Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Estorsione con foto porno ai danni di un prete: tre condanne a quattro anni

    Estorsione con foto porno ai danni di un prete: tre condanne a quattro anni

    Estorsione con foto porno ai danni di un prete: tre condanne a quattro anni

    Sono stati condannati a quattro anni di reclusione dal Tribunale di Piacenza, al termine del rito abbreviato, i tre romeni accusati di estorsione nei confronti di un sacerdote piacentino, sottoposto a ricatto dagli stranieri che lo avevano immortalato mentre aveva rapporti sessuali con un minore. Le foto compromettenti erano state al centro dell’estorsione. Un quarto romeno aveva patteggiato la pena nell’aprile scorso: 2 anni con la condizionale. Il prete piacentino è imputato presso il Tribunale dei Minori per prostituzione e verrà giudicato a parte.

    Ecco i fatti raccontati nella nostra notizia il 17 maggio 2008

    Un sacerdote di Piacenza coinvolto in un giro di prostituzione minorile avrebbe subito ricatti per foto pedopornografiche, finendo lui stesso nel registro degli indagati. Così un insospettabile sacerdote settantenne si è trovato nella duplice veste di parte lesa ed indagato in un’indagine della Procura di Piacenza.

    Parte lesa per essere caduto vittima di un tentativo di estorsione da parte di quattro romeni, indagato per aver avuto rapporti sessuali a pagamento con minori. La notizia è trapelata oggi dopo che al sacerdote è stato recapitato ieri l’avviso di garanzia dal Sostituto procuratore Antonio Colonna. Del fatto si erano occupati i carabinieri della Compagnia di Piacenza, dopo che il sacerdote si era rivolto a loro, affermando di essere caduto vittima di un tentativo di ricatto da parte di quattro stranieri, che gli avrebbero chiesto 50 mila euro in cambio di foto compromettenti.

    I carabinieri hanno così preparato la trappola e arrestato in pieno centro i quattro romeni con l’accusa di estorsione e produzione di materiale pedopornografico. Il minore è stato condotto nella casa di accoglienza di Bologna e gli altri quattro alle Novate. I carabinieri hanno trovato in possesso dei quattro estorsori alcune foto nelle quali compare anche il sacerdote intento ad avere rapporti sessuali di gruppo (anche con il coinvolgimento del minore) nella sua casa del centro storico.

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  • Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

    Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

    di Barbara Marino/ 13/12/2007

    “Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente ‘povero’ e privato della libertà. Porto una croce molto pesante”. Le diplomazie italiana e vaticana si muovono per risolvere la vicenda.

    Agli arresti da 40 giorni
    Don Sandro De Pretis scrive dal carcere di Gibuti
    di don Ivan Maffeis, direttore di Vita Trentina

    “Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente «povero» e privato della libertà. Porto una croce molto pesante, posso solamente aver fiducia in Dio che non duri troppo a lungo. Ora quando prego i salmi comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!”.
    La lettera di don Sandro De Pretis, missionario di Trento a Gibuti, arriva in redazione (la pubblichiamo a fianco, in forma integrale, in una nostra traduzione dal francese) rompendo il riserbo totale mantenuto finora sulla sua prigionia.

    Il prete trentino, incardinato dal 1993 nella piccola diocesi del Corno d’Africa (vedi sotto), è incarcerato dal 28 ottobre in stato di “detenzione preventiva in attesa di giudizio”, come lui stesso scrive.
    Il silenzio finora mantenuto attorno alla vicenda è stato motivato dal rispetto per il lavoro della diplomazia, che si è subito attivata, tanto a livello dei responsabili della Farnesina che della Segreteria di Stato Vaticana.
    Si inserisce in questo quadro la visita a Trento del vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, che il 31 ottobre scorso si è incontrato con il vescovo Luigi Bressan e con i familiari di don Sandro, esprimendo la speranza per una rapida soluzione del caso e la certezza dell’innocenza del missionario e della sua estraneità ai fatti che gli sarebbero contestati.

