La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.
Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.
In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.
Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.
Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.
Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.
Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.
I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”
Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.
La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.
In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.
Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.
Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.
Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.
Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.
C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.
L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.
Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.
I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.
Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.
E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.
“Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a“tenere le mani a posto“.
“Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.
Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.
L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.
La Chiesa cattolica in Belgio ha finora versato nove milioni di euro alle vittime (dati aggiornati alla fine di febbraio 2026). Ad oggi, sono state registrate quasi 1.600 segnalazioni. Di queste 972 vittime sono state riconosciute e risarcite. L’importo del risarcimento è stato allineato alla prassi dei Tribunali, stabilendo così anche una parità di trattamento tra reati prescritti e non prescritti. L’obiettivo per la Chiesa – si legge in un comunicato diffuso ieri sera dalla Conferenza episcopale belga – “era garantire che le vittime di reati prescritti potessero essere ascoltate, riconosciute e, se lo desideravano, ricevere un risarcimento economico”.
Oggi, il canale Canvas trasmetterà “Brief aan de paus” (Lettera al Papa), sequel della serie “Godvergeten” (Dio dimenticato). L’arcivescovo di Malines-Bruxelles Luc Terlinden ha collaborato a questo documentario in qualità di portavoce ufficiale per gli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica belga. “Ogni abuso è inaccettabile”, afferma l’arcivescovo. “E la Chiesa ha fallito in passato per quanto riguarda gli abusi sessuali al suo interno. L’ho già detto e lo ripeterò”, nel programma tv. “La Chiesa avrebbe dovuto difendere le vittime senza esitazione o riserve e combattere ogni abuso con ogni mezzo possibile.
Ma purtroppo, non è stato così a sufficienza, a causa della mancanza di fede, della sottovalutazione del problema o per preservare la propria buona reputazione. In diverse occasioni, i nostri vescovi si sono scusati per questo. Hanno riconosciuto la sofferenza per tutta la vita sopportata dalle vittime e hanno espresso la loro sincera compassione. Continueremo a farlo e ad assumerci le nostre responsabilità”. La Conferenza episcopale ricorda che in seguito alla trasmissione della serie Godvergeten (Dimenticati), sono state istituite nuove commissioni parlamentari. Una delle principali raccomandazioni formulate nei loro rapporti finali (2024) è l’attuazione di un quadro giuridico generale per tutte le vittime di abusi sessuali. Il vescovo Terlinden: “La Chiesa cattolica sostiene pienamente questa proposta e lo abbiamo già ribadito al governo in diverse occasioni. La Chiesa chiede parità di trattamento per tutte le vittime di abusi sessuali”. Di questo, il vescovo parlerà domani, mercoledì 4 marzo, con il Ministro Verlinden, alla presenza delle vittime.
Sulla base di numerose interviste condotte con le vittime e riconoscendo il loro urgente bisogno di assistenza psicologica, la Chiesa ha deciso di offrire un aiuto aggiuntivo di 3.000 euro a ciascuna vittima riconosciuta dalla Chiesa per reati in prescrizione, per rendere l’assistenza psicoterapeutica più accessibile. Dal suo annuncio nell’ottobre 2025, oltre 550 vittime hanno richiesto e ricevuto questo aiuto. La Chiesa belga assiucra che “la tolleranza zero per gli abusi è la norma”. “Gli episodi recenti o gravi che si verificano oggi vengono trattati con fermezza e sono soggetti a segnalazione obbligatoria. La Procura della Repubblica viene informata, il presunto autore viene sospeso e vengono adottate ulteriori misure preventive. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede a Roma viene sistematicamente informato e viene avviata un’indagine canonica”.
(OSV News) — Una corte d’appello dell’Italia meridionale ha confermato che un ex sacerdote ha utilizzato tattiche manipolative per abusare sessualmente di diversi minori e che i membri della diocesi, tra cui il vescovo, erano a conoscenza e hanno attivamente insabbiato l’abuso.
A metà gennaio, la Corte d’appello di Caltanissetta, città dell’Italia meridionale, ha pubblicato la sua “Motivazione”, un documento di 50 pagine che spiega la condanna emessa il 1° luglio dal tribunale nei confronti di padre Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere.
OSV News ha ottenuto una copia del documento.
In esso, la corte ha affermato che gli abusi commessi da padre Rugolo su tre vittime (Antonio Messina e altre due persone) implicavano un modello di comportamento “predatorio” che è stato caratterizzato come “deviazione mascherata da missione pastorale”.
Il caso attirò l’attenzione per la diffusione al pubblico di registrazioni , tra cui alcune realizzate dal sacerdote accusato durante conversazioni private con il vescovo Rosario Gisana di Piazza Armerina.
In una registrazione, il vescovo Gisana dice all’ex sacerdote, che ha espresso preoccupazione per l’indagine sui suoi abusi, che “l’unica cosa che possiamo fare è pregare il Signore perché il problema non è solo tuo, ma anche mio, perché ho insabbiato questa storia”.
In un’intervista del 2024 al quotidiano italiano La Stampa, il vescovo Gisana ha affermato che le sue parole erano state “estrapolate dal contesto della conversazione”.
Il vescovo Gisana e il vicario giudiziale diocesano, mons. Vincenzo Murgano, sono stati incriminati lo scorso anno per dichiarazioni false rilasciate durante il processo a padre Rugolo e dovranno comparire in tribunale il 12 marzo.
Frustrazione con ‘Vos Estis’
Mentre le schiaccianti sentenze della corte civile contro Padre Rugolo danno un certo senso di giustizia, per Messina l’inazione della Chiesa cattolica in un caso comprovato di insabbiamento sistematico è scoraggiante.
In un’intervista rilasciata a OSV News il 10 febbraio, Messina ha affermato che le rassicurazioni secondo cui la Pontificia Commissione per la tutela dei minori sarebbe stata “un luogo privilegiato di ascolto” sono sembrate vane.
Ha inoltre espresso frustrazione per il fatto che le procedure della Chiesa per indagare sulle accuse di abusi sessuali o sulla loro copertura, definite “Vos Estis Lux Mundi” (“Voi siete la luce del mondo”), non abbiano portato a provvedimenti disciplinari nei confronti del vescovo Gisana, che continua a ricoprire la carica di vescovo della diocesi.
“Credo che ci sia stata una carenza nell’applicazione di ‘Vos Estis Lux Mundi’ e, più in generale, di queste norme volte a contrastare gli abusi”, ha affermato Messina. “Ogni volta che abbiamo cercato di invocare queste norme, anche tramite il mio avvocato canonico, ci è stato detto che non potevano essere applicate al mio caso perché non erano retroattive. Tuttavia, a prescindere da ciò, credo che la legge non abbia impedito, e non impedisca, alla Santa Sede di intervenire nei confronti del vescovo, soprattutto considerando che la sentenza del tribunale è molto chiara”.
Messina ha anche osservato che, nonostante le notizie secondo cui padre Rugolo sarebbe stato ridotto allo stato laicale dopo la condanna del 2025, egli risulta ancora elencato come membro attivo del clero sul sito web della diocesi.
“Non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale. La diocesi di Piazza Armerina lo elenca ancora tra i suoi sacerdoti sul suo sito web, con incarico presso l’arcidiocesi di Ferrara”, ha detto Messina a OSV News, aggiungendo che “per quanto mi riguarda, sì, rimane sacerdote”.
In una dichiarazione pubblicata il 5 luglio, la diocesi ha affermato che, “in conformità con le norme canoniche, aveva precedentemente avviato un processo canonico che si era concluso con una sentenza di condanna”.
OSV News ha contattato la diocesi di Armerina in merito allo status clericale di padre Rugolo e attende una risposta.
Comunicazione con PCPM
Dopo la condanna di Rugolo nel 2024, iniziarono i contatti tra Messina e il vescovo Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la tutela dei minori.
Messina ha condiviso con OSV News la sua corrispondenza con la commissione, nonché una lettera da lui inviata a Papa Leone XIV.
In una lettera datata 4 novembre 2024, il vescovo Alí informò Messina che papa Francesco aveva esteso un invito per un’udienza privata in Vaticano.
Tuttavia, a causa di conflitti di programmazione e della successiva malattia e morte del papa, l’incontro non ebbe mai luogo. Ciononostante, Messina rimase in contatto con il segretario della commissione, recandosi anche a Roma per incontrarlo a maggio.
Il vescovo Alí scrisse nuovamente il 15 luglio per confermare di aver informato papa Leone sul caso di Messina, nonché sulle sue preoccupazioni riguardo al fatto che il vescovo Gisana continuasse a guidare la diocesi nonostante le prove pubbliche di aver insabbiato i suoi abusi.
«Sua Santità ha chiaramente espresso che la protezione dagli abusi e la giustizia sono punti fondamentali della missione della Chiesa e del suo pontificato», ha scritto il vescovo.
“Desidero confermare la mia e la nostra volontà di mantenere un dialogo aperto con voi, come mi ha indicato Papa Leone XIV nei giorni scorsi. Egli ritiene che la sua Commissione per la Tutela dei Minori possa essere un luogo privilegiato di ascolto, creato proprio per tutti coloro che hanno subito abusi e, come voi, desiderano rivolgersi alla Santa Sede”, ha aggiunto.
A settembre, il vescovo Alí ha risposto a una lettera di Messina, che chiedeva assistenza alla commissione in merito alle presunte azioni del vescovo Gisana per screditarlo, nonché alle presunte molestie da parte di membri della diocesi di Piazza Armerina.
Nella sua lettera, il vescovo ha ribadito il mandato della commissione, che “riguarda lo sviluppo di politiche di protezione”, e che la storia di Messina “sarà tenuta in grande considerazione dalla Commissione nello svolgimento della sua missione”.
Ha inoltre assicurato al sopravvissuto la sua “volontà di mantenere un dialogo aperto con lui”.
Tuttavia, Messina ha dichiarato a OSV News che, dopo quella lettera, i molteplici tentativi di contattare il segretario della commissione, tra cui un aggiornamento su una richiesta di udienza con Papa Leone, sono rimasti senza risposta.
“È un silenzio incomprensibile”, ha detto Messina. “L’unica spiegazione che temo è che il silenzio sia stato scelto deliberatamente, lasciandomi senza risposta. È quello che è successo con i dicasteri, ai quali ho inviato le mie lettere e gli atti del processo chiedendo loro di intervenire”.
