Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    di Vik van Brantegem, tratto da korazym.org 

    Oggi viene celebrata la II Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, un titolo lunghissimo di ben 16 parole, quasi un manifesto, da cui però è stata ommessa la parola che conta, come per nascondere di cosa si tratta in sostanza, di crimini sessuali. Si prega per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica in Italia, ed è cosa buona e giusta, ma dalla Chiesa Cattolica Romana in Italia si aspetta altro. Molto altro.

    E passo per quella “Chiesa italiana” al posto di “Chiesa in Italia”. Ormai, anche l’ignoranza ecclesiastica va a pari passi con l’insabbiamento dei reati degli abusi sessuali del clero da parte dei pastori. Finché la giustizia civile non se ne occupa.

    Dopo le preghiere, diamo il benvenuto anche al primo rapporto della Conferenza Episcopale Italiana, con i risultato dell’indagine sugli abusi sessuali negli ultimi 20 anni all’interno della Chiesa in Italia, che è stato presentato ieri a Roma da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI; Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI; Don Gianluca Marchetti, Direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo; Sig.ra Chiara Griffini, Referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio; Dott.ssa Barbara Parabaschi e Dott. Paolo Rizzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

    Però, va osservato che si tratta di un’indagine non indipendente. Inoltre, fa riferimento agli abusi sessuali avvenuti solamente negli ultimi 20 anni e basandosi sui dati dei Servizi tutela minori delle diocesi, entrati in funzione appena due anni fa. Infine, non si può pensare di risolvere la questione con dei rapporti. Finché vescovi insabbiatori vengono lasciati al loro posto dal Papa della “tolleranza zero” e preti abusatori non vengono dimesso dallo stato clericale (e non solo dopo essere consegnati alla giustizia civile, cosa che avviene comunque in casi rari e solo a seguito di denunce da parte delle vittime), rimangono solo parole, parole e parole. Non basta fare rapporti sugli abusi sessuali commessi e denunciarli, occorre anche prevenirli. Res non verba!

    Al riguardo è intervenuto il teologo, psicologo e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, Padre Hans Zollner, S.I., considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e prevenzione degli abusi sessuali, in una intervista a cura di Gabriele D’Amico, pubblicato il 16 novembre 2022 dal Quotidiano di Sicilia [QUI]: “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”. E questo vediamo anche nella Chiesa in Italia, scandalosamente in ritardo.

    Alla domanda: “Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?”, Padre Zollner ha risposto: “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla CNN in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    A margine, un’osservazione nell’intervista di Padre Zollner degna di nota: “(…) non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti” e i casi di pedofili “coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    In occasione di questa seconda giornata sugli abusi sessuali nella Chiesa e la pubblicazione del rapporto della CEI, ritorniamo sul caso della Diocesi di Piazza Armerina, di cui ci siamo occupato già a più riprese, a partire dal caso Rugolo e non solo. Il governo pastorale di questa diocesi in provincia di Enna continua ad essere affidato, con tutto quello che ne consegue, al Vescovo Rosario Gisana. Costoro continua a godere della fiducia dell’amico Papa Francesco, secondo la consolidata prassi peronista: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI]. E quindi, non viene “sacrificato sull’altare dell’ipocrisia”, come altri e per molto meno.

    Il tema che accompagna questa seconda giornata di preghiera è tratto dal Salmo 147: «”Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”. Dal dolore alla consolazione». Però, nella Diocesi di Piazza Armerina di consolazione non c’è traccia, mentre di dolore se ne è tanto. Sul sito e sulla pagina Facebook della Diocesi di Piazza Armerina non abbiamo trovato traccia della seconda giornata di preghiera di oggi (a differenza di tante altre diocesi. In fin dei conti è anche meglio così, perché non è concepibile una presenza del Vescovo Rosario Gisana in quel contesto.

    La Diocesi di Piazza Armerina – già in difficoltà per il caso di Don Giuseppe Rugolo, a processo per violenza sessuale aggravata su tre minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale, e per il caso di Don Giovanni Tandurella – ha espresso in una nota, pubblicato sul sito diocesano, la sua fiducia nella giustizia per fare chiarezza sul caso del Cappellano del Carcere di Enna, Fra Rosario Buccheri, OFM Conv, arrestato in flagrante per spaccio, vicenda definita dolorosa. La nona udienza per il Caso Rugolo si è svolta il 3 novembre 2022 [QUI] e la prossima è prevista per il 17 gennaio 2023.