     

    A tutt’oggi don Sandro è incarcerato senza che sia stata formalizzata un’accusa precisa nei suoi confronti. Appaiono ridicole quelle che ventilerebbero un suo coinvolgimento in una rete di pedofilia, in seguito alla scoperta di una serie di sue fotografie in cui appaiono anche bambini. Si tratta infatti delle stesse foto che don Sandro, all’inizio dell’estate, portò alla redazione di Vita Trentina perché ne facesse copia e le conservasse nel proprio archivio, povero di immagini originali dall’Africa, come lui ben sapeva.
    I contorni della vicenda rimangono poco chiari. Don Sandro serve forse come capro espiatorio, senza aver nulla a che fare con ciò di cui lo si vorrebbe incolpare? La diplomazia è al lavoro per ottenerne la scarcerazione con il proscioglimento pieno da ogni accusa, come sarebbe giusto. Più pragmaticamente, purtroppo, l’unica strada che sembra profilarsi è quella di accettarne l’espulsione dal Paese, prima ancora di giungere alla formalizzazione di qualsivoglia accusa.

    Se oggi scriviamo per rilanciare l’appello dal carcere che don Sandro, facendo sue le parole dell’apostolo Paolo, rivolge alla sua comunità: “Non dimenticate che io sono in prigione”, lo facciamo pensando alle diverse occasioni di confronto avute con lui nei mesi scorsi, quando – con voce di uomo mite, buono ed appassionato – ci ha raccontava la «sua» Africa.

    “In questi ultimi anni la situazione è cambiata radicalmente – ci diceva -. La mia presenza è ormai solo un segno, un tentativo di far capire come vivono i cristiani”.
    In questo raccontava di sentire su di sé il limite di essere bianco: “I missionari sono arrivati con i colonizzatori – aggiungeva – quindi è facile per la gente identificarci con loro…”. Al peso della storia, si somma quello della cronaca: “La guerra in Iraq non ha fatto che rafforzare una lettura superficiale, che porta a far coincidere l’Occidente con il cristianesimo. All’atteggiamento favorevole di ieri sta subentrando la difesa, la ghettizzazione, se non l’ostilità aperta”.

    Una lettura veicolata ad arte: “Arrivano dal Pakistan – spiegava – e predicano un islam dalla forma dura e pura. Non consentono di mettere in discussione nulla, non c’è spazio per un’autocritica, quasi fosse un attentato alla fede”.
    Alzava quindi gli occhi sugli altopiani della vicina Etiopia, dove aveva lavorato precedentemente come volontario: “Quella è una terra cristiana fin dal III secolo; oggi vi sorgono moschee di cui fino a ieri non c’era traccia. Non si tratta di libertà religiosa, ma di una strategia precisa che viene avanti: vedo dipingersi un quadro preoccupante, una situazione senza sbocco”.

    Al mondo coloniale francese rimproverava “un laicismo sterile, che ha frenato pesantemente la Chiesa, perché non facesse formazione. Se ci hanno lasciato costruire scuole – aggiungeva con amarezza – è solo perché il governo francese non intendeva investire maggiori fondi”.
    Riconosceva anche le responsabilità della Chiesa, «colpevole» – “soprattutto in passato” – di aver avallato “battesimi facili, senza che avessero alle spalle un autentica preparazione: un’evangelizzazione superficiale, della quale non è rimasto nulla”.

    Quando gli chiedevamo perché non iniziasse a pensare al rientro, sorrideva con la consapevolezza di non essere capito: “In una situazione come quella in cui versa il Corno d’Africa – rispondeva infine – andarsene è tradire. In Trentino, pur con tante difficoltà, avete ancora molte risorse: in Africa ognuno che viene meno causa la scomparsa di un piccolo mondo che, finché resta, è speranza per tanti”.

