Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, confermata la sentenza all’ex fonico dei Modà: Paolo Bovi tradì la figura di educatore

    Pedofilia, confermata la sentenza all’ex fonico dei Modà: Paolo Bovi tradì la figura di educatore

    Milano, 16 luglio 2015 – “Gli atti compiuti non concretavano per i minori soltanto una abusiva intrusione nella loro sfera sessuale ma anche un oltraggioso tradimento della figura dell’ educatore che Bovi assumeva per tutti loro». Queste le parole contenute nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso primo luglio i giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello hanno confermato la condanna a cinque anni e mezzo di carcere inflitta dal gup ex fonico dei Modà Paolo Bovi, accusato di molestie sessuali su quattro ragazzi di età compresa tra i 13 e i 16 anni che attualmente si trova agli arresti domiciliari in una comunità della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi a Milano.

    Gli abusi sarebbero avvenuti nel 2011, quando l’uomo ricopriva il ruolo di educatore in un oratorio nell’hinterland milanese, nel suo studio di registrazione nel Milanese e in un campeggio durante una gita in Val d’Aosta. I giudici della Corte d’Appello hanno deciso quindi una «integrale conferma» della sentenza emessa nel processo di primo grado in quanto «l’attenta analisi» dei racconti delle sue presunte vittime, che si erano costituite parti civili assistite dagli avvocati Ilaria Scaccabarozzi e Monica Borsa, «ha consentito di comprendere appieno la natura degli atti compiuti dall’imputato, la serialità delle sue condotte, gli ingannevoli pretesti utilizzati per costringere i minori a denudarsi fino al raggiungimento del contatto corporeo e delle zone erogene di questi».

    Racconti che i giudici definiscono «lineari» e «attendibili». «La condotta si consumava in tutti i casi con l’approfittamento delle condizioni di inferiorità delle vittime e del rapporto fiduciario in essere con l’imputato – si legge nelle motivazioni della sentenza -. Bovi attentò indiscutibilmente alla libertà sessuale dei minori in questione violando, contro il consenso di questi, zone erogene del loro corpo, utilizzando come strumento invasivo le mani». L’ex musicista, tra i fondatori di una delle band più amate nel panorama pop-rock italiano, secondo i giudici, inoltre, aveva «pienamente coscienza e volontà di compiere atti lesivi della libertà sessuale delle vittime».

    L’ex fonico dei Modà Paolo Bovi attualmente si trova agli arresti domiciliari in una comunità della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi a Milano. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con cui i giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Milano, lo scorso primo luglio, hanno confermato la condanna inflitta in primo grado. Bovi, si legge nel provvedimento, sta seguendo da tempo un «percorso terapeutico». Don Mazzi, nel gennaio scorso, aveva scritto una lettera all’ex musicista, spiegando che la sua Fondazione sarebbe stata pronta ad accoglierlo per un percorso di rieducazione. Nel giugno scorso le porte di Exodus si erano aperte anche per l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona, scarcerato e affidato alla comunità di Lonate Pozzolo.

    http://www.ilgiorno.it/milano/paolo-bovi-mod%C3%A0-pedofilia-1.1151398#!kalooga-16897/~Cronaca%20~%22Paolo%20Bovi%22%5E0.75%20~MIlano%5E0.56

  • Il lato oscuro di don Gelmini

    Il lato oscuro di don Gelmini

    I funerali di don Pietro Gelmini – La lunga esistenza terrena di don Pietro Gelmini, celebrità mediatico-ecclesiastica e fondatore della Comunità Incontro, si è conclusa il 12 agosto 2014 dopo 89 anni di pensieri, parole, opere, guai giudiziari e accuse infamanti.

    La destra italiana, verso la quale Gelmini aveva una spiccata (e ricambiata) simpatia, si è profusa in lodi sulla persona e l’operato di don Pierino. Carlo Giovanardi l’ha definito “un gigante dell’impegno sociale e civile, in prima linea da sempre per strappare i tossicodipendenti e le loro famiglie dall’incubo della droga.” E anche per Gianni Alemanno abbiamo avuto l’onore di trovarci di fronte a un “gigante che ha fatto del bene in tutto il mondo”, sfidando “senza riserve il mostro della droga.”

