difficile pensare che proprio il Cardinale Ladaria Ferrer decida di “rinviare a giudizio” il Vescovo Delpini o il Vescovo Tremolada che, per loro sfortuna, non potrebbero invocare e godere dell’immunità diplomatica, pertanto è certamente meglio non rispondere ad alcuna missiva.

    Certamente più saggio non sottoporre nessuno al giudizio ecclesiastico mentre tutto questo, incredibilmente, avviene alla luce del sole senza che il Santo Padre Papa Francesco, che ora sa tutto, muova un dito, preferendo viceversa, nei fatti, optare per i proclami plateali, rivolgendo scuse quasi quotidiane alle vittime che sono stufe marce anche solo di sentirle pronunciare.

    La Redazione

  • “Non sputare del piatto in cui mangi” –  Abusi nella chiesa cattolica italiana

    “Non sputare del piatto in cui mangi” – Abusi nella chiesa cattolica italiana

    L’Italia è in difficoltà nel fornire chiarimenti su atti di abuso da parte della chiesa. Attivisti riferiscono su accordi tra Chiesa e Stato, il comportamento sbagliato del papa peggiora la situazione.

    A volte, arriva il momento della soddisfazione. Per Alessandro Battaglia è accaduto giovedì, quando Mauro Galli è stato condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione dal tribunale di Milano. L’ex-vicario di Rozzano è stato ritenuto colpevole di avere commesso abuso sessuale ai danni di Alessandro nel 2011.

    “Oggi è una giornata positiva” ha affermato il 23enne. Si tratta di una sanzione insolitamente alta per l’Italia. L’annuncio della difesa di ricorrere in appello non può certo offuscare la gioia dei Battaglia.

    I sentimenti positivi, nei sette anni passati, erano stati più che altro l’eccezione, per Alessandro Battaglia. Subito dopo l’abuso, il ragazzo sarebbe rimasto come pietrificato. Con poche parole, egli informò sua madre che in quella notte di dicembre del 2011 era successo qualcosa di grave, “tutto quello che ti puoi immaginare”.

    Poi tacque, per tre lunghi anni.

    La madre si confidò con un prete della comunità. Nella chiesa, evidentemente in agitazione, si cercava una soluzione discreta.

    Mauro Galli venne trasferito in una comunità a 20 km da Milano. Nel 2012, la famiglia venne a sapere che l’ecclesiastico continuava a lavorare con i minorenni. I genitori presentarono allora un reclamo presso la direzione della chiesa, scrissero lettere a papa Benedetto e al suo successore Francesco. Il cardinale Angelo Scola sospese don Mauro e prese in considerazione un procedimento ecclesiastico, mentre si scusava con la famiglia, che però nel 2014 sporse denuncia.

    “All’improvviso non avevo più nulla”

    L’abuso portò lo scompiglio nella vita della famiglia Battaglia.

    “Più volte sono stato dallo psichiatra e cinque volte ho tentato di togliermi la vita”, dice Alessandro. “Però, sono ancora qui”.

    Vicini e amici del centro ecclesiastico giovanile evitavano di incontrarlo per strada e il suo migliore amico dichiarò, durante il processo, che nelle accuse contro il prete non c’era niente di vero. La sua ragazza lo lasciò, proprio come Dio, la sua fede, la sua fiducia innata.

    “La chiesa era la mia vita” dice Battaglia. “All’improvviso non avevo più nulla”. La sua famiglia era profondamente religiosa, trascorreva molto tempo con gli scout cristiani, nel coro della chiesa, nella comunità dove ci si prendeva cura dei bambini. “E ogni due giorni mi sono confessato da Don Mauro”.

    Poco prima del Natale 2011, il vicario, dopo la confessione, lo invitò nella sua stanza da letto. “C’era un grande letto matrimoniale. All’inizio mi sono sentito addirittura privilegiato di avere l’onore di stare con lui. Sembrava che tutto fosse perfettamente normale per lui. La mattina dopo, mi accompagnò a scuola con la sua macchina”.

    “Un viaggio doloroso”

    Il prete ha ammesso in tribunale di aver dormito insieme all’allora 15enne in un letto. Ha negato l’abuso. Tuttavia, ha pagato alla famiglia la somma di 150.000 euro a titolo di risarcimento extragiudiziale: “un’evidente contraddizione”, per il pubblico ministero.

