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  • Angelo Sodano, Papa Francesco fa uscire di scena il cardinale travolto dallo scandalo abusi

    Angelo Sodano, Papa Francesco fa uscire di scena il cardinale travolto dallo scandalo abusi

    Città del Vaticano – Papa Francesco sceglie gli auguri natalizi alla Curia romana – una cerimonia simbolica e solenne al tempo stesso, che serve a fare il punto della situazione interna – per mandare definitivamente in pensione il cardinale, Angelo Sodano che di fatto conclude bruscamente l’incarico di decano del Collegio cardinalizio. La carica di Decano ha una funzione di primus inter pares nel collegio e fino ad oggi non prevedeva una scadenza.  Con un Motu Proprio diffuso stamattina il Papa ha stabilito che il decano avrà cadenza quinquennale. La scelta di fare uscire di scena Sodano è legata soprattutto alle ultime vicende legate alla questione della pedofilia e alle coperture che in passato hanno avuto in passato tanti criminali, come per esempio padre Maciel Marcial Degollado, un abusatore seriale, che aveva proprio in Sodano un punto di appoggio interno.

    Recentemente anche il cardinale di Vienna, Shoenborn, ha apertamente accusato Sodano di avere portato avanti sotto il pontificato di Wojtyla una linea di governo troppo morbida, che tendeva a proteggere il buon nome della Chiesa a scapito delle tante vittime degli abusi che avrebbero dovuto avere più ascolto da parte delle istituzioni. «Adesso tocca ai cardinali eleggere il nuovo decano. Spero scelgano uno che si occupi a tempo pieno di questa carica importante» ha detto Bergoglio alla cerimonia degli auguri natalizi.

    Il discorso del Papa è stato lungo e articolato e ha affrontato il grande tema del processo di cambiamento che è in atto la Chiesa. Ha citato il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per mettere in guardia da finti cambiamenti. Quello che occorre alla Chiesa, ha detto Francesco, è qualcosa di profondo e radicale. Bisogna avviare processi e non occupare spazi: «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa’. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento ‘risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi’».

    I cambiamenti che auspica Francesco sono quelli affiorati in questi anni. Non solo la riforma della curia, ma le aperture sui divorziati risposati, il matrimonio dei preti, il diaconato per le donne, il dialogo serrato con le diverse religioni, una radicalità tesa a mettere in pratica il Vangelo sul fronte della povertà, dei cambiamenti climatici, delle migrazioni. Naturalmente al centro c’è la fede. «Affrontando oggi il tema del cambiamento che si fonda principalmente sulla fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione, desidero ritornare sull’attuazione della riforma della Curia romana, ribadendo che tale riforma – ha continuato il Papa – non ha mai avuto la presunzione di fare come se prima niente fosse esistito; al contrario, si è puntato a valorizzare quanto di buono è stato fatto nella complessa storia della Curia. È doveroso valorizzarne la storia per costruire un futuro che abbia basi solide, che abbia radici e perciò possa essere fecondo. Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento».

    «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: ‘Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

    «La vita cristiana in realtà – ha aggiunto il Papa – è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù. La storia del popolo di Dio – la storia della Chiesa – è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti. Il cammino, ovviamente, non è puramente geografico, ma anzitutto simbolico: è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/angelo_sodano_abusi_papa_francesco_cardinale_sodano-4940683.html?fbclid=IwAR3cx8Ieh-6KCkhAq6Uc74_PsLLuBnVT_-HUSULlZbu3UoKvoxC328dzZ04

  • Pedofilia, il cardinale Schönborn ricorda di nuovo il ruolo di insabbiatore del cardinale Sodano in Vaticano

    Pedofilia, il cardinale Schönborn ricorda di nuovo il ruolo di insabbiatore del cardinale Sodano in Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Fu soprattutto il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio e per anni Segretario di Stato, a bloccare sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Papa Ratzinger, la pulizia ai vertici della Chiesa sugli abusi. Non solo per il caso di padre Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, un autentico criminale, ma anche per uno dei casi più scabrosi che sconvolsero l’Austria negli anni Duemila e che aveva come protagonista un cardinale pedofilo, Groer, che di fatto non fu mai sanzionato. Viste le proteste delle vittime in quegli anni, il Vaticano si limitò solo a chiedergli di fare vita ritirata in un monastero austriaco, ma senza mai toccargli lo status cardinalizio o mandarlo a processo.

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    Anzi. Quando morì nel 2003 a 83 anni, Papa Wojtyla, tramite il cardinale Sodano, inviò un bel telegramma di cordoglio per la morte di Groer alla Chiesa austriaca esprimendo ‘«tristezza» per la scomparsa di chi ha «dedicato la sua vita” a Dio, in fedelta al successore di Pietro».

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    A distanza di tanto tempo a ritirare fuori il ruolo di Sodano sul fronte della lotta alla pedofilia è stato il cardinale di Vienna Schönborn che, durante una lezione ad una università, ha raccontato che durante una sua visita a Roma, ebbe uno scontro con Sodano, il quale gli disse di non credere alle vittime e alle loro accuse.

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    A ritirare fuori l’episodio è Askanews. Un retroscena noto ma sempre coperto da una fitte coltre di silenzio e imbarazzi. Mancavano i dettagli. Pensare che dopo lo scontro tra Sodano e Schönborn, quest’ultimo fu anche costretto a scusarsi  per avere criticato il cardinale.

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    In una lectio tenuta alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda. Schönborn fu contattato dalle vittime di pedofilia del cardinale Groer già nel 1995, ascoltò le loro testimonianze, e fu «traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero fosse legato con il sacramento della Riconciliazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale». Dopo alcune ricerche giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero . Così a marzo del 1998, Schönborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla «certezza morale» che le accuse contro Groer erano «sostanzialmente corrette». Cosa che poi ribadirono anche nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer (e poi finito anch’esso sotto accusa per avere insabbiato casi di abusi), attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.

