Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi su una minore in chiesa, in appello chiesta conferma condanna per ministrante

    Abusi su una minore in chiesa, in appello chiesta conferma condanna per ministrante

    Gela. La condanna è da confermare. La procura generale, questa mattina, ha chiesto di ribadire la pena a otto di reclusione che lo scorso anno la Corte d’assise di Caltanissetta dispose per un ministrante, accusato di abusi sessuali su una minorenne, al margine di attività parrocchiali, in città. Per il pg, come indicato davanti ai giudici della Corte d’assise d’appello nissena, la pronuncia di primo grado è da ribadire in pieno. Stessa linea espressa dalla parte civile, nell’interesse dei genitori della giovane e della stessa ragazza (oggi appena maggiorenne), con il legale Carmelo Tuccio.

    Già in primo grado era stato riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni. Fu la ragazza, dopo alcuni anni dai fatti, a raccontare i primi particolari agli operatori del consultorio, accompagnata dai genitori. La Corte d’assise d’appello non ha accolto la richiesta volta a sentire nuovamente la giovane, al momento dei fatti minorenne, avanzata dal legale dell’imputato, l’avvocato Giuseppe Nicosia. Proprio la difesa ha impugnato la decisione di primo grado.

    Per il difensore, come espresso più volte durante il primo giudizio, ci sarebbero incoerenze nel racconto dei presunti abusi. Stando alle contestazioni, sarebbero avvenuti in una stanza della parrocchia di Villaggio Aldisio. Ricostruzione che il ministrante, attraverso il difensore, ha sempre negato. Spetterà alla difesa esporre le proprie conclusioni a fine aprile.

    https://quotidianodigela.it/abusi-su-una-minore-in-chiesa-in-appello-chiesta-conferma-condanna-per-ministrante

  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice una sacco di belle parole sulla pedofilia e poi fa il contrario. Nella vicenda di don Valentino Salvoldi, che abbiamo raccontato in un primo articolo, la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita a ruota da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e quindi si deroga sempre alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi l’ha fatta franca. Vale la pena di guardare più da vicino la sua significativa vicenda, determinata dalla prescrizione e dall’omertosa copertura delle autorità ecclesiastiche, e anche il personaggio chiave dell’inchiesta, l’avvocata milanese Arianna Dutto.

    Come abbiamo visto, dopo l’esposto presentato dalla Rete l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è costretta dopo qualche tentennamento ad avviare una “indagine previa” sul sacerdote bergamasco. Ne viene incaricata l’avvocata Dutto ma già dal primo momento si capisce che qualcosa non torna: la delegata all’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo mail che fa capo al Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo. Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del prete bergamasco, glielo fa notare e chiede se le persone interessate a fornire testimonianza sul caso devono contattarla a quell’indirizzo mail, l’avvocata lo dirotta candidamente sul proprio indirizzo privato:

    «Trattandosi di una procedura giuridica, in osservanza ai principi di terzietà e imparzialità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo di posta elettronica a Lei indicato, dal quale sto scrivendo)».

    Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi una mail personale da utilizzare per la sua indagine sugli abusi denunciati e questo per lei risolve tutto, non sembra ravvisare alcun problema nel mantenere il duplice ruolo di membro del Servizio Tutela minori della diocesi e di persona incaricata di valutare la responsabilità di un prete denunciato proprio per abusi su minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «terzietà e imparzialità». Senza contare che in molti scambi di mail che l’avvocata ha con le vittime, il Servizio Tutela minori della diocesi rimane comunque in copia.

    Avvocata del foro di Milano ed esperta in delitti contro la persona (oggi è impegnata anche nella difesa di alcuni carabinieri coinvolti nella morte del diciannovenne egiziano Ramy Elgaml, rimasto ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni di tutela dei minori, ma è sicuramente una legale di fiducia della chiesa. Rappresenta infatti la Cei nel processo in corso sul presunto uso a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo che vede imputato Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.

    Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che con la destra si occupa dei minori abusati e con la sinistra degli abusatori. C’è almeno un illustre precedente, un altro principe del foro di Milano, Roberto Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il prete di Rozzano che aveva portato un quindicenne nel suo letto, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’imputato.

    Questo essere al contempo giudice e parte in causa, cioè giudice di sé stessa, questo sentirsi al di sopra delle regole, è peraltro tipico della Chiesa italiana: la Cei, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha infatti voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è successo invece in molti altri paesi, ma ha scelto la comoda strada dell’indagine interna, che fino ad oggi ha prodotto “report” e “rilevazioni” con numeri scarni e totalmente inattendibili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi vuole approfondire c’è l’ottimo lavoro di Adista, qui e qui).

    Queste rilevazioni si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili di cui fa parte l’avvocata Dutto. Istituiti nel 2019 dalle Linee guida Cei e dalla Conferenza italiana dei Superiori maggiori (l’organismo che sovrintende agli ordini religiosi) su impulso del motu proprio Vox Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato a singhiozzo e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 su 130 sportelli diocesani d’ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio condotto dalla Rete l’Abuso, durato due anni, che ha evidenziato come in sostanza servano a fornire informazioni alla diocesi sui preti abusanti. Lo ha detto apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, legale della Rete l’Abuso, in una conferenza stampa del 24 febbraio 2026:

    «Quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale; ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono tutto al vescovo».

    Secondo quello che ha rilevato lo studio della Rete l’Abuso (qui nel dettaglio), quando una vittima si rivolge a un Centro di ascolto della diocesi si trova davanti a tre strutture che non comunicano tra di loro:

    «La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».

    Ed è quello che è successo anche a Stefano Schiavon che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro i sei giorni concessi), non ha più avuto notizie dell’andamento dell’indagine previa fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite la mail del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, gli notifica la conclusione del suo lavoro con l’usuale fraterna empatia:

    Gentilissimo,

    in relazione all’indagine previa canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi, Le comunico che, terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato ritualmente consegnato al Dicastero per la Dottrina della Fede per le determinazioni di competenza.

    Alla legittima richiesta di Schiavon di poter conoscere le conclusioni della «fase di spettanza diocesana» e di avere informazioni sul successivo iter al Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde a stretto giro di posta che non può dargli nulla e fargli sapere ancora meno:

    Il fascicolo è riservato e al momento la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.

    Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché tale Dicastero ai sensi della legge canonica è competente in materia e, a questo punto, il Vescovo dovrà attendere dallo Stesso comunicazioni o istruzioni in proposito.