    Anche l’arcivescovado di Milano è oggetto di critiche. Durante il processo, sono stati utilizzati verbali di colloqui nei quali l’arcivescovo Mario Delpini – responsabile di Rozzano come vescovo ausiliare all’epoca dell’abuso – propose di trasferire don Mauro in un’ altra parrocchia. Si sospetta, quindi, un tentativo di insabbiamento e connivenze ad altissimo livello.

    “È stato un viaggio doloroso, un eterno dramma, ma oggi a mio figlio è stata restituita credibilità”, ha detto la madre dopo il verdetto.

    È stato un peso, per Alessandro Battaglia, vedere i genitori che continuavano di andare in chiesa e gli chiedevano di accompagnarli e addirittura di confessarsi. Gli ci è voluto molto tempo per dire di no. Solo pochi mesi fa è arrivata la svolta. “Non avevo più voglia di andare avanti così. Mi sono arrabbiato moltissimo, era il mio modo di passare da vittima a sopravvissuto.”

    È stato aiutato da Francesco Zanardi, un compagno di sventura, che nel 2010 aveva creato insieme ad altri attivisti la “Rete L’Abuso”.

    Dice Zanardi: “La vicinanza dell’istituzione chiesa alla politica e all’economia italiana è dannosa per ogni forma di chiarimento”.

    Tra i 15 paesi che si sono uniti per formare la rete internazionale antiabuso ECA (Ending Clergy Abuse), l’Italia sarebbe all’ultimo posto in classifica. Mancherebbe di tutto: indagini statistiche, commissioni d’inchiesta, incaricati contro l’abuso e una politica di prevenzione a livello nazionale.

    Il governo rimane fuori dal dibattito.

    “Ho avuto bisogno di quattro anni per trovare un politico disposto a presentare un’interrogazione parlamentare sugli abusi sui minori nella chiesa”, dice Zanardi. Nel novembre 2017, Matteo Mantero, deputato del Movimento 5 Stelle, l’ha finalmente presentata, chiedendo tra l’altro un fondo per il risarcimento per le vittime di abuso. Quello che ne è seguito è…niente.

    Zanardi avanza gravi accuse contro giudici e pubblici ministeri italiani per il loro comportamento troppo fiacco verso le istituzioni ecclesiastiche.

    Ci sono casi in cui si rinuncia all’arresto perché i religiosi sospettati si troverebbero già in un istituto ecclesiastico sorvegliato, dove pregano e fanno penitenza.

    Inoltre, la stampa italiana non sta adempiendo al suo dovere di chiarire la questione. Mancano rapporti investigativi di grande impatto, tipo “Spotlight” del Boston Globe. “Abbiamo bisogno di attenzione per far sì che i genitori non affidino più i loro figli alle istituzioni ecclesiastiche”.

    La gestione della questione degli abusi da parte del papa è ambigua. Dopo le  ultime notizie di abusi negli Stati Uniti e in Germania, ha invitato per febbraio a Roma i capi delle conferenze episcopali per tenere un summit di crisi. Sembra improbabile che vengano decisi cambiamenti strutturali apprezzabili.

    La commissione papale per la tutela dei minori si riunisce raramente e si è fatta conoscere per le scandalose dimissioni di due membri che a loro volta hanno subito abusi e hanno chiesto maggiore trasparenza. Non è mai stato istituito un tribunale speciale per chiedere conto al clero in caso di occultamento.

    Francesco ha protetto vescovi e cardinali sospettati di aver occultato abusi o persino di averne commesso essi stessi.

    Nelle sue prediche, il papa si scusa con le vittime. Però, davanti ad accuse dirette di abuso, spesso esita e agisce solo quando la pressione pubblica si fa troppo forte. Le lotte di potere degli integralisti conservatori rendono il problema ancora più complicato.

    Nel caso Battaglia, l’arcivescovo di Milano, dopo il verdetto contro Don Mauro, ha dichiarato di essere ansioso di conoscere l’esito del procedimento ecclesiastico. La chiesa era al fianco della famiglia, che “ha sofferto ingiustamente”.

    Il nuovo parroco della parrocchia dei Battaglia vede la situazione in modo diverso. Alludendo alla famiglia e alla perdita di credibilità della chiesa ha detto: “Non sputare nel piatto in cui mangi.”

    http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/katholische-kirche-und-missbrauchsaufklaerung-in-italien-betroffene-erzaehlen-a-1229376.html

    (traduzione a cura di Lidia Untergantschnig)

    TESTO ORIGINALE:

    Missbrauch in Katholischer Kirche Italiens”Spuck nicht in den Teller, von dem du isst”

    Italien tut sich schwer mit der Aufklärung kirchlicher Missbrauchstaten. Aktivisten berichten von Absprachen zwischen Kirche und Staat, das erratische Verhalten des Papstes verschlimmert die Lage.