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    «Il cardinale Sodano mi disse in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!». Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger.

    Poco tempo dopo il cardinale Sodano, in occasione di una messa in piazza san Pietro per le feste pasquali, prese la parola affermando che la Chiesa era sotto attacco e che le informazioni sugli abusi sessuali su minori erano solo «un chiacchiericcio». Come se le parole delle vittime fossero frutto di un pettegolezzo, un gossip, una bugia. La frase ebbe un effetto devastante anche negli Stati Uniti dove si era nel frattempo scoperchiato il problema degli abusi sessuali, della pedofilia grazie alla inchiesta del Boston Globe.

    Per Schönborn si trattava, invece, di una «pesante offesa per le vittime» e così, due mesi dopo, fu ricevuto da Benedetto XVI al quale manifestò dolore per le interpretazioni fuorvianti di Sodano a proposito del famoso «chiacchiericcio». Groer era già sotto terra da tempo e le vittime aspettavano ancora delle scuse. Seguì una udienza drammatica a porte chiuse alla quale presero parte anche Sodano e l’allora Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.

    Alcune persone in Vaticano mentirono» ha ricordato ora Schönborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, «ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi dice il Vangelo’».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_pedofilia_chiesa_vaticano_papa_ratzinger_sodano_schoneborn_cardinale-4892735.html

  • Abusi in Chiesa, la denuncia di Schoenborn: Sodano non mi credette

    di Askanews

    Roma, 28 nov. (askanews) – Il cardinale arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, ha raccontato dello scontro verbale che ebbe con l’ex Segretario di Stato vaticano, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, in merito agli abusi sessuali sui minori.L’episodio è noto ma era sempre stata circondata da un alone di riservatezza. E invece in una lectio alla università di Vienna, il porporato ha svelato i dettagli di quella vicenda.Schoenborn venne in contatto con le vittime di pedofilia nel 1995 dopo che il suo predecessore, il cardinale Hans Hermann Groer, venne accusato di abusi. Nei tre anni seguiti alla sua nomina, ha ricordato, ascoltò le loro testimonianze, ed è stato “traumatico scoprire quanto l’abuso sessuale del clero è legato con il sacramento della Riconciiazione e scoprire che spesso inizia nel confessionale”. Alla fine, giunse alla conclusione che quello che le vittime gli avevano detto era vero. A marzo del 1998, Schoenborn ed altri tre vescovi austriaci dichiararono pubblicamente che erano arrivati alla “certezza morale” che le accuse contro Groer erano “sostanzialmente” corrette. Pochi mesi dopo, nel corso della periodica visita “ad limina” a Roma, i vescovi austriaci criticarono il modo in cui la Chiesa aveva (male) accolto le denunce contro Groer, nel rapporto preparato per il Papa, ma un vescovo, Kurt Krenn di Sankt Poelten, strenuo sostenitore di Groer, attaccò i suoi confratelli vescovi di mentire e di avere preparato una trappola.”Ho sperimentato la stessa cosa nella mia controversia con il cardinale Sodano, che mi ha letteralmente detto in faccia: ‘Vittime? Questo è quello che dici tu!”.Era il 2010, in pieno pontificato Ratzinger. Sodano, in occasione delle cerimonie di Pasqua, prese la parola in piazza San Pietro per affermare che le informazioni sugli abusi sessuali su minori perpetrati da preti pedofili erano solo “un chiacchiericcio”. In un colloquio riservato con alcuni giornalisti, poi pubblicato, Schoenborn espresso il proprio sconcerto per quella che definì una “pesante offesa per le vittime”. A giugno Schoenborn fu convocato da Bendetto XVI, suo mentore in passato, e dovette esprimere al Pontefice il proprio “dispiacere” per le interpretazioni date ad alcune sue affermazioni sul conto di Sodano, in un’udienza a porte chiuse alla quale poi si unirono anche lo stesso Sodano e il suo successore quale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone.”Alcune persone in Vaticano mentirono”, ha detto ora Schoenborn. Hanno umiliato le vittime per proteggere la Chiesa, “ma la Chiesa è meglio servita quando la verità è rivelata. ‘La verità vi renderà liberi’”.In una lectio di 50 minuti, raccontata sul Tablet da Christa Pongratz-Lippitt, l’arcivescovo di Vienna ha detto che dopo aver ascoltato per oltre venti anni le vittime dei preti abusatori è giunto alla conclusione che l’abuso sessuale e spirituale – “ma soprattutto l’abuso di potere clericale” – è “una realtà enorme” nella Chiesa cattolica.Quanto a Benedetto XVI, egli ha approntato “una diagnosi che non voglio criticare ma voglio solo correggere citando alcune cifre. Benedetto è dell’opinione che l’abuso sessuale clericale ha le sue origini nel movimento del 1968. Le cifre per l’Austria mostrano un immagine totalmente differente”. In particolare, in Austria il 60 per cento dei casi è stato commesso tra il 1940 e il 1969. Il numero è sceso al 29 per cento tra il 1970 e il 1979 e al mero 0,9 per cento dal 2000. Il fatto che la maggior parte degli abusi sia avvenuto prima del Concilio vaticano II fa pensare, ha sottolineato Schoenborn, che ha puntato il dito contro il sistema chiuso che vigeva nella Chiesa prima del Concilio: “Nei sistemi chiusi l’abuso avviene molto più frequentemente che in quelli aperti”.

  • Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il rappresentante apostolico a Santiago deve affrontare denunce di insabbiamento di abusi sessuali; Francisco lo trasferisce in Portogallo, senza alcun segno di punizione

    Il Vaticano ha detto che la decisione del Papa di trasferire Francisco nunzio apostolico in Portogallo (ambasciatore) in Cile, Ivo Scapolo, accusato di coprire abusi sessuali nel paese latinoamericano.

    Finora, la Chiesa non ha rilasciato dichiarazioni sul fatto che Scapolo sarà soggetto ad alcuna indagine per i casi di cui viene segnalato.

    Juan Carlos Cruz, vittima di abusi su sacerdoti e attivista cileno, ha celebrato il trasferimento di Scapolo su Twitter: “Alla fine lo portano fuori dal Cile”.

    “Uno di quelli che hanno rovinato la Chiesa del Cile parte per il Portogallo, portoghese, occhio con quel demone, discepolo del cardinale Angelo Sodano e malfattore, uno in meno in Cile”, ha twittato.

    Il cardinale 66enne, che rappresentava anche il Papa in Bolivia e Ruanda, è un esperto di diritto canonico, una risorsa con cui diversi preti accusati di abusi su minori hanno saputo proteggersi; Tuttavia, con la riforma promossa da Francisco, la Chiesa può ora denunciare questi casi dinanzi ai tribunali civili.

    Nel dicembre 2018, l’australiano George Pell, diventato il più alto prelato ad essere stato condannato per abuso sessuale di minori, è entrato in prigione lo scorso febbraio; dopo la condanna, papa Francesco gli proibì l’esercizio pubblico del ministero sacerdotale e qualsiasi contatto con i minori; Lo ha anche rimosso dal Ministero dell’Economia della Santa Sede, una posizione che lo ha reso il terzo al comando del Vaticano e un candidato naturale a diventare pontefice.

    Casi di abuso sono stati documentati e denunciati alle autorità civili di diversi paesi. Molti vengono alla luce diversi decenni dopo gli eventi. Le azioni legali sono state anche promosse contro la gerarchia cattolica, che spesso ostacola le indagini.

    https://www.razon.com.mx/mundo/papa-salva-a-su-embajador-en-chile-de-escandalo-de-abuso/

  • Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

    Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

    La famiglia Orlandi ha fatto arrivare in Vaticano un’istanza nella quale si chiedono una serie di informazioni su una tomba all’interno del cimitero teutonico Vaticano. Sarebbero custodite lì, secondo una lettera ricevuta dal legale della famiglia Orlandi Laura Sgrò, le risposte al mistero di Emanuela Orlandi, la quindicenne sparita nel nulla nel 1983.

    Per questo il legale ha scritto al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, chiedendo, oltre all’apertura del loculo, anche una serie di informazioni su quel sepolcro. Non solo. Gli Orlandi chiedono anche una serie di audizioni delle persone coinvolte e ancora in vita: il cardinale Giovanni Battista Re, il cardinale Eduardo Martinez Somalo e il cardinale Angelo Sodano.

    Appoggiato a una parete del cimitero teutonico c’è la statua di un angelo che tiene un foglio con la scritta in latino “Requiescat in pace”, “Riposa in pace”. Per terra una lastra con una scritta funeraria dedicata alla principessa Sofia e al principe Gustavo von Hohenlohe che nel 1857 fu nominato arcivescovo da papa Pio IX. Ma la datazione della statua è diversa da quella della lastra.

    “Alcune fonti – è scritto nella richiesta depositata dall’avvocato Sgrò il 25 febbraio scorso – riferiscono che più persone da anni sono solite deporre i fiori in segno di pietà nei confronti dell’Orlandi che lì sarebbe seppellita. Per fugare ogni dubbio sul contenuto, si ritiene opportuno una ricerca negli archivi di ogni documento relativo a tale loculo per individuare chi vi risulti essere stato sepolto”.

    “In ogni caso si chiede l’apertura della tomba alla presenza della sottoscritta di un rappresentante della famiglia Orlandi e del nostro consulente tecnico, il dottor Giorgio Portera, affinché possa partecipare alle operazioni con tutte le garanzie necessarie vista la gravità del caso”. Nel corso degli anni sono state tante le “piste”, poi rivelatesi false, per ritrovare Emanuela Orlandi. L’ultima risale a qualche mese fa, quando sono state ritrovate delle ossa nella sede della Nunziatura apostolica a Roma.

    “Posso confermare che la lettera della famiglia di Emanuela Orlandi è stata ricevuta dal cardinale Pietro Parolin e che verranno ora studiate le richieste rivolte nella lettera”. Lo ha affermato il direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

    Caso Orlandi: “Aprite quella tomba nel cimitero teutonico”. E il Vaticano trema

  • Vaticano, l’ombra di Maciel sul vertice anti pedofilia

    Vaticano, l’ombra di Maciel sul vertice anti pedofilia

    di Franca Giansoldati

    CITTÀ DEL VATICANO Ieri mattina a ridosso del colonnato, fuori dal cancello di un edificio, Peter Saunders, vittima di un prete pedofilo e attivista nella causa contro gli abusi, protestava garbatamente chiedendo spiegazioni sul perché il Vaticano gli avesse sbattuto ancora una volta la porta in faccia impedendogli l’ingresso. Dentro, una dozzina di vittime precedentemente selezionate con cura, venivano ascoltate dal comitato organizzatore del summit sugli abusi (che si apre stamattina con un discorso del Papa).

