Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Antonello Tropea

  • È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    Una sera di marzo del 2015, una volante di polizia era impegnata a pattugliare alcune strade di campagna nei dintorni di Reggio Calabria, quando i poliziotti scorsero una macchina appartata e si avvicinarono per fare un controllo. Al suo interno trovarono Don Antonello Tropea, sacerdote quarantaquattrenne di Oppido Mamertina, in compagnia di un ragazzino di 17 anni. Si erano conosciuti su Grindr, la “prima e più diffusa app per incontri tra gay e bisessuali”. Il ragazzo riferiva di aver ricevuto dal prete un compenso di 20 euro per un rapporto sessuale orale, consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero. Oltre a questo, sul pc del prete la polizia scovò materiale pedopornografico, oltre a numerose chat con richieste di incontri sessuali con soggetti minori, a pagamento e non, alcuni dei quali consumati. Nel giugno scorso, il religioso è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, per prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

    La storia di Don Tropea è il piccolo tassello di un triste mosaico italiano fatto di abusi silenziosi e storie venute a galla. Basta perdere qualche minuto su Google, impostando come parametro il 2016, per leggere del prete arrestato a Palermo per violenza sessuale su minori; del sacerdote di Vibo Valentia arrestato per aver fatto sesso con un quindicenne in cambio di cinquanta euro; del prete arrestato a Brindisi per abusi su un bimbo di dieci anni; del parroco di Solza arrestato perché coinvolto in un giro di prostituzione minorile; del sacerdote del bresciano arrestato per violenze sessuali nei confronti di un dodicenne.

    Questi sono solo alcuni esempi di articoli usciti l’anno scorso, a cui se ne aggiungono molte altre decine, che diventano in fretta centinaia se si allarga la ricerca agli anni precedenti. Gli abusi sessuali di personale religioso sono un problema, non lo si scopre ora, ma ciò che stupisce è che l’unico metodo per quantificare questi episodi è proprio quello della ricerca incrociata su Google. Nel nostro Paese, infatti, manca ogni tipo di statistica annuale, biennale, quinquennale o decennale sul tema.

    «In Italia non esiste una quantificazione del fenomeno, mentre all’estero molti Paesi hanno creato commissioni d’inchiesta sugli abusi sessuali perpetrati da preti», mi spiega Francesco Zanardi, Presidente di L’Abuso Onlus, associazione che riunisce persone abusate in giovane età da personale religioso e che si batte quotidianamente contro il fenomeno della pedofilia all’interno degli ambienti clericali. «I primi sono stati Irlanda e Belgio e a giro ci sono arrivate altre nazioni. In non tutti i Paesi i dati sono pubblici, ma comunque c’è possibilità di accesso a essi». Eclatante l’esempio dell’Australia, dove la Royal Commission, istituita ad hoc per studiare la portata del fenomeno degli abusi clericali nel paese, ha concluso che il 7% dei preti cattolici australiani è stato accusato di abusi tra il 1950 e il 2010, mentre i casi quantificabili corrispondo a 4.440 violenze tra il 1980 e il 2010. In Irlanda invece, la Child Abuse Commission istituita dall’allora primo ministro Bertie Ahern ha realizzato uno studio sul tema durato nove anni, che si è concluso con un dossier contenente  le testimonianze di 2.500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ’40 e gli anni ’80 negli istituti gestiti da preti e suore.

    Di tutto ciò in Italia non c’è traccia, e combattere il fenomeno senza statistiche in grado di quantificarlo è un’impresa ardua. Ecco perché alcune realtà hanno deciso di muoversi da sole cercando di stimare il numero di violenze sessuali commesse da preti e sacerdoti nel nostro Paese.

    L’Abuso Onlus ha creato una mappa in continuo aggiornamento che racchiude tutti i casi che è riuscita a raccogliere. La cartina è disseminata di puntini con colori diversi: il rosso rappresenta i casi di condanna in terzo grado, rei confessi o coloro che hanno patteggiato; il giallo i casi in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla; il nero gli episodi di sacerdoti indagati all’estero e rifugiatisi in Italia; il verde le comunità di recupero per preti con “problemi” di vario tipo – tra cui quelli relativi a pedofilia e abusi sessuali. La mappa si presenta come una distesa di oltre duecento spunte multicolore, questo il numero di casi di abuso raccolti dalla Onlus negli ultimi 15 anni. Oltre a questa sezione, l’associazione ha creato anche un vero e proprio elenco con tutti i dettagli relativi a ciascuno di questi casi: nome del prete, luogo di esercizio, accuse e iter del processo.