    Di seguito condividiamo un articolo – che offre un riassunto delle condizioni penose in cui si trova da Diocesi di Piazza Armerina sotto il governo di Mons. Rosario Gisana – pubblicato alcuni giorni fa da Domani nell’ambito dell’inchiesta della testata su La violenza nella Chiesa, a cura di Federica Tourn.

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Processo esplosivo

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso [QUI], durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso». Giuseppe Rugolo è accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, di fronte alle domande del procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla sostituta Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta [QUI].

    Pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con la cosiddetta “indagine previa” (il procedimento ecclesiastico che si è chiuso con un nulla di fatto) e il conseguente trasferimento di Rugolo a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli. Invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, che abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022. Ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti. Dagli atti del processo e dal dibattimento a porte chiuse emerge un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare il proprio buon nome, anche a costo di compromettere la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché la chiesa li protegge con il silenzio anche di fronte alle denunce delle vittime. Durante una telefonata con lo stesso imputato, intercettata dagli inquirenti, Gisana ammette apertamente di averlo coperto: «Il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021 [arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, ha scontato al seminario dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchia (dove l’avevo spedito Mons. Rosario Gisana) 13 mesi di arresti domiciliari (a suo tempo disposti dal Gip Luisa Maria Bruno per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata») e poi sottoposto all’obbligo di permanenza notturna], però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi di Piazza Armerina, casi delicati di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti.

    I silenzi del vescovo

    «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma a Domani Antonio Messina – sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a promuovere con nuovi incarichi in diocesi». Da un’intercettazione letta in aula si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – nota Messina, l’accusatore di Rugolo – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio. In udienza, alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di parte civile Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si è “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’è quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza sessuale su una ragazzina minorenne. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, qualche anno prima il prete, oggi 81enne, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente ad andare da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Eppure Iannì nel 2018 è stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – spiega Messina – avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna». Rugolo è accusato di aver abusato di Messina, oggi 29enne, dal 2009 al 2013. Poco tempo dopo il ragazzo ha rivelato alla diocesi tutte queste cose.

    «Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori», accusa.

    Ancora a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio lo scorso febbraio per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai informare le autorità civili. All’agenzia Ansa, quando è scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla richiesta di spiegazioni sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento come arma

    Il sacramento della confessione è infatti l’arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era andato da lui a denunciare di aver subito molestie da Rugolo.

    Dalle intercettazioni emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da discutere con il fido Rivoli di come riparlarne in un secondo tempo: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere consigli su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi a Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario Rivoli, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge di sera e in borghese.

    Omertà e veleni

    Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) in un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio scorso.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e il peccato e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di Leonardo Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo.

    Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso un periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    I soldi dell’8 per mille

    Monsignor Gisana, con il suo prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suoi preti peccatori come un padre premuroso fa con i figli. Anche assistendoli economicamente con i fondi dell’8 per mille. Come si apprende in udienza, ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta. Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’8 per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Prete, “buttana” e “troia”

    Il vicario generale Rivoli, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre in privato non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti.

    Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta la vittima di Rugolo – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Che cosa dirà la Cei?

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco sulla tolleranza zero per gli abusi contro i minori e sulla conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi? Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

  • Report nazionale sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Report nazionale sulle attività di tutela nelle Diocesi italiane

    Sarà presentato giovedì 17 novembre a Roma (Sala Marconi, Piazza Pia 3), alle ore 11, il primo Report nazionale sui Servizi regionali/diocesani/interdiocesani per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e sui Centri di ascolto realizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana.

    Affidato ad esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Piacenza, il Report presenta una mappatura dei Servizi territoriali e dei Centri di ascolto: come sono costituiti, le attività svolte, i punti di forza e quelli che andranno maggiormente consolidati, la qualità dell’ascolto e dell’accoglienza delle vittime, il contesto degli abusi o dei fatti segnalati.

    La rilevazione effettuata, attraverso una comprensione globale degli elementi oggettivi e delle risorse messe in campo, unitamente alla precisione dei dati numerici, vuole illustrare la realtà delle buone pratiche sviluppate dalla Chiesa in Italia per prevenire e contrastare gli abusi. Tra gli scopi perseguiti: accrescere la consapevolezza del fenomeno, potenziare l’accoglienza delle vittime, incrementare l’efficacia del servizio formativo.

    Questo primo Report si riferisce al biennio 2020-2021, dal momento che i Servizi e i Centri sono stati costituiti a seguito delle Linee guida per la tutela dei minori, approvate dai Vescovi italiani nel maggio del 2019.

    Alla conferenza stampa di giovedì interverranno:
    -Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI
    -Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI
    -I docenti esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Piacenza
    -Don Gianluca Marchetti, direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo
    -Chiara Griffini, referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio
    Modera: Vincenzo Corrado, Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali

  • Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    Don Stefano Segalini è stato assolto: «Ora è il tempo della riconciliazione»

    «Mi sono affidato alla Madonna e a Gesù perché ero convinto che ci avrebbero pensato loro e così è successo. Oggi peraltro è il giorno in cui si celebra la natività di Maria che è la mamma di tutti, ecco lei ci aiuterà a capirci, spiegarci e infine a riconciliarci se ci sono state incompresioni». E’ questo il commento a caldo di don Stefano Segalini al termine del processo di primo grado celebrato con rito ordinario e che lo vedeva accusato di violenza sessuale nei confronti di alcuni giovani.

    Il collegio giudicante presieduto da Stefano Brusati dopo poco più di due ore ha emesso la sentenza di assoluzione. Per alcuni punti perché in dibattimento non si è raggiunta la piena prova oltre il ragionevole dubbio, mentre per le altre ipotesi il fatto non costituisce reato. Il pm Emilio Pisante aveva chiesto sette anni di pena, per l’accusa inoltre in dibattimento non si era formata la prova che il religioso avrebbe effettivamente somministrato ai ragazzi alcune sostanze per ridurne le capacità, per poi compiere atti sessuali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate prossimamente.

    Don Sefano Segalini è stato difeso dall’avvocato Mario Zanchetti, oggi sostituito dal collega Daniele Loglio che ha precisato: «Ci sono state condotte goliardiche e scherzose ma che non hanno mai superato la soglia del penalmente rilevante. Ci auguriamo che dopo questa sentenza sia possibile ritrovare una riappacificazione e si possa chiudere quella frattura che si era verificata nella comunità di Piacenza».

    Si chiude così il primo grado della vicenda giudiziaria che ha visto don Segalini al centro di un’inchiesta della polizia che suscitò un enorme clamore e che provocò una spaccatura tra innocentisti e colpevolisti, inevitabilmente. Allora era il parroco di San Giuseppe Operaio e venne arrestato dalla squadra mobile. Tutto nacque da alcuni esposti arrivati a maggio dello stesso anno sulla scrivania dell’allora vescovo Gianni Ambrosio che lo destituì. Parallelamente iniziarono le indagini della questura che poi portarono al rinvio a giudizio e al processo. La notizia del suo arresto, il don è molto conosciuto e stimato in tutta la provincia, aveva provocato un forte sgomento e moltissimi fedeli all’apertura del processo (iniziato nel 2020 e sempre a porte chiuse) avevano voluto dimostrarli la loro vicinanza presentandosi in massa in tribunale, e in molti hanno sostenuto l’innocenza del sacerdote parlando sempre di «un complotto per fare del male a don Stefano».

    In totale i ragazzi che avevano sostenuto di aver subìto abusi erano una decina ed erano stati ascoltati durante le varie udienze. Soltanto uno di questi, all’apertura del dibattimento, si era costituito parte civile ma aveva poi ritirato la sua richiesta. Una circostanza che, indirettamente, aveva quindi fatto uscire dal processo anche la Diocesi di Piacenza che era stata riconosciuta come responsabile civile e quindi tenuta a pagare i danni in caso di condanna del sacerdote.

    IL COMMENTO DELLA DIOCESI –  La diocesi di Piacenza-Bobbio prende atto della sentenza di assoluzione nel primo grado di giudizio di don Stefano Segalini e lo comunica con una nota ufficiale che riportiamo integralmente:  «Ogni ricerca della verità e della giustizia – scrivono – è accompagnata da vissuti contrapposti che macchiano e feriscono chi è coinvolto in prima persona, ma anche i contesti in cui tutto ciò avviene, compresa in questa triste vicenda la stessa Chiesa diocesana. Si apre ora il tempo della riconciliazione, che chiede delicatezza, pazienza e rispetto, perché è sempre complesso ricucire le ferite che l’emergere di accuse e fatti da accertare ha portato con sé». «Una riconciliazione – dicono – che passa anzitutto attraverso la preghiera di invocazione di tale dono per tutti coloro che in prima persona sono stati coinvolti, perché come ci ricorda papa Francesco è il primo strumento che come credenti abbiamo per affrontare e uscire rinnovati da situazioni dolorose che feriscono i singoli e le comunità».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/don-stefano-segalini-assolto-accusa-violenza-sessuale.html

  • Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Abusi sessuali, le indagini della squadra mobile partite da un audio WhatsApp

    Un file audio nel quale sarebbero stati raccontati abusi subiti da due persone adulte in circostanze differenti da parte di Don Stefano Segalini ha fatto scattare le indagini della squadra mobile. Accertamenti delicati e complessi che hanno concorso a costruire un quadro indiziario che ha poi portato all’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dell’ex parroco di San Giuseppe operaio che ora si trova agli arresti domiciliari per violenza sessuale aggravata e per procurato stato di incapacità (articolo 613 del codice penale). Gli inquirenti, guidati da Serena Pieri e coordinati dal sostituto procuratore Emilio Pisante, avrebbero acquisito il “vocal” grazie ad un padre preoccupato: la figlia, inserita in un gruppo Whatsapp dopo aver ascoltato il file si sarebbe rivolta al papà molto scossa. A quel punto il genitore aveva chiesto aiuto alla polizia. Ne sarebbe emerso un racconto crudo, dettagliato e credibile che descriveva come i due uomini, storditi da qualche sostanza, sarebbero stati abusati, senza poter reagire né opporre resistenza.

    A quel punto, giorno dopo giorno, ascoltate di persona le due vittime, sarebbero emersi almeno altri otto episodi: forse capendo di poter essere capiti e protetti, i ragazzi hanno cominciato a parlare, con loro altri giovani che gravitavano nell’ambiente parrocchiale. Era aprile 2019, e a maggio il don è stato destituito dal suo incarico: autonomamente e parallelamente stava indagando anche la Diocesi che voleva vederci chiaro circa alcuni esposti ricevuti che descrivevano comportamenti deprecabili e non idonei al ruolo tenuti dal don. A dare l’annuncio ai fedeli della parrocchia di via Martiri della Resistenza era stato il vescovo Gianni Ambrosio. Don Segalini era stato allontanato e collocato in una “casa di cura spirituale” in Lombardia. Il 31 luglio l’arresto, disposto dal gip Luca Milani basato su una misura cautelare nel corso di un’indagine, quella della polizia, che non è ancora terminata, tanti i tasselli che mancano per ricostruire quello che sarebbe accaduto: la procura ha però valutato, sulla base dei primi riscontri, che possano sussistere una o più delle cosiddette esigenze cautelari (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, o di reiterazione del reato). Nei prossimi giorni il sacerdote piacentino verrà ascoltato per l’interrogatorio di garanzia, è difeso dall’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano).

    «La notizia dell’arresto di don Stefano Segalini –  interviene a nome della Diocesi di Piacenza-Bobbio monsignor Luigi Chiesa, vicario generale – e del provvedimento cautelare deciso dalla magistratura ci addolora profondamente. Il dramma di chi si dichiara vittima di abusi come pure il dramma di chi si ritrova accusato di una colpa tanto grave ci chiedono anzitutto vicinanza e preghiera. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità». «Assicuriamo  – prosegue – preghiera e vicinanza a tutti coloro che sono coinvolti in questa tristissima vicenda e in particolare alla comunità di San Giuseppe Operaio. Per la delicatezza della situazione e il rispetto dell’operato della magistratura nelle indagini in corso, riteniamo doveroso non rilasciare ulteriori commenti. E se queste notizie ci riempiono di dolore, proprio per questo come cristiani siamo chiamati tutti ancor più urgentemente a dare testimonianza responsabile ed evangelica perché, come altre volte è accaduto nella storia della Chiesa, anche attraverso queste ferite ci sia una rinascita».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/abusi-sessuali-don-stefano-segalini-arresto.html

  • Abusi su minori, prete indagato. Parla il vescovo

    Abusi su minori, prete indagato. Parla il vescovo

    Inchiesta a Piacenza su presunti abusi sessuali che sarebbero stati commessi da un prete. “Grande sconcerto e immensa sofferenza”: così monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, commenta la notizia che la Procura della Repubblica ha sottoposto a indagine un prete. Il sacerdote sarebbe accusato di aver palpeggiato un 15enne che si recava da lui per avere lezioni private.

    “Confido nell’operato della Magistratura e attendo che venga fatta completa chiarezza”, aggiunge il vescovo, annunciando di aver “avviato l’indagine a livello canonico dopo aver preso contatto con la Congregazione per la Dottrina della Fede, competente per la disciplina canonica”.

    “In attesa dei chiarimenti e della decisione della Magistratura, desidero innanzitutto rivolgere il mio primo pensiero ai giovani. Anche per la mia vita che ho trascorso con i giovani – sottolinea mons. Ambrosio – so quanto grande sia la loro vulnerabilità e quanto dolorose siano le ferite. Il secondo pensiero lo rivolgo al prete, stimato e apprezzato. Spero che possa chiarire il suo comportamento.

    Il terzo pensiero va alle comunità: condividiamo insieme il grande dolore. Invito tutti a non scoraggiarci e a confidare nell’aiuto del Signore: anche le prove più dure possono essere un’occasione per crescere. Voglio ribadire la mia stima per i sacerdoti, gli animatori e gli educatori laici che si impegnano nella pastorale e nel campo educativo.

    La loro passione e la loro dedizione non possono essere intaccate o offuscate: meritano la nostra gratitudine e fiducia. Chiedo a tutti la preghiera, la vicinanza, il sostegno reciproco”.

    http://www.trc.tv/er/news/cronaca/2015/07/03/abusi-su-minori-prete-indagato-parla-il-vescovo/

  • Sacerdote indagato molestie; Vescovo, sconcerto e sofferenza Indagine a Piacenza, ‘il mio primo pensiero va ai giovani’

    Sacerdote indagato molestie; Vescovo, sconcerto e sofferenza Indagine a Piacenza, ‘il mio primo pensiero va ai giovani’

    (ANSA) – PIACENZA, 3 LUG – “Grande sconcerto e immensa sofferenza”: cosi’ monsignor Gianni Ambrosio (nella foto), vescovo di Piacenza-Bobbio, commenta la notizia che la Procura della Repubblica ha sottoposto a indagine un prete piacentino per presunte molestie sessuali su minore.

    Il sacerdote sarebbeaccusato di aver palpeggiato un 15enne che si recava da lui peravere lezioni private. “Confido nell’operato della Magistraturae attendo che venga fatta completa chiarezza”, aggiunge ilvescovo, annunciando di aver “avviato l’indagine a livellocanonico dopo aver preso contatto con la Congregazione per laDottrina della Fede, competente per la disciplina canonica”.

    “In attesa dei chiarimenti e della decisione dellaMagistratura, desidero innanzitutto rivolgere il mio primopensiero ai giovani. Anche per la mia vita che ho trascorso coni giovani – sottolinea mons. Ambrosio – so quanto grande sia laloro vulnerabilita’ e quanto dolorose siano le ferite. Il secondopensiero lo rivolgo al prete, stimato e apprezzato.

    Spero chepossa chiarire il suo comportamento. Il terzo pensiero va allecomunita’: condividiamo insieme il grande dolore. Invito tutti anon scoraggiarci e a confidare nell’aiuto del Signore: anche leprove piu’ dure possono essere un’occasione per crescere. Voglioribadire la mia stima per i sacerdoti, gli animatori e glieducatori laici che si impegnano nella pastorale e nel campoeducativo. La loro passione e la loro dedizione non possonoessere intaccate o offuscate: meritano la nostra gratitudine efiducia. Chiedo a tutti la preghiera, la vicinanza, il sostegnoreciproco”. (ANSA).