    Prima o poi qualcuno dovrà chiarire a Saunders i motivi per cui è stato escluso da quel protocollo, proprio lui che aveva fatto parte della Pontificia Commissione sulla protezione dei minori, e che, tre anni fa, aveva dovuto lasciare pagando il suo coraggio nel criticare il cardinale Pell, all’epoca potentissimo, oggi imputato in due processi e condannato in Australia per una vicenda di pedofilia. Saunders disapprovava l’atteggiamento, a suo avviso sfuggente, di tante strutture vaticane accusandole di dimostrarsi forti con i deboli, ma deboli con i forti.

    DEMONIO
    La stessa sensazione che non abbandona Alberto Athiè, messicano, ex sacerdote, una delle centinaia di vittime di Maciel Marcial Degollado, il fondatore pedofilo dei Legionari di Cristo, paragonato da molti a un demonio. Fu punito solo nel 2006 da Benedetto XVI nonostante le parecchie denunce esistenti, alcune insabbiate da decenni. Per ottenere questa impunità Maciel avrebbe sfruttato amicizie potenti: con San Giovanni Paolo II, il cardinale Stanislao Dziwisz, il cardinale Angelo Sodano che lo avrebbero messo a riparo da ogni possibile inchiesta. Sta di fatto che Ratzinger per aprire una inchiesta su di lui dovette aspettare di diventare Papa e anche in questa veste, per poter prendere provvedimenti contro Maciel, dovette scontrarsi con Sodano e Dziwisz.

    Maciel morì in una clinica, in Florida, nel 2008 senza essere ridotto allo stato laicale. Il suo caso resta un tabù. Ancora oggi la Chiesa non ha fatto un pubblico mea culpa per le centinaia di vittime, le violenze psicologiche, gli abusi sui figli naturali, la menzogna elevata a sistema. Il più grande criminale della Chiesa in epoca moderna. Alberto Athiè in questi giorni è a Roma. Non vuole mancare all’appuntamento di un summit che considera storico. La speranza è che la miopia del passato possa fare posto ad una nuova era. Ricorda con dolore che anche Papa Francesco quando andò in Messico, tre anni fa, evitò di ricevere le vittime di Maciel, nonostante avessero insistito per una udienza con lui a risarcimento di un capitolo mostruoso. I dubbi sono tutt’ora intatti, sostiene Athiè, e quello di Maciel resta un capitolo aperto.

    Non a caso nei giorni scorsi l’arcivescovo Charles Scicluna il prelato mandato nel 2005 da Ratzinger a raccogliere le testimonianze contro il Fondatore dei Legionari di Cristo con una battuta ha fatto allusione a questo sfasamento. «In genere in Vaticano vengono fatte leggi da applicare altrove». Aggiungendo: «In questa battaglia per la tolleranza zero io non mollerò mai. L’omertà è un meccanismo che va rimosso». Due settimane fa il Papa aveva riferito della battaglia dell’allora cardinale Ratzinger contro una certa mentalità curiale portata ad insabbiare. L’allusione al caso Maciel era inequivocabile. «C’erano tutte le carte, i documenti su una certa organizzazione religiosa che aveva al suo interno corruzione economica e sessuale. Ma c’erano dei filtri per cui doveva arrivare al dunque. Il Papa di allora (Giovanni Paolo II ndr) fece una riunione con la voglia di vedere. Ratzinger andò con le sue carte. Quando tornò indietro disse al suo segretario: metti la cartella in archivio, ha vinto l’altro partito».

    Quell’insabbiamento, come si sa, durò fino a che Ratzinger non divenne Papa e spedì Scicluna a raccogliere testimonianze. Ancora oggi quel capitolo rimane materia esplosiva tanto che Dziwisz, grande amico di Maciel, dalla Polonia ha polemizzato direttamente con Bergoglio. «Non penso che Giovanni Paolo II con spensieratezza non credesse alle prove dei reati presentategli. Non era il suo stile. Inoltre non aveva né filtri, né blocco delle informazioni. I problemi della Chiesa il Papa polacco li discuteva con delle persone di competenza e non con i privati segretari». Dziwisz omette però di ricordare che durante l’ultimo periodo della malattia di Giovanni Paolo II il pontefice decideva ormai ben poco. In ogni caso in Vaticano permane ancora una certa indulgenza nel trattare il tema degli abusi. Ieri l’agenzia di Propaganda Fide, intervistando un teologo, filtrava il seguente pensiero: «bisogna essere misericordiosi con i preti pedofili, anche loro sono percorelle smarrite». E gli oppositori del Papa (vedi Burke e Brandmuller) sostengono che il male della Chiesa non sono solo gli abusi: «La piaga dell’agenda omosessuale è diffusa».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_pedofilia_summit_maciel-4313741.html

  • Il Papa si scuote: “Indagherò su McCarrick”

    Il Papa si scuote: “Indagherò su McCarrick”

    A 40 giorni dal memoriale Viganò la Chiesa partorisce un comunicato anodino. Il caso dell’ex porporato verrà approfondito, ma la lobby gay resta un tabù. La Santa Sede comunque ammette che dal passato “potrebbero emergere scelte incoerenti”

    di Lorenzo Bertocchi

    Con un comunicato diramato ieri pomeriggio dalla Sala stampa vaticana, arriva una prima risposta dopo oltre 40 giorni dalla pubblicazione del memoriale dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò. Ma è una risposta che non può essere considerata esaustiva dei “chiarimenti” che erano stati annunciati in una dichiarazione del C9, il gruppo di nove porpore che coadiuva il Papa nel governo della Chiesa, il 10 settembre scorso.