    «La nostra mappa mostra gli abusi degli ultimi quindici anni, che sono solo i casi noti e quelli che siamo riusciti a recuperare», mi spiega Zanardi. «Non esiste un database, se vuoi scovare un elenco dei preti pedofili o vai sul nostro sito o non li trovi. È impossibile avere dati sugli stupri o sugli abusi in altro modo, in Italia c’è un osservatorio antipedofilia che però non fornisce statistiche. In passato abbiamo fatto una grossa polemica con l’ufficio perché si sono rifiutati di darci i dati attaccandosi alla privacy. Noi però non avevamo chiesto nomi, solo numeri».

    Chi ha fatto un lavoro simile a quello de L’Abuso Onlus sono stati I Bambini di Satana, associazione atea che ha realizzato un database che racchiude tutti gli episodi di abusi sessuali clericali noti, con allegati dettagli su generalità del prete e diocesi di riferimento. Come spiega sul proprio sito l’associazione: “Riteniamo che gli individui che ricoprono un ruolo sociale delicato e approfittano di questo ruolo per porre violenza di natura sessuale sui bambini, debbano essere ben riconosciuti ed identificabili in maniera di potere tutelare l’incolumità dei ragazzi”.

    France, Paris, Roman catholic and orthodox bishops

    Dunque sono solo realtà extra-parlamentari ed extra-vaticane a cercare di quantificare il fenomeno degli abusi sessuali da parte di personale clericale, e dalle poche informazioni disponibili sembra che il trend sia in costante peggioramento. Come spiega Emiliano Fittipaldi in un recente articolo per L’Espresso, “il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi ‘verosimili’ di predatori e molestatori di minorenni. Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009”.

    Alla luce di questa situazione e delle costanti critiche rivolte dall’opinione pubblica a una Chiesa troppo spesso passiva sul tema, nel 2014 Papa Francesco ha istituito la Pontificia commissione per la tutela dei minori. In questi tre anni di lavori del nuovo organo vaticano, di numeri relativi agli abusi sessuali clericali nel nostro paese non ne sono usciti. In compenso ci sono stati dissapori interni sin dall’inizio, fino alle dimissioni nel febbraio scorso di Marie Collins, membro irlandese della Pontificia Commissione, lei stessa vittima di abusi in passato. Come motivazione principale, in un comunicato stampa, la Collins parla di “resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa”.

    A causa dell’ostruzionismo interno, l’organo vaticano non è riuscito a introdurre, tra le altre, la norma che obbliga la denuncia di abusi sessuali alla magistratura ordinaria, lasciando dunque ancora tutto nelle mani dei tribunali canonici. Secondo Francesco Zanardi de L’Abuso, sta proprio nella contrapposizione tra giustizia ordinaria e giustizia ecclesiastica il pilastro che permette agli abusi sessuali dei preti di restare un tema vago e fosco. «Le vittime di abusi sono quasi sempre cattoliche e dunque spesso vogliono presentarsi davanti ai tribunali canonici,» mi spiega Zanardi. «Spesso e volentieri la vittima è però costretta a presentarsi senza il suo avvocato, mentre l’avvocato del prete è presente e coglie tutti i punti deboli della persona, studiando la controparte e preparandosi a “farla a pezzi” durante il processo penale vero e proprio». In un articolo comparso a dicembre su Left, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega che attraverso questo iter “viene generato da un altro tribunale [quello canonico], in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante”. Oltre a questo, l’avvocato sottolinea il fatto che durante questi processi ecclesiastici “viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi”. Tutto questo procedimento, oltre a rendere difficile che venga effettivamente fatta giustizia, rischia anche di insabbiare in termini statistici i casi di abuso stessi.

    Un episodio eclatante è quello di Giada Vitale di Portocannone. Secondo quanto la stessa riferisce, la ragazza sarebbe stata abusata da Don Marino Genova per tutto il corso della sua adolescenza; decise poi di denunciare il prete all’età di diciassette anni. Nel farlo, passò prima dai tribunali ecclesiastici e secondo Zanardi de L’Abuso Onlus fu proprio questo a compromettere l’esito giudiziario del successivo procedimento penale relativo agli atti sessuali commessi quando la ragazzina aveva già compiuto 14 anni. Nel giugno 2015 il gip presso il Tribunale di Larino ha infatti disposto l’archiviazione di tale posizione perché “la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino”. Proprio il 3 ottobre è però arrivata la condanna in primo grado a sei anni di reclusione per l’altro filone del processo, quello relativo agli abusi commessi dal prete prima che Giada Vitale compisse 14 anni. Don Marino Genova era stato in realtà già sanzionato nel processo ecclesiastico per questi fatti, la pena consisteva però “nella sola sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del Tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa”.