‘Limiti’ al mandato
OSV News ha contattato via email la commissione pontificia il 12 febbraio in merito alla frustrazione di Messina per il suo silenzio. Un messaggio dall’ufficio stampa della commissione ha confermato la ricezione e ha comunicato che avrebbe risposto “ma probabilmente non prima” del 16 febbraio.
Poco dopo che OSV News ha ricevuto la conferma della commissione, Messina ha dichiarato di aver ricevuto un’e-mail con allegata una lettera del vescovo Alí in cui si scusava per il ritardo nella risposta. Tuttavia, la lettera, datata 12 febbraio, riportava erroneamente l’anno “2025” invece di “2026”.
Il vescovo Alí ha assicurato che le preoccupazioni di Messina sono state inoltrate al Dicastero per la Dottrina della Fede e, pur assicurando la continua “apertura al dialogo e all’ascolto” della commissione, ha osservato che ci sono “limiti che il nostro mandato impone”.
“In effetti, la Commissione non ha alcuna competenza su singoli casi o aspetti giudiziari, soprattutto quando si tratta di procedimenti ancora pendenti”, ha affermato il vescovo. “Ciò non diminuisce in alcun modo l’attenzione e il rispetto con cui abbiamo accolto la sua testimonianza, ma non siamo nella posizione di poter richiedere informazioni su quanto da lei richiesto”, ha scritto il vescovo.
Le “informazioni” in questione erano una richiesta fatta da Messina il 1° novembre per avere risposte in merito allo status canonico di Padre Rugolo.
Ha inoltre confermato che la richiesta di Messina di un’udienza privata con Papa Leone «è stata immediatamente trasmessa all’organismo competente della Curia Romana, la Prefettura della Casa Pontificia, affinché potesse essere valutata secondo l’ordine del giorno e la disponibilità di Sua Santità».
Al momento della pubblicazione, la commissione non aveva ancora inviato la sua risposta a OSV News.
Restano domande e determinazione
Sebbene abbia apprezzato il fatto di aver ricevuto una risposta dopo cinque mesi di attesa, per Messina il messaggio del vescovo Alí solleva più domande che risposte su chi lui e i sopravvissuti come lui possano rivolgersi quando cercano aggiornamenti sui casi canonici o affrontano problemi con le diocesi locali.
Ciononostante, Messina ha affermato che, nonostante i presunti tentativi da parte dei membri della diocesi di intimidirlo o metterlo a tacere, “ho ancora un briciolo di fede e mi aggrappo ad essa”.
Nonostante la sofferenza e lo scoraggiamento, “spero di mantenere questa determinazione e che non solo ci sarà una condanna definitiva del sacerdote che ha abusato di me e di altri ragazzi, ma anche una condanna esemplare del vescovo Gisana e del suo vicario giudiziario, perché hanno insabbiato e tentato – e continuano a tentare – di insabbiare i crimini da lui commessi”.
Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto dire a Papa Leone, Messina ha risposto a OSV News che gli avrebbe chiesto di “ascoltarmi e di mettere in pratica le misure necessarie, e di non aspettare che le vittime vadano avanti da sole”.
“Non possiamo fare tutto da soli. La Chiesa non può esimersi dalla responsabilità di intervenire direttamente quando i fatti sono chiari e, soprattutto in questo caso, supportati dalla documentazione”, ha affermato.
Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale per OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda: “Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
UNL’immagine della sua bisnonna accompagnò James Adams per anni e rafforzò la sua fede: era avvizzita, quasi cieca, e gli toccava le guance quando si sedevano accanto, come se il contatto con il suo viso le avesse ridato la vista. Donna lavoratrice il cui marito, un agente di polizia, si era suicidato, crebbe quattro figli; la sua fede fu una roccia contro le difficoltà della vita. Morì a 98 anni, quando Adams ne aveva 28, in procinto di sposarsi.
Molti anni dopo, nel 2020, Adams, un banchiere di New Orleans , era presidente della Catholic Community Foundation, il braccio di raccolta fondi dell’arcidiocesi, quando l’arcivescovo Gregory Aymond lo estromise dall’incarico, come lui stesso ha raccontato come testimone in tribunale e in numerose interviste ai media. Da un giorno all’altro, Adams divenne un nemico della Chiesa a causa di ciò che un prete gli fece da ragazzo. La sua storia rispecchia la saga legale che ha macchiato la carriera di Aymond.
Secondo i voluminosi documenti legali e le informazioni fornite dagli avvocati delle vittime e analizzate dal National Catholic Reporter , sotto la guida di Aymond e di diversi predecessori, l’ arcidiocesi di New Orleans ha nascosto un’organizzazione criminale a sfondo sessuale che, in un momento o nell’altro, ha visto la presenza di un prete pedofilo in ogni parrocchia della città e in molte zone periferiche.
Dal 1° maggio 2020, quando l’ arcidiocesi di New Orleans ha richiesto la protezione del capitolo 11 della legge federale sulla bancarotta, la chiesa ha dovuto affrontare una copertura mediatica snervante per le cause legali, molte delle quali riguardano abusi decennali da parte di sacerdoti, frati, operatori laici e diverse suore. L’ arcidiocesi elenca 79 chierici accusati o ammessi ad abusi sessuali su minori; pochi sono stati perseguiti. Ramon Antonio Vargas del Guardian, che ha pubblicato importanti articoli su questo tema, calcola che i predatori siano 310 tra il clero e un numero imprecisato di suore e operatori laici: una discrepanza enorme con l’elenco dell’arcidiocesi.
Nel 1980, Adams aveva 10 anni ed era chierichetto nella chiesa di Sant’Anna, una parrocchia a misura di famiglia a Metairie, un sobborgo di belle case e prati ben curati. Padre James Collery, irlandese, prete spiritano, abusò di lui per mesi. La purezza che immaginava della sua anima si inclinò come una barca traballante nella tempesta degli ammonimenti e della lussuria di quel prete.
“No, Padre, non lo dirò.”
Ma un giorno, mentre era in macchina dopo la scuola, disse alla mamma: “Papà mi ha baciato”.
Lei disse: “Che bello.”
Lui disse: “Così”, prendendole la mano e baciandole un dito con un bacio alla francese.
Lei si ritrasse. “È così che un uomo bacia una donna!”
A casa, nella sua camera da letto, si tirò la coperta sopra la testa. Suo padre tornò a casa; i suoi genitori gli fecero domande. “Non gli diedi molti dettagli”, dice oggi. Gli dissero di evitare il prete. Lo fece. E i suoi genitori evitarono il confronto, perché non avevano un vocabolario per comprendere cosa significasse tutto ciò.
Collery lasciò presto l’incarico, diventando cappellano ospedaliero in Pennsylvania. Morì nel 1987.
Il percorso che ha portato Adams, un funzionario addetto ai prestiti a suo agio con i fogli di calcolo, a studiare i trasferimenti del suo aggressore si snoda attraverso una fede che ha portato con sé al liceo gesuita di New Orleans. L’istituto offriva un rigoroso mix di religione, studi accademici e attività sportive. “Sono riuscito a superare il liceo gesuita ascoltando le persone, senza dare troppo peso a me stesso – un meccanismo di difesa. Ma ho stretto amicizie durature”, ha detto.
L’allenatore di baseball di Jesuit, consapevole che il fratello maggiore di Adams giocava nella squadra della scuola e che suo nonno e suo zio avevano militato tra i professionisti, gli suggerì di fare un provino. Lui rifiutò.
“Avevo questa sensazione onnipresente. Se qualcuno avesse conosciuto il mio segreto, non avrebbe voluto avere niente a che fare con me. Portavo con me la mia vergogna, ero bravo a mascherarmi, a raccontare barzellette e storie con astuzia per distogliere l’attenzione da chiunque mi chiedesse del mio vero io”, ha detto.
Dopo la laurea nel 1988, Adams si iscrisse all’Università dell’Alabama; frequentò per un po’ una chiesa episcopale, ma, tornato a New Orleans con una laurea in scienze politiche, Adams tornò a dedicarsi alla messa, navigando tra ricordi neri. Trovò lavoro in banca e si sposò nel 1998.
“La prima persona a cui ho raccontato degli abusi, oltre ai miei genitori, è stato mio fratello, la sera della cena di prova”, ha detto. Ha evitato di dirlo alla moglie. Col tempo, la coppia ha avuto tre figlie femmine e un figlio maschio.
Nel 2011, la sua figlia maggiore compì 10 anni. Divenne così iperprotettivo che gli amici scherzavano dicendo che voleva avvolgerla nella pellicola a bolle. Adams si chiuse in se stesso; sua moglie gli disse: “Hai bisogno di aiuto”. Trovò uno psicologo e si confidò con lui riguardo a Collery, dicendogli che voleva tornare indietro nel tempo e proteggere il bambino che era stato. Rendendosi conto di quanto il trauma lo avesse stravolto, Adams e sua moglie andarono da uno psicologo.
Fedele al motto gesuita “Uomini per gli altri”, prestò servizio come volontario presso la Catholic Community Foundation. Aiutando le parrocchie a pianificare il patrimonio ereditato dalle loro proprietà, trovò un’intesa con Aymond, un geniale nativo del quartiere Gentilly di New Orleans, l’unico arcivescovo nato lì nella lunga storia della città.
Travolto dalla depressione, Adams divenne segretario, vicepresidente e poi presidente della Catholic Community Foundation. Nel dicembre 2012, dopo aver pagato di tasca propria le spese della terapia, incontrò Aymond, rivelandogli gli abusi di Collery. Aymond si scusò e si offrì di pagare la terapia, racconta Adams, aggiungendo: “Ogni tanto mi chiamava per chiedermi come stavo. È un microgestore, ma è bravo a ricordare le persone”.
Nel 2018, in risposta alla copertura mediatica di diversi procedimenti giudiziari contro membri del clero, la Chiesa ha pubblicato un elenco di 57 “membri del clero (sacerdoti e diaconi) rimossi dal ministero per accuse di abusi sessuali su minori”. Adams ha ricordato che nel 2002 l’arcivescovo Alfred Hughes aveva elencato solo 10 sacerdoti: un aumento di 47 uomini in 16 anni, avvenuto dopo inchieste di Associated Press, Guardian e WWL-TV. Adams si è chiesto se stessero nascondendo di più.
Nel 2019, la sua preoccupazione maggiore era il suo matrimonio in rovina, dato che suo figlio, il più piccolo, stava per compiere 10 anni. I ricordi bui alimentavano l’iperprotettività di Adams. “Calmati, papà”, ricorda di avergli detto suo figlio.