    “Non dimenticate che io sono in prigione”
    La lettera di don Sandro De Pretis dalla prigione

    Riportiamo il testo integrale della lettera con la quale don Sandro racconta la sua detenzione e che viene pubblicata da Vita Trentina del 16 dicembre 2007, in edicola da venerdì 14 dicembre 2007.

    So che moltissime persone non mi hanno dimenticato, ma al contrario pregano per me, che sono nella prigione di Gabode (nei pressi di Gibuti).
    Non so quali erano i sentimenti di S. Paolo in prigione; i miei pensieri sono dominati dall’impressione di quanto sia strano vivere in questa situazione.
    Tecnicamente si tratta di una detenzione preventiva in attesa di giudizio. Sono in una cella e la sola occasione di uscire sono le visite, quindi una mezz’ora o un’ora al giorno.
    La mancanza di movimento mi è difficile da sopportare. Nello stesso tempo, devo essere prudente se voglio mettermi a fare un po’ di ginnastica. I primi giorni mi hanno dato molto male alle braccia e alla schiena, a causa dei muscoli che non erano abituati a questi esercizi fisici.
    Almeno tutt’attorno c’è calma e tranquillità. Sono il solo prigioniero rinchiuso in questa parte della prigione e, nonostante il peso dell’isolamento, credo che sia una forma di trattamento di riguardo. In effetti, sento a distanza le voci degli altri prigionieri che devono invece condividere lo stesso locale. Per me rimanere in quella situazione sarebbe molto più dura per il rumore, la confusione, la mancanza di intimità e di concentrazione.Prendo questo tempo in prigione come un monaco nella sua cella: la preghiera, la presenza del Santissimo Sacramento e la lettura riempiono una gran parte della giornata. Qui non sento il bisogno di fare la siesta, dato che mi corico verso le 18, quando inizia a fare notte, e mi alzo alle 6.
    Non voglio infatti accendere la luce del neon a causa delle zanzare, ma anche perché ho letto già molto durante la giornata.
    Verso le 7 del mattino le guardie vengono a vedere se va tutto bene e così fanno anche a sera, verso le 18.
    Alle 11, circa, ricevo qualche visita e allora posso andare fino alla porta d’entrata: quasi ogni giorno arriva il vescovo, mons. Giorgio Bertin, e Nathalie, la segretaria del Consolato italiano o lo stesso Console. Ogni giorno per il mio conforto suor Anna e suor Maria Domenica con il loro affetto mi procurano il cibo e le bevande. E giungono anche altre persone, che pur hanno difficoltà ad entrare.
    Grazie, un grande grazie a tutti. Vedo bene il conforto e il sostegno che queste visite mi danno e mi propongo come obiettivo di fare quel che posso per visitare i prigionieri una volta che sarò libero. E’ bizzarro e ridicolo perché il direttore e diverse guardie già mi conoscono, considerato che da qualche anno io vengo regolarmente alla prigione per visitare i detenuti. Ora è il mio turno di avere delle visite …
    Io non so come potrei far fronte a questa situazione senza la fede in Dio, senza la preghiera, senza la coscienza di essere sostenuto dalla preghiera delle altre persone e dall’affetto di quanti mi conoscono. Infine, mi sostiene la coscienza di essere innocente riguardo a tutte le accuse per le quali sono stato portato in prigione.
    Pregando i salmi delle Lodi e dei Vespri come comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!
    Nello stesso tempo, la croce prende un rilievo più profondo perchè per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente “povero” e privato della libertà.
    Ora porto una croce molto pesante e posso solamente aver fiducia in Dio affinché non duri troppo a lungo. Spero possa risultarne un frutto spirituale per me e per altre persone.
    Sento il bisogno di ringraziare il personale della prigione: sono, senza eccezione, gentili e spesso mi dimostrano la loro simpatia sotto forma di incoraggiamento o di piccole conversazioni, come avviene tra persone che vivono in circostanze normali. Senza dubbio il loro lavoro è molto difficile, fra tanti prigionieri e con la struttura della prigione in degrado. Essi hanno ottenuto il mio rispetto.
    Dopo questo periodo, che spero possa concludersi presto, domando a Dio di conservare bene nel mio profondo il ricordo di questa esperienza. Una dipendenza totale, una fiducia nella sua volontà, molto più forte di tutto il male, un bisogno di preghiera, la presenza continua di Gesù, l’eucaristia ad un metro da me, la lettura attenta della Parola di Dio, il rosario più regolare di prima, l’offerta di questa prova come un sacrificio per la gloria di Dio: sì, sono grandi doni, che voglio conservare e proteggere.