    Ricevuti gli atti dell’indagine previa e studiati attentamente gli stessi, al Dicastero per la Dottrina della Fede si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. A quel punto, la decisione sarà comunicata al Vescovo, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

    Per quanto riguarda la tempistica, non è previsto un termine perentorio; in generale, è possibile ipotizzare una decisione entro sei mesi ma – come comprenderà – ogni caso ha le proprie peculiarità e, pertanto, il Dicastero potrebbe esaminare gli atti e decidere in un periodo più breve o più esteso rispetto a quanto sopra indicato.

    Non esistono disposizioni specifiche che regolano la comunicazione dell’esito dell’indagine alle persone che, come Lei, si sono dichiarate offese e hanno fornito il loro contribuito nella fase dell’indagine previa.

    Secondo il diritto canonico, infatti, la persona offesa non ha diritto ad alcuna informazione sull’esito del caso. A parole si incoraggiano gli abusati a rivolgersi ai Servizi di tutela dei minori presso le diocesi, nei fatti a chi denuncia un prete pedofilo non è riconosciuto nemmeno il diritto ad essere informato sull’esito dell’inchiesta.

    Dunque il fascicolo di Salvoldi è approdato in Vaticano e qui, di fatto, se ne perdono le tracce. Le vittime sono invitate ad attendere un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di avere prima o poi una risposta.

    Passano i mesi e non succede nulla. Schiavon però è una persona tenace: ha contattato i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e fatto aprire il caso dopo più di vent’anni; non è il tipo che si arrende senza una risposta. Così otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, ricontatta Arianna Dutto per chiedere notizie del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:

    Egregio Professor Schiavon,

    in riscontro alla Sua del 7 ottobre u.s., Le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto di segnalazione e di non derogare all’intercorsa prescrizione.

    Schiavon prende atto: vuol sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti dell’intera vicenda. Ancora una volta gli viene detto di no, ma con una beffa finale: se proprio lo desidera, Schiavon potrà rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui però l’avvocata Dutto non possiede nemmeno un indirizzo di posta elettronica:

    Egregio Professor Schiavon,

    terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, di talché non sono in possesso degli atti, peraltro non divulgabili ai sensi della normativa canonica (nemmeno al chierico nei cui confronti è stata espletata l’indagine previa).

    Ragioni di riservatezza non mi consentono di rispondere alla domanda da Lei avanzata riguardo ad altre persone.

    Le indico il recapito del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se vorrà, potrà rivolgersi (non dispongo di un indirizzo di posta elettronica).

    Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano

    Cordiali saluti

    Arianna Dutto – già delegata alle indagini

    Schiavon, comprensibilmente, stenta a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: quindi Salvoldi, dopo tutto quello che è stato accertato anche in sede penale, continuerà ad essere un sacerdote, a dire messa attorniato da chierichetti e a confessare adolescenti?

    L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il discorso:

    Egregio Professor Schiavon,

    così come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per intervenuta prescrizione comporta l’impossibilità di applicazione di una pena, ivi compresa – nel sistema canonico – la dimissione dallo stato clericale.

    Al presbitero in parola – anche in ragione dei limiti di età raggiunti – non è conferito alcun ufficio o incarico ecclesiale, ivi compresi, pertanto, quelli che prevedono un contatto con minori.

    Da ultimo, Le rappresento che il mio incarico nel procedimento de quo è ormai ampiamente e completamente terminato, pertanto approfitto di questa ultima occasione per un augurarLe ogni bene.

    Il caso è prescritto e non si può pretendere più nulla dalla chiesa, tantomeno la dimissione dallo stato clericale del sacerdote che però, assicura la diocesi, è ormai vecchio e senza incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate ed abusate da un prete, al posto della giustizia promessa dovranno quindi farsi bastare questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppi) danni. Parola di vescovo.

    Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che si finge scandalizzata per ciò che fa la Chiesa. (Continua)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-249

  • “Ci stiamo lavorando intensamente.”

    “Ci stiamo lavorando intensamente.”

    La diocesi di Bolzano-Bressanone ha annunciato che riaprirà il caso di Christian . La vittima ha raccontato questa settimana, durante una conferenza stampa online organizzata dalla rete italiana “Rete l’Abuso” , le sue esperienze di abusi alla fine degli anni ’80. Il presunto autore è un sacerdote dell’Ordine Teutonico che continua a lavorare per la diocesi in Alto Adige. 

    “Quando il rappresentante legale del difensore civico ha denunciato il suo caso nel 2024, abbiamo contattato il sacerdote in questione e informato sia la Procura della Repubblica che il Vaticano a Roma”, spiega Eugen Runggaldier, Vicario generale della Diocesi di Bolzano-Bressanone . La Procura della Repubblica ha quindi indagato se il sacerdote rappresentasse attualmente un pericolo per bambini e giovani e ha concluso la sua indagine all’inizio dello scorso anno senza emanare misure di protezione. 

    Poiché gli abusi subiti dal ragazzo allora dodicenne – come nella maggior parte degli altri casi segnalati nella diocesi – risalgono a tempi così remoti, la Procura non ha approfondito ulteriormente la questione per prescrizione. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede in Vaticano , dopo aver esaminato il caso, ha concluso che i “presunti atti rimanevano al di sotto della soglia di punibilità” e non potevano essere “provati con la necessaria certezza”. 

    Nuovo approccio per trattare con preti sospettati

    A differenza del caso di abusi su don Giorgio Carli, qui non esiste alcun reato accertato. Ciononostante, la protesta pubblica dello scorso autunno ha influenzato il caso attuale. È stato poi rivelato che la diocesi aveva trasferito don Carli, nonostante fosse stato accusato di abusi sessuali su minori all’inizio degli anni 2000. Sebbene il procedimento legale corrispondente sia stato interrotto per prescrizione, numerose persone hanno da allora chiesto un cambiamento nel modo in cui vengono gestite le accuse di abuso. Nel caso di don Carli, il vescovo Ivo Muser ha ceduto; non esercita più i suoi doveri sacerdotali. 