Il rimborso della terapia lo aveva fatto sentire sottomesso. Ha detto di aver chiesto ad Aymond un risarcimento forfettario. Poiché Adams non aveva avvocati, Aymond lo ha indirizzato al coordinatore dell’assistenza alle vittime, il Fratello Marista Stephen Synan. Volendo proteggere i suoi figli da qualsiasi pubblicità, Adams ha incontrato Synan, ma hanno raggiunto un punto morto sull’importo del risarcimento.
Pochi giorni dopo, il responsabile delle risorse umane della sua banca gli mostrò una lettera di Dwight C. Paulsen III, avvocato dell’arcidiocesi. La lettera conteneva la frase: “Si prega di notare che, tramite copia aperta di questa lettera e dei suoi allegati, l’avvocato del signor Adams è stato informato di questa richiesta”.
Adams non aveva un avvocato.
La lettera richiedeva “tutti i documenti relativi all’impiego del signor Adam, compresi i fascicoli riservati del personale. Ciò dovrebbe includere, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, copie complete e leggibili di tutte le domande di assunzione presentate, tutti i registri delle buste paga e degli stipendi, comprese le ore e i giorni di lavoro e le tariffe applicabili a tale lavoro, copie delle buste paga, copie dei moduli W-2, cartelle cliniche e referti, note e corrispondenza dei medici, polizze di eventuali indennità di invalidità a breve o lungo termine e una copia della sua polizza assicurativa sanitaria, se presente”.
La banca rifiutò la richiesta; il suo terapeuta rifiutò una lettera simile, così come la sua scuola elementare, il liceo gesuita e l’Università dell’Alabama. Adams si considerava un bersaglio.
L’avvocato
Il 23 dicembre 2018, un avvocato indirizzò Adams a Richard Trahant, un avvocato che assiste le vittime di abusi da parte del clero. Quando Adams arrivò, Trahant lo riconobbe. Il fratello maggiore di Adams era stato nella classe di Trahant alla scuola superiore dei Gesuiti. Trahant ricordava Adams dai primi anni a St. Ann e a Collery.
Mentre Adams raccontava la sua storia, i due uomini cominciarono a piangere, i ricordi della loro prima innocenza si scontravano con la sofferenza causata dal prete e, per Trahant, con la profondità patologica della copertura.
Trahant aveva seguito le orme del padre e di un prozio, diplomandosi alla scuola superiore dei Gesuiti. Da quando ha seguito i casi di tre uomini che denunciavano abusi subiti da giovani alla scuola dei Gesuiti, uno dei quali era un ragazzo del quartiere non iscritto, è diventato persona non grata presso la scuola che un tempo aveva sostenuto finanziariamente.
Adams, alle prese con un divorzio, non voleva alcuna causa legale. Trahant accettò di cercare un accordo privato, ma avvertì: “Greg Aymond non è chi pensate che sia”.
Trahant aveva un numero crescente di casi clericali con avvocati di altri studi: gli avvocati Soren Gisleson (un gesuita laureato come Trahant) e Johnny Denenea, un cattolico di nascita. Trahant cercò un accordo privato per Adams con l’arcidiocesi, ma invano.
Il 7 aprile 2020, Trahant presentò la richiesta di risarcimento come “John Doe” per preservare l’anonimato di Adams. L’arcidiocesi informò il consiglio di fondazione, che lo costrinse ad andarsene; i media lo scoprirono. Adams dovette dirlo ai suoi figli. Tre settimane dopo, con Trahant pronto a raccogliere la deposizione di Aymond su un altro caso, l’arcidiocesi dichiarò bancarotta. Aymond dichiarò al quotidiano arcidiocesano che la bancarotta avrebbe consentito di stanziare maggiori fondi per le vittime. “Pagheremo le persone a cui dobbiamo dei soldi al 100% di quanto dobbiamo, perché non siamo finanziariamente in bancarotta”.
“Allora perché hai presentato istanza di fallimento ai sensi del capitolo 11?” si chiese Adams.
Adams sopravvisse alla copertura mediatica, disprezzato da alcuni cattolici perché considerato un nemico della Chiesa.
Predatori nascosti
Presentando istanza di fallimento, Aymond ha evitato una deposizione con Trahant, un punto di riferimento tra gli avvocati delle vittime. Il giudice Meredith Grabill ha bloccato la fase istruttoria con una clausola sui registri ecclesiastici. I giudici fallimentari sono favorevoli a prevenire contenziosi che danneggerebbero il debitore – un’azienda, un individuo o una chiesa – che cerca di riorganizzare i propri beni, negoziare il debito e rimettersi in attività.
Le procedure fallimentari si basano sul lavoro di un comitato congiunto composto da debitori, creditori e avvocati per gestire le trattative. Trahant e i suoi colleghi Gisleson e Denenea si sono uniti al comitato per conto delle vittime. Anche Adams si è unito al comitato, insieme ad altre tre vittime di abusi da parte del clero.
Chi accedeva ai fascicoli ecclesiastici sui pedofili doveva mantenere riservati i documenti segreti. La commissione si riuniva ogni due settimane, con un processo lento che frustrava Adams. Ma grazie al sistema informatico a uso esclusivo del tribunale, scrutò un passato di predatori nascosti. Il fascicolo Collery era “straziante”. Adams ha affermato che la lettera del defunto arcivescovo Philip Hannan, che rimuoveva Collery dopo le lamentele contro di lui da parte dei genitori di St Ann, lo aveva elogiato come un buon sacerdote.
“Avevo pensato che Hannan fosse il migliore, ma nei documenti ho visto il suo incoraggiamento, come se si scusasse con questi predatori”, ha detto Adams.
Verso la fine del 2021, Trahant avvertì suo cugino, preside della scuola superiore Brother Martin, che il cappellano della scuola, padre Paul Hart, aveva una grave macchia sulla sua fedina penale. Trahant disse a Ramon Antonio Vargas, allora al Times-Picayune, di mettere Hart “sul suo radar”. Il 18 gennaio 2022, Vargas riferì che Hart aveva ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con una ragazza di 17 anni negli anni ’90.
Vargas ottenne i documenti di una commissione di revisione della chiesa del 2012 che votò contro la riassegnazione di Hart dopo aver scoperto che aveva abusato di una ragazza adolescente. Aymond scavalcò la decisione della commissione di revisione laica per un cavillo di diritto canonico, riguardante l’età del consenso a 17 anni. In seguito mandò Hart alla scuola superiore Brother Martin senza informare la scuola della decisione della commissione.
Anni dopo, la scuola superiore Brother Martin inviò una lettera ai genitori spiegando che la scuola aveva chiesto ad Aymond di rimuovere Hart a causa di accuse “risalenti a un lontano passato”. Aymond lo espulse e si scusò.
Grabill, infuriato, vide una violazione dello scudo fallimentare nei documenti interni. L’avvocato della Church, Mark Mintz, che aveva frequentato la facoltà di giurisprudenza della Tulane University negli anni in cui aveva frequentato Grabill, si era espresso a favore della punizione di Trahant. Trahant sosteneva che, in quanto funzionario del tribunale, era tenuto a denunciare un abusatore di minori e che non aveva rivelato nulla di quanto previsto dall’ordinanza di protezione.
Grabill ordinò un’indagine su Trahant da parte del curatore fallimentare statunitense, un funzionario che ricopriva un ruolo neutrale nei confronti del tribunale. Vargas accettò un breve colloquio con il curatore, affermando di non aver ricevuto i documenti su Hart da Trahant e rifiutandosi di nominare la sua fonte – cosa che il curatore non poteva imporre in base alle tutele costituzionali sulla libertà di stampa. Vargas a quel punto era diventato redattore e reporter del Guardian, con sede a New Orleans, con una copertura sempre più approfondita del fallimento.
Adams era entusiasta che Trahant fosse riuscito a eliminare un predatore.
Il caso si trascinò per ore. In un incontro con Grabill nell’aprile 2022, Rick Kuebel, l’avvocato del comitato dei creditori, si lamentò del fatto che la procedura fallimentare si protraeva da due anni “e non ho ancora visto un piano di riorganizzazione [della chiesa]”.
Nel giugno 2022, Grabill ha multato Trahant di 400.000 dollari per aver violato l’ordine di segretezza. La multa ha suscitato scalpore nella comunità legale. Un esperto specialista in bancarotte ha affermato, a margine, che la multa di Grabill dimostrava la sua “inesperienza”.
Trahant ha presentato ricorso alla corte d’appello degli Stati Uniti per il quinto circuito, che, dopo due anni e mezzo, non si è ancora pronunciata.
“Gli ordini di protezione in caso di bancarotta sono uno scandalo che consente agli avvocati difensori e alla Chiesa di giocare in tribunale”, ha dichiarato al National Catholic Reporter Marci Hamilton, professoressa presso l’Università della Pennsylvania, avvocato e fondatrice del think tank Child USA.
“Alcuni giudici hanno lentamente imparato attraverso i media che le vittime hanno bisogno di voce e hanno iniziato a consentire che le dichiarazioni di impatto delle vittime siano inserite negli atti. Le sentenze del giudice Grabill mi preoccupano per l’indebita deferenza nei confronti della Chiesa. Questo accade nei tribunali statunitensi da decenni, ma la maggior parte dei giudici non si schiera più automaticamente dalla parte della Chiesa. Il fallimento di New Orleans è stato costellato di sentenze ingiuste contro le vittime e di inopportuna deferenza nei confronti dell’arcivescovo”, ha aggiunto Hamilton.
Come scrive Lindsey Simon in Bankruptcy Grifters, un articolo pubblicato sulla Yale Law School Journal, molti fallimenti ecclesiastici hanno “privato le vittime del loro giorno in tribunale e le hanno costrette a ricorrere alla procedura di conciliazione”.
“Ciò che distingue i casi delle diocesi… è il modo in cui incorporano alcune delle pratiche più distruttive che creano ostacoli e privano i richiedenti di tutele significative”, scrive.
Grabill bandì Trahant, Gisleson e Denenea dal comitato dei creditori, nonostante non ci fossero prove che gli ultimi due avessero violato il suo ordine di segretezza. Grabill epurò Adams e altri tre sopravvissuti che avevano pazientemente partecipato a due anni di riunioni, poche ore prima di incontrare Aymond e leggergli le dichiarazioni. Ciò non accadde mai.