    La missione in Africa di don Sandro De Pretis

    Anche se è stato inviato in un angolo d’Africa sconosciuto, don Sandro De Pretis è tutt’altro che un missionario solitario. Ha sempre tenuto stretti contatti con la comunità trentina come testimoniano le sue cordiali visite al Centro missionario diocesano ma anche al settimanale diocesano Vita Trentina, dove “passa” volentieri durante i rientri a Trento per scambiare informazioni e impressioni in un rapporto di reciproca fiducia (Vita Trentina lo aveva accompagnato fin dall’ordinazione sacerdotale nel 1993).

    In occasione della settimana diocesana per i sacerdoti “Fidei Donum” si era trovato a Villa Moretta con gli altri 40 missionari: per i lettori di Vita Trentina “l’africano don Sandro” ha raccontato il suo “confronto continuo con una fede diversa”, come “uno sforzo continuo, mai concluso”. Aveva aggiunto che in Africa oggi “è importante muoversi con umiltà e discrezione, convinti però dell’importanza di una presenza cristiana”.

    Anche nel numero speciale di Vita Trentina di ottobre per gli 80 anni del Centro Missionario, troviamo la sua testimonianza sui problemi che attanagliano tutto il continente africano: “Sta attraversando un periodo storico in cui la vita tradizionale e quella moderna convivono intrecciandosi, se c’è da guadagnarsi, o marciano parallele, ignorandosi” aveva detto in quell’occasione dimostrando una visione ampia dei problemi del continente, segnata però dalla speranza: “Qui la relazione della persona con Dio è al cuore della vita”.

    Si è fatto prete lì a Gibuti “come dono definitivo”
    di Diego Andreatta, Vita Trentina

    Prima volontario internazionale in Etiopia, poi studente di teologia in Kenya, quindi perfino prete “africano” per gli africani. Don Sandro De Pretis è sacerdote diocesano dal 1993, incardinato nella piccola diocesi di Gibuti (ha l’incarico di vicario generale), per la volontà precisa di essere inserito a tutti gli effetti nella Chiesa d’Africa, anche se sempre in contatto con la diocesi di origine, Trento. Anche lui “dono”, da una Chiesa locale all’altra.
    La parabola umana di don Sandro parla da sola. Nasce il 16 settembre 1955, dal padre Emilio, noneso di Cagnò, e madre toscana, Laura Dona, ma con la famiglia cresce nel centro storico di Trento, parrocchia di Santa Maria Maggiore, dove fa il chierichetto, riceve la Prima Comunione e la Cresima. Elementari alle “Verdi”, medie alle vicine “Bresadola”, poi il Ginnasio all’Arcivescovile e il Liceo al Prati, fino alla scelta universitaria che lo porta a Bologna, laurea in Agronomia nel 1980.
    Si orienta all’obiezione di coscienza e, su indicazione del Centro missionario diocesano, fa il volontario in servizio civile in Etiopia con l’organismo LVIA di Cuneo dal 1981 al 1983: due anni e mezzo importanti, che lo spingono a riprendere la via dell’Africa nel 1985 come esperto agricolo FAO nello Zimbabwe fino al 1988 e poi a Gibuti per un altro anno.
    Un periodo di svolta, di sofferenza (gli vengono a mancare entrambi i genitori) e di discernimento – anche grazie a tanti amici missionari, fra i quali padre Zanotelli – che lo portano poi a scegliere di frequentare dal 1989 per quattro anni gli studi teologici a Nairobi presso il collegio “Tanzaga”. Ordinato diacono a Ngong in Kenya, sceglie di diventare sacerdote africano il 9 maggio 1993, incardinato per sempre nella piccola diocesi di Gibuti (dov’era stato da volontario): “Diventare prete diocesano – gli conferma nell’omelia d’ordinazione l’allora vescovo Georges Perron – non è facile perché ci si trova più isolati di quanti appartengono ad una Congregazione, ma è il prete diocesano che radica una giovane Chiesa, il suo ruolo è indispensabile”.