    Nella primavera del 2025, un rinomato studio legale di Monaco di Baviera ha documentato il caso di Don Carli nel suo rapporto indipendente sugli abusi nella diocesi di Bolzano-Bressanone tra il 1964 e il 2023. Tuttavia, nell’ottobre 2025, l’avvocato di Monaco Ulrich Wastl si è recato nuovamente a Bolzano e ha constatato che si era verificato un “fallimento sistemico totale” all’interno della Chiesa in Alto Adige. “Da allora, stiamo lavorando intensamente per definire più precisamente come trattare i sacerdoti accusati e condannati. Siamo in contatto con diverse vittime e avvocati che ci sostengono in questo sforzo. Inoltre, rivaluteremo tutte le segnalazioni ricevute, come quella di Christian”, ha affermato Runggaldier. 

    https://salto.bz/de/article/27022026/wir-arbeiten-mit-hochdruck-daran

     

  • Legale Rete L’Abuso, ‘i centri di ascolto per le vittime non sono indipendenti’

    Legale Rete L’Abuso, ‘i centri di ascolto per le vittime non sono indipendenti’

    (ANSA) – ROMA, 24 FEB – L’analisi condotta dalla Rete L’Abuso sugli sportelli anti-abusi di 32 diocesi italiane, “meriterebbe una riflessione che tocca il piano nazionale e anche internazionale: quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale, ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono al vescovo”. Lo ha detto l’avvocato Mario Caligiuri nel corso di una conferenza stampa promossa della Rete L’Abuso.

    Il legale che ha accompagnato lui stesso una vittima “maggiorenne” a un centro di ascolto ha riferito così l’esperienza: “La prima carenza che si percepisce è la carenza di informazioni e il fatto che c’è una valutazione di credibilità della notizia che resta però concentrata sull’autorità gerarchica”.

    “Lo stato italiano – spiega il legale con un raffronto con il sistema giudiziario italiano – risponde anche ad organismi internazionali sul modo in cui interviene e promuove la prevenzione degli abusi, l’istituzione ecclesiastica risponde innanzitutto invece a sè stessa con la rivendicazione di autonomia dell’ordinamento canonico. E’ una differenza di significativo conto – sottolinea – quando si parla di violenza su minori, l’assenza di controllo esterno e indipendente non è un dettaglio ma incide sulla sostanza della prevenzione”.

    L’avvocato evidenzia quindi tre aspetti critici a suo giudizio nella gestione da parte dell’istituzione ecclesiastica della prevenzione e del trattamento dei casi di abusi: il ruolo non indipendente dei centri di ascolto nell’indagine previa; l’assenza di un obbligo generalizzato e automatico di trasmissione alla procura della Repubblica; la mancata piena sottoposizione dell’istituzione ecclesiastica ai meccanismi internazionali più avanzati cioè le Convenzioni di Lanzarote e di Istanbul. Il legale conclude quindi che “sì, ci sono stati progressi ma conservando una sorta di autoregolamentazione marcata e difficilmente penetrabile”. (ANSA).
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  • Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    Un sopravvissuto agli abusi sessuali del clero sollecita l’azione della Chiesa dopo che un tribunale italiano ha confermato la condanna

    (OSV News) — Una corte d’appello dell’Italia meridionale ha confermato che un ex sacerdote ha utilizzato tattiche manipolative per abusare sessualmente di diversi minori e che i membri della diocesi, tra cui il vescovo, erano a conoscenza e hanno attivamente insabbiato l’abuso.

    A metà gennaio, la Corte d’appello di Caltanissetta, città dell’Italia meridionale, ha pubblicato la sua “Motivazione”, un documento di 50 pagine che spiega la condanna emessa il 1° luglio dal tribunale nei confronti di padre Giuseppe Rugolo a tre anni di carcere.

    OSV News ha ottenuto una copia del documento.

    In esso, la corte ha affermato che gli abusi commessi da padre Rugolo su tre vittime (Antonio Messina e altre due persone) implicavano un modello di comportamento “predatorio” che è stato caratterizzato come “deviazione mascherata da missione pastorale”.

    Il caso attirò l’attenzione per la diffusione al pubblico di registrazioni , tra cui alcune realizzate dal sacerdote accusato durante conversazioni private con il vescovo Rosario Gisana di Piazza Armerina.

    In una registrazione, il vescovo Gisana dice all’ex sacerdote, che ha espresso preoccupazione per l’indagine sui suoi abusi, che “l’unica cosa che possiamo fare è pregare il Signore perché il problema non è solo tuo, ma anche mio, perché ho insabbiato questa storia”.

    In un’intervista del 2024 al quotidiano italiano La Stampa, il vescovo Gisana ha affermato che le sue parole erano state “estrapolate dal contesto della conversazione”.

    Il vescovo Gisana e il vicario giudiziale diocesano, mons. Vincenzo Murgano, sono stati incriminati lo scorso anno per dichiarazioni false rilasciate durante il processo a padre Rugolo e dovranno comparire in tribunale il 12 marzo.

    Frustrazione con ‘Vos Estis’
    Mentre le schiaccianti sentenze della corte civile contro Padre Rugolo danno un certo senso di giustizia, per Messina l’inazione della Chiesa cattolica in un caso comprovato di insabbiamento sistematico è scoraggiante.

    In un’intervista rilasciata a OSV News il 10 febbraio, Messina ha affermato che le rassicurazioni secondo cui la Pontificia Commissione per la tutela dei minori sarebbe stata “un luogo privilegiato di ascolto” sono sembrate vane.

    Ha inoltre espresso frustrazione per il fatto che le procedure della Chiesa per indagare sulle accuse di abusi sessuali o sulla loro copertura, definite “Vos Estis Lux Mundi” (“Voi siete la luce del mondo”), non abbiano portato a provvedimenti disciplinari nei confronti del vescovo Gisana, che continua a ricoprire la carica di vescovo della diocesi.

    “Credo che ci sia stata una carenza nell’applicazione di ‘Vos Estis Lux Mundi’ e, più in generale, di queste norme volte a contrastare gli abusi”, ha affermato Messina. “Ogni volta che abbiamo cercato di invocare queste norme, anche tramite il mio avvocato canonico, ci è stato detto che non potevano essere applicate al mio caso perché non erano retroattive. Tuttavia, a prescindere da ciò, credo che la legge non abbia impedito, e non impedisca, alla Santa Sede di intervenire nei confronti del vescovo, soprattutto considerando che la sentenza del tribunale è molto chiara”.

    Messina ha anche osservato che, nonostante le notizie secondo cui padre Rugolo sarebbe stato ridotto allo stato laicale dopo la condanna del 2025, egli risulta ancora elencato come membro attivo del clero sul sito web della diocesi.

