Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    BBC – Lo chiameremo “Mario”. Si tira leggermente indietro mentre gli stringiamo la mano, ancora chiaramente a disagio con il contatto fisico. E alla mia prima domanda: “Come stai?” – che speravo lo avrebbe facilitato dolcemente nella conversazione, si rompe immediatamente.

    “Questa intervista mi sta riportando a tutto”, balbetta, a malapena in grado di tirare fuori le parole attraverso le lacrime.

    Mario non ha mai parlato prima con un giornalista di quella che chiama la sua “schiavitù sessuale” per mano del suo prete d’infanzia.

    Il nostro viaggio ci porterà dall’orribile testimonianza di Mario, all’affrontare faccia a faccia il suo aguzzino – e infine alla ricerca di risposte da coloro che hanno permesso al sacerdote di continuare a celebrare la Messa fino ad oggi.

    La sua è una delle innumerevoli storie di abusi sessuali clericali in Italia, che non ha mai affrontato adeguatamente il flagello. Nonostante abbia il più alto numero di sacerdoti di qualsiasi Paese e la sede della Chiesa cattolica nel suo cortile, l’Italia non mantiene statistiche ufficiali sulla questione e non c’è stata alcuna inchiesta pubblica.

    All’ombra del Vaticano, i peccati dell’Italia sono nascosti sotto un velo di tenebre.

    Breve linea grigia di presentazione

    «Certo, mi è stato detto che c’era un segreto», ricorda Mario, «tra lui, me e Gesù».

    Quel segreto erano, dice Mario, 16 anni di orribili abusi che ha subito dall’età di otto anni, perpetrati da un prete di nome padre Gianni Bekiaris.

    Una sintesi del caso dell’avvocato di Mario, che include molti dettagli troppo grafici da riportare, descrive il primo stupro del 1996 come “premeditato”. Bekiaris ha prenotato per entrambi una camera d’albergo con un letto singolo. In seguito, si legge sui giornali, Mario è rimasto “dolorante e sanguinante… piangendo in silenzio”.

    Bekiaris ha poi fatto ai genitori di Mario “un regalo” di un poster che mostrava dove si trovava l’hotel – e dove si dice sia avvenuto lo stupro – sotto il quale aveva scritto la data e l’ora di quel momento, oltre alle parole: ” In ricordo dei due giorni trascorsi al freddo delle montagne”.

    Sembrava una commemorazione distorta del crimine e un segno di come il prete manipolasse il bambino emotivamente vulnerabile, traendo profitto dal rapporto teso di Mario con suo padre.

    Gli atti del caso affermano che Bekiaris ha minacciato Mario di tacere, “raccontandogli quello che è successo… è stata anche colpa del bambino”.

    “Quando sono cresciuto, ha chiesto ai miei genitori se potevo andare a dormire a casa sua”, ricorda Mario. “Hanno acconsentito, anche se ho pregato che non lo facessero”.

    I suoi genitori, ignari dell’orrore che si stava svolgendo, erano ingenuamente orgogliosi che un uomo importante della stoffa avrebbe apprezzato il loro figlio. Il trauma ha portato Mario alla droga, al collasso psicologico e ai ripetuti tentativi di suicidio.

    “Ha rubato l’anima gentile che ero io”, dice Mario. “E gli incubi… i miei sogni riguardano guerre con kalashnikov e bombe a mano.”

    Alla fine, dopo essersi aperto a un terapeuta, Mario si è imbarcato in una ricerca di giustizia. Il suo primo passo fu avvicinare il superiore di Bekiaris, il vescovo Ambrogio Spreafico. Monsignor Spreafico ha avviato un processo secondo il diritto canonico, il diritto della Chiesa cattolica, che utilizza per affrontare i problemi interni.

    Il verdetto che abbiamo ottenuto da quel processo di diritto canonico mostra che i giudici hanno ritenuto Bekiaris “chiaramente colpevole delle accuse mosse contro di lui” e che, mentre contestava alcuni dettagli dell’abuso, “ha ammesso di aver commesso il crimine”. Ha anche effettuato un pagamento di € 112.000 (£ 94.000) a Mario.

    Ma la giuria non ha svincolato il sacerdote, come aveva chiesto Mario, scegliendo invece di vietargli a vita di “amministrare i suoi doveri con i minori”.

    Delusi, Mario e il suo avvocato hanno sporto denuncia penale alla polizia italiana.

    I documenti che abbiamo visto di questo secondo processo rivelano che i giudici “non avevano dubbi sulla veridicità delle accuse”, lasciando “nessuno spazio per l’assoluzione dell’imputato”.

    Ma sotto l’ingombrante sistema legale italiano, il caso era andato oltre i termini di prescrizione, il che significa che Bekiaris non poteva essere condannato. Il caso illustra il pantano di ostacoli legali che ha irretito i casi di abusi sessuali in Italia, privando i sopravvissuti – un termine che la maggior parte preferisce a “vittime” – di giustizia.

    La prescrizione italiana – che inizia quando un reato viene commesso, piuttosto che denunciato – è attualmente in fase di riforma per impedirne l’uso per ostacolare o imporre un procedimento giudiziario, ma la riforma non è retroattiva.