    Don Sandro ne è convinto, si sente le spalle coperte: “È stato proprio il Centro missionario diocesano di Trento a prospettarmi questa scelta e a seguirmi nel cammino: davvero una benedizione”, ci dice dopo la Prima Messa trentina celebrata il 20 giugno 1993 nella sua chiesa di Santa Maria Maggiore. “Non temere, don Sandro, se qualcuno ti domanderà una ragione del tuo camminare scalzo, in mezzo ai poveri, con la sola forza del Vangelo – diceva allora il direttore del CMD don Girolamo Job, assieme al parroco don Aldo Menapace – sta sicuro che nessuno potrà mai dividerti da quel Cristo che tu hai scelto come unica ragione della tua vita”.
    Con la sua mite semplicità e la sua spiritualità profonda, don Sandro in questi 14 anni ha cercato con paziente umiltà di inculturarsi dentro questa povera repubblica del Corno d’Africa, piccola come la Toscana, indipendente dalla Francia dal 1957 e dilaniata per anni dalla guerriglia interna, ancora interessata dai vicini conflitti eritreo-etiopici. Uno Stato di 600 mila abitanti, quasi tutti di religione musulmana, in cui la presenza cristiana vuole essere soprattutto testimonianza evangelici di pace e di servizio, anche se ridotta a due chiese in città, a una decina di sacerdoti e religiosi (don Sandro è stato nominato vicario generale dall’attuale vescovo Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Mogadiscio) ed a poche generose suore: “Il nostro ruolo – ci confermava nell’aprile di quest’anno – è ancora quello di poter mostrare che si può vivere in terra islamica, convivere come fratelli uguali davanti alla Dio e davanti alla legge, nel rispetto reciproco, delle proprie idee e dei propri principi. Uno sforzo quotidiano, mai concluso”.
    Alla luce di questi ultimi 40 giorni di prigionia, ritrovano smalto le parole scritte da don Job e don Antonio Filosi al ritorno dalla Prima Messa africana di don Sandro nel 1993: “Scegliendo di rimanere a Gibuti, in un ambiente così povero e arido, don Sandro ci dà una preziosa lezione di radicalità evangelica, motivata da una grande forza interiore attinta alla scuola di Gesù”.

    Fonte: Vita Trentina, 16 dicembre 2007 (in edicola da venerdì 14 dicembre 2007).

  • CESENATICO – Pedofilia, chiesto rito abbreviato per don Giacomoni

    CESENATICO – Pedofilia, chiesto rito abbreviato per don Giacomoni

    Cesena, data 22.06.2007, orario 10:39.

    CESENATICO – Giancarlo Savoia, avvocato difensore di don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote di Cesenatico arrestato lo scorso 10 ottobre con l’accusa di pedofilia e sfruttamento della prostituzione ed ora ai domiciliari, ha chiesto giovedì mattina davanti al Gip Rita Chierici il rito abbreviato. Vincenzo Gallo, che assiste il rumeno Dan Joan Cilean, accusato in concorso, ha chiesto il proscioglimento da ogni ipotesi d’accusa. Assente il terzo imputato, Giuseppe Farnedi.