    “Non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale. La diocesi di Piazza Armerina lo elenca ancora tra i suoi sacerdoti sul suo sito web, con incarico presso l’arcidiocesi di Ferrara”, ha detto Messina a OSV News, aggiungendo che “per quanto mi riguarda, sì, rimane sacerdote”.

    In una dichiarazione pubblicata il 5 luglio, la diocesi ha affermato che, “in conformità con le norme canoniche, aveva precedentemente avviato un processo canonico che si era concluso con una sentenza di condanna”.

    OSV News ha contattato la diocesi di Armerina in merito allo status clericale di padre Rugolo e attende una risposta.

    Comunicazione con PCPM
    Dopo la condanna di Rugolo nel 2024, iniziarono i contatti tra Messina e il vescovo Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la tutela dei minori.

    Messina ha condiviso con OSV News la sua corrispondenza con la commissione, nonché una lettera da lui inviata a Papa Leone XIV.

    In una lettera datata 4 novembre 2024, il vescovo Alí informò Messina che papa Francesco aveva esteso un invito per un’udienza privata in Vaticano.

    Tuttavia, a causa di conflitti di programmazione e della successiva malattia e morte del papa, l’incontro non ebbe mai luogo. Ciononostante, Messina rimase in contatto con il segretario della commissione, recandosi anche a Roma per incontrarlo a maggio.

    Il vescovo Alí scrisse nuovamente il 15 luglio per confermare di aver informato papa Leone sul caso di Messina, nonché sulle sue preoccupazioni riguardo al fatto che il vescovo Gisana continuasse a guidare la diocesi nonostante le prove pubbliche di aver insabbiato i suoi abusi.

    «Sua Santità ha chiaramente espresso che la protezione dagli abusi e la giustizia sono punti fondamentali della missione della Chiesa e del suo pontificato», ha scritto il vescovo.

    “Desidero confermare la mia e la nostra volontà di mantenere un dialogo aperto con voi, come mi ha indicato Papa Leone XIV nei giorni scorsi. Egli ritiene che la sua Commissione per la Tutela dei Minori possa essere un luogo privilegiato di ascolto, creato proprio per tutti coloro che hanno subito abusi e, come voi, desiderano rivolgersi alla Santa Sede”, ha aggiunto.

    A settembre, il vescovo Alí ha risposto a una lettera di Messina, che chiedeva assistenza alla commissione in merito alle presunte azioni del vescovo Gisana per screditarlo, nonché alle presunte molestie da parte di membri della diocesi di Piazza Armerina.

    Nella sua lettera, il vescovo ha ribadito il mandato della commissione, che “riguarda lo sviluppo di politiche di protezione”, e che la storia di Messina “sarà tenuta in grande considerazione dalla Commissione nello svolgimento della sua missione”.

    Ha inoltre assicurato al sopravvissuto la sua “volontà di mantenere un dialogo aperto con lui”.

    Tuttavia, Messina ha dichiarato a OSV News che, dopo quella lettera, i molteplici tentativi di contattare il segretario della commissione, tra cui un aggiornamento su una richiesta di udienza con Papa Leone, sono rimasti senza risposta.

    “È un silenzio incomprensibile”, ha detto Messina. “L’unica spiegazione che temo è che il silenzio sia stato scelto deliberatamente, lasciandomi senza risposta. È quello che è successo con i dicasteri, ai quali ho inviato le mie lettere e gli atti del processo chiedendo loro di intervenire”.

    ‘Limiti’ al mandato
    OSV News ha contattato via email la commissione pontificia il 12 febbraio in merito alla frustrazione di Messina per il suo silenzio. Un messaggio dall’ufficio stampa della commissione ha confermato la ricezione e ha comunicato che avrebbe risposto “ma probabilmente non prima” del 16 febbraio.

    Poco dopo che OSV News ha ricevuto la conferma della commissione, Messina ha dichiarato di aver ricevuto un’e-mail con allegata una lettera del vescovo Alí in cui si scusava per il ritardo nella risposta. Tuttavia, la lettera, datata 12 febbraio, riportava erroneamente l’anno “2025” invece di “2026”.

    Il vescovo Alí ha assicurato che le preoccupazioni di Messina sono state inoltrate al Dicastero per la Dottrina della Fede e, pur assicurando la continua “apertura al dialogo e all’ascolto” della commissione, ha osservato che ci sono “limiti che il nostro mandato impone”.

    “In effetti, la Commissione non ha alcuna competenza su singoli casi o aspetti giudiziari, soprattutto quando si tratta di procedimenti ancora pendenti”, ha affermato il vescovo. “Ciò non diminuisce in alcun modo l’attenzione e il rispetto con cui abbiamo accolto la sua testimonianza, ma non siamo nella posizione di poter richiedere informazioni su quanto da lei richiesto”, ha scritto il vescovo.

    Le “informazioni” in questione erano una richiesta fatta da Messina il 1° novembre per avere risposte in merito allo status canonico di Padre Rugolo.

    Ha inoltre confermato che la richiesta di Messina di un’udienza privata con Papa Leone «è stata immediatamente trasmessa all’organismo competente della Curia Romana, la Prefettura della Casa Pontificia, affinché potesse essere valutata secondo l’ordine del giorno e la disponibilità di Sua Santità».

    Al momento della pubblicazione, la commissione non aveva ancora inviato la sua risposta a OSV News.

    Restano domande e determinazione
    Sebbene abbia apprezzato il fatto di aver ricevuto una risposta dopo cinque mesi di attesa, per Messina il messaggio del vescovo Alí solleva più domande che risposte su chi lui e i sopravvissuti come lui possano rivolgersi quando cercano aggiornamenti sui casi canonici o affrontano problemi con le diocesi locali.

    Ciononostante, Messina ha affermato che, nonostante i presunti tentativi da parte dei membri della diocesi di intimidirlo o metterlo a tacere, “ho ancora un briciolo di fede e mi aggrappo ad essa”.

    Nonostante la sofferenza e lo scoraggiamento, “spero di mantenere questa determinazione e che non solo ci sarà una condanna definitiva del sacerdote che ha abusato di me e di altri ragazzi, ma anche una condanna esemplare del vescovo Gisana e del suo vicario giudiziario, perché hanno insabbiato e tentato – e continuano a tentare – di insabbiare i crimini da lui commessi”.

    Quando gli è stato chiesto cosa avrebbe voluto dire a Papa Leone, Messina ha risposto a OSV News che gli avrebbe chiesto di “ascoltarmi e di mettere in pratica le misure necessarie, e di non aspettare che le vittime vadano avanti da sole”.

