Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Accusati di stupro di gruppo, tutti assolti: “Hanno errato sul consenso”. Rabbia delle donne: “Sentenza aberrante”

    Accusati di stupro di gruppo, tutti assolti: “Hanno errato sul consenso”. Rabbia delle donne: “Sentenza aberrante”

    Avrebbero in sostanza frainteso. E dunque, anche se tale fraintendimento “non cancella l’esistenza oggettiva di una condotta di violenza sessuale”, che dunque c’è stata, di fatto “impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta”.

    Così si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale il giudice del tribunale di Firenze nel marzo scorso, oltre quattro anni dopo i fatti, che avvennero a settembre 2018, ha assolto al termine del rito abbreviato due ragazzi appena maggiorenni accusati di stupro di gruppo (di un terzo ‘partecipante’, minorenne, si è occupato il tribunale minorile).

    La sentenza è uscita a marzo ma le motivazioni, riportate ieri da Il Tirreno di Firenze e riprese poi da tutti i principali quotidiani e agenzie di stampa, solo nei giorni scorsi. I fatti si sono svolti in una festa a cui parteciparono una decina di persone, nei pressi di Rufina. Alcol e ‘fumo’ in abbondanza.

    La ragazza, appena maggiorenne, avrebbe assunto alcol e sarebbe stata in una condizione psicofisica molto precaria, non in grado di esprimere un consenso. Questo non avrebbe impedito ai tre di cercare in tutti i modi rapporti sessuali con lei, che ha denunciato di avere più volte detto ai ragazzi si smetterla.

    Nelle motivazioni si parla “in capo agli imputati”, cioè dei due ragazzi, di “falsa convinzione della libera disponibilità della ragazza a qualsiasi tipo di rapporto”. Sempre nelle motivazioni, riportate dal Tirreno, si legge che “la ragazza era in uno stato di alterazione più o meno accentuato e non appariva in grado di esprimere un valido consenso a un rapporto plurimo”.

    Si dice inoltre che i ragazzi avrebbero continuano a farla bere perché “probabilmente l’intenzione degli imputati era di facilitare la perdita di eventuali freni inibitori della ragazza”.

    Sono stati “accertati”, nelle parole del giudice che ha assolto i giovani, come riportate oggi da Repubblica Firenze, “atti sessuali non pienamente voluti”. Si legge poi di “non piena credibilità” e “scarsa attendibilità” delle dichiarazioni della ragazza, che in passato avrebbe avuto un rapporto sessuale filmato con uno dei due giovani, fatto che non può però in alcun modo – almeno non dovrebbe -, sminuire la volontà di opporsi ad un successivo rapporto sessuale.

    Nelle motivazioni si dice anche che la percezione sbagliata sulla volontà della ragazza “non cancella l’esistenza oggettiva di una condotta di violenza sessuale”, che dunque c’è stata, ma “impedisce di ritenere penalmente rilevante la loro condotta”.

    Si sottolinea inoltre nelle motivazioni come i due imputati siano “condizionati da un’inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile, forse derivante di un deficit educativo e comunque frutto di una concezione assai distorta del sesso”. Alla fine, sono comunque stati assolti. Sdegno e rabbia sono seguite alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza.

    “Sentenza aberrante”

    “Inutile stupirci ogni volta per sentenze di questo genere: serve a poco. Pensiamo piuttosto a concordare quali iniziative intraprendere, anche sul piano della formazione degli operatori del diritto, per non assistere più ad aberrazioni di questo tipo”. Così all’AdnKronos Daniela Carlà, promotrice dell’Associazione Noi Rete Donne, commentando la sentenza del Tribunale di Firenze che ha assolto due ragazzi dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una 18enne per “errata percezione del consenso”.

    “Quando parliamo di strumenti per rimuovere la violenza è necessario partire dalla consapevolezza che questa violenza fonda le sue radici in una cultura patriarcale. Tale cultura – prosegue Carlà – non vede la necessità che siano le donne a scegliere per la propria vita e per la propria libertà sessuale, ma sia la società. L’unica risposta possibile in questo caso è portare avanti un’attività condivisa di informazione costante sul tema. Per quanto riguarda questa sentenza, mi rendo anche conto che dal punto di vista del diritto penale si debbano valutare i singoli casi con molta attenzione, soprattutto perché sono i singoli casi a fare la collettività”.

    “Un ‘no’ è un ‘no’”

    “Il tema del consenso è centrale: una ragazza o una donna può revocarlo in qualsiasi momento, anche dopo un approccio iniziale con il suo partner”. Che si tratti di un uomo maturo o di un giovane, poco cambia: “la volontà della donna va rispettata a prescindere, un ‘no’ è sempre un ‘no’ altrimenti è stupro”. Così, sempre all’agenzia di stampa Adnkronos Salute, Rolando Paterniti, coordinatore scientifico del Master Psicopatologia forense e Criminologia dell’Università degli Studi di Firenze, commentando la sentenza.

    “Violenza riconosciuta ma giustificata”

    “Quello che ci colpisce e ci fa infuriare di questa sentenza, è che nonostante venga riconosciuto l’atto di violenza lo si giustifichi spostando sulla ragazza, la vittima, la responsabilità di non aver dissentito abbastanza”. Commenta così, ancora all’Adnkronos, Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.

    “In realtà – prosegue Ercoli – sembra che questo dissenso ci sia stato e quindi ci viene da pensare che ai due ragazzi venga riconosciuta una maggiore credibilità rispetto alla vittima. Insomma, potremmo dire che in questa sentenza sono racchiusi gli stereotipi che noi, tramite la formazione, dobbiamo superare. Del resto, già riconoscere che questi ragazzi abbiano ‘una distorta percezione della sessualità e della relazione con le donne’ è la premessa di un comportamento violento e quindi è assolutamente anche poco coerente nella dinamica della sentenza”.

    “Non si può rimanere in silenzio”

    “Abbiamo appreso dalla stampa le motivazioni della sentenza, le sentenze non si commentano si usava dire, ma stavolta non si può rimanere in silenzio, siamo colpite profondamente. La vicenda conferma purtroppo, e non ne avevamo bisogno, a danno di un’altra donna, la insufficiente attenzione e specializzazione, relativamente a tutti i gradi del processo, sulla violenza di genere ed in particolare sulla violenza sessuale”, scrive invece in una nota la Cgil Toscana e fiorentina, chiedento di “dare corso con forza e tempestività alle linee di indirizzo del Csm che non ha mancato di confermare «la valenza irrinunciabile della specializzazione degli uffici» – requirenti e giudicanti – che trattano i procedimenti relativi ai reati di violenza di genere. Servono specializzazione e formazione della magistratura inquirente e giudicante sui reati di violenza di genere ed in particolare violenza sessuale”.

    https://www.firenzetoday.it/cronaca/accusati-stupro-assolti-errato-consenso-rabbia-donne-sentenza-aberrante.html

  • Gli abusi del clero “spazzati sotto il tappeto” nella chiesa indiana

    Gli abusi del clero “spazzati sotto il tappeto” nella chiesa indiana

    Il 1° giugno il Vaticano ha accettato le dimissioni del vescovo indiano Franco Mulakkal , quasi cinque anni dopo che la polizia lo aveva arrestato con l’accusa di aver stuprato una suora. 

    Il Vaticano “ha chiesto” le sue dimissioni, si legge in un comunicato della nunziatura apostolica in India, aggiungendo che questa azione non deve essere vista come una “misura disciplinare imposta” al vescovo.

    Il caso Mulakkal ha riacceso ancora una volta la richiesta di un’azione rapida e trasparente nelle accuse di abusi clericali in India, poiché i ritardi possono creare imbarazzo per i cristiani, che rappresentano il 2,3% nella nazione a maggioranza indù di 1,4 miliardi di persone.

    La mossa del Vaticano nel caso Mulakkal è arrivata 18 mesi dopo che un tribunale di grado inferiore lo aveva assolto, e quando un appello contro l’assoluzione è pendente in un tribunale di grado superiore.

    Mulakkal è il quarto vescovo cattolico a dimettersi per accuse di abusi sessuali in India, tutti negli ultimi 15 anni.

    In tutti e quattro i casi, la gerarchia non ha agito da sola contro gli imputati, ma si è mossa solo dopo l’indignazione pubblica e le denunce della polizia. Anche quando ha agito, la gerarchia non ha reso pubblica la sua indagine sulle accuse né ha spiegato i motivi per rimuovere la persona.

    Nel caso Mulakkal, la suora è stata costretta a rivolgersi alla polizia perché “la gerarchia non ha ascoltato” le sue denunce e quelle delle sue compagne, suor Norah Alunkal, segretaria della sezione femminile della Conference of Religious India (CRI), il forum dei religiosi cattolici consacrati in India, ha riferito a UCA News.

    La gerarchia inoltre “ha preso posizione con l’imputato e ha totalmente ignorato la presunta vittima di stupro”, ha detto Alunkal, un membro delle Suore di San Giuseppe di Cluny.

    Tale maltrattamento delle donne, comprese le suore, si verifica nonostante la Conferenza episcopale cattolica indiana (CBCI) abbia adottato una politica di “tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali del clero” nella sua plenaria biennale del 2020 nella città di Bangalore.

    “Un muro di silenzio”

    Quando una suora o una laica si lamenta di abusi sessuali da parte del clero, “il clero ottiene spesso il patrocinio della gerarchia”, ha detto Alunkal.

    La denuncia contro Mulakkal è arrivata da un ex superiore generale delle Missionarie di Gesù, una congregazione diocesana che opera sotto la sua diocesi di Jalandhar . Ha accusato Mulakkal di averla violentata 13 volte dal 2014 al 2016 nel convento della congregazione a Kuravilangad, un villaggio nel distretto di Kottayam nello stato del Kerala, nel sud dell’India.

    La gerarchia lo ha rimosso dagli incarichi amministrativi della diocesi quando l’arresto della polizia è diventato imminente nel settembre 2018, quattro mesi dopo che la suora aveva presentato denuncia alla polizia. Eppure ha continuato come vescovo Jalandhar, insieme a un amministratore apostolico nominato dal Vaticano, fino alle sue dimissioni nel giugno 2023.

    La risposta della gerarchia ai casi di abuso segue uno schema, ha affermato Raynah Braganza Passanha, convocatrice nazionale dell’Indian Christian Women’s Movement (ICWM).  

    “L’assoluto muro di silenzio che protegge gli aggressori, nega l’abuso, incolpa la vittima e spesso, dopo un periodo di riflessione, trasferisce gli aggressori in un nuovo posto senza alcun sistema di monitoraggio, mettendo così a rischio un gruppo completamente nuovo di persone, “, ha detto in risposta scritta a UCA News.

    C’è anche “una totale assenza di ascolto della vittima. Le vittime, religiose, donne e bambini bussano alle porte dei vertici della Chiesa, dal nunzio ai cardinali, arcivescovi e vescovi, ma sono accolte con sospetto, derisione, negazione e, il più delle volte, totale silenzio”.

    Lo stesso schema si riscontra nel caso di altri tre vescovi accusati di abusi sessuali.

    Il Vaticano ha rimosso il vescovo Kannikadass Antony William di Mysore (ora Mysuru dal 2023) dall’incarico nel gennaio di quest’anno a causa dell’aumento della pressione pubblica a seguito delle accuse contro di lui, tra cui stupro e relazioni illecite con più donne.

    Le accuse devono ancora essere provate, ma il Vaticano gli ha chiesto di “prendere un periodo di assenza dal ministero” poiché i denuncianti includevano un’ampia parte dei suoi stessi sacerdoti e cattolici nella diocesi.

    In un precedente caso, il Vaticano ha accettato le dimissioni del vescovo Prasad Gallela di Cuddapah nello stato dell’Andhra Pradesh nel dicembre 2018 a seguito di accuse di sesso. All’epoca fu anche accusato di essere il padre di un ragazzo di 18 anni.

    Nel quarto caso, il vescovo John Thattumkal della diocesi di Kochi in Kerala, è stato il primo vescovo indiano a subire l’espulsione nell’ottobre 2008 dopo aver adottato come figlia una donna di 26 anni. Le ha permesso di stare con lui nella casa del vescovo. Allora aveva 58 anni.

    Molti considerano il caso di Thattumkal un’eccezione poiché la sua rimozione è avvenuta entro due settimane dalle denunce. Ma un funzionario della Chiesa all’epoca disse che Thattumkal avrebbe continuato a celebrare la messa ea svolgere altre funzioni sacerdotali, in attesa di un’indagine.

    Tuttavia, da allora la gerarchia non ha fatto alcun annuncio pubblico sui risultati dell’indagine o sullo status del suo sacerdozio.

    Lo stesso schema è visibile anche nella maggior parte dei casi di abusi sessuali da parte del clero nella Chiesa indiana, notano gli osservatori.

    “Il silenzio è tacito sostegno”

    “La Chiesa sospende i sacerdoti soprattutto dopo che i tribunali li hanno condannati. Non c’è un solo caso noto in cui la gerarchia si sia lamentata con la polizia di un crimine sessuale commesso da un prete”, ha detto Shaiju Antony di Save Our Sisters, un gruppo formato per proteggere l’accusatore e le sue compagne nel caso Mulakkal.

    “La gerarchia insiste che le vittime dovrebbero sporgere denuncia alla polizia e non alla gerarchia”, ha detto Antony. Tuttavia, la maggior parte delle vittime dopo aver presentato denuncia alle autorità ecclesiastiche non si è rivolta alla polizia temendo un contraccolpo da parte della gerarchia.

    Il leader laico si è chiesto perché i membri della gerarchia non rendono pubblico l’esito della loro indagine. “Tali misure porteranno maggiore trasparenza e assicureranno che il clero diventi un vero testimone della sua chiamata”, ha affermato.

    I casi recenti sono esempi, ha aggiunto.

    A padre Benedict Anto, membro della diocesi di Marthandam della Chiesa siro-malankarese di rito orientale nello stato meridionale del Tamil Nadu, è stato impedito di esercitare i suoi ministeri sacerdotali nell’aprile 2023. È stato accusato di aver abusato sessualmente di una studentessa adolescente e di altre quattro donne.

    La diocesi ha avviato un’indagine interna sulle accuse contro il sacerdote, attualmente su cauzione, ma i funzionari diocesani affermano di non sapere dove si trovi al momento. I funzionari inoltre non rendono pubblico se il sacerdote è sospeso o se è in corso il suo processo di laicizzazione.

    Nella diocesi di Idukki nella chiesa siro-malabarese di rito orientale in Kerala, padre James Mangalasseril è stato rimosso dall’incarico di parroco nel maggio 2020, dopo che un videoclip è diventato virale, mostrandolo in una posizione compromettente con una donna che lavorava sotto di lui.

    La diocesi ha costituito un’indagine interna ma mantiene il silenzio sul suo esito o sull’azione intrapresa contro il sacerdote.

    Nel giugno 2020, l’ arcidiocesi di Tellicherry , sempre in Kerala, ha bandito padre Mathew Mullapally e padre Jose Poothottal dai doveri sacerdotali a seguito di un’indagine diocesana sulle accuse di abusi sulle donne.

    Entrambi i sacerdoti hanno servito in successione nella parrocchia di Pottanplav. Clip audio di conversazioni telefoniche registrate e un video diventato virale sui social media hanno mostrato come i sacerdoti hanno costretto e costretto molte donne della parrocchia a fare sesso con loro.

    I resoconti dei media suggeriscono che padre Poothottal abbia appreso che il suo predecessore Mullapally aveva rapporti illeciti con alcune donne della parrocchia. Presumibilmente ha rintracciato le donne e ha cercato favori sessuali per tacere.

    L’arcidiocesi si è scusata con i cattolici per i misfatti dei sacerdoti e li ha esortati a “ignorare la campagna sui social media”. Ma nessuna azione contro i sacerdoti, se intrapresa, è stata resa pubblica.

    Tuttavia, Mullappally, che ha 40 anni, è stato licenziato dal sacerdozio nel giugno 2022 dopo essersi convertito all’induismo e aver sposato la madre di due figlie.

    A giugno, i post sui social media affermavano che un parroco della diocesi di Palai , nel Kerala , era fuggito con una madre di tre figli nella parrocchia. Il cancelliere diocesano ha emesso una succinta nota dicendo che il sacerdote è stato rimosso dall’amministrazione dei sacramenti, senza menzionare il suo reato o dire quali azioni sarebbero state intraprese contro di lui.

    Nessun sistema di riparazione

    “Gli abusi sessuali da parte del clero sono una realtà nella Chiesa cattolica indiana e devono essere affrontati seriamente”, afferma suor Noella de Souza, che faceva parte di un team che ha condotto un ampio studio sulle controversie sulla proprietà tra congregazioni religiose e diocesi in India.

    Lo studio ha costituito la base di un libro intitolato “È giunto il momento: le donne religiose parlano della giustizia di genere nella Chiesa indiana”.

    Il libro pubblicato nel 2021 era “solo per la circolazione privata”. Lo studio è stato commissionato dalla sezione femminile della CRI, il forum nazionale dei religiosi cattolici.

    Voleva che le donne della CRI istituissero una squadra investigativa per occuparsi di “abusi sessuali riguardanti suore religiose”. Ha affermato che la questione è delicata e una tendenza generale è quella di “mantenere un silenzio discreto” e “nascondere le questioni sotto il tappeto”.

    De Souza, che faceva parte dello studio, ha detto a UCA News di aver suggerito una squadra in modo che i casi di abuso vengano affrontati “rapidamente in quanto sono questioni di grave preoccupazione”. 

    Passanha, il coordinatore nazionale dell’ICWM, ha affermato che l’aumento dei casi di abusi del clero, compresi quelli che coinvolgono i vescovi, è solo la “punta dell’iceberg”.

    “Abbiamo provato con la conferenza episcopale a mettere in atto meccanismi per la riparazione dei reclami come richiesto dalla legge, ma abbiamo incontrato muri diplomatici di promesse e scuse”, ha detto Passanha a UCA News.

    La gerarchia afferma di avere un meccanismo interno per tenere le indagini, ma non ci sono informazioni su chi costituisca i comitati, quali siano le loro conclusioni o quali azioni siano state intraprese, ha detto Passanha.

    “Il pubblico non ne è informato e dopo un anno sabbatico, il sacerdote accusato viene trasferito in un’altra parrocchia o istituzione solo per diventare un recidivo”, ha lamentato.

    Dopo un costante follow-up e advocacy, “è stata rilasciata una versione molto annacquata delle norme per affrontare gli abusi nella Chiesa, sono un segreto ben custodito”, ha aggiunto.

     “Quando abbiamo chiesto di applicare le norme ai vescovi accusati di abusi sessuali, ci è stato detto che le norme non riguardano i vescovi”, ha detto Passanha.

    ‘Proteggere l’immagine’

    La principale preoccupazione della gerarchia sembra proteggere la loro istituzione. “È una fedeltà molto strana, non agli insegnamenti di Cristo ma all’istituzione”, ha detto Passanha.

    Ha anche notato una “totale assenza o, in alcuni casi, servizi di supporto molto limitati come consulenza, assistenza legale o accompagnamento forniti” dalla gerarchia alle vittime di abusi.

    “Abbiamo bisogno di meccanismi di supporto messi in atto affinché le vittime possano trovare riparo, consulenza, assistenza legale e accompagnamento”, ha detto Passanha.

    La gerarchia si aspetta che le persone non credano che “i buoni sacerdoti santi possono essere abusatori”, ha detto.

    “È ora che ci svegliamo. Lo tsunami di vittime, la possibilità di trovare la propria voce e il coraggio di chiedere giustizia ci sorprenderà… almeno quelli di noi che non sono troppo ciechi per vedere cosa sta succedendo”, ha aggiunto Passanha.

    Antony di Save Our Sisters ha osservato che i vescovi indiani indulgono in “insabbiamenti nonostante le chiare istruzioni del Vaticano di non farlo. Sembrano credere nella politica del ‘tu mi gratti la schiena, io gratterò la tua’”, ha detto a UCA News.

    “I vescovi hanno scheletri nell’armadio”, e quindi non vogliono alcuna azione contro un prete accusato, ha detto.

    “Questa scellerata alleanza del clero rende miserabile la vita delle suore e delle laiche”, ha aggiunto.

    Il Vaticano si attiva

    Padre Babu Joseph, un ex portavoce della CBCI, tuttavia, ha respinto la percezione che il Vaticano non agisca in seguito a denunce di abusi contro vescovi e sacerdoti.

    “Direi che il Vaticano prende sul serio tali accuse e svolge le proprie indagini prima di intraprendere qualsiasi azione concreta contro la persona interessata”, ha detto il sacerdote di Delhi a UCA News.

    Il Vaticano, in quanto organizzazione responsabile, non intraprende azioni correttive o addirittura punitive senza un giusto processo come previsto dal diritto canonico, che comporta un’udienza adeguata di tutte le parti coinvolte nel caso, ha spiegato.

    “Quando si tratta dell’alto ufficio di un vescovo, il Vaticano esercita la massima cautela, poiché ha un effetto a cascata sulla Chiesa come istituzione”, ha detto.

    Il Vaticano è “sempre desideroso di stabilire la verità di qualsiasi accusa di scorrettezza personale di un vescovo o di un sacerdote e agirà con decisione al servizio della giustizia e della verità”.

    Il sacerdote Divine Word, tuttavia, ha ammesso che i leader della Chiesa indiana potrebbero essere “più prudenti e attenti” quando si tratta di accuse di abusi contro i vescovi.

    L’arcivescovo Felix Antony Machado , segretario generale della conferenza episcopale e portavoce ufficiale, non è stato disponibile quando è stato contattato da UCA News per commenti sulla questione.

    https://www.ucanews.com/news/clergy-abuse-swept-under-the-carpet-in-indian-church/102077

  • Don Mauro Galli patteggia

    Don Mauro Galli patteggia

    Si è svolta questa mattina l’udienza, dopo che la Cassazione ha rimandato il riesame in Appello, per il caso di don Mauro Galli, il prete che alla vigilia di natale con un sotterfugio, adescò manipolando i genitori, Alessandro Battaglia.

    Stamani, davanti ai giudici della seconda sezione penale d’appello di Milano, la Procura generale, col sostituto pg Celestina Gravina, e la difesa di Galli, con l’avvocato Mario Zanchetti, hanno depositato una proposta di concordato in appello, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado.

    Don Mauro Galli, ricordiamo, fu assolto dal tribunale della chiesa lombarda.

    Si attende, per settembre, la sentenza.

    Zanardi

  • Rupnik espulso dai Gesuiti. Parlano le vittime: «È un gioco delle parti per proteggerlo»

    Rupnik espulso dai Gesuiti. Parlano le vittime: «È un gioco delle parti per proteggerlo»

    La decisione è stata presa il 9 giugno scorso dal generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, «a causa del suo rifiuto ostinato di osservare il voto di obbedienza», come si legge nel comunicato ufficiale diffuso il 15 giugno da padre Johan Verschueren, superiore di Rupnik e delegato per le Case e le Opere interprovinciali romane dei gesuiti. Dopo un’inchiesta interna alla Compagnia sulle responsabilità del famoso artista, durata diversi mesi, e che aveva appurato gli abusi sessuali, spirituali, di coscienza commessi da Rupnik nei confronti di almeno quindici persone, i gesuiti avevano provato a offrirgli una nuova comunità e una nuova missione, in sostanza «un’ultima possibilità di fare i conti con il proprio passato e di dare un segnale chiaro alle numerose persone lese che testimoniavano contro di lui».

    Ma è stato tutto inutile: Rupnik non ha risposto alle direttive dei suoi superiori, rifiutandosi di sottostare alle restrizioni che gli erano state imposte. Come abbiamo documentato su Domani, ha infatti continuato come nulla fosse a celebrare messa, a viaggiare e addirittura a portare avanti gli affari dell’atelier del Centro Aletti. «Di fronte al reiterato rifiuto di Marko Rupnik di obbedire», scrive ancora padre Verschueren, «ci è rimasta purtroppo una sola soluzione: la dimissione dalla Compagnia di Gesù».

    Ora l’ex gesuita, a cui è stata comunicata la dimissione dall’ordine il 14 giugno, secondo le norme del codice canonico ha un mese di tempo per presentare ricorso. I gesuiti hanno anche ringraziato «per la comprensione e il sostegno» le persone che hanno testimoniato al Team Referente, formato a febbraio per verificare la verosimiglianza delle denunce a carico del prete. «Se e quando la dimissione dovesse diventare definitiva – promette la Compagnia in una lettera alle vittime – sarà possibile approfondire i temi e rendere note più cose».

    «Rupnik è stato ritenuto responsabile dei fatti che tutte noi abbiamo denunciato – dichiara Anna (nome di fantasia), la prima ex sorella della Comunità Loyola ad aver raccontato a Domani le violenze subite da Rupnik – ma chi perde veramente ancora una volta in questa storia? Le vittime, che sono chiamate ad attendere ulteriori sviluppi». «Siamo di fronte a un gioco delle parti, dove la grande assente è la giustizia per chi, come me, aveva creduto nella Chiesa e si è ritrovata abusata nello spirito, nell’anima e nel corpo – aggiunge ancora Anna – vincono invece i gesuiti, che allontanano un confratello problematico, la Chiesa, che continua a proteggerlo, e ovviamente lo stesso Rupnik, che non è obbligato ad assumersi le sue responsabilità e a iniziare un percorso di conversione».

    Ancora una volta in questa storia le vittime rimangono le grandi assenti, a cui nessuno – non la Compagnia di Gesù, tantomeno la Chiesa – chiede scusa o propone un risarcimento per il dolore e le violenze subite. «Mettendomi nei panni delle mie ex consorelle, alle quali gli abusi hanno stravolto la vita, mi chiedo cosa provino leggendo che padre Marko è stato dimesso perché ha rifiutato di osservare il voto di obbedienza», commenta Esther (nome di fantasia), un’altra delle ex suore della comunità Loyola, già intervistata da Domani. «Non è quello che ci aspettavamo quando abbiamo risposto all’invito del team referente del gesuiti di testimoniare – aggiunge – abbiamo sperato che lo avrebbero fermato e invece oggi ci troviamo a chiederci quante persone ancora dovranno soffrire a causa sua».

    Rupnik resta un sacerdote secolare: la sua eventuale dimissione dallo stato clericale dipende ora dalla Santa Sede, cioè, in ultimo da papa Francesco, che già una volta lo ha salvato dalla scomunica latae sententiae che la Congregazione per la dottrina della fede gli aveva impartito per aver assolto in confessione la novizia con cui aveva avuto un rapporto sessuale. L’ex gesuita ora dovrà cercare un vescovo che accetti di incardinarlo nella sua diocesi: qualcuno che ovviamente gli permetta di continuare a produrre e vendere mosaici con il sostegno dei suoi fedelissimi (e soprattutto delle sue fedelissime) del Centro Aletti. Lo scenario che si apre oggi è dunque ancora ricco di variabili e di problemi da sciogliere. Uno di questi è la permanenza di Rupnik all’interno dello stesso Centro Aletti, che pur dipendendo dalla diocesi di Roma in quanto associazione pubblica di fedeli, si trova in un palazzo romano, in via Paolina, di proprietà dei gesuiti. Il vicario di Roma, il cardinale Angelo de Donatis, è un grande amico di Rupnik, ma è comunque sempre il papa a decidere delle questioni fondamentali, come disposto dalla Costituzione apostolica “In ecclesiarium communione” sull’ordinamento del vicariato romano, voluta dallo stesso Francesco lo scorso 6 gennaio. In ultima istanza sarà ancora una volta il papa, quindi, a determinare – con opere o con omissioni – il futuro del controverso sacerdote, suo amico, oggi anche ex confratello.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/rupnik-espulso-dai-gesuiti-parlano-le-vittime-e-un-gioco-delle-parti-per-proteggerlo-n2ycclyy

  • I preti spagnoli accusati di abusi sui minori negli Stati Uniti che sono caduti fuori dai radar

    I preti spagnoli accusati di abusi sui minori negli Stati Uniti che sono caduti fuori dai radar

    Manuel Fernández è un prete spagnolo che è stato ordinato sacerdote nel 1959, finendo nel New Jersey nel 1979. Ma nel 2002 è stato accusato di abusi sui minori – avvenuti negli anni ’80 – ed è stato rimosso dal suo incarico.

    Tuttavia, Fernández è poi tornato nella sua diocesi nella città di Ourense, nel nord-ovest della Spagna. Da lì ha continuato a fare il prete, vivendo tranquillo, senza che nessuno nella comunità sapesse del suo passato. L’ufficio del vescovo non ha preso alcuna misura speciale, sostenendo che non c’era traccia del suo passato dall’altra parte dell’oceano.

    Fino ad ora, questo caso era totalmente sconosciuto in Spagna. Ma non è l’unico ad essere venuto alla luce di recente. Ci sono stati diversi casi di preti spagnoli che sono stati accusati di pedofilia negli Stati Uniti, senza alcuna divulgazione pubblica. EL PAÍS ha scoperto per la prima volta un caso come questo nel 2018, riguardante Francisco Carreras. Nel 1984 fu inviato a Salamanca da Miami con un avvertimento su quanto fosse pericoloso. Eppure, nel corso di tre decenni, è riuscito a commettere dozzine di abusi in tutta la provincia spagnola, spostandosi di città in città.

    In alcuni casi, questi religiosi sono tornati in Spagna in fuga e sono riusciti a sfuggire al rilevamento. Questo giornale ha identificato un totale di 15 sacerdoti spagnoli con chiare accuse o condanne, insieme ad altri cinque imputati (che non sono stati inclusi in questo articolo) le cui indagini sono state inconcludenti.