    Il comunicato si concentra esclusivamente sul caso dell’ex cardinale Theodore McCarrick, di cui papa Francesco ha accettato le dimissioni dal collegio cardinalizio lo scorso 27 luglio, dopo che le accuse per abusi rivolte nei suoi confronti erano state ritenute “credibili”. Sappiamo, invece, che la testimonianza di Viganò riguarda anche McCarrick, ma apre uno scenario molto più vasto di malgoverno nella Chiesa e di cordate clericali, tra cui spicca quella della famigerata lobby gay, che non può certo ridursi al caso dell’arcivescovo emerito di Washington.

    Comunque nel testo diramato ieri, che non fa mai riferimento al dossier dell’ex nunzio pubblicato su queste colonne, c’è una novità: “Il Santo Padre ha disposto di integrare le informazioni raccolte tramite l’investigazione previa con un ulteriore accurato studio dell’intera documentazione presente negli archivi dei dicasteri e uffici della Santa Sede riguardanti l’allora cardinale McCarrick”.  In un certo senso questa è una risposta anche a Viganò, il quale ha scritto chiaramente che nei dicasteri vaticani sull’ex cardinale ci sono da tempo dei dossier. Sarebbe interessante sapere da quanto tempo esistono e cosa contengono, perché è assodato che almeno dal 2000 tali accuse di abusi su seminaristi erano giunte dagli Stati Uniti alla segreteria di Stato.

    Nella dichiarazione di ieri si dice che “nel settembre 2017 l’arcidiocesi di New York ha segnalato alla Santa Sede che un uomo accusava l’allora cardinale McCarrick di aver abusato di lui negli anni Settanta”, e a quel punto “il Santo Padre ha disposto in merito un’indagine previa approfondita, che è stata svolta dall’arcidiocesi di New York e alla conclusione della quale la relativa documentazione è stata trasmessa alla Congregazione per la dottrina della fede”. Ma di cosa sia successo prima del settembre 2017 non si dice nulla, mentre Viganò sostiene che almeno dal giugno 2013 papa Francesco  sapesse delle accuse rivolte a McCarrick e che lo stesso ex cardinale fosse stato sottoposto a sanzioni in forma “segreta” da Benedetto XVI.

    Tra le righe però si lascia capire che qualcosa deve essere andato storto nella gestione del caso. “La Santa Sede”, si legge, “è consapevole che dall’esame dei fatti e delle circostanze potrebbero emergere delle scelte che non sarebbero coerenti con l’approccio odierno a tali questioni. Tuttavia, come ha detto papa Francesco, “seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci”. C’è poi il riferimento a un’ermeneutica che tenga conto di un imprecisato “contesto storico”, come se, appunto, vi sia stato un tempo in cui insabbiare fosse davvero l’unica soluzione attuata dalla Chiesa per questi casi.

    Con Benedetto XVI nel 2002 assistiamo alla vera svolta sul modo in cui la Chiesa affronta gli abusi, grazie all’istruzione De delicti gravioribus, poi è stato un crescendo di norme e procedure, compreso il Motu proprio di Francesco sulla rimozione dei vescovi “negligenti” del 2016. Ma fino a che punto queste norme sono state attuate? Il caso MaCarrick potrebbe svelare due pesi e due misure, soprattutto quando a essere accusati sono vescovi o cardinali, magari con solidi agganci in curia, come lascia intendere la testimonianza di Viganò.

    Però il comunicato di ieri su questo possibile scenario di coperture ad alto livello non dice assolutamente nulla. Non risponde alle circostanze sollevate da Viganò, che non riguardano solo Francesco, ma tre segretari di Stato, i cardinali Angelo Sodano, Tarcisio Bertone e Pietro Parolin, nonché due prefetti della congregazione dei vescovi, Giovanbattista Re, e l’attuale, il cardinale canadese Marc Ouellet. Tutte queste eminenze non hanno agito in un imprecisato “contesto storico”, ma quasi tutti hanno operato il loro ufficio negli ultimi 20 o 30 anni. E il cardinale Ouellet, di recente chiamato in causa da Viganò nel suo ultimo scritto, è tutt’ora nel ruolo.

    Gli abusi e la loro copertura, dice ancora il comunicato, “non possono essere più tollerati” e “un diverso trattamento per i vescovi che li hanno commessi o li hanno coperti rappresenta infatti una forma di clericalismo mai più accettabile”. Sarà interessante capire allora quali fatti seguiranno all’approfondimento di inchiesta che ha richiesto ora il Papa, per chiarire chi ha permesso la carriera sfolgorante di McCarrick, vescovo di Washington nel 2000 e cardinale nel 2001, poi globetrotter con agganci importanti in varie parti del mondo, nonostante le accuse nei suoi confronti risalenti almeno al 2000.

    È certamente necessario nell’ottica della Chiesa che tutti i fedeli si sentano parte di questa situazione per superarla insieme, come Francesco aveva già scritto nella Lettera al popolo di Dio diramata lo scorso 20 agosto dopo l’esplodere del rapporto del Gran giurì di Pennsylvania. Ma il tornante della storia che deve superare la Chiesa va oltre il caso MaCarrick su cui si concentra il comunicato diramato ieri. Si tratta, infatti, di far uscire dall’ovile i pastori incapaci o corrotti. L’unità, che è importante, e che tutti a parole dicono di voler difendere, può essere pagata a qualsiasi prezzo?