    “Non possiamo fare tutto da soli. La Chiesa non può esimersi dalla responsabilità di intervenire direttamente quando i fatti sono chiari e, soprattutto in questo caso, supportati dalla documentazione”, ha affermato. 

    Junno Arocho Esteves è corrispondente internazionale per OSV News. Seguitelo su X @jae_journalist.

    Clerical sexual abuse survivor urges Church action after Italian court upholds conviction

  • La diocesi di Brooklyn accetta la mediazione per risolvere oltre 1.000 denunce di abusi

    La diocesi di Brooklyn accetta la mediazione per risolvere oltre 1.000 denunce di abusi

    La diocesi di Brooklyn ha dichiarato giovedì di aver accettato di avviare una mediazione con oltre 1.000 persone che hanno dichiarato di aver subito abusi sessuali da minorenni da parte di sacerdoti o membri laici della chiesa. La diocesi stanzierà inoltre un fondo del valore di centinaia di milioni di dollari per risolvere le richieste di risarcimento delle vittime.

    In una lettera che annunciava la mediazione, il vescovo Robert Brennan di Brooklyn ha affermato che le accuse facevano parte della “vergognosa storia di abusi sessuali sui giovani da parte della Chiesa”.

    “L’impatto degli abusi sessuali è devastante”, ha scritto. “Come vostro vescovo, porgo nuovamente le mie più sentite scuse a tutte le vittime sopravvissute”.

    La lettera nomina come mediatori Daniel J. Buckley, un giudice in pensione della California, e Paul A. Finn , un avvocato di Boston con decenni di esperienza nella risoluzione di casi di abusi sessuali. Il giudice Buckley era stato nominato a dicembre come mediatore in una controversia simile tra l’Arcidiocesi di New York e oltre 1.300 persone che avevano dichiarato di aver subito abusi sessuali.

    La diocesi di Brooklyn, che comprende anche il Queens, deve affrontare oltre 1.100 cause legali. Molte sono state intentate in seguito al Child Victims Act dello Stato, entrato in vigore nel 2019 e che ha temporaneamente sospeso la prescrizione per le accuse di stupro e violenza sessuale. Alcune delle accuse di abusi nella diocesi risalgono ai primi anni ’50.

    La legge sulle vittime minorenni, seguita dall’Adult Survivors Act nel 2022, ha permesso a migliaia di persone di intentare cause legali contro la Chiesa cattolica romana. Anche per risolvere queste controversie, sei delle otto diocesi cattoliche dello Stato di New York hanno dichiarato bancarotta negli ultimi anni.

    Il costo totale della risoluzione dei casi nella diocesi di Brooklyn non è stato negoziato, ha affermato Robert Giuffra Jr., avvocato della diocesi. Invece di dichiarare bancarotta, ha affermato, la diocesi cercherà di raccogliere centinaia di milioni di dollari per gli accordi, principalmente vendendo immobili di proprietà della chiesa. Le donazioni alla diocesi e alle sue parrocchie non saranno utilizzate per risarcire le vittime, ha aggiunto Giuffra.

    Adriana Rodriguez, portavoce della diocesi, ha affermato che la mediazione accelererebbe gli accordi. “Se non andiamo in questa direzione, dovremo passare un altro decennio in tribunale”, ha detto. “Che senso ha? Sono già passati cinque anni. Le vittime sopravvissute hanno bisogno di una conclusione”.

    Alcuni avvocati che rappresentano le vittime hanno accolto con favore l’impegno del vescovo Brennan nel cercare un accordo tramite mediazione piuttosto che in tribunale. La diocesi di Brooklyn “ha contestato e combattuto queste rivendicazioni, ha rifiutato di assumersi la responsabilità e si è impegnata in un contenzioso duro e spietato”, ha affermato Jeff Anderson, che ha affermato che il suo studio ha rappresentato oltre 212 vittime di abusi di Brooklyn e del Queens, oltre ad altre 300 che hanno presentato denunce di abusi contro l’arcidiocesi di New York.

    “Si tratta di qualcosa che si sarebbe potuto fare, e si sarebbe dovuto fare, molto prima”, ha affermato.

    “Si tratta di un eccellente passo avanti per le vittime”, ha affermato Keith Sullivan, avvocato di diverse vittime che hanno già raggiunto un accordo con la diocesi di Brooklyn. “Le vittime possono mantenere la loro dignità e il loro anonimato attraverso questo processo, evitando il costoso e imbarazzante iter processuale”.

    Altri avvocati hanno descritto l’accordo di mediazione come un subdolo tentativo dell’ultimo minuto da parte della diocesi di continuare a sottrarsi alle proprie responsabilità. Anelga Doumanian, socia dello studio legale Pfau Cochran Vertetis Amala, che rappresenta alcuni degli accusatori, ha affermato che i suoi clienti non avevano ricevuto alcun preavviso prima dell’annuncio della mediazione, avvenuto giovedì.

    “Si tratta di una vera e propria trovata pubblicitaria mascherata da offerta di risarcimento”, ha affermato la signora Doumanian in una e-mail.

    I mediatori collaboreranno con un comitato di avvocati che rappresentano gli accusatori per negoziare gli importi dell’accordo, basandosi in parte sulla qualità delle prove e sulla gravità dell’abuso, ha affermato il signor Giuffra.

    Le persone che possono dimostrare di essere state parrocchiane o chierichetti di chiese specifiche e possono fornire descrizioni dettagliate delle interazioni con preti o membri laici del personale che erano noti abusatori, avranno più peso (e probabilmente riceveranno più denaro per un risarcimento) rispetto a coloro le cui accuse non identificano un abusatore specifico o un luogo in cui si è verificato l’abuso.

    “Ci sarà un processo di identificazione e valutazione delle rivendicazioni”, ha affermato il signor Giuffra.

    https://www.nytimes.com/2026/02/12/nyregion/brooklyn-diocese-church-sex-abuse-mediation.html

  • Don Samuele Marelli, respinta la proposta di patteggiamento per l’accusa di violenza sessuale

    Don Samuele Marelli, respinta la proposta di patteggiamento per l’accusa di violenza sessuale

    È stata respinta la proposta di patteggiamento a 2 anni di reclusione avanzata dalla difesa di don Samuele Marelli, il sacerdote accusato di aver abusato di 4 ragazzi minorenni tra il 2019 e il 2023. La decisione è arrivata da parte del gup Marco Formentin durante l’udienza del processo preliminare tenutasi mercoledì 11 febbraio al tribunale di Monza.