    Don Giuseppe Giacomoni, che ha gestito la comunità ”Arcobaleno” di Villamarina” è ritenuto come responsabile della creazione del giro di prostituzione minorile. Difeso dall’avvocato Giancarlo Savoia ha sempre respinto le accuse. Secondo la magistratura chi obbediva alle richieste a sfondo sessuale avrebbe ricevuto maggiori attenzioni all’interno della comunità.

    Il 26enne Dan Joan Cilean aveva conosciuto alcuni anni fa don Giacomoni nella struttura ”Arcobaleno” dove ci finì per reati contro il patrimonio. Difeso dall’avvocato Vincenzo Gallo, è ritenuto il braccio destro del sacerdote, con il capo d’imputazione di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. La difesa ha chiesto il proscioglimento da ogni capo d’accusa.

    Il ”commendator” Giuseppe Farnedi, noto albergatore e ristoratore, difeso dall’avvocato Roberto Roccari, è accusato di aver giovato di un rapporto sessuale a pagamento con un minore potrebbe chiedere il patteggiamento. La decisione verrà presa il prossimo 2 ottobre.

    Chiesto il rito abbreviato anche per la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico, colpevole di non aver fornito delle informazioni riservate a don Giacomoni.



    Abusi su minori, parroco di 81 anni arrestato a Forlì
    Un solo attimo di nervosismo nel tentativo di coprirsi il volto. Don Giuseppe Giacomoni, 81 anni, romagnolo, esce dalla Questura di Forlì con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e abusi sessuali ai danni di minori. Il prete degli “immigrati”, come lo chiama la gente, accusato di ricatti e violenze, assieme a Giuseppe Farnedi, 62 anni, noto ristoratore di Cesenatico, commendatore della repubblica, e a un giovane rumeno. Il sacerdote, presidente dell’associazione Arcobaleno, accreditata presso il tribunale dei minori di Bologna, invece di avviarli al recupero, avrebbe indotto i ragazzi alla prostituzione. Per chi si ribellava, un sordido ricatto. A Villa Novella, la sede dell’associazione Arcobaleno, il sacerdote avrebbe fatto prostituire alcuni giovani, organizzando gli incontri personalmente, abusando di loro. A commettere violenze anche il ristoratore. Incontri che si svolgevano negli appartamenti della comunità. I volontari dell’associazione cadono dalle nuvole. “Non so, non capisco”, ha detto il sacerdote davanti al magistrato. Poi Don Giuseppe si è chiuso in un ostinato silenzio.



    http://www.onemoreblog.org/archives/013014.html

    don Giuseppe Giacomoni
    sezione la faccia come il culo
    «Secondo indiscrezioni raccolte dai poliziotti un ragazzino di 16 anni è stato sottoposto a ripetute violenze sessuali dal prete e ceduto al «commendatore» dall’ottobre del 2005 all’agosto 2006, quando poi il ragazzo è stato finalmente allontanato dalla falsa struttura umanitaria. Sembra inoltre che il prete si recasse spesso dai carabinieri e dalla polizia per denunciare il comportamento sospetto di alcuni degli ospiti da lui accolti, fatto che, alla luce dei risultati dell’indagine, sembrerebbe confermare che la prostituzione fosse sorretta dalle minacce di allontanamento delle vittime».

    da l’Unità del 12 ottobre 2006
    Il monsignore gestiva giro di prostituzione
    di Manuela Modica