    Von Annette Langer

    Manchmal gibt es ihn, den Moment der Genugtuung. Für Alessandro Battaglia kam er am Donnerstag, als Mauro Galli von einem Mailänder Gericht zu sechs Jahren und vier Monaten Haft verurteilt wurde. Der ehemalige Vikar aus der Stadt Rozzano wurde schuldig gesprochen, Alessandro im Jahr 2011 sexuell missbraucht zu haben.

    “Heute ist ein guter Tag”, sagt der 23-Jährige. “Das ist ein für Italien ungewöhnlich hohes Strafmaß.” Zwar hat die Verteidigung angekündigt, in Berufung gehen zu wollen. Doch das kann Battaglias Freude nicht trüben.

    Positive Gefühle waren in den vergangenen sieben Jahren für Alessandro Battaglia eher die Ausnahme. Nach der Vergewaltigung sei er zunächst wie versteinert gewesen. Mit knappen Worten informierte er seine Mutter, dass etwas Schlimmes passiert sei in jener Dezembernacht 2011, “alles, was du dir vorstellen kannst”. Dann schwieg er, drei Jahre lang.

    Die Mutter vertraute sich einem Priester der Gemeinde an, in der Kirche suchte man – offenbar nervös geworden – nach einer diskreten Lösung.

    Mauro Galli wurde versetzt, in eine Gemeinde 20 Kilometer von Mailand entfernt. 2012 erfuhr die Familie, dass der Geistliche noch immer mit Minderjährigen arbeitete. Die Eltern beschwerten sich bei der Kirchenleitung, schrieben Briefe an Papst Benedikt, später an seinen Nachfolger Franziskus. Kardinal Angelo Scola suspendierte Don Mauro, stellte ein kirchliches Verfahren in Aussicht und entschuldigte sich bei der Familie. Die erstattete 2014 Anzeige.

    “Plötzlich hatte ich gar nichts mehr”

    Der Missbrauch brachte Battaglias Welt zum Einstürzen. “Ich war mehrere Male in der Psychiatrie, habe fünfmal versucht mich umzubringen”, sagt er. “Aber ich bin noch hier.”

    Nachbarn und Freunde aus dem kirchlichen Jugendzentrum wichen ihm auf der Straße aus, sein bester Kumpel sagte im Prozess aus, an den Vorwürfen gegen den Priester sei nichts dran. Seine Freundin verließ ihn – genau wie Gott, sein Glauben, sein Urvertrauen.

    “Die Kirche war mein Leben”, sagt Battaglia. “Plötzlich hatte ich gar nichts mehr.” Seine Familie war tief religiös, er verbrachte viel Zeit bei den christlichen Pfadfindern, im Kirchenchor, in der Gemeinde, wo er Kinder betreute. “Und jeden zweiten Tag habe ich bei Don Mauro gebeichtet.”

    Nach einer solchen Beichte bat ihn der Vikar kurz vor Weihnachten 2011 in sein Schlafzimmer. “Da stand ein großes Ehebett. Ich fühlte mich anfangs sogar privilegiert, dass mir die Ehre zuteilwurde, bei ihm übernachten zu dürfen. Es wirkte, als wäre das alles völlig normal für ihn. Am Morgen danach hat er mich im Auto zur Schule gebracht.”

    “Ein schmerzlicher Weg”

    Der Priester räumte vor Gericht ein, mit dem damals 15-Jährigen in einem Bett geschlafen zu haben. Den Missbrauch stritt er ab. Trotzdem ließ er der Familie außergerichtlich eine Entschädigungssumme von 150.000 Euro zukommen – für die Staatsanwaltschaft ein “offensichtlicher Widerspruch”.

    Auch das Erzbistum Mailand steht in der Kritik: Im Prozess wurden Gesprächsprotokolle verwertet, in denen Erzbischof Mario Delpini – zum Tatzeitpunkt noch als Weihbischof für Rozzano zuständig – anregt, den sündigen Don Mauro in eine andere Pfarrei zu versetzen. Vertuschung und Mitwisserei auf höchster Ebene, so der Verdacht.