    Le informazioni sono state raccolte dai dati diffusi dai media statunitensi e dalla stessa Chiesa cattolica.

    Allo stesso modo, ci sono religiosi degli Stati Uniti e di altri paesi – tutti accusati di abusi negli Stati Uniti – che, a un certo punto, sono finiti sul suolo spagnolo. EL PAÍS ha registrato sei di questi casi, aggiungendo tasselli al puzzle riguardante la Chiesa cattolica in Spagna, che ha collaborato a malapena con gli inquirenti per aiutare a far conoscere la verità su questi molestatori.

    Il recente caso della Bolivia – dove nelle scorse settimane sei sacerdoti gesuiti spagnoli sono stati accusati di abusi – è frutto di informazioni scoperte da EL PAÍS, dopo che questo giornale ha avuto accesso al diario di un sacerdote pedofilo deceduto, Alfonso Pedrajas . Gli appunti dell’autore indicano che, spesso, il trasferimento di un sacerdote in un altro paese è avvenuto proprio a causa di accuse di abusi in Spagna.

    Tuttavia, in diversi casi negli Stati Uniti, questo fenomeno si è verificato anche al contrario, con sacerdoti fuggiti in Spagna dopo essere stati accusati, arrivati ​​nel Paese mediterraneo con una cartella pulita. In teoria, le diocesi cattoliche di partenza dovrebbero informare le diocesi di destinazione dell’accaduto. Ma non è nemmeno chiaro se la Chiesa non fosse a conoscenza delle accuse negli Stati Uniti contro il clero, o se la Chiesa lo sapesse e abbia deciso di non fare nulla. Ad ogni modo, in Spagna, le tracce di diversi sacerdoti si sono raffreddate, poiché è stato impossibile determinare le loro diocesi di provenienza per chiedere spiegazioni. Naturalmente, la Chiesa cattolica spagnola ha certamente queste informazioni e potrebbe rilasciarle se lo desiderasse.

    Il caso più antico riguarda il sacerdote gesuita Segundo Llorente. Nato nel 1906 in una cittadina della provincia spagnola di León, fu assegnato a una comunità indigena dell’Alaska. È persino diventato un politico locale nella legislatura statale. E, nonostante tutti i crimini che ha commesso, la sua immagine in Spagna rimane impeccabile. Tra i gesuiti, è una figura leggendaria: la sua voce su Wikipedia elenca tutti i suoi successi, senza una sola menzione delle accuse di abuso.

    Ci sono molti altri casi di decenni fa di sacerdoti che hanno lasciato la Spagna dagli Stati Uniti come giovani missionari. Molti hanno vissuto il resto della loro vita in Nord America, ma altri hanno scelto di tornare in Spagna come mezzo di fuga. In diversi di questi casi il mistero continua, visto il silenzio delle diocesi. Il sacerdote Jesús García, ad esempio, è stato accusato di abusi nel 1995, in Texas. Successivamente è tornato in Spagna, dove è approdato nella diocesi di Alcalá de Henares, a Madrid, per poi essere collocato in diverse parrocchie. L’ufficio del vescovo si è rifiutato di fornire dettagli sul caso, limitandosi a rispondere a EL PAÍS affermando di aver informato delle accuse il Difensore civico e la Conferenza episcopale spagnola.

    Un caso che illustra l’altro fenomeno – di preti non spagnoli accusati negli Stati Uniti poi finiti in Spagna – è quello del sacerdote peruviano Edgardo Arrunategui Jiménez. Dopo essere stato accusato in California, ha lasciato gli Stati Uniti, ha coperto le sue tracce ed è riuscito a stabilirsi nelle parrocchie di Madrid tra il 2004 e il 2008, cambiando talvolta nome. L’arcidiocesi cattolica romana di Madrid ora conferma che si trovava effettivamente nella zona, ma afferma che è arrivato dal Perù – la sua diocesi originaria – senza alcuna segnalazione negativa, pur affermando che non ci sono denunce contro di lui in Spagna. Al momento non si sa dove si trovi.

    Tutti questi casi – insieme a molti altri – sono stati nascosti al pubblico, persi tra le migliaia di accuse emerse dal 2002, quando il Boston Globe ha denunciato lo scandalo degli abusi sessuali all’interno dell’arcidiocesi di Boston. Da allora, numerosi media e organizzazioni delle vittime hanno pubblicato enormi quantità di informazioni sui casi nascosti. Negli ultimi anni sono stati istituiti database, come quello di BishopAccountability.org , che include i profili di ogni vescovo, sacerdote, suora, fratello e seminarista degli Stati Uniti accusati di abusi sessuali su minori.

    In Spagna, questo lavoro è svolto da EL PAÍS dal 2018, visto il rifiuto della Chiesa cattolica di rivelare ciò che sa e rendere pubbliche le informazioni. Il database gestito da questo giornale — aperto nell’aprile 2021, l’unico esistente in Spagna — riunisce tutti i casi che sono venuti alla luce, attraverso i media e le sentenze dei tribunali, nonché quelli che sono stati direttamente ammessi dal Chiesa. Attualmente il database conta 959 imputati, che hanno abusato di un totale di almeno 1.922 vittime. Quando questo giornale iniziò a lavorare, erano noti solo 34 casi.

    Un anno fa, l’Ombudsman – incaricato dal Congresso dei Deputati spagnolo – ha avviato un’indagine sulla pedofilia all’interno della Chiesa cattolica di Spagna. Tuttavia, questo rapporto richiederà ancora tempo: non c’è una scadenza. Allo stesso modo, la Conferenza episcopale spagnola ha affidato un’indagine interna a uno studio legale — guidato da un membro dell’Opus Dei — che ha presentato il suo rapporto in ottobre. Sebbene la Conferenza episcopale assicuri al pubblico che le diocesi spagnole hanno fornito tutte le informazioni di cui dispongono, resta da vedere se il loro grado di trasparenza sarà all’altezza degli standard degli Stati Uniti.

    Negli Stati Uniti, a differenza della Spagna, la Chiesa cattolica ha già intrapreso nel 2004 un’importante operazione di trasparenza che ha portato a una valanga di dati. La Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti ha ordinato un’indagine guidata da un consiglio di laici, che ha commissionato uno studio statistico al John Jay College of Criminal Justice della City University di New York. I dati — del periodo 1950-2002 — sono stati forniti dalle stesse diocesi. La Conferenza ha anche reso pubblici gli archivi: le diocesi dovevano diffondere elenchi con nomi e cognomi. Il risultato finale è stato che in passato erano stati incriminati 4.392 sacerdoti residenti negli Stati Uniti, il 4% del clero. Avevano abusato di un totale di almeno 10.667 vittime. Solo il 5% di questi casi di abuso era stato portato in tribunale.

    Questo era solo l’inizio. Le inchieste giornalistiche e le denunce hanno continuato a portare alla luce i nomi, permettendo di incrociare i dati e seguire le tracce di sacerdoti accusati di abusi sui minori che, scoperti, hanno cambiato sede. Tra loro c’erano anche spagnoli, oltre a preti accusati non spagnoli che partirono per la Spagna.

    Di seguito sono elencati 21 dei sacerdoti accusati o condannati, secondo i registri statunitensi: 15 spagnoli e sei stranieri, tutti passati per la Spagna a un certo punto. Sono state chieste informazioni a tutte le diocesi nordamericane coinvolte. Finora, pochissimi hanno risposto.

    Julian Sanz
    Sacerdote spagnolo della diocesi di Tucson, in Arizona, è stato condannato nel 2003 a cinque anni di carcere per aver abusato di due minori. Nel 2010 è stato espulso dal clero.

    Nato nel 1949, Julián Sanz è stato ordinato sacerdote nel 1977. Tre anni dopo è arrivato nella diocesi di Tucson, in Arizona. Nel 2002, un uomo accusò Sanz di aver abusato sessualmente di lui . Dopo quella causa, circa un anno dopo, fu accusato di aver abusato di un altro minore, nel lontano 1982.

    Sanz è stato finalmente arrestato nel 2003. Ha ammesso le accuse ed è stato condannato a cinque anni di carcere. Nel 2010 è stato rimosso dal sacerdozio. Appare nell’elenco dei sacerdoti della diocesi di Tucson del 2019 che sono stati credibilmente accusati di abusi .

    Secondo Llorente
    Prestigioso sacerdote gesuita, ha trascorso 40 anni a svolgere il suo ministero in zone remote dell’Alaska. È stato eletto alla legislatura statale. Morì nel 1989. Nel 2004 iniziarono ad essere mosse contro di lui accuse di abusi sui minori.

    Llorente era un sacerdote gesuita spagnolo, filosofo e scrittore. All’età di 13 anni entrò nel seminario di León, in Spagna. Arrivò in Alaska nel 1935, dove trascorse quattro decenni ministrando in remote città del territorio, mentre imparava le lingue indigene. È stato persino eletto rappresentante nella legislatura statale – diventando il primo prete cattolico a far parte di una legislatura nordamericana – ed è considerato un co-fondatore dello stato dell’Alaska, che è stato ammesso come 49esimo stato nel 1959 .

    Llorente morì nel 1989 e fu sepolto in un cimitero indiano a De Smet, Idaho, dove in genere solo gli indiani nativi americani possono essere sepolti su loro richiesta. È stato anche nominato figlio prediletto della sua città natale di León. Tuttavia, la sua immagine iniziò a oscurarsi nel 2004, quando fu accusato di atti di abuso sessuale avvenuti tra il 1956 e il 1957 . Secondo le accuse, Llorente avrebbe invitato a casa sua un bambino di sei o sette anni in più di quattro occasioni, dopo la lezione di catechismo. Nel 2005 un’altra vittima accusò il sacerdote. Entrambe le vittime hanno ricevuto un risarcimento economico dalla Chiesa cattolica, anche se due denunce sono ancora pendenti. Llorente è incluso in un elenco di sacerdoti gesuiti con accuse credibili , pubblicato dalla provincia occidentale dei gesuiti nel 2018.

    José Mena
    È stato accusato di tre accuse di abusi sui minori in Florida: la sua diocesi ha pagato $ 150.000 di danni. È tornato in Spagna nel 2005, all’età di 76 anni, ma non si sa dove sia stato successivamente assegnato.

    Nata nel 1929, Mena è stata ordinata nel 1961. Non si sa se sia avvenuta in Spagna o negli Stati Uniti. Nel 1965, mentre prestava servizio in Florida, fu accusato di aver ripetutamente abusato sessualmente di un bambino. La causa è stata intentata nel 2005 e la diocesi di St. Augustine ha concordato con la vittima una somma di $ 150.000. Nel 2008 è stata intentata un’altra causa contro di lui. Secondo il Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP) , “Mena ha ripetutamente accarezzato, sodomizzato e costretto il ragazzo a fare sesso orale” durante gli anni ’70. Nel 2009, un’altra vittima lo ha citato in giudizio.

    Dopo le prime accuse nel 2005, Meta è stato rimosso dal suo incarico. Successivamente è tornato in Spagna, anche se non si sa dove sia stato successivamente assegnato, se siano state prese misure contro di lui o se gli sia stato permesso di mantenere i contatti con i minori.

    Giovanni Peris
    In realtà il suo nome è Juan, o Vicente, a seconda dell’anagrafe consultata. Peris era un prete spagnolo di stanza nello stato del New Mexico, accusato di aver abusato di un minore nel 1995. Poi è tornato in Spagna, anche se non è chiaro dove abbia vissuto esattamente il resto dei suoi anni.

    Sebbene sia elencato come “John” nei registri statunitensi, il suo nome di battesimo è in realtà Juan, anche se a volte viene indicato come Vicente. Fu ordinato sacerdote nel 1934, in Spagna o negli Stati Uniti.

    Era parroco nella città di Anton Chico, New Mexico. Ha anche servito come missionario in piccole città in tutto lo stato. Nel 1995, un uomo di 51 anni accusò Peris di aver abusato sessualmente di lui per diversi mesi quando era bambino, nel lontano 1957. Secondo quanto riferito dai media locali, l’attore all’epoca aveva 13 anni — lui viveva nella parrocchia di Anton Chico, per poter prendere lo scuolabus, che passava lontano dal suo paese natale. Peris è tornato in un quartiere sconosciuto in Spagna dopo la denuncia: ormai sarebbe morto. Appare in un elenco di preti accusati, pubblicato dall’arcidiocesi di Santa Fe.

    Andrew Roy è in realtà uno spagnolo: Andrés Rodríguez. Nel 2003, un residente di Richmond, in Virginia, ha intentato una causa contro la diocesi di stato per 5 milioni di dollari , che alla fine è stata archiviata. Ha affermato che i responsabili sapevano che Roy – un prete nella città di Hopewell – aveva abusato di lui tra il 1962 e il 1966 e non aveva fatto nulla al riguardo. All’epoca la vittima era un chierichetto di 10 anni. Il querelante ha affermato che lo scandalo degli abusi sessuali in chiesa scoppiato a Boston nel 2002 ha riportato alla memoria gli abusi subiti da Rodríguez, avvenuti sia nella parrocchia che nella scuola elementare della città.

    I dati disponibili per Rodríguez indicano che fu ordinato sacerdote nel 1936, a Los Angeles. Arrivò in Virginia nel 1956 e continuò a svolgere il ministero fino al suo pensionamento nel 1981. Nel 2004, dopo essere stato accusato, viveva già in Spagna, ma il suo luogo esatto di residenza rimase sconosciuto. Quando è stato accusato, Rodríguez aveva 92 anni e soffriva di Alzheimer, secondo la diocesi di Richmond, in Virginia.

    Gabriel Salinas
    Uno dei casi più antichi, Salinas è stato il primo agostiniano ad arrivare negli Stati Uniti. Nato nel 1892, fu estromesso e riassegnato dopo essere stato accusato di aver abusato sessualmente di un minore in California, alla fine degli anni ’60. Questa informazione è venuta alla luce nel 2004, molto tempo dopo la sua morte.

    Salinas nacque in Spagna nel 1892 e fu ordinato sacerdote nel 1909. Fu il primo agostiniano ad andare negli Stati Uniti. Per la maggior parte dei suoi 55 anni di sacerdozio, è stato membro dell’Ordine degli Agostiniani Recolletti negli Stati Uniti. Ha trascorso tre decenni a Omaha, nel Nebraska.

    Nel 1957, Salinas fu trasferito ad Atwater, in California, dove fu accusato di aver abusato sessualmente di un minore tra il 1958 e il 1960 , come rivelato in un rapporto del 2004 dall’arcidiocesi di Los Angeles. Il rapporto spiegava che una volta era stato rimosso dall’incarico e riassegnato a una parrocchia rurale per tre anni. SNAP ha chiesto all’arcivescovo di rilasciare le informazioni su Salinas ai cattolici del Nebraska : “Questo predatore ha trascorso più di 30 anni in Nebraska, quindi è sciocco pensare che abbia aggredito bambini in California, ma mai a Omaha”. Salinas morì nel 1972, dopo essere stato investito da un’auto a Los Angeles. Appare in un elenco di preti accusati di abusi, diffuso dall’arcidiocesi di Los Angeles.