    «O vi prostituite o vi sbatto fuori e addio regolarizzazione», questa, grosso modo, la minaccia con cui venivano vessati gli ospiti dell’Associazione Arcobaleno di Villa Marina di Cesenatico. Minori, stranieri, persone indigenti accolti apparentemente per scopi umanitari ma poi sfruttati per ben altre finalità: 100 o 200 euro a prestazione «consumata» in uno degli appartamenti dell’Associazione, al sesto piano di un edificio di Gatteo Mare, o all’interno della struttura comunitaria.
    Dietro l’abito di un sacerdote si celavano così articolate dinamiche di abusi sessuali. La vicenda, emersa a seguito dell’indagine della Squadra Mobile della Questura di Forlì, ha infatti portato all’arresto di tre persone, tra cui il fondatore dell’Associazione umanitaria, don Giuseppe Giacomoni, 81 anni, parroco supplente a Ruffio. Sotto arresto anche Giuseppe Farnedi, meglio noto come «Commendator Roberto», 62 anni, proprietario di uno dei piu’ noti ristoranti della riviera di Cesenatico, e Dan Joan Cilean, romeno di 25 anni, al quale pare fosse affidato il compito di reperire gli ospiti costretti sotto minaccia alla prostituzione.
    Secondo quanto accertato dalla Questura di Forlì l’Associazione di cui don Giacomoni era oltre che il fondatore anche il presidente e il gestore era il fulcro del giro di prostituzione. Il prete, proprietario di alcuni appartamenti nella zona li aveva trasformati in case-alloggio per ospitare sotto l’egida dell’Associazione umanitaria persone in difficoltà, di nazionalità italiana o estera, donne bisognose di assistenza o detenuti agli arresti domiciliari. Una struttura accreditata al Tribunale per i minorenni di Bologna, creata per dare aiuto alle persone in stato di emarginazione sociale. Il parroco abusava sessualmente dei minori ospitati minacciati di non regolarizzare la loro permanenza in Italia e li spingeva a prostituirsi organizzando incontri con clienti che lui stesso reperiva. Secondo indiscrezioni raccolte dai poliziotti un ragazzino di 16 anni è stato sottoposto a ripetute violenze sessuali dal prete e ceduto al «commendatore» dall’ottobre del 2005 all’agosto 2006, quando poi il ragazzo è stato finalmente allontanato dalla falsa struttura umanitaria. Sembra inoltre che il prete si recasse spesso dai carabinieri e dalla polizia per denunciare il comportamento sospetto di alcuni degli ospiti da lui accolti, fatto che, alla luce dei risultati dell’indagine, sembrerebbe confermare che la prostituzione fosse sorretta dalle minacce di allontanamento delle vittime. Il Pm Alessandra Serra e il Gip Michele Leoni hanno firmato i provvedimenti di custodia cautelare in carcere. Don Giacomoni è accusato di violenza sessuale, induzione e sfruttamento della prostituzione, anche minorile. Farnedi deve rispondere di violenza sessuale ai danni del ragazzo sedicenne, Cilean invece di concorso con il sacerdote nell’attività di sfruttamento dei suoi compagni di comunità.

    (12 Ottobre 2006)



    L’INCHIESTA SUGLI ORCHI
    Il sacerdote resta in carcere
    Il day after è il giorno del confronto con il magistrato: don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote arrestato per abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni e di aver trasformato la casa d’accoglienza che gestiva in una sorta di casa d’appuntamento

    Cesenatico, 13 ottobre 2006 – Il day after è il giorno del confronto con il magistrato: don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote arrestato per abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni e di aver trasformato la casa d’accoglienza che gestiva in una sorta di casa d’appuntamento per incontri per lo più omosessuali, è comparso ieri mattina davanti al gip di Forlì per l’udienza di convalida.

    Don Giacomoni, secondo alquni coscenti, è apparso un uomo disperato e prostrato. Qualche ora dopo era di nuovo in carcere. Non si resterà verosimilmente molto perché, vista l’età — 81 anni suonati — godrà quanto prima dei domiciliari. In ogni caso, dopo gli interrogatori di garanzia, il gip Michele Leoni — un magistrato scrittore, che salì alla ribalta rinviando Marco Pantani per frode sportiva — ha rispedito dietro le sbarre anche gli altri due implicati in questa storiaccia che ha sconvolto Cesenatico: il ristoratore Giuseppe Farnedi, al quale il sacerdote avrebbe passato l’adolescente costretto a prostituirsi (è bulgaro, da quanto si è appreso), e il muratore rumeno dan Joan Cilean, che avrebbe fatto da spalla al prete nel ricattare i malcapitati ospiti della sedicente associazione umanitaria ‘Arcobaleno’.