    Il fatto

    Il religioso, 50 anni, ex responsabile della Fondazione Oratori milanesi e poi vicario della comunità religiosa Giovanni Paolo II a Seregno, è accusato di violenza sessuale nei confronti di 4 giovani – tutti minorenni all’epoca dei fatti – che frequentavano la parrocchia.

    Abusi, quali palpeggiamenti e atti sessuali, che il sacerdote avrebbe commesso sia nella propria abitazione che durante vacanze di gruppo e ritiri spirituali. Il tribunale ecclesiastico ha già emesso verdetto di colpevolezza nei suoi confronti.

    Perché è stata respinta la proposta

    Tramite il suo avvocato, Don Samuele ha presentato una richiesta di patteggiamento a due anni di reclusione con sospensione della condizionale. Una proposta fatta riqualificando in parte reati da violenza sessuale ad atti sessuali con minore consenziente e prevedendo la circostanza attenuante della lieve entità.

    Il giudice Formentin ha però rigettato la richiesta dei legali di don Marelli, dichiarando l’incongruità della pena sia in termini di entità che di riqualificazione dei reati.

    La richiesta delle vittime

    I quattro ragazzi si sono costituiti parte civile per avere giustizia. Tre dei ragazzi abusati sono rappresentati dalle avvocate Cristina Ricci e Diletta Denova.

    “Abbiamo fatto una quantificazione dei danni – spiega Ricci – e ciò che chiediamo è che venga riconosciuta la gravità dei fatti e conseguentemente anche l’entità del risarcimento”.

    La prossima udienza

    Dopo aver respinto la richiesta dell’avvocato difensore del sacerdote, il giudice si è dichiarato incompatibile.

    Di conseguenza il processo è stato rinviato al prossimo 10 giugno davanti ad un altro giudice dell’udienza preliminare, la dottoressa Colella. In quel frangente potrà ancora essere richiesto il rito abbreviato oppure si potrà decidere di andare a dibattimento.

    https://www.monzatoday.it/cronaca/don-samuele-marelli-processo-respinto-patteggiamento.html

  • Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un movimento senza precedenti sta emergendo in Francia: un collettivo di ex studenti degli istituti cattolici Lasalliani, affiliati ai “Fratelli delle Scuole Cristiane”, rompe il silenzio per denunciare decenni di violenze fisiche, umiliazioni e aggressioni sessuali. Queste rivelazioni, che coprono il periodo dal 1955 al 1985, mettono in luce atti spesso prescritti per legge, ma le cui cicatrici rimangono profonde per le vittime, oggi di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Di fronte a queste accuse, la congregazione assicura di prendere la situazione “molto sul serio” e ha già risarcito 70 persone, per un importo totale superiore a 2,4 milioni di euro, chiedendo al contempo un più ampio riconoscimento della sua responsabilità.

    Il collettivo, i cui membri testimoniano di “stupri, percosse, umiliazioni” e altre forme di abuso, si è formato per chiedere che venga fatta luce su queste pratiche ritenute “sistemiche”. Queste violenze sarebbero state perpetrate sia da figure religiose che da insegnanti laici all’interno di una ventina di istituzioni sparse sul territorio francese. L’eco delle loro voci risuona mentre la società francese e la Chiesa cattolica affrontano una presa di coscienza collettiva degli abusi passati, spesso nascosti o minimizzati.

    Philippe Auzenet, 73 anni, co-fondatore del collettivo, ha coraggiosamente condiviso la sua agghiacciante testimonianza. Racconta di essere stato “minacciato di morte, violentato, legato, appeso per i piedi” tra i 7 e i 9 anni alla scuola Lasalliana di Rouen, con aggressori che brandivano “coltelli da macellaio” e minacciavano di “cavargli gli occhi”. Esperienze traumatiche che, secondo le sue stesse parole, gli hanno “rovinato la vita”. Un altro co-fondatore, preferendo rimanere anonimo, ha anche descritto “violenze e molestie” subite presso la scuola/collegio Saint-Augustin di Saint-Germain-en-Laye tra il 1969 e il 1978. Questi resoconti toccanti illustrano la scala e la brutalità degli abusi subiti da molti bambini all’interno di queste istituzioni educative.

    La Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fondata da Jean-Baptiste de La Salle e che oggi gestisce 150 scuole private convenzionate in Francia, ha risposto tramite il suo avvocato, Matthias Pujos. In una dichiarazione, ha affermato di essere “consapevole (…) della responsabilità che le incombe”. Dal 2014 è stata istituita una cellula di ascolto per raccogliere le segnalazioni e accompagnare le vittime. Ad oggi, sono state registrate 72 segnalazioni, che hanno portato al risarcimento di 70 persone per un importo totale di 2.434.882 euro, in conformità con le raccomandazioni della Commissione Riconoscimento e Riparazione (CRR) della Chiesa.

    Nonostante questi sforzi, il collettivo ritiene che la risposta sia insufficiente. Insiste sulla necessità di un riconoscimento esplicito della natura “sistemica” della violenza e chiede la creazione di un fondo di risarcimento sostanziale di 100 milioni di euro. Questa richiesta si inserisce in un movimento più ampio di richiesta di giustizia e riparazione per le vittime di abusi all’interno della Chiesa, a seguito delle rivelazioni del rapporto Ciase (Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa) nel 2021, che aveva stimato il numero di vittime minorenni dal 1950 a 330.000.

    La maggior parte dei fatti denunciati dall’ex collettivo Lasalliano sono prescritti, il che significa che non possono più essere oggetto di azioni penali. Tuttavia, la congregazione ha comunque presentato tre denunce giudiziarie dal 2022 ai pubblici ministeri di Besançon, Évry-Courcouronnes e Reims, riguardanti atti in cui i sospettati sono ancora vivi. Questo passo, sebbene tardivo per alcune vittime, indica la volontà di cooperare con la giustizia nei casi in cui ciò sia ancora possibile.

    Gli istituti coinvolti, alcuni dei quali oggi non appartengono più alla congregazione, si trovavano in diverse città francesi come Quimper, Rouen, Mende, Langogne (Lozère), Rueil-Malmaison, Issy-les-Moulineaux (Hauts-de-Seine), Grenoble, Igny (Essonne), Nantes o Parigi. La dispersione geografica dei casi sottolinea l’entità del problema e la necessità di un approccio completo per affrontarlo.