    (trascrizione da La Verità del 7 ottobre 2018)

  • Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    Caso McCarrick: abusi e clericalismo. I dubbi sulla nomina

    In attesa dei chiarimenti sul dossier Viganò emergono nuovi particolari sulla designazione dell’arcivescovo a Washington: il cardinale O’Connor si oppose alla sua promozione

    ANDREA TORNIELLI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Nel dialogo con i gesuiti in Irlanda, Francesco è tornato a parlare dell’origine degli abusi sessuali, individuandola nel clericalismo. «L’elitismo, il clericalismo – ha detto il Papa – favoriscono ogni forma di abuso. E l’abuso sessuale non è il primo. Il primo è l’abuso di potere e di coscienza». Parole che si applicano perfettamente al caso di Theodore McCarrick, il cardinale molestatore di seminaristi e abusatore di ragazzi, che Francesco ha pesantemente sanzionato obbligandolo a ritirarsi in una casa e togliendogli la porpora dopo l’emergere di una denuncia di abuso su un minore. Un caso che mette in discussione i meccanismi delle nomine episcopali negli ultimi trent’anni, come rivelano nuovi particolari sulle autorevoli opposizioni alla nomina a Washington del wojtyliano liberal McCarrick nell’anno 2000: tra queste va annoverata quella del cardinale John Joseph O’Connor, un altro porporato wojtyliano, morto ad ottant’anni già compiuti come arcivescovo di New York.

    I gruppi politico-mediatici e i giornalisti che hanno collaborato con l’ex nunzio Carlo Maria Viganò a scrivere, aggiustare e poi a divulgare il “comunicatoˮ con la clamorosa richiesta delle dimissioni del Pontefice, insistono da settimane a dire che il problema nella Chiesa non sono gli abusi sui minori ma l’omosessualità. L’affermazione viene ripetuta dai supporter palesi e occulti di Viganò ed è sostenuta da molti “influencerˮ della blogosfera conservatrice soprattutto italiana, attivi da mesi nella martellante campagna contro la partecipazione del gesuita James Martin all’incontro delle famiglie di Dublino. Ma è davvero così? Davvero la radice, l’origine del problema degli abusi è l’omosessualità dei preti? Le statistiche ci dicono che una parte consistente delle violenze sui minori vedono come vittime ragazzi maschi adolescenti. Non è un mistero che siano esistite in passato, ed esistano, “lobby gayˮ che agiscono come cordate. Papa Francesco, sulla scia dei documenti più recenti della Santa Sede, ha ricordato ai vescovi di non far entrare nei seminari persone con tendenze omosessuali radicate. Detto ciò, resta la domanda: hanno ragione quelli che oggi si sbracciano minimizzando gli abusi sui minori – come se si trattasse di un problema secondario – per puntare tutto sull’omosessualità?

    Uno sguardo senza pregiudizi alla triste vicenda di McCarrick mostra esattamente il contrario. Nonostante gli “editoriˮ di Viganò cerchino di ridurre tutto all’orientamento e alla pratica sessuale del vescovo molestatore, le testimonianze degli ex seminaristi delle diocesi di Metuchen e Newark descrivono una storia ben diversa. Anche il caso McCarrick infatti il problema è il clericalismo, l’abuso di potere e di coscienza, che viene prima dell’abuso sessuale ed è commesso da persone – sacerdoti o vescovi – che mai possono essere considerati alla pari delle loro vittime, sulle quali esercitano un’influenza e spesso una forma sottile o palese di ricatto. Questo appare con ogni evidenza nel caso dei bambini e dei ragazzi. Ma può accadere anche con persone adulte più o meno vulnerabili, senza con questo voler mettere le due situazioni sullo stesso livello.

    Il disastro McCarrick – al netto delle risultanze ancora non emerse riguardo alla sua innegabile abilità di collettore di denaro che non lasciva certo indifferenti i suoi alti referenti vaticani fin dagli anni Novanta – è un evidente caso di abusi psicologici, abusi di potere, di coscienza e sessuali. Trattato troppo a lungo soltanto come un caso di pratica omosessuale. No, McCarrick non aveva relazioni omosessuali. Molestava e abusava i seminaristi in nome del suo potere episcopale, facendo loro intendere che andare al mare con lui e sottostare alle sue attenzioni era un passaggio obbligatorio per essere da lui meglio conosciuti e per arrivare all’ordinazione sacerdotale.

    È già stato rivelato che negli Stati Uniti vi fu, tra gli altri, un autorevolissimo oppositore alla promozione di McCarrick a Washington. Si tratta del cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al marzo 2000, quando morì ancora in carica tre mesi dopo aver compiuto ottant’anni a causa di un tumore al cervello. O’Connor, arrivato nella Grande Mela dopo la partenza di McCarrick, aveva accesso alle informazioni dell’archivio della diocesi dove il futuro cardinale molestatore aveva vissuto e operato a lungo. Ed è possibile che avesse avuto qualche sentore delle abitudini dell’arcivescovo della confinante diocesi Newark.

    O’Connor venne consultato per la “provvistaˮ della diocesi di Washington, nonostante fosse gravemente malato? Difficile ipotizzare il contrario. C’è da domandarsi se nel manifestare questa sua opposizione – si può supporre sotto forma di lettera riservata, come accade in questi casi – O’Connor abbia fatto esplicita menzione al problema degli abusi sessuali di McCarrick con i seminaristi. O se si sia limitato, diplomaticamente, a far intendere che c’erano fondate ragioni per non promuoverlo senza però renderle esplicite.

    La nomina di McCarrick venne pubblicata sei mesi e mezzo dopo la morte di O’Connor, avvenuta il 3 maggio 2000, quando l’arcivescovo di Washington fino a quel momento in carica, il cardinale James Aloysius Hickey, aveva già compiuto ottant’anni. L’ex nunzio Viganò ricorda che l’allora Prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re, si era opposto alla nomina perché McCarrick sarebbe stato soltanto il 14° nella lista dei candidati. All’origine di questi dubbi e opposizioni c’erano forse dei sospetti sui suoi abusi? Ancora, Viganò fa ricadere tutta la responsabilità della promozione di McCarrick sul Segretario di Stato Angelo Sodano, quando è ben noto come allora non fosse certamente nelle sue mani tutto il potere riguardo alle nomine.

