Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Lesioni e abusi su un giovane parrocchiano: prescrizione per don Gianni

    Rischiava una condanna a sette anni di reclusione. Tanti ne aveva chiesti il pubblico ministero nei confronti di don Gianni Bekiaris. Ma quando il tribunale di Frosinone (presidente Farinella, a latere Doglietto e Tamburro) pronuncia la sentenza, poco prima delle venti, dichiara estinti per prescrizione la violenza sessuale e le lesioni personali gravissime. In precedenza, nel primo pomeriggio, il pubblico ministero Adolfo Coletta aveva chiesto una condanna a sette anni, ma solo per le lesioni. Le violenze sessuali quando il ragazzo era ancora minorenne non sono state ritenute provate dall’accusa, da qui la sola richiesta di condanna per le lesioni personali gravissime, conseguenza, secondo il pm, di una serie indeterminata di abusi che l’accusa ha ritenuto accaduta nel corso del tempo. Ma è stato proprio il trascorrere del tempo ad avere un peso determinante: troppo ne è passato per arrivare a una condanna.

    Ora bisognerà attendere 90 giorni per le motivazioni. Comunque soddisfatta la difesa del religioso, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Pizzutelli, al termine di un processo lungo, difficile e carico di tensione. Bisognerà capire se la procura intenderà proporre appello.

    Tanti i testimoni sfilati in aula. Tra le dichiarazioni ascoltate dal tribunale quelle della vittima (rappresentata dall’avvocato Carla Corsetti), dei genitori e dello psicologo, un altro religioso, con il quale il ragazzo aveva intrapreso un percorso, nel periodo 2010-2011, culminato con la “confessione” delle violenze subite ai genitori. Chiamati a testimoniare il vescovo di Frosinone Ambrogio Spreafico e don Giuseppe Principali, componente del tribunale ecclesiastico che ha giudicato don Gianni. Entrambi hanno opposto il segreto ministeriale. Da qui la scelta del tribunale di non sentirli.

    Secondo quanto dichiarato in aula dalla madre, il figlio avrebbe subito le prime molestie ai tempi del catechismo. Secondo la denuncia la vittima era stata costretta a subire le violenze da quando aveva otto anni fino a 23. «È Dio che ci ha uniti», erano state le parole attribuite dal ragazzo al religioso. La prima violenza completa – secondo la madre – si sarebbe consumata a 11 anni, in occasione di una vacanza in Abruzzo. Violenze che la consulenza del pm avrebbe confermato.

    La difesa del religioso, all’inizio del processo, aveva chiesto l’esclusione della parte civile sulla base di un accordo transattivo, intervenuto dopo la condanna del tribunale ecclesiastico. Ma la parte civile, che ha sempre sostenuto danni permanenti, è rimasta in giudizio. Tra gli elementi introdotti nel processo dalla difesa il consulente di parte, che ha escluso il verificarsi delle violenze. Secondo questi il disturbo della personalità della parte offesa non sarebbe stato correttamente diagnosticato per il mancato rispetto dei protocolli. Il consulente aveva ritenuto che il disturbo fosse incompatibile con lo stato di soggezione psicologica che il ragazzino avrebbe manifestato. Sentiti diversi fedeli che frequentavano la parrocchia.

    https://www.ciociariaoggi.it/news/cronaca/73966/lesioni-e-abusi-su-un-giovane-parrocchiano-prescrizione-per-don-gianni?fbclid=IwAR0F4aMbePbBROMDZnMRmMGLVs1RoUuuikQJ0J39QBvBQ0kmLd-BdzHXt_o

  • Tre fratelli abusati da preti pedofili fanno causa al Vaticano: “Ha coperto gli abusi”

    Tre fratelli abusati da preti pedofili fanno causa al Vaticano: “Ha coperto gli abusi”

    Una nuova ʻtegola’ per il Vaticano: Luke, Stephen e Ben Hoffman, tre fratelli statunitensi, hanno presentato una causa contro la Santa Sede per aver coperto il prete pedofilo che ha abusato di loro quando erano ragazzi. Gli Hoffman, assieme ad altre due vittime, chiedono inoltre che il Vaticano renda pubblici i nomi dei sacerdoti pedofili. Negli Usa, tra il 1950 e il 2016, i parroci accusati di abusi sui minori sono stati oltre 6.700.

    Luke, Stephen e Ben Hoffman, tre fratelli statunitensi, sono stati abusati durante la loro adolescenza da Curtis Wehmeyer, un prete dell’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis. Il sacerdote è stato arrestato nel 2012 e condannato a 5 anni di carcere dopo la denuncia della madre dei tre ragazzi. Il caso portò nel 2015 alle dimissioni dell’arcivescovo John Nienstedt, che non prese alcun provvedimento disciplinare contro il pedofilo. Per questo, i fratelli Hoffman hanno presentato martedì una causa contro il Vaticano con l’accusa di non aver denunciato alle autorità i preti sospettati di pedofilia, contribuendo così a mettere a rischio molti minori.

    Durante una conferenza stampa, i tre fratelli, accompagnati da altre due vittime di preti pedofili, hanno annunciato di aver presentato una causa federale nello Stato del Minnesota. I cinque, inoltre, chiedono alla Santa Sede di aprire gli archivi e diffondere i nomi dei sacerdoti colpevoli di abusi. “Non voglio che nessun altro passi per ciò che io e i miei fratelli abbiamo subito – ha affermato Stephen – pretendo solo che il Vaticano faccia ciò che è giusto”.