    Il collettivo lancia ora un appello nazionale a testimonianze, sperando di incoraggiare altre vittime a uscire allo scoperto. Questa iniziativa mira non solo a ottenere un riconoscimento pieno ed esplicito da parte della congregazione, ma anche a contribuire a un processo di guarigione collettiva. La battaglia per la verità e la giustizia è lungi dall’essere finita, e questi ex studenti sono determinati a non lasciare che questi atti di violenza cadano nell’oblio, lavorando affinché tali tragedie non si ripetano mai più nelle istituzioni educative.

  • Abusi in convento a Oristano a fine anni ’80, condannato perde i voti da prete

    Abusi in convento a Oristano a fine anni ’80, condannato perde i voti da prete

    l tribunale ecclesiastico interdiocesano della Sardegna ha dimesso dallo stato presbiteriale il prete che a cavallo della fine degli anni Ottanta diresse il Collegio serafico francescano di Oristano.

    La sentenza è stata emessa ieri a tarda sera.

    Ad annunciarlo è stato Padre Paolo Contini, al secolo Marco Contini, che su Facebook ha spiegato: “sono state riconosciute vere le denunce e gli abusi. Il prete della diocesi di Tempio-Ampurias don Valerio Manca (da frate noto come padre Emanuele) è stato dimesso dallo stato clericale, cioè non è più sacerdote della Chiesa cattolica”.

    Il collegio giudicante, riunito nella Pontificia università Santa Croce a Roma, ha accolto le tesi del appresentante dell’accusa che aveva chiesto la pena massima per l’ormai ex prete, ovvero la perdita dei voti e la cacciata da qualsiasi ordine ecclesiastico.

    A scoperchiare la serie di abusi sessuali all’interno del collegio era stata una delle vittime, proprio padre Paolo Contini che a distanza di decenni da quei fatti, il 13 maggio 2023 (giorno della festa della Madonna di Fatima) denunciò, con gli avvisi dati ai suoi parrocchiani, la sua esperienza da seminarista adolescente nel collegio. Padre Paolo portò il caso davanti al tribunale ecclesiastico dopo che l’autore degli abusi, trentasei anni dopo, gli chiese perdono attraverso una lettera che divenne una delle prove nel processo nel quale don Paolo è stato affiancato dall’avvocato Alessandro Camedda.

    Sul fronte penale il reato sarebbe prescritto ma, a quanto apprende l’ANSA, il procedimento non sarebbe ancora stato archiviato dalla procura di Oristano, che stava attendendo la decisione del collegio del tribunale ecclesiastico.

    E’ di ieri l’appello della Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu al vescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi: “La situazione degli abusi sui minori nella nostra Isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante: la Chiesa deve intervenire”, ha scritto la Garante ricordando che sono 37 i casi di abusi censiti in Sardegna dalla Rete L’Abuso nell’ultimo quinquennio: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro, 196 le vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso. Valerio Manca

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/15/abusi-in-convento-a-oristano-a-fine-anni-80-condannato-perde-i-voti-da-prete_5e3573f6-9609-460d-9fed-7ccef5ddac95.html

  • Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Realizzare un film che descriva nel dettaglio le accuse di abusi sessuali e spirituali ai danni delle suore nella Chiesa cattolica, mantenendo al contempo un messaggio di speranza, non è un’impresa facile. Eppure è proprio questa la sfida che la regista italiana Lorena Luciano ha affrontato con il suo nuovo documentario “Suore contro il Vaticano”.

    Presentato in anteprima mondiale a settembre al Toronto International Film Festival, il documentario si concentra sugli abusi subiti dalle religiose nella Chiesa cattolica da parte del clero maschile. Il film presenta testimonianze e commenti di diverse donne impegnate a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli abusi commessi dal clero nella Chiesa cattolica. Tra queste, le giornaliste Federica Tourn e Lucetta Scaraffia, l’attivista Barbara Dorris e l’avvocato Laura Sgrò. Mariska Hargitay, famosa per il suo ruolo della detective Olivia Benson nella serie della NBC “Law & Order: Unità vittime speciali”, è produttrice esecutiva.

    “Suore contro il Vaticano” ha come protagonista Gloria Branciani, l’ex suora che accusò pubblicamente Padre Marko Rupnik, ex gesuita, di abusi sessuali e spirituali. L’8 dicembre 2025, America ha parlato con la signora Branciani e con la signora Luciano, la regista, che ha anche svolto il ruolo di traduttrice per la signora Branciani durante l’intervista.

    Alla domanda sulle motivazioni che l’hanno spinta a intraprendere il progetto, la Sig.ra Luciano ha raccontato il suo percorso verso l’identificazione di un problema di abusi pervasivo e sistemico nella Chiesa cattolica, che stava colpendo le religiose in modo particolarmente dannoso. Cresciuta in Italia, è stata circondata dall’influenza della Chiesa cattolica. Ha descritto un’”epifania” durante la lettura di un articolo della Sig.ra Scaraffia, fondatrice e direttrice della rivista vaticana “Donne, Chiesa, Mondo” dal 2012 al 2019.

    I tentativi della Sig.ra Scaraffia di denunciare gli abusi clericali hanno spinto la Sig.ra Luciano a intraprendere una propria indagine, soprattutto in quanto donna italiana. “Questa è l’Italia, patria del Vaticano… L’idea che la nostra cultura sia così legata a un’istituzione che è la più antica e venerata, soprattutto nel nostro Paese, mi ha spinta ad approfondire”, ha detto. Ma nonostante avesse notato i campanelli d’allarme della Sig.ra Scaraffia, ciò che la Sig.ra Luciano ha scoperto l’ha comunque scioccata. “Non potevo aspettarmi di trovare un’umanità così oppressa, sistematicamente messa a tacere”.

    La signora Luciano ha descritto l’incontro con moltissimi sopravvissuti che “si sentivano isolati”, isolati dal trauma e dalla mancanza di risposta da parte della Chiesa. È stata questa dinamica a motivarla a realizzare il film: “È diventata… una missione: fare qualcosa che potesse parlare a nome di tutti, per dire… che nessuno è solo in questo terribile trauma. E questa era davvero l’idea… creare una piattaforma affinché le persone potessero riconoscersi nella storia di qualcun altro”.