I fascicoli del clero che Adams aveva letto sul server del comitato scomparvero dal suo desktop, dal collegamento al sistema informatico del tribunale. Sotto lo scudo della bancarotta, sapeva che rendere pubblico tutto ciò che sapeva avrebbe suscitato l’ira di Grabill.
Kuebel ha difeso i sopravvissuti, sottolineando che “non hanno mai visto i loro aggressori consegnati a nessun tipo di giustizia”, secondo una trascrizione dell’udienza disponibile al pubblico. Piuttosto, hanno scontato “due anni senza alcun risarcimento” in lunghe udienze e, senza che lui lo dicesse, hanno rispettato lo scudo fallimentare su documenti segreti. “Sono frustrati dal fatto che, a differenza di altri casi, questa arcidiocesi abbia scelto di essere opaca o non trasparente con tutti questi vari documenti. Sono molto frustrati dal fatto che questa [fuga di notizie] sia diventata il fulcro del caso invece di cercare di riorganizzare [la Chiesa] e arrivare” a una risoluzione.
Ma smantellando il comitato dei creditori, Grabill diede impulso all’attenzione dei media. Le vittime si schierarono più apertamente contro diversi ecclesiastici i cui procedimenti giudiziari erano al di fuori della bancarotta. Ad esempio, alla fine degli anni ’90, la chiesa mandò Lawrence Hecker al St John Vianney, un ospedale ecclesiastico in Pennsylvania, come riportato dal Guardian e da WWL-TV. Hecker tornò a casa con una diagnosi di pedofilia.
Ciononostante, Hecker divenne monsignore prima che l’arcidiocesi lo ritirasse dal ministero e lo facesse andare in pensione. Aveva 92 anni l’anno scorso quando fu condannato dal procuratore distrettuale della parrocchia di Orleans. Morì pochi giorni dopo aver scontato la pena dell’ergastolo.
Il tempo impiegato per perseguire Hecker ha inviato un segnale forte alle forze dell’ordine. Nel 2023, avvocati anonimi hanno fornito un documento di 48 pagine all’FBI e alla polizia statale, descrivendo dettagliatamente gli insabbiamenti commessi dalla chiesa, citando le dichiarazioni delle vittime in procedimenti penali e cause civili. Un sacerdote menzionato nel promemoria, William O’Donnell, non era nella lista della chiesa, eppure, come riportato da Vargas sul Guardian , “Aymond ha autorizzato accordi finanziari separati di 125.000 dollari e 100.000 dollari per risoluzioni extragiudiziali con due persone” che accusavano O’Donnell di abusi.
Sulla base dei documenti legali visionati dal National Catholic Reporter, l’arcidiocesi ha pagato alle vittime circa 11,7 milioni di dollari in accordi privati nell’arco di circa 10 anni prima di dichiarare bancarotta. Diverse vittime hanno successivamente dichiarato di aver firmato accordi di non divulgazione, violando la Carta per la protezione dei minori dei vescovi statunitensi del 2002, che richiede trasparenza e “tolleranza zero” nei confronti dei pedofili.
Spingere per una risoluzione
Il fallimento, come la terapia, ha successo quando finisce.
Gli avvocati specializzati in procedure fallimentari, che fungono da ponte tra la difesa e l’avvocato dell’attore, fatturano cifre elevate e vengono pagati con le casse della chiesa. In un servizio del 2023 per New Orleans WWL-TV, il giornalista investigativo David Hammer ha esaminato attentamente il modo in cui i giudici fallimentari di Buffalo e Rockville Centre, New York, avevano messo in discussione gli avvocati delle diocesi per le loro fatturazioni elevate e le loro tattiche dilatorie. “Grabill, d’altra parte, si è ripetutamente pronunciato a favore dell’arcidiocesi di New Orleans nelle sue controversie con i creditori”, ha riferito Hammer.
A differenza degli specialisti in bancarotta e della difesa ecclesiastica, gli avvocati dei superstiti vengono pagati alla fine. Secondo Jeff Anderson, uno dei principali avvocati difensori di questi casi da molti anni, una strategia chiave della chiesa è quella di allungare i procedimenti, costringendo gli avvocati dei querelanti a sostenere i costi, spesso ricorrendo a prestiti su linee di credito bancarie.
Nella primavera del 2025, con il capitolo 11 al quinto anno, Grabill capì che archiviare la procedura fallimentare avrebbe scatenato un’ondata di casi che avrebbero travolto i tribunali statali. Approvò diversi esperti di mediazione di alto profilo per promuovere una risoluzione.
Mentre le trattative proseguivano per tutta l’estate, Grabill si trovò ad affrontare nuove problematiche. Durante un’udienza fallimentare di giugno, gli avvocati degli investitori dietro un’emissione obbligazionaria da 41 milioni di dollari che l’arcidiocesi aveva sottoscritto nel 2017 accusarono la chiesa di “frode sui titoli” per il mancato pagamento di interessi pari a 930.206,25 dollari, citando la bancarotta come una delle cause principali.
Ma mentre proseguivano le trattative tra gli avvocati dei sopravvissuti, i mediatori e la chiesa, a settembre è emerso un pacchetto. La chiesa ha promesso 230 milioni di dollari, di cui 29 milioni da assicuratori più piccoli.
A fine ottobre, le sopravvissute hanno votato a larga maggioranza per accettare le condizioni finanziarie proposte dall’arcidiocesi. Grabill ha poi tenuto un processo sull’equità delle condizioni e ha ascoltato le testimonianze delle sopravvissute agli abusi, tra cui Adams. L’8 dicembre ha approvato l’accordo.
Travelers, la più grande compagnia assicurativa dell’arcidiocesi con polizze rilevanti, ha subito accettato in linea di principio di aggiungere altri 75 milioni di dollari all’accordo. Se Grabill approvasse, l’accordo porterebbe il totale a 305 milioni di dollari.
Adams, che ha votato a favore del pacchetto, era di recente a cena con alcuni amici del liceo quando qualcuno gli ha chiesto cosa pensasse dopo aver sopportato il fallimento quinquennale della chiesa.
Ricorda di aver detto: “Sapendo quello che so ora, vedendo quello che ho passato io e la mia famiglia, probabilmente avrei tenuto la bocca chiusa. Soffrire in silenzio sarebbe stato più tollerabile del prezzo emotivo e spirituale che tutto questo ha richiesto”.
Aymond, dopo aver presentato le sue dimissioni al Vaticano all’età di 75 anni, sta ora gradualmente abbandonando l’incarico; l’arcivescovo coadiutore James Checchio diventerà a tempo debito arcivescovo.
“Più si approfondiscono i reati finanziari, i crimini sessuali, i preti che infrangono i voti”, ha detto Adams al National Catholic Reporter, “più mi viene da chiedermi se sono nella chiesa giusta. Il certificato di battesimo di mio figlio è stato firmato da due preti; entrambi sono ora in prigione per reati sessuali.
“Se credo sinceramente che la vera presenza di Cristo sia nell’Eucaristia e nei sacramenti che Gesù ci ha donato, non c’è altro posto dove andare. Questo non rende più facile andare in chiesa. La mia bisnonna si comunicava quotidianamente. Credo che le sue parole sarebbero state: ‘Abbiate fede in Cristo e nell’Eucaristia, e non nei leader della Chiesa che hanno normalizzato inganni e abusi’. Continuo a sperare che il mio amore per Dio e la sua Chiesa sia più grande del dolore e della rabbia causati dai suoi sacerdoti e vescovi”.
Nota dell’editore: questo è il primo di una miniserie che esplora le vite di alcuni sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero durante la saga fallimentare dell’arcidiocesi di New Orleans, durata oltre cinque anni. La serie è stata sostenuta dal Fund for Investigative Journalism ed è stata pubblicata dal Guardian in collaborazione con il National Catholic Reporter .
Sarah Mullally, prima donna eletta alla guida della Chiesa anglicana con la carica di arcivescovo di Canterbury in risposta agli scandali sessuali di pedofilia e di accuse d’insabbiamenti che hanno investito nel Regno Unito non pochi presuli uomini, è finita sotto accusa per aver gestito in modo improprio un caso di abusi.
La neo primate della Chiesa d’Inghilterra, che assumerà formalmente il suo nuovo incarico il 28 gennaio, deve rispondere di come ha affrontato una denuncia di abusi rivolta in passato da una vittima, definita solo come “Sopravvissuto N”, a un sacerdote di Londra, diocesi dove Mullally è stata vescovo dal 2018.
La vicenda riguarda in particolare una possibile violazione del codice di condotta del Clergy Discipline Measure in quanto Mullally avrebbe inviato un’e-mail riservata sulle accuse di abusi direttamente al sacerdote interessato, al di fuori del procedimento disciplinare.
In un comunicato la leader religiosa ha dichiarato che al Sopravvissuto N – il quale aveva rivolto un reclamo formale contro di lei nel 2020 senza ricevere risposta – non è stata garantita l’adeguata assistenza da parte della Chiesa d’Inghilterra.
Il caso solleva imbarazzo rispetto all’istituzione che sta cercando di superare gli scandali delle molestie e degli insabbiamenti interni, a partire da quello che nel 2024 aveva costretto a dimettersi il precedente arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, per le coperture date a un avvocato legato alla Chiesa, John Smyth, promotore per anni di campi giovanili in Africa, svelato infine nei panni di predatore sessuale di almeno 130 ragazzi.
L’Associazione Rete L’ABUSO (Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) , nata e fondata da sopravvissuti italiani nel 2010. Referente per l’Italia di ECA Global (Ending Clergy Abuse). Oggi unico osservatorio in Italia che attualmente fornisce dati pubblici sui reati sessuali, in particolare quelli commessi dalle confessioni religiose.
INTRODUCE
– Nel 2022 la Conferenza Episcopale Italiana, oramai “costretta” dai progressi delle altre conferenze episcopali d’Europa, per bilanciare almeno in apparenza il pesante squilibrio italiano si troverà a doversi pronunciare anch’essa sulla situazione.
Lo farà con il neoeletto Presidente della CEI – il Cardinale Matteo Maria Zuppi – annunciando una commissione di inchiesta ad oggi mai realizzata, svelando inoltre presso la Congregazione per la dottrina della fede, la presenza di 613 casi noti alla chiesa dal 2010 al 2022.
Casi anche qui, di cui oggi non si sa più nulla.
