Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Benedetto XVI

  • Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto

    Nuovo report, nuove polemiche e stesse conferme.

    In questi giorni i grandi media internazionale stanno rilanciando il nuovo rapporto dell’Attorney General del Massachusetts sui circa 1.000 bambini abusati da 270 membri del clero appartenenti alle diocesi di Fall River, Springfield e Worcester.

    Questa affermazione poderosa necessita però di numerosi chiarimenti che, spesso, gli stessi organi di informazione non forniscono o, quando va bene, riducono a poche parole.

    Denunce, non condanne

    Leggendo le duecento pagine del documento emerge innanzitutto che si tratta di denunce e accuse (pur ritenute credibili), non di casi accertati.

    Si tratta, in particolare, di persone che decenni dopo i fatti hanno riferito un abuso.

    L’inchiesta dell’Attorney General si è conclusa infatti senza nuove incriminazioni e la stessa procuratrice Andrea Joy Campbell ha osservato che «alcuni comportamenti non costituivano reato secondo la legge del Massachusetts al momento in cui si sono verificati e non possono essere perseguiti retroattivamente».

    Le denunce vanno sempre prese in seria considerazione ma nessuno ha davvero verificato quanto riferiscono queste persone. E’ bene ricordare che in mezzo a tanti abusi, purtroppo realmente compiuti, esistono anche un’infinità di casi inventati, soprattutto a distanza di anni. La cronaca recente continua a dimostrarlo.

    Gli stessi investigatori, consapevoli di questo limite, nello studiare le oltre 300.000 pagine di documenti fornite dalle diocesi del Massachusetts si sono infatti concentrati più sul cosiddetto fallimento istituzionale che sulle accuse stesse.

    Il report è infatti focalizzato sui sacerdoti trasferiti nonostante l’essere segnati da accuse, sui ritorni al ministero dopo trattamenti inadeguati e su segnalazioni non sempre trasmesse con dovizia alle autorità.

    Abusi tra ’60 e ’70

    L’indagine avviata nel 2019 e conclusa nel 2026 sembra però viziata dalla solita incapacità di contestualizzare i fatti.

    Si applica infatti la sensibilità contemporanea al tema degli abusi ad epoche culturali distanti mezzo secolo fa, quando la società civile non possedeva le attuali conoscenze sulle tremende conseguenze fisiche e psichiche della pedofilia.

    All’epoca, infatti, non solo la si considerava un vizio di poco conto ma gli ambienti più progressisti (e laici) sponsorizzavano apertamente il rapporto sessuale con i minori come inno alla liberazione dai tabù della borghesia.

    Dal rapporto del procuratore generale del Massachusetts, come già accaduto nelle precedenti indagini (si vedano i report della Georgetown University e del Grand Jury della Pennsylvania), emerge infatti che la grande maggioranza degli abusi sessuali commessi da membri del clero sarebbe avvenuta proprio negli anni successivi al Sessantotto.

    Le accuse esaminate nelle tre diocesi riguardano infatti soprattutto abusi negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con una particolare esposizione negli anni Settanta.

    Quasi tutti i casi considerati dall’indagine risalgono comunque ad un periodo ampiamente precedente al 2002, mentre le denunce sono spesso arrivate molti anni, e in alcuni casi decenni, dopo i fatti.

    Pedofilia e Sessantotto

    Non è certo una coincidenza che proprio in quegli anni l’Occidente fu invaso dall’ubriacatura morale della rivoluzione sessuale sessantottina.

    Anni che il quotidiano “Le Monde” ha definito «l’età dell’oro della glorificazione della pedofilia», ricordando che «in nome della liberazione sessuale, molti intellettuali e artisti difesero la pedofilia dopo il 1968».

    Nel 2018 “Liberation” ha espresso rammarico per aver «effettivamente minimizzato, o addirittura difeso, la pedofilia».

    Proprio negli Stati Uniti, all’epoca nacquero legalmente movimenti e circoli di pedofili che, in molti casi, inserirono le loro battaglie per la legalizzazione della pedofilia nel movimento omosessuale. La storia della North American Man/Boy Love Association (NAMBLA) è esemplare.

    Questa stessa ondata investì purtroppo anche i seminari, tra preti che abbandonarono il sacerdozio e altri che evidentemente si lasciarono corrompere dallo spirito dei tempi.

    Benedetto XVI ha infatti individuato nella rivoluzione sessuale del 1968 una delle chiavi culturali della crisi occidentale, osservando come in quegli anni venne progressivamente meno una concezione condivisa della morale sessuale.

