Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • E’ MORTO MARIO MILANO, IL VESCOVO CHE VOLTÒ LE SPALLE A DON DIANA

    E’ MORTO MARIO MILANO, IL VESCOVO CHE VOLTÒ LE SPALLE A DON DIANA

    Raffaele Sardo – È morto Mario Milano, vescovo emerito di Aversa. Aveva 90 anni. Per lui tutta la humana pietas, come per chiunque lasci questa terra, ma questo non ci esime dal dire che quando ha guidato la diocesi di Aversa, dal 1998 al 2011, non è stato esente da critiche per una serie di fatti che qui cercheremo di ricordare.

    Innanzitutto rifiutò di avviare il processo diocesano per la beatificazione di don Diana. Non solo, ma nel marzo del 2007, per il tredicesimo anniversario dell’assassinio di don Diana, il Comitato don Peppe Diana e Libera organizzarono la manifestazione “Io c’ero” — un appuntamento per riunire quanti erano stati a Casal di Principe il giorno dei funerali. Rosario Giuè, sacerdote siciliano e autore del libro Il costo della memoria pubblicato dalle Edizioni Paoline e dedicato proprio a don Diana, era stato invitato a presentarlo ad Aversa proprio dalla Diocesi di Mario Milano.

    Doveva essere ospite per tre giorni al Santuario della Madonna di Briano. Dopo aver letto il libro, la curia aversana lo lasciò fuori dalla porta, considerandolo “ospite non opportuno”. Il libro non venne presentato più dalla Diocesi e Giuè trovò ospitalità solo a casa di Renato Natale, l’ex sindaco di Casal di Principe.
    All’ultimo momento la curia cancellò anche l’invito al vescovo di Caserta Raffaele Nogaro — amico di don Diana — a partecipare al convegno “Io c’ero”. «Non ci si comporta così», disse il vice procuratore nazionale antimafia Lucio Di Pietro. E la mamma di don Diana, Iolanda Di Tella, fu esplicita: «Il libro dice tutte verità. Dopo tredici anni, subire questo affronto è un dolore che si rinnova. Quello della Chiesa aversana è un atteggiamento negativo che continua nel tempo. E non vuole finire».

    A dicembre del 2006, Rosaria Capacchione sul Mattino rivelò che il centro pastorale di via delle Rose a San Cipriano d’Aversa era stato intitolato a Dante Passarelli, definito il cassiere del clan dei casalesi, morto mentre era ancora sotto processo per associazione camorristica nel maxiprocesso Spartacus. Il vescovo Milano prima approvò quella intitolazione. Dopo lo scandalo pubblico, Milano disse che l’intestazione era «un’onta per la Chiesa» e chiese la rimozione della targa. Ma la targa era già lì da qualche tempo.

    Tre mesi dopo, il 24 marzo 2007, lo stesso Milano benediceva all’ingresso di Casal di Principe la statua di Giovanni Paolo II, eretta con fondi raccolti da un comitato di cui faceva parte un parente di Francesco Schiavone, Sandokan, capo dei casalesi. Il giorno dopo, al convegno “Tutti insieme contro la camorra” all’ITC Guido Carli di Casal di Principe, il vescovo si disse addirittura onorato di aver inaugurato quel monumento.

    Nel 2007 impose al sacerdote di Pascarola, una parrocchia di Caivano, di sciogliere un gruppo di preghiera formato da omosessuali che si riuniva in chiesa, con la minaccia di trasferimento. Parola del parroco stesso: quel gruppo «era nato per combattere l’emarginazione sociale che vivono gli omosessuali, l’intento era quello di integrare queste persone parlando dei loro problemi, della loro vita ordinaria».

    Il 19 dicembre 2007, un sacerdote della Diocesi di Aversa , fu sorpreso in flagranza di reato dai carabinieri di Casal di Principe mentre abusava di un minore. Dal vescovo di Aversa, mai una parola di conforto per la vittima e la sua famiglia. marco cerullo

    Mario Milano poteva fare di più. Molto di più. In una diocesi segnata dalla presenza della camorra, in un territorio che aveva bisogno di una voce chiara e coraggiosa, come quella di don Diana.
    Ora riposi in pace. La storia, però, resta quella che è.

    https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=27396355136629010&id=100000436777096&rdid=P3NXjqFyv78iFbcl#

  • I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    I gesuiti e gli abusi sessuali: il coraggio delle vittime e le ambiguità della Chiesa

    Un anno e mezzo è passato dalla diffusione della notizia che il padre gesuita Sauro De Luca, oltre a essere una guida spirituale carismatica, era anche un predatore sessuale. Per trent’anni, dal 1968 al 1998, Sauro De Luca è stato a capo del Movimento eucaristico giovanile, incontrando centinaia di bambini, bambine e adolescenti.