Nel contempo darà il via a quella che il Presidente Cei Zuppi battezzerà come “La via italiana”, annunciando in quella stessa sede anche l’apertura in ogni Diocesi di “Sportelli per le vittime”. Sportelli per i quali ad oggi hanno aderito poco più del 50% delle diocesi italiane.
Come vedremo, parliamo in realtà di un escamotage per spingere le vittime a rivolgersi direttamente alla chiesa anziché all’Autorità Giudiziaria.
Sportelli che a seguito di nostre verifiche effettuate attraverso i sopravvissuti che vi hanno avuto accesso, rileviamo non essere come propagandato, affatto utili per la vittima, molto più utili alla stessa chiesa.
Parliamo di una sorta di “centri di ascolto” dove la vittima può denunciare in vista (promessa propagandata) di un “processo canonico” per quanto ha subito.
Processo sul quale la vittima non viene informata anzitutto dell’incompatibilità che esiste con quelli che sono i processi dello Stato, basati sul diritto dell’uomo, mentre in sede canonica ci rapportiamo ai comandamenti del Decalogo, basati meramente sull’offesa a Dio.
In quella sede viene redatta una sorta denuncia che darà senza certezza, in alcuni casi, avvio ad una indagine previa da parte della chiesa.
Il racconto della vittima viene raccolto da un volontario (spesso privo di qualunque competenza) dopo di che sarà visionato da chi addetto all’indagine previa per poi finire in archivio, dove resterà nella completa disponibilità della Diocesi, ma non della vittima.
Questa infatti non potrà avere copia di quella deposizione fatta e firmata allo sportello, tantomeno saprà quale uso la chiesa potrà farne in quanto la stessa deposizione è raccolta senza alcun consenso informato da parte della vittima, che in quella sede, non solo non è assistita da un legale, ma sulla base della ratifica della Carta di Lanzarote, non gode neppure dell’audizione protetta.
In quasi tutti i casi esaminati si è ottenuta dopo la segnalazione allo Sportello Diocesano, la rimozione del sacerdote accusato, che poco tempo dopo però, nella maggior parte dei casi riappare come da manuale in altra parrocchia.
Il caso di OMISSIS e di don Ciro Panigara (già recidivo per la chiesa) sono solo gli ultimi casi che documentiamo. (all. 1 e 2)
Sempre presso gli Sportelli Diocesani, in alcuni casi vediamo proporre alla vittima un *”accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza”.
In sostanza una cifra di indennizzo (in genere 25.000€) elargita però a titolo di sostegno (omettendo che è per gli abusi subiti) dietro la quale la vittima, rinunciando a poter reclamare in altra sede quanto subito, è vincolata alla “riservatezza” sul caso e sulle persone coinvolte.
Grazie a ciò la chiesa può mantenere segreto all’opinione pubblica il caso e salvare sacerdote, spesso senza neppure spostarlo in altra parrocchia.
*NOTA – Se pur vero che in Italia gli “accordi con il vincolo della riservatezza” sono legali, va fatto notare che in questi casi l’accordo ha la finalità di occultare oltre al crimine, l’identità dell’offender.
La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha inoltre sottolineato che i casi denunciati presso gli Sportelli Diocesani, non saranno segnalati all’Autorità Giudiziaria Italiana, in quanto la legge in Italia non lo prevede.
Sottolinea in’oltre che non conteggerà nei report annuali, i casi provenienti sia dall’Autorità giudiziaria che dalle Associazioni.
Un chiaro segno di dissociazione non solo verso le regole della giustizia e della società civile, ma anche dagli stessi sopravvissuti e da qualunque parvenza di dialogo con loro.
ESPONE
– Il 24 ottobre scorso la Rete L’ABUSO ha presentato il 2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia, che analizza i dati italiani dal 2000 a oggi.
Report che a differenza del precedente ha raccolto questa volta oltre al dato nazionale, anche quello regionale conteggiando il numero di offender tra sacerdoti e indotto laico, il numero di sopravvissuti tra donne, uomini, adulti vulnerabili, persone con invalidità.
Il Report quantifica inoltre la condizione penale dei casi, quanti mai denunciati, quanti denunciati, il loro stato di avanzamento, quanti arrivati a una condanna definitiva e quanti no.
Oltre ai processi penali censisce sulla base dei dati forniti dai sopravvissuti a disposizione dell’Associazione, anche quanti processi canonici sono stati avviati e quanti di questi sono arrivati a una condanna.
In oltre sonda quante di queste vittime sopravvissute hanno trovato concretamente il sostegno pubblicizzato attraverso i media dalla CEI, attraverso lo sportello diocesano o la chiesa stessa.
Sostegno che da quanto sondiamo, quando presente si riduce nel migliore dei casi a una mera assistenza spirituale. (Link 1 – Documento integrale traducibile direttamente dalla pagina con Google Traslate)
La Rete L’ABUSO, in occasione della presentazione pubblica del 2° Report, approfittando del dato suddiviso per ogni regione, ha voluto testare anche l’efficienza della Rete dei Garanti Regionaliper i diritti dell’infanziae dell’adolescenza ai quali, il 6 ottobre ha inviato in anteprima il Report.
Ebbene, hanno risposto solamente 2 garanti su 20.
-o-O-o-
(Estratti) – 2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia.
Totale casi censiti dal 2000 al 2025 compreso l’indotto laico, suddivisi per situazione penale.
Dato aggiornato al 1 ottobre 2025
Il sommerso che rileviamo (ovvero i casi noti ma omessi alla Magistratura) attualmente è di 839, quelli reo confessi 6, quelli caduti in prescrizione 61. Hanno patteggiato in 20, mentre 8 sono stati archiviati (quasi tutti per insufficienza di prova o testimonianza). Ne risultano pregiudicati / recidivi 9, mentre i casi denunciati risultano 46 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento). Ne risultano indagati 51 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento), condannati in 1° grado 27, in 2° grado 14, in via definitiva 155 (su 1250), condannati in sede civile 6, condannati in sede canonica 6.
Per un totale di 1.250 casi di cui l’Autorità Giudiziaria italiana è riuscita a giudicare nei tre gradi di giudizio, solamente 155.
Negli altri 1095 casi, i canali per la denuncia disponibili in Italia non hanno di fatto permesso ai sopravvissuti una possibilità di accesso alla giustizia, al tempo stesso la prevenzione.
(Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)
Da quanto l’Osservatorio registra, i sopracitati 1.250 casi avrebbero prodotto un totale (parliamo solo di quello noto alla Rete L’ABUSO) di 4.623 sopravvissuti di cui; da sacerdoti 4.395, da suore 9, da scout 54, da catechisti 91, da laici 74.
Tra i 4.623 sopravvissuti contiamo 515 donne e 4.108 uomini, di cui 5 sono suore, 11 persone con disabilità mentre 156 sono adulti vulnerabili.
Risultano di età inferiore ai 18 anni 4.451 sopravvissuti.
(Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)
Dati di cui la CEI è ben cosciente, tanto da poterne certificare i nostri.
Abbiamo infatti raccolto nello stesso arco temporale (2000 – 2025), le varie dichiarazione lasciate dalla CEI rispetto al numero di offender presenti in Italia.
Il 25/5/2010 Monsignor Mariano Crociata (Segretario Generale della Conferenza Episcopale) dichiarò 100 processi canonici avviati in dieci anni. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
Il 28/5/2022 è il neo eletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, ad annunciare e rivelare in una conferenza stampa, l’avvio di una commissione d’inchiesta della Chiesa che analizzerà un arco temporale che va dal 2000 al 2022. In quella occasione dichiarerà 613 casi dal 2010, già in mano alla Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero). Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
Il 17/11/2022, in attesa della Commissione annunciata dal Presidente Zuppi, la Conferenza Episcopale rilascerà il 1° report CEI che censirà nei due anni precedenti, un totale di 68 casi e un prodotto di 89 sopravvissuti di cui; 73 minorenni e 16 adulti vulnerabili. Di questi 37 sono donne e 52 uomini.
Il 16/11/2023 verrà reso noto il 2° Report CEI riferito all’anno 2022 che conterà 32 casi e un prodotto di 54 sopravvissuti di cui, 25 sono minorenni, 29 adulti vulnerabili. Le donne sono 44 e gli uomini 10.
Il 20/1/2025 la Diocesi di Bozano rilascia un secondo report riguardante la sola Diocesi che conterà questa volta altri 67 casi con un prodotto di 75 sopravvissuti. Di questi 51 minorenni, 24 adulti vulnerabili di cui 51 sono le donne e 24 gli uomini.
Il 28/5/2025 verrà reso noto il 3° report CEI che raccoglierà i dati del 2023 e del 2024 provenienti questa volta, dagli sportelli diocesani. I casi sono 69 con un prodotto di 115 sopravvissuti. Di questi sono 35 i minorenni, 51 sono donne e 64 uomini.
(Trovate il dato completo e tutti i dettagli QUI )
Sommando i casi dichiarati frammentariamente da CEI dal 2000 a oggi, si ottengono 1049 casi riferiti unicamente a sacerdoti.
La Rete L’ABUSO, escludendo l’indotto laico ne documenta nello stesso periodo 1106, soli 57 casi in più di quelli che ha dichiarato negli stessi anni la chiesa. Direi che abbiamo fatto un ottimo lavoro!
Nella poca trasparenza del dato dichiarato sempre dalla CEI – che non indica in alcun modo neppure da quale area geografica provenga, quale sia il numero delle vittime prodotte, quale sostegno la chiesa ha dato loro, dove operi attualmente e quali provvedimenti la chiesa abbia preso nei confronti del reo – grazie ai sopravvissuti, alla cronaca e alle varie fonti, siamo riusciti a censire in parte, sotto l’aspetto giudiziario canonico, l’operato della chiesa.
Sotto il profilo del procedimento canonico registriamo dei 1.106 casi censiti dall’Associazione che risultano 76 processi avviati dalla giustizia canonica.
Di questi, 17 si sono conclusi con una temporanea “sospensione a divinis”, in 7 casi invece i sacerdoti sono stati spostati restando impuniti in altra parrocchia, ne sono invece stati ridotti allo stato laicale o hanno presentato spontaneamente dimissioni 18 sacerdoti, in 5 casi il sacerdote si è suicidato mentre per i restanti 1.059 casi, non risulta avviato nessun procedimento a carico.