    La stampa si è prontamente unita al coro di lamenti e celebrazioni, parlando di Don Gelmini come di un “guerriero della vita”, una specie di Martire Del Bene impegnato in una lotta senza quartiere alle storture del mondo. Certo, la maggior parte delle testate hanno ricordato (quasi con fastidio) che Gelmini era finito in una “complessa inchiesta” per presunte molestie sessuali su decine di “ospiti” della sua comunità—con la scontata postilla: “comunque non c’entrava nulla, come ha ribadito più volte”—ed era comunque “una figura discussa” o un “prete controverso”, senza naturalmente andare troppo a fondo sul perché la sua figura fosse discussa o controversa.

    Lo sbianchettamento a reti unificate della vita del prete, condotto con grande zelo e aiutato dalla pausa di Ferragosto, ha rimosso praticamente tutte le zone d’ombra che negli anni hanno offuscato le imprese di don Gelmini. Se si ricostruisce la sua reale biografia, infatti, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo molto attaccato alla materialità e tutt’altro che “santo.”

    Pietro Gelmini nasce a Pozzuolo Martesana, provincia di Milano, il 19 gennaio 1925. Viene ordinato prete nel 1949, nella diocesi di Grosseto. È fratello del più celebre (almeno all’inizio) padre Eligio, frate che “preferiva il cachemire al ruvido panno francescano”, “confessore e assistente spirituale di vip e calciatori” nonché “precursore di tante figure di preti mediatici e mondani che frequentano salotti, feste e studi televisivi.” Tra le altre cose, Padre Eligio aveva un’autentica passione per le auto di lusso—una passione che in un’intervista spiegò in questo modo: “L’auto per me è un’occasione di stare con Dio.”

    Negli anni ’60 Gelmini diventa segratario del cardinale Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires fino al 1959, e si inserisce nella comunità di Casal Palocco a Roma. La svolta nella vita del sacerdote—così narra l’epica sul personaggio—avviene il 13 febbraio del 1963 a seguito dell’incontro con Alfredo, un giovane della borgata romana che “smaltiva la sbornia del suo compleanno” sui gradini della chiesa di Sant’Agnese a  piazza Navona. “A zì prete, damme ‘na mano,” gli dice Alfredo. “Nun vojo soldi. Nun vedi che sto male?” Alfredo viene poi accolto in casa da don Gelmini, che “da quel momento cominciò il suo impegno con i tossicodipendenti.”

    In parallelo a quell’episodio vagamente pasolinano, però, sempre in quegli anni arriva una diffida dalla Curia per abuso di titolo: Gelmini, infatti, andava in giro facendosi chiamare “monsignore.” Oltre ai problemi con le autorità ecclesiastiche, don Pierino inizia ad avere grossi grattacapi anche con la giustizia dello Stato italiano.

    Il 13 novembre del 1969 arriva il primo arresto. I carabinieri prelevano don Gelmini nella sua villetta all’Infernetto con le accuse di bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita per il fallimento della cooperativa edilizia “Tre Fontane” (collegata alle Acli), di cui il sacerdote era presidente e liquidatore. Nel giardino della sua abitazione le forze dell’ordine trovano una fiammante Jaguar—probabilmente utilizzata per attenersi più strettamente ai precetti evangelici—che gli vale il soprannome di “padre Jaguar.”

    Tra le persone che denunciano Gelmini per appropriazione indebita ci sono anche Ngô Ðình Thuc, arcivescovo della città di Huè e fratello di Ngô Ðình Diêm (dittatore assassinato nel 1963) e la signora Nhu, vedova dell’ex presidente. Stando a un articolo del 1971, Nhu era fuggita dal suo paese ed era approdata a Roma “con i figli e notevoli conti in banca.” Decide di comprare una villa e, tramite il cognato Thuc, conosce don Gelmini. “Il prelato,” continua la cronaca, “si incaricò di trovarle una villa con parco dal valore di 300 milioni [di lire].” L’arcivescovo dalla Svizzera comincia a inviare soldi a Gelmini per pagare le rate del mutuo, ma i due si accorgono che qualcosa non torna. Secondo i vietnamiti, infatti, il sacerdote italiano “si sarebbe appropriato di 60 milioni di lire dell’arcivescovo Thuc e di 13 milioni della signora Nhu.”

    Ritaglio de La Stampa del 14 marzo 1976.