    L’avvocato di Mario, Carla Corsetti, ci ha detto che il limite di tempo ha ostacolato innumerevoli casi di abusi sessuali a causa degli anni che i sopravvissuti possono impiegare per elaborare mentalmente il crimine. Ma, aggiunge, il problema è più profondo: alla costituzione italiana e al Patto Lateranense del 1929 firmato dall’allora dittatore Benito Mussolini, che conferiva al Vaticano autonomia giuridica dall’Italia. Ciò dà al clero il ricorso alla legge vaticana rispetto a quella italiana, proteggendoli in effetti potenzialmente dalla giustizia italiana.

    “Preservando il Patto Lateranense, siamo un Paese con sovranità limitata”, afferma la Corsetti. “Paghiamo per questo ogni giorno e quelli che pagano per primi sono le vittime di abusi sessuali”.

    Il Vaticano sotto papa Francesco ha lentamente intensificato i suoi tentativi di affrontare il reato, vietando, ad esempio, l’uso di un codice del silenzio chiamato “segreto pontificio”. Di recente, la Conferenza episcopale italiana ha istituito la prima giornata nazionale di preghiera in Italia per i sopravvissuti agli abusi.

    Ma per i critici, queste mosse sono nel migliore dei casi tardive e nel peggiore tristemente inadeguate.

    Nel 2019 le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di avviare un’indagine indipendente e imparziale sugli abusi sessuali da parte dei clericali. Le loro chiamate finora sono cadute nel vuoto.

    In altre parti del mondo si stanno facendo progressi per togliere il mantello della segretezza. Un rapporto in Francia lo scorso anno ha rilevato che dal 1950 almeno 216.000 bambini sono stati maltrattati lì da circa 3.200 sacerdoti. L’Italia ha più del doppio dei sacerdoti della Francia, ma nessun conteggio ufficiale dei casi di abuso.

    Anche all’interno delle mura vaticane, alcuni hanno espresso costernazione per l’inerzia dell’Italia.

    Padre Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Salvaguardia della Pontificia Università di Roma e membro della Commissione vaticana per la protezione dei minori, ha esortato l’Italia a seguire l’esempio della Francia e di altri Paesi che hanno indagato su questi crimini.

    “In Gran Bretagna, in Australia, negli Stati Uniti, in Germania, la società è arrivata a un punto per confrontarsi con questo problema e poi anche la Chiesa ha dovuto affrontarlo – ma questa consapevolezza e questa urgenza di affrontarlo non si è verificata in questo Paese ancora”, dice.

    Nei luoghi che hanno affrontato gli abusi del clero, padre Zollner afferma che in media il 4-5% dei sacerdoti è stato accusato o condannato, aggiungendo che “con ogni probabilità, in Italia ci sarebbe un numero simile”. Ma in assenza di un conteggio ufficiale e con un impegno minimo da parte dello stato italiano, è stato lasciato all’unico gruppo di campagna del paese che lavorava sulla questione di compilare ciò che poteva.

    Francesco Zanardi – lui stesso sopravvissuto – gestisce un’associazione chiamata The Abuse Network dal suo minuscolo appartamento nel nord Italia. “Quando abbiamo iniziato a cercare supporto e supporto legale”, dice, “abbiamo colpito un muro di mattoni”. Combinando informazioni riservate e resoconti dei media, ha mappato i sacerdoti del paese che sono stati sospettati, indagati o condannati per abusi. E ha creato un gruppo di avvocati pronti a lavorare con i sopravvissuti.

    Zanardi ha calcolato 163 condanne di preti in Italia negli ultimi 15 anni, ma è certo che si tratta di una grave sottostima.

    “L’Italia è come un altro pianeta lontano dall’Europa”, dice. “C’è una chiara mancanza di volontà da parte dello Stato di interferire con la Chiesa, a spese dei bambini”.

    Parte del problema qui è culturale. L’Italia è spesso più conservatrice su alcune questioni sociali rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale. In un Paese in cui oltre l’80% delle persone si identifica come cattolico, la Chiesa è, per molti italiani, al centro della loro identità quanto la famiglia – e spesso può sembrare un’autorità incontestabile.

    Breve linea grigia di presentazione

    Quella nozione di silenzio e intoccabilità della Chiesa in Italia, come la descrive padre Zollner, ha permesso di inserire alcuni sacerdoti accusati di abusi in una rete di centri di riabilitazione gestiti dalla Chiesa.

    Molti di questi centri esistono in tutto il paese ma si sa poco di loro. Uno vicino a Roma, a cui abbiamo ottenuto un accesso raro, è isolato su una strada non segnalata, dietro il filo spinato. Attraverso il cancello si trova una statua bianca di Cristo.

    All’interno ci sono camere da letto per i sacerdoti residenti, un soggiorno e una piccola cappella. Sulla parete ci sono le foto di una recente visita di Papa Francesco, che è rimasto per un’ora e mezza e, secondo quanto riferito, ha elogiato la cura pastorale dell’istituzione.

    I sacerdoti inviati ai centri hanno una serie di problemi, tra cui il gioco d’azzardo e la tossicodipendenza. Ma alcuni sono anche accusati, sotto inchiesta o sotto processo per abusi sessuali.

    Marco Ermes Luparia, il fondatore, nega strenuamente che la sua comunità sia “un rifugio per i fuggiaschi”, insistendo sul fatto che sia invece un luogo di cura dei sacerdoti per prevenire la recidiva. I molestatori seguono quello che lui definisce “un ciclo individuale, molto intenso, di due o tre sedute di psicoterapia a settimana, seguito da una totale limitazione dei movimenti. Non possono nemmeno pranzare all’aperto”.

    Per i sopravvissuti, le strutture oscure che tengono gli abusatori lontani da occhi indiscreti illustrano ancora una volta una catena di complicità che seppellisce il crimine.

    Il sig. Luparia respinge categoricamente tale affermazione. “I vescovi devono avvisare le autorità competenti che il sacerdote sta venendo da noi”, dice, respingendo le affermazioni che la comunità consente alla Chiesa di proteggere i maltrattatori. “Oggi un vescovo che lo facesse – per lui sarebbe la fine”, dice.

    Non esiste un’assistenza così dignitosa per gli innumerevoli sopravvissuti agli abusi, incluso Mario, per il quale continua l’insabbiamento.

    Il suo aguzzino, Gianni Bekiaris, rimane un sacerdote attivo ancora nella stessa diocesi in cui si presume siano iniziati i crimini – e ancora sotto la guida del vescovo Ambrogio Spreafico.

    Passiamo settimane a rintracciare Bekiaris online, scoprendo come si presenta per celebrare la messa in varie chiese in più di una città, prima di sembrare di nuovo sdraiato. È ancora indicato come sacerdote nella diocesi in cui sono avvenuti gli abusi. Abbiamo anche portato alla luce fotografie di lui che celebra la Messa con i bambini presenti.

    Infine, in un luogo vicino a Roma, lo troviamo e ci avviciniamo. Gli mostro le carte del processo che avevamo ottenuto e le foto dei bambini presenti alla sua messa.

    “Lavoro qui”, risponde, indicando il palazzo dove abita, “e non ci sono bambini”.

    Poi produco le sue fotografie in chiesa con minorenni.

    “Quelle sono persone, non minorenni”, insiste.

    Comincia a ritirarsi al chiuso.

    “Sei un pedofilo?” Chiedo.

    “Questo è quello che stai dicendo”, risponde.

    “No, è quello che sta dicendo la tua vittima”, azzardo, prima che chiuda la porta, con un semplice “arrivederci”.

    Breve linea grigia di presentazione

    Chiedo a padre Hans Zollner, dell’Istituto di salvaguardia, cosa dovrebbe in teoria accadere a un sacerdote la cui colpa è stata riconosciuta in un processo di diritto canonico, che ha ammesso l’abuso e ha pagato i danni.

    Mi dice che, pur non conoscendo il caso specifico: “Se la procedura stabilisce che ha commesso il reato, va ovviamente licenziato. E se c’è un qualsiasi tipo di attività che lo porti a contatto con minori, questo va ovviamente contro il verdetto”.

    Eppure, quando sfidiamo il superiore di Bekiaris, monsignor Ambrogio Spreafico, sul perché non avesse svogliato il sacerdote, nonostante una diretta supplica di Mario, nega ogni illecito.

    Mons. Spreafico insiste sul fatto che è stata la Congregazione per la Dottrina della Fede – il potente dipartimento vaticano che si occupa di tali questioni e ha guidato il processo di diritto canonico – a prendere la decisione.

    “Ho seguito le procedure”, dice, “e hanno deciso in questo modo. Non dipendeva da me”.

    Ma perché, chiedo, non ha consigliato al Vaticano di intraprendere una diversa linea di condotta, vista la sua conoscenza di tutti i dettagli, il fatto che Mario si era confidato con lui e che il processo di diritto canonico ha ritenuto colpevole Bekiaris?

    “Il senso di colpa può essere basato su fatti diversi”, risponde. “Potrebbero rivelarsi di una scala diversa, di un lasso di tempo diverso, di una realtà diversa”.

    Quando gli mostro le fotografie di Bekiaris in chiesa con minori, inizialmente suggerisce di aver verificato con il Vaticano e che la celebrazione occasionale della messa non fosse contraria alla sentenza, prima di assicurarmi: «Chiederò alla Congregazione [la Dottrina della Faith] se questo è incluso nel divieto. Ma di per sé non è specificato nel decreto”.

    Anche se, come sostiene, non è contro la legge, chiedo, non è contro la moralità fondamentale che un uomo con un tale passato continui a fare il prete?

    “Prenderò in considerazione la tua osservazione”, dice, “e darò un’occhiata, non preoccuparti.”

    Lo esaminiamo noi stessi, chiedendo una risposta alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Ci dicono che il divieto a vita di amministrare i doveri con i minori imposto a Gianni Bekiaris aveva lo scopo di “guarire ed espiare” e che potrebbe consentire a un sacerdote di celebrare la messa pubblica con i minori, “purché non siano mai lasciati soli”.

    Tecnici giuridici, scappatoie procedurali e interpretazioni personali dei giudizi: sono ciò che ha permesso a Gianni Bekiaris di continuare a predicare la parola di Dio; ha privato Mario della giustizia – e potrebbe portarlo un giorno potenzialmente a entrare in una chiesa della sua diocesi con suo figlio e guardare la messa celebrata dall’uomo accusato di averlo violentato ripetutamente.

    Questo è il costo dell’incapacità dell’Italia di affrontare la maledizione degli abusi – e della sua mancanza di responsabilità per i sopravvissuti la cui fede e infanzia sono state derubate così crudelmente.

    “L’impatto è devastante”, dice Mario, la sua anima spezzata è evidente. “Verso tutta la Chiesa, dal Papa fino all’ultimo sacerdote, mi sento nauseato da loro. Sono malato da morire”.

    Ulteriore segnalazione di Julian Miglierini

    https://www.bbc.com/news/world-europe-60325191

  • La città del Vaticano

    La città del Vaticano

    Lo Stato della Città del Vaticano è il più piccolo Stato che esista al mondo. E’ ampio 44 ettari, corrispondente a meno di mezzo chilometro quadrato (mentre Monaco ha una superficie di quasi due chilometri quadrati). Ma possiede anche una serie di strane caratteristiche.

    Innanzitutto il suo capo dello Stato non puo’ mai essere un laico, ma dev’essere un sacerdote cattolico, poichè coincide con la persona del Sommo Pontefice. Poi, l’assemblea che elegge questo capo dello Stato è composta, in massima parte, da cittadini di altri Stati, i cardinali, che provengono, nella loro maggioranza, da tutte le parti del mondo. In realtà i cardinali riuniti in Conclave eleggono il Papa, il Sommo Pontefice, cioè la carica di vescovo di Roma, che lo pone a capo di tutta la Chiesa cattolica. Siccome la carica di Pontefice coincide con quella di capo dello Stato, nella Città del Vaticano, in pratica i cardinali eleggono contemporaneamente, magari senza pensarci, anche il sovrano dello Stato.

     Si tratta inoltre di una monarchia assoluta, l’unica in Europa, e di un raro tipo di monarchia, quella “elettiva”, e non esiste un parlamento nè tanto meno partiti politici. Il potere è tutto nelle mani del Pontefice “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”, come enuncia il penultimo articolo del Trattato e l’art. 1 del 525i85f la Legge fondamentale. Il Papa, però, delega il suo potere ad altri organi, soprattutto cardinalizi, perchè certo non puo’ occuparsi, oltre che del complesso governo della Chiesa, anche della direzione di questo piccolo Stato. Ma sono suoi i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Il Pontefice puo’ modificare, se vuole, le leggi, senza alcun controllo o conferma da parte di chicchessia.

    Poi c’è piazza San Pietro, che, pur essendo parte integrante del territorio dello SCV, è di norma sottoposta ai poteri della polizia italiana, in base all’art. 3 del Trattato dell’11 febbraio 1929. Un caso probabilmente unico al mondo. Tanto che sono poche le persone che, entrando nella piazza, e sorpassando la striscia di travertino chiara che si staglia sul selciato, sono conscie di entrare in un altro Stato: vedono passeggiare gli agenti della Polizia italiana, e ne traggono le conseguenze, che non sono però corrette.

    Altro particolare curioso, e poco conosciuto, è che la famosa aula Paolo VI, progettata dall’architetto Nervi, è situata, caso unico al mondo, a cavallo fra due Stati, l’Italia e la Città del Vaticano. Anche se, sulle cartine che appaiono su riviste specializzate, come il National Geographic Magazine, tale confine surreale non viene evidenziato, e anche se nessun giornalista, durante le numerose telecronache da quel luogo, lo ricordi. Il confine di Stato taglia l’aula delle Udienze lungo una riga un po’ zigzagante, proprio sotto il palcoscenico dove sale il Papa durante le cerimonie. Le poltrone sono quasi tutte in territorio italiano; quest’ultimo fa parte, pur essendo effettivamente territorio della Repubblica italiana, di una delle numerose “aree con privilegio di extraterritorialità” a favore della Santa Sede, che è cosa ben diversa da “territorio dello Stato della Città del Vaticano”. Questo quadrato di centocinquanta metri di lato, infatti, non è compreso nei quarantaquattro ettari della superficie dello SCV. Sembra Vaticano, all’apparenza, ma in effetti, giuridicamente, non lo è. Vi sono conseguentemente rilevanti differenze nel modo di perseguire eventuali reati commessivi (scippi, percosse durante liti, ecc.), in quanto il reato si effettua su territorio italiano, e la magistratura italiana è l’unica competente a giudicare. Però, questa è la conseguenza più clamorosa, gli agenti della Polizia italiana non possono entrare per indagare.

     UNA STRANA LINEA TRATTEGGIATA.

    Davanti alla cancellata moderna attraverso la quale si accede all’Aula Paolo VI, subito dietro il braccio sinistro del Colonnato berniniano, c’è un particolare molto curioso. Una striscia tratteggiata, segnata con pietre più chiare che risaltano su quelle scure, che segna il bordo di un palazzetto che lì sorgeva fino al 1966. Si trattava del Museo Petriano, fatto costruire dal papa Pio XI, e inaugurato il 14 febbraio del 1925. Ospitava i reperti dell’antica Basilica di San Pietro, pezzi di colonne, statue, dipinti e bozzetti. Ebbe poca vita, questa costruzione, in verità ben poco elegante e funzionale. Venne abbattuta, per volontà di Paolo VI, per ricavarne uno spiazzo per l’accesso alla nuova Aula, in corso di costruzione, progettata dall’architetto Nervi.

    Ma… c’era un ma… Il Museo Petriano era contenuto nell’area extraterritoriale denominata “del Sant’Uffizio”, quella cui si è accennato poco prima. Era territorio immune dalla giurisdizione delle autorità di polizia italiane, proprio come un’ambasciata. Occorreva, allora, tracciare un confine sul pavimento della piazza, per segnare il limite esatto che gli agenti non potevano oltrepassare. Anzichè costruire un cancello (il confine era piuttosto irregolare, con angoli e sporgenze) si decise di segnare sul selciato questa linea, sistemando una cancellata rettilinea qualche metro più indietro. Ecco spiegata la strana linea tratteggiata, come si vede nella fotografia.

       IL RICCIOLO D’ITALIA

    Così ho chiamato, in uno “studio” fatto diversi anni fa, questa striscia di territorio italiano che si insinua fra due tratti di territorio dello Stato della Città del Vaticano. E’ quasi sicuramente un caso unico al mondo. Un’area larga circa tre metri e lunga una sessantina, posta dietro il braccio del Colonnato del Bernini, a destra di piazza San Pietro per chi guarda la Basilica, giusto sotto il palazzo dove risiede il Santo Padre. Questa striscia, che via via si restringe fino a finire a punta – proprio come avviene per un ricciolo – è situata subito dietro le colonne esterne del braccio berniniano, ed ha come limite, dalla parte opposta, un alto muro sormontato da una robusta cancellata, dietro il quale si trovano dei palazzi e dei cortili, vicinissimi alla Caserma delle Guardie Svizzere.

       La cosa strana è che questo lembo di suolo italiano è considerato erroneamente, forse proprio per l’incongruità della situazione, facente parte del territorio vaticano. Le guardie italiane e vaticane che lì vicino stazionano, se interrogate, rispondono con sicurezza che quella striscia appartiene al Vaticano.

    Ma non è così. Basta guardare una piantina dello Stato, come quella, ufficiale allegata al Trattato firmato da Italia e Santa Sede nel febbraio del 1929 per rendersi conto che è proprio territorio italiano! Esso è liberamente accessibile – almeno nella parte iniziale, non transennata – dai turisti e dai curiosi, che si trovano così “incuneati”, magari senza saperlo, fra due tratti di uno Stato sovrano, ma posando i piedi sul suolo di un altro Paese. Il fatto è che, forse per semplificare le cose ed eliminare complicazioni di qualunque tipo, le autorità preposte alla vigilanza di piazza San Pietro considerano, per motivi pratici, questa striscia come facente parte della piazza (che è territorio vaticano), cioè come un’appendice della medesima. In effetti, anche se in realtà questa striscia è territorio italiano, la circostanza non ha risvolti pratici, e non ha senso, nella vita di tutti i giorni, sottolinearlo (se non, appunto, per rimarcarne la singolarità sorprendente).

       La situazione non è cambiata, in questi settant’anni e passa, e le cartine più aggiornate ed esatte del piccolo Stato, anche adesso, riportano questa strana situazione di confini statali. Mentre quelle per i turisti, o quelle delle enciclopedie, sorvolano su questo particolare.

       SANTA SEDE E CITTA’ DEL VATICANO

    C’è una notevole differenza fra i due termini. Per “Santa Sede” si intende la suprema direzione della Chiesa Cattolica. In effetti, quest’espressione ha due accezioni. Una, più generale, riguarda tutto il complesso della Curia pontificia, i Cardinali titolari di dicasteri, le varie Congregazioni, con a capo il Papa. La seconda riguarda solo il Sommo Pontefice, inteso come carica, come autorità suprema della Chiesa, e non come persona fisica. Mentre per “Città del Vaticano” si intende lo Stato, di cui la Santa Sede (intesa come “Papa”) è ente sovrano, e per l’indipendenza della quale lo Stato è stato creato, nel 1929, in base ad accordi fra Italia e, appunto, Santa Sede (che, perciò, preesisteva allo S.C.V., ed era dotata, anche se priva di territorio, di una sovranità internazionalmente riconosciuta).

       Comunque, l’espressione “Vaticano”, usata comunemente, anche dalla stampa, significa ad un tempo sia “Santa Sede” che l’entità territoriale sorta nel cuore di Roma. Non è un’accezione esatta, ma è entrata nell’uso comune (e contribuisce a creare confusione…).

       Il documento che è all’origine della nascita di questo minuscolo e straordinario Stato, il Trattato del Laterano, è stato firmato fra Santa Sede e Italia l’11 febbraio del 1929, ed è entrato in vigore il 7 giugno dello stesso anno. Assieme al Trattato (che comprendeva, come allegato, una Convenzione Finanziaria) è stato stipulato anche il Concordato, per regolare i rapporti, in Italia, fra la Santa Sede e il Governo italiano.

       I due strumenti diplomatici hanno preso il nome di “Patti Lateranensi”. Vennero infatti firmati nel palazzo del Laterano, dal Primo Ministro italiano, Benito Mussolini, e dal Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Gasparri. Per due anni e mezzo, in completa segretezza, vi erano stati numerosi incontri tra i due delegati delle opposte parti, Pacelli e Barone. Il Pontefice Pio XI si teneva costantemente informato, seguiva il tutto e dava continue direttive.

       E’ opportuno ricordare che, mentre il Trattato è uno strumento unico, storicamente importantissimo – pose fine alla “Questione Romana”, nata con l’occupazione di Roma da parte delle truppe italiane, nel 1870 – il Concordato è un accordo che la Santa Sede ha stretto, oltre che con l’Italia, numerose volte anche con i più diversi Paesi del mondo, per regolare i rapporti interni (matrimonio, insegnamento religioso, libertà di culto, ecc.).

       LA VIGILANZA NELLO STATO.

       La Città del Vaticano ha due Corpi di vigilanza. Uno di essi è costituito dalle Guardie Svizzere, ed è il più noto, e anche il più pittoresco. Fra pochi anni, il 21 gennaio del 2006, il Corpo compirà cinquecento anni. Le Guardie, cento in tutto, dalla colorita e caratteristica divisa, costituiscono un microscopico esercito, sono alle dirette dipendenze del Papa, e hanno il compito di difendere la sua persona, nonchè i confini dello Stato e gli ingressi dei Palazzi Apostolici. Sono tutti giovanotti provenienti dalla Svizzera, a seguito di un’apposita convenzione fra la Santa Sede ed il governo elvetico. Devono essere cattolici, alti di statura, di buona condotta, e prestano servizio per due anni; tranne quelli che sono scelti dalle autorità vaticane per completare la loro carriera.

       Il secondo Corpo è la Vigilianza Vaticana, molto meno nota, i cui componenti hanno una divisa blu scuro, portano il berretto, e sono tutti, per una norma prevista dal loro regolamento, piuttosto alti.

       LA CITTADINANZA VATICANA.

       La cittadinanza vaticana non si ottiene semplicemente con la nascita nello Stato, come avviene in tutte le altre parti del mondo. Dev’essere di volta in volta concessa da un apposito ufficio. Nella Città del Vaticano esistono alcune famiglie (come quella di Emanuela Orlandi, rapita circa vent’anni fa, e non più ritrovata), talora di dipendenti civili vaticani talora di Guardie svizzere, che abitano in piccoli appartamenti, di proprietà dello S.C.V. Nessuno puo’ possedere proprietà private dentro questo Stato. Tutto il territorio e tutti gli immobili sono considerati di proprietà della Santa Sede (“Stato patrimoniale”).

       Ai figli che nascono in queste famiglie viene concessa la cittadinanza vaticana, però solo fino alla loro maggiore età. Poi essi la perdono, diventando in genere cittadini italiani, e andando ad abitare fuori dalla Città. Se non si facesse così, la popolazione aumenterebbe inesorabilmente, mentre l’esiguità territoriale dello Stato non permette di ospitare più di un piccolo numero di persone.

       Tutti i Cardinali che risiedono nella Città del Vaticano, o nella città di Roma, possiedono, per legge, la cittadinanza vaticana. Gli altri Cardinali, in altre città italiane o negli altri Paesi, hanno la cittadinanza dello Stato in cui risiedono. Per esempio, i Cardinali arcivescovi di molte città italiane, vanno regolarmente a votare nelle elezioni che si svolgono nella Repubblica.

       Infine, sono cittadini vaticani i numerosi diplomatici sparsi nelle Nunziature di tutto il mondo: cittadini dello Stato, ma che non vi risiedono. Quelli che vi risiedono stabilmente ammontano a circa trecento persone!

    http://www.inftub.com/geografia/La-citt-del-Vaticano92583.php

  • Il vescovo si scorda di dire che il prete pedofilo si è dichiarato colpevole in USA

    Il vescovo si scorda di dire che il prete pedofilo si è dichiarato colpevole in USA

    www.diocesimontepulciano.it/index.php/home

    Comunicato Stampa della Diocesi
    Domenica 23 Maggio 2010 16:02

    Una recente trasmissione RAI ha riproposto e amplificato il caso del sacerdote don V.B:, che è stato in servizio a questa Diocesi e che adesso è rientrato in India. La trasmissione (con immagini di un mese fa) ha posto il fatto in una cornice di pretesa volontà della Chiesa di copertura di una situazione di pedofilia da parte di un sacerdote. Le dichiarazioni proposte nella trasmissione non sostituiscono né rappresentano quanto da subito la Diocesi aveva chiarito.

    Infatti la Diocesi lo scorso 17 Aprile aveva emesso tempestivamente un comunicato relativo alla vicenda. Il Vescovo ritenne di non dare interviste perchè tutti potevano accedere al comunicato. Non sono emersi fatti nuovi e quindi la Diocesi conferma quanto già dichiarato. In breve: il sacerdote era giunto in questa Diocesi nel marzo 2008 su presentazione del Vescovo della Diocesi di Cuddapah, che dette assicurazioni – confermate da documenti – sulla non esistenza di condanne penali negli Stati Uniti a carico del sacerdote stesso. Durante il periodo di permanenza tra noi, Don V.B. ha svolto l’ufficio di viceparroco, godendo della stima della gente.

    Don V.B., ha chiesto lo scorso Aprile 2010 di rientrare nella sua Diocesi in India, dove ora si trova, continuando a proclamarsi innocente, confermando che nessuna condanna per pedofilia ha subito negli Stati Uniti ed esibendo a dimostrazione anche la documentazione giudiziaria sul suo caso, dalla quale non risulta alcuna condanna. La risonanza che il fatto ha ottenuto mette in luce ancora di più la forza di certi mezzi di comunicazione e la responsabilità di una informazione fondata, completa e non soggetta a tesi preconfezionate.

    Montepulciano, 23 maggio 2010

    Riflessione del Vescovo Rodolfo PDF Stampa
    Lunedì 24 Maggio 2010 22:35

    La redazione di questo comunicato ha richiesto l’attenzione al linguaggio tipico di questo genere letterario e per esso ho chiesto collaborazione a persone del settore. La sua forma stringata e fredda è naturalmente molto distante dal modo incisivo con cui molti sono venuti a conoscenza dell’evento. Amo personalmente un modo di comunicare ben diverso, dove si possa stare l’uno dinanzi all’altro, guardandosi in faccia, anche se non sempre è facile. Molti mi hanno chiesto di dire di più, di spiegare, di raccontare con trasparenza ciò che è avvenuto e come l’ho vissuto, personalmente e da Vescovo (che è la stessa cosa!).

    Credo che questo sia un giusto diritto specialmente di chi cerca di comprendere senza pregiudizi o preclusioni e di tutti coloro che si sono sentiti personalmente feriti dal contenuto e dal modo con cui hanno conosciuto la notizia. Lo faccio dicendo prima di tutto la sofferenza personale, che è resa più pesante dal pensare, che questo fatto e il modo distorto in cui è stato narrato, abbia messo in difficoltà la fede in Dio di qualcuno e la sua relazione con la Chiesa.

    Quello che da qualche tempo viene sottolineato e che ha elementi di verità per mettere in stato di giudizio alcuni comportamenti all’interno della Chiesa, come sottolinea il Papa Benedetto XVI, impegna alla conversione e al miglioramento. Questo impegna me, Vescovo, a vivere la mia vita nella mia Chiesa che è una realtà familiare, in cui ognuno, prima di tutto, è una persona amata da Dio, e ognuno mi è dato da amare, aiutare, correggere e salvare come un fratello o un figlio. È la base di ogni mia relazione di Vescovo, nei confronti di ogni persona, di ogni suo gesto e parola, qui e in ogni parte del mondo. Questo richiede attenzione, verità e carità.

    Ricapitolo la vicenda, dai suoi inizi ad oggi. Nel 2007 il Vescovo uscente di Cuddapah, d’accordo col nuovo Vescovo appena nominato, mi parlò di un sacerdote (don V. B.) che doveva terminare i suoi studi a Roma. Mi informò che si trovava in India e che aveva avuto delle questioni giudiziarie per un caso di violenza privata negli Stati Uniti. Mi assicurava della sua innocenza, mi proponeva di accoglierlo perché potesse terminare i suoi studi trovando un servizio di collaborazione pastorale in Diocesi. Lo accolsi e, avendo ricevuto verso la sua persona giudizi positivi, dopo qualche mese lo nominai viceparroco a Sarteano perché per quanto era dato sapere non vi è stata alcuna condanna. Tutto si è svolto alla luce del sole secondo la regolare procedura di concessione di visti e autorizzazioni delle competenti autorità statali. La mattina del 15 aprile vengo contattato dall’agenzia Ansa di Firenze che mi informa che il caso è sulla stampa e rilascio una dichiarazione che l’Ansa rilancia subito dopo. È il giorno in cui attorno alla Curia, a Sarteano e in altre località della Diocesi, si mette in moto tutta una ricerca di informazioni. Non avvezzo a questo modo un po’ aggressivo di inseguire le notizie, rispondo consegnando un esaustivo comunicato stampa e chiedo che ci si rifaccia ad esso, non avendo altro da comunicare. Vengono don V.B. e il Parroco don Fabrizio Ilari per confrontarsi con me. Confermo il comunicato e l’invito di rimandare ad esso. Informo la Congregazione per la Dottrina della Fede e mi metto in contatto con il Vescovo di Cuddapah, che essendo l’Ordinario di don V.B. ha tutta la competenza per condurre la questione. Egli consiglia di chiedere al sacerdote di rientrare in India. Don V. B. è d’accordo e mi chiede di sollevarlo dall’incarico, continuando a proclamarsi innocente e addolorato per quanto si è creato proprio nei confronti di chi lo aveva accolto e della gente per la quale aveva lavorato con dedizione. Lasciava l’Italia il 16 aprile. Quella stessa mattina era già programmato il Consiglio Presbiterale, al quale mi dovevo necessariamente recare. È proprio quando sono uscito in macchina dal cortile dell’episcopio, per andare a presiedere la riunione programmata, che la troupe Rai (di Anno Zero) ha ripreso la mia auto seguendola per qualche metro. Visto l’uso e la ricostruzione del fatto, sarebbe stato forse meglio fermarsi e riaffermare quanto già comunicato, ma lo stato d’animo in quel momento era abbastanza teso e il modo di “aspettarmi al varco”, non mi era piaciuto.

    Le altre immagini e le parole registrate e trasmesse, raccolte anche in modo discutibile, sono confuse e totalmente non condivise, legate alla responsabilità personale di chi le ha pronunciate. La vicenda si è amplificata in seguito alla trasmissione di Anno Zero nella puntata del 20 maggio e alla sua diffusione in Internet. Sempre rimandando a quanto dice il Comunicato, credo utile aggiungere qualche riflessione.
    – Credo in una informazione che non nasconda in alcun modo la verità, ma anche che sappia cercarla senza fermarsi ad affermazioni o a letture parziali di un fatto.
    – Siamo tutti (vescovo, sacerdoti, laici, persone, istituzioni…) collocati da Gesù a vivere il Vangelo in questo mondo, dentro una realtà e la viviamo come tutti, forti di grandi esempi di santità, ma purtroppo anche con la possibilità di errori, di peccato, di reati da correggere e anche da perseguire.
    – Tutto questo senza coprire o chiudere uno o due occhi, ma usando sempre carità e verità, sempre distinte e sempre collegate. Mai nessuna intenzione di nascondere, ma sempre affermare ciò che è vero, sicuro e documentato, prima di tutto nella più profonda e forte solidarietà al dolore di chi è vittima, ponendosi anche il problema di chi viene posto sotto accusa, ma non è dichiarato colpevole.

    Questi principi di comportamento richiedono di essere netti e chiari, con disponibilità e trasparenza, senza pregiudizi o tesi da imporre e difendere solo perché fanno comodo o toccano e criticano alcune realtà a noi più care.

    Carissimi tutti, sacerdoti e fedeli e anche tutti coloro che in qualche modo siate stati toccati o raggiunti da questa vicenda: è una sofferenza che ha colpito tutti e ne subiamo le conseguenze. Quanto ho detto corrisponde alla verità che ho potuto conoscere, ma c’è anche la verità di ognuno e delle relazioni di fiducia che dovrebbero animare e sostenere ogni realtà umana e ancor più cristiana, a proposito delle quali posso dire solo la mia condivisione e la mia disponibilità a approfondirle. Non posso certo raggiungere quanti raggiunti dalla vicenda via TV o Internet, ma con umiltà e fiducia offro queste parole scritte.

    Ringrazio quanti hanno voluto esprimere fiducia e aiutarmi a leggere questa vicenda, ma penso a quanti dovrei e vorrei aiutare a superare quanto è stato creato alla loro coscienza e alla loro fede e appartenenza alla Chiesa. Ho promesso ad alcuni giovani, che lo hanno chiesto, di incontrarli appena possibile. Là dove non arriva il mio tempo e la mia persona, prego Dio e ognuno di voi di operare e pregare perché questa vicenda ci aiuti a essere più forti nella verità e a servire sempre il Bene in tutto e per tutti.

    • Rodolfo, Vescovo

    www.corrieredisiena.it/news.asp?id=65

    Su Mussolini il vescovo tace.

    Dopo le dichiarazioni del segretario di Cetoloni ad “Annozero”. Ieri il comunicato per difendere il prete accusato di pedofilia.
    MONTEPULCIANO 25.05.2010
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    Nessuna dichiarazione Il vescovo Cetoloni, nel comunicato stampa pubblicato ieri nel sito internet della diocesi, non fa nessun riferimento al suo segretario che ha inneggiato al Duce

    Altro che revoca della cittadinanza onoraria al cavalier Benito Mussolini, qui ci sono nostalgici del Duce. Durante l’ultima puntata di Annozero, il programma condotto da Michele Santoro dal titolo “Peccati e Reati” incentrata sui casi di pedofilia nel clero cattolico, è andata in onda un’inchiesta girata nella curia del capoluogo poliziano, relativa al caso del prete indiano che amministrava il culto in una piccola chiesa del comune di Sarteano. Il segretario del vescovo Rodolfo Cetoloni prima ha cercato di rispondere in modo evasivo al giornalista e poi si è lasciato andare affermando: “Questa è tutta una montatura per togliere l’otto per mille alla chiesa cattolica e non potendolo fare legalmente cercano di distogliere la popolazione in altro modo….. La Rai è in mano ai comunisti, i giornali per il 90% sono in mano ai comunisti che, anche se non ci sono più sono camuffati ” e poi la conclusione “spero che ritorni il Duce, si il Duce, ci vuole il Duce per rimettere le cose a posto”. Un’affermazione incredibile. Pensavamo che il vescovo della diocesi di Montepulciano Rodoldo Cetoloni prendesse ufficialmente posizione sulle parole del suo segretario. Invece, è stato pubblicato sul sito internet della Diocesi un comunicato freddo e senza riferimenti alle parole del segretario sul duce e i giornali comunisti: “Una recente trasmissione Rai – si legge – ha riproposto e amplificato il caso del sacerdote don Vijara Bhaksar che è stato in servizio a questa Diocesi e che adesso è rientrato in India. La trasmissione (con immagini di un mese fa) ha posto il fatto in una cornice di pretesa volontà della Chiesa di copertura di una situazione di pedofilia da parte di un sacerdote. Le dichiarazioni proposte nella trasmissione non sostituiscono né rappresentano quanto da subito la Diocesi aveva chiarito. Infatti – è scritto ancora – la Diocesi lo scorso 17 aprile aveva emesso tempestivamente un comunicato relativo alla vicenda. Il vescovo ritenne di non dare interviste perchè tutti potevano accedere al comunicato. Non sono emersi fatti nuovi e quindi la Diocesi conferma quanto già dichiarato. In breve: il sacerdote era giunto in questa Diocesi nel marzo 2008 su presentazione del vescovo della Diocesi di Cuddapah, che dette assicurazioni – confermate da documenti – sulla non esistenza di condanne penali negli Stati Uniti a carico del sacerdote stesso. Durante il periodo di permanenza tra noi, don Vijara Bhaksa ha svolto l’ufficio di viceparroco, godendo della stima della gente. Don Vijara Bhaksa, ha chiesto lo scorso aprile di rientrare nella sua Diocesi in India, dove ora si trova, continuando a proclamarsi innocente, confermando che nessuna condanna per pedofilia ha subito negli Stati Uniti ed esibendo a dimostrazione anche la documentazione giudiziaria sul suo caso, dalla quale non risulta alcuna condanna. La risonanza che il fatto ha ottenuto – conclude il comunicato della Diocesi – mette in luce ancora di più la forza di certi mezzi di comunicazione e la responsabilità di una informazione fondata, completa e non soggetta a tesi preconfezionate”. Perchè vescovo Cetoloni tace sulle parole di esaltazione del duce del suo segretario?