Nessuno dei casi risulta essere mai stato segnalato dalla Chiesa all’Autorità Giudiziaria italiana che tuttavia, non ha obbiettato alla Chiesa neppure per la dichiarazione della CEI di omessa denuncia e mancata prevenzione, nella quale, per non lasciarsi mancare nulla, annuncia persino l’omissione di querela alle autorità italiane, dei casi a lei segnalati presso gli sportelli diocesani.
Recentemente anche la Commissione Pontificia tutela minori si è espressa sull’operato delle Conferenze Episcopali nel mondo definendo quella italiana “maglia nera” in materia. (Link 2)
CONCLUDE
Doveroso premettere che i dati trattati sopra e riferiti unicamente al clero cattolico, nel caso dell’Italia siano proiettabili per l’intero paese.
Il fatto che l’Associazione abbia reportato solo gli abusi del clero cattolico deriva da un’altra carenza, la totale assenza di dati nel paese, soprattutto da parte del Governo il cui Osservatorio nazionale del Ministero delle pari opportunità, oggi non è minimamente in grado di fornire.
L’Associazione ha quindi utilizzato quelli nella propria disponibilità, certamente in grave difetto rispetto all’entità reale del fenomeno nel paese, di suo però già fin troppo significativi in questa sede.
Nel ricordare a questo Comitato che in altri stati membri – parlando di chiesa – per meno di 100 casi sono state avviate commissioni indipendenti, inutile far notare che l’Italia, se pur decuplichi il dato a oggi si ostini, direi sistematicamente, nell’ignorare il problema.
Come si evince chiaramente, il problema italiano al momento è in gran parte dovuto a una serie di vuoti legislativi di fondo, leggi “essenziali” dalle quali dipende il funzionamento di norme secondarie, in questo caso per la maggior parte riconducibili alla mancanza dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini.
Vuoto di cui tuttavia non gode solo la chiesa e che si ripercuote inevitabilmente anche sulla popolazione civile colpendo in particolare le leggiNR. 172/2012(convenzione di Lanzarote) e la NR. 69/2019(riguardante il Codice rosso).
Nel “Caso italiano” la chiesa si è solamente organizzata al suo interno per poter gestire autonomamente i reati commessi dai propri ministri e, in questo caso, si può dire che lo fa “nel pieno rispetto della legge”.
Il fatto stesso che la Conferenza Episcopale Italiana abbia apertamente dichiarato che “non trasmetterà alle Autorità italiane i nominativi dei casi denunciati presso i propri sportelli” senza suscitare reazioni soprattutto da parte delle Istituzioni, è a nostro avviso sufficientemente esplicativo della gravità della situazione e di come al tempo stesso venga pubblicamente legittimata. Come se quanto accade fosse tutto “normale”.
Situazione che si rispecchia e ripercuote come dicevo pocanzi anche nella società civile, in particolare nelle Associazioni di volontariato, per molti versi strutturalmente e in molte dinamiche simili alla chiesa che a differenza però, non coinvolgono solamente 31.000 unità come nel caso dei sacerdoti, ma ben 4,7 milioni di cittadini italiani che vi operano quotidianamente.
C’è solo da sperare che la percentuale degli offender nel mondo laico non sia pari a quella del clero riportata in questo rapporto.
Ad aggravare il tutto, il vuoto legislativo contenuto nel Certificato anti pedofilia di cui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”
Un certificato già lui stesso vittima della mancanza dell’obbligo della denuncia, che in questo caso finisce per convogliare inevitabilmente quei pochi offender che vi rientrano, dando loro indicazione su dove poter predare in alternativa. Appunto, nel volontariato.
Un volontariato che come la chiesa al suo interno si tutela a danno di bambine e bambini.
Non a caso in Italia non vi è inverosimilmente notizia di casi in questi ambienti. Quelli che emergono infatti sono addirittura meno di quelli registrati nel clero.
Vuoto su una norma “essenziale” che anche qui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro.”
Invece ci ritroviamo con un clero non solo impunito e che lascia senza giustizia migliaia di cittadini, ma addirittura, con il tacito consenso delle Istituzioni del paese gestisce ed amministra la giustizia dei cittadini rimasti vittime dello stesso.
In riferimento al CRC/C/ITA/CO/5-6 (paragrafo 21), rileviamo in sostanza che nulla di quanto raccomandato da questo Comitato sembra essere stato concretamente attuato o almeno preso in considerazione dallo Stato membro.
Tra i gravi regressi dello Stato membro segnaliamo il ddl Valditara contro l’educazione sessuo-affettiva, in attesa di approvazione da parte del Governo proprio in questi giorni. (link 2– link 3)
-o-O-o-
L’Associazione esprime al Comitatola suaforte preoccupazione per la grave regressione venuta a crearsi in Italia rispetto all’ultima esamina dello Stato membro.
Il nesso causale di tutto ciò va indubbiamente ricercato nell’inerzia sistematica delle Istituzioni italiane, partendo da quelli che dovrebbero essere gli Organi di Garanzia di infanzia e adolescenza che, come abbiamo visto nel caso del 2° Report dell’Associazione che li riguardava direttamente, hanno risposto solo in 4 su 20.
Ricordiamo le precedenti istanze al Governo italiano già segnalate nel nostro precedente report;
la diffida dell’Associazione (link x) del febbraio 2018;
l’Interrogazione parlamentare (link xx) del novembre 2018;
il nostro precedente Report a questo comitato CRC (link xx) del novembre 2018
tutti inevasi o senza risposta da parte dell’Istituzione.
Il fatto che dei 1106 casi censiti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO solamente 155 risultano arrivati a una condanna definitiva, è estremamente significativo del malfunzionamento del sistema legislativo.
Come chiaramente emerso già nelle sedute del 23 e 24 febbraio 2019 di fronte a questo Comitato che, domandando alla Delegazione italiana, quali strumenti di prevenzione fossero presenti nel paese, ottenne in risposta invece quali fossero le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.
Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.
l’unico strumento attualmente è il certificato antipedofilia, purtroppo però pesantemente invalidato da quanto detto pocanzi.
Situazioni che abbiamo reportato nell’aprile 2023 alla Procura Generale della Repubblica (link 3) che non ha mai risposto e tantomeno si è preoccupata di acquisire (in virtù della procedibilità d’ufficio) i nominativi dei più di 400 presunti offender all’epoca segnalati.
Interpellato attraverso una petizione anche il Parlamento Europeo (Petizione integrale UE[337]_signed ) ottenendo in questo caso una risposta, purtroppo poco esaustiva che ad oggi non ha portato a nulla di fatto. (link 3)
RACCOMANDA
Estendere l’obbligo di denuncia – già esistente ma oggi limitato solo ai pubblici ufficiali – a tutti i cittadini. Di vitale importanza al fine della verifica preventiva oltre che all’efficacia di normative già in essere come il più volte citato “certificato anti pedofilia”. Questo inoltre supererebbe in gran parte l’onere oggi delegato unicamente ai vescovi che di fatto, appellandosi all’articolo 4 del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, per facoltà ne omettono puntualmente la denuncia alla Autorità Giudiziaria italiana. Questo restando nel rispetto del concordato al quale nulla verrebbe tolto.
Estendere il “certificato anti pedofilia”, senza esclusioni a tutto il personale che opera anche saltuariamente a contatto con i minori.
Implementare già dalla scuola primaria corsi a tutti i livelli che nella modalità adeguata all’età, permettano di recepire uno stato di pericolo, sfuggirne e poter riferirlo agli adulti.
Creare protocolli di collaborazione e segnalazione con le forze dell’ordine accessibili a tutte le realtà associative (ONG), centri di ascolto che lo richiedono, affinchè si crei un sistema capillare di monitoraggio sul territorio, coinvolgendole direttamente, dando l’oro facoltà di poter seguire e monitorare a garanzia, l’iter della segnalazione.
Quantificare a livello globale l’entità del fenomeno sul territorio dello Stato membro, compresi i casi acquisiti attraverso gli sportelli diocesani e non, dalla chiesa cattolica.
Creare una commissione d’inchiesta sui reati commessi dalla chiesa cattolica, rigorosamente indipendente che garantisca l’assenza di ingerenze da parte della Chiesa ma anche dello Stato italiano, per decenni inadempiente.
Che lo Stato stesso si faccia carico di chi risulta essere vittima accertata di abusi, valutando in base alla gravità formule di sostegno come l’invalidità pensionistica (che oggi in Italia ancora non riconosce il disturbo post traumatico da stress) o formule similari di sostegno.
Garantire l’efficienza della rete Garante per la tutela dell’infanzia e adolescenza, come la nuova figura (in Italia al momento solo 4 regioni su 20) del Garante per le vittime di reato.
Garantire partendo dai centri di ascolto diocesani che fungono da accesso alla Giustizia e al Tribunale ecclesiastico (se pur questo non sia equiparabile alla “giustizia dell’uomo” ma tuttavia tribunale che agisce sul territorio dello stato coinvolgendone i suoi cittadini che in quella sede sono sottoposti ad una riesumazione del trauma) il rispetto della normativa privacy, l’audizione protetta introdotta dalla Convenzione di Lanzarote ( 172/2012) e qualunque strumento di tutela psicofisica per le vittime risulti necessario.
Da piccoli, al catechismo ci insegnano a vivere seguendo i dieci comandamenti, di questi uno ha sempre ritenuto la mia attenzione, l’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”.
Mi sono sempre chiesta: ma la chiesa, perché non rispetta questo comandamento?
All’età di cinque anni mi sono trasferita con la mia famiglia a Reggio Calabria, mia madre, molto credente e cattolica, pensò che sarebbe stato bene per me iscrivermi subito al catechismo e all’azione cattolica per farmi conoscere e frequentare altri bambini, ed inserirmi in un ambiente “sano e sicuro”.
Ricordo ancora la prima festa del Ciao, tutte le parrocchie riunite in Duomo, io ero tra i più piccoli del gruppo acierrini, era la mia prima festa, la mia prima uscita, e mi sentivo grande, orgogliosa, contenta…ma un orco vestito di nero, col collarino bianco, ha distrutto ogni gioia di quel giorno.
Al momento della foto di gruppo sull’altare, approfittando della confusione, di tanto rumore, mi prese in braccio, mi pose sulla sedia, mi teneva stretta sul petto con il suo braccio, mi bloccava con la sua forza e da dietro si strofinava il suo organo genitale sui miei glutei. Impossibile muovermi, chiedere aiuto, erano tutti intenti a fare la foto, e in quel momento, davanti gli occhi di tutti, subivo l’orrore dell’abuso sessuale di uno sporco prete, che abusava di una bambina, inerte, e dopo aver soddisfatto il suo squallido piacere, mi diceva : “Brava, sei stata brava, sei proprio una brava bambina!”… avevo solo 5 anni e non ho mai dimenticato il suo volto, schifoso, i capelli neri tinti, i suoi occhi sadici, la sua voce, le sue mani grosse, rozze…
Mia madre non volle credermi, ma cosa peggiore raccontò tutto alla catechista, che mi portò dal parroco, un famoso esorcista, conosciuto e venerato da tutti in città, che ho odiato fino alla sua morte, perchè mi disse che ero una bugiarda, che avevo una fantasia malata e perversa, che stavo peccando contro Dio, e che Dio sapeva tutto e vedeva tutto, cosa peggiore questo schifoso prete esorcista, raccontò tutto ad altre catechiste in modo da prevenirle, e da allora fui guardata da tutti in modo strano, ogni volta che andavo in chiesa sentivo gli occhi su di me.
Mi chiusi nel silenzio, non parlai più con nessuno, e iniziai a detestare quel prete, quella catechista, Francesca, che era acida, cattiva, che ogni qualvolta andavo al catechismo mi diceva che Dio mi osservava, e poi quel parroco esorcista che mi ricordava che avrei dovuto chiedere perdono a Dio in confessione.
Arrivò il giorno della prima confessione, non volevo che fosse l’esorcista a confessarmi, cercai di mettermi in fila per un altro sacerdote, ed invece ad un certo momento sento la sua voce chiamare la catechista: “Francesca, vai a prenderla, portamela qui, adesso deve confessarsi con me!”
Francesca venne a prendermi, mi strattonò dal braccio dicendomi che dovevo confessare i miei peccati davanti a Dio, la mia falsità!
Avevo 9 anni, ricordavo perfettamente cosa era successo 4 anni prima, quella domenica in Duomo, e con vergogna sotto gli ammonimenti di quel verme di sacerdote, dissi che avevo peccato, ripetei quello che lui mi costrinse a dire: ho peccato, ho detto falsa testimonianza contro Dio, ho mentito, ho inventato tutto.
Non avevo inventato nulla, a 5 anni avevo denunciato gli abusi della chiesa, ma ero piccola, innocente, sola, contro tutto e tutti, e ancora peggio, non sapevo di cosa la chiesa è capace, dei crimini celati dietro l’omertà e la falsità del clero.
Quel sacerdote esorcista, purtroppo mi ha rovinato il giorno della comunione, perchè con la sua meschinità, non si è limitato soltanto a costringermi in confessione ad affermare il falso, no, la veglia della comunione mi costrinse al digiuno come penitenza per i miei peccati e il giorno della comunione sull’altare mi derise dicendo che ero tremenda, che avevo una perfida immaginazione.
Dopo quel giorno non ho più voluto mettere piede in quella chiesa, non volevo più rivedere quell’essere schifoso, osannato da tutti come un santo, né quella catechista che mi hanno fatto stare male per anni.
Da adulta, quando ho capito cosa avevo vissuto, un abuso sessuale da parte di un sacerdote pedofilo, ho voluto denunciare, ma mi sono trovata di fronte a dei muri di silenzio, sacerdoti, vescovi, tutti compatti nel dirmi che non potevo accusare qualcuno senza prove. Ho cercato negli annali della diocesi, volevo trovare il suo nome, ma mi è stato impedito, dopo l’abuso un altro abuso, quello dell’omertà di chi copre ed è complice, chissà quanti altri bambini hanno vissuto un’esperienza come la mia, e quanta sofferenza, dolore si sono dovuti tenere dentro.
Un abuso non si cancella come il gesso sulla lavagna, resta indelebile sulla pelle, sul corpo di una vittima, è come una cicatrice che resta per sempre a ricordare quel dolore, ma la vita mi riservava altro ancora, avrei dovuto conoscere un dolore più grande, l’abuso spirituale, psicologico con fine sessuale.
In un momento molto difficile della mia vita, mi sono avvicinata ad una comunità religiosa, un amico mi aveva parlato di un padre carismatico, dotato di un dono speciale, che faceva delle omelie meravigliose, e che mi avrebbe aiutata a ritrovare la pace in me stessa, mi avrebbe guidata spiritualmente.
Con molti dubbi e freni, andai a conoscere quel padre, e la confessione mi deluse, molto superficiale e sbrigativa, quasi avesse fretta e dubitai che fosse un vero religioso.
Volli comunque andare ad ascoltarlo a messa, in effetti, le sue omelie erano molto belle, anche molto preparate, mi convinsi a seguirlo ed in breve divenne il mio confessore, il mio padre spirituale.
Mi confidavo con lui, gli parlavo dei miei problemi, delle mie sofferenze, lo vedevo come un fratello, un amico sincero, sicuro, un vero amico.
Gli raccontai dell’abuso da bambina al Duomo, del mio dolore per non essere stata creduta, e del silenzio di tutta una vita per quell’abuso.
I suoi occhi cambiarono in quel momento, ma non riuscìì a captare subito il motivo, mi ricordo quello che mi disse: “che bello che ti sei confidata con me, adesso il nostro rapporto è speciale, perchè mi hai confidato il tuo segreto.”
Da quel giorno, iniziò a chiamarmi, a mandarmi messaggi per farmi andare da lui per la messa, per parlare, era diventato pesante, ma mi diceva che lo faceva per me, perchè aveva capito che avevo bisogno di lui, che mi voleva bene.
Poi cominciò a parlarmi in modo strano, Dio lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi secondo Dio e natura, ma non era sesso, era un amore puro, totale, fatto di corpi ed anima. Mi parlò di un rapporto speciale, che doveva essere tenuto segreto agli altri, che io ero speciale e che avevo bisogno di un essere speciale come lui, e non dovevo aver paura perchè Dio voleva il mio bene e non dovevo temere nulla con lui.
Mi prese la paura, non reggevo più quel rapporto, opprimente, malato, perverso, e lui divenne violento, furioso; non era più il padre buono, carismatico che avevo conosciuto, anzi forse non lo è mai stato!
Iniziò ad insultarmi, a mortificarmi, a farmi sentire stupida, incapace, di colpo persi la stima per me stessa, e cosa peggiore era quel religioso, quel padre, che avevo scelto come mio padre spirituale a distruggermi in questo modo.
Passò dall’abuso spirituale, allo psicologico infine sessuale, senza preoccuparsi delle conseguenze. Diceva che Dio era amore, che lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi, senza pudore, né vergogna, perchè Dio si era fatto uomo per amare l’umanità tutta.
Mi diceva che la castità non esiste, che è un’ invenzione dell’uomo, e che in nessun testo della Bibbia si parla di castità, se Dio avesse voluto degli uomini casti, allora sarebbe andato contro natura ed avrebbe imposto la castrazione, e che la castità era un’invenzione della chiesa, che è la causa di tanti abusi contro i bambini e le religiose.
Mi disorientò completamente, non poteva essere vero, lui, biblista, che parlava tanto di discernimento, della responsabilità dell’uomo delle proprie azioni, mi parlava ora come un animale in preda all’istinto e alle pulsioni sessuali che non controllava.
Ho chiesto aiuto a dei confratelli, dei sacerdoti, teologi, che scrivono libri e fanno conferenze sul tema dell’abuso spirituale, religioso, ma nessuno mi ha creduta.
Ben 7 sacerdoti mi hanno detto di tacere, di dimenticare, perdonare ed andare avanti, cercare di trovare altri interessi nella vita che mi facessero pensare ad altro, perchè altrimenti non avrei fatto nulla di buono e sarei sprofondata nella depressione.
A tutti questi sacerdoti, oggi ho voglia di dire che la vostra omertà è un secondo abuso per me, perchè non si può dimenticare, non si perdona un abuso ed un abusatore facilmente, ma soprattutto questa è la mia vita, non sarà mai più la stessa, da quell’abuso ci sono state delle conseguenze indelebili ed oggi il mio interesse è che non ci siano più vittime che soffrano in silenzio.
Con forza, grazie all’aiuto di tanti amici, che oggi sono la mia famiglia, ho denunciato, ma nonostante la denuncia, le prove schiaccianti contro di lui, la falsa mistica, la perversione, il suo narcisismo patologico, la sua manipolazione, questo religioso ha continuato ad esercitare per mesi, a celebrare la messa con i bambini, a pubblicare ogni giorno lectio bibliche, ergendosi come guida spirituale per l’umanità.
Mentre io per mesi mi annientavo, sprofondando nel silenzio, nella depressione, nell’indifferenza di tutti coloro che mi hanno detto di tacere, perchè un caso non è grave, che vuoi che sia, un caso, uno scivolone può capitare a tutti nella vita, basta rialzarsi…peccato che quel caso abbia segnato per sempre la mia vita!
Come negli scacchi si muovono le pedine, così nella chiesa si spostano i preti una volta denunciato l’abuso, e come ogni mossa prevedibile, il religioso in questione è stato trasferito, per “motivi di salute”, ma la realtà è ben altra, è stato sospeso e non potrà ricoprire nessun incarico religioso perchè accusato di abuso spirituale, psicologico a sfondo sessuale.
Mi chiedo come sia possibile credere in una chiesa così falsa, che adduce ragioni di salute per coprire un abusatore, fin quando la chiesa ha intenzione di nascondersi dietro un dito, e continuare a proteggere tutti coloro che neppure lontanamente nutrono un sentimento cristiano?
Fin quando la chiesa continuerà a nascondere gli abusi, ad essere omertosa, a non voler ascoltare le vere vittime, proteggendo l’abusatore che non ha il coraggio delle sue azioni e si proclama vittima suo malgrado?
Si ha umanità per l’abusatore, gli si procura un avvocato d’ufficio per difenderlo in tribunale, uno psicologo, per aiutarlo perchè manifesta un disagio psichico conseguente alla denuncia, avendo fino ad allora goduto di ottimo umore, e la vittima? Chi pensa alla vittima?
Della vittima non ci si preoccupa, la vittima resta nel limbo, in un sentimento di colpa, in attesa di avere notizie delle indagini, del processo, e di tutto quello che la chiesa dovrebbe assicurarle, assistenza medica, psicologica, neppure l’ombra, perchè non è mai considerata in quanto tale, ma “presunta” vittima!
Non mi piace usare il termine vittima, nè survivor, sopravvissuta, perchè entrambi i termini sottintendono una forma passiva, io sono VIVA e ATTIVA, e la mia voce, un tempo in silenzio, deve essere oggi un grido stridente per le orecchie sorde che non hanno voluto sentire!
La colpa non è MAI della vittima, che ha trovato la forza di denunciare, ma dell’abusatore che ha tradito la fiducia, la fede e l’amore.
La copla è solo di chi ha ferito, mai di chi ha avuto il coraggio di dire basta.
Denunciando, so di aver fatto qualcosa di profondamente GIUSTO, anche se doloroso, perché ho denunciato qualcosa che sta sconvolgendo ormai da mesi la mia quotidianità.
Ho avuto il coraggio di dire la verità dove altri hanno preferito il silenzio e, in questo , c’è una forza rara, che nessuno potrà mai togliermi, perchè oggi la mia vita è la conseguenza di quell’abuso, e finalmente ho liberato me stessa.
Ho rotto una catena invisibile fatta di paura, vergogna e inganno, ho dato voce a tante altre donne che, come me, hanno conosciuto la manipolazione scambiata per guida spirituale.
Spero che ogni giorno, un pochino alla volta, ogni vittima riesca a sentire la leggerezza che merita, la pace che ci spetta e l’orgoglio di aver scelto la verità, essendo fieri e orgogliosi di se stessi.
La chiesa dovrebbe rileggere l’ottavo comandamento, che proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri. Questa norma morale deriva dalla vocazione del popolo santo ad essere testimone del suo Dio il quale è verità e vuole la verità. Le offese alla verità esprimono, con parole o azioni, un rifiuto di impegnarsi nella rettitudine morale: sono profonde infedeltà a Dio e, in tal senso, scalzano le basi dell’Alleanza.
Fin quando la chiesa considererà una menzogna, una falsa realtà per chi non deve sapere la verità, non assumerà mai le sue responsabilità, e continuerà a non vedere oltre il suo dito, e a vivere nella continua menzogna dei padri.
Un sacerdote francese, il padre Antoine Exelmans, è accusato di violenze sessuali nei confronti di giovani rifugiati africani a Casablanca, dove tra il 2021 e il 2024 ha diretto il servizio d’accoglienza per migranti dell’église Notre-Dame-de-Lourdes. Secondo quanto riportato dal giornale marocchino Enass e confermato da un’indagine interna dell’arcidiocesi di Rabat, il religioso avrebbe commesso abusi su almeno cinque persone, tra cui un minore.
Divenuto negli ultimi anni una figura di riferimento nella Chiesa cattolica del Marocco per il sostegno ai migranti, Exelmans avrebbe approfittato della sua posizione per instaurare un vero e proprio “sistema di sfruttamento sessuale”, come lo definisce Enass. Il caso è emerso a seguito di una denuncia presentata nel maggio 2024 da una delle vittime, che ha portato all’apertura di un’inchiesta della Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca.
Poche settimane dopo il deposito della denuncia, il sacerdote ha lasciato il Paese, un mese prima della conclusione ufficiale della sua missione. Per Enass, si tratterebbe di una fuga. Ma l’arcivescovo di Rabat smentisce questa versione, affermando che il religioso si è recato in Francia con l’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche e che oggi si trova lì agli arresti domiciliari, “a disposizione” della giustizia francese e marocchina.
L’arcidiocesi di Rabat ha riconosciuto che “degli abusi sessuali sono stati commessi” e ha assicurato la propria collaborazione con le autorità competenti, pur ribadendo la volontà di accompagnare le vittime nel percorso di giustizia e guarigione. L’inchiesta, ancora in corso, getta nuova luce sulle vulnerabilità dei rifugiati africani in Marocco, spesso privi di tutela e di risorse, e solleva interrogativi più ampi sul controllo e la trasparenza delle strutture ecclesiastiche di assistenza.
Il cosiddetto caso Lute – dal nome di padre Eleuterio Vásquez , sacerdote della diocesi di Chiclayo – rimane una delle ferite aperte della Chiesa che deve essere affrontata il prima possibile. Vásquez fu accusato di aver abusato sessualmente di minori che aveva portato a trascorrere la notte da soli in una residenza parrocchiale sugli altopiani. Le accuse furono presentate direttamente all’allora vescovo di Chiclayo, Robert Francis Prevost , poi papa Leone XIV , ma il caso, lungi dall’essere risolto, rimane bloccato senza alcuna sanzione definitiva contro il pedofilo. Ad oggi, le vittime non hanno nemmeno potuto accedere ai documenti del caso, nonostante le ripetute richieste.
Tuttavia, a essere punito a tempo di record è stato l’avvocato che aveva rappresentato le vittime dal maggio 2024, il sacerdote e canonista Ricardo Coronado Arrascue , la cui radiazione è diventata uno degli episodi più anomali e inquietanti del recente diritto canonico. La sua caduta è iniziata nel luglio 2024 , quando le vittime, assistite da Coronado, hanno presentato formalmente una richiesta di accesso al fascicolo del caso Lute, rimasta senza risposta per anni. Solo poche settimane dopo, il 24 agosto 2024 , la Conferenza episcopale peruviana (CEP) ha sorpreso tutti pubblicando una dichiarazione senza precedenti: ha annunciato che Coronado “non poteva ricevere l’approvazione per esercitare la professione di avvocato ecclesiastico” e gli ha proibito di agire in cause canoniche.
La dichiarazione, rilasciata dopo la 127ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEP), ha citato il canone 1483 del Codice di Diritto Canonico per giustificare la misura. Tuttavia, resta il fatto che le conferenze episcopali non hanno l’autorità di radiare gli avvocati dall’albo. In pratica, un organismo privo di giurisdizione giudiziaria ha rilasciato una dichiarazione pubblica contro l’avvocato che rappresenta le vittime di abusi proprio quando chiedeva trasparenza, il che non può che essere interpretato come una manovra volta a screditarlo e neutralizzare il suo operato .
Secondo i documenti consultati da InfoVaticana , il caso contro Coronado è stato aperto quello stesso agosto , subito dopo la dichiarazione episcopale. Il processo è stato accelerato, senza una chiara notifica delle accuse né garanzie di un giusto processo. Inoltre, le accuse sono estremamente fragili: alcune voci infondate provenienti dagli Stati Uniti su presunte visite a casa del sacerdote e la testimonianza di un adulto , identificato con le iniziali MVT , che ha raccontato di un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza “piena” consumazione, la cui natura sessuale Coronado nega, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook. Il fascicolo stesso riconosce l’assenza di convivenza, persistenza o scandalo pubblico. Al massimo, si tratta di un’indiscrezione privata , del tutto insufficiente a giustificare qualsiasi sanzione. Attualmente, Coronado sta portando avanti una causa per diffamazione contro MVT presso i tribunali di Lima.
Sebbene sembri incoerente essere stato radiato dall’albo degli avvocati prima di essere radiato dall’albo dei sacerdoti, il colpo più grave per il sacerdote peruviano arrivò quattro mesi dopo. Nel dicembre 2024 , Coronado ricevette la notifica della sua dimissione dallo stato clericale tramite decreto papale , ma il documento conteneva una grave irregolarità: mancava la firma autografa di Papa Francesco . Il decreto era stato elaborato attraverso i canali diplomatici, recando il sigillo vaticano, ma senza soddisfare i requisiti di autenticazione che ne garantiscono la validità. In pratica, si trattava di un’espulsione mascherata da decreto papale , priva di qualsiasi processo, sentenza o risoluzione formale.
Anche questo episodio si svolge in un contesto ecclesiale particolarmente turbolento. Alla fine del 2024, con Francesco indebolito sia fisicamente che mentalmente , si è moltiplicata una proliferazione di decisioni assurde e insostenibili emanate dalla Curia, molte delle quali legate al Perù. Tra le più note, il decreto penale di condanna contro i giornalisti Giuliana Caccia e Sebastián Blanco , che includeva la minaccia di scomunica per aver criticato i prelati peruviani. Il provvedimento ha provocato uno scandalo globale e ha dovuto essere revocato dallo stesso Francesco , che ha sconfessato i responsabili dopo aver scoperto che il decreto era stato emanato a sua insaputa. In questo stesso clima di caos e abuso di potere, il decreto di dimissioni di Coronado sembra essere un altro prodotto dello stesso meccanismo: funzionari ecclesiastici che usano il nome del Papa per imporre sanzioni arbitrarie , come se la Chiesa fosse diventata il loro giocattolo personale.
Il fascicolo di Coronado reca le firme del vescovo di Cajamarca, Isaac C. Martínez Chuquizana , e dell’allora segretario del Dicastero per il Clero, monsignor Andrés Gabriel Ferrada Moreira , responsabili dell’elaborazione e dell’approvazione di un provvedimento privo di giustificazione legale o di un giusto processo. La sequenza è significativa: a luglio, le vittime hanno richiesto i documenti; i documenti non sono mai stati trasmessi, ma ad agosto è stata emessa una dichiarazione episcopale contro il suo avvocato ed è stata aperta un’indagine accelerata nei suoi confronti; senza nemmeno un’udienza per garantire il suo diritto alla difesa o la presentazione di prove, a dicembre sono state emesse le sue “dimissioni” con decreto irregolare. Tutto indica che la sanzione è stata fabbricata come punizione diretta per aver richiesto l’accesso al fascicolo dell’abusante .
Nel frattempo, Eleuterio Vásquez rimane impunito , protetto dal silenzio istituzionale e dall’inerzia di un sistema che punisce il whistleblower prima dell’imputato. Coronado è stato espulso senza processo e marchiato a vita, e le vittime sono rimaste senza assistenza legale. Tra l’altro, nessuno nella Chiesa si è preso la briga di offrire loro un altro avvocato canonico dopo aver licenziato il proprio.
Lo schema è innegabile: Roma è stata più dura con l’avvocato delle vittime che con il prete abusatore di minori . E lo ha fatto attraverso un atto giuridicamente invalido, emanato in nome di un Papa malato e manipolando i meccanismi della giustizia ecclesiastica. Il caso Lute non è più solo una storia di abusi, ma una dimostrazione di come la gerarchia possa trasformare il diritto canonico in uno strumento di repressione. La squalifica di Coronado ne è la prova: una manovra fraudolenta, crudele e calcolata , eseguita per ostacolare la giustizia e mettere a tacere le vittime .