    L’attuale responsabile del movimento, padre Renato Colizzi, ha perciò deciso nel 2024 di intraprendere un «Cammino di verità», affidando alla dottoressa Grazia Villani l’incarico di raccogliere le testimonianze di persone che sono state vittime degli abusi del padre gesuita. Questo lavoro di ascolto delle vittime, di testimoni e di alcuni padri gesuiti, nonché di consultazione dei diari dello stesso padre De Luca, ha dato luogo a un report e all’attivazione di un ufficio dedicato alla tutela, affidato al padre Paul Pace. Fin qui tutto bene.

    Peccato che il report non sia stato reso pubblico nella sua integralità, che inizialmente sia stato vincolato da una clausola di riservatezza che ne impediva ogni divulgazione (poi rimossa) e che ancora oggi sia consultabile soltanto prendendo un appuntamento in via degli Astalli, a Roma, sede centrale della Compagnia di Gesù per la provincia euromediterranea. Il documento divulgato ufficialmente è un riassunto di questo report. Ecco perché il 27 aprile ci siamo recate in via degli Astalli per leggere il documento integrale e incontrare il padre responsabile della tutela. Vogliamo chiedere perché l’integralità del report non sia resa pubblica e fruibile a tutti.

    Che cammino di verità si può intraprendere se non c’è trasparenza sul metodo con cui affrontare lo scandalo degli abusi nella Chiesa? Se non viene smantellata l’architettura del silenzio che regge l’intero sistema di potere e che, sacralizzando i preti, li pone al di sopra dei fedeli, creando così le condizioni dell’abuso, che sia sessuale, psicologico o spirituale?

    Chiedere perdono alle vittime, risarcirle, è sacrosanto, ma concentrare l’attenzione unicamente sulle vittime permette a tutti, anche all’opinione pubblica, di non sollevare alcun dibattito, mantenendo l’atteggiamento paternalista che conferma la gerarchia del potere. Il report invece denuncia chiaramente le responsabilità della Compagnia di Gesù, che, a fronte di segnalazioni emerse fin dagli anni Ottanta, non prese provvedimenti e parla di «fallimento istituzionale». Alla morte di padre De Luca nel 2012, la Compagnia decise di mantenere profilo basso, di non denunciare l’accaduto alle autorità, e di fare in modo che il silenzio e la polvere del tempo cancellassero i fatti.

    Alcune vittime, tuttavia, non si sono date per vinte, costringendo a riaprire il caso. Una di loro in particolare, l’eurodeputata delegata al clima Annalisa Corrado, ha rilasciato un’intervista al giornalista Saverio Tommasi di Fanpage, raccontando il suo percorso di sopravvissuta agli abusi di padre De Luca con una chiarezza e un coraggio che dovrebbero servire da esempio a chiunque voglia con onestà eradicare questo problema endemico della Chiesa cattolica.

    Prendersi la responsabilità per impedire che accada di nuovo significa investire risorse, persone, competenze. Significa prendere a modello percorsi che alcune diocesi stanno mettendo in atto, come quella di Bolzano. Significa, anche, aprire gli archivi, dare voce alle vittime, ma soprattutto rompere l’omertà, facendo i nomi degli abusanti e denunciandoli alle autorità italiane.

    Significa ripercorrere fatti, anche del passato, ristabilire chiarezza e giustizia affinché parole come riconciliazione, elaborazione, perdono, riparazione non siano semplici gusci vuoti, bensì pratiche concrete, protocolli d’azione, educazione, formazione e supervisione. Tutto ciò non può accadere se prima non si attraversa il buio di quelle stanze dove padri confessori approfittano della fragilità di chi si rivolge a loro in cerca di conforto, ripagando la fiducia con il tradimento di quella stessa fiducia.

    Un trauma che solo la luce della verità può provare a riparare. Quel report chiamato “Cammino di verità”, costato dolore e angoscia alle vittime che hanno deciso di raccontare la loro storia e a chi le ha ascoltate, deve essere portato all’attenzione di tutti, divulgato tramite stampa e social media, o sarà l’ennesima prova che l’istituzione è più attenta alla propria tutela che a quella di persone irrimediabilmente ferite.

    La missione della Chiesa è essere un modello per la società, la Compagnia di Gesù potrebbe assumere un ruolo di primo piano nel combattere gli abusi, a cominciare dal suo interno.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/gesuiti-abusi-sessuali-coraggio-vittime-ambiguita-chiesa-annalisa-corrado-p8ma87ub

  • Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    VENOSTA. Gernot Paulmichl oggi ha 60 anni – una moglie e tre figli di 25, 23 e 16 anni – ma si è deciso a parlare degli abusi subiti da bambino solamente un anno fa dopo aver visto il film “(K)einen Ton sagen – Non più silenzio” proiettato in tante sale, compresa quella di Silandro.

    Nel documentario girato dal regista austriaco Georg Lembergh fra l’Alto Adige e il Tirolo del Nord quattro voci femminili vittime di abusi sessuali confessano le pressioni subìte per non parlare. A quel punto anche Gernot ha scelto di uscire allo scoperto: «Sono stato invitato da una conoscente che faceva la co-protagonista e ho deciso, dopo tanti anni, di raccontare quello che mi era successo in Parrocchia». Il primo media a rendere pubblica la sua storia è stato il “Vinschgerwind” con Magdalena Dietl Sapelza ma oggi Gernot l’ha ripetuta anche a noi.

    Quanti anni aveva?

    Tutto è accaduto quando avevo dai 6 agli 8 anni. Venni invitato ad andare in canonica per confessarmi. La confessione si trasformò in un abuso sessuale da parte del parroco con la motivazione che avevo un’anima nera, che ero posseduto da spiriti maligni e dovevo essere purificato. Ci fu anche un esorcismo e venni invitato a non dirlo a nessuno.

    E a casa sapeva di non poter dire niente, sebbene lei fosse la vittima..

    Sì, mi sentivo in colpa, ero impotente e rimasi in silenzio, anche perché sapevo che mio padre non tollerava alcuna contraddizione, tantomeno quando si trattava di preti. Provai a parlarne con una zia ma mi fermò con uno schiaffo. In quel periodo venni invitato a confessarmi circa 50 volte. Non ero l’unico vittima di abusi, il prete poi fu allontanato ma non ebbe conseguenze.

    Il problema fu, poi, che lo incontrò più avanti anche in val Pusteria. Giusto?

    Sì, ero andato a Sesto a lavorare in un albergo per guadagnarmi i primi soldi da studente. Il prete mi cercò con insistenza temendo che potessi parlare degli abusi.Poi fece il servizio militare nei paracadutisti a Pisa.

    E cosa accadde?

    Quel prete arrivò anche a scrivere al cappellano militare. Quest’ultimo entrò nella mia stanza e mi mostrò una lettera del mio ex aguzzino, in cui quest’ultimo scriveva che ero un’anima malvagia, non degna di guidare un gruppo di 12 persone.

    A quel punto lei fu spedito in Libia. Perché?

    Mi chiesero ancora prestazioni sessuali ma rifiutai inorridito. Poi venni spedito in Libia come ritorsione. In Nord Africa dovevamo liberare il deposito di petrolio di Gheddafi vicino a Tripoli, occupato dai ribelli. Due membri del mio gruppo – un giardiniere e un gelataio – persero anche la vita e questo causò altro dolore.

    Poi, una volta a casa, cercò di condurre una vita normale. Come?

    Sì, ho gestito un negozio di souvenir a Solda, mi sono formato come massaggiatore sportivo, mi sono sposato e sono diventato padre di tre figli. In quegli anni ho cercato di evitare la chiesa il più possibile.

    Però alla distanza è venuto fuori tutto e lei ha iniziato ad attraversare una crisi profonda. È esatto?

    Sì, un giorno tutto mi è crollato addosso. Pensavo di non farcela e sono sprofondato in una depressione profonda. Ho iniziato a bere e non riuscivo più gestire la quotidianità.

    Per curarsi è stato nel centro specializzato di Bad Bachgart. È corretto?

    Sì, la prima volta nel 2002 e l’ultima a ottobre-novembre 2025. In totale ci sono stato cinque volte per un totale di quasi un anno di permanenza. Ma all’inizio di questo percorso ho comunque taciuto gli abusi subìti.

    Lei ha cercato di reprimere a lungo i suoi ricordi che sono venuti fuori solo di recente, a Bad Bachgart. Grazie a chi?

    Sì, il mio psicoterapeuta Eduard Senoner è riuscito a incoraggiarmi e a farmi dire ciò che avevo nascosto per decenni. Ora anche mia moglie e i figli sono al corrente della situazione e questo mi fa sentire meglio. Non sto benissimo di salute e ho dovuto smettere di lavorare presto.

    C’è una cosa che l’ha aiutata soprattutto negli ultimi anni?

    Sì, mi sono dedicato alla filosofia. Forse anche per questo ho una piccola richiesta per i sacerdoti altoatesini.

    Quale?

    Vorrei confrontarmi faccia a faccia con loro sull’aldilà, sul posto in cui l’anima vive dopo la morte.

    https://www.altoadige.it/cronaca/gernot-paulmichl-ho-sub%C3%ACto-abusi-in-parrocchia-gi%C3%A0-da-piccolo-1.4289738

  • Sacerdote pedofilo in processione coi bambini: è scontro sul ritorno di don Mottola, condannato per abusi su minore

    Sacerdote pedofilo in processione coi bambini: è scontro sul ritorno di don Mottola, condannato per abusi su minore

    È aspra polemica nella diocesi di Aversa per il “reintegro” del sacerdote don Michele Mottola, condannato per violenze sessuali nei confronti di una bambina di 11 anni a Trentola Ducenta. Il vescovo monsignor Angelo Spinillo ha acconsentito, infatti, a che don Michele sfilasse al suo fianco nel corso della processione di Santo Stefano Protomartire a Qualiano subito dopo Natale, accanto ad altri preti e a molti bambini che fungevano da ministranti e, nei giorni seguenti, alla celebrazione della chiusura del Giubileo nella cattedrale.

    «Lasciami stare, non mi devi più toccare» o «è solo un gioco, non facciamo niente di male»: queste le frasi che don Mottola aveva rivolto alla bambina e che erano emerse grazie ad una serie di servizi televisivi de ‘Le Iene’. Don Mottola fu quindi arrestato per ordine della Procura di Napoli Nord e sospeso dalla diocesi di Aversa. Ci fu il processo e la sentenza: condanna di 9 anni in primo grado, che il sacerdote ha interamente scontato.

    C’è chi, come l’avvocato Sergio Cavaliere, da anni impegnato in una battaglia per far emergere le responsabilità della Chiesa campana contro i preti pedofili, tuona allo scandalo, ritenendo “vergognoso che ad un sacerdote condannato per pedofilia sia consentito di continuare ad esercitare, partecipando anche a pubbliche processioni accanto ai bambini”.

    Già nel 2019, don Mottola era riapparso in pubblico ed anche allora era scoppiate le proteste. Probabilmente in diocesi si pensava che il tempo avesse attenuato lo sdegno ed il dolore delle vittime, ma evidentemente non è così. Monsignor Spinillo si è, quindi affrettato ad emettere un comunicato stampa in cui ha confermato che a don Mottola è stata concessa “una deroga eccezionale” per partecipare alla processione “nella prospettiva di quella speranza cristiana di penitenza e redenzione”.

    Spinillo ha anche ricordato come don Mottola abbia «espiato le pene che gli sono state comminate dal Tribunale Statale e dal Tribunale Ecclesiastico» e che, comunque, sia ancora colpito da una serie di restrizioni. Inoltre il vescovo ha assicurato che «in nessun modo viene meno l’attenzione su eventuali abusi che potessero essere commessi da qualunque altro», all’interno della diocesi di Aversa.

    Monsignor Spinillo compirà 75 anni il prossimo primo maggio e, per prassi, dovrà presentare le proprie dimissioni dalla guida della diocesi di Aversa a papa Leone XIV. Negli scorsi anni papa Francesco aveva concesso numerose deroghe per ulteriori due anni a vescovi italiani, ma di certo il clamore su abusi sessuali potrebbe spingere il pontefice a cogliere la palla al balzo congedando nei termini il vescovo aversano.

    https://www.fanpage.it/napoli/sacerdote-pedofilo-in-processione-coi-bambini-e-scontro-sul-ritorno-di-don-mottola-condannato-per-abusi-su-minore/

  • Sacerdote condannato per abusi alle celebrazioni per la fine del Giubileo: “Ha espiato le sue pene”

    Sacerdote condannato per abusi alle celebrazioni per la fine del Giubileo: “Ha espiato le sue pene”

    Una deroga eccezionale “nella prospettiva di quella speranza cristiana di penitenza e redenzione”. E’ quella concessa a don Michele Mottola, il sacerdote condannato per abusi su una ragazzina minorenne che frequentava la sua chiesa a Trentola Ducenta, che ha partecipato alle celebrazioni per la chiusura dell’anno giubilare che si sono svolte nei giorni scorsi nella Chiesa Cattedrale di Aversa.

    La presenza di don Michele, che ha sfilato insieme ad altri presbiteri durante le celebrazioni in Cattedrale, non è passata inosservata finendo al centro delle polemiche a ridosso di Capodanno e animando il dibattito pubblico sui social. In tanti hanno espresso perplessità chiedendo una presa di posizione pubblica alla chiesa di Aversa. E la risposta non si è fatta attendere. Il vescovo Angelo Spinillo, in una nota, ha ribadito come “la denuncia di quanto, a suo tempo, era accaduto e di cui lo stesso Rev. Mottola si era pubblicamente accusato, avvenne per iniziativa della Diocesi”, si legge. La Diocesi precisa come il sacerdote abbia “espiato le pene che gli sono state comminate dal Tribunale Statale e dal Tribunale Ecclesiastico”.

    Attualmente, prosegue la Diocesi, “il Rev. Mottola è soggetto ad una serie di restrizioni che precludono chiaramente la sua partecipazione al ministero ecclesiastico, come anche ad eventi pubblici. Nel giorno della conclusione del Giubileo, come in qualche altra eccezionale occasione precedente, il Vescovo ha ritenuto opportuno, nella prospettiva di quella speranza cristiana di penitenza e di redenzione, che in altra forma è contemplata anche negli articoli della Costituzione della Repubblica, permettere al Rev. Mottola di partecipare alla celebrazione”.

    Un deroga “eccezionale”, dunque, che “non annulla le precedenti restrizioni comminate allo stesso per l’esercizio del ministero sacerdotale e la Diocesi di Aversa assicura che in nessun modo viene meno l’attenzione su eventuali abusi che potessero essere commessi da qualunque altro”, conclude.

    https://www.casertanews.it/attualita/prete-condannato-abusi-giubileo-diocesi-aversa.html

  • Don Michele Barone, va in carcere il prete-esorcista casertano dopo la condanna per violenza sessuale

    Don Michele Barone, va in carcere il prete-esorcista casertano dopo la condanna per violenza sessuale

    Problemi psichici curati con un esorcismo che, vista la condanna definitiva, andò ben oltre la pratica per contrastare il demonio. Da due giorni è in carcere per scontare una condanna definitiva a tredici anni e mezzo di reclusione don Michele Barone, il prete sospeso a divinis, che nel 2018 fu arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata e maltrattamenti in famiglia.
    Il sacerdote curava con l’esorcismo una ragazzina di 14 anni con problemi psichici. I fatti si verificarono a Casapesenna, in provincia di Caserta. Una vicenda giudiziaria complessa, che è giunta a conclusione in settimana con il pronunciamento della sesta sezione penale della Cassazione.

    Taormina: rispetto la sentenza ma non la condivido

    «La Corte Suprema ha stabilito che l’esorcismo è reato. Rispetto la sentenza ma non la posso condividere» ha commentato l’avvocato Carlo Taormina, che difendeva l’ex sacerdote casertano, che tra i suoi fedeli e amici aveva molti vip, tra cui Luciano Moggi e la moglie, Fabio Capello, Claudia Koll e Sara Tommasi.
    Con don Barone, sono stati condannati in via definitiva a tre anni di reclusione anche i genitori della ragazzina che, nel corso delle sedute di esorcismo, avrebbe subito abusi, violenze e lesioni.

    Pena superiore alla condanna di primo grado

    In primo grado, la pena inflitta dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere fu di dodici anni, poiché i giudici non ritennero che le prove fossero sufficienti per l’accusa di abusi sessuali commessi anche nei confronti di due vittime adulte.
    A denunciare i fatti fu la sorella maggiore della vittima, che si accorse che quelle sedute esorcistiche fossero ben altra cosa e non avrebbero salvato la 14enne che i genitori ritenevano posseduta dal demonio.
    Dopo i fatti, don Barone fu sospeso a divinis dal vescovo di Aversa e rimosso da Papa Francesco, mentre l’Associazione Internazionale Esorcisti precisò che il sacerdote casertano praticava esorcismi senza alcun mandato e senza alcuna autorizzazione.
    «Il sacerdote in questione – scrisse l’associazione esorcisti – non è mai stato istituito esorcista da alcun Ordinario (Vescovo diocesano) a norma del can. 1172 del Codice di Diritto Canonico né ad alcun titolo è mai stato membro dell’Associazione Internazionale Esorcisti».

    «Legge contro l’esorcismo ma il Vaticano lo contempla»

    «A via Della Conciliazione – ha sottolineato l’avvocato Taormina – c‘è un palazzo intero in cui il Vaticano ancora oggi insegna le pratiche dell’esorcismo. Non è solo una questione tra diritto canonico e diritto penale italiano, ma una vicenda ben più ampia».
    Secondo il legale, c’è chi accetta l’intervento dell’esorcista «come si accetta che un chirurgo possa operare per curarci, ma mettendo a rischio la nostra vita. I giudici del merito hanno ritenuto vietati tutti i trattamenti esorcistici, configurando violenze e maltrattamenti a carico di genitori di una minore che, dopo aver tentato di far guarire la figlia minore con la medicina ufficiale, si erano rivolti ad un sacerdote abilitato all’esercizio degli esorcismi e accreditato dal vescovo della Diocesi e dall’esorcista ufficiale». Dopo il sigillo della Cassazione, don Michele Barone è stato arrestato e trasferito in carcere, prima a Santa Maria Capua Vetere in appoggio, poi a Vallo della Lucania, dove sconterà il residuo della pesante pena inflitta.

    https://napoli.corriere.it/notizie/cronaca/25_dicembre_06/don-michele-barone-va-in-carcere-il-prete-esorcista-casertano-dopo-la-condanna-per-violenza-sessuale-e-maltrattamenti-88c1a413-e4a3-4b34-b7f6-660b0b65dxlk.shtml

  • La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    La Rete l’abuso sulla pedofilia nella Chiesa: “Solo nel 2025 si sono già verificati dieci casi”

    ROMA – Le porte di San Pietro si sono chiuse e il mondo è rimasto con il fiato sospeso nell’attesa di una fumata bianca. All’indomani dell’inizio del conclave del post Francesco, sono tanti gli interrogativi di fedeli e non. Tra i tanti dossier lasciati aperti, c’è quello sulla pedofilia nella Chiesa cattolica su cui poco si è parlato durante il pre conclave. Dossier messo, per l’ennesima volta, sotto i riflettori in Italia dall’associazione Rete L’Abuso che, alla vigilia del processo elettivo più antico del mondo, ha tenuto una conferenza stampa a Roma per dare voce ai sopravvissuti agli abusi del clero e alle loro famiglie.

    “Sono la mamma di Eva Sacconago, che ci ha salutati per sempre nel 2011 a causa di quello che le ha fatto vivere l’ex suora Mariangela Faret. Confermata dalla Cassazione la condanna di tre anni e sei mesi per abusi sessuali. Stalking e violenze private andati prescritti”. “Sono il papà di Eva Sacconago. Papa Ratzinger ricevette lettere sull’orribile caso di mia figlia e, durante gli anni del processo, anche papa Francesco ebbe modo di seguire la vicenda su quotidiani e tv ma nessuno ci contattò”.

    “Mio figlio è stato molestato da Don Vincenzo Cala Impirotta, il quale, dopo la condanna in primo e in secondo grado e motivazioni confermate in Cassazione, si è salvato grazie alla prescrizione del reato. Il prete non è mai stato ridotto allo stato laicale, noi siamo stati additati come calunniatori. Il vescovo, nonostante dichiarazioni pubbliche di vicinanza alla vittima, ha permesso che si facesse una fiaccolata in favore dello stesso prete”.

    “Sono la mamma della vittima di don Mauro Galli. La diocesi ha deciso di difendere il prete mettendo in campo otto avvocati. Unica arma: screditare la vittima. Nel frattempo, nonostante la congregazione per la dottrina della fede avesse tutta la documentazione e le prove che Monsignor Delpini avesse insabbiato tutto, Papa Francesco ha nominato Delpini arcivescovo di Milano”.

    “Sono il papà della vittima di Livio Graziano. Nonostante all’epoca fosse ai domiciliari stalkerava mio figlio sui social. Quando mi sono rivolto al vescovo di Aversa, che ha avuto un colloquio con Zuppi, sono stato tacciato di essere un rompi coglioni”.

    Queste sono solo alcune delle testimonianze dei familiari delle vittime diffuse martedì scorso dall’associazione dei sopravvissuti italiani. Testimonianze che chiamano in causa la gestione del fenomeno da parte della Chiesa. “Le lamentele delle famiglie – ha spiegato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso – vanno a pesare tutte sul Papa, ma ricordiamo che il Papa può fare le leggi solo per lo stato Vaticano”. Puntualizzazione che si riferisce all’emanazione, da parte di Papa Francesco, del Motu Proprio del 2019 in materia di violenze sessuali su minori. Uno degli ultimi articoli del documento, infatti, osserva: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali. In Francia, le conferenze episcopali hanno percepito, con il peso delle leggi dello stato, queste linee guida in un certo modo. In Italia no. Abbiamo incontrato diverse volte il presidente della Cei Zuppi, il quale ha detto che lo Stato non impone l’obbligo della denuncia, quindi ‘perché denunciare i preti segnalati presso gli sportelli diocesani?’”

    Il mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia

    Per capire il peso, da parte dello Stato italiano, del mancato allineamento al Motu proprio sulla pedofilia, è esemplare il caso di Don Ciro Panigara, sacerdote attualmente indagato a Brescia e già accusato di abusi 15 anni fa. Il religioso, era stato sospeso dalla Chiesa e, dopo presunte cure, è stato rimesso in parrocchia. Nello scorso dicembre, Don Ciro Panigara è stato indagato dalla procura perché ha abusato di altri minori.

    “Se ci fosse stato l’obbligo della denuncia – ha aggiunto Zanardi – questo prete avrebbe subito, oltre il processo canonico, anche un processo penale 15 anni fa. Non solo. Se la l’applicazione della carta di Lanzarote in Europa (che prevede anche il certificato di antipedofilia) fosse stata correttamente applicata in Italia senza sollevare tutto l’ambito del volontariato, Don Ciro Panigara sarebbe stato reintegrato come prete ma non a contatto con minori”.

    Pedofilia nella Chiesa, la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia

    Per far comprendere la gravità e l’estensione del fenomeno in Italia, La Rete L’abuso ha presentato il nuovo database che raccoglie tutti i casi censiti dall’associazione. Nel sistema informatico è presente anche l’annuario dei casi italiani che mostra l’andamento degli abusi dal 2000 ad oggi. Solo nel 2025, sono stati registrati dieci casi, “tutti riportati da notizie di cronaca”. L’ultima commissione indipendente di inchiesta in Europa che si è occupata del fenomeno è stata quella francese, che ha contato 3000 preti pedofili che hanno prodotto 330 mila vittime. “In Italia – ha dichiarato Zanardi – non abbiamo mai avuto una commissione indipendente ma dal censimento abbiamo 1.031 sacerdoti pedofili, che sono la punta dell’iceberg, che hanno prodotto 4.262 vittime. Poi abbiamo anche le suore, i catechisti, l’indotto laico, gli scout. In totale, abbiamo censito 1.149 offender che hanno abusato di 4.471 persone. Il dato grave – ha continuato – è che su 31 mila preti italiani sono emersi 1031 offender: un’incidenza del 3,33% che viene fuori spontaneamente da un censimento fatto dall’associazione dei sopravvissuti. Una commissione di inchiesta non so che dato tirerebbe fuori. Il Governo dovrebbe impegnarsi a farla”.

    L’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi

    Secondo l’associazione dei sopravvissuti italiani l’ordinamento italiano presenta degli importanti vuoti legislativi che, attualmente, non permettono alla giustizia di affrontare il drammatico fenomeno con strumenti adeguati. “Esistono due binari di giustizia – ha spiegato Zanardi -: quello ecclesiastico e quello umano. In Italia, manca la giustizia dell’uomo, quella di un legittimo Stato”. La Rete l’Abuso, richiede, in particolare, due interventi: l’introduzione dell’obbligo di denuncia per terzi che sono a conoscenza di reati perpetuati nei confronti di minori e l’applicazione della carta di Lanzarote agli ambienti del volontariato. Questa applicazione, consentirebbe, l’estensione del certificato anti pedofilia anche ai soggetti che agiscono non solo all’interno della Chiesa ma anche nelle associazioni sportive.

    “Io credo che chi succederà a Francesco – ha sottolineato Eleanna Parasiliti, avvocato dell’associazione che attualmente difende Antonio Messina nel processo contro Don Rugolo – debba assumersi l’obbligo di introdurre misure concrete che consentano la segnalazione all’autorità giudiziaria da parte dei prelati che si rendono responsabili di reati così gravi. L’assenza dell’obbligo di denuncia nel nostro sistema da parte dei sacerdoti e dei vescovi costituisce un grosso buco normativo”.

    https://qds.it/rete-labuso-pedofilia-chiesa-2025-gia-verificati-dieci-casi/

  • Terrificanti aggressioni e molestie sessuali lungo il Cammino di Santiago. Le pellegrine hanno rivelato: “Molti uomini si masturbano davanti a noi”

    Terrificanti aggressioni e molestie sessuali lungo il Cammino di Santiago. Le pellegrine hanno rivelato: “Molti uomini si masturbano davanti a noi”

    Il Cammino di Santiago è una delle esperienze fisiche e spirituali più importanti non solo per i cattolici, ma anche per chi vuole avventurarsi in un percorso lungo un sentiero che attraversa la natura. Ma non sempre tutto gira per il verso giusto. Il Guardian ha, infatti, raccolto la testimonianza di nove donne che hanno dichiarato di aver subito “terrificanti molestie” durante il tentativo di percorrere il cammino, In aree quasi deserte della Spagna del Portogallo e della Francia.