    Il collasso morale dell’epoca, proseguì Ratzinger, dovuto dalla «fisionomia della rivoluzione del ’68» condusse al fatto che «la pedofilia fu diagnosticata come permessa e appropriata».

    La stessa teologia morale, spiegò il Papa emerito, si aprì al relativismo lasciando «la Chiesa indifesa contro i cambiamenti nella società» e la stessa mentalità infestò anche diversi membri del clero cattolico.

    La Chiesa: unica imputata

    Oggi sul banco degli imputati continua a salire soltanto la Chiesa cattolica, dimenticandosi che una consistente fetta della società laica non riteneva nemmeno che si trattasse di abusi.

    L’epidemia della pedofilia coinvolse infatti tutte le confessioni religiose, i grandi esponenti del laicismo di allora (a partire da Sartre, de Beauvoir e Foucault), le redazioni dei principali quotidiani dell’epoca e numerosi esponenti di partiti politici.

    Non è dunque benaltrismo.

    Contestualizzare non significa assolvere nessuno ma chiedere che una tragedia così grave venga raccontata nella sua interezza, tenendo conto anche del clima culturale che la rese possibile e che coinvolse tutti. Ben oltre e molto più degli esponenti del clero cattolico dell’epoca.

    https://www.uccronline.it/2026/10/06/massachusetts-1-000-abusi-nelle-diocesi-dopo-il-sessantotto/

  • Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

    Esistono notizie che non esistono e spesso i giornali si affidano proprio ad esse per veicolare messaggi fuorvianti e ideologici. Un esempio perfetto è la visita di papa Leone XIV in Francia, che a detta di tutti, sostenitori e detrattori del papato, è stata un successo inaspettato.

    Il successo di Leone XIV in Francia

    Alcuni giornali, in patria e all’estero, avrebbero forse preferito assistere a un flop, avrebbero così potuto glissare o stigmatizzare alcune delle dichiarazioni più forti di Leone XIV, come quelle a difesa della dignità della vita, soprattutto quando è infragilita dalla malattia e dalla disabilità, e contro l’eutanasia.

    Non potendo però criticare una visita che ha battuto tutti i record di partecipazione popolare (che spettacolo le decine di migliaia di giovani allo Stade de France), tanto che perfino Emmanuel Macron, per non perdere la faccia, ha dovuto partecipare in extremis a una messa del Pontefice, alcuni giornali hanno deciso di mettere in piedi un’operazione di distrazione di massa.

    Gli abusi sessuali “sistemici” nella Chiesa

    Del terzo giorno di visita a Lourdes gli organi di informazione hanno trattenuto soprattutto una cosa: «A Lourdes papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (Rfi), «Papa Leone XIV riconosce il carattere “sistemico” delle violenze sessuali nella Chiesa» (France24), «Il Papa ha incontrato le vittime di abusi sessuali, riconoscendo, secondo una di loro, il “carattere sistemico” delle violenze sessuali» (Le Monde), «“Giornata memorabile” per le vittime di violenze sessuali ricevute da Leone XIV, che ha riconosciuto il loro “carattere sistemico” nella Chiesa» (Libération).

    Perché tanta enfasi su questo termine, “sistemico”, utilizzato nel rapporto definitivo della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase), un rapporto che come abbiamo già ricordato in passato è pieno di falle metodologiche e di contenuto? Perché se la piaga degli abusi nella Chiesa è “sistemica”, non si tratta soltanto di condannare gli autori delle violenze ma di riformare radicalmente la Chiesa cattolica. E poiché chi fa parte del “sistema” non può cambiarlo, spetta alla società, ai giornali, ai tribunali, alle associazioni delle vittime, all’opinione pubblica cambiare la Chiesa. E renderla più adeguata allo spirito del tempo, come dimostrano le raccomandazioni contenute alla fine del rapporto della Ciase (dal sacerdozio femminile all’abolizione del celibato).

    Il termine mai usato dal Papa

    Se papa Leone XIV riconoscesse che gli abusi sessuali sono “sistemici” sarebbe clamoroso: un papa che propone di smantellare la Chiesa è una notizia storica. Peccato (o per fortuna) che Leone XIV non abbia mai usato quel termine.

    Tutti i giornali hanno ripreso la dichiarazione di una vittima di abusi sessuali, mettendola in bocca al Pontefice, e l’hanno fatta talmente grossa che Leone XIV si è sentito in dovere di rettificare l’errore.

    La rettifica di Leone XIV

    Sul volo di ritorno del Papa verso Roma, un giornalista francese di Famille Chrétienne, Cyriac Zeller, ha domandato a Leone XIV: «Ritiene che gli abusi sessuali nella Chiesa siano “sistemici”?». Il Papa ha risposto:

    «Vorrei innanzitutto precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere ad altre vittime la disponibilità – mia e della Chiesa – ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso. Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo. Ma credo sia importante fare questa distinzione».

    Riconoscere gli abusi, evitare la gogna

    L’attenzione verso le vittime di abusi sessuali resta, la condanna di coloro che hanno compiuto le violenze resta, la sottolineatura sulla necessità che la Chiesa agisca in tutte le sedi per fermare gli abusi e per cambiare procedure e atteggiamenti che hanno favorito le violenze (come fatto già da Benedetto XVI e papa Francesco) resta.

    Ma le violenze sessuali non sono il prodotto di un «sistema» e non si può generalizzare, anche per non incappare in clamorosi errori e gogne mediatiche (come quelle contro Aupetit e Barbarin in Francia o Pell in Australia). La sottolineatura del Papa è fondamentale e la distinzione non è secondaria.

    Molti giornali hanno riportato la notizia della rettifica senza enfasi, altri si sono invece risentiti: come si permette il Papa di non pensarla come noi? Emblematico l’attacco del pezzo in merito di Libération: «Leone XIV avrebbe potuto evitare». Esistono notizie che non esistono, ma qualcuno non è d’accordo.

    Leone XIV, gli abusi sessuali e la notizia che non c’era

  • Sedici anni per certificare gli abusi di un prete argentino. Leone XIV salva l’opera religiosa e cancella il fondatore

    Sedici anni per certificare gli abusi di un prete argentino. Leone XIV salva l’opera religiosa e cancella il fondatore

    Ci sono voluti almeno sedici anni, la morte dell’accusato e ben due processi canonici perché il Vaticano mettesse definitivamente nero su bianco la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela, fondatore argentino dell’Istituto del Verbo Incarnato, una delle realtà religiose più ramificate del cattolicesimo conservatore, oggi presente in decine di Paesi. Ma la storia degli abusi e dei crimini di Buela era nota ai vertici della Chiesa da molto tempo. Già nel 2009 Benedetto XVI era stato informato personalmente delle accuse contro il sacerdote argentino. L’anno successivo, un decreto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata riferiva di denunce ritenute verosimili su «comportamenti moralmente inappropriati» nei confronti di giovani dell’Istituto. L’indagine aveva accertato una pluralità di fatti, la loro gravità era resa ancora più pesante dalla concentrazione di potere nelle mani di questo prete perchè era fondatore, superiore generale e direttore spirituale.

  • Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Papa Leone XIV in Francia, Parigi si prepara all’arrivo del pontefice ma gli occhi son puntati su Lourdes

    Nella capitale francese la febbre sale. Secondo la prefettura di polizia, lungo il percorso del passaggio di Leone XIV per le vie di Parigi sono attese fino a 250 mila persone: in 80 mila hanno già acquistato il biglietto per assistere alla messa dei giovani celebrata allo Stade de France, a Saint-Denis.

    Va ricordato che la capitale non vede un papa dal 2008, quando arrivò Benedetto XVI.

    “Papa Francesco è venuto a Strasburgo, a Marsiglia, in Corsica, che sono periferie della Francia,” ricorda Charles Mercier, direttore degli studi di storia e sociologia del cattolicesimo all’École pratique des hautes études (EPHE) di Parigi.

    _”_Ma venire nella capitale è un evento, perché non accade da molto tempo. Questo alimenta il desiderio, e credo che sia una delle ragioni del successo di questa visita.”

    Un’altra ragione di tanto entusiasmo è la popolarità del pontefice, che conquista ben oltre i soli cattolici francesi. Eletto al soglio pontificio nel maggio 2025, Leone XIV si presenta come un papa connesso e attento all’ascolto di tutti.

    Qual è l’agenda del papa in Francia

    Leone XIV sarà a Parigi e in Île-de-France per due giorni, senza trovare il tempo per ricevere dalle mani di Emmanuel Macron i piani di restauro di Notre-Dame all’interno della cattedrale, secondo le informazioni di La Croix.