    Secondo l’accusa, all’interno della Chiesa la condotta di Wehmeyer era conosciuta molto prima che il prete abusasse dei fratelli Hoffman. Nel 2004, infatti, la polizia fermò il sacerdote in un parco pubblico del Minnesota dove avvenivano incontri sessuali. A Wehmeyer, successivamente, era stato diagnosticato un disturbo sessuale. L’arcivescovo di allora lo trasferì in un’altra parrocchia relegandolo a funzioni amministrative. Non ci rimase molto in quel ruolo perché, nel 2009, il prete pedofilo ritornò ad essere sacerdote a tutti gli effetti. Sarebbe stato proprio il nuovo arcivescovo, John Nienstedt, a ridargli la sottana. Nei tre anni seguenti, il prete ha abusato di Luke, Stephen e Ben Hoffman durante i campeggi estivi quando i tre erano adolescenti. Dopo la denuncia della madre dei ragazzi, nel 2012 Wehmeyer è stato arrestato e dichiarato colpevole di abusi sessuali e possesso di pornografia infantile.

    Il quarto querelante è un uomo di 51 anni, Jim Keenan, che ha subito abusi negli anni Settanta da parte di un prete, Tom Adamson, le cui azioni sarebbero state tenute in segreto dalla Chiesa. “Mi sono fatto avanti per fare causa al Papa e al Vaticano – ha detto Keenan ai giornalisti – perché tutto questo deve finire”. L’ultimo accusatore è Manuel Vega, tre le 30 vittime di un prete messicano, Fidencio Silva Flores, che sembra sia tornato in patria dopo aver compiuto i suoi abusi negli Usa. “È un altro di quelli che devono essere trovati”, ha spiegato Vega durante la stessa conferenza stampa. “Da quello che ho sentito è in Messico o in Spagna, ancora attivo e pericoloso”.

    L’avvocato americano del Vaticano, Jeffrey Lena, non ha rilasciato commenti. Mentre l’arcivescovo Nienstedt ha negato con forza le accuse di aver coperto il prete pedofilo. I fratelli Hoffman, durante la conferenza stampa, hanno detto che il loro obiettivo e far emergere la verità: costringere il Vaticano a rendere pubblici i nomi dei sacerdoti accusati di pedofilia e gli abusi da loro compiuti. “Sono ancora cattolico, ho un profondo amore per la Chiesa e per la mia fede, per me significa tutto – ha detto Ben tra le lacrime – ma il Vaticano deve risolvere questo problema”.

    Nel periodo 1950-2016, i parroci americani accusati di pedofilia sono stati oltre 6.700, d’accordo con i dati della conferenza episcopale degli Stati Uniti. Nel 2014, davanti alle Nazioni Unite, monsignor Silvano Maria Tomasi ha ammesso che più di 3.400 accuse credibili di abusi sessuali su minori erano arrivate alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Come conseguenza, 848 parroci sono stati licenziati e oltre 2.500 misure disciplinari sono state applicate negli altri casi. I nomi dei preti pedofili, però, non sono mai stati resi pubblici. La causa aperta negli Stati Uniti adesso potrebbe segnare un nuovo capitolo nello scandalo pedofilia nella Chiesa cattolica.

    https://www.fanpage.it/tre-fratelli-abusati-da-preti-pedofili-fanno-causa-al-vaticano-ha-coperto-gli-abusi/

  • Processo al ‘Santone’ per pedofilia a Catania, si farà a porte chiuse

    Processo al ‘Santone’ per pedofilia a Catania, si farà a porte chiuse

    Si svolgerà a porte chiuse, per la delicatezza dei temi trattati dal procedimento, il processo ’12 apostoli’ per presunti abusi sessuali su minorenni consumati in una comunità di ispirazione cattolica. Lo ha deciso, accogliendo la richiesta della Procura, il presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Catania, Ignazia Barbarino, che ha rinviato per un difetto di notifica la prima udienza, prevista per oggi, al 14 ottobre. Tra i quattro imputati il ‘santone’ Piero Alfio Capuana, 75enne bancario in pensione, alla guida della comunità che avrebbe abusato di ragazzine tra i 13 e i 15 anni, in alcuni casi con la complicità delle madri delle vittime. Con lui a processo anche tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, Fabiola Raciti e Rosaria Giuffrida Secondo l’accusa, gli abusi erano presentati come purificazione compiuti da un ‘arcangelo’ reincarnato, plagiando le ragazze. Nel processo alcune delle giovani vittime si sono costituite parte civile assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Salvo Pace. In aula era presente anche l’avvocato Giampiero Torrisi legale della Diocesi di Acireale che alla prossima udienza chiederà di costituirsi in processo come parte civile. Intanto ha avuto accesso al rito abbreviato uno dei tre indagati per favoreggiamento: l’ex presidente dell’Associazione cattolica cultura ed ambiente di Aci Bonaccorsi, Salvatore Torrisi, con la prima udienza fissata per il 28 ottobre. Per gli altri due – l’ex deputato e assessore regionale, Domenico ‘Mimmo’ Rotella, marito di Rosaria Giuffrida, e il sacerdote, padre Orazio Caputo – è in corso l’udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura. Da intercettazioni della polizia postale di Catania emergerebbe che il sacerdote avrebbe appreso nel segreto della confessione delle indagini avviate su una denuncia per abusi sessuali e avrebbe avvisato dell’attività in corso Torrisi e Rotella. Nell’inchiesta sono confluiti gli incidenti probatori con gli interrogatori delle vittime. Titolari dell’inchiesta ’12 apostoli sono il procuratore Carmelo Zuccaro, l’aggiunto Marisa Scavo e il sostituto Agata Consoli.

    https://www.nuovosud.it/articoli/92669-cronaca-catania/processo-al-santone-pedofilia-catania-si-far%C3%A0-porte-chiuse

  • Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Di Francesco Zanardi – Poche righe di premessa per poter comprendere, tenendo sempre presente come chiave di lettura, che le leggi emesse da qualunque paese, compreso lo Stato della Città del Vaticano, hanno validità solamente all’interno dello Stato e nelle rispettive extraterritorialità.

    La Crimen Sollicitationis, è un documento segreto (mai abrogato) stilato nel 1962  da Alfredo Ottaviani (per conto del Vaticano).

    Quel documento, regolamentava, cioè spiegava alle gerarchie, come gestire internamente i casi di pedofilia, come redimere i sacerdoti che si macchiavano di tale crimine, che però, per la chiesa, ancora oggi non è un crimine contro la persona ma un crimine contro Dio.

    I preti pedofili sono un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, al punto tale da richiederne già all’ora una norma interna.

    Quella norma restò segreta fino al 2001, quando dopo lo scandalo di Boston, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che all’epoca era a capo dell’ex Santa Inquisizione, oggi ammodernata nel nome e nota come Congregazione della Dottrina della Fede, sotto il pontificato del papa polacco Giovanni Paolo II, ricordò ai vescovi di tutto il mondo – tramite un secondo documento, una lettera, la De Delictis Grvioribus – che il documento del 1962, era tutt’ora in vigore e lo inasprì, inserendovi il segreto pontificio.

    Fu proprio dietro quella lettera del 2001, che l’allora cardinale Ratzinger, nel 2005, dopo lo scandalo di Boston, fu portato alla sbarra da un avvocato di Houston, Daniel Shea. C’eravamo quasi nel 2005, ma di li a poco il cardinale Ratzinger viene eletto papa, ed immediatamente chiede al Presidente Georg Bush l’immunità, che le viene prontamente concessa.

    La chiave di lettura dei vari motu propri, è che vanno ad aggiungersi alle precedenti direttive che non sono mai state abrogate e ai medesimi riferimenti del codice canonico.

    Il Motu proprio pubblicato il 9-5-2019 dal nome “Vos estis lux mundi” è un testo eccezionalmente “criminale” sotto certi aspetti, che persevera nel non rendere alcuna giustizia alla vittima, ma solamente a Dio. Ovviamente anche la chiesa ci guadagna qualcosa oltre a non risarcire la vittima, l’immagine dell’istituzione.

    Nel documento è completamente sparita qualunque forma di collaborazione o indicazione di denuncia all’autorità civile del paese dove i crimini vengono commessi, l’unica soluzione tra le altre cose che renderebbe effettiva giustizia, oltre che a Dio, una volta tanto anche alla vittima, ma è più che evidente che quest’ultime non siano l’interesse della chiesa.

    Il Motu proprio, unito ai primi due documenti; il primo del 1962 che regolamentava la gestione dei casi e, il secondo del 2001 che sul primo inseriva l’obbligo per le gerarchie del Segreto Pontificio, non lasciano spazio che ad un’unica chiave di lettura; OMERTA’ assoluta per i tutti membri del clero.

    Sulla base di quanto premesso, analizziamo il documento partendo dalla sua natura ovvero, l’ambito di applicazione Art.1, par. a) si legge “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo” – “Non commettere atti impuri”.

    Come detto in precedenza, l’oggetto del Motu proprio è Dio e non il minore vittima del sacerdote, anch’esso attore insieme al prete dell’atto impuro contro Dio.

    All’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati.

    • 1. Tenendo conto delle indicazioni eventualmente adottate dalle rispettive Conferenze Episcopali, dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Patriarcali e delle Chiese Arcivescovili Maggiori, o dai Consigli dei Gerarchi delle Chiese Metropolitane sui iuris, le Diocesi o le Eparchie, singolarmente o insieme, devono stabilire, entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico. Le Diocesi e le Eparchie informano il rappresentante Pontificio dell’istituzione dei sistemi di cui al presente paragrafo.

    Al primo paragrafo vediamo regolamentato un vero e proprio servizio di intelligence che istruisce l’acquisizione attraverso sportelli diocesani, delle segnalazioni delle sciagurate vittime che si presenteranno a quegli sportelli, regolamentandone quella che chiamano la “protezione dei dati” acquisiti dalle vittime, ma che non è in tutela delle stesse vittime, ma della chiesa.

    Sarebbe infatti importante vedere – nel caso la vittima, insoddisfatta delle procedure della chiesa decidesse di rivolgesi successivamente all’autorità civile – che uso verrebbe fatto delle informazioni fornite fino a quel momento allo sportello diocesano?

    Teniamo ben presente che la diocesi, è quella che in caso di un processo in un tribunale civile, fornirà la difesa al prete, la domanda è quindi d’obbligo.

    Nel Motu proprio, a riguardo non c’è nulla e l’articolo 2, se è pur vero che ha come titolo – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati, è anche vero che non è rivolto alla vittima, ma ai dati acquisiti dalla chiesa e alla loro protezione affinchè non fuoriescano.

    Vediamo infatti ai successivi tre paragrafi;

    • 2. Le informazioni di cui al presente articolo sono tutelate e trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza ai sensi dei canoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2 CCEO.
    • 3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.
    • 4. Agli effetti del presente titolo, alle Diocesi sono equiparate le Eparchie e all’Ordinario è equiparato il Gerarca.

    Le informazioni sono sottoposte a segretezza (verso l’esterno) , ma internamente invece, vengono inviate a più soggetti oltre al ricevente; (§3) all’ordinario  del luogo (in genere il vescovo), all’ordinario della persona segnalata, ovvero chi attualmente la ha in carico.

    Un devoto cattolico, Giulio Andreotti, diceva che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” e qui, c’è davvero poco da pensare male perché da quel famoso documento del 1962 tutt’ora in vigore, la chiesa ha sempre insabbiato e nascosto – a danno delle vittime e producendone delle nuove – sempre sulla base delle informazioni acquisite da chi denunciava i preti criminali e all’Art. 2, per chi non se ne fosse ancora accorto, viene addirittura regolamentata l’intera procedura, come in passato utile ad allertare, insabbiare, fare sparire il più possibile le prove e se è il caso anche il prete, che troverà rifugio sicuro in una delle c.d. “comunità per preti pedofili” – di cui si parla approfonditamente nel libro Giustizia Divina, di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere).