    “Es war ein schmerzlicher Weg, ein ewiges Drama – aber heute ist die Glaubwürdigkeit meines Sohnes wiederhergestellt worden”, sagte die Mutter nach dem Urteil. Es war belastend für Alessandro Battaglia, dass seine Eltern weiter zur Kirche gingen, ihn aufforderten, mit zum Gottesdienst zu kommen und sogar die Beichte abzulegen. Es dauerte lange, bis er sich dagegen auflehnen konnte. Erst vor wenigen Monaten kam der Wendepunkt. “Ich hatte keine Lust mehr so zu leben. Ich bin sehr wütend geworden, das war mein Weg vom Opfer zum Überlebenden.”

    Geholfen hat ihm Francesco Zanardi, ein Leidensgenosse, der 2010 mit anderen Aktivisten das Netzwerk “Rete Abuso” gründete. “Die Nähe der Institution Kirche zur italienischen Politik und Wirtschaft ist schädlich für jede Form der Aufklärung”, sagt Zanardi.

    Von den 15 Ländern, die sich zum internationalen Antimissbrauchs-Netzwerk ECA (Ending Clergy Abuse) zusammengeschlossen haben, stünde Italien in Sachen Aufarbeitung am schlechtesten da. Es fehle an allem: statistischen Erhebungen, Untersuchungskommissionen, Missbrauchsbeauftragten und einer nationalen Präventionspolitik.

    Die Regierung halte sich aus der Debatte heraus. “Ich habe vier Jahre gebraucht, um einen Politiker zu finden, der eine parlamentarische Anfrage zum Kindesmissbrauch in der Kirche stellt”, sagt Zanardi. Im November 2017 brachte der Abgeordnete Matteo Mantero von der Fünf-Sterne-Bewegung die Anfrage ein und forderte unter anderem einen Entschädigungsfonds für Missbrauchsopfer. Geschehen ist – nichts.

    Zanardi erhebt schwere Vorwürfe gegen italienische Richter und Staatsanwälte, deren Umgang mit kirchlichen Institutionen zu lasch sei. Es gebe Fälle, in denen auf Arrest verzichtet würde, weil die Kirche behaupte, die tatverdächtigen Geistlichen befänden sich bereits in einer überwachten kirchlichen Einrichtung, wo sie beten und Buße tun würden.

    Zudem komme die italienische Presse ihrem Aufklärungsauftrag nicht nach. Es fehle an investigativen Berichten, an einem großen Aufschlag des Typs “Spotlight” des “Boston Globe”. “Wir brauchen die Aufmerksamkeit, damit die Eltern aufhören, ihre Kinder den kirchlichen Einrichtungen anzuvertrauen.”

    Der Umgang des Papstes mit dem Thema Missbrauch ist erratisch. Nach den jüngsten Missbrauchsberichten aus den USA und Deutschland hat er für Februar die Chefs der Bischofskonferenzen zum Krisengipfel nach Rom geladen. Dass dort nachhaltige strukturelle Änderungen beschlossen werden, scheint unwahrscheinlich.

    Zu schlecht ist die bisherige Bilanz: Die päpstliche Kommission zum Schutz von Minderjährigen kommt nur selten zusammen und machte vor allem mit den skandalösen Austritten zweier Mitglieder von sich reden, die selbst missbraucht wurden und mehr Transparenz gefordert hatten. Ein geplantes Sondergericht, das Geistliche im Fall von Vertuschung zur Rechenschaft ziehen sollte, wurde nie eingesetzt.

    Franziskus hat Bischöfe und Kardinäle protegiert, die unter Verdacht stehen, sexuellen Missbrauch vertuscht oder gar selbst begangen zu haben. In seinen Predigten entschuldigt sich der Papst wortreich bei den Opfern und mahnt Besserung an. Doch bei konkreten Missbrauchsvorwürfen zögert er häufig und handelt erst, wenn der öffentliche Druck zu groß wird. Machtkämpfe konservativer Hardliner in der Kirche machen das Thema nur noch komplizierter:

    Im Fall Battaglia erklärte die Erzdiözese Milano nach dem Urteil gegen Don Mauro, man sei nun gespannt auf den Ausgang des kirchlichen Verfahrens. Die Kirche stehe der Familie zur Seite, die doch “zu Unrecht gelitten habe”.

    Der neue Pfarrer in Battaglias Gemeinde sieht die Sache wohl anders: Er erklärte mit Seitenhieb auf die Familie und den Gesichtsverlust der Kirche: “Spuck nicht in den Teller, von dem du isst.”

    http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/katholische-kirche-und-missbrauchsaufklaerung-in-italien-betroffene-erzaehlen-a-1229376.html