    Oscar Ghetti, il capo della Mobile di Forlì, intanto non molla la presa. Improbabile però che il giro si allarghi (“Altri indagati? Non mi risulta” taglia corto). I due appartamenti della casa d’accoglienza di Villamarina di Cesenatico sono stati sgomberati e passati al setaccio. Gli ospiti erano una dozzina, in gran parte stranieri. Potenzialmente sono tutti testi d’accusa. Un paio di loro tuttavia sono già stati proposti per l’espulsione. Un altro, un tunisino, il ventenne Zied Zairi, si è visto revocare gli arresti domiciliari ed è finito anche lui in carcere a Forlì.

    L’associazione ‘Arcolabaleno’ era stata fondata da don Giacomoni nel 2003 e nella casetta a due piani di Villamarina, concessa in buonafede al sacerdote da dei privati, si sono alternati in questi anni decine e decine di estracomunitari in prevalenza dei paesi dell’Est. Un continuo andirivieni. Una famigliola di albanesi (moglie, marito e un bimbo in tenera età) ultimamente conviveva addirittura nell’alloggio del prete, al sesto piano di una palazzina di Gatteo Mare.

    La Squadra Mobile adesso punta a rintracciare il maggior numero possibile degli sbandati via via accolti da don Giacomoni, specie quelli che il sacerdote ha cacciato. Perché? Forse perché non ne assecondavano i piani? A Cesenatico intanto si passa dallo sbigottimento all’incredulità. Dei ‘suoi albanesi’ don Giacomoni ne parla sempre commosso nelle sue omelie.



    http://www.newsrimini.it/?sid=43027

    Cesenatico: Blitz antipedofilia: le accuse degli inquirenti e la nota della Diocesi

    Sgomento e sconcerto nel cesenate per un presunto giro di prostituzione e pedofilia legato ad un’associazione di volontariato.
    Mercoledì mattina all’alba polizia e carabinieri hanno arrestato tre persone. Tra queste un sacerdote di 81 anni, presidente dell’associazione Arcobaleno di Cesenatico, considerato dagli inquirenti il regista delle azioni criminose.

    La Diocesi di Cesena-Sarsina ha diffuso un comunicato sulla vicenda:

    Informati dell’arresto di don Giuseppe Giacomoni, nell’ambito di un’operazione di Polizia condotta dalla Questura di Forlì, la Diocesi di Cesena-Sarsina esprime tutto il dolore e l’amarezza per le pesanti accuse che vedono coinvolto, con altre persone, il sacerdote diocesano, attualmente non impegnato come parroco.
    La Diocesi riafferma piena fiducia nella giustizia e resta in attesa di ulteriori sviluppi della vicenda. Trae motivo da questo doloroso fatto per riaffermare la propria fedeltà alle radicali esigenze del Vangelo, che chiama a servire i piccoli e gli emarginati con assoluto disinteresse e limpidezza di intenzioni.
    Comunque si siano svolti i fatti, e ovunque approdi il lavoro degli inquirenti, la Chiesa di Cesena-Sarsina esprime profonda sofferenza per il coinvolgimento di un suo sacerdote e umana vicinanza alle persone offese.

    All’apparenza “L’arcobaleno” di Villamarina di Cesenatico era un’associazione di volontariato benemerita, sempre in prima linea nell’aiutare extracomunitari in difficoltà. Tanto stimata e apprezzata, da essere accreditata presso il tribunale. Così, molti extracomunitari scarcerati e affidati ai servizi sociali, venivano assegnati proprio all’Arcobaleno. Qui però, secondo polizia e carabinieri, finivano spesso in un giro di prostituzione nel quale erano coinvolti anche minori. E a gestire il tutto, secondo gli inquirenti, sarebbe stato don Giuseppe Giacomoni, l’81enne presidente dell’associazