Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: avvocato

  • L’abuso di potere nella Chiesa uccide

    L’abuso di potere nella Chiesa uccide

    DOC-3201. VERSAILLES-ADISTA. La notizia agghiacciante è del primo luglio: p. François de Foucauld, prete della diocesi di Versailles, si è tolto la vita, ultimo di una serie preoccupante di suicidi tra i preti. Nel dicembre dello scorso anno, aveva scritto un articolo sul quotidiano francese cattolico La Croix (/12) nel quale rimarcava l’importanza di ascoltare le vittime di abusi di potere nella Chiesa, e faceva appello a strategie per superarli, essendone lui stesso oggetto.

    Nei giorni immediatamente successivi, ha cominciato a comporsi il contesto del gesto. A descriverlo è, sul suo blog, il giornalista cattolico, già direttore della rivista Pèlerin, René Poujol (renepoujol.fr, 5/7), che conosceva bene il prete e ricostruisce la vicenda. Questi racconta come François, parroco di Bois d’Arcy dal 2014, su sollecitazione del vescovo mons. Éric Aumonier avesse avviato iniziative per rivitalizzare e rianimare la pastorale e, in generale, la vita sociale della parrocchia. In mezzo al plauso e alla soddisfazione dei parrocchiani, a partire dal 2018 la gelosia e le invidie di un esiguo drappello di persone resero impossibile la vita al parroco, facendo partire una macchina del fango contro De Foucauld, con lettere anonime inviate al vescovo. I vari tentativi di mediazione non hanno portato a nulla, finché François non avviò uno sciopero della fame chiedendo un audit per chiarire le disfunzioni nel Bois d’Arcy e nella curia diocesana. Nell’audit, della primavera 2021, vengono presentate gravi accuse di tipo finanziario contro il parroco e la sua équipe senza fornire alcuna prova e sulla base di denunce anonime. Un audit le cui carte mons. Luc Crépy, presidente della “Cellula permanente di lotta contro la pedofilia” della Conferenza episcopale francese, nel frattempo succeduto a Aumonier alla guida della diocesi, vorrebbe semplicemente distruggere.

    Dal settembre 2021 senza più incarico pastorale, il 2 dicembre François scrive un commento sul quotidiano La Croix, in cui afferma che occorre combattere l’abuso di potere nella Chiesa e i meccanismi messi in atto per screditare le vittime: «La prima fase dell’abuso di potere nella Chiesa consiste nel fare paura. Si fa passare la vittima per una persona fragile, la si accusa di disturbi mentali. Queste accuse, per l’emozione che suscitano, esentano la gerarchia della Chiesa come i parenti delle vittime da qualsiasi valutazione oggettiva di questi presunti disordini. La seconda fase è quindi facile: la vittima ha lasciato il cerchio della ragione e il suo entourage è anestetizzato; il vescovo e il suo consiglio possono quindi procedere senza controlli a tutte le decisioni che lo riguardano. Non è più una persona gentile o retta. Diventa solo una cosa, un file da sistemare». François denuncia il clima di silenzio e segretezza: «È dunque urgente – scrive su La Croix – che i pastori e i fedeli comincino a prendere sul serio i testimoni degli abusi di potere nella Chiesa. Allora potremo discernere gradualmente insieme le regole chiare e pacifiche del governo in seno alla Chiesa. È proprio il dibattito contraddittorio che deve essere inciso nel marmo delle nostre responsabilità pastorali, che siamo vescovi, preti o responsabili laici».

    François minaccia di portare il caso a Roma. Il 3 marzo 2022 Crépy finalmente accetta una mediazione giudiziale con un avvocato, nella quale si negozia la stesura di una lettera, alla quale dà il suo consenso l’11 aprile, nella quale riconosce che «le affermazioni sul sacerdote non sono suffragate da alcuna prova» e «sono infondate»; e che «l’audit ha seguito una metodologia particolarmente discutibile e non etica». Sembra la fine dellincubo per François, al quale però viene chiesto di attendere un mese per la pubblicazione. Il 13 maggio, il voltafaccia senza spiegazioni di Crepy: non sarà avviata «nessuna forma di procedimento contenzioso, prima di ogni grado, contro nessuno». La lettera che rende giustizia a François non sarà resa pubblica. Il resto è noto.

    Di seguito alcuni testi circolati in occasione della morte di p. François: oltre allo scritto di Poujol, il testo dell’amico Nicolas Jourdier, la “lettera postuma” della cattolica Véronique Belen, sul suo blog Histoire d’une foi (in una traduzione dal francese di Renata Patti), il ricordo del sindaco di Bois D’Arcy Philippe Benassaya, con cui aveva condiviso alcuni progetti.

    https://www.adista.it/articolo/68354

  • Enna, storia del prete pedofilo tenuto coperto da due vescovi

    Enna, storia del prete pedofilo tenuto coperto da due vescovi

    Tratto da DOMANI – di Federica Tourn

    • Don Giuseppe Rugolo è stato arrestato il 27 aprile 2021 e il processo a suo carico si è aperto a Enna il 7 ottobre scorso. A porte chiuse. La prossima udienza sarà il 7 luglio. È accusato di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.
    • Soltanto nel 2016 il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima. E decide di spedire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia.
    • Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!».

    A novembre 2018 a Enna è tutto pronto per il solenne insediamento nella chiesa di San Cataldo. Ma qualcosa manda a monte la festa per il nuovo parroco Giuseppe Rugolo: la presa di possesso avviene in sordina per decisione del vescovo e don Giuseppe per il dispiacere finisce addirittura in ospedale.

    Quello che sembra soltanto un intoppo nella brillante carriera di un prete molto popolare, leader indiscusso di un gruppo giovanile che conta più di duecento ragazzi, è invece il preludio di uno scandalo che culminerà più di due anni dopo nell’accusa di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.

    A denunciare è un giovane, Antonio Messina, all’epoca dei primi abusi appena sedicenne; durante l’inchiesta vengono individuati altri due minorenni vittime del prete. La gip Luisa Maria Bruno dispone gli arresti domiciliari per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata».

    UN LEADER PER I GIOVANI

    Nell’estate del 2009 don Giuseppe ha ventotto anni, è ancora seminarista e si occupa della pastorale giovanile. Antonio Messina invece è uno degli animatori del gruppo estivo di cui Rugolo è responsabile; vorrebbe entrare in seminario ma è in una fase di confusione sulla sua identità sessuale.