    José I. Ugarte
    Nato in Spagna e ordinato sacerdote a Los Angeles, è accusato di aver drogato e stuprato un ragazzo in un hotel di Ensenada, in California, alla fine degli anni ’70 e di aver abusato di un ragazzo di 17 anni nel 1983. È stato espulso dagli Stati Uniti nel 1995 e inviato a Vitoria-Gasteiz, Spagna, sotto la supervisione del vescovo della diocesi cattolica romana di Vitoria.

    Nato a Delika, in Spagna, nel 1941, Ugarte è stato ordinato sacerdote nell’arcidiocesi di Los Angeles nel 1971. È accusato di aver drogato e stuprato un bambino in un hotel di Ensenada , in California, alla fine degli anni ’70 e di aver abusato sessualmente di un 17- ragazzo di un anno nel 1983. Questi reati sono venuti alla luce nel 2013, quando sono stati aperti gli archivi dell’arcivescovo ed è emersa documentazione nascosta. Nel primo caso, il bambino è finito sotto shock. Il prete ha detto che era troppo drogato per ricordare cosa fosse successo: le autorità non hanno intrapreso ulteriori azioni. Una delle ultime vittime ha raccontato di aver subito abusi in 15 occasioni e, dopo ciascuna delle aggressioni, Ugarte ha assolto la vittima dai suoi peccati.

    L’arcidiocesi di Los Angeles ha svolto un’indagine e, nel 1995, l’arcivescovo Mahony ha ordinato a Ugarte di tornare in Spagna, nella diocesi di Vitoria, sotto la supervisione del vescovo locale. A Ugarte – a cui era vietato officiare messe pubbliche – fu ordinato di stabilirvi la sua residenza e di cercare un lavoro regolare. Gli fu anche proibito di tornare negli Stati Uniti per un periodo di sette anni senza l’espresso consenso della Chiesa.

    Emilio Roure
    Ordinato sacerdote a Barcellona nel 1920, si recò negli Stati Uniti nel 1931. Qui passò per le diocesi di Los Angeles, Tucson ed El Paso. Morì nel 1964. Nel 2019 fu accusato di abusi dalla diocesi di El Paso, Texas e dalla diocesi di Las Cruces, New Mexico.

    Rourre è stato ordinato sacerdote a Barcellona, ​​nel 1920. L’Official Catholic Directory indica che potrebbe essere arrivato negli Stati Uniti nel 1931. Ha lavorato prima a Los Angeles, poi a Tucson, Arizona e Gallup, New Mexico. Nel 1945 fu incaricato di diverse parrocchie sotto la diocesi di El Paso, Texas. Nel 1965, durante un viaggio a Barcellona per visitare il fratello, morì. Dal 2019 è stato pubblicamente elencato come un molestatore che ha commesso atti di pedofilia mentre prestava servizio sotto la giurisdizione delle diocesi di El Paso e Las Cruces.

    Jesús Garcia
    Accusato di abusi negli Stati Uniti nel 1995, è tornato in Spagna, nella diocesi di Alcalá de Henares, a Madrid. La denuncia è stata infine respinta, anche se varie diocesi nordamericane ritengono credibili le accuse. Questo ufficio episcopale si è rifiutato di fornire dettagli sul caso di García, rispondendo solo a EL PAÍS dicendo che ne ha informato il Difensore civico e la Conferenza episcopale spagnola (ECC).

    Nato a Burgos, in Spagna, nel 1957, García ha studiato nel seminario della città fino al penultimo anno, quando si è trasferito negli Stati Uniti, come conferma l’arcidiocesi di Burgos, che fa notare anche di non aver più avuto notizie di questo sacerdote.

    Secondo le informazioni della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, García è stato ordinato sacerdote a Burgos nel 1984. Dal 1983 ha iniziato a prestare servizio sotto la giurisdizione della diocesi di Corpus Christi, Texas. Lì, è stato accusato di aver drogato e stuprato quattro bambini e un uomo tra il 1991 e il 1994. In quel periodo è andato in Spagna – il suo nome compare nei registri della diocesi di Alcalá de Henares. Tuttavia, nel 1996, è tornato volontariamente in Texas ed è stato arrestato. Quando il suo processo si è concluso nel 1997, le accuse sono state archiviate, ma nel 2019 la diocesi di Corpus Christi lo ha incluso nel suo elenco pubblico di sacerdoti che erano stati credibilmente accusati di aver commesso abusi sessuali. L’istituzione osserva che è stato trasferito nel 2000 e deposto nel 2011.

    Garcia fece causa per essere stato inserito nel registro degli abusatori. Tuttavia, dopo essere stata consultata da EL PAÍS, la diocesi di Corpus Christi ribadisce le informazioni rese pubbliche nel 2019. Tuttavia, l’ufficio vescovile non ha chiarito se abbia informato o meno la diocesi di Alcalá de Henares o la Chiesa spagnola delle accuse depositato contro García negli Stati Uniti.

    Dopo il processo, García tornò definitivamente in Spagna, nella diocesi di Alcalá de Henares a Madrid. EL PAÍS ha chiesto ai vertici della diocesi se hanno ricevuto informazioni sulle accuse contro questo sacerdote negli Stati Uniti – se sono state prese misure contro di lui, se gli è permesso di continuare il ministero, se gli è permesso avere contatti con minorenni e se è mai stato oggetto di denunce penali in Spagna. La diocesi di Alcalá de Henares ha risposto solo per iscritto, indicando che “il difensore civico e la CEE sono già stati informati di questo caso”. L’attuale ubicazione di García non è stata rivelata.

    Manuel Fernández
    Sacerdote della diocesi di Ourense, nel nord-ovest della Spagna, trasferitosi negli Stati Uniti, è stato accusato di abusi sessuali nel 2002 ed è andato in pensione. Tornò quindi nella regione spagnola della Galizia, dove continuò a essere sacerdote. La diocesi di Ourense dice a EL PAÍS che, quando è arrivato, non c’era traccia di tutto ciò.

    Nato nel 1935, Fernández è stato ordinato sacerdote nel 1959, nella diocesi di Ourense. Nei documenti ufficiali, appare di nuovo nel 1979, nel New Jersey. È passato attraverso diverse parrocchie della diocesi di Trenton: nel 2019 è stato incluso nel loro elenco pubblico di sacerdoti che erano stati accusati di molteplici casi di abuso . Il suo caso è venuto alla luce per la prima volta nel 2002, dopo che una donna lo ha accusato di eventi accaduti nel 1982. Successivamente è stato rimosso dal suo incarico, ma poi è tornato a Ourense e ha continuato a essere sacerdote.

    Dopo essere stata contattata da EL PAÍS, la diocesi di Ourense afferma che, quando è arrivato, “non c’erano registrazioni di [accuse] o [processi legali] aperti negli Stati Uniti”. In ogni caso, l’istituzione sottolinea che era già in pensione quando viveva in Spagna e che a Ourense non ci sono mai state denunce contro di lui.

    Già nel 2005 un giornale americano localizzò il sacerdote in Galizia e parlò con lui. Fernández ha detto ai giornalisti di essere tornato in Spagna per vivere la sua pensione e ha negato di essere stato accusato a Trenton, nel New Jersey. Luis Quinteiro – l’allora vescovo di Ourense – “ha rifiutato di rispondere a domande scritte su monsignor Fernández”, secondo il giornale. Ha risposto al giornalista: “Non so che diritto hai di farmi queste domande”. Fernández è morto nel 2006, all’età di 71 anni.

    Emilio Garcia
    È stato denunciato nel 2000 per aver violentato un minore negli anni ’60. Successivamente è tornato in Spagna, anche se non è mai stato rivelato dove si sia stabilito esattamente.

    Emilio García – ordinato sacerdote nel 1957 – è stato accusato di aver stuprato una minore durante gli anni ’60 in Florida, nella diocesi di Orlando. La vittima ha iniziato ad avere ricordi ricorrenti di quanto accaduto nel 2002, dopo che gli abusi nella chiesa di Boston furono denunciati. Secondo quanto ha detto ai media locali, García ha iniziato ad abusare di lei quando aveva 14 anni. Due settimane dopo il suo sedicesimo compleanno, Garcia l’ha invitata nel suo ufficio per ritirare un regalo di compleanno e l’ha violentata. Garcia ha ammesso le accuse. È stato licenziato dal suo incarico ed è tornato in Spagna, anche se la destinazione esatta non è mai stata rivelata. È morto nel 2020, secondo l’ ufficio del procuratore generale della Florida.

    Giuseppe Rossella
    Sacerdote della Sacra Famiglia, giunse negli Stati Uniti nel 1947 e subì numerose accuse di abusi. Tornò in Spagna nel 1972, dove morì.

    Questo sacerdote catalano — nato a Bagà nel 1907 — è stato ordinato sacerdote nel 1930. È arrivato negli Stati Uniti nel 1947. Per i primi tre anni della sua permanenza, è stato spesso trasferito tra parrocchie e stati. Nel corso dei suoi anni come prete, è stato citato in giudizio più volte per aver abusato sessualmente di bambini. Non più tardi del 2010, è stato accusato di aver abusato di due ragazze durante il catechismo .

    Tutte le informazioni sugli abusi sessuali di Rossell sono venute alla luce solo nel 2007, quando la diocesi di San Diego ha reso pubblico il suo dossier. A quel punto era morto da molto tempo, dal 1982. Era tornato in Spagna 10 anni prima di morire. Dal 2007 è nella lista dei sacerdoti della diocesi di San Diego che devono affrontare credibili accuse di abusi.

    Gregorio Sierra Sheridan
    Agostiniano, è stato citato in giudizio da più di nove vittime per abusi sessuali da lui inflitti negli anni ’60, nello stato del Kansas. Tornò in Spagna nel 1983, con una lettera di raccomandazione in mano.

    Sierra è nato a Saragozza, in Spagna, nel 1911. È stato ordinato sacerdote con l’Ordine degli Agostiniani Recolletti nel 1935, anno in cui ha iniziato il suo ruolo di parroco associato nello stato del Kansas. Ha attraversato diversi stati prima di stabilirsi in California, dove è stato accusato per la prima volta da una donna, che ha affermato che Sierra aveva abusato di lei nel 1969, quando aveva otto anni. Nel 2019, altre tre donne lo hanno accusato di atti di abuso sessuale che ha inflitto loro negli anni ’60. E, nel 2020, cinque uomini e donne hanno intentato un’altra causa .

    Una delle vittime maschi ha affermato che Sierra lo aveva violentato quando aveva circa 12 anni. Tuttavia, Sierra è tornata in Spagna nel 1983 con una lettera di raccomandazione. Morì nel 1991, a Saragozza. È in una lista di membri credibilmente accusati della diocesi di San Diego . Questo elenco è stato pubblicato nel 2007 nell’ambito della procedura fallimentare dell’istituto religioso, dopo che erano stati effettuati i pagamenti alle vittime che avevano citato in giudizio.

    Carmelo Garcia
    Membro dell’ordine francescano, lo spagnolo fu inviato a Santa Barbara, in California. È stato accusato di atti di pedofilia tra il 1988 e il 1991. Ha lasciato l’ordine nel 1989 ed è tornato in Spagna, dove da allora le tracce si sono raffreddate.

    Membro dell’ordine francescano, Carmelo García fu inviato a Santa Barbara, in California. Ha commesso abusi tra il 1988 e il 1991, secondo un elenco di sacerdoti credibilmente accusati, pubblicato dalla congregazione locale nel 2019 . Il documento indica che ha lasciato l’ordine nel 1989 ed è tornato in Spagna, ma in seguito non si hanno quasi più informazioni su di lui. L’ordine francescano ammette di aver appreso dei suoi abusi nel 1998, sebbene l’informazione sia stata resa pubblica solo nel 2019.

    Francesco Carreras
    Pubblicato nel 2018, il caso Carreras è stato il primo scoperto da EL PAÍS. È anche uno dei più terribili. Inviato a Miami da Salamanca, fu denunciato per abusi e rispedito in Spagna. Sebbene gli americani abbiano avvertito la diocesi di Salamanca dei suoi crimini, è stato successivamente assegnato alle città di tutta la provincia per un periodo di tre decenni, dove ha commesso dozzine di altre aggressioni sessuali.

    Il caso di Francisco Carreras è stato il primo dei preti spagnoli accusati negli Stati Uniti e trasferiti in Spagna scoperto da EL PAÍS. La storia è stata pubblicata tra il 2018 e il 2019, all’inizio dell’inchiesta sugli abusi all’interno della Chiesa cattolica di Spagna. Carreras — ordinato a Salamanca nel 1973 — si trasferì a Miami nel 1975, dove fu accusato di abusi sessuali. L’arcidiocesi di Miami lo ha rispedito in Spagna nella sua diocesi originaria – quella di Salamanca – e ha avvertito gli spagnoli delle accuse mossegli, come confermato da questo giornale. Carreras è stato comunque assegnato a comuni della provincia di Salamanca tra il 1981 e il 2004, sotto il mandato di tre diversi vescovi. È stato accusato di aver abusato di decine di minori. La diocesi di Salamanca non ha mai dato spiegazioni. Carreras visse in un eremo e morì durante la pandemia.

    Geremia Michael Spillane
    Membro dei Legionari di Cristo, ha studiato in Spagna tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, prima di tornare negli Stati Uniti. Lì, è stato condannato a due anni di arresti domiciliari dopo aver tentato di flirtare online con un minore. È stato espulso dall’ordine nel 1998.

    Spillane – cittadino americano e membro dei Legionari di Cristo – studiava nelle scuole gestite dall’ordine religioso in Spagna durante la fine degli anni ’80 e ’90, secondo i resoconti dei media statunitensi . Nato nel 1954, è stato ordinato sacerdote nel 1986, nella Diocesi di Venice, Florida. Ha lavorato in diversi paesi come insegnante e direttore di scuole cattoliche. Nel 1997 è stato condannato a due anni di arresti domiciliari e due anni di libertà vigilata per aver tentato di flirtare con un minore su Internet, che si è rivelato essere un agente di polizia sotto copertura.

    Spillane ha confessato, ammettendo anche di precedenti abusi in Messico. Spillane è stato rimosso dalla Diocesi di Venezia nel 1998. La sentenza del caso spiega che Spillane aveva affittato una stanza dove aveva intenzione di portare la bambina con l’intenzione di violentarla. È in una lista di membri dei Legionari di Cristo con comprovate accuse di abusi sessuali.

    George A. Costigan
    Questo prete americano è stato rimosso dalla diocesi di Paterson, nel New Jersey, nel 1994 e mandato in un convento. Successivamente, ha trascorso del tempo in un monastero nel villaggio di Puentenansa, nel nord della Spagna, tra il 2002 e il 2004.

    Nel 1993, questo prete americano – noto anche come “fratello Daniel Eliseo” – è stato accusato di aver abusato di una ragazza negli anni ’60 nella diocesi di Paterson, nel New Jersey. Successivamente fu rimosso come sacerdote e mandato in un convento. Tuttavia, è stato poi trasferito in Spagna ed è finito in un monastero nel villaggio di Puentenansa, nel nord, dove ha vissuto tra il 2002 e il 2004. A quanto pare, ha scelto questo luogo perché sosteneva che, nel 1991, era lì che aveva sperimentato una cura miracolosa dal cancro.

    Nonostante sia stato rimosso e gli sia stato proibito vestirsi da prete e ministrare, si è poi spostato in vari luoghi degli Stati Uniti, fingendosi prete. Nel 2019 è stato inserito in un elenco di sacerdoti accusati di pedofilia, stilato dalla diocesi di Paterson .

    Edgardo Arrunategui Jiménez
    Sacerdote peruviano accusato di abusi sessuali in California. Quando il caso è venuto alla luce nel 2004, è fuggito dagli Stati Uniti. Un giornale lo ha rintracciato a Madrid, dove è rimasto dal 2004 al 2008, addetto alle parrocchie della capitale spagnola e dintorni. Poi, è scomparso.

    Questo sacerdote peruviano ha prestato servizio nella diocesi di Orange, in California, dal 1987 al 1990. La diocesi ha spiegato che il motivo della sua improvvisa partenza era che era tornato in Perù come missionario. Tuttavia, in seguito è tornato nella diocesi di Fresno, in California, tra il 1997 e il 2004. Fu allora, nel 2004 – dopo che la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti aveva ordinato a tutte le diocesi di rendere pubblici i casi di abusi nascosti – che la diocesi di Orange ha rivelato che Arrunategui era stato effettivamente licenziato nel 1990, sulla base di accuse di abusi sessuali. Dopo che tutto questo è stato rivelato, è fuggito dal paese.

    Tuttavia, nel 2009, un giornale locale ha scoperto che il sacerdote era passato da Madrid , dove ha trascorso almeno cinque anni in diverse parrocchie, a volte cambiando nome. The OC Weekly ha chiesto spiegazioni all’arcidiocesi di Madrid, ma non ha ricevuto risposta. Arrunategui è poi tornato in Perù, dove è stato rintracciato da un altro giornalista.

    L’arcidiocesi di Madrid – consultata da EL PAÍS – conferma che Arrunategui compare nei suoi registri come uno studente prete, venuto a studiare teologia all’Università Ecclesiastica San Damaso della capitale spagnola. Secondo l’ufficio dell’arcivescovo, proveniva dalla diocesi peruviana di Chimbote, che non ha comunicato alcuna storia di abusi o menzione del suo passaggio negli Stati Uniti.

    L’arcidiocesi di Madrid rileva inoltre che, da studente, ad Arrunategui non sono stati assegnati incarichi pastorali. L’autorità religiosa afferma che il suo soggiorno sarebbe stato limitato dal 2004 al 2006 e che non sono mai state presentate denunce contro di lui nella capitale spagnola. La diocesi di Orange, intanto, fa sapere a EL PAÍS che il peruviano era un sacerdote esterno, rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli.

    Michael J.Barrett
    Sacerdote americano appartenente all’Opus Dei, è stato denunciato nel 2021 per abusi commessi negli anni ’70, quando era ancora laico. Dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1985, ha trascorso un periodo in Spagna, ma non si sa dove esattamente, né per quanto tempo.

    Michael J. Barrett è stato denunciato nel 2021, accusato di aver abusato di un minore tra il 1974 e il 1978, quando era ancora laico all’interno dell’Opus Dei. Barrett è stato ordinato sacerdote a Roma nel 1985 e successivamente si è trasferito a Madrid, conferma un portavoce dell’Opus Dei in Spagna. Tuttavia, l’organizzazione non è in grado di specificare dove abbia soggiornato o quanto tempo abbia trascorso nel Paese, spiegando che è normale che i nuovi sacerdoti trascorrano un periodo di tirocinio in Spagna prima di essere mandati in missione.

    Barrett si è poi trasferito a Houston, poi a Los Angeles e, nel 2016, a New York, dove è stato citato in giudizio nel 2021. L’Opus Dei non conosce l’esito di quel processo legale. L’arcidiocesi di New York non ha risposto alla richiesta di commento di EL PAÍS. In ogni caso, l’Opus Dei sostiene che non ci sono denunce contro Barrett per abusi in Spagna.

    Jorge Washington Córdova Hernández
    Il sacerdote ecuadoriano è accusato di ben 12 casi di abusi sessuali negli Stati Uniti, dove ha formato un gruppo con i tratti di una setta. È fuggito dal paese nel 2005 quando le accuse sono venute alla luce. È stato rintracciato e arrestato a Guadarrama, Madrid, nel 2007. Poi, la pista si è raffreddata.

    Questo prete ecuadoriano era un predicatore del movimento del Rinnovamento Carismatico Cattolico. Ha anche registrato canzoni religiose. Già assegnato alla diocesi di Tucson, in Arizona, Córdova Hernández è stato accusato di aver abusato di 10 minori nel 2005 a Yuma, in Arizona, e di altri due a Maricopa, in Arizona, tra il 1988 e il 1991. Aveva formato una specie di setta composta da giovani donne e ragazze, chiamate Vergini Consacrate – le faceva vestire di blu e teneva cerimonie di iniziazione, dove tagliava i riccioli dai loro capelli. Nel 2019 è stato incluso nell’elenco degli autori di abusi credibilmente accusati della diocesi di Tucson .

    A seguito delle denunce, è fuggito dagli Stati Uniti nel 2005. Dopo una ricerca durata due anni, è stato arrestato nel 2007, in Spagna, all’età di 51 anni. La polizia nazionale spagnola lo ha localizzato a Guadarrama, nella provincia di Madrid, quando teneva un seminario nel Complesso Culturale e Residenziale Fray Luis de Leon, di proprietà degli Agostiniani. Tuttavia, secondo la stampa americana, l’estradizione non è mai avvenuta. L’arcidiocesi di Madrid afferma che non compare nei loro registri e che ha potuto recarsi in Spagna da solo, senza il permesso della sua diocesi di origine in Ecuador. Non si sa nulla delle sue attività successive, tranne che si è registrato come libero professionista a Torrejón de Ardoz, Madrid, nel settore del trasporto merci. È morto nel 2018.

    Patrick O’Leary
    O’Leary è un sacerdote irlandese ordinato a Oviedo, nel nord della Spagna, trasferitosi poi negli Stati Uniti. Accusato di abusi nel 1992, è tornato a Oviedo, dove le autorità hanno perso le sue tracce.

    O’Leary è un sacerdote di origine irlandese, anche se è stato ordinato sacerdote a Oviedo, nel nord della Spagna, secondo i dati dei media statunitensi. Fu allontanato dalla sua parrocchia nel 1992 , all’età di 33 anni, perché i superiori ritenevano che avesse “un modello di comportamento inappropriato” che lo rendeva un potenziale rischio per i bambini. Secondo quanto riferito dai media, sarebbe poi tornato a Oviedo. L’arcidiocesi di Oviedo spiega che “questo sacerdote ha lasciato [il principato delle Asturie] nel 1987, ha chiesto l’escardinazione [un trasferimento] dalla diocesi… [questo trasferimento] è stato concesso nel 1989”. L’istituzione religiosa assicura a EL PAÍS di non avere documenti riguardanti la sua permanenza dopo il 1987 e che non ci sono denunce di alcun tipo contro di lui. La sua posizione attuale è ancora sconosciuta.

    https://english.elpais.com/international/2023-05-28/the-spanish-priests-accused-of-child-abuse-in-the-united-states-who-fell-off-the-radar.html

  • Sparanise / Presenzano – Scandalo sessuale in parrocchia, Don Gianfranco assolto per violenza sessuale e induzione alla prostituzione

    Sparanise / Presenzano – Scandalo sessuale in parrocchia, Don Gianfranco assolto per violenza sessuale e induzione alla prostituzione

    Sparanise / Presenzano – Don Gianfranco Roncone non ha mai violentato alcun minore, né ha mai indotto alcun minore alla prostituzione.

    Possedeva, invece, materiale pedopornografico. Colpo di scena al termine del processo di primo grado a carico del prete Don Gianfranco Roncone, ex parroco di Presenzano. Il giudice ha assolto l’imputato dalle accuse più gravi: il fatto non sussiste in merito alle accuse di violenza sessuale su minore e induzione alla prostituzione di minori.

    Don Gianfranco Roncone è stato condannato alla pena di 1 anno e 6 mesi perché trovato in possesso di materiale pedopornografico. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 8 anni e 6 mesi di carcere a carico del prete, Don Gianfranco Roncone, ex parroco di Presenzano della diocesi di Teano Calvi Risorta.

    Don Gianfranco Roncone, ex parroco di Presenzano originario e residente a Sparanise, finito sotto processo per abusi sessuali su minori, induzione alla prostituzione minorile e possesso di materiale pedopornografico.

    Il pubblico ministero in merito all’accusa di induzione alla prostituzione minorile ha chiesto l’assoluzione dell’imputato. Le costituite parti civili rappresentate dagli avvocati Ernesto De Angelis e Luigi Scorpio; i difensori di don Roncone, gli avvocati Renato Jappelli e Dario Mancino.

    Sparanise / Presenzano – Scandalo sessuale in parrocchia, Don Gianfranco assolto per violenza sessuale e induzione alla prostituzione

  • Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik: la scomunica revocata al gesuita amico di Papa Francesco accusato di abusi sulle suore

    Marko Ivan Rupnik, teologo sloveno gesuita, è stato denunciato nel 2021 per abusi sessuali e psicologici su alcune suore della Comunità Loyola a Lubiana.

    L’iter si è chiuso con il riconoscimento della prescrizione da parte dell’ex Sant’Uffizio in quanto i fatti risalivano agli anni ’90.

    Ma su di lui, che è amico di Papa Francesco, continuano a gravare le misure cautelari stabilite dai gesuiti nell’indagine previa (divieto di confessare e interdizione all’accompagnamento spirituale).

    Nei confronti di Rupnik c’è anche un’altra accusa: avrebbe confessato, assolto e vincolato al silenzio una suora abusata.

    Per questo aveva ricevuto nel maggio 2020 una scomunica. Che però, scrive oggi il Quotidiano Nazionale, è stata revocata.

    E l’ex prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede cardinale Ludwig Mueller accusa: sugli abusi si applicano due pesi e due misure a seconda che si sia amici o meno del Papa.

    https://www.open.online/2023/03/06/vaticano-marko-rupnik-gesuita-scomunica-revocata/

  • Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    Rupnik ha un avvocato invincibile, il papa

    “Roma loquitur, confusio augetur”, Roma parla, la confusione cresce. La battuta critica del cardinale George Pell ha avuto una puntuale conferma nell’intervista che papa Francesco ha dato il 24 gennaio a Nicole Winfield dell’Associated Press.

    Interpellato sul caso del gesuita Marko Ivan Rupnik, Francesco ha risposto di non avere con tale caso “nulla a che fare” e di aver provato alla notizia “una grande sorpresa”. Ma ha anche fornito elementi fin qui sconosciuti della vicenda, e di non poco conto, in particolare che “c’è stato un accordo” nel quale “si pagò un’indennizzo”.

    È stata la prima volta, questa, nella quale il papa ha detto qualcosa sul caso Rupnik, da quando esso è venuto allo scoperto all’inizio dello scorso mese di dicembre. Rompendo un silenzio tanto più inspiegabile quanto più si sapeva della prossimità molto stretta, da anni, tra lui e quel gesuita.

    Per sciogliere l’enigma di questo silenzio, e oggi di queste parole, non resta che riassumere i tratti finora noti della vicenda, in quattro scene con un intervallo.

    SCENA PRIMA

    Era il 3 gennaio del 2022 e Francesco ricevette in udienza Rupnik, con tanto di notizia sul bollettino ufficiale e di foto (vedi sopra).

    Due anni prima, il 6 marzo del 2020, il papa aveva affidato a lui anche il compito di tenere la prima meditazione di Quaresima, per sé e per gli alti dignitari della curia vaticana riuniti ad ascoltarlo nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

    La fama di Rupnik era fino a due mesi fa alle stelle. Sloveno, 68 anni, era noto e apprezzato in tutto il mondo come un artista di primissimo piano, autore di spettacolari creazioni a mosaico sia a Roma, nella cappella del Palazzo Apostolico Vaticano, come a Fatima, a San Giovanni Rotondo e in altre numerose città. Aveva fama anche come maestro spirituale, di raffinata formazione teologica, in dialogo tra Occidente ed Oriente, discepolo dell’insigne gesuita e cardinale Tomás Spidlik (1919-2010). Nel suo atelier artistico di Roma viveva assieme a una comunità di donne consacrate, da lui fondata, ispirata e diretta.

    Ma attenzione alle date. Perché questi due eventi, l’udienza e la predica, si incrociavano con due processi che nel frattempo, in segreto, erano in corso contro Rupnik in Vaticano.

    SCENA SECONDA

    Era il gennaio del 2020 e la congregazione per la dottrina della fede aveva chiesto alla Compagnia di Gesù di istruire un processo amministrativo penale a seguito di una denuncia contro Rupnik per aver assolto in confessione una persona sua complice in un peccato “contro il sesto comandamento”. I giudici, tutti non gesuiti, avevano accertato all’unanimità che l’accusa era fondata. E toccava ora alla congregazione stabilire la condanna.

    Fu proprio a questo punto che Rupnik fu chiamato dal papa a tenere la prima meditazione di quella Quaresima. Tra l’altro quando già erano scattate contro il gesuita delle misure disciplinari, tra le quali il divieto di predicare.

    Nel maggio successivo la congregazione condannò Rupnik per l’assoluzione del complice, colpa gravissima che comportava anche la scomunica “latae sententiae”. Subito dopo, però, nello stesso mese di maggio, la scomunica fu revocata avendo Rupnik, si disse poi, “ammesso i fatti e chiesto perdono”.

    Il secondo procedimento prese il via nel giugno del 2021 e fu chiuso nell’ottobre del 2022 con la motivazione che i fatti imputati a Rupmik, pur con “la constatazione dell’effettiva consistenza delle accuse”, erano “da considerarsi prescritti per decorrenza dei termini”.

    E fu proprio nel gennaio del 2022, quando Rupnik fu ricevuto in udienza dal papa, che la congregazione per la dottrina della fede ebbe le prove della fondatezze delle accuse rivolte contro di lui da alcune consacrate della sua comunità, per abusi psicologici e sessuali, e avviò contro di lui il processo.

    Inoltre, anche dopo l’archiviazione del caso, sono rimaste in vigore per Rupnik “le restrizioni cautelari al ministero”, dalla proibizione di confessare a quella di predicare esercizi spirituali.

    INTERVALLO

    Di questi due processi nulla si è mai saputo, in pubblico, fino all’inizio di dicembre del 2022, quando le prime notizie riguardanti la cattiva condotta di Rupnik vennero alla luce su due blog cattolici di Roma, “Silere non possum” e “Messa in latino”.

    Seguirono le prime, vaghe ammissioni da parte della Compagnia di Gesù di procedimenti contro Rupnik “riguardanti il suo modo di esercitare il ministero” e di misure restrittive a lui imposte. Poi più dettagliate ammissioni da parte del preposito generale della Compagnia, Arturo Sosa. E poi ancora una cronologia sommaria dei fatti, emessa dalla curia generalizia dei gesuiti. Questo mentre su vari giornali italiani non cattolici, prima sulla rivista “Left” e poi più sistematicamente sul quotidiano “Domani”, uscivano e continuano a uscire le impressionanti testimonianze e denunce di un numero crescente di donne abusate da Rupnik in un ampio arco di anni, tutte passate nella comunità femminile da lui guidata. Sulla base di queste nuove denunce, la Compagnia di Gesù ha recentemente chiesto a Rupnik di restare a disposizione, nell’eventualità di ulteriori indagini e di un terzo processo.

    SCENA TERZA

    La venuta allo scoperto del caso, nei termini sopra detti, ha dato corpo a molte questioni irrisolte, che arrivano a coinvolgere il papa.

    Le misure restrittive inflitte a Rupnik sono state da lui ampiamente disattese, senza alcun controllo o sanzione, come se godesse di un invincibile “status” di protezione.

    L’immediata revoca, nel maggio nel 2020, della condanna e della scomunica di Rupnik non può essere stata semplicemente la conseguenza automatica del suo dichiarato pentimento. E neppure può essere stata decisa isolatamente dal cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Una revoca di tale peso e rapidità, a giudizio di molti, può essere stata ordinata soltanto dal papa.

    La chiusura per prescrizione del processo del 2022, con la motivazione che gli abusi sessuali imputati a Rupnik risalivano agli anni Ottanta e Novanta, non era affatto obbligatoria. Le istruzioni inviate ai vescovi di tutto il mondo nell’estate del 2020 per volontà dello stesso papa Francesco, riguardo ad abusi sessuali su minori e “adulti vulnerabili”, avvertono che in simili casi alla prescrizione si possa derogare, valutati la gravità dei fatti e i loro effetti in anni successivi, sulle vittime reali e potenziali.

    Colpisce la trascuratezza con cui le autorità ecclesiastiche hanno trattato le donne su cui Rupnik ha esercitato i suoi abusi psicologici e fisici. Numerose lettere di denuncia oggi divenute note sono rimaste senza risposta da parte delle autorità a cui erano state indirizzate.

    La cappa di segreto che ha celato fino allo scorso dicembre l’iter giudiziario di Rupnik è incompatibile con il “rescriptum ex audientia” del 2019 con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio nei casi di abuso sessuale.

    Ma ancor di più impressiona l’intangibilità di cui Rupnik ha sempre goduto mentre esercitava le sue prevaricazioni, a danno di decine di donne della comunità da lui diretta, sistematicamente violate nello spirito e nel corpo, in nome di aberranti giustificazioni teologiche da lui continuamente associate ai suoi atti.

    Ingiustificabili appaiono infine le dichiarazioni del 23 dicembre scorso del cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, che – dopo aver premesso l’assenza di una sua responsabilità gerarchica su Rupnik – ha ridotto il tutto a una malevola campagna mediatica che avrebbe trasformato le denunce in reati, in violazione di ogni principio di garantismo. Quando in realtà contro il gesuita sono stati istruiti in Vaticano non uno ma due processi ed è stata emessa una condanna comprensiva persino di una scomunica.

    E poi, di chi è vicario De Donatis se non del papa, in una diocesi come quella di Roma che Francesco ha recentemente riorganizzato da capo a piedi sotto suo totale comando, una diocesi in cui non cade foglia che il papa non voglia? Impensabile che il cardinale vicario abbia emesso quelle dichiarazioni solo di testa sua.

    SCENA QUARTA

    E siamo all’intervista del 24 gennaio all’Associated Press. Nella quale Francesco si dice estraneo al caso ma difende a spada tratta la decisione della congregazione per la dottrina della fede d’aver fatto cadere le accuse contro Rupnik, pur fondate, perché legate ad atti lontani nel tempo. “La prescrizione è una garanzia”, ha detto il papa nell’intervista. “Se c’è una minorenne la tolgo sempre, o con un adulto vulnerabile”, ma “in questo caso no”.

    Quindi a parere del papa le donne abusate da Rupnik in veste di loro direttore spirituale non erano “vulnerabili”? A leggere le loro impressionanti testimonianze il giudizio che se ne ricava è proprio questo.

    Nell’intervista Francesco esprime anche un suo cambio di giudizio su Rupnik, che ora gli si rivela, dice, come ”una persona molto limitata che però è potente, a volte”. E fa balenare che “alcuni devono uscire dallo stato clericale perché non possono continuare in una situazione pastorale di questo tipo”. Ma che a questi vaghi e tardivi rimproveri seguano i fatti è tutto da vedere.

    E infine c’è quell’enigmatico rimando del papa a un pagamento in denaro, avvenuto per chiudere il caso: “Non so come il caso si è risolto, nel senso di un accordo comune. Credo che si pagò una indennizzo, ma io non conosco chiaramente l’accordo; ad ogni modo c’è stato un accordo”.

    Un indennizzo a chi? A qualcuna delle donne violate? Le quali in realtà erano decine, come si scopre ogni giorno di più. E con che tipo di accordo?

    Il cardinale Pell aveva proprio ragione. Il papa parla, la confusione cresce.

  • Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

    Inchiesta sulla Famiglia di Maria: le ragioni del commissariamento e della rimozione di p. Sigl

    ROMA-ADISTA. Confusione tra foro interno e foro esterno, tra ruolo spirituale e amministrativo; culto cieco e incondizionato del fondatore; manipolazione mentale, annullamento delle personalità e delle coscienze; mistificazione della narrazione spirituale; emarginazione di chi dissente, potere assoluto sui singoli individui: sarebbero soprattutto queste le ragioni che hanno originato il provvedimento vaticano di commissariamento della comunità Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria e del suo braccio sacerdotale, l’associazione pubblica clericale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (v. Adista Notizie n. 44/22 e Adista online 31/12/22), e la rimozione dal suo ruolo del presidente e direttore spirituale p. Gebhard Paul Maria Sigl, sul quale peserebbe la responsabilità della situazione. La Comunità oggi conta oltre 60 sacerdoti, 30 tra seminaristi e “fratelli laici”, 200 “sorelle apostoliche” e famiglie di 11 Paesi: Italia, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Olanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Russia, Kazakistan e Uruguay (dati del sito della comunità). La sua spiritualità, si legge sempre sul sito, si fonda su «amore per Maria, spirito eucaristico-sacerdotale e fedeltà al papa».

    Il commissariamento pro tempore ha fatto seguito alla visita apostolica condotta nel 2021 dal vescovo emerito di Bari mons. Francesco Cacucci, ed è stato affidato il 1 giugno 2022 al vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori e, per la parte femminile, alla religiosa suor Katarina Kristofová, nell’attesa di comprendere quale sarà il futuro della comunità e dei suoi membri. Una vicenda su cui vige il massimo riserbo, data anche l’alta protezione di cui gode la comunità in Vaticano, ma i cui contorni si stanno delineando con più precisione, grazie al contributo fondamentale di testimoni e vittime con cui siamo venuti in contatto. Una vicenda le cui radici risalgono lontano nel tempo, all’origine stessa della comunità, già pervasa di aberrazioni settarie e illeciti canonici perpetrati da personalità controverse o devianti. Una vicenda di cui occorre raccontare la storia perché fa luce sui contesti e le dinamiche delle derive settarie e degli abusi di potere, spirituali e psicologici, quando non anche sessuali, in tanti movimenti e nuove comunità: sarebbero circa 40 le realtà ecclesiali sotto la lente d’ingrandimento del Vaticano in questo periodo.

    La potenza oscura del controverso mons. Hnilica

    A fondare la comunità Pro Deo et fratribus (solo in seguito chiamata Famiglia di Maria) è, nel 1968, il gesuita mons. Pavel Hnilica, ordinato e consacrato vescovo in clandestinità nell’allora Cecoslovacchia comunista, poi, dopo il Concilio Vaticano II, sollecitato da Paolo VI a occuparsi dei cattolici nell’Est Europa e braccio destro di Giovanni Paolo II per tutto ciò che riguardava il sostegno (anche economico) alle quelle Chiese: su suo mandato, nel 1984 consacrò la Russia al cuore immacolato di Maria, su “dettato” delle apparizioni di Fatima. Hnilica è un personaggio controverso. Nel libro di Ferruccio Pinotti e Giacomo Galeazzi Wojtyla segreto, del 2011, vengono ricostruiti in modo minuzioso i passaggi delle ingenti quantità di denaro che dallo Ior e dal Banco Ambrosiano, proprio attraverso organizzazioni come la Pro Deo et Fratribus (utilizzata dal Vaticano e dalle intelligence occidentali), venivano trasferite in Polonia o verso le organizzazioni anticomuniste del Centro e Sudamerica. Proprio in relazione al caso banca vaticana (IOR)/Banco Ambrosiano e alla vicenda della valigetta di Roberto Calvi Hnilica è stato un personaggio centrale: fu condannato in primo grado nel 1993 a tre anni e sei mesi per ricettazione: aveva emesso due assegni in bianco in cambio di documenti che avrebbero potuto dimostrare l’innocenza del Vaticano nel fallimento del Banco Ambrosiano; fu poi assolto in Cassazione nel 2000, avendo agito, secondo quanto asserito dalla pm Maria Monteleone, per non compromettere l’onore del papa e del Vaticano. Nel 1989, era stato trovato in possesso di documenti dei servizi segreti italiani (Sismi) riguardanti gli ultimi giorni di Calvi. Fu amico stretto di Chiara Lubich, fondatrice del movimento dei Focolari, di madre Teresa di Calcutta e di Werenfried van Straaten, che nel 1947 aveva dato vita alla fondazione pontificia internazionale “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, e che fu candidato alla beatificazione fino all’emergere di un’accusa di abusi sessuali (v. Adista online, 11/2/21). Hnilica fu anche al centro di vari movimenti controversi (come l’Opus Angelorum, v. Adista Notizie n. 90/2010 e l’Armata bianca di p. Andrea D’Ascanio), e il suo nome compare spesso legato ad apparizioni mariane di dubbia natura: nel pieno della guerra bosniaca, con il calare dei proventi del santuario di Medjugorje, tentò di creare una realtà analoga negli Stati Uniti, in Colorado, sponsorizzando le visioni della veggente Theresa Lopez e organizzando con lei dei tour che inizialmente fruttarono 50 milioni di dollari all’anno. Durò poco: nel 1991 l’arcivescovo di Denver James Stafford dichiarò le visioni non sovrannaturali.

    Torniamo alla Comunità.

    Dopo il crollo dei regimi comunisti, all’inizio degli anni ‘90, Hnilica “rifonda” la Pro Deo et Fratribus sulle ceneri dell’Opera dello Spirito Santo (OSS), una comunità fondata nel 1972 dal prete austriaco, all’epoca 52enne, Josef Seidnitzer – personaggio tragico e complesso, condannato al carcere tre volte tra gli anni ‘50 e ‘60 dai tribunali austriaci per abusi sessuali seriali su ragazzi adolescenti – e dal suo “pupillo”, il 23enne Gebhard Paul Maria Sigl, suo braccio destro fino alla morte (Seidnitzer muore nel 1993) nonostante fosse al corrente del suo passato. Quando l’Opera dello Spirito Santo fu dissolta nel 1990 per gravi problemi (v. più avanti), Hnilica raduna attorno a sé i 21 “sopravvissuti” offrendo loro la prospettiva di una nuova vita comunitaria a Roma: la “nuova” Famiglia di Maria.

    Le radici della Famiglia di Maria: Josef Seidnitzer e l’Opera dello Spirito Santo

    Torniamo al 1972. L’Opera dello Spirito Santo di Seidnitzer e Sigl rientra tra i movimenti mariani, nati all’interno della spinta postconciliare di matrice carismatica orientati al rinnovamento della Chiesa. Alla guida e al centro di questo microcosmo, tendenzialmente innovativo, la personalità complessa di Seidnitzer e un sistema comunitario fondato sulla tirannia psicologica.

    Alcuni testimoni con i quali abbiamo parlato lo descrivono come un narcisista che interpretava la storia in funzione di se stesso, e che si considerava il papa dei nuovi tempi, il «nuovo Pietro» che avrebbe edificato una Chiesa rinnovata, circondato dai suoi “apostoli” (a ognuno dei membri veniva attribuito infatti il nome di un apostolo: Gebhard Sigl, da lui designato come il suo successore, si sarebbe chiamato “Paul”, Paolo, nuovo apostolo delle genti). Questa dimensione assunse toni deliranti: a Natale del 1974, racconta una nostra fonte, Seidnitzer profetizzò che avrebbe dovuto realizzarsi l’atteso intervento divino nella storia, e che papa Paolo VI avrebbe dovuto dimettersi per lasciare il suo posto a lui, il Pietro della nuova Chiesa. Un megalomane millantatore, insomma, che affermava di essere depositario di rivelazioni divine personali, di avere dolorose stimmate invisibili, che manipolava i giovani, cercando di convincerli di avere una vocazione con una pressione morale e spirituale, esercitata grazie a un impressionante «potere di incantamento», con il quale li esortava a «incarnare il sogno di una Chiesa nuova, del quale dovevano sentirsi responsabili»; un uomo capace di impedire a uno dei membri della comunità di allontanarsi per visitare un genitore morente, affermando con sicurezza, presto smentito, di sapere che Dio non l’avrebbe fatto morire; di impedire a un altro di adempiere agli obblighi militari, causando il suo arresto alla frontiera; di scrivere a una madre che “Dio gli aveva rivelato” che il figlio era destinato al sacerdozio; un imbroglione che simulava estasi mistiche con una «sapiente recitazione». Un mistificatore apocalittico, che faceva dell’“imminente” intervento divino nella storia l’elemento che teneva insieme la comunità bloccandola in un perenne crescendo di aspettative, soggiogandone e intrappolandone i membri. Membri che erano uomini e donne sinceramente desiderosi di votare la propria vita a Dio, ma che venivano privati di ogni tratto personale, del tutto omologati e resi incapaci di aprire gli occhi, cristallizzati in una sorta di “limbo” fisso, immutabile e disincarnato rispetto alla vita reale. E poi, non dimentichiamolo, Seidnitzer negli anni ’50 aveva trascorso in totale quasi tre anni in carcere per abusi sessuali su numerosi ragazzi, che ubriacava per poi stuprarli. Il che non gli aveva impedito, in seguito, di continuare la sua attività pastorale in Francia, coperto dal sistema di omertà della Chiesa.

    La fine rovinosa dell’Opera dello Spirito Santo

    Nel 1972 la neonata Opera si insediò a Castelgandolfo, nella diocesi di Albano (Roma), inizialmente come comunità priva di inquadramento canonico. Fu nel 1977 che il card. Gabriel-Marie Garrone, a quel tempo prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica, inviò una visita, affidata a mons. Andrea Pangrazio, visitatore dei seminari italiani, in seguito alla quale concesse l’approvazione ad experimentum dell’Opera. Garrone conosceva Seidnitzer dal 1961, quando era vescovo a Tolosa, perché lo aveva accolto in diocesi, trasferito dall’Austria, e gli aveva affidato un lavoro in parrocchia. La luna di miele durò poco, perché nel 1978 il prelato, probabilmente informato del passato criminale di Seidnitzer, ritirò improvvisamente la concessione, invitando quest’ultimo a «ritirarsi per un tempo di riflessione e preghiera, lontano da Roma, se possibile fuori dall’Italia» (lettera 8 febbraio 1978); il vescovo di Albano, mons. Gaetano Bonicelli, a sua volta, espulse la comunità dalla diocesi con l’ingiunzione di scioglierla. Seidnitzer, ci racconta il nostro testimone, si sarebbe piegato all’ordine dell’istituzione, ma Sigl provò a resistere.

    L’anno successivo Seidnitzer, Gebhard Paul Maria Sigl e la comunità tornano in Austria, a Innsbruck, dove Seidnitzer, invece di disperdere i suoi sodali come gli era stato imposto, dà vita allo “Studienheim International Villa Salvatoris”, la nuova sede della comunità che appariva come una sorta di seminario parallelo di dubbia ortodossia; il vescovo di Graz-Seckau (la sua diocesi di origine), Johann Weber, lo rimuove dal servizio sacerdotale per disobbedienza (19/11/1979). Anche il vescovo di Innsbruck Reinhold Stecher si esprime più volte contro la comunità e nell’autunno 1985, sulla scorta di un documento della Congregazione per l’Educazione cattolica firmato dal prefetto card. William Baum (15/7/1985), dichiara che tale “seminario parallelo” non ha legittimazione alcuna: «Non è nient’altro che l’invenzione privata di una singola persona – si legge nel documento vaticano – che si è arrogato purtroppo il diritto di imboccare una strada di propria scelta, e che fino a oggi ha ignorato la disciplina più elementare delle norme ecclesiastiche e continua a ignorarle». «È escluso – avverte a commento il vescovo Stecher nella sua lettera – che i membri di questo “seminario” possano mai essere autorizzati a una consacrazione ecclesiastica», e afferma che lì vengono svolte attività pastorali «sotto il pretesto che si tratti di una realtà cattolica e fedele alla Chiesa». Un nuovo avvertimento arriva nel 1988. Seidnitzer si ritira completamente e definitivamente dalla comunità nel 1990, morendo tre anni dopo. Ma c’è chi ne continua l’opera.

    Sigl e le prime ordinazioni controverse nella Famiglia di Maria

    È in questa fase, alla fine del 1989, che si inserisce nella storia mons. Hnilica, tramite uno dei membri, p. Rolf Philipp Schönenberger, che lo porta a Innsbruck: «Ho incontrato questo gruppo di giovani guidati da p. Joseph Seidnitzer e Paul Maria Sigl», ricorderà in seguito il vescovo, apprezzandone la forte devozione mariana e proponendo tornare a Roma in cerca di futuro; «io sono un vescovo senza una comunità, e voi siete una comunità senza vescovo», dirà loro. Una nuova comunità in effetti, ci spiega un testimone, era utile tanto a Hnilica quanto a Paul Maria Sigl: per il primo significava poter contare sul radicamento di una comunità in Italia, della quale essere il mentore; per Sigl, disporre di un luogo istituzionalmente riconosciuto dalla Chiesa in cui poter crescere nel potere personale, “ripulendo” la nuova comunità dalla scomoda eredità di Seidnitzer. Molti, constatate le premesse, abbandonano, sfiduciati e scettici sul nuovo corso, come lo svizzero Marian Eleganti, oggi vescovo emerito di Coira, in Svizzera, che era entrato nell’OSS nel 1978.

    Ottenuta una prima approvazione della comunità nell’estate del 1992, dal vescovo della diocesi slovacca di Roznava mons. Eduard Kojnok, Hnilica ordina in fretta e furia a Fatima, l’8 dicembre di quell’anno, cinque dei membri che, provenendo dall’OSS (il cui seminario era stato condannato dalla Chiesa come “invenzione personale”), erano privi dei requisiti formativi per accedere al presbiterato in seminario: oltre allo stesso Sigl, Luciano Alimandi (oggi officiale in Segreteria di Stato vaticano), Aleandro Cervellini, Rolf Schönemberger, Johannes Stoop. Hnilica d’altronde, nel prendere questa scorciatoia, poteva contare su amicizie nella Curia romana. Scorciatoia che, peraltro, contraddice il Codice di Diritto Canonico, che al can. 250 impone un ciclo di studi di sei anni, prima dell’ordinazione presbiterale. Qui, il tempo intercorso tra lo sbandamento dell’OSS e l’ordinazione è di due anni a dire tanto. Ma Hnilica garantisce per tutti, senza apparentemente rendersi conto della grave eredità che quegli uomini si portavano dietro, senza esercitare alcun discernimento che potesse “raddrizzare” una costruzione nata già storta, e contribuendo, dunque, al perpetuarsi di un contesto nutrito da una narrazione già fortemente deviata.

    Gebhard “Paul Maria” Sigl prende le redini

    Uscito di scena Seidnitzer, è dunque Paul Maria Sigl, il suo “pupillo”, a prendere in mano le redini della “nuova “Pro Deo et fratribus – Famiglia di Maria”, dandole decisamente un’identità improntata ai culti mariani e alle apparizioni. Sigl, raccontano i nostri testimoni, è un uomo affabile, affascinante, magnetico, che ama la pittura e la musica. Ma la storia della “nuova” Famiglia di Maria sembra ricalcare il passato: Sigl è assetato di potere, riesce persino a far credere ai suoi seguaci di essere un figlio spirituale di Padre Pio, del quale afferma di indossare i guanti, imponendo le mani. Pretende di avere il carisma della lettura nel cuore delle persone, grazie al quale avrebbe indicato a ognuna la propria vocazione e il proprio santo protettore. Nel 1995 il Pontificio Consiglio per i Laici eleva la Famiglia di Maria ad associazione di diritto pontificio, gli statuti vengono approvati definitivamente nel 2004. Nel 2008 Sigl ottiene dal Vaticano l’approvazione del ramo presbiterale della comunità, l’“Opera di Gesù Sommo sacerdote”, fondata il giorno della sua ordinazione del 1992, e ora riconosciuta dal Dicastero per il Clero come “associazione pubblica presbiterale con facoltà di incardinare i preti”.

    Il “nuovo apostolo Paolo” imprime sulla sua “creatura” il sigillo del suo potere assoluto: divide rigidamente ramo maschile e femminile, emargina chi esprime una voce dissenziente, svaluta la personalità dei membri (soprattutto delle donne consacrate, votate alla “santificazione dei preti”), instilla un concetto di obbedienza assoluta e sensi di colpa, viola la libertà individuale, in primo luogo psicologica, in cambio dell’offerta di una vita agiata, grazie alle grandi quantità di denaro che confluiscono nelle casse della comunità; sovrappone i ruoli di presidente e direttore spirituale, sommando in sé due dimensioni che vanno in corto circuito, quella spirituale e quella di superiore gerarchico, confondendo così foro interno ed esterno, coscienza e autorità: la radice di ogni abuso di potere. La vita spirituale viene incentrata per lo più sul culto delle visioni private della veggente olandese Ida Peerdeman, di cui Sigl era amico (le cosiddette apparizioni di Amsterdam, dove la comunità gestisce un santuario), che riguardano “Nostra Signora di tutti i popoli”, una Maria che chiederebbe per sé il dogma di Corredentrice. Tanto le visioni quanto il titolo di “corredentrice” sono state condannate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma p. Sigl ha continuato a diffonderne il culto, a promuovere e animarne i pellegrinaggi, a scrivere libri sul tema.

    Tuttavia, a quanto sembra, non sarebbero tanto queste deviazioni dottrinali a preoccupare il Vaticano, quanto piuttosto le derive settarie, quello che una nostra fonte definisce «soggiogamento mentale, potere assoluto sul singolo individuo, “creazione” di persone tutte uguali, cloni l’una dell’altra, senza una opinione personale»; il fatto che venga impedita una formazione intellettuale seria e un confronto con la vita reale; la costruzione, in definitiva, di una narrazione spirituale che si pretende divina ma che si innesta a sua volta su una precedente narrazione gravemente deviante. Lo dimostra anche, sul versante femminile, la storia della “superiora” delle consacrate, “madre Agnès”, al secolo Franziska Kerschbaumer, feticcio plasmato da Sigl come detentrice di un carisma ancora nascosto. Anche qui, un’attesa messianica funzionale alla conservazione del potere.

    Le amicizie importanti, i ruoli in Vaticano

    La Famiglia di Maria, presente in Italia con due comunità, a Civitella del Tronto (Teramo) e ad Ariccia (Roma), ha sempre potuto contare – grazie anche a mons. Hnilica – su amicizie importanti, sia in Vaticano, sia tra i vescovi diocesani. Fa parte della comunità, come detto sopra, mons. Luciano Alimandi, già segretario di mons. Hnilica (dal quale, lo ricordiamo, fu ordinato a Fatima nel 1992), in seguito segretario del prefetto della Congregazione per il Clero card. Dario Castrillón Hoyos a cavallo degli anni 2000, e dal 2009 officiale della Segreteria di Stato vaticano, sezione Rapporti con gli Stati. Ne è un membro anche lo slovacco p. Martin Barta, dal 2011 assistente ecclesiastico internazionale della fondazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, presieduta dal 2011 dal card. Mauro Piacenza, già prefetto della Congregazione per il clero e dal 2013 penitenziere maggiore del Tribunale della Penitenzieria apostolica (il tribunale supremo vaticano). Anche l’assistente ecclesiastico della sezione italiana della Fondazione, il colombiano p. Martino Serrano, appartiene all’Opera di Gesù Sommo Sacerdote. Il card. Piacenza è molto vicino alla comunità: oltre ad avere celebrato l’ordinazione sacerdotale di alcuni membri, il suo segretario alla Penitenzieria è lo slovacco p. Lubomir Welnitz, membro dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote e dal 2020 anche cerimoniere pontificio.

    Il futuro della comunità

    Il commissariamento pro tempore della Famiglia di Maria prelude a una decisione vaticana sul destino della comunità; nel suo futuro potrebbe esserci la dissoluzione o una riforma, ma secondo il vescovo di Amsterdam mons. Jan Hendriks, intervistato dal quotidiano olandese Nederlands Dagblad (17/1), l’ipotesi più probabile è che si proceda a una sorta di ricambio ai vertici; l’attuale responsabile straordinario mons. Libanori avrebbe informato Hendriks che, per quanto riguarda la comunità di Amsterdam, «c’è la possibilità che venga ampliata con qualche persona». Una misura soft, per concedere alle persone che fanno parte della comunità tutto il tempo necessario per acquisire consapevolezza ed elaborare il “lutto” arrecato dallo svelamento del reale stato di cose, passato e presente. Vari tentativi da noi fatti per contattare telefonicamente e via mail la comunità sono andati a vuoto.

    https://www.adista.it/articolo/69371

  • “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    “MI HA CHIESTO DI AVERE RAPPORTI A TRE CON UN’ALTRA SORELLA PERCHÉ LA SESSUALITÀ DOVEVA ESSERE A IMMAGINE DELLA TRINITÀ”

    Federica Tourn per “Domani” – «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio».

    Inizia così della violenza sessuale, psicologica e spirituale che Anna (nome di fantasia), oggi 58 anni, ex religiosa italiana della Comunità Loyola, ha subito per nove anni da parte di Marko Rupnik. Il padre gesuita, teologo e artista noto in tutto il mondo, è oggi al centro di uno scandalo per l’accusa di abusi nei confronti di alcune suore, come Domani ha raccontato nei giorni scorsi.

    Anna, arrivata a sfiorare il suicidio per le sofferenze causate dal delirio di onnipotenza e dall’ossessione sessuale del gesuita, ha denunciato più volte il suo abusatore nel corso degli anni. Ma la Chiesa ha sempre coperto tutto.

    Quando ha conosciuto Marko Rupnik?

    Nel 1985, avevo 21 anni e frequentavo la facoltà di Medicina. Pensavo di partire missionaria dopo la laurea e sentivo il bisogno di una crescita nella fede. Ero anche appassionata di arte e una suora che conoscevo mi presentò questo pittore gesuita che aveva un piccolo atelier in piazza del Gesù a Roma. Rupnik aveva dieci anni più di me ed era al primo anno di sacerdozio; con lui mi sentivo a mio agio ed è diventato subito la mia guida spirituale.

    Che tipo di persona era?

    Già negli anni ’80 per i giovani gesuiti sloveni era una star. Aveva un forte carisma personale nello spiegare il Vangelo e una spiccata sensibilità nell’individuare i punti deboli delle persone. Così ha immediatamente capito le mie fragilità, le insicurezze e le paure che avevo.

    Come è iniziato il vostro rapporto?

    Ho cominciato a frequentare il suo atelier perché ero affascinata dalla pittura e in particolare dai colori di Chagall. Mi sentivo importante per lui: mi piacevano i suoi quadri e molto spesso parlavamo mentre dipingeva. Poi cominciò a sottolineare ogni contatto tra noi, dicendomi che ogni gesto aveva un significato preciso: anche una semplice stretta di mano o una carezza sul braccio diventavano un’occasione per sottolineare la mia femminilità.

    Non potevo certo immaginare che quella fosse già una strategia per arrivare ad avere ben altro tipo di rapporti fisici con me, come non potevo capire che quell’abbraccio dopo ogni confessione era un invito ad andare oltre. Allo stesso modo non potevo immaginare che allora, quando mi spiegava che i corpi disegnati sulle tavole del Kamasutra erano una forma d’arte, era già un assiduo frequentatore di cinema porno.

    Non trovava niente di anomalo nel suo modo di fare?