    Oggi, in Italia, mancano numeri ufficiali sul tema degli abusi di stampo clericale, ma mancano soprattutto gli sforzi da parte delle istutuzioni per far sì che questi stessi numeri possano venire a galla. Fino a ora sono stati fatti tanti proclami per debellare quello che è un problema endemico alla Chiesa, a cui però è corrisposto poco o nulla di concreto, se non procedimenti con più ombre che luci, come quelli dei tribunali canonici. «Papa Francesco ha fatto una grande campagna mediatica sui tribunali della Chiesa, per intenderci tribunali che non valutano l’abuso sessuale come reato penale quanto piuttosto come offesa a Dio», conclude Zanardi. «Per un tribunale di questo tipo la vittima e il prete sono sullo stesso piano. Anzi, la vittima appare come un peccatore che ha indotto in tentazione, mentre il prete resta, in fin dei conti, un ministro di Dio».

    https://thevision.com/attualita/abusi-preti/

  • Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Sesso con minori, Cassazione annulla sentenza di condanna e prete torna in libertà

    Accolto il ricorso presentato dagli avvocati del sacerdote don Antonello Tropea. Disposto un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello di Messina

    La terza sezione penale della Corte di Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello di Reggio Calabria a carico di don Antonio Tropea, parroco di Messignadi, e il contestuale rinvio degli atti alla Corte d’appello di Messina per un nuovo giudizio. Accolto il ricorso presentato dai legali del sacerdote, gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro.

    Scarcerato. Il giudizio di rinvio avrà ad oggetto sia le statuizioni inerenti la responsabilità che quelle concernenti il trattamento sanzionatorio. La Corte di appello di Reggio Calabria, preso atto del dispositivo di annullamento pronunciato dalla Cassazione, ha disposto, in accoglimento dell’istanza presentata dai due legali, la revoca della misura degli arresti domiciliari in favore di don Tropea il quale, per l’effetto, ha riacquistato la piena libertà.

    L’iter giudiziario. Nel giudizio di primo grado, svoltosi dinanzi al gup di Reggio Calabria, il sacerdote, che era stato arrestato a dicembre dell’anno 2015 e che era stato poi rinviato a giudizio in relazione ad otto capi di accusa, era stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, da cinque imputazioni, mentre era stato condannato alla pena di quattro anni di reclusione per i delitti di adescamento, detenzione di materiale pornografico e prostituzione minorile. All’esito del giudizio di appello, celebratosi a giugno dello scorso anno davanti alla Prima Sezione penale della Corte d’appello di Reggio Calabria, i giudici avevano riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato, con formula piena e perché il fatto non sussiste, anche dal delitto di detenzione di materiale pornografico. Per i due residui capi di imputazione la pena detentiva era stata rideterminata in anni tre di reclusione. Gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro, che hanno difeso il sacerdote sin dall’inizio del procedimento penale, hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza di secondo grado, sostenendo che la motivazione utilizzata dai giudici di merito per condannare il Tropea non era rispettosa dei requisiti di completezza e di logicità previsti dalla legge. I motivi di ricorso sono stati discussi dai due difensori all’udienza del 15 febbraio scorso, in esito alla quale la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata, con rinvio degli atti alla Corte di appello messinese.

    http://www.zoom24.it/2018/03/12/reggio-calabria-don-antonello-tropea-verdetto-cassazione-66809/

  • Dal 2007 a oggi, nel nostro paese si contano oltre 200 sacerdoti denunciati per atti sessuali su adolescenti

    Dal 2007 a oggi, nel nostro paese si contano oltre 200 sacerdoti denunciati per atti sessuali su adolescenti

    Dal 2002 a oggi l’attenzione nei confronti del fenomeno della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è cresciuto in modo esponenziale. Molto di questo incremento lo si deve al lavoro del quotidiano statunitense The Boston Globe che nel gennaio del 2002 avviò un’inchiesta che coinvolse un elevato numero di sacerdoti.

    Nella sola Boston finirono sotto accusa 89 sacerdoti e furono rimossi dall’incarico più di 55 preti. Le proporzioni del fenomeno furono tali da sconvolgere l’opinione pubblica.