    Don Pierino viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione per i reati addebitatigli e inizia a scontare la pena in carcere. In un articolo sul Messaggero dell’epoca si legge: “Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi.” Nel 1974 la Corte d’Appello di Roma dimezza la condanna a due anni di carcere (l’appropriazione indebita, nel frattempo, è stata estinta per l’amnistia del 1971), e l’anno successivo la Cassazione la conferma rendendola definitiva.

    Scontata la pena, il Vaticano gli impone “un periodo di ‘esilio’ a Grosseto.” Finito l’“esilio”, Gelmini torna a Casal Palocco e si trasferisce in una villa più spaziosa, che La Stampa descrive così: “Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto bianco, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera.”

    Ma i guai con la giustizia non finiscono qui. Nel 1976 è arrestato nuovamente, insieme al fratello e all’avvocato siciliano Carmelo Conte, dipinto da La Stampa come “ostentatore di ricchezza” nonché “spalla in campo giuridico” degli affari del “clan” Gelmini. I tre sono accusati di “aver ricevuto una bustarella di 50 milioni da Vito Passera, un imprenditore in difficoltà, per farlo diventare console onorario della Somalia ed avere facilitazioni nel commercio di burro tra gli Usa e il paese africano.” Le accuse si rileveranno poi infondate e il procedimento si chiuderà senza conseguenze.

    La ricostruzione della storia giudiziaria di don Pierino fatta dal programma Matrix nel 2007.

    Nel 1979 don Gelmini disse di aver rinunciato alla “carriera per salire su una corriera di balordi”—ossia la Comunità Incontro. In quell’anno, infatti, Gelmini rileva un frantoio abbandonato, il Mulino Silla ad Amelia, e ne fa la sede della sua comunità. Il recupero dei tossicodipendenti è imperniato sulla Cristoterapia, un metodo in cui—ha detto lo stesso Gelmini—“si pone l’accento principale sul potere risanatore di Cristo.”

    Il comune di Amelia concesse il frantoio in comodato d’uso, ma la relazione con la giunta si incrinò quando Luciano Lama, ex leader della Cgil, venne eletto sindaco nel 1988. “Erano gli anni del boom delle comunità,” scrive Marco Lillo su l’Espresso, “e don Pierino non badava troppo al codice urbanistico. I piccoli casali abbandonati diventavano imponenti ostelli. Mensa, campo di calcio, sotterranei, tutti edificati a fin di bene, ma tutti abusivi, furono immediatamente segnalati da Lama alla Procura.” Alla fine, sempre secondo Lillo, tutto sarebbe stato sanato “grazie anche ai socialisti della giunta.”

    La consolidazione e l’ascesa della Comunità Incontro—che ufficialmente conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 all’estero (anche se i dati sono stati contestati dalla giornalista Stefania Nardini)—vengono accompagnati da critiche piuttosto feroci sulla trasparenza finanziaria e sulla gestione degli ospiti.

    Nel 2004 esce il libro Mara come me del giornalista Marco Salvia, uno dei più vocali accusatori di Gelmini, che racconta la difficile vita all’interno di una comunità di recupero. La storia è romanzata e i nomi sono cambiati, ma l’anno dopo l’autore pubblica una lettera in cui dichiara che i fatti narrati nel libro sono reali e autobiografici, e che il personaggio di “don Luigi”, capo supremo della comunità, è in realtà “ispirato direttamente” a don Gelmini.

    “Ricordo bene don Gelmini, urlare come un folle al minimo accenno di dissenso, il lavaggio del cervello, i soprusi,” ha scritto Salvia. “Il mio soggiorno presso la comunità Incontro fu un incubo ad occhi aperti, pieno di eventi crudeli e arbitrari.” In un’intervista su Il Manifesto pubblicata nel 2011, il giornalista ha ribadito che all’interno della comunità di Gelmini si eserciterebbe “un grande controllo carismatico su persone molto fragili come i tossicodipendenti e le loro famiglie.”

    In parallelo alla fiorente attività della Comunità, che Gelmini ha sempre descritto come un’associazione “laica” e non religiosa, ci sono i rapporti con il Vaticano e quelli con la politica. I primi sono sempre stati piuttosto tesi. Negli anni ’70, ricorda l’articolo de La Stampa del 1976, “denunce e proteste giungono al vicariato di Roma anche da parte del parroco di Casal Palocco,” e per due volte don Pierino è convocato, “diffidato dall’usare la veste che non gli spettava e sospeso ‘a divinis’.”