    Eppure il presidente francese ne aveva fatto richiesta. Dovrà accontentarsi di un colloquio con il pontefice al suo passaggio all’Eliseo, venerdì mattina. Leone XIV vi incontrerà “le autorità, la società civile e il corpo diplomatico” prima di recarsi all’Unesco.

    Il programma del papa è infatti fitto. Domenica è atteso a Lourdes, dove incontrerà a porte chiuse sette vittime di violenze sessuali nella Chiesa.

    Tra loro, un ex alunno dell’istituto, situato a poca distanza, di Notre-Dame de Bétharram.

    Nel 2024 più di 230 vittime hanno sporto denuncia per punizioni corporali e abusi sessuali in questa istituzione cattolica del Sud-Ovest della Francia.

    https://it.euronews.com/2026/09/22/papa-leone-xiv-in-francia-parigi-si-prepara-allarrivo-del-pontefice-ma-gli-occhi-son-punta

  • Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Dietro il rapimento di Emanuela l’ombra di pedofilia e ricatti. Intervista a Pietro Orlandi

    Negli ultimi 3 anni sono stati aperti altrettanti filoni d’indagine sul caso ancora insoluto della sparizione di Emanuela Orlandi avvenuta 43 anni fa, il 22 giugno 1983: uno da parte del Vaticano, un secondo dalla procura di Roma, e un terzo fronte è rappresentato dalla commissione parlamentare d’inchiesta su casi Orlandi e Mirella Gregori, quindicenne italiana scomparsa a Roma il 7 maggio 1983, poco più di un mese prima di Emanuela. Va detto che, dopo l’entusiasmo iniziale per l’apertura di un’indagine da parte della giustizia vaticana, si è tornati a una gestione opaca della vicenda. Così se è vero che i lavori delle varie inchieste sul versante civile stanno facendo segnare dei piccoli passi avanti, tutto resta avvolto nella nebbia delle omertà e dei “non ricordo”. In questo gioco a nascondere la verità, sembra che il Vaticano giochi un ruolo da protagonista. Abbiamo chiesto al fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, di farci il punto su alcune delle più gravi reticenze vaticane in relazione alla scomparsa di sua sorella Emanuela. Ecco l’intervista.

    Come nasce la storia del dossier vaticano su Emanuela?

    Nel 2011, incontrai l’allora segretario di papa Ratzinger, mons. Georg. Volevo infatti consegnare al papa una petizione e con l’occasione chiedevo la possibilità di poter parlare con Benedetto XVI. Mons. Georg mi ha dato un appuntamento. Quando arrivo, mi dice subito che il papa si trova nell’altra stanza, e che si deve occupare di questioni spirituali, di queste cose ce ne dobbiamo occupare noi e la Segreteria di Stato, mi dice, quindi mette subito il papa da parte, nonostante fosse nell’altra stanza. Così abbiamo parlato in generale e lui mi ha detto: «Io all’epoca non c’ero, quindi tante cose non le so». In ogni caso ho avuto la possibilità di raccontargli le cose che pensavo e del perché io ce l’- ho con il Vaticano. A quel punto lui ha sostenuto che avrebbe detto a Domenico Giani, all’epoca comandante della Gendarmeria, di fare una ricerca totale di tutto quello che si trova su questa vicenda in Vaticano e da lì è nato il famoso dossier, il rapporto di cui parlò Paolo Gabriele (il maggiordomo di Benedetto XVI che trafugò i documenti riservati dall’appartamento del papa dando origine al primo scandalo di Vatileaks, ndr).

    Eppure per tanti anni, Oltretevere, hanno negato perfino l’esistenza di un simile fascicolo…

    Quella di Paolo Gabriele è stata la conferma dell’esistenza di questo dossier, che io ho sempre chiesto di vedere, anche con l’avvocato, perché sapevo che stava in Segreteria di Stato. In Vaticano hanno sempre negato l’esistenza del documento, da mons. Becciu al card. Bertone, dicendo «noi qua non abbiamo niente, qua non c’è niente». Invece alla fine la cosa è emersa, perché lo stesso Giani è stato ascoltato in Commissione parlamentare e gli hanno fatto questa domanda. Lui ha detto sì, il fascicolo c’è e si trova in Segreteria di Stato, quindi Diddi (Alessandro Diddi, il promotore di giustizia vaticano, ndr) poco tempo dopo ha ammesso pubblicamente l’esistenza del dossier; ha detto: «Il famoso fascicolo che ha sempre chiesto Orlandi alla fine l’abbiamo trovato ma al momento è ancora riservato e non condivisibile. È un’inchiesta ancora aperta e per ora non ne possiamo parlare». E questa cosa mi ha dato particolarmente fastidio. Erano passati 42 anni in quel momento, ed era ancora riservato e non condivisibile? Questa mi pare una cosa assurda. Certo io ho chiesto alla Commissione e alla Procura: ma perché in questo clima di collaborazione che si è stabilito con la procura vaticana, non chiedete la possibilità di visionare questo fascicolo? Certo sì, mi è stato risposto, però nessuno lo fa.

    In questo fascicolo c’erano anche le indagini fatte dal Vaticano nei primi tempi dopo la scomparsa di Emanuela?

    Eh, questo purtroppo non lo so perché non l’ho letto ma io presumo di sì perché se ha raccolto tutto quello che c’era da raccogliere… Ma questo lo dice anche la Procura di Roma. È impossibile che in uno Stato sparisca una cittadina di quello Stato e non si apra neanche un fascicolo interno, un qualcosa, è impossibile; quindi è ovvio che c’è questa documentazione. Certo resta il fatto che il Vaticano dal primo giorno ha sempre continuamente negato che loro abbiano fatto qualunque cosa, che abbiano aperto un’inchiesta. Questa è la cosa che ha sempre colpito tutti e che non è chiara.

    Il fatto che da parte del Vaticano non sia stato mai consegnato questo dossier mi sembra un dato rilevante…

    Sì, mi sembra una cosa totalmente assurda. Non so cosa ci sarà scritto là, certo, però guarda, ti dico solo un particolare rispetto a questo che credo che sia importante, perché Giani l’- ha redatto quel fascicolo e lui disse una volta al mio avvocato di aver fatto cercare dappertutto, e Giani ti assicuro era una persona che poteva aprire qualunque porta in Vaticano perché aveva il mandato del papa di fare qualunque cosa. Tuttavia disse che non gli era stata data, durante questa ricerca che faceva su Emanuela, la possibilità di accedere agli archivi dello Ior.

    I lavori della Commissione parlamentare sono stati importanti, però va detto che non sono stati ascoltati testimoni importanti, soprattutto di parte vaticana. Perché non hanno convocato, per esempio, il cardinal Re, all’epoca importante?

    Certo loro hanno detto sì, abbiamo ascoltato qualcuno del Vaticano come padre Lombardi (ex direttore della sala stampa della Santa Sede, ndr) il quale però cosa vuoi che ti dica? Oppure hanno sentito don Pietro Vergari (l’ex rettore della chiesa di sant’Apollinare, adiacente alla scuola di musica frequentata da Emanuela, a suo tempo indagato per sequestro di persona dalla procura di Roma e poi prosciolto, ndr). Quest’ultimo, durante la sua testimonianza si è fatto sfuggire una cosa che quando la dicevo io, venivo trattato come un deficiente. Dicevo di aver saputo che De Pedis (Enrico De Pedis, uno dei principali boss della malavita romana che fu sepolto, col permesso del Vicariato, all’interno della chiesa di Sant’Apollinare, ndr) frequentava la scuola, conosceva suor Dolores, che ne era la direttrice. Entrava e usciva, parlava con Scalfaro che aveva l’ufficio allo stesso piano della scuola di musica. Tutto questo l’ha detto anche don Vergari. Ed ebbene sì, De Pedis frequentava qualche volta la scuola. Sinceramente se il cardinale Re pure andasse a testimoniare, penso non si ricaverebbe molto. Tuttavia, convocarla sarebbe un bel segnale da parte della Commissione, per far vedere che non ci sono personalità intoccabili; d’altro canto, la mia personale opinione è che il cardinale sia a conoscenza sicuramente se non di tutto, almeno di cose importanti di questa storia.

    Invece sulla storia di don Vergari tu diversi anni fa dicesti una cosa che ti avevano riferito delle compagne di scuola di Emanuela, cioè che era meglio non frequentarlo…

    Esatto, suor Dolores voleva in qualche modo evitare che andassero nella chiesa. Ci andavano soltanto quando c’era una funzione particolare, con il coro della scuola, e cantavano. Certo, diceva proprio di evitare di frequentarlo perché aveva capito che l’ambiente che aveva creato don Vergari era nocivo e pericoloso (durante le indagini svolte dalla Procura di Roma, emersero fra l‘altro delle intercettazioni fra il sacerdote e un seminarista a sfondo sessuale, ndr). Io ho letto poi delle lettere di Vergari ad Andreotti o a Scalfaro per chiedere favori per aiutare la famiglia De Pedis per qualche motivo. Tieni presente che pochi mesi dopo che era avvenuta la scomparsa di Emanuela, aveva fatto richiesta in Vaticano perché venisse chiusa la scuola di musica perché voleva trasformare completamente il luogo, aprendo uno spazio per i seminaristi che venivano dall’estero.