    Altre vittime hanno affermato di aver addirittura temuto per la propria vita. Sette pellegrine hanno dichiarato di aver incontrato uomini in Spagna e Portogallo che si masturbavano o si toccavano. Un uomo in particolare ha poi inseguito la pellegrina in fuga verso la campagna.

    Un’altra donna ha affermato di essersi difesa da assalti improvvisi a sfondo sessuale e commenti osceni da parte di diversi uomini, mentre un’altra ha affermato che un uomo si era fermato in un furgone mentre camminava e l’aveva esortata a salire con epiteti ingiuriosi.

    Lorena Gaibor, fondatrice di Camigas, un forum online che mette in contatto le pellegrine dal 2015, ha affermato che le segnalazioni sono scioccanti, ma non sorprendenti. “Le molestie sessuali sono previste sul Cammino. Sembrano siano molto comuni. Ogni anno riceviamo segnalazioni di donne che vivono le stesse cose”.

    Poi alcuni dati interessanti. Negli ultimi anni la popolarità dei vari percorsi di pellegrinaggio è aumentata vertiginosamente, in particolare tra le donne. L’anno scorso un record di 446.000 persone ha percorso il Cammino, il 53% delle quali donne. Pedro Blanco, rappresentante del governo centrale spagnolo in Galizia, ha dichiarato: “L’anno scorso più di 230.000 donne l’hanno fatto e molte di loro non hanno esitato a farlo da sole”, ha detto ai giornalisti. Insomma il fenomeno del pellegrinaggio non accenna a diminuire, nonostante i bruttissimi incidenti di percorso.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/11/12/cammino-di-santiago-pellegrinaggio-molestie-sessuali/7764654/

  • Abusi e violenza sessuale, invocata condanna choc per l’ex prete

    Abusi e violenza sessuale, invocata condanna choc per l’ex prete

    CASAPESENNA/MADDALONI. Si è tenuta ieri presso la Corte di Appello di Napoli la requisitoria del processo di secondo grado per Michele Barone, ex sacerdote della Diocesi di Aversa condannato in primo grado a dodici anni di reclusione per lesioni gravissime commesse nei confronti di una 13enne durante riti esorcistici.

    Il procuratore generale ha invocato 14 anni di reclusione per l’ex prete, difeso dall’avvocato Maurizio Zuccaro. Barone (libero dal 2021 dopo tre anni di detenzione) fu arrestato nel febbraio 2018 dalla Squadra Mobile di Caserta all’aeroporto napoletano di Capodichino, di ritorno da un viaggio religioso in Polonia, a Cracovia; era insieme ai genitori della minore di 13 anni, anch’essi arrestati.

    Dopo l’arresto, arrivò la sospensione del Vescovo di Aversa e infine la decisione di Papa Francesco di spogliare Barone dell’abito talare. Barone è rimasto in carcere fino al marzo del 2020, quindi è stato posto ai domiciliari, dove si trovata quando ha ricevuto la notizia della decisione dei giudici d’appello. Dal processo di primo grado è emerso che Barone e i genitori della 13enne – anch’essi condannati – credevano che quest’ultima fosse indemoniata, e così decisero di sottoporla a riti di esorcismo, che furono praticati dal prete allora in servizio al Tempio di Casapesenna, senza però alcuna autorizzazione.

    La Procura di Santa Maria Capua Vetere che coordinò l’indagine aveva contestato a Michele Barone, originario di Casapesenna, anche la violenza sessuale ai danni di due donne maggiorenni (i pm chiesero 22 anni), ma il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere lo ha assolto (sentenza del 7 febbraio 2020) da questa accusa condannandolo per le lesioni provocate alla piccola 13enne e per maltrattamenti. Nella requisitoria di secondo grado è stata invece chiesta la condanna anche per questo reato.

    Abusi e violenza sessuale, invocata condanna choc per l’ex prete

  • Aturo Borrelli – Napoli

    Aturo Borrelli – Napoli

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