    Parlando della sua decisione di apparire nel film, la signora Branciani ha parlato anche della solitudine della vittimizzazione e ha spiegato come il film sia diventato un’opportunità stimolante per “percorrere un cammino che le avrebbe permesso di uscire dal ruolo di vittima”.

    La signora Branciani ha stretto un rapporto con Padre Rupnik mentre prestava servizio come suora nella Comunità di Loyola a Lubiana, in Slovenia, una congregazione cattolica co-fondata da Padre Rupnik. Secondo la signora Branciani, negli anni ’90 denunciò Padre Rupnik per abusi sessuali, ma all’epoca fu licenziata e sminuita dalla madre superiora e da altri leader ecclesiastici.

    Prima che le accuse di abusi esponessero Padre Rupnik a polemiche e vergogna pubblica, aveva goduto di ampia attenzione e plauso per i suoi mosaici di piastrelle. Nel documentario, la signora Branciani sostiene che la creazione di quest’opera d’arte fosse direttamente legata agli abusi sessuali e spirituali da lei subiti. Sostiene che Padre Rupnik le abbia chiesto di posare come modella per la sua opera, una richiesta che ha portato ad avances sessuali indesiderate. La signora Branciani sostiene inoltre che Padre Rupnik abbia costretto lei e un’altra consorella a compiere atti sessuali a tre, giustificati da lui stesso come incarnazione dell’”immagine della Santissima Trinità”.

    I colloqui della signora Branciani con la giornalista Federica Tourn le hanno dato la forza di rivisitare il passato dopo diversi decenni e, alla fine del 2023, ha reso pubblica la sua identità. Il film racconta la conferenza stampa molto pubblicizzata tenutasi all’inizio del 2024, in cui la signora Branciani ha parlato apertamente degli abusi che afferma di aver subito come suora. 

    La decisione di rendere pubblica la sua storia viene esplorata con attenzione e compassione in “Suore contro il Vaticano”. Nel corso del film, la signora Branciani è chiaramente alle prese con l’immenso peso emotivo degli abusi, anche decenni dopo che, secondo quanto riferito, altre religiose l’avevano esortata a lasciare le Suore della Comunità di Loyola nel 1994. 

    Eppure, la signora Branciani ha raccontato ad America come la partecipazione al documentario le abbia permesso di trovare una nuova identità e forza. “Quando… sei confinata nel ruolo di vittima, ti vedi solo in relazione… al carnefice. E in questo modo, continui a dare potere all’abusante”, ha detto. Ma condividere la sua storia alle sue condizioni l’ha trasformata nella sua stessa sostenitrice, permettendole così di rivendicare un senso di auto-appropriazione. “Una volta che esci dal ruolo di vittima, qualcosa si scioglie, quindi non sei più intrappolata… Torni a vivere”. 

    Questo processo di “ritorno in vita” è stato favorito dal sistema di supporto delle donne che si sono strette attorno alla signora Branciani. Il film la mostra mentre si riunisce con Mirjam Kovac , un’altra ex suora e presunta vittima di Padre Rupnik della Comunità di Loyola. Dato che la decisione della signora Branciani di lasciare la comunità l’ha alienata dalle altre suore, l’opportunità di riconnettersi con vecchie amiche e trovare forza in nuove relazioni è stata fondamentale nel suo percorso di guarigione. Come ha detto lei stessa, “l’abuso non può essere superato da soli”. 

    Sebbene la signora Branciani abbia parlato del film come di un viaggio personale, ha anche sottolineato come lo scopo del documentario fosse più ampio della semplice condivisione della storia di una singola persona. Sia lei che la signora Luciano hanno parlato degli abusi clericali come di un problema pervasivo e sistemico che rende le donne nella Chiesa particolarmente vulnerabili ai maltrattamenti. Sebbene il suo trauma fosse il risultato delle azioni di un singolo individuo, ha vissuto “la Chiesa come un contesto in cui gli abusi possono verificarsi”. 

    Le donne hanno espresso frustrazione per l’attuale sistema di indagine e di accertamento delle responsabilità. La signora Luciano, in particolare, ha criticato l’attuale processo in cui i leader ecclesiastici tengono “processi ecclesiastici per abusi” senza “consentire a tutte le vittime di partecipare al processo”. Allo stesso modo, la signora Luciano ha identificato il problema degli “spettatori”, sostenendo che i cattolici dovrebbero essere più attenti a come fedeli membri della Chiesa possano rendersi complici dell’insabbiamento degli abusi attraverso la loro ignoranza e negazione.  

    Ma nonostante le critiche all’attuale processo di responsabilizzazione, le donne hanno chiarito che non stanno cercando di distruggere o indebolire la Chiesa. Piuttosto, la signora Luciano ha insistito sul fatto che “la Chiesa non potrà salvarsi” negando il dolore che è stata capace di infliggere. L’unico modo per la Chiesa cattolica di andare avanti, dal suo punto di vista, è riconoscere il dolore che ha inflitto e impegnarsi per impedire che questo danno si ripeta. 

    Nel caso della signora Branciani e di padre Rupnik, non si è ancora giunti a una soluzione definitiva. Il sacerdote è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel 2023, ma è stato poi incardinato come sacerdote nella diocesi di Capodistria, in Slovenia, più tardi nello stesso anno. In una dichiarazione pubblica relativa all’accettazione di padre Rupnik nella diocesi di Capodistria, il vicario generale della diocesi, Slavko Rebec, ha spiegato che questa decisione era dovuta “al fatto che non era stata emessa alcuna sentenza giudiziaria nei confronti di padre Rupnik”. 

    Nel corso della sua lunga carriera di artista, i mosaici di Padre Rupnik sono stati esposti in chiese di tutto il mondo. Sebbene alcuni luoghi, come la Basilica di Nostra Signora del Rosario a Lourdes, in Francia, abbiano scelto di ricoprirli , essi sono ancora esposti nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano e in numerose chiese ed edifici religiosi in vari paesi e città. 

    La controversia in corso sullo status di Padre Rupnik nella Chiesa cattolica non ha impedito alla signora Branciani di tentare di andare avanti con la sua vita. Sebbene gli abusi subiti siano stati particolarmente dolorosi perché hanno minato la sua fede, ha affermato di essersi impegnata a mantenere un forte senso di spiritualità e un legame personale con Dio. “Il rapporto con il divino è dentro di noi”, ha detto. “[Ho] un rapporto diretto con Dio, e nessun altro può togliermelo”.

    “Suore contro il Vaticano” è attualmente proiettato per un pubblico selezionato.