    La “Vos estis lux mundi”, nella sostanza riconferma come i precedenti documenti, la stessa procedura che in questi anni ha permesso ai preti pedofili di abusare di minori e sfuggire alla giustizia civile.

    Certo, con tale procedura, qualora la vittima decidesse di rivolgersi successivamente all’autorità civile, questi troverebbero solo un tale inquinamento di prove, da rendere nulla qualunque indagine e insostenibile qualunque accusa.

    Come sempre, nessun cenno di indennizzi per le vittime e le proprie famiglie, tranne la solita assistenza spirituale, l’ascolto e l’indirizzamento presso centri medici e psicologici di terze parti, (sanità pubblica o convenzionati).

    A girare il coltello nella piaga allo Stato italiano però, ci ha subito pensato Charles Scicluna che dopo il Motu proprio “beffardo”, ribadisce che a far arrivare alla magistratura le denunce, ci deve pensare lo Stato.

    E qui, il problema è enorme, perché proprio lo Stato italiano, giusto lo scorso 28 febbraio, è stato pesantemente accusato dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, che al punto 21 della Relazione conclusiva, lamenta l’inerzia dello Stato ai danni dei propri cittadini e la connivenza con la chiesa in materia di pedofilia;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    La chiesa cattolica ha un grande problema.

    No, non è la pedofilia, ma il Vaticano che anziché emettere un semplice decreto risolutivo come ordinare ai vescovi la denuncia all’autorità civile, diabolicamente persevera nell’attuare quelle politiche che da sempre hanno garantito l’ingiustizia alle vittime e l’impunità ai colpevoli.

    di Francesco Zanardi

  • Padre Pierre, gli abusi sessuali  in collegio e quel cadavere  nel Tevere

    Padre Pierre, gli abusi sessuali in collegio e quel cadavere nel Tevere

    Quella mattina d’inverno in cui un pescatore seduto sulla sponda del Tevere, dalle parti di Vitinia, vide una massa informe galleggiare sull’acqua e poi accostarsi alla riva e infine assumere i contorni di una persona, meglio, di ciò che era stata una persona, neanche il più fantasioso dei complottisti all’ombra di Santa Romana Chiesa avrebbe potuto immaginare una trama nero-clericale tanto cupa e ricca di colpi di scena.

    Un pupazzo enfio e quasi irriconoscibile: fu con questa immagine raccapricciante – il 1° febbraio 2000, un mese dopo l’avvio del Grande Giubileo – che il biondo fiume restituì al mondo dei vivi l’involucro terreno di un uomo di Cristo, come parve subito chiaro. Impigliato ai vestiti, fu recuperato un rosario. Consultata la lista degli scomparsi, la polizia impiegò meno di 24 ore ad afferrare il bandolo. O, almeno, così si credette…

    «Eccolo, è lui! Lo cercano da quasi un mese». Padre Pierre Silviet-Carricart, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, domiciliato presso la Casa Generalizia di via Brunetti, a due passi da piazza del Popolo, era uscito dal convento il 5 gennaio e non aveva fatto ritorno. Il sacerdote francese, 57 anni, esiliato a Roma dopo una breve detenzione nella prigione di Pau con l’accusa di aver stuprato un allievo dell’istituto Notre Dame di Bétharram, di cui era rettore, sarebbe dovuto tornare presto in un Palais de Justice. Il magistrato Christian Mirande l’aveva convocato nella cittadina dei Pirenei per il 12 gennaio, in seguito alla denuncia di un secondo minore, pure lui iscritto nel collegio con i tetti di ardesia, i pinnacoli e il campo di calcio sul retro. Ma sul treno per la Francia padre Carricart non salì mai. Questo, almeno, davano ad intendere gli indizi raccolti…

    «È lui, anche se lo ricordo più basso…» Fu un confratello del Sacro Cuore a riconoscere il cadavere in obitorio. A quel punto le procedure accelerarono. Il nulla osta al rimpatrio fu concesso in tempi rapidissimi e la salma trasferita oltralpe per i funerali. Il rito della sepoltura fu officiato il 10 febbraio 2000 nel camposanto di Lestelle-Bétharram. Suicidio senza ombre, causato dai timori di una nuova carcerazione? La lettera trovata nella sua stanza dall’avvocato Serge Legrand, che era anche amico personale dell’annegato, sembrò confermare uno stato d’animo sofferente, rassegnato. «Ho compiuto il mio cammino, sono al Golgota, la mia croce si sta alzando…»

    Caso chiuso? E invece no. Le vie del Signore… Fu proprio la solerzia del legale nel girare ai giornali lo struggente addio di Padre Pierre ad alimentare congetture. «Troppa fretta, che bisogno c’era di rendere pubblico lo scritto di un uomo di Chiesa?» Gérard Boulanger, pure lui avvocato, ma di una delle presunte vittime di abusi sessuali, iniziò un’agguerrita e tenace indagine, che portò prima a evidenziare la differenza di altezza del defunto tra quanto riportato nella carta d’identità (1 metro e 70) e quanto nei referti autoptici (1 e 75), e poi alla richiesta di riesumazione del cadavere, sulla base di un terribile sospetto: sicuro che dentro la bara ci fosse proprio il corpo di Padre Pierre? Non è che qualcuno aveva trovato il modo di infilare nella cassa un morto recuperato chissà dove, al fine di coprire la fuga e regalare una seconda vita al prete marchiato di pedofilia?

    Altro che Mattia Pascal nelle rinnovate sembianze di un Adriano Meis… «Siamo alla pura fantascienza – scrolla oggi la testa un’eminente personalità della congregazione, che incontro sulla soglia della Casa Generalizia, in via Brunetti 27, dopo aver ripetutamente suonato al citofono – Fu una vicenda assurda: all’anticlericalismo fortemente radicato in Francia si aggiunse il narcisismo tipico di certa magistratura». Fatto è che, nove mesi dopo, l’ipotesi della macchinazione fu presa talmente sul serio che la tomba venne scoperchiata davvero. Scrisse Liberation il 10 novembre 2000: «Il rigoroso allineamento delle sobrie lapidi dei religiosi di Notre-Dame-de-Bétharram sarà sconvolto: si tratta di riesumare il corpo dell’ultimo padre anziano per un campione di Dna».

    E così fu. Le spoglie mortali del reverendo tornarono alla luce per il loro ultimo viaggio: i laboratori di Genetica forense. Ma stavolta bastò poco – neanche un mese – per porre una pietra definitiva su voci e illazioni complottiste. «Il Dna conferma l’identità del religioso sepolto a Pau. Il corpo è di P. Pierre Silviet-Carricart. Ciò pone fine all’azione penale e sancisce il non luogo a procedere», ufficializzò la notizia il giornale cattolico La Croix, il 5 dicembre 2000, con malcelato sollievo.

    «La verità – sospira l’alto esponente dei Betharramiti – è che davanti alle accuse di violenza sessuale occorre procedere con equilibrio e capacità di discernere. Nessuno intende coprire i rei, sia chiaro. Ma lei sa quante volte le denunce contro i preti vengono depositate con leggerezza? Ha presente che spesso sono motivate da un desiderio di vendetta, legato magari ad altre motivazioni? Ha idea di quanto siano frequenti le accuse tardive, giunte molti anni dopo la morte dell’interessato, al solo fine di ottenere un ingiusto risarcimento?»

    Pensieri, parole, omissioni. Padre Pierre e il suo «doppio», mai esistito. L’onta del carcere, l’evocazione della croce sul Golgota, il calvario dei bimbi violati… Quanta umana sofferenza e quanti inquietanti misteri portò alla luce il Tevere quella mattina d’inverno, all’ombra del Cupolone, nella capitale della cristianità che s’affacciava sul suo terzo millennio, sotto gli occhi di un incredulo pescatore. (fperonaci@rcs.it)
    10 – continua

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_maggio_05/padre-pierre-abusi-sessuali-collegio-quel-cadavere-tevere-altri-gialli-b24e71b6-6f45-11e9-b2c7-6ec8794c8660.shtml

  • Santa Sede – Le vittime dell’abuso di preti argentini chiedono “tolleranza zero” all’ambasciatore in Vaticano

    Santa Sede – Le vittime dell’abuso di preti argentini chiedono “tolleranza zero” all’ambasciatore in Vaticano

    Hanno consegnato una lettera in cui richiedono la nullità del Concordato pontificio. Qual è questo trattato con l’Argentina che risale al 1966.

    Sostengono che la lotta contro gli abusi sessuali all’interno della Chiesa non deve rimanere nelle intenzioni. La questione è critica e mette in discussione un vasto mondo di usi e costumi. Contro quella struttura, le associazioni in difesa delle vittime di questi abusi cercano di essere ascoltate, come è successo lunedì quando membri dell’Ending Clergy Abuse (ECA) hanno consegnato una lettera in Vaticano sostenendo “tolleranza zero” contro i casi di abusi da parte di sacerdoti argentini. Hanno indirizzato la loro lettera al rappresentante locale presso la Santa Sede, Rogelio Francisco Emilio Pfirter, con il quale avevano in programma di incontrarsi. Ma, come la burocrazia a volte agisce, hanno dovuto rassegnarsi a un incontro di seconda linea, con due collaboratori dell’ambasciatore.

    “Comunque, la lettera potrebbe essere consegnata”, ha detto Peter Isely, membro fondatore di ECA. Spiegando a Clarin che “non è chiaro perché Pfirter non ha partecipato all’incontro”, ha detto che, così era stato organizzato da rappresentanti da ECA in Italia, potrebbe esserci stato un malinteso. “Non penso che non avrebbe partecipato” ha detto, ottimista.

    L’incontro anticipa una serie di proteste che si svolgeranno questa settimana a Buenos Aires e Mendoza, nel contesto della visita che 106 vescovi argentini stanno facendo a Papa Francesco, in quello che è inteso come un “rinnovamento” della loro relazione con la Santa Sede.

    Va notato che i vescovi e le associazioni contro gli abusi nella Chiesa sono uniti da uno stendardo: chiedere a Francesco di visitare l’Argentina, cosa che non ha fatto nei sei anni in cui è stato Papa.

    Julieta Anazco, fondatrice dell’associazione civile Iglesia sin Abuso, ha spiegato che ciò che viene richiesto è “porre fine al segreto pontificio e all’insabbiamento: che la tolleranza zero venga instaurata da Papa Francesco e una chiara politica per porre fine agli abusi. Da quando la causa del prete Grassi è esplosa e fino a due anni fa, c’erano 62 denunce registrate. In questi due anni sappiamo che ce ne sono stati molti di più.”

    Nella lettera che ECA e altre associazioni collegate potrebbero consegnare questo lunedì, sono state sollevate una serie di misure concrete. La più rilevante – e quella che offre maggior resistenza – è la richiesta di nullità del trattato internazionale noto come “Pontificio Concordato”.

    Qual è il Concordato pontificio? Secondo l’avvocato Juan Manuel Lavado (un membro di Xumek, una ONG che rappresenta i sopravvissuti abusi sessuali all’Istituto Próvolo di Mendoza), “durante la dittatura di Onganía, nel 1966, l’Argentina ha firmato un Concordato con la Santa Sede, che si trova nella legge nazionale 17.032. Lì, la Chiesa cattolica ha la propria giurisdizione, cioè possono giudicare e investigare se stessi”.