    L’ex nunzio bel suo dossier finisce infatti per passare Giovanni Paolo II come un malato incapace di intendere e di volere, ben cinque anni prima della sua morte. Una evidente falsificazione della realtà. Ma ad attirare ancora di più l’attenzione, nella ricostruzione offerta da Viganò, tra le decine di personaggi che elenca accusandoli di coperture (senza fornire prove), come è già stato da più parti notato, è l’assenza del nome di Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Papa Wojtyla, all’epoca già vescovo (sarà promosso arcivescovo di Cracovia nel 2005 ed elevato al cardinalato nel 2006). C’è da appurare se il parere negativo di O’Connor, l’uomo più vicino a Papa Wojtyla negli Stati Uniti, sia arrivato a destinazione. E se così fosse, come ha fatto McCarrick a convincere “l’appartamentoˮ (termine allora usato per indicare lo strettissimo entourage del Pontefice) che le voci su di lui erano soltanto delle calunnie?

    Infine, un altro particolare riguardante non la nomina, ma la rinuncia di McCarrick. Come abbiamo visto, il predecessore Hickey era rimasto in carica fino agli ottant’anni compiuti, mentre il successore Donald Wuerl sta per compierne 78. Che cosa accadde con McCarrick? Secondo quanto risulta a Vatican Insider, il cardinale molestatore al compimento dei 75 anni, il 7 luglio 2005, dopo aver presentato le dimissioni di rito, avrebbe ottenuto una proroga di due anni, come peraltro avveniva abitualmente, almeno per i cardinali arcivescovi in buona salute. Tra l’altro, essendo arrivato a Washington già settantenne, McCarrick nel momento in cui compie l’età canonica della rinuncia, aveva guidato la diocesi soltanto per quattro anni e mezzo. Eppure il porporato non completa i due anni di proroga. Benedetto XVI accetta le sue dimissioni e lo solleva dall’incarico il 16 maggio 2006, otto mesi dopo quel compleanno.

    È possibile che questa decisione sia legata all’affiorare delle denunce che portano ai risarcimenti nelle diocesi di Metuchen e Newark? Di certo c’è che l’anno successivo, nel 2007, McCarrick riceve la prima “richiestaˮ (richiesta, non sanzione canonica) da parte del Papa, trasmessagli dal nunzio Pietro Sambi, che lo invita a lasciare il seminario e a fare vita ritirata di preghiera. Com’è noto, anche su questo punto la memoria di Viganò si è dimostrata fallace: il porporato molestatore ha continuato a fare la vita di prima, ha continuato a viaggiare in Vaticano e non ha tenuto conto della raccomandazione di Papa Ratzinger durante i successivi cinque anni del suo pontificato. Lo stesso ex nunzio che oggi chiede le dimissioni di Francesco (cioè del Papa ha levato la porpora a McCarrick) ha più volte incontrato e celebrato con il cardinale abusatore elogiandolo anche in pubblico.

  • Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    «Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».
    Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
    Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
    «Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
    E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
    La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
    «Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
    Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
    In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
    In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
    Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
    Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
    È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
    È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
    Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
    Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
    Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
    Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
    Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
    Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.
    L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
    Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
    Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
    È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
    Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
    Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
    Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
    A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».
    Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
    «Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».
    «Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
    All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
    Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
    Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
    La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».
    Aldo Maria Valli
    Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

  • DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    DIECI DOMANDE A PAPA BERGOGLIO. Facciamola semplice: i fatti sono veri o no?

    Il pontefice snobba il dossier e la stampa amica infanga l’accusatore. Per le opinioni, però, oltre un certo limite non c’è più spazio. La dura denuncia contiene date, avvenimenti, nomi e cognomi. È quella la realtà? Abbiamo scelto 10 punti sui quali non si scappa

    di Maurizio Belpietro

    Ventiquattro ore. Tante ne sono servite perché anche i principali quotidiani si accorgessero dell’atto d’accusa contro il Papa pubblicato dal nostro giornale. Per l’intera giornata di domenica la grande stampa nazionale aveva preferito ignorare il dossier reso noto in esclusiva dalla Verità,  preferendo dare spazio alle notizie del viaggio di Bergoglio in Irlanda piuttosto che alle clamorose rivelazioni dell’ex nunzio in America, Carlo Maria Viganò, sulle coperture papali di cui avrebbe goduto un arcivescovo omosessuale e sulla lobby gay all’interno della Chiesa. Poi, forse anche per via del fatto che la lettera era stata ripresa con grande eco dai principali mezzi d’informazione internazionali, in America e in Europa, anche nelle redazioni italiane si devono essere rassegnati e quella che non era tata ritenuta degna d’attenzione per tutta la domenica è diventata notizia da prima pagina il lunedì.

    La faccenda però è stata ripresa cercando di smontare le accuse. E siccome non era possibile sostenere che La Verità si fosse inventata la testimonianza di Viganò sulle coperture che il Papa avrebbe dato all’arcivescovo Theodore Edgar McCarrick nonostante fossero note le sue frequentazioni sessuali con i seminaristi, la stampa se l’è presa direttamente con il monsignore, cercando di delegittimarlo. Secondo tanti augusti colleghi, l’ex nunzio negli Usa sarebbe mosso da rancore nei confronti di papa Francesco in quanto, giunto a 77 anni, non sarebbe stato nominato cardinale. Qualcuno fa riferimento anche a un appartamento che sarebbe stato nelle disponibilità del prelato e che il Pontefice gli avrebbe tolto o per lo meno non avrebbe fatto nulla per impedire che gli venisse tolto.