    I casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica, che si sostanziano in abusi sessuali su minori o possesso di materiale pedopornografico da parte di vescovi, sacerdoti, religiosi e catechisti, hanno colpito anche l’Italia, dove si contano, solo negli ultimi dieci anni, oltre 200 sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria su adolescenti.

    Eppure nel nostro paese, a differenza di altri come Stati Uniti o Australia, lo scandalo non è mai esploso. Forse per una generale tendenza alla remissività delle vittime che trovano molte difficoltà a denunciare le violenze e a essere assistite e credute dalla comunità.

    Un caso rimasto famoso nelle cronache del 2016 fu quello di don Antonello Tropea, un religioso calabrese che fu trovato in auto con un 17enne conosciuto grazie a Grindr, nota app per incontri omosessuali. Don Tropea pagava 20 euro per ogni prestazione intima con i minori. Il gup del tribunale di Reggio Calabria lo condannò a quattro anni di carcere.

    Sul fenomeno papa Francesco ha preso una posizione netta, invitando i fedeli a confessare gli episodi e a denunciare i propri aguzzini.

    “I reati di abusi sessuali contro minori non possono essere mantenuti in segreto per più tempo”, ha detto in una recente intervista all’Huffington Post, promettendo “l’impegno alla vigilanza della chiesa per proteggere i minori” e promettendo che “tutti i responsabili dovranno renderne conto”.

    Il Papa ha assicurato a ogni vittima e alle loro famiglie “gratitudine per il loro immenso coraggio” nel denunciare gli abusi subiti.

    Alcune organizzazioni hanno deciso di rendere pubblici i casi fino a questo momento accertati, diffondendo una lista degli episodi noti e invitando gli utenti a segnalare ulteriori sacerdoti colpevoli e condannati.

    “Riteniamo che gli individui che ricoprono un ruolo sociale delicato e approfittano di questo ruolo per porre violenza di natura sessuale sui bambini, debbano essere ben riconosciuti e identificabili in maniera di potere tutelare l’incolumità dei ragazzi”, scrivono i gestori del sito “I bambini di satana”, che hanno creato il database dove è possibile identificare tutti i casi e approfondire le singole storie.

    La onlus L’Abuso ha deciso di creare una mappa con un raggruppamento di tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla.

    Con il colore rosso sono evidenziati tutti i casi di condanna in terzo grado, reo confessi o coloro che hanno patteggiato. Con il giallo quelli attualmente in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla. In nero i casi di sacerdoti indagati all’estero e nascosti in Italia e in verde le comunità di recupero per preti con problemi.

    https://www.tpi.it/mondo/italia/chi-dove-sono-preti-pedofili-italia

  • Lussuria, l’inchiesta di Fittipaldi che denuncia i crimini sessuali e i silenzi nella Chiesa

    Lussuria, l’inchiesta di Fittipaldi che denuncia i crimini sessuali e i silenzi nella Chiesa

    Dalle carte giudiziarie e dai documenti parrocchiali esaminati nell’inchiesta, soltanto in Italia sono 200 i sacerdoti indagati o condannati per crimini sessuali: abusi, violenze su minori, pedofilia, pedopornografia. Lungo tutto lo stivale spuntano nomi, reati, processi e condanne, insieme a molta, moltissima omertà. Per citarne uno; Don Antonello Tropea, beccato in flagrante dentro un’auto con un ragazzo di diciassette anni: venti euro in cambio di una prestazione. L’accusa è quella di prostituzione minorile, ma Tropea continua a esercitare le sue funzioni, evitando «di parlare con i Carabinieri» su consiglio dell’arcivescovo Francesco Milito.

    E per chi copre i molestatori? Arrivano anche promozioni importanti: ci sarebbero tre cardinali entrati nel gruppo dei nove alti prelati di papa Francesco dopo aver protetto preti pedofili, altri arrivati ai vertici della piramide ecclesiastica. Tra questi spicca il cardinale australiano George Pell, scelto da Bergoglio per “moralizzare” i sacerdoti che cedono alla lussuria. Una decisione azzardata, considerando che anche su di lui pende un’accusa  di molestie sessuali verso cinque persone, oltre quella di aver coperto gli abusi di altri stupratori. Indifferenza verso le vittime, insabbiamenti, fino al tentativo di corrompere chi voleva denunciare. Chi non ha peccato scagli la prima pietra, come si dice. Intanto, Pell è uno degli uomini più potenti della Curia romana.

    Eppure il Vaticano aveva dichiarato una linea intransigente nei confronti degli «Erode che fagocitano l’innocenza dei bambini». A giugno 2016, attraverso il documento Come una madre amorevole, Bergoglio annunciava una nuova procedura per punire i presuli omertosi. Almeno a parole, quindi, la posizione del papa più amato dagli italiani sembra chiara: «i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più». Tuttavia, ancora neanche l’ombra di una norma canonica che introduca l’obbligo giuridico per i vescovi di denunciare all’autorità giudiziaria civile i casi di pedofilia.

    Poi c’è la commissione per la tutela dei minori voluta da Bergoglio nel 2014. Da allora solo tre le riunioni in sede plenaria e tante le critiche di inefficienza. Peter Saunders, già vittima di abusi e membro della commissione, lo scorso febbraio aveva accusato il pontefice di «non aver fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero», ma al contrario di essere anche «lui parte del problema». Nel frattempo Saunders è stato allontanato dal suo ruolo e accusato di aver fornito opinioni del tutto personali. Visti i numeri dell’inchiesta però, l’ex commissario non aveva affatto torto.

    I casi rintracciati da Fittipaldi in Lussuria, infatti, sono ben più numerosi di quelli individuati dall’inchiesta del Boston Globe nel 2002. All’epoca, il nome di “Father John Geoghan”, accusato degli abusi di 84 bambini, innescò un domino che colpì una quantità impressionante di sacerdoti-stupratori. Anche Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston dal 1984, fu costretto a dimettersi.

    In Italia per ora, il vero scandalo è che a scandalizzarsi siano davvero in pochi. Anzi, qualcuno attacca i giornalisti che ficcano il naso dove non dovrebbero. Uno di questi è Giuliano Ferrara che, dopo la pubblicazione di Lussuria, in un editoriale del Foglio, ha scritto: «io quando li penso di carne, i preti, e quando li immagino alle prese con i richiami del mondo, della donna e del fanciullo, nel mondo com’è, io li piango e ho compassione e amore per loro. Perché invece un giornalista […] gli dà la caccia?». Dunque, c’è chi pensa che quella ai preti pedofili sia una sorta di caccia alle streghe, al limite della legittimità.

    Abbiamo chiesto a Emiliano Fittipaldi la sua opinione sull’operato di Bergoglio e dell’apparente scarso interesse dell’opinione pubblica davanti al persistere di questi casi.

    Cosa pensa delle critiche rivolte a papa Francesco riguardo al persistere dell’impunità dei sacerdoti pedofili?

    «Io non credo che Bergoglio sia un ostacolo al cambiamento. Sono un giornalista, però, e bado ai fatti e non alla propaganda: nei primi quattro anni del suo pontificato c’è un enorme spread tra quanto promesso (la politica della zero tolleranza) e quanto fatto in concreto contro il cancro della pedofilia. Non solo le denunce continuano ad arrivare copiose da ogni angolo del mondo, ma le norme vaticane che garantiscono il segreto e processo domestici non sono cambiate. Il Papa si è poi circondato di cardinali che in passato hanno protetto pedofili seriali: non è un bel segnale di cambiamento.»

    Le è capitato di ricevere pressioni nel corso della sua ricerca? E dopo la pubblicazione del libro come sembra che stiano reagendo l’opinione pubblica e la Curia romana davanti all’inchiesta?

    «No, non ho ricevuto pressioni. Faccio un lavoro sotto traccia, e non credo che il Vaticano sapesse a cosa stavo lavorando prima che uscisse Lussuria. L’opinione pubblica italiana non sta reagendo in alcun modo a quello che ho scritto, né i media danno alcuna importanza alla questione: finora il dibattito aperto dal mio libro è molto più vivace all’estero. Ma non avevo dubbi che sarebbe andata così: il tema è duro e complicato e Bergoglio gode di popolarità, tra i miei colleghi, altissima. La curia, tranne un breve comunicato di Pell e del vescovo di Messina che di fatto hanno dichiarato che il libro è opera del diavolo, non hanno fatto alcun commento pubblico. Né smentito un rigo di quanto scritto.»

    Rosa Uliassi

    http://www.liberopensiero.eu/2017/01/26/lussuria-fittipaldi-pedofilia-chiesa/

  • “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    “Ecco i 200 preti pedofili d’Italia”, lo scandalo che imbarazza la Curia

    METTENDO sotto la lente d’ingrandimento cronache di provincia degli ultimi mesi, carte giudiziarie fresche di cancelleria e documenti parrocchiali si scoprono tanti tasselli. Guardando il mosaico da una certa distanza, il disegno diventa più chiaro. Partiamo prendendo un treno verso la punta del tacco d’Italia. In Calabria, vicino a Reggio, c’è don Antonello Tropea, già padre spirituale del seminario di Oppido Mamertina, che nel marzo 2015 viene trovato dalla polizia in un’auto con un diciassettenne conosciuto grazie alla app Grindr usata per incontri gay. Venti euro il costo della prestazione. Indagato per prostituzione minorile, il don continua a fare il prete, confidandosi di tanto in tanto con il suo vescovo, monsignor Francesco Milito. “Evita di parlare con i carabinieri di queste cose” gli suggerisce il superiore senza sapere di essere ascoltato.

    Sempre in Calabria, nella diocesi di Locri, c’è il vescovo Francesco Oliva, nominato da Francesco nel 2014: è lui che nel 2015 manda in una parrocchia a Civitavecchia un suo sacerdote, don Francesco Rutigliano, che la Congregazione per la dottrina della fede ha in passato sospeso per quattro anni, nel 2011, per “abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità o ufficio, commesso nel periodo tra il 2006 e il 2008” obbligandolo alla “celebrazione di 12 Sante Messe con cadenza mensile a favore della vittima e della sua famiglia “.

    A Ostuni, c’è Franco Legrottaglie, condannato nel 2000 per atti di libidine violenta su due ragazzine, mai sfiorato da processi canonici, e in seguito designato nel 2010 dal vescovo emerito Rocco Talucci cappellano dell’ospedale e prete in una chiesa del paese: nel maggio 2016 è stato pizzicato con 2.500 immagini pedopornografiche conservate sul computer in cartelle con i nomi dei santi. Ha lanciato una moda: anche don Andrea Contin, indagato a Padova per induzione alla prostituzione, etichettava i filmini hard a cui partecipavano le sue amanti con i nomi dei papi.

    A Catania c’è un sacerdote che ad agosto 2016, già sospeso dalla curia dalle attività pastorali, avrebbe minacciato con un coltello alla schiena un quindicenne costringendolo a rapporti sessuali. Poi c’è don Siro Invernizzi, che nel 2013 è stato mandato dal vescovo di Como a fare il viceparroco a Cugliate, vicino Varese, nonostante i due anni con la condizionale patteggiati per aver approcciato in strada un ragazzino rom di tredici anni che si prostituiva. E ancora: a Grosseto c’è un sacerdote rinviato a giudizio nel luglio 2016 per molestie a tre ragazzine, a cui avrebbe rivolto “attenzioni troppo intime”. A Pietrasanta, in Versilia, dalla scorsa estate c’è un’altra indagine (ancora in corso) su un prete straniero appartenente all’ordine dei Carmelitani: la curia generalizia di Roma è stata citata in sede civile come responsabile dei danni per non aver esercitato il controllo sul religioso […].

    Negli ultimi due lustri, contando solo i condannati e gli indagati, sono oltre 200 i sacerdoti italiani denunciati per atti di lussuria con adolescenti. Molti di più di quelli che hanno scoperto i cronisti del Boston Globe che diedero il via all’inchiesta Spotlight del 2002… Eppure in Italia lo scandalo non è mai esploso, a differenza che negli Stati Uniti, in Australia, in Irlanda o in Belgio in tutta la sua gravità. “Ciò che mi preoccupa qui è una certa cultura del silenzio”, disse monsignor Charles Scicluna quando faceva il promotore di giustizia della Congregazione della dottrina della Fede. Una tendenza all’acquiescenza che sembra coinvolgere le vittime, le famiglie dei credenti, le gerarchie e anche parte dei media: secondo alcuni osservatori non è un caso che siano proprio i paesi tradizionalmente più cattolici – come l’Italia, la Spagna e quelli del Sud America – quelli in cui il fenomeno della lussuria sui più piccoli sembra avere, nei pochissimi dati ufficiali disponibili, dimensione contenuta.

    In realtà, il “sistema” che copre e protegge gli orchi e le casse della Chiesa funziona anche qui. Ancora oggi. E meglio che altrove. Un esempio su tutti: se l’arcidiocesi di Los Angeles qualche anno fa ha pagato, in un accordo extragiudiziario, 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie da parte di preti (il periodo delle violenze ipotizzate va dal 1950 al 1980) come indennizzo per gli atti di libidine, a Verona i 67 ex allievi dell’Istituto Provolo, sordomuti che hanno denunciato alla curia i mostruosi soprusi di cui sarebbero stati oggetto da parte di venticinque religiosi dal 1950 al 1984, non hanno ricevuto nemmeno un euro. Per la legge italiana i reati sono prescritti e una causa legale è tecnicamente impossibile. La commissione d’inchiesta “indipendente” non ha creduto ai loro racconti. Sarà un caso, ma qualche giorno fa uno dei sacerdoti indicati dai testimoni come presunti aguzzini, don Nicola Corradi, è stato arrestato in Argentina nella sede sudamericana dell’istituto dove si era trasferito qualche tempo fa, con l’accusa di “abuso aggravato ” e “corruzione di minori “.

    Ancora oggi il Vaticano non prevede che sacerdoti e vescovi abbiano l’obbligo di denunciare i colleghi maniaci alla giustizia ordinaria. E i casi gestiti dalla Congregazione preposta restano segretissimi. A Cremona don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, nel 2016 è stato condannato in primo grado a 4 anni e nove mesi di carcere. Spretato da papa Ratzinger, nonostante il processo penale contro di lui ha fatto appello alla Congregazione e l’ha vinto: Francesco l’ha riammesso nel clero. Non è tutto: il magistrato ha chiesto al Vaticano le carte del processo canonico, e dopo mesi d’attesa s’è visto rifiutata la domanda: “Gli atti processuali e istruttori sono “sub segreto pontificio””, è stata l’unica, laconica spiegazione. Stessa dinamica accaduta a Palermo pochi mesi prima.

    Gli insabbiamenti o le difese d’ufficio coinvolgono pezzi da novanta della gerarchia come il vescovo di Brescia, quello di Como, quello di Castellaneta, il vescovo emerito di Palermo, cardinale Paolo Romeo, quello di Savona, cardinali di peso come Antonelli, Bertone e Domenico Calcagno. Quest’ultimo ha fatto carriera con Benedetto XVI, e anche Francesco l’ha confermato sulla poltrona di presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce l’immenso patrimonio della Santa Sede. Nonostante una macchia grave, quella di aver spostato nel 2003 da una parrocchia all’altra un prete su cui erano già arrivate pesanti segnalazioni. Uno spostamento a cui non seguirono provvedimenti: peccato che due anni dopo, il sacerdote, don Nello Giraudo, poté molestare in un campo scout un altro ragazzino.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2017/01/16/news/_ecco_i_200_preti_pedofili_d_italia_lo_scandalo_che_imbarazza_la_curia-156114960/?ref=fbpr

  • Oppido, il prete «consapevole» dei rapporti sessuali con i minori

    Oppido, il prete «consapevole» dei rapporti sessuali con i minori

    Si faceva chiamare “Nico” e si spacciava per un insegnante di educazione fisica (in alternativa per un carabiniere) don Antonello Tropea, l’ex parroco di Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, condannato a 4 anni di reclusione (processo con il rito abbreviato) per prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico e adescamento di un minorenne. Adesso sono stati resi noti i motivi per i quali il Gup di Reggio, Filippo Aragona, ha condannato il prete con il vizio della prostituzione minorile pagando 20 euro per prestazione a luci rosse.

    Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio, che hanno approfondito una segnalazione delle Volanti di Gioia Tauro quando intercettano in zona Lungomare il prete falso professore di educazione fisica che si intratteneva a bordo di una autovettura con un ragazzino (conseziente) di 17 anni a cui hanno trovato anche uno zaino zeppo di materiale pornografico.

    Il prelato, seguito, pedinato, osservato ed intercettato, è stato smascherato, così come rimarca in sentenza il Giudice dell’udienza preliminare: «Le intercettazioni eseguite in due mesi, l’analisi del cospicuo materiale sequestrato nella dimora dell’indagato, gli ulteriori controlli di polizia e le testimonianze acquisite hanno consentito di smascherare la doppia vita dell’imputato, il quale di giorno esercitava il ministero sacerdotale presso la Chiesa di San Nicola di Mira a Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, mentre la sera, sotto falsa identità si dilettava con numerosissimi rapporti sessuali, talvolta a pagamento con giovani contattati su Internet».

    Secondo il Gup di Reggio «sono emersi senza alcuna incertezza tutti gli elementi costituti del reato di prostituzione minorile», da cui la condanna a 4 anni di carcere affievolita rispetto alla più pesante richiesta di pena avanzata dal pubblico ministero (6 anni).

    Nessun dubbio, emerge dalla sentenza, sulla conoscenza e consapevolezza di intrattenersi con minori: «È stata la stessa persona offesa a riferire, prima al pm e poi in sede di incidente probatorio, che egli aveva comunicato all’imputato di essere un diciasettenne già in occasione del loro primo rapporto sessuale, con la conseguenza che la sera del 16 marzo 20015 il Tropea era ben consapevole di aver fatto sesso con un minorenne in cambio del pagamento a favore di quest’ultimo di 20 euro. Francamente non vi sono elementi sufficienti per ritenere non attendibile quanto dichiarato da Omissis nel corso del processo, ancorché questi si sia costituito parte civile, in quanto il suo racconto è apparso molto lineare e privo di contraddizioni…».

    http://www.gazzettadelsud.it/news/reggio/217985/oppido-il-prete-consapevole-dei-rapporti-sessuali-con-i-minori.html

  • Don Antonello Tropea E La Doppia Vita, Di Giorno Prete E Di Notte “Nico”

    Don Antonello Tropea E La Doppia Vita, Di Giorno Prete E Di Notte “Nico”

    Si presentava agli appunatamenti usando il nome di “Nico”, Don Antonello Tropea, il parroco di Messignadi condannato 4 anni di reclusione con il rito abbreviato, per prostituzione minorile, adescamento di minore e detenzione di materiale pedopornografico.  Di giorno faceva e il prete e la sera, spacciandosi per carabiniere o insegnante di educazione fisica, era solito intrattenersi con giovani, anche minorenni consumando rapporti sessuali,  anche a pagamento. Il Gup di Reggio ha depositato le motivazioni sul caso dell’ex parroco , sorpreso durante uno degli incontri sessuali con un 17enne consenziente, conosciuto online. “Dalle intercettazioni risulta chiaro come il soggetto conducesse una doppia vita: di giorno esercitava il ministero sacerdotale nella chiesa di San Nicola di Mira e di sera intratteneva numerosissimi rapporti sessuali, talvolta a pagamento, con giovani contattati su internet”. Le motivazioni della sentenza fanno anche emergere la consapevolezza da parte del prelato della minore età dei propri partner, circostanza che è costata a Don Antonello Tropea, la condanna per il reato di prostituzione minorile.

    http://www.zmedia.it/cronaca/notizie-di-cronaca/calabria/12817-don-antonello-tropea-e-la-doppia-vita-di-giorno-prete-e-di-notte-nico

  • SESSO CON MINORI: SACERDOTE CONDANNATO A 4 ANNI DI CARCERE

    SESSO CON MINORI: SACERDOTE CONDANNATO A 4 ANNI DI CARCERE

    REGGIO CALABRIA. Il gup del tribunale di Reggio Calabria ha condannato, con rito abbreviato, a quattro anni di reclusione l’ex parroco di Messignadi, frazione di Oppido Mamertina, don Antonello Tropea, di 44 anni. Il sacerdote è stato ritenuto colpevole di prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico e adescamento di un minorenne, ma assolto per altri due di capi d’imputazione. I suoi legali, gli avvocati Andrea e Giuseppe Alvaro hanno, hanno detto di aspettare le motivazioni della sentenza per presentare appello. Il religioso è stato arrestato nel dicembre scorso dalla squadra mobile di Reggio Calabria. Le indagini erano iniziate nel marzo precedente, dopo che una pattuglia aveva sorpreso l’uomo con un minore, a bordo della sua auto, in un luogo appartato. Il ragazzo aveva raccontato d’aver conosciuto l’uomo attraverso una chat per omosessuali e di avere ricevuto 20 euro per un rapporto sessuale in auto. Il ragazzo disse anche che l’uomo gli aveva detto di essere un ricercatore scientifico.

    Sesso con minori: sacerdote condannato a 4 anni di carcere

  • Prete pedofilo, i fedeli lo difendono

    Prete pedofilo, i fedeli lo difendono

    Dopo la condanna a 4 anni di reclusione di don Antonello Tropea accusato di di prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico e adescamento di un minorenne vi ripropongo il mio reportage a Messignadi. I suoi parrocchiani lo difendevano così… (Non ci sono parole!! Per loro è innocente. Senza se e senza ma. E dunque, in una comunità come questa, quale bambino (se abusato) avrebbe il coraggio di denucniare alla propria madre?) GUARDATELO. E’ SCONCERTANTE!!

     

     

  • Don Antonello Tropea condannato per pedofilia

    Don Antonello Tropea condannato per pedofilia

    Don Antonello Tropea condannato per pedofilia