    A volte mi sembrava strano, ma me lo spiegavo con il suo essere artista. Voleva che gli facessi da modella e una volta mi ha chiesto di posare per un suo quadro perché doveva disegnare la clavicola di Gesù e non cercava delle ragazze “del mondo”, che esprimevano a suo dire solo sessualità, ma una persona in ricerca come me.

    Non è stato difficile accettare e sbottonare qualche bottone della camicetta. Per me, che ero ingenua e inesperta, significava soltanto aiutare un amico. In quell’occasione mi ha baciata lievemente sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucarestia.

    Ero frastornata: da una parte sarei voluta scappare, dall’altra padre Marko mi incoraggiava dicendomi che potevo vivere quella realtà perché ero speciale ed era un dono che il Signore faceva solo a noi; che solo con me poteva vivere, anche nel fisico, l’appartenenza a Dio senza possesso, nella libertà, a immagine dell’amore trinitario.

    E lei gli ha creduto?

    Bisogna capire come funziona il discernimento ignaziano (da sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, ordine a cui appartiene papa Francesco, ndr): sei chiamato a una totale disponibilità e apertura ed è il tuo padre spirituale a guidarti nella comprensione di cosa è bene e cosa è male.

    Se chi ti guida dice che Dio lo vuole e tu non obbedisci, ti metti contro Dio. È proprio lì che si può insinuare la manipolazione, come è successo con padre Rupnik. Io avevo paura di sbagliare, paura di perdere la sua approvazione, mi sentivo fortemente dipendente dal suo giudizio.

    Se non facevo come voleva lui, subito diceva che il mio cammino spirituale si arenava e mi presentava come “sbagliata” agli altri ragazzi e ragazze del gruppo che nel frattempo si andava formando intorno a lui. Soltanto padre Marko decideva chi andava bene e valeva la pena di supportare; chi invece era nell’errore veniva umiliato e messo in disparte.

    Quando ha deciso di affidarsi totalmente alla guida spirituale di Rupnik?

    Nell’estate del 1986, prima che lui partisse per un viaggio, ci siamo visti nel suo atelier. Abbiamo celebrato insieme l’eucarestia e poi lui si aspettava che mi spogliassi e mi lasciassi toccare come sempre. Quella volta però mi sono rifiutata e lui mi ha aggredita con parole molto dure e cattive, dicendo che non valevo niente, che non avrei mai fatto niente di buono; ha aggiunto che per lui ormai contavano solo altre due donne, di cui mi ha fatto il nome, e che voleva chiudere ogni rapporto con me.

    Io ero disperata perché ormai dipendevo totalmente dalla sua approvazione. Non era amore, solo paura di sbagliare. Da quella volta ho deciso di mettere da parte i miei dubbi e di affidarmi totalmente a lui.

    Ho creduto che quello che vivevamo insieme avrebbe fatto di me una persona migliore davanti a Dio; invece è stato solo l’inizio dello stravolgimento della mia identità e della perdita di me stessa.

    Si è trattato quindi di un plagio?

    È stato un vero e proprio abuso di coscienza. La sua ossessione sessuale non era estemporanea ma profondamente connessa alla sua concezione dell’arte e al suo pensiero teologico. Padre Marko all’inizio si è lentamente e dolcemente infiltrato nel mio mondo psicologico e spirituale facendo leva sulle mie incertezze e fragilità e usando al contempo il mio rapporto con Dio per spingermi a fare esperienze sessuali con lui.

    Così, il sentirmi amata come la Sapienza che gioca davanti a Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi, si è trasformato nella richiesta di giochi erotici sempre più spinti nel suo atelier al Collegio del Gesù a Roma, mentre dipingeva o dopo la celebrazione dell’eucaristia o dopo la confessione.

    Come è entrata nella Comunità Loyola?

    Sono stata fra le prime sorelle della Comunità Loyola di Mengeš, una località a quindici chilometri da Lubiana, e ne ho fatto parte dall’1 ottobre del 1987 al 31 marzo 1994. In un periodo così delicato e fragile come è quello in cui si sceglie quale strada prendere nella vita, padre Marko ha preteso da me una disponibilità e un’obbedienza assolute, caratteristiche che erano anche un tratto distintivo del carisma della Comunità, di cui lui era il garante davanti alla Chiesa su incarico dell’allora arcivescovo di Lubiana Alojzij Šuštar.

    Padre Marko mi ha chiesto quindi di lasciare medicina e di partire per la Slovenia con la superiora, Ivanka Hosta, e altre sei sorelle. Isolata dalla mia famiglia e dai miei amici, è stato facile per Marko manipolarmi a suo piacimento.

    Che cosa è successo in Comunità?

    Il primo gennaio 1988 ho professato nella cappella di Mengeš i primi voti religiosi davanti a monsignor Šuštar, voti che ho poi ripetuto nel 1991 nelle mani dello stesso arcivescovo. Gli abusi di padre Marko sono continuati e avvenivano in auto quando lo accompagnavo durante i suoi viaggi.

    È diventato più aggressivo: mi ricordo una masturbazione molto violenta che non sono riuscita a fermare e durante la quale ho perso la verginità, episodio che ha dato inizio a pressanti richieste di rapporti orali. La dinamica era sempre la stessa: se avevo dubbi o mi rifiutavo, Rupnik mi screditava davanti alla Comunità dicendo che non stavo crescendo spiritualmente.

    Non aveva freni, usava ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo, anche confidenze sentite in confessione. Lì è cominciato il mio crollo psichico.

    Le violenze sono avvenute soltanto in Slovenia?

    No, anche nella sua stanza del Centro Aletti a Roma. Qui padre Marko mi ha chiesto di avere rapporti a tre con un’altra sorella della Comunità, perché la sessualità doveva essere secondo lui libera dal possesso, ad immagine della Trinità dove, diceva, «il terzo raccoglieva il rapporto tra i due».

    In quei contesti mi chiedeva di vivere la mia femminilità in modo aggressivo e dominante e dato che non ci riuscivo mi umiliava profondamente con frasi che non posso ripetere. L’ultimo gradino di questa discesa all’inferno è stato il passare dalle giustificazioni teologiche del sesso ad un rapporto esclusivamente pornografico.

    Nel 1992, mentre frequentavo il quarto anno di filosofia alla Gregoriana, mi ha anche portato due volte a vedere dei film porno a Roma, in via Tuscolana e nei pressi della stazione Termini. Ormai stavo malissimo.

    Rupnik abusava soltanto di lei o anche di altre donne?

    In quel periodo padre Marko aveva cominciato apertamente a plagiare altre sorelle della Comunità, con le solite strategie psico-spirituali che già aveva usato con me, con l’obiettivo di fare sesso con quante più donne possibile.

    All’inizio degli anni ’90 eravamo 41 sorelle e padre Rupnik, da quel che so, è riuscito ad abusare di quasi venti. A volte a caro prezzo: una di loro, nel tentativo di opporsi, è caduta e si è rotta un braccio. Lui era sfacciato e parlava apertamente delle sue tattiche per ammorbidire quelle che gli resistevano. Ho provato a fermarlo ma era inarrestabile nel suo delirio. L’ho anche minacciato di denuncia ma mi ha risposto: «Chi vuoi che ti creda? È la tua parola contro la mia: se parli, ti faccio passare per matta».

    Lei che cosa ha fatto?

    A quel punto volevo soltanto che tutto finisse. Sono scappata dalla Comunità per lasciarmi morire nei boschi: speravo che quel gesto estremo avrebbe ricondotto padre Marko alla ragione.

    Per fortuna, invece, è sopravvissuta. Lui come ha reagito?

    L’ho affrontato accusandolo di falsità ma la sua unica reazione è stata il silenzio. Volevo anche parlare con la mia superiora Ivanka Hosta di quel che era successo ma in quel momento non ne ho avuto la forza e ho cercato invece di concentrarmi sulla tesi in filosofia, che ho discusso a giugno del 1993.

    Nel frattempo, però, un’altra sorella si è rivolta a Hosta per raccontarle del devastante rapporto che padre Rupnik intratteneva sia con lei che con me.

    Che cosa è successo a quel punto?

    Padre Marko è stato provvisoriamente allontanato dalla Comunità per il periodo estivo. Ho chiesto allora di poter incontrare il consigliere spirituale di padre Rupnik, padre Tomáš Špidlík (poi creato cardinale diacono nel 2003 da papa Wojtyla, ndr), con la speranza di poter finalmente riuscire a dire a qualcuno quello che era successo in tutti quegli anni.

    L’ho raggiunto al santuario vicino a Livorno dove risiedeva durante l’estate e gli ho chiesto di confessarmi. Ho cominciato quindi a parlargli degli abusi e lui mi ha bloccata dicendo che quelle erano cose mie e che non voleva ascoltarmi.

    Ero sconvolta, per un sacerdote rifiutare una confessione è un peccato grave. Non solo: mi ha consigliato di scrivere una lettera di dimissioni, lettera che ha poi scritto lui stesso e che conservo ancora, nella quale specificava che non c’erano motivi precisi per la mia richiesta di dispensa dai voti, soltanto una generica tensione che non ero più in grado di reggere.

    A quel punto ho capito che era d’accordo con padre Rupnik e che non voleva essere coinvolto nello scandalo insieme al centro Aletti, di cui era ideatore e primo referente.

    È stata aiutata da qualcuno in quel frangente?

    Nessuno mi ha aiutata: né la superiora Ivanka Hosta, a cui alla fine mi ero rivolta, né le altre sorelle della Comunità. Nemmeno i gesuiti superiori di Rupnik e l’arcivescovo Šuštar. Padre Marko era protetto da tutti e io non ero altro che il capro espiatorio di una situazione imbarazzante, l’anello debole della catena che si poteva sacrificare per un bene superiore.

    Nel settembre del 1993 sono quindi rientrata a Mengeš con Ivanka come consigliera provvisoria, in attesa delle elezioni interne, previste per la Pasqua dell’anno successivo. Il clima di ostilità nei miei confronti era palpabile ma ricordo che una sorella, di cui ancora non sapevo nulla, è venuta in lacrime a confidarmi che padre Marko aveva abusato anche di lei.

    Nessuna però osava parlare apertamente e vivevamo in un clima di omertà. Prima di Pasqua fu organizzato un incontro fra padre Marko, Ivanka Hosta e l’arcivescovo per affrontare finalmente la questione: avrei dovuto partecipare anche io ma all’ultimo momento la superiora me lo impedì. Io scrissi una lettera di denuncia che lei avrebbe dovuto consegnare all’arcivescovo ma non so neppure se monsignor Šuštar l’abbia mai ricevuta. Hosta comunque non disse nulla contro Rupnik, l’altra sorella abusata rifiutò di scrivere una testimonianza e tutto finì in un nulla di fatto. Quel che è certo è che proprio in quel periodo le costituzioni della Comunità erano in Vaticano pronte per l’approvazione.

    Rupnik non è stato sanzionato in nessun modo?

    È stato allontanato dalla Comunità ed è tornato a Roma e da allora ha continuato tranquillamente la sua carriera.

    E lei?

    Ivanka mi aveva destinata a lavorare in cucina a Mengeš per il resto della mia vita, senza nessuna prospettiva di cambiamento. Ho obbedito, anche se in cuor mio pensavo che sarei morta.

    Poco tempo dopo, alla vigilia delle elezioni interne, durante la condivisione comunitaria ho provato ancora a denunciare il malessere profondo che era alla base delle nostre relazioni ma la superiora mi ha estromessa dalle votazioni dicendo che ero pericolosa perché sotto l’influenza del diavolo. Il giorno seguente ho lasciato definitivamente la Comunità.

    Dopo che cosa è accaduto?

    Anni dopo Ivanka mi ha scritto chiedendo perdono a me e alla mia famiglia, a cui era stato detto che ero schizofrenica. Dopo le dimissioni ho sofferto a lungo di depressione e anche in seguito non sono riuscita ad avere una relazione affettiva e a costruirmi una famiglia.

    L’abuso che ho subito ha sconvolto profondamente la mia psiche e lasciato segni indelebili nello spirito e nel corpo, che mi hanno impedito di fare scelte significative.

    Arriviamo ad oggi. Da quando il caso è uscito sui giornali, i gesuiti si sono espressi in modo reticente e contraddittorio. In particolare il delegato della Compagnia di Gesù a Roma padre Johan Verschueren ha detto che Rupnik non è accusato di abusi sessuali ma di “comportamenti trasgressivi” durante la confessione. È possibile che i gesuiti non sapessero delle accuse?

    No, non è possibile. La Chiesa e l’ordine dei gesuiti erano a conoscenza dei fatti sin dal 1994, quando ho portato personalmente la mia richiesta di dispensa dei voti all’arcivescovo di Lubiana, nella quale denunciavo gli abusi da parte di padre Rupnik.

    L’arcivescovo in quell’occasione mi disse soltanto che la Compagnia di Gesù lo aveva sanzionato severamente, cosa poco credibile visto che in quegli anni nasceva e si consolidava l’operato del Centro Aletti. Non solo: anche un’altra sorella, uscita dalla Comunità Loyola nel 1996, non direttamente coinvolta nella relazione con padre Marko ma informata dei fatti, parlò nel 1998 con padre Francisco J. Egaña, all’epoca delegato per le case internazionali della Compagnia di Gesù a Roma, che la ascoltò ma non fece nulla.

    Il preposito, cioè il capo della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha confermato che Rupnik è stato scomunicato, in seguito a una denuncia del 2019, per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Che effetto le fa questa ammissione?

    Mi addolora profondamente, perché conferma la convinzione che ho sempre avuto, e cioè che padre Marko ha continuato ad abusare delle donne che ha incontrato durante tutto questo tempo. Andava fermato trent’anni fa. Sono sconcertata per il fatto che Rupnik ancora non avverta la responsabilità delle conseguenze che le sue azioni hanno avuto sulla mia vita e su quella di tante altre consorelle che potrebbero parlare.

    Nonostante questo, il Dicastero per la Dottrina della fede ha chiuso ad ottobre 2022 un’indagine ecclesiastica su Rupnik perché ha ritenuto che i fatti erano da considerarsi prescritti. Lei è stata ascoltata in questa occasione?

    Sì, ho testimoniato il 10 dicembre 2021 e ho raccontato tutto quello che ho subìto nei minimi dettagli.

    Dopo la sua testimonianza al Dicastero, che cosa è successo?

    Dato che per mesi non ho più saputo nulla dell’esito dell’indagine ecclesiastica, lo scorso giugno ho scritto una lettera aperta in cui ho ripetuto la mia denuncia contro padre Rupnik, indirizzata al generale dei gesuiti padre Sosa. In copia c’erano, tra gli altri, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, padre Johan Verschueren, padre Hans Zollner, la direttrice del Centro Aletti Maria Campatelli e altri membri della Compagnia di Gesù e del Centro Aletti. Non ho avuto risposta da nessuno di loro.

    Pensa di chiedere un risarcimento in sede civile per i danni morali e materiali?

    Sto valutando con il mio avvocato questa possibilità.