    “La Chiesa ha fatto storicamente affidamento sul Concordato per non fornire informazioni. Quando vengono indagati, la procedura che eseguono è “segreta”, in base all’articolo 1.717 del Codice di Diritto Canonico, che non ha nulla a che fare con l’Argentina “, ha detto, e ha continuato:” Ora, il Concordato, in particolare, non dice nulla sul non dare informazioni; è un’interpretazione che fa la Chiesa. La verità è che si basano su un trattato internazionale, quindi ha una gerarchia più alta delle leggi e quindi non forniscono informazioni “.

    Secondo Lavado, “sostengono che la Chiesa è una persona pubblica, ma non statale, e che quindi non ha alcun obbligo di informare, come lo farebbe lo stato. Ignorando tutte le regole stabilite da trattati sui diritti umani che hanno anche una gerarchia costituzionale”.

    Poi, in ECA, chiedono di “sollevare” quel trattato contro i casi di abusi sessuali. “Crediamo che il Papa dovrebbe escludere l’uso del Concordato quando si tratta di casi di abusi sessuali e le denunce alle autorità aprono inchieste per procedimenti penali o civili o le azioni dei sopravvissuti durante la ricerca di documenti e file”, ha spiegato Isely.

    Un altro dei presenti al breve incontro con i collaboratori dell’ambasciatore Pfirter è stato Francesco Zanardi, anch’egli membro fondatore di ECA. Da Roma, in dialogo con Clarín, ha evidenziato alcuni punti della sua affermazione: “È essenziale che vengano presentate denunce nei paesi in cui vengono commessi i crimini. Secondo, che gli archivi del Vaticano e le Conferenze episcopali siano aperti nei diversi paesi, in modo che la giustizia locale abbia accesso a tali informazioni e possa indagare. Terzo, che la Chiesa smetta di coprire i vescovi accusati di abuso: che li denunciano dinanzi alle autorità competenti di ciascun paese “.

    Isely ha chiarito meglio il motivo per cui hanno indicato Pfirter: “Il suo ruolo è di aiutare ad affrontare e risolvere il problema degli abusi nel clero in Argentina. Vogliamo che sia coinvolto con i sopravvissuti, che li incontri e che ascolti le loro storie ed esperienze. L’ambasciatore deve rappresentare le legittime preoccupazioni delle vittime argentine davanti alla Santa Sede perché sono tutti cittadini argentini i cui diritti umani sono stati violati dalle azioni, dalle politiche e dalle pratiche della Chiesa “.

    Ancora ottimista, ha aggiunto: “Supponiamo che questo sia anche il suo desiderio: incontrare, comprendere e difendere il Papa a nome dei sopravvissuti, e articolare e guidare lo sforzo per apportare i necessari cambiamenti e riforme nella chiesa in Argentina”.

    (traduzione con Google)
    https://www.clarin.com/sociedad/victimas-abusos-curas-argentinos-piden-tolerancia-cero-embajador-vaticano_0_KD-dvXBoS.html

  • Abusi nella Chiesa – La vita spezzata di Denise Buchanan: “Un prete mi ha violentata, mi ha fatto abortire e non posso avere figli”

    Abusi nella Chiesa – La vita spezzata di Denise Buchanan: “Un prete mi ha violentata, mi ha fatto abortire e non posso avere figli”

    È successo in Giamaica, quando aveva 17 anni.

    Denise Buchanan piange: “Un prete mi ha violentato quando avevo 17 anni. Mi ha messo incinta. E mi ha fatto abortire”.

    La donna, nata in Giamaica, ha ora 57 anni e sebbene abbia combattuto per lungo tempo e abbia scritto lettere direttamente al Papa, il prete stupratore non è mai stato condannato. 40 anni dopo continua a tremare, emozionata, raccontando la sua storia dolorosa. Vuole che la Chiesa cattolica riconosca il suo status di vittima.

    Proveniente da una famiglia modesta e molto religiosa nella capitale Kingston, afferma di essere stata abusata da un sacerdote della Congregazione della Passione (i cosiddetti Passionisti).

    “Quel giorno fu come se qualcosa fosse morto dentro di me”.

    Alcune settimane dopo scoprì di essere incinta e si sentì “in frantumi”.

    Il sacerdote stupratore ha organizzato un aborto clandestino. Denise non disse nulla ai suoi genitori “per la vergogna” ma anche per paura: “Stavo pensando al disonore che avrei portato alla mia famiglia”, ammette.

    Gli abusi continuarono. Il prete gli disse che l’amava e le aveva chiesto di prendere i contraccettivi.

    “Ho obbedito come un robot. Veniva nella mia stanza all’università per fare sesso. O mi faceva andare in canonica, nella chiesa. Niente mi importava più”.

    Si sentiva completamente sola. E a 21 anni rimase incinta di nuovo.

    “Mi diceva che quello che voleva di più al mondo era rimanere un prete”.

    Denise poi subì un secondo aborto in una clinica clandestina. E non avrebbe mai più avuto figli.

    Appena ha potuto, è fuggita da quell’inferno. A 25 anni ha ottenuto un visto per studiare in Canada, dove ha incontrato un uomo che ha sposato 5 anni dopo. Ma hanno finito per separarsi.

    “Ho l’impressione di aver distrutto la relazione a causa della rabbia e della paura che avevo dentro”.

    Ora vive in California. Lei è un professore universitario e psiconeurologo. Ha affrontato diversi anni di terapia per “recuperare identità e autostima” e ha raccontato la sua storia nel libro Sins of the Father (“I peccati del padre”, 2013).

    Per un anno e mezzo dice di aver mandato una lettera al mese in Vaticano, accompagnata dal suo libro.

    Nel 2016 ha finalmente ricevuto una lettera dall’Arcidiocesi di Los Angeles, che è stata “profondamente rattristata” dalla sua storia: “Il Santo Padre prega regolarmente per le vittime degli abusi e ti terrà nelle tue preghiere”, ha detto.