    La notizia del falso arresto di don Gelmini, da La Stampa del 5 gennaio 1997. La beffa mediatica era stata orchestrata da Luther Blissett.

    Per risolvere una volta per tutti i problemi legati all’uso indebito di titoli ecclesiastici, nel 1988 Gelmini riesce a farsi insignire del titolo di Esarca Mitrato della Chiesa cattolica greco-melkita. Questa investitura, dice la biografia ufficiale, “gli apre le porte del Medio Oriente” e gli dà il diritto di usare l’anello, la mitra, la croce e la pastolare, pur non essendo vescovo.

    I rapporti con la politica, invece, sono sempre stati eccellenti e hanno sicuramente contribuito all’espansione del piccolo impero del sacerdote. Don Gelmini, che è considerato uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale, è sempre stato molto vicino a Udc e Alleanza Nazionale.

    Il 4 marzo 2000 don Gelmini partecipa alla presentazione del “manifesto” di AN, “Valori e idee senza compromessi”, in qualità di illustre testimonial anti-droga. A un certo punto don Pierino allarga il suo intervento ed evoca scenari apocalittici e scontri di civiltà: “I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d’ ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’ Islam. Bisogna bloccare questo germe.” Le cronache dell’epoca riportano l’“imbarazzo” di Gianfranco Fini, la platea che “va in delirio” e le mani che si spellano per don Pierino.

    All’80esimo compleanno di don Gelmini viene organizzata una megafesta che probabilmente racconta meglio di ogni altro episodio gli appoggi politici di cui poteva godeva il sacerdote. Tra gli invitati ci sono diversi ministri (Maurizio Gasparri, Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi), una sfilza di sottosegretari, parlamentari come Gustavo Selva (il cui nome venne ritrovato tra le liste della P2, anche se ne ha sempre smentito l’iscrizione) e volti noti di Tangentopoli quali l’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e corruzione. Alla festa non può mancare nemmeno Silvio Berlusconi, grande amico personale di don Gelmini, che come regalo gli stacca un assegno da 5 milioni di euro per costruire una comunità in Thailandia.

    Nel 2007, quando la procura di Terni inquisisce Gelmini per presunti abusi sessuali nei confronti di una decina di ospiti della comunità, l’impero sembra sul punto di crollare. Don Pierino nega tutti gli addebiti e grida al complotto ordito nei suoi confronti da “toghe rosse”, “poliziotti infami” e dalla lobby “ebraico-radical chic” che punta a “indebolire la Chiesa tutta.”

    Il riferimento alla lobby ebraica scatena un putiferio, e Gelmini si vede costretto a correggere il tiro: “Chiedo scusa agli ebrei. Io ho molto rispetto e molta considerazione per loro. C’ è questa loggia massonica-radical chic, invece, che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti.” Nonostante le polemiche e la gravità della accuse, Gelmini viene difeso a spada tratta dai suoi sponsor politici e anche da una parte del mondo cattolico. Il saggista Vittorio Messori, ad esempio, in un’intervista arriva a dire una cosa del genere: “Un uomo di Chiesa fa del bene e talvolta cade in tentazione? E allora? Se fosse così per don Pierino Gelmini, se ogni tanto avesse toccato qualche ragazzo ma di questi ragazzi ne avesse salvati migliaia, e allora?”

    In realtà, già prima del 2007 giravano accuse piuttosto scabrose nei confronti di don Pierino. Nel 1991 venne ritrovato sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, che anni prima era stato ospite della Comunità Incontro. Durante le indagini il fratello gemello della vittima afferma che, poco prima di morire, Franciosi gli aveva “confidato di essere venuto a conoscenza di molestie compiute all’interno della comunità di Amelia; e per questo motivo sarebbe stato picchiato, minacciato e cacciato dal centro.”

    Nel 2003 don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, riceve la lettera di un ragazzo che dice di aver subito molestie sessuali da don Gelmini nel 1993, quando era ospite della sua comunità. Oltre a questi casi, ci sono anche le accuse fatte da Bruno Zanin nell’autobiografia Nessuno dovrà saperlo, in cui afferma di aver subito molestie dal sacerdote quando era minorenne.

    Vittorio Sgarbi difende don Gelmini e attacca i “ragazzotti” che si sono “fatti stoccazzare”.