    Interessante anche la testimonianza davanti alla Commissione parlamentare di mons. Valentino Miserachs, insegnante di canto di Emanuela. Gli viene chiesto se, come riportato da altri testimoni, la scuola poteva essere considerata un “porto di mare” in quel periodo. E lui ha risposto di sì…

    Sì, sono quelle persone però, che non hanno il coraggio di aprirsi al 100%. Perché dicendo una frase del genere fanno capire che effettivamente in quella scuola poteva entrare chiunque. Quindi lanciano solo quel messaggio senza aprirsi totalmente. E questa è una cosa insopportabile. Certo, di lui si sapeva che era proprio in totale contrasto con suor Dolores, per motivi che non conosco. All’epoca non fu mai ascoltato dagli inquirenti.

    È una cosa strana, no?

    Lui ha sempre negato delle cose che, nella sua ricostruzione dei fatti, ha raccontato suor Dolores, la quale disse che, il giorno della scomparsa, Emanuela chiese il permesso di uscire in anticipo, anche se non a lei. Ma non è vero, e questa è un’altra leggenda. Emanuela non chiese mai un permesso, la lezione di Miserachs terminò un quarto d’ora prima perché c’era da festeggiare l’anniversario di matrimonio di due dipendenti della scuola.

    Sabrina Minardi (ex compagna di De Pedis, che raccontò una versione del sequestro di Emanuela che coinvolgeva il boss) è morta prima di essere ascoltata dalla commissione…

    Sì, e io avevo chiesto più volte di riascoltarla visto che lei non mi ha mai voluto incontrare. Però è morta prima. Di recente, c’è stata la riedizione di un libro della giornalista Angela Camuso, (Mai ci fu pietà, pubblicato per la prima volta nel 2009, ndr), dedicato ai fatti criminali legati alla banda della Magliana, nel quale si dicono cose interessanti sul caso di Emanuela. La presentazione del volume si è svolta in Senato, lo scorso 18 giugno, alla presenza dell’ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, Andrea De Priamo, e dello stesso magistrato che condusse le indagini della seconda inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, Giancarlo Capaldo. La giornalista a un certo punto se ne esce dicendo che aveva avuto da una fonte investigativa, registrata, riguardante l’inchiesta che poi è stata archiviata nel 2015 da Pignatone, quindi l’inchiesta portata avanti da Capaldo, la notizia di un’indagine che la Procura stava facendo nell’ambito di un ricatto legato al rapimento di Emanuela. Quindi ha spiegato che questa fonte gli avrebbe detto che all’epoca stavano conducendo un’indagine su un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano che coinvolgeva anche il papa, quantomeno per essere a conoscenza dei fatti e non averne mai detto nulla. Una cosa piuttosto pesante, dalla quale De Priamo ha preso le distanze. Ma la Camuso ha chiesto anche a Capaldo, che era seduto vicino a lei, se a lui risultasse una cosa del genere, visto che era a capo dell’indagine. E lui ha confermato che le cose stavano proprio così (per il dibattito svoltosi in Senato quel giorno, il riferimento è al video della presentazione del libro, a cura di Radio Radicale urly.it/31g895, ndr).

    Tra l’altro la questione degli  abusi sessuali commessi dai sacerdoti è una storia che risale a quel periodo, nel senso che poi lo scandalo è scoppiato negli anni 2000 però il grosso delle storie e dei fatti risale ai decenni precedenti…

    Guarda, questa è purtroppo una mia convinzione: io sono convinto che ci sia dietro questa storia un ricattatore e un ricattato. E tutta la vicenda è nata proprio per ricattare. Emanuela è una cittadina vaticana, ma se tu vai a ricattare lo Stato e la persona più potente e influente al mondo in quel momento, il papa, poi non ti basta una ragazzina anche se cittadina vaticana per chiedere un qualcosa di pesante in cambio. Devi avere in mano qualcosa di più pesante. E quel qualcosa di più pesante sono convinto che possa riguardare una questione come la pedofilia o il coinvolgimento a livello dei vertici della Chiesa in questa storia; c’era qualcuno a conoscenza dei fatti che ha documentato e ha creato come oggetto di ricatto Emanuela. Allora, se dopo 43 anni si evita di far uscire qualcosa è perché l’oggetto del ricatto era così pesante che metterebbe totalmente in crisi l’intera istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/76132

  • Vescovo accusato di abusi, il Papa congeda un prelato pronto ad andare in pensione. Lui: «Fare chiarezza sulla verità»

    Vescovo accusato di abusi, il Papa congeda un prelato pronto ad andare in pensione. Lui: «Fare chiarezza sulla verità»

    Papa Leone XIV conferma la sua linea dura contro gli abusi. Congeda dunque mons. Antonio Santarsiero Rosa, vescovo di Huacho, in Perú. Il prelato ha 75 anni, l’età in cui i vescovi vanno in pensione. Ma Santarsiero è accusato di abusi e aveva chiesto già ad aprile di rinunciare al suo ruolo di segretario generale della Conferenza episcopale peruviana per potere «fare chiarezza sulla verità».

    All’epoca, alcuni organi di stampa, come il sito web “InfoVaticana“, avevano riportato una denuncia contro di lui per presunti abusi sessuali e maltrattamenti psicologici avvenuti nel seminario di questa città costiera, vicino a Lima. Monsignor Santarsiero ha sempre negato le accuse.

    La decisione del Papa

    Nell’attesa che venga fatta piena chiarezza, il Papa lo ha allontanato dal governo della diocesi e al momento non ha nominato un nuovo vescovo. Per Prevost la lotta agli abusi è una priorità, in scia alla linea intrapresa da Papa Francesco e ancora prima da Benedetto XVI. Tra le decisioni prese, per esempio, quella nei confronti del vescovo di Cadice, Spagna, mons. Rafael Zornoza Boy, che era al centro, in Spagna, di una bufera per accuse di abusi sessuali.

    Papa Leone ha anche intrapreso un dialogo con le vittime, a partire dalla rete americana Eca (Endin Clergy Abuse) che, dopo l’incontro con il Pontefice lo scorso ottobre, ed era la prima volta che la combattiva associazione varcava la soglia del Vaticano, ha avviato un dialogo anche con la Commissione vaticana per la tutela dei minori.

    In attesa del viaggio in Francia, a fine settembre, nel corso del quale Papa Leone XIV «certamente», come detto dai vescovi francesi a La Croix, incontrerà un gruppo di vittime di abusi, restano comunque forti le parole pronunciate nell’ultimo viaggio, quello in Spagna a giugno, nel corso del quale il Pontefice ha incontrato alcune persone che ancora portano le ferite a causa di abusi subiti da parte di membri del clero. Parlando successivamente con i vescovi spagnoli, Leone XIV aveva detto: «Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione».

    https://www.leggo.it/esteri/news/15_luglio_2026_vescovo_accusato_abusi_papa_leone_accetta_rinuncia_oggi-9652943.html

  • Mea culpa -2. La Crepa

    Mea culpa -2. La Crepa

    Quando il sacerdote incaricato della formazione dei ragazzi viene trasferito, gli equilibri del seminario si spezzano.

    Luca lascia i Legionari di Cristo, ma sente che una parte di sé è rimasta intrappolata tra quelle mura. Intanto le accuse contro il fondatore Marcial Maciel travolgono l’Ordine e papa Benedetto XVI apre un’indagine senza precedenti su una Congregazione fino ad allora protetta da importanti figure del Vaticano.

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/

  • La lettera segreta e inedita di Prevost scritta a Benedetto XVI nel giorno della rinuncia: ‘Grazie per il suo coraggio’

    La lettera segreta e inedita di Prevost scritta a Benedetto XVI nel giorno della rinuncia: ‘Grazie per il suo coraggio’

    Rivedere un Papa sotto attacco, come in questi giorni, ha rievocato in chi ha buona memoria le continue critiche indirizzate a Benedetto XVI negli anni del suo pontificato. Tra le accuse spesso ingenerose e talvolta anche calunniose rivolte a Ratzinger c’è stata persino quella di aver coperto un prete pedofilo in Germania. Una menzogna rispolverata pure pochi mesi prima della morte, provocando all’ormai anziano e fragilissimo Papa emerito un dolore profondo. In realtà, Benedetto XVI – di cui oggi ricorre il novantanovesimo anniversario della nascita celebrato con una messa a San Pietro presieduta dal cardinale Kurt Koch – è stato il Papa che ha fatto di più contro la piaga degli abusi nella Chiesa. Un riconoscimento che gli è stato tributato dal suo futuro successore, Robert Prevost in una lettera del 22 febbraio 2013 rimasta sconosciuta al grande pubblico.

    All’indomani della notizia della rinuncia al papato, l’allora superiore degli agostiniani prese carta e penna per esprimere “gratitudine, lealtà, ammirazione e sostegno” al Papa teologo “per tutto quello che ha fatto per la Chiesa durante gli anni del Suo servizio e per il grande coraggio che ha dimostrato nel prendere la decisione di rinunciare al Ministero Petrino”. Il futuro Leone XIV elogiò il suo predecessore per “l’insegnamento chiaro e la promozione della fede fino alla ricerca della verità” così come per la sua “visione della Chiesa” e gli “sforzi per promuoverne l’unità”. Parole che, rileggendole oggi, suonano come un’anticipazione delle linee guida dell’attuale pontificato. Ma il passaggio più significativo è senz’altro quello sul capitolo abusi. Prevost espresse a Benedetto la sua riconoscenza per la sua “guida costante sulla questione tragica e dolorosa degli abusi sessuali” ritenendolo “un altro contributo molto importante” del suo pontificato e riconoscendogli “determinazione nell’affrontarla”. L’allora superiore degli agostiniani lodò “il senso pastorale esemplare e l’umiltà che ha spinto Vostra Santità a chiedere perdono alle vittime” sostenendo che la “Sua azione ha fatto bene ai membri della Chiesa, per non parlare di quanto è stato fatto agli altri al di fuori della Chiesa che guardano sempre con attenzione a come siamo capaci di rispondere a un argomento tanto doloroso e complesso”.

    Parole non formali che denotano la grande stima di Leone XIV per il Papa tedesco e per la sua opera interna di pulizia a tutela dei minori che concretizzò la denuncia fatta da cardinale nella Via Crucis del 2005 contro la “sporcizia che c’è nella Chiesa”.

    Nella sua lettera Prevost fece cenno all’”amore per sant’Agostino”, espresso così frequentemente” durante il pontificato ratzingeriano e anche la sollecitudine dimostrata nei confronti del suo ordine con la creazione a cardinale del confratello Prosper Grech, primo agostiniano nel sacro collegio dopo 111 anni. Parlando a Il Giornale, lo storico segretario di Benedetto XVI monsignor Georg Gänswein l’ha definita una lettera scritta “col cuore”, spiegando che i due Papi sono “entrambi agostiniani e parlano lo stesso linguaggio”. Secondo l’attuale nunzio in Lituania, sant’Agostino è stato “la stella polare” della vita di Ratzinger e hanno avuto “biografie comuni: il santo di Ippona voleva fare solo il teologo ma ha dovuto fare il vescovo, così anche Benedetto non voleva fare il Papa ma l’ha dovuto fare”. Gänswein ha svelato a Il Giornale che Ratzinger rimase colpito dal futuro Leone XIV già nel 2007, durante la visita alla tomba di sant’Agostino nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia. “L’allora padre Prevost – ha raccontato Gänswein – fece un discorso di saluto e più tardi Benedetto commentò dicendomi che era stato bellissimo”.

    Padre Francesco Maria Giuliani, agostiniano amico di vecchia data di Prevost e presente quel giorno a Pavia, ha ricordato a Il Giornale che in basilica un confratello “rimproverò” scherzosamente il Papa dicendogli che si sarebbe dovuto chiamare Agostino I e non Benedetto XVI. Una battuta che fece scoppiare a ridere sia Ratzinger che Prevost. Padre Giuliani non ha dimenticato il momento in cui ringraziò il Papa tedesco per il tanto bene che aveva fatto alla figura di sant’Agostino: “Mi rispose prontamente: È lui che ha fatto bene a me.

    Per noi agostiniani Benedetto era una sorta di primo Papa agostiniano della storia”. Ora c’è Leone XIV, un Papa agostiniano di nome e di fatto ma che ha tante affinità con quel suo predecessore così stimato e rimpianto nella lettera dopo la rinuncia.https://www.ilgiornale.it/news/politica/lettera-segreta-prevost-scritta-benedetto-xvi-nel-giorno-2651930.html

  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?