    Ne ha parlato proprio con don Giuseppe che con il suo modo di fare incoraggia le confidenze dei ragazzi. Secondo quanto racconta Antonio, Rugolo approfitta di un momento in cui sono soli per costringerlo a masturbarlo: «Non c’è niente di male», gli avrebbe detto il prete per calmarlo, lo stava solo aiutando «a comprendere le sue inclinazioni». Gli approcci vanno avanti fino al 2013, quattro anni in cui il ragazzo subisce una vera persecuzione, braccato in chiesa e controllato al telefono, blandito in privato e umiliato davanti a tutti se cerca di prendere le distanze.

    Quando Antonio instaura una relazione con un suo coetaneo, don Rugolo si oppone dicendo che commette peccato perché deve fare sesso solo con lui. Spaventato, soggiogato dalla personalità manipolatrice del prete, il ragazzo viene aggredito in canonica, in sagrestia, dietro l’altare prima della messa: «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti.

    Dopo Messina, il prete continua la caccia. Nel 2015 fonda l’associazione giovanile 360, nuovo bacino di pesca per le sue conquiste: sceglie cinque o sei ragazzi, il suo “cerchio magico”, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini e “ti amo”, “notte principessa mia”, “amore mio”.

    Il ritratto di Rugolo che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare è di una “prima donna”: egocentrico e permaloso, distribuisce favori e punizioni a seconda dell’umore. Anna (nome di fantasia), parrocchiana sua coetanea, ricorda: «Lo trovavi nei locali a tutte le ore, beveva e fumava canne coi ragazzi, li apostrofava con “ciao puttanella, ciao coglioncello”, li chiamava al telefono per chiedergli di raggiungerlo in piena notte. Un megalomane».

    UNA FRENESIA MAI NASCOSTA

    Rugolo non era discreto nella sua frenesia, ma le autorità ecclesiastiche sembravano non accorgersene, anche se il vizio di don Giuseppe era noto.

    Nel 2014 Messina si era deciso a raccontare tutto al parroco che lo aveva visto crescere, Pietro Spina, che non gli aveva creduto.

    L’anno successivo si era confidato con l’attuale vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico Vincenzo Murgano il quale gli aveva consigliato di non denunciare l’accaduto e tirare avanti senza nemmeno avvertire il vescovo. Soltanto nel 2016 il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, finalmente avvertito da un altro parroco, convoca Rugolo che però in un primo tempo nega. Gisana temporeggia, in attesa di parlare con Messina: incontro che si concretizza dopo altri due anni.

    Di fronte al racconto della vittima, che dichiara di aver subito violenze fisiche e psicologiche, il vescovo richiama il prete che, proprio alla vigilia del suo ingresso ufficiale in San Cataldo, «dopo pianti e disperazione», ammette (almeno in parte) l’abuso.

    La reazione del vescovo di fronte all’evidenza rappresenta bene l’atteggiamento della Chiesa: innanzitutto il silenzio. Da un lato avvia l’indagine sulla condotta del prete, dall’altro offre alla famiglia del ragazzo 25 mila euro purché non risulti da nessuna parte che si tratta di un risarcimento per un abuso sessuale.

    «Dovevano essere in contanti, il vescovo disse ai miei genitori che li avrebbe presi dai fondi della Caritas», dice Messina. «Mi chiesero di firmare una clausola extragiudiziale di riservatezza in cui, in cambio di questa somma, io mi impegnavo a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo. Ho avuto la sensazione di essere comprato». «Il riserbo era una richiesta della famiglia – dichiara invece l’avvocato della curia vescovile Gabriele Cantaro – Non è stata fatta alcuna offerta di denaro con l’intento di comprare il silenzio della parte offesa.

    Anzi, la trattativa parte proprio dalla famiglia, in un primo momento come sostegno per le spese sostenute e poi a titolo risarcitorio». L’accordo economico in ogni caso non si conclude e Antonio non viene nemmeno informato sull’esito dell’inchiesta ecclesiastica, un nulla di fatto.

    A FERRARA “PER CURARSI”

    Intanto Gisana decide di mandare il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Oggi il vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego (presidente della commissione CEI per le migrazioni e della Fondazione Migrantes) sostiene che la permanenza del prete ennese «è stata concordata con la finalità del completamento degli studi presso l’ateneo di Padova».

    Perego sapeva che Rugolo aveva precedenti pedofili? «Ero stato informato dal vescovo Gisana di un procedimento a carico di don Giuseppe per un episodio precedente la sua ordinazione, ma mi mostrò che tale vicenda era già stata valutata dalla Congregazione della Dottrina della Fede, e che non costituiva assolutamente una limitazione alla sua presenza da noi». Infatti Rugolo, nella parrocchia di Vigarano Mainarda in provincia di Ferrara, nell’estate 2020 organizza addirittura un campo per adolescenti.

    Il suo cuore però è rimasto ad Enna, dove continua a seguire i “suoi” ragazzi e ogni tanto compare senza avvertire il vescovo: «Nell’estate del 2020 ha addirittura celebrato un matrimonio – ricorda Anna – lo si vedeva girare in centro, prendeva l’aperitivo con i ragazzi con un atteggiamento strafottente».

    Lo confermano gli stralci delle intercettazioni citate nell’ordinanza di custodia cautelare: Rugolo si sente punito ingiustamente e fa pressioni sulla curia per tornare a casa. «Io voglio fare il Grest con i ragazzi! Perché sennò li perdo tutti questi ragazzi!», si lamenta con padre Spina a gennaio 2021, salvo disperarsi giorni dopo quando sui social si diffonde la notizia che un prete di Enna è stato denunciato per abusi: Messina, infatti, dopo aver scritto invano anche al papa, si è rivolto alla polizia.

    IL VESCOVO INTERCETTATO

    Se Rugolo piange, monsignor Gisana certo non ride. In un’intercettazione pubblicata integralmente dal Mattino, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Ma i fedeli firmano petizioni di solidarietà per il prete pedofilo e il vescovo che lo protegge, solidali con dei sacerdoti attenti a coprirsi le spalle l’un l’altro, e pazienza se a venire sacrificati sono i ragazzini. Significativo il commento del vicario generale don Antonino Rivoli che, interrogato dagli inquirenti, ammette: «Nessuno di noi pensò di dover informare l’autorità giudiziaria dato che gli abusi erano stati commessi su un minore».

    Giuseppe Rugolo è stato arrestato il 27 aprile 2021 e il processo a suo carico si è aperto a Enna il 7 ottobre scorso. A porte chiuse. La prossima udienza sarà il 7 luglio. Nel frattempo gli sono stati revocati gli arresti domiciliari. Nell’ordinanza si legge che in Emilia ha avuto rapporti con due diciannovenni del luogo e incontrato in un albergo di Ravenna un suo ex allievo di Enna. Dall’analisi del suo pc sono emersi innumerevoli download di foto di uomini nudi; fra marzo 2020 e gennaio 2021 si sono registrati accessi a siti porno con la chiave di ricerca “teen” a qualsiasi ora, con una media di almeno 60 al giorno.

    Per il vescovo Perego «durante il periodo trascorso in arcidiocesi, non è accaduto nulla di mia conoscenza che facesse dubitare della sua condotta sacerdotale». Don Murgano, il prete che aveva suggerito ad Antonio di dimenticare la violenza, è dal 2019 referente del servizio per la tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina.

    (continua)

    https://www.editorialedomani.it/fatti/enna-storia-del-prete-pedofilo-tenuto-coperto-da-due-vescovi-qoptv5e7


    CONTRIBUISCI A REALIZZARE QUESTE INCHIESTE

    Parte la nuova sottoscrizione dei lettori di Domani per finanziare il lavoro di inchiesta dei giornalisti freelance. Tutto è cominciato il 21 luglio 2020 quando una cinquantina di eroici abbonati “sulla fiducia” si sono riuniti su Zoom per giudicare nove progetti di inchiesta sui temi ambientali e scegliere quelli da proporre per il crowdfunding. Abbiamo ripetuto l’esperimento per i temi ambiente, covid, lavoro e disuguaglianza. Stavolta vi presentiamo 3 grandi temi che vorremmo sviluppare:

    https://www.editorialedomani.it/progetti-adb2aq17

     

  • Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Lo sforzo di educare i sacerdoti cattolici su cosa fare quando sono accusati di abusi attira critiche

    Una nuova iniziativa di un gruppo che rappresenta i sacerdoti cattolici statunitensi per informare i religiosi dei loro diritti canonici quando sono accusati di cattiva condotta, compresi gli abusi sessuali, sta attirando le critiche dei sostenitori dei sopravvissuti, che affermano che potrebbe aiutare a mettere i sacerdoti accusati in una luce eccessivamente comprensiva.

    Ma il clero dietro lo sforzo dell’Associazione dei Preti Cattolici degli Stati Uniti , o AUSCP, sostiene che sia necessario. Negli ultimi 20 anni, dicono, i leader diocesani non hanno rispettato i diritti dei sacerdoti secondo il diritto canonico, in alcuni casi permettendo ai chierici accusati di languire nel “limbo” amministrativo per diversi anni mentre le autorità civili e ecclesiastiche indagano sulle accuse mosse contro di loro.

    “E in così tanti casi è praticamente impossibile provare la loro innocenza, perché è piuttosto difficile dimostrare un negativo”, ha detto p. Mike Sullivan, un parroco del Minnesota, avvocato canonico e membro del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione, ha detto a NCR.

    Quel gruppo di lavoro, dopo quasi due anni di consultazioni con vescovi, canonisti e sacerdoti, ha elaborato un documento che delinea i diritti dei membri del clero ai sensi del Codice di diritto canonico quando sono accusati di illeciti, compreso l’abuso sessuale.

    L’associazione sta inviando quel documento, e una carta formato portafoglio di accompagnamento, agli oltre 30.000 sacerdoti diocesani e religiosi del Paese che sono elencati nell’elenco ufficiale cattolico .

    “Non prendiamo posizione sul fatto che qualcuno sia colpevole o non colpevole. Stiamo dicendo che c’è un giusto processo, ecco di cosa si tratta e ti aiuteremo ad accedervi se non riceverai quell’aiuto dalla tua diocesi”, disse p. Stephen Newton, un sacerdote della Santa Croce che serve come direttore esecutivo dell’associazione.

    Ma mentre sono d’accordo sull’importanza di un giusto processo, i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e i loro sostenitori esprimono preoccupazione per il fatto che porre troppa enfasi sulla difficile situazione dei sacerdoti accusati rischi di tornare ai giorni in cui la chiesa licenziava regolarmente le vittime e proteggeva i sacerdoti che le abusavano.

    «Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini. Il problema è che non tutte le accuse sono vere.’
    —Nicola Cafardi

    “Capisco l’angoscia dei sacerdoti

     che vengono ingiustamente accusati e strappati fuori da una parrocchia senza alcuna spiegazione. Ma per tutta quell’angoscia che provano, è minore rispetto al dolore, alla perdita e al tradimento vissuti dai sopravvissuti, dalle loro famiglie e le loro comunità parrocchiali”, ha affermato Donna Doucette, direttrice esecutiva del gruppo di riforma Voice of the Faithful, fondato a Boston dopo la denuncia nel 2002 di abusi e insabbiamenti in quell’arcidiocesi.

    Michael McDonnell, un portavoce del Survivors Network of those Abuded by Priests, ha citato una ricerca che, secondo lui, sottolinea la realtà che i ranghi dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero superano quelli dei preti falsamente accusati “di un ordine di grandezza”.

    “Riconosciamo che chiunque sia accusato di un crimine in America ha diritto a un giusto processo”, ha detto McDonnell a NCR. “Riaffermiamo inoltre che crediamo ai sopravvissuti e sosterremo coloro che si fanno avanti con accuse di abusi poiché, molto probabilmente, le loro storie sono vere”.

    I sacerdoti affiliati all’AUSCP hanno detto a NCR che non stanno cercando di distogliere l’attenzione dai sopravvissuti o di ostacolare le indagini sugli abusi sessuali da parte del clero. Hanno affermato che i sacerdoti condannati per aver abusato di bambini e adulti vulnerabili dovrebbero essere ritenuti responsabili dei loro crimini.

    “Non cerco di far assolre i preti colpevoli, non è il mio lavoro”, ha detto Sullivan, uno dei fondatori di Justice for Priests and Deacons , un’organizzazione con sede a Las Vegas che fornisce consulenza ai membri del clero sui loro diritti canonici.

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”.
    —Terence McKiernan

    Sullivan e altri leader dell’associazione hanno affermato che il clero accusato ha ancora diritti ai sensi del diritto canonico e hanno suggerito che i leader della chiesa hanno spesso ignorato tali diritti, soprattutto nei 20 anni da quando i vescovi statunitensi hanno adottato la Carta per la protezione dei bambini e dei giovani a giugno 2002.

    “Forse il pendolo è andato troppo oltre”, ha detto p. Ed Palumbos, sacerdote della diocesi di Rochester, New York, che serve come presidente del gruppo di lavoro di sostegno reciproco dell’associazione. Palumbos ha affermato di credere che la Chiesa cattolica negli Stati Uniti sia nel mezzo di una “correzione del corso” nel modo in cui giudica i casi di abusi sessuali da parte del clero.

    “Quello che troviamo è che quando i ragazzi vengono accusati, falsamente o in altro modo, vengono immediatamente chiamati nell’ufficio della cancelleria, ed è quasi una situazione in cui sei colpevole fino a prova contraria, che è l’esatto opposto di ciò che è giusto e giusto”, Palumbos detto a NCR.

    Nicholas Cafardi , un avvocato civile e canonico non affiliato all’AUSCP, ha detto a NCR di vedere l’iniziativa come “un tentativo di riportare il pendolo un po’ più verso il centro, dove dovrebbe essere”.

    “Il problema è che i sacerdoti vengono chiamati in cancelleria non appena [un’accusa] arriva e prima che ci sia stato qualsiasi tipo di indagine preliminare. Tecnicamente, questo non dovrebbe accadere. L’indagine dovrebbe essere svolta prima di agire contro il sacerdote “, ha detto Cafardi, che ha suggerito che i vescovi cattolici statunitensi oggi “sono estremamente spaventati”.

    “Nessun vescovo vuole mantenere in carica qualcuno che si rivela essere un abusatore di bambini”, ha detto. “Il problema è che non tutte le accuse sono vere”.

    Il fatto che il gruppo parli a favore dei diritti canonici del clero accusato di abusi sessuali presenta alcuni punti di tensione unici per un’organizzazione cattolica che è relativamente progressista e ha collaborato con i gruppi di sopravvissuti del clero per sostenere la responsabilità nella chiesa.

    “Molti [membri dell’associazione] sono membri della nostra organizzazione. Abbiamo un ottimo rapporto”, ha affermato Doucette, che ha notato che Voice of the Faithful e l’associazione hanno pubblicato congiuntamente un white paper del 2019 sul clericalismo. Ha detto a NCR che i gruppi hanno lavorato insieme per raccogliere contributi durante il Sinodo dei Vescovi sulla famiglia nel 2014 e che hanno collaborato a iniziative relative al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica.

    Doucette ha detto che Voice of the Faithful non è coinvolta nel progetto per i diritti dei sacerdoti dell’AUSCP. Doucette ha aggiunto che, come ha fatto in passato, quest’anno ha partecipato all’assemblea annuale dell’AUSCP . Si è tenuto dal 20 al 23 giugno a Linthicum, nel Maryland, e ha visto gli interventi principali di due vescovi: Lexington, il vescovo del Kentucky John Stowe e il cardinale Peter Turkson, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali del Vaticano.

    “Penso che la paura tra il clero sia che alla gerarchia non importi se l’hanno fatto o meno”, ha detto Doucette. “[I vescovi] vogliono solo che se ne vada e il prete verrà calpestato nel processo. È un problema e penso che tu debba guardare ogni caso. Non c’è una risposta facile a questo”.

    Newton, il direttore esecutivo dell’associazione, ha detto a NCR che l’iniziativa del gruppo ha lo scopo di informare i sacerdoti dei loro diritti canonici. Ha detto che l’associazione sosterrà i membri del clero che si sentono disorientati e isolati quando accusati di aver commesso un errore.

    “Possiamo riferire [preti accusati] ad avvocati canonici. Possiamo anche indirizzarli ad avvocati civili se è appropriato”, ha detto Newton. “Non ci coinvolgiamo affatto come associazione nel caso del sacerdote, in un modo o nell’altro. Ma vogliamo che la persona sappia cosa può fare e cosa funziona e cosa non funziona”.

    La carta formato portafoglio dell’associazione istruisce i sacerdoti, se ricevono una chiamata inaspettata dalla loro cancelleria, a chiedere il motivo per cui sono chiamati a presentarsi alla sede diocesana. La carta dice di “SEMPRE” portare con sé un “fidato amico sacerdote”.

    Citando il diritto canonico, la carta consiglia ai sacerdoti di non firmare nulla in cancelleria o di dimettersi dalla loro posizione e di far prendere appunti al loro amico. Il sacerdote accusato ha il diritto di chiedere che la diocesi paghi per i suoi canonici e avvocati civili, si dice. La scheda rileva anche che i sacerdoti hanno il diritto di rimanere in silenzio e afferma che il loro amico dovrebbe porre e rispondere alle domande.

    “Voglio dire, non voglio rendere le cose difficili a vescovi e diocesi, ma se voglio rimanere sacerdote, non mi giova versare le mie viscere”, ha detto Sullivan, l’avvocato canonico che ha detto a NCR che il diocesano i funzionari spesso dicono ai sacerdoti accusati che sarà meglio per loro essere disponibili.

    “Quindi la maggior parte dei sacerdoti tende a pensare che sia una specie di confessione”, ha detto Sullivan. “Ma non è tenuto segreto, e non sono sicuro di come [parlare] ti avvantaggia. I sacerdoti non devono collaborare; ecco perché dovrebbero portare qualcuno con loro che parli per loro”.

    Potrebbe essere un buon consiglio dal punto di vista legale, ma dal punto di vista di un sopravvissuto, sembra che a un membro del clero venga data “una licenza per fare ostruzionismo”, ha affermato Terence McKiernan, co-fondatore e presidente di BishopAccountability.org .

    “Questo sarà visto dai sopravvissuti come una supplica speciale per le persone che in molti casi sono effettivamente i colpevoli”, ha detto McKiernan, che ha detto a NCR che l’iniziativa dell’associazione rischia di proteggere i sacerdoti dalla responsabilità, indipendentemente dalle prove contro di loro.

    “Posso capire perché parecchi sacerdoti – a sinistra, a destra e al centro – si sentono come se fossero stati buttati fuori con l’acqua sporca. È un ambiente molto impegnativo per loro”, ha detto McKiernan. “Ma se vuoi sistemare quell’ambiente, vuoi davvero rendere più difficile rendere la chiesa un luogo veramente sicuro?”

    Cafardi ha affermato che il Codice di diritto canonico, come scritto, “è molto giusto” e consente a una diocesi di indagare sulle accuse nel rispetto dei diritti di un sacerdote. Il problema, ha detto, è che il codice “non è sempre seguito” e si traduce in situazioni in cui i sacerdoti sono effettivamente nel “limbo” mentre i loro casi languiscono per anni.

    “E’ più o meno un carcere diocesano”, ha detto Cafardi, che ha detto di ritenere che un’iniziativa come quella dell’Auscp si sarebbe dovuta fare anni fa.

    “È giusto che i diritti canonici di un sacerdote siano protetti”, ha detto, “così come è giusto che ascoltiamo le vittime per determinare se le loro storie sono vere”.

    Brian Fraga

    https://www.ncronline.org/news/effort-educate-catholic-priests-what-do-when-accused-abuse-draws-criticism

  • Emanuela Orlandi, il fratello: “Siamo a una svolta: ho elementi decisivi ma Vaticano non ci ascolta”

    Emanuela Orlandi, il fratello: “Siamo a una svolta: ho elementi decisivi ma Vaticano non ci ascolta”

    A 39 anni dalla sua scomparsa il caso di Emanuela Orlandi non è stato ancora risolto. Il fratello Pietro, che da anni si batte per la ricerca della verità su quanto accaduto alla sorella, ha lanciato un nuovo appello al Vaticano affinché venga ascoltato insieme al suo avvocato per confrontarsi su nuovi elementi da loro raccolti e che potrebbero rappresentare un punto di svolta nel caso.

    “Siamo ad un punto di svolta. Io e l’avvocato abbiamo elementi in mano che possono aiutarci con certezza a capire che cosa è successo – le parole di Pietro Orlandi – però ci serve la collaborazione di persone anche che lavorano in Vaticano, che sono a conoscenza di questo fatto, che si liberino la coscienza e che abbiamo il coraggio di non rimanere nell’anonimato. Abbiamo bisogno di loro”. Come ogni anno, il 22 giugno, giorno della scomparsa di Emanuela, il fratello organizza un sit-in per commemorare Emanuela e far sì che i riflettori sulla vicenda non si spengano mai.

    Nuovi elementi dunque come alcuni messaggi whatsapp che si sarebbero scambiati due persone vicine a Papa Francesco nei quali si parla di “movimenti legati a questa vicenda, di documentazioni su Emanuela, e dicono che ne era al corrente Papa Francesco e il cardinal Abril, che all’epoca era il presidente della commissione cardinalizia dello Ior”. Elementi però che il Vaticano non vuole valutare nonostante l’invito che il Pontefice avrebbe rivolto proprio a Pietro Orlandi a denunciare il tutto.

    Il cardinale è stato più volte contattato dal fratello di Emanuela, ma senza successo. “Gli ho scritto un sacco di messaggi, ma non risponde”, dice. E aggiunge: “Questa volta potrebbe essere quella giusta. Io la speranza la ho da sempre, ogni volta l’illusione si è trasformata in disillusione ma io non demordo, perché non c’è nessun potere che possa fermare la verità, anche se resta una sola persona a volerla e a pretenderla. E siccome in questo momento qui ce ne sono tante di persone, questo mi fa un immenso piacere e mi da speranza perché moltissime di queste nemmeno la conoscevano Emanuela. E dopo 39 anni, sono tutte qua”.

    “Un giorno la Chiesa dovrà chiedere scusa, nessun potere, per quanto forte, potrà mai fermare la verità, anche se resterà solo una persona a difenderla”, ha poi detto intervenendo al sit in a Roma a 39 anni dal rapimento della sorella. “Non ho le prove di cosa hanno fatto, ma chi continua a nascondere le cose per 39 anni è complice, così come quella manovalanza che quel giorno ha preso Emanuela – ha aggiunto -. Sta a loro fare un passo avanti, noi più che dire ‘abbiamo prove, convocateci’ che possiamo fare. Ma non ci convocano”.

    “Sono convinto che Emanuela è stata usata come un oggetto di ricatto, che nessuno deve conoscere, un ricatto che è ancora in atto nei confronti di qualcuno. Non possono permettersi che esca la verità perché crollerebbe tutto – ha concluso Pietro Orlandi -. Ma gli ha detto male, perché siamo ancora qui e non mi sposterò”.

    https://www.fanpage.it/attualita/emanuela-orlandi-il-fratello-siamo-a-una-svolta-ho-elementi-decisivi-ma-vaticano-non-ci-ascolta/

  • In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    In Venezuela, i sacerdoti condannati per abusi sono tornati al ministero

    CARACAS, Venezuela — Il bambino di sei anni si è recato in chiesa con notizie entusiasmanti da condividere.

    Aveva riflettuto sulla questione, ha detto al sacerdote Luis Alberto Mosquera, e aveva deciso di voler essere un cattolico praticante.

    Secondo il ragazzo, il sacerdote ha risposto: “Se vuoi fare il chierichetto, devi superare una prova”. Anni dopo, la testimonianza del ragazzo su quel pomeriggio nella casa parrocchiale si sarebbe rivelata cruciale: un tribunale concluse che Mosquera lo aveva abusato sessualmente.

    Mosquera è stato condannato nel 2006 a più di sette anni di carcere per abusi sessuali su un bambino, ma non ha terminato la sua pena. I suoi avvocati temevano per la sua sicurezza in prigione e hanno chiesto la libertà vigilata. Un giudice ha acconsentito; Mosquera è stato rilasciato dopo due anni ed è tornato nella chiesa nello stato di Lara, dove è ancora sacerdote. Una foto pubblicata sulla sua pagina Facebook nel 2016 e ripostata nel 2017, lo mostra circondato da bambini.

    Il caso del religioso 63enne è tra i 10 che coinvolgono accuse di abusi sessuali su minori esaminati dal Washington Post negli ultimi due anni. Questo giornale ha intervistato leader cattolici, agenti di polizia, funzionari giudiziari e vittime e ha esaminato documenti giudiziari e di polizia. Nella metà dei casi, dal 2001 al 2022, sono stati trovati sacerdoti condannati per abusi che sono stati rilasciati anticipatamente o non hanno scontato la pena detentiva. In almeno tre casi, i sacerdoti sono stati autorizzati a tornare al ministero.

    Gli intervistati notano che esiste un modello che suggerisce una collusione tra un sistema giudiziario corrotto e la Chiesa per proteggere i colpevoli piuttosto che le vittime. L’elemento comune a tutti i 10 casi: i bambini coinvolti provenivano da ambienti poveri e vulnerabili.

    Le accuse di abusi da parte dei sacerdoti hanno scosso negli ultimi anni la Chiesa in America Latina. Gli attentati denunciati in Messico, Argentina, Cile, Colombia e Perù hanno portato a condanne e dimissioni ai massimi livelli dell’istituto.

    Ma il Venezuela è riuscito a sfuggire all’onda. Gli analisti affermano che uno dei motivi è che l’attenzione si è concentrata solo sulle turbolenze politiche nel paese socialista in bancarotta. Un sistema giudiziario rotto è un altro. L’influenza della Chiesa e la sua relativa stabilità è una terza.

    “Tanto è stato rimandato a causa di sconvolgimenti sociali e politici”, ha detto in un’intervista David Smilde, un sociologo dell’Università di Tulane la cui vasta ricerca sul paese si è concentrata in parte sulla religione. “Una delle istituzioni che i venezuelani rispettano di più è la Chiesa cattolica. Questo limita quanto puoi agire.

    Hugo Chávez, fondatore dell’attuale Stato socialista in Venezuela, ha pubblicamente criticato la Chiesa. Ma il suo successore, il presidente Nicolás Maduro, è stato molto meno esplicito sulle trasgressioni dei sacerdoti e la Chiesa è diventata un intermediario tra il governo e l’opposizione.

    “Il nostro rapporto con la Chiesa è stato di mediazione e sostegno politico”, ha affermato Julio Borges, un politico dell’opposizione.

    Per i membri del clero che hanno abusato di minori, lo status della Chiesa sembra aver fornito protezione. Un sacerdote di Zulia, ad esempio, non ha trascorso del tempo in carcere nonostante fosse stato condannato per abusi sessuali aggravati su una ragazza di 12 anni. Un sacerdote nello stato di Falcón si è dichiarato colpevole di aver commesso un atto carnale nei confronti di una ragazza di 14 anni, ma gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a condizione che stesse lontano dalla vittima. È tornato alla Chiesa, dove continua il suo ministero oggi.

    Per le vittime di questi casi, la vita è ancora una lotta. Di solito hanno poco supporto quando cercano di andare avanti.

    Sfidare il silenzio e l’impunità della Chiesa

    Mosquera lavora nella cittadina di Humocaro Alto, a circa 300 miglia a ovest di Caracas. È stato assegnato ad almeno due diverse parrocchie dal 1996, quando un ragazzo di 12 anni lo ha accusato di aver tentato di violentarlo sotto la minaccia delle armi, secondo i registri della polizia. Mosquera è stato infine assolto dall’accusa di tentato stupro.

    A gennaio, Mosquera ha confermato al Washington Post di rimanere un sacerdote lavoratore, ma ha rifiutato di rispondere a qualsiasi ulteriore domanda.

    Il suo ruolo attuale non sorprende l’avvocato che ha rappresentato il bambino di sei anni e ha contribuito a far condannare Mosquera. “La Chiesa ha davvero protetto il sacerdote. Gli hanno dato tutto il supporto”, ha detto l’avvocato Jorge Mendoza. Ha aggiunto che gli hanno fatto pressioni affinché si tirasse indietro: “L’arcivescovo di Barquisimeto mi ha detto che mi avrebbero scomunicato se avessi continuato a difendere il bambino”.

    L’arcivescovo è morto l’anno scorso. Il Rev. Oswaldo Araque, vicario generale di Barquisimeto, ha detto al Post che l’arcidiocesi è “attenta” nel recepire e agire sulle accuse contro i sacerdoti. Alla domanda sulla colpevolezza della Chiesa nel riportare al ministero un pedofilo condannato, ha detto che avrebbe indagato se fossero stati forniti dettagli. “Anche lo Stato è responsabile!”, ha detto. “Lo hanno lasciato andare”.

    Anche altri casi esaminati dal Washington Post si sono conclusi con, se non altro, un tempo minimo dietro le sbarre. In uno, un sacerdote nello stato di Mérida ha scambiato messaggi di testo con una ragazza di 13 anni, l’ha portata in una stanza d’albergo e l’ha baciata, secondo un tribunale. La ragazza ha testimoniato che ha cercato di sollevare la sua maglietta. I suoi avvocati hanno sostenuto che voleva partire con lui e che nessun atto sessuale è stato consumato. Nel 2006 è stato dichiarato non colpevole di atti osceni aggravati.

    Data la poca fiducia che hanno nelle forze di sicurezza o nei tribunali venezuelani che rispondono in modo rapido ed efficace alle denunce di abusi, alcune vittime hanno attirato l’attenzione sulla questione trasmettendo le denunce sui social network.

    Nel 2018, una richiesta di aiuto su Twitter ha contribuito a esporre un caso nello stato di Anzoátegui. “Prete pedofilo”, diceva il tweet, che poi ha nominato la parrocchia e ha implorato: “Aiutaci, Santità”. Il sacerdote Enrique Castro Azócar è stato arrestato l’anno successivo e accusato di abusi sessuali su due minori.

    La ricerca di giustizia è stata estenuante per il padre delle vittime. “Le nostre vite sono cambiate per sempre a causa di questo” , ha detto al Post Robing Damián Salazar, un falegname . “Sono stato molestato e minacciato, ho combattuto per i miei figli”.

    Castro si è dichiarato colpevole di due capi di imputazione per abusi sessuali su un bambino ed è stato condannato a cinque anni. Ma invece di andare in prigione, gli è stato concesso un tipo di libertà condizionale noto in Venezuela come misura sostitutiva della libertà. È stato rilasciato a condizione che stesse lontano dalle vittime, fosse curato da uno psicologo e si presentasse in tribunale ogni 30 giorni.

    I sostenitori delle vittime sostengono che la sentenza ha violato una sentenza del 2017 della Corte Suprema di Giustizia, la più alta corte del Venezuela, secondo cui le persone condannate per tali crimini non possono beneficiare di alternative all’incarcerazione. “Cose come queste riflettono lo stato di indifesa e impunità che prevale nel Paese”, ha affermato l’avvocato Carlos Trapani, capo dell’organizzazione per i diritti dei bambini Cecodap.

  • Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    ROMA – Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta , che sta scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di due seminaristi, è uscito dal carcere per essere ricoverato in una clinica privata, a causa della pressione alta.

    A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.

    Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.

    Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.

    “La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .

    L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.

    Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.

    Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.

    Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.

    Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.

    Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.

    Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.

    Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.

    Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.

    Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.

  • Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Torna davanti alla Corte d’Appello di Milano, che dovrà celebrare un nuovo processo, il caso di don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano condannato in primo e in secondo grado per abusi avvenuti più di dieci anni fa su un 15enne. La Cassazione nella tarda serata di ieri ha accolto infatti il ricorso del difensore del sacerdote, ora sospeso, rimandando gli atti a Milano e disponendo un appello “bis”.

    “Sicuramente ci dispiace per questa decisione – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso, che assiste le vittime – e attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza”. La vittima si era definita in passato “un sopravvissuto”, ha raccontato di aver tentato il suicidio cinque volte, di aver “perso anni di scuola” per le drammatiche conseguenze di episodi avvenuti quando aveva solo 15 anni. da parte sua, il sacerdote ha sempre negato gli abusi. il suo difensore, l’avvocato Mario Zanchetti, nei mesi scorsi aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato , con una riduzione della pena, la condanna inflitta in primo grado.

    “Galli ha tradito gravemente il suo ruolo di sacerdote nonché la fiducia che la vittima riponeva in lui e ha approfittato delle condizioni di particolare fragilità, conseguente alla profonda e intima confessione cui proprio quella sera il ragazzo si era sottoposto”, si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano impugnate dalla difesa del sacerdote. Cinque anni e mezzo la pena inflitta dai giudici milanesi, con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per aver risarcito la vittima e i suoi genitori, sostenuti dall’associazione Rete L’Abuso, con oltre 100mila euro. “Le prove che emergono dagli atti sono inequivocabili”, hanno motivato i giudici milanesi. Prima davanti agli inquirenti nell’inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo “toccato” o “abbracciato”. La difesa aveva sostenuto la “inattendibilità” del racconto del ragazzo. Dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo “maldestra” la gestione della vicenda da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all’epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell’adolescente.

    In seguito all’episodio don Galli era stato trasferito dall’Arcivescovado di Milano nella parrocchia di San Pietro a Legnano dove per qualche mese gli era stata affidata la pastorale giovanile. Attualmente don Galli resta sospeso da ogni incarico pastorale, in attesa dell’esito del procedimento. Fra gli atti, le relazioni che testimoniano i pesanti danni psicologici subiti dal ragazzo, più volte ricoverato in psichiatria per crisi. La patologia psichiatrica, scriveva il consulente della Procura nella sua relazione, “non presenta disturbi all’ideazione, non vi sono fenomeni allucinatori né alterazioni o fughe di pensiero, né interpretazioni paranoidee”. Non sussiste, quindi, “uno stato psichico che possa invalidare la capacità di riferire i fatti da lui vissuti”. Il ragazzo era stato ritenuto dai medici e dai giudici perfettamente credibile, ma il caso dovrà tornare davanti a una sezione della Corte d’Appello di Milano diversa rispetto a quella che ha già giudicato il prete colpevole.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/processo-parroco-violenze-1.7766782/amp

  • 87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    87 abusatori sono stati identificati in 9 diocesi cattoliche del Quebec

    Le diocesi di Joliette, Saint-Jean-Longueuil, Saint-Jérôme, Valleyfield, Amos, Rouyn-Noranda e Mont-Laurier, nonché le arcidiocesi di Montreal e Gatineau hanno reso pubbliche oggi le “risultati” di questo giudice e del suo team a la fine della loro indagine nel cuore degli archivi pubblici e segreti di ciascuna di queste diocesi.

    “I vescovi mi hanno dato due mandati”, spiega il giudice Denis.

    “Ci sono attualmente persone che hanno commesso abusi sessuali” e che sono ancora in carica, in parrocchia oa livello diocesano? Ognuno dei nove vescovi che ha incontrato voleva ottenere quella risposta il prima possibile, ha detto.

    “Se ci sono, ritireremo il loro ministero e deferiremo il loro caso alle autorità locali o a Roma, mi hanno detto tutti”.

    Questo primo compito gli ha richiesto alcuni mesi. I risultati specifici della sua prima indagine, tuttavia, non compaiono nel breve rapporto di tre pagine reso pubblico oggi. “È davvero poco”, ammette infine il giudice durante un’intervista telefonica. “Quelli che ho identificato erano già stati sanzionati”, dice.

    Più sostanzioso il secondo mandato ottenuto. Il giudice ei quattro membri della piccola équipe che ha messo insieme avrebbero esaminato ciascuno dei fascicoli dei sacerdoti che avevano lavorato negli ultimi 85 anni in ciascuna delle diocesi. Non importa se sono ancora attivi, in pensione o morti. Non importa se erano incardinati (legalmente attaccati) a una diocesi o semplicemente prestati da una congregazione. “Dacci un elenco di tutti gli abusatori che puoi identificare”, gli hanno chiesto senza mezzi termini i vescovi e gli arcivescovi del Quebec.

    Il giudice Denis ha trovato 87 abusatori.

    Il rapporto non specifica lo stato degli abusatori. Sono laici, membri di congregazioni religiose, sacerdoti, vescovi? “L’audit ha identificato 87 persone, ovvero l’1,28% del personale studiato, il cui fascicolo documentava accuse confermate o fondate di abusi sessuali commessi contro minori o adulti vulnerabili dall’anno 1940. Si legge nel comunicato stampa congiunto diffuso questa mattina.

    “Ho identificato 87 abusatori. La maggior parte delle persone è morta, alcune sono molto anziane”, osserva per primo il giudice in pensione André Denis. Poi, diventa più preciso: «la stragrande maggioranza sono sacerdoti. Ci sono anche due diaconi”. Ci sono i laici? “No”, decide.

    Ricerca esauriente

    “Ho avuto accesso a tutti i locali, archivi, caveau, archivi segreti, appunti dei vescovi nel corso degli anni”, ha detto il giudice Denis. “Nessuno mi ha impedito di fare il mio lavoro.”

    La sua prima esigenza per arrivare in qualsiasi diocesi era sempre la stessa: ottenere liste complete. Quella dei sacerdoti incardinati dal 1940, ma anche quella dei sacerdoti membri di congregazioni che prestavano servizi in parrocchia la domenica. E quella del personale chiamato ad agire nella pastorale parrocchiale o diocesana.

    Poi “ho chiesto di avere accesso agli archivi riservati” della diocesi. Cosa che non gli è mai stata negata. “Ho cercato ovunque. Ero un po’ un rompiscatole”, ammette oggi. Negli uffici diocesani di Montreal, che occupano un grande edificio in Sherbrooke Street West, “sono andato a tutti i piani”, dice. “Avevo con me una persona che aveva tutte le chiavi degli uffici.”

    Il giudice ha esaminato ogni elemento contenuto nei circa 10.000 fascicoli a lui sottoposti. Se il suo verbale cita solo 6809 fascicoli, è perché in alcune diocesi – “Montreal, per non nominarlo” – il fascicolo di un sacerdote si trova, identico o quasi, in più dipartimenti. In queste cartelle ci sono documenti che vanno dalla richiesta di entrare nel Seminario Maggiore alla lettera di pensionamento. “Vi assicuro che ho letto tutto.”

    Il giudice André Denis ha anche letto, con ancora maggiore meticolosità, ciascuno degli elementi depositati negli archivi riservati che le diocesi conservano sul proprio personale. “Diciamo sempre archivi segreti e non confidenziali, un cancelliere diocesano mi ha corretto”, dice. Ed è proprio lì che ha trovato diversi elementi che gli hanno permesso di identificare i molestatori.

    Prestò particolare attenzione ai piccoli fogli e alle lettere manoscritte, spesso incastrati tra due documenti ufficiali. “C’è tutto”, dice. Come questa denuncia contro un prete che fa omelie troppo lunghe. Lì si tratta di un prete che viene denunciato perché considerato un pessimo amministratore finanziario. Anche in questo caso, un parrocchiano deplora di aver visto un prete in compagnia di ragazze. “Sembrano che si stiano divertendo insieme”, ha scritto. Questi gesti, innocui o riprovevoli, non rientravano nel suo mandato di indagine, riconosce il giudice. Ma li ha ancora annotati nel suo rapporto.

    “Quello che ho esaminato più da vicino sono state denunce o note di abusi sessuali”. Ne ha trovati diversi. “Appena ho visto una lettera come questa, ho dichiarato il prete un molestatore”, dice. “Nel dubbio, l’ho riconosciuto come un abuso”. Spiega che se i genitori hanno effettivamente scritto ai vescovi, ha visto anche le denunce di un sacerdote contro il suo vicario o di un sacerdote contro il suo sacerdote.

    Il giudice Denis è anche ben consapevole del fatto che le denunce contro i sacerdoti nel 1940 non erano legioni. “Nel 1942, se un bambino diceva a suo padre che ‘il signor le curé mi toccava le natiche’, probabilmente riceveva uno schiaffo”.

    “Ma ho visto documenti di 20 anni e persino di 40 anni in cui i vescovi sono rimasti impassibili. Hanno ricevuto una denuncia, i genitori sono stati incontrati e il sacerdote è stato rimosso dal ministero. Riconosce che alcuni sacerdoti sono stati inviati, dopo un periodo di riposo in una casa specializzata, a fedeli di un’altra parrocchia della loro diocesi. Altri ancora rimasero sacerdoti ma non ottennero mai più un incarico in parrocchia, rivelano anche gli atti consultati. “Ma negli ultimi vent’anni, i sacerdoti [abusatori] sono stati esclusi da qualsiasi ministero”, dice. E tutti i sacerdoti, ancora vivi, che ha individuato nella sua indagine – «li contiamo sulle dita di una mano», dice – sono stati «sistematicamente scartati».

    Un riassunto di tre pagine

    Il riassunto della verifica statistica che è stato reso pubblico è di sole tre pagine (compresa una copertina), una in più rispetto al comunicato diffuso ai media l’8 giugno.

    Ma la relazione che il giudice Denis ha preparato su richiesta dei vescovi delle nove diocesi e su cui lavora da dicembre 2020 è piuttosto voluminosa. “Dieci pagine” per spiegare il suo approccio, “ma le appendici, sono più di 500 pagine”, precisa. Ci sono i suoi reperti, elenchi “di tutti i sacerdoti dove non c’è nulla da denunciare”, innumerevoli “commenti e note riferiti a ciascun vescovo” nonché “87 documenti in cui presento le 87 persone identificate come abusatori”.

    Il rapporto completo del giudice Denis non sarà reso pubblico. “Ho fornito a ciascuna diocesi i dettagli. Hanno deciso di fare un comunicato stampa congiunto. Hanno anche scelto di non indicare quanti abusatori sono stati identificati in ciascuna delle diocesi studiate. “Rispetto la loro decisione”, afferma André Denis.

    “All’interno di ogni diocesi, i risultati sono comunicati alla persona designata per ricevere le denunce e li trasmettono a una commissione preposta allo studio dei fascicoli”, assicurano le autorità diocesane nel comunicato congiunto. A Montreal, il difensore civico arcidiocesano, l’avvocato Marie Christine Kirouack, ha ricevuto la relazione dal giudice in pensione Denis.

    On a identifié 87 abuseurs dans 9 diocèses catholiques québécois

  • Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    C’è un doppio caso sessuale dietro la bocciatura di Delpini?

    Papa Francesco ha recentemente nominato 25 nuovi cardinali. Ma un po’ a sorpresa nella lista dei promossi non c’era l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Dietro la mancata scelta – si legge su Libero – ci sarebbe un doppio caso di insabbiamento in una grave vicenda di preti maniaci sessuali. Sarebbero addirittura coinvolti due fratelli sacerdoti della diocesi di Milano.

    A seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due – riporta il sito retelabuso – vengono riportate le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannare a 5 anni don Alberto Lucchina sottolinea che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo 4 anni dei 5 inflitti.

    Ma i poveri parrocchiani – prosegue il sito test.retelabuso.org/ – non sanno che anche il fratello è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità. E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Nella stessa parrocchia di Milano due fratelli preti accusati di abusi

    Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘condannato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per violenza sessuale su una donna disabile.

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato il 7 febbraio ai carabinieri una violenza sessuale subita dal fratello don Maurizio nel 2015″. L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Si’, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio.

    “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”. In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato che presenterà opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera – don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/due-fratelli-preti-maniaci-sessuali-delpini-insabbia-il-caso-punito-dal-papa-798824.html

  • L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    Manuela D’Alessandro – AGI – Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘sanzionato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per abusi su una donna disabile.

    Don Maurizio conferma che il fratello vive in parrocchia

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete  aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa  – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato solo di recente ai carabinieri una violenza sessuale subita da don Maurizio nel 2015”.

     L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Sì, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio. “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”.

    In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato di avere presentato  opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato.  L’udienza deve ancora essere fissata. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    Le proteste dei parrocchiani

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare…”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera –  don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-05-31/storia-preti-fratelli-accusati-abusi-messi-stessa-parrocchia-16930884/