    Altri ancora, tra i quali Francesca Immacolata Chaouqui, la pr finita nei guai per l’affare Vatileaks, veicola la notizia di un presunto esaurimento nervoso del monsignore, con relativi ricoveri in ospedale. Il senso è evidente: se Viganò non ha agito per ritorsione è pazzo o poco ci manca.

    La linea adottata per rispondere alle accuse, e di cui si sono fatti interpreti tanti organi di stampa nazionali, è dunque quella del discredito. La testimonianza dell’ex nunzio non è degna di essere presa in considerazione in quanto colui che l’ha resa non è attendibile. Del resto, questo è anche ciò che ha detto il Papa durante il viaggio di ritorno dalla visita in Irlanda. Sull’aereo che domenica lo riportava in Italia, Bergoglio ha consegnato ai giornalisti una risposta di poche righe al dossier di Viganò, che riportiamo: “L’ho letto questa mattina. Devo dirvi questo: leggete voi attentamente e fatevi un giudizio. Non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parli da sé. Avete al capacità giornalistica per fare le conclusioni. È un atto di fiducia in voi. Vorrei che la vostra maturità professionale facesse questo lavoro”.

    In pratica, secondo il Papa, l’accusa non meriterebbe risposta. I giornalisti dovranno farsi da soli un’idea sul contenuto del documento, perché il Pontefice non dirà una sola parola su ciò che dice Viganò. È ovvio che quelle frasi sono state studiate e ristudiate prima di essere consegnate agli inviati delle principali testate. Bergoglio doveva uscire dal silenzio che si era autoimposto sulla faccenda e, vista l’eco avuta da dossier, lo ha fatto, pur senza citarlo, puntando il dito sulla credibilità dell’autore. Argomento chiuso?

    Eh no, perché dire “Giudicate voi”, “Ho fiducia in voi”, sottintendendo in realtà “Abbiate fiducia in me”, non è sufficiente. Non dossier che abbiamo pubblicato sono citati alcuni fatti che, a prescindere da Viganò, o sono veri o non lo sono. Li riassumiamo qui per praticità.

    • È vero che dell’arcivescovo di Washington, McCarrick, in Vaticano erano note le tendenze pedofile, al punto che presso la Congregazione dei vescovi esisterebbe un dossier sugli abusi da lui commessi nei confronti di giovani seminaristi?
    • Corrisponde al vero che papa Benedetto XVI tra il 2009 e il 2010 decise di togliere a McCarrick la berretta cardinalizia, ordinando gli di lasciare il seminario in cui viveva e di non avere contatti con l’esterno e intimandogli una sorta di isolamento?
    • È vero che nel 2013 le fu consegnato un dossier fatto redigere da papa Benedetto XVI sulla cosiddetta lobby gay all’interno della Chiesa? Che fine ha fatto quel dossier?
    • Le risulta che Carlo Maria Viganò nel corso degli anni abbia segnalato le gravi accuse contro McCarrick a vari cardinali, tra i quali il prefetto della Congregazione della fede, cardinal William Levada, e il segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone?
    • È vero che i nunzi apostolici negli Stati Uniti che precedetterò Viganò, ossia Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, informarono immediatamente la Santa Sede dei comportamenti “gravemente immorali” con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick?
    • È vero che lo stesso Viganò parlò con lei, in un colloquio che avvenne domenica 23 giugno 2013, del dossier in cui erano raccolte le accuse contro McCarrick?
    • Corrisponde al vero che quello stesso giorno egli le disse che McCarrick aveva corrotto generazioni di seminaristi e sacerdoti e lei “non mostrò sul volto alcun segno di sorpresa, come se la cosa le fosse nota da tempo”, e cambiò subito argomento, come sostiene Viganò?
    • È vero che invece di dare corso alle disposizioni di Benedetto XVI, che aveva deciso di destituire McCarrick, nonostante le gravi accuse contro l’arcivescovo, lei non lo costrinse a lasciare l’incarico e a rinchiudersi in preghiera in un convento, ma gli rinnovò gli incarichi?
    • È vero che il 10 ottobre 2013 Viganò le parlò del cardinale Donald Wuerl e delle “deviazioni aberranti alla Georgetown University”, oltre che di un incontro organizzato dell’arcidiocesi di Washington per aspiranti al sacerdozio e tenuto da McCarrick?
    • È vero che il cardinale McCarrick ha avuto influenza sulle nomine di molti alti prelati e ha concorso anche alla sua elezione?

    Le domande sono dieci, ma sull’onda di quanto rivelato potrebbero essere di più. Un’ultima che le riassume tutte però ci preme: se è vero che in Vaticano sapevano delle pratiche omosessuali di McCarrick fin dai tempi della segreteria del cardinale Angelo Sodano, e se nonostante le molte coperture di cui ha goduto, l’arcivescovo di Washington stava per essere destituito nel 2010, perché lei, quando divenne Papa, pur esistendo così tante accuse nei confronti di McCarrick lo lasciò al suo posto, salvo poi ricredersi solo pochi mesi fa, quando a distanza di altri cinque anni, gli scandalosi comportamenti del cardinale furono resi noti?

    In Cile, dove pure altri prelati sono stati coinvolti in accuse di pedofilia, papa Francesco prima difese i vescovi, parlando di pettegolezzi, poi quando l’evidenza fu portata alla luce, si ricredette dicendo di essere stato informato male. Nel caso del cardinal McCarrick le informazioni sembrerebbero esserci state, perché dunque Bergoglio lo lasciò al suo posto?

    Chiedere scusa alle vittime degli abusi è giusto, ma non basta. Non bastano neppure le parole consegnate a una stampa adorante che alle domande preferisce il megafono.

    (trascrizione da La Verità del 28 agosto 2018)