    Per difendersi meglio dall’inchiesta della procura, nel marzo del 2008 don Gelmini ottiene dal pontefice di essere ridotto allo stato laicale. “Papa Benedetto XVI ha fatto bene ad accogliere la mia richiesta,” dichiara Gelmini, “perchè credo che la libertà dell’individuo venga prima di ogni cosa.” Qualche giorno dopo, però, don Pierino si scaglia contro il Vaticano: “L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti.”

    A giugno del 2010 don Gelmini viene rinviato a giudizio, ma il processo—che comunque andava molto a singhiozzo per i continui rinvii dovuti alle condizioni di salute di Gelmini—non si farà mai, mettendo una pietra sopra all’accertamento (o meno) delle responsabilità di “padre Jaguar.”

    Quello che rimane, dunque, è la figura di personaggio adorato e odiato in egual misura, un “giusto” per alcuni e un impostore per altri, un uomo perfettamente inserito nella società dello spettacolo e in un preciso milieu politico, un prete in rotta con le gerarchie vaticane e insofferente alle restrizioni imposte dal codice penale.

    “Don Gelmini è buono come Dio,” disse una volta il fondatore di Comunione e Liberazione, Don Giussani. “Se penso a un esempio vivente di Cristo vedo lui.” Ecco, qualcosa mi dice che Dio e Gesù Cristo potrebbero non essere entusiasti di questo paragone.

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  • Il saluto ai suoi ragazzi: volevano colpire la comunità. “Pensavano di avere a che fare con un coniglio: si sono trovati di fronte un cane che morde”

    Il saluto ai suoi ragazzi: volevano colpire la comunità. “Pensavano di avere a che fare con un coniglio: si sono trovati di fronte un cane che morde”

    Il saluto ai suoi ragazzi: volevano colpire la comunità. “Pensavano di avere a che fare con un coniglio: si sono trovati di fronte un cane che morde”. Don Gelmini, ritorno ad Amelia benedizioni e gesto dell’ombrello dal nostro inviato ELSA VINCI

    AMELIA – “Credevano che don Pierino mollasse. Pensavano di avere a che fare con un coniglio invece hanno trovato un cane che morde. Volevano prendersi la comunità. Ah! Ah! Io li benedico, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”. E don Gelmini fa il gesto dell’ombrello. 

    Plateale, perfino sonoro. Strappa l’applauso delle circa trecento persone venute ad accoglierlo nella casa madre della Comunità Incontro di Amelia, al Mulino Silla, sull’argine della Fossa delle Streghe, un acquitrino tra le colline dell’Umbria trasformato “nella valle della speranza”, con fiori, alberi e uno zoo con due leoni e una tigre. Che sonnecchiano mentre lui ruggisce. “Non sono sicuro di vincere ma sono certo di non perdere”.

    C’è un tifo da stadio ed accenna uno show. Don Pierino è arrivato dall’Aspromonte, dove da sempre passa le vacanze.

    Ottantadue anni, un pace-maker, un occhio quasi cieco, 800 chilometri sulle spalle e il peso di un’accusa infamante da cinque dei suoi ex ragazzi: molestie sessuali. Don Gelmini agita il bastone di legno di ulivo fabbricato per lui. Ce n’è per tutti.

    Il colpo a chi lo accusa, a chi avrebbe orchestrato il complotto “per farlo fuori”, arriva nel nome del Signore.

    Con la benedizione. Un colpo pure ai giornalisti. “Accolti a Zervò sotto l’albero di Giobbe” ma che hanno scritto “il falso”. Dell’inchiesta non vuole parlare perché i magistrati hanno chiesto silenzio. “Non sarò io a tradire anche se sono stato tradito. Ho risposto ai pm. L’infamia non mi tocca, perché ci siete voi ragazzi, che siete la mia vita, la mia forza”.

    Canti, applausi, baci e abbracci. Gli hanno preparato un palchetto sopraelevato con una sedia don Pierino fa un piccolo comizio lancia un’occhiata di sfida a sinistra, dove c’è una casetta con la famosa “stanza del silenzio”, è lì che sarebbero avvenuti gli abusi. “Lì dove il fuoco rimane sempre acceso, come il verbo di Dio. Dove hanno detto che c’era la moquette che non c’è mai stata”. “A chi mi accusa non ho niente da dire, se non l’invito alla verità. San Francesco spiega che non sempre chi ti copre di lordure ti fa del male”.

    Dentro l’Audi che lo ha riportato a casa ci sono sette faldoni con 2737 e-mail, centinaia di fax e telegrammi di solidarietà. “Non mi hanno abbattuto”, dice don Pierino, con il dito indica una quercia. “Mi hanno scritto tra gli altri l’arcivescovo di Gerusalemme e quello di Damasco”. Il testo dei messaggi viene fotocopiato per i giornalisti.

    Perché l’impressione a Ferragosto che la Chiesa lo avesse lasciato solo. Il cardinale Francesco Marchisano, ex vicario papale per la Città del Vaticano, lo ha invitato ad abbassare i toni della polemica e a farsi da parte, il cardinal Bertone, segretario di Stato ha suggerito prudenza. E don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, è andato dai magistrati a confermare le confidenze ricevute da un ragazzo su un episodio del 1993. “Questo mi ha addolorato – dice don Pierino – e mi addolora ancora. Ma mi fa piacere che ora don Mazzi abbia chiesto di incontrarmi. Ci vedremo, lo accoglierò”.

    (25 agosto 2007)

    http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/cronaca/don-gelmini-indagato/ritorno-amelia/ritorno-amelia.html

  • L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

    L’affaire Don Gelmini e la crisi delle comunità

    C’è una guerra di successione dietro lo scandalo che ha travolto il fondatore della Comunità Incontro, don Pierino Gelmini, 82 anni. Le prime avvisaglie cinque anni fa. Secondo una denuncia anonima l’esuberante sacerdote non sarebbe stato solo un padre affettuoso e premuroso con gli ex tossicodipendenti della comunità di Amelia (Terni), ma qualcosa di più. La denuncia venne archiviata ma coincise con l’allontanamento di un ex sacerdote, per anni braccio destro del fondatore.

    Nel frattempo cresceva il ruolo di un prete cingalese che presta servizio nella comunità, padre Bernard. Accanto a lui don Enzo Pichelli e Marco Araclea, coordinatore dei centri di accoglienza. Un piccolo staff di fedelissimi che non ha mancato di provocare le gelosie di altri operatori e volontari, in particolare quando si è cominciato a discutere su chi raccoglierà il testimone del sacerdote.

    Aperta e accogliente con chi ha bisogno di aiuto, dal punto di vista organizzativo la Comunità Incontro appare invece impenetrabile. Forte di 164 sedi residenziali in Italia e 74 negli altri paesi del mondo, la galassia di Gelmini è rigidamente gerarchica. Dal fondatore passano ancora tutte le decisioni che contano. Tanto sono vivaci i rapporti di don Pierino con il mondo politico e dello spettacolo tanto sono essenziali quelli con il mondo ecclesiale. Ridotti all’ufficialità gli incontri di Gelmini con il suo vescovo, Vincenzo Paglia. Li divide un’opposta sensibilità politica.

    Di fronte allo scandalo, Paglia ha scelto di non prendere posizione. Silenzio anche da parte dei vertici della Cei e del Vaticano. L’unico a pronunciarsi è stato il cardinale Francesco Marchisano che, parlando a titolo personale, ha chiesto a don Gelmini di farsi da parte, almeno fino alla fine dell’inchiesta. Al silenzio delle gerarchie si sono aggiunti gli attacchi di don Antonio Mazzi. La guerra fra «i don antidroga» svela rivalità che dividono il mondo del volontariato impegnato nella lotta alla tossicodipendenza, legato anche alla feroce concorrenza per l’accesso ai fondi pubblici. Ed è il sintomo della crisi che attraversano molte comunità terapeutiche fondate negli anni Settanta.

    Sorte per far fronte al dilagare dell’eroina, ora si trovano spiazzate dalla radicale modificazione del consumo di droga nel nostro Paese, passato alla cocaina e alle sostanze sintetiche. Nel Nord Italia più del 50 per cento dei nuovi soggetti presi in cura dai Sert e dalle comunità presenta un abuso primario di cocaina, denunciano gli operatori. Secondo il Cnr i consumatori di cocaina in Italia sono 1,5 milioni ma non più di 30 mila di essi riescono a essere presi in cura dai servizi.

    Nel frattempo le comunità terapeutiche chiudono o si svuotano. Il numero delle strutture residenziali per le dipendenze si è dimezzato rispetto a dieci anni fa, rivela l’Agenzia Redattore Sociale sulla scorta della Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. Nel 1996 si contavano 1.372 strutture residenziali con circa 24 mila utenti. Oggi ce ne sono 730 residenziali e 204 semiresidenziali, con non più di 11 mila utenti. «In Lombardia, su 2.200 posti disponibili in comunità, sono occupati poco più della metà» osserva don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova a Milano. «Per i cocainomani la comunità terapeutica tradizionale è necessaria solo in casi particolari. Occorre trasformare parte di queste strutture in centri diurni capaci di offrire risposte nuove e diversificate».

    Ma la crisi delle comunità terapeutiche è anche economica. «Non è una questione di destra o di sinistra. Nessun governo dimostra la volontà di definire un vero progetto per combattere le tossicodipendenze» denuncia don Vinicio Albanesi della Comunità di Capodarco. E c’è un problema generazionale: per i carismatici fondatori delle comunità terapeutiche è giunta l’ora di passare il testimone. Ha cominciato San Patrignano: Andrea Muccioli ha raccolto l’eredità del padre e la comunità punta ad adeguarsi alle nuove emergenze. Lo stesso può dirsi per il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti e il Ceis di don Mario Picchi. Ora tocca a Exodus di don Mazzi e alla Comunità Incontro di don Gelmini. Ma, a quanto pare, non sarà un cammino facile.

  • Don Gelmini/ Accuse dei ragazzi su internet: “Noi, capriccio sessuale di un prete infoiato”.

    Don Gelmini/ Accuse dei ragazzi su internet: “Noi, capriccio sessuale di un prete infoiato”.

    “Anche se abbiamo ricevuto del bene, non era giusto che fossimo il capriccio sessuale di un prete infoiato. Come giustifica ora il Don quanto ci ha fatto?”.

    Il don in questione è Piero Gelmini, indagato a Terni per abusi sessuali, e la domanda la pone un ragazzo che è stato ospite della sua comunità Incontro in una lettera pubblicata sul sito siciliano www.bispensiero.it. Una conferma, affidata al web in forma anonima, dopo le accuse emerse nei giorni scorsi e ribadite da don Antonio Mazzi durante l’incontro con il procuratore Carlo Maria Scipio e il pm Barbara Mazzullo.

    “Un ragazzo si è confidato con me e mi ha descritto le violenze che sostiene di aver subito nel lontano ’93. Quando è arrivato da noi, ha cominciato a dire subito qualcosa, a descrivere quello che era accaduto…” racconta don Mazzi. Così, gli investigatori di Terni hanno chiesto al parroco fondatore della comunità Exodus una conferma delle confessioni del giovane – oggetto di uno scambio epistolare andato avanti negli anni. Ma ecco spuntare su Bispensiero un’altra lettera che descrive quel che succedeva nel centro per tossicodipendenti di don Gelmini.

    LA DESCRIZIONE DEI LUOGHI – Tutto accadeva “nella famosa stanza detta del Cardinale ad Amelia, a volte anche in macchina durante i suoi tour” scrive l’anonimo ragazzo, in una e-mail girata alla stessa segreteria della comunità Incontro, “sperando che mi risponda”. L’ex tossicodipendente spiega di aver deciso “di svuotare il sacco giacchè ho saputo che viene chiesto ora a tamburo battente dai preti stessi, che i preti pedofili devono finirla di pararsi dietro la tonaca e usare il loro potere per scoparsi ragazzini o orfani o tossici”.

    “Noi allora eravamo giunti in comunità in condizioni pietose, eravamo facilmente manipolabili e fragili psicologicamente durante il programma di recupero, per questo indotti a commettere atti sessuali schifosi con il Don”. Questa la situazione vissuta dal giovane, che fa riferimento alla Rete per raccontare la sua storia e trovare altri casi analoghi. “Io sono stato abusato da un prete, ma non ero bambino, ero un ragazzo di 17 anni fuori casa e tossico, il prete che abusò di me usava tecniche psicologiche di convincimento e seduzione simili a quelle di altri preti, come ho avuto modo di leggere su internet”. Insomma, ha trovato conferme solo on line.

    Anche se, poche righe dopo, accusa: “Non abusò solo di me ma anche di altri, tantissimi ragazzi a lui affidati dalle famiglie e dalle istituzioni”. E tira in ballo il Palazzo: “E’ un prete potentissimo pupillo della destra politica amico intimo dell’onorevole Gasparri e pare anche di Berlusconi”. L’autore della lettera giunta a Bispensiero invita poi “gli altri ex tossici della Comunità Incontro a fare come faccio io”. Certo, qualcuno lo ha fatto: Don Gelmini è stato denunciato ed è indagato per abusi sessuali. La vittima chiede solo una cosa: “La sua giustificazione e scuse”.

    Michele Bisceglia

  • Don Gelmini a quanto pare è già stato sfiorato da vicende di abusi sessuali. Sarà il caso di riaprire questo caso?:

    Don Gelmini a quanto pare è già stato sfiorato da vicende di abusi sessuali. Sarà il caso di riaprire questo caso?:

    Caso Don Gelmini: Carlo Franciosi su notizie Ansa

    06/08/2007 “Sono molto turbato dalle notizie apparse” ha commentato all’Ansa il consigliere Carlo Franciosi, padre di Fabrizio, il giovane trovato senza vita al grattacielo di Rimini, 16 anni fa.

    Omicidio sul quale per la prima volta si indagò, per presunti abusi sessuali, su Don Gelmini. 

    “Per ora – ha aggiunto Franciosi – non intendo confermare o smentire nulla di quello che e’ stato pubblicato. Mi riservo di consultare esperti di Diritto per eventuali, ulteriori valutazioni”. Dopo aver lasciato la comunita’, Fabrizio Franciosi aveva ripreso gli studi di Giurisprudenza, frequentava un scuola di inglese a Rimini e conduceva una vita piuttosto riservata. La sera del delitto aveva partecipato a una festa di laurea al ‘Paradiso’. Piu’ tardi, il ritrovamento del cadavere. La morte risaliva a qualche ora prima. Le indagini, coordinate dal pm Paolo Gengarelli, puntarono soprattutto nel giro della tossicodipendenza e arrivarono quindi a sfiorare anche gli ambienti della comunita’ di Don Gelmini.

    http://www.sanmarinortv.sm/attualita/default.asp?id=35

    Don Mazzi dal pm contro don Gelmini

    Il fondatore di Exodus interrogato su un episodio del ’93 conferma le confidenze di un ragazzo: «Mi disse di aver subito violenze»

    Don Antonio Mazzi (Olympia)

    ROMA — Torna indietro nel tempo fino al ’93 l’inchiesta sulle presunte violenze sessuali commesse da don Pierino Gelmini su alcuni tossicodipendenti all’interno della Comunità incontro. La novità è emersa dall’interrogatorio come «persona informata sui fatti» di don Antonio Mazzi, il padre di Exodus: è stato sentito dai magistrati di Terni all’inizio della scorsa settimana e ha confermato il contenuto di una lettera da lui inviata a un ragazzo che aveva assistito nel suo centro per un paio d’anni.
    Il giovane ha denunciato di aver appunto subito gli abusi 14 anni fa, quando ha trascorso un periodo di sei mesi ad Amelia. Poi si è trasferito in una struttura di don Mazzi, con il quale si è confidato e ha continuato a mantenere rapporti epistolari.
     Il procuratore Carlo Maria Scipio e il pm Barbara Mazzullo volevano sapere dal fondatore di Exodus se confermava quello che aveva scritto all’ex drogato nel 2003. Il sacerdote, nel corso dell’interrogatorio, ha ribadito punto per punto quello che aveva sottolineato nella missiva, in cui c’è un chiaro riferimento alle violenze sessuali.

    Le parole del fondatore di Exodus avrebbero aggravato la posizione di don Gelmini: per gli inquirenti sono una conferma, seppure indiretta, delle accuse nei suoi confronti. Almeno da parte di uno dei sei ragazzi, cinque dei quali si sono rivolti agli investigatori dopo essere stati allontanati dalla Comunità per aver commesso dei furti. «Faremo presto, non perché c’è qualcuno che ce lo chiede, ma perché abbiamo tutti gli strumenti per farlo» ha annunciato la Mazzullo, lasciando capire che la conclusione dell’indagine è vicina. Più cauto l’avvocato Lanfranco Frezza, che difende don Gelmini insieme con Franco Coppi: «Non ci aspettiamo novità prima della fine di settembre ».

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/08_Agosto/07/haver_mazzi_gelmini.shtml