    Da questo giovedì, un incontro senza precedenti tra papa Francesco e vescovi di tutto il mondo per affrontare il problema degli abusi sessuali nella Chiesa è stato fatto nella Santa Sede.

    Alla sua richiesta di rimuovere dalla Chiesa il sacerdote che l’ha violentata, l’unica risposta è stata che avrebbe dovuto raccogliere le prove per avviare il processo.

    “Furiosa” per quella proposta di “preghiere invece di aiuto concreto”, decise di intentare una causa contro il prete.

    Nel novembre del 2017 ci fu un incontro in Giamaica. Hanno partecipato Denise, l’attuale arcivescovo, gli avvocati e l’ imputato, che “ha ammesso di aver fatto sesso con me e mi ha fatto rimanere incinta, ma han negato lo stupro e di aver organizzato un aborto”.

    Con la legislazione in vigore nel suo paese, lei e il medico che hanno eseguito l’aborto sono a rischio di essere arrestati.

    Abbiamo Bob Marley… Ma in realtà la Giamaica è un paese molto cristiano e non parliamo delle nostre esperienze sessuali o del sesso al di fuori del matrimonio.

    L’avvocato della donna ha recentemente inviato una lettera all’arcidiocesi chiedendo un risarcimento “per danni emotivi, fisici e spirituali”.

    “Non c’è stata risposta”, dice Denise. Teme che ci siano altre vittime dello stesso prete: nel corso degli anni è stato spostato di parrocchia in parrocchia. Ma dal 2017 nessuno sa dove sia.

    Continua la sua lotta, ora in Ending Clerical Abuse (“porre fine agli abusi clericali”), un’iniziativa pionieristica nel mondo che riunisce le vittime di 21 paesi diversi.

    “È un’opportunità per aiutare a esprimersi e agire”, ha detto Denise, co-fondatrice della ONG. “In modo che nessun ragazzo debba sopportare ciò che ho sopportato”.

    https://www.clarin.com/mundo/vida-rota-denise-buchanan-cura-violo-hizo-abortar-puedo-tener-hijos_0_9yS3P1mNW.html

  • “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    “Capuana è sicuro della sua innocenza, c’è un attacco mediatico contro di lui”

    Catania Today intervista Mario Brancato, avvocato del “santone”, e parla di un uomo sereno e in attesa di giudizio. Chiamerà a testimoniare in suo favore oltre 100 persone, tra cui il vescovo di Acireale“

    Il “santone” 75enne Piero Capuana è attualmente libero, non frequenta la comunità religiosa che ha fondato e attende “con serenità” l’esito giudiziario della vicenda che l’ha travolto e visto sotto accusa per presunti abusi sessuali.

    A renderlo noto è il suo legale, l’avvocato Mario Brancato che fa chiarezza sulla posizione dell’uomo finito al centro dell’inchiesta “12 apostoli” e che, dopo l’ultimo servizio de Le Iene, parla di un vero e proprio “attacco mediatico” contro il suo assistito.

    Proprio l’avvocato Brancato, per accelerare i tempi del processo, ha chiesto il rito immediato. Così il prossimo 13 maggio inizierà il tanto atteso processo. Con Capuana ci saranno, dinanzi la seconda sezione penale del tribunale, le tre presunte fiancheggiatrici: Katia Concetta Scarpignato, di 59 anni, Fabiola Raciti, di 57, e Rosaria Giuffrida, di 59 anni.

    Le accuse nei confronti di Capuana sono molto gravi: avrebbe circuto le fedeli presentando i presunti atti sessuali che sarebbero avvenuti in comunità come una sorta di rito di purificazione.

    “Ho avuto la sensazione – spiega l’avvocato Brancato – che da parte dei mass media vi sia stato un discorso di base come se già fosse stata acclarata la colpevolezza dell’imputato, mentre siamo in una fase in cui tutto si deve accertare e verificare”.

    Capuana è in stato di libertà dopo una iniziale detenzione in carcere e poi ai domiciliari, durata complessivamente circa sei mesi.

    Per il suo legale non vi era l’esistenza di alcuna setta e chiarisce il ruolo dell’associazione Acca: “Posso dire a voce alta che è una associazione religiosa che fa beneficienza, visite negli ospedali, assistenza agli anziani. Inoltre non c’è stata una posizione di sudditanza nei confronti di nessuno: c’è un leader carismatico, come vi sono anche altri leader che vengono seguiti, così come avviene in qualsiasi altra associazione”.

    La strategia difensiva dell’avvocato Brancato punta a “smontare” le testimonianze contro il suo assistito e a chiamare in causa oltre 110 testimoni che giurerebbero sulla condotta immacolata di Capuana: “Queste ragazze che lo accusano hanno avuto la possibilità, ed è documentato, di parlare tra di loro e coordinare una linea di condotta comune. Linea che viene smentita da centinaia di testimonianze di natura diversa: abbiamo 110 testimoni che chiameremo tutti al processo per dimostrare la verità”.

    Capuana è fiducioso e attende giustizia convinto della sua innocenza. Durante il processo sarà chiamato anche il vescovo di Acireale Raspanti come testimone. Per il legale si potrà delineare così “il comportamento della Chiesa di Acireale nei confronti della comunità Acca”.

    “Alla morte di padre Cavalli, fondatore con Capuana, della comunità era presente l’arcivescovo e altri sacerdoti che hanno elogiato la figura di padre Cavalli che era anche figliolo prediletto di Padre Pio con cui aveva rapporti continui”, conclude Brancato.

    Adesso Capuana non frequenta più la comunità in attesa degli svilluppi processuali. Il prossimo 13 maggio inizierà l’iter per l’accertamento della verità e si capirà di più su una vicenda che ha sconvolto le coscienze di molti.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/capuana-avvocato-innocenza-attacco-mediatico-18-aprile-2019.html

  • Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Un mese fa un tribunale ecclesiastico aveva assolto dalle accuse di abusi sessuali Don Silverio Mura, perché prescritte. Ora Arturo, l’accusatore, racconta che la Chiesa avrebbe “insabbiato” l’altra sua denuncia, perché  non avrebbe goduto di nessuna prescrizione

    La guerra di Arturo contro la pedofilia nella Chiesa non si ferma. Nel suo mirino le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale ecclesiastico meno di un mese fa ha assolto da pesantissime accuse don Silverio Mura, il prete napoletano che lo avrebbe più volte abusato e di cui vi abbiamo parlato nel servizio di Pablo Trincia.

    Dopo 4 anni di istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, era infatti arrivata la sentenza vaticana a carico del don: assolto perché il reato era caduto in prescrizione.

    Subito dopo avere appreso di questa sentenza giudicata “scandalosa”, Diego ci aveva detto: “Abolite i tribunali ecclesiastici perché solo dieci giorni fa, quando siamo stati chiamati in Vaticano, il mio avvocato è andato a parlare con gli avvocati della Congregazione della Dottrina della fede e loro ci avevano assicurato che la sentenza sarebbe stata positiva per me. Mi sento preso in giro, anche perché vorrei ricordare che oltre alle due persone che hanno denunciato il prete, c’era anche la testimonianza di una donna che dal suo balcone aveva visto più volte entrare ed uscire i bambini dalla casa di don Mura. E non bastasse questo io avevo consegnato proprio nelle mani del Papa le chat di altre tre vittime, che parlavano in modo inequivocabile di abusi subiti da lui. E infine c’era la rivelazione di Ciro Guarente, il presunto assassino di Vincenzo Ruggiero che aveva parlato di abusi subiti sempre da don Silverio”.

    Arturo torna in guerra, e lo fa pubblicando un post sulla sua pagina Facebookin cui dice di aver saputo da fonti attendibili le motivazioni (non ancora pubblicate) di questa assoluzione: “ecco perché il prete pedofilo don Silverio Mura è stato assolto dal tribunale ecclesiastico – spiega il giovane -. Nel processo canonico si parla solo della seconda denuncia che fu fatta nel 2014: da questa data sono passati 21 anni dai miei 18, quindi il reato viene prescritto”.

    In sostanza Arturo dice che delle due denunce per molestie presentate a carico di Don Mura, sarebbe stata presa in esame solo quella per la quale era già certa la prescrizione, in quanto sono passati oltre 20 anni dal compimento della sua maggiore età. La seconda invece, (presentata nel 2010 quando non erano ancora passati i 20 anni dalla sua maggiore età) sarebbe stata “insabbiata” dalla Chiesa. Perché l’unica in grado di poter portare appunto a una condanna per pedofilia a carico di don Mura. Una beffa, insomma.

    Arturo la scorsa estate era andato in udienza dal Santo Padre. In quella occasione gli ha raccontato la lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’”. E il Pontefice, racconta Diego, aveva preso il fascicolo con tutta la documentazione del suo caso e l’aveva consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare.

    Nel nostro primo servizio, Arturo Borrelli ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Arturo, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana“.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia. Un uomo che però, adesso, la Chiesa ha giudicato e assolto.

    Ma Arturo non ha nessuna intenzione di fermarsi ed ha annunciato per il prossimo 26 aprile una fiaccolata di protesta, che partirà alle ore 19 da Corso Ponticelli a Napoli.

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/pedofilia-don-mura-diego-arturo-chiesa-vaticano-papa-francesco_388466.shtml

  • Pietro Orlandi: “Senza corpo Emanuela la cerco viva”

    Pietro Orlandi: “Senza corpo Emanuela la cerco viva”

    “Forse in Vaticano si sono resi conto che è inutile continuare a negare, a non collaborare, anche se il comportamento che hanno avuto in passato non potrò mai cancellarlo. Noi questa collaborazione la chiediamo da tanti anni, l’apertura di un’inchiesta interna al Vaticano la chiediamo da molti anni. Io mi auguro che ora ci sia la volontà e soprattutto l’onestà di portare avanti le cose”. Lo sottolinea Pietro Orlandi, fratello di Emanuela scomparsa nel nulla 36anni fa, intervenendo a Radio Cusano Campus a ‘La Storia Oscura’.

    “Io – ha osservato Orlandi – finché non vedo il corpo di mia sorella, sento il dovere di cercarla viva, però come sensazione mia, da fratello, sento che c’è qualcosa in più questa volta in merito a quella tomba nel cimitero teutonico vaticano rispetto alle segnalazioni del passato. Ripeto, perché le segnalazioni che abbiamo ricevuto nell’ultimo anno e mezzo, sono tutte interne alla Santa Sede; e non possono non essere arrivate anche ai vertici del Vaticano”.

    “Io mi auguro che stavolta ci sia la volontà di fare chiarezza. Forse qualcosa si muove anche grazie alla nostra insistenza legale, grazie all’avvocato Laura Sgrò che non è un avvocato qualunque ma è uno dei pochi avvocati che hanno il patrocinio presso la Santa Sede e ha avuto un ruolo importante nell’inchiesta ‘Vatileaks’. Io mi auguro che ora ci sia la volontà e soprattutto l’onestà di portare avanti le cose. E mi auguro che se anche non si trovasse nulla in quella tomba al cimitero teutonico una volta aperta, non si fermino lì, per capire il perché di quelle segnalazioni che ci sono arrivate: non segnalazioni anonime ma interne al Vaticano e che ci hanno indirizzato su quella tomba. Questa pertanto è già una cosa da chiarire. Ma io spero e penso che le indagini saranno ad ampio raggio, perché noi nell’istanza che abbiamo presentato non abbiamo chiesto solo l’apertura di quella tomba ma abbiamo chiesto anche una serie di indagini legate alle incongruenze che ci sono state in tutti questi anni. Mi riferisco anche alle inchieste fatte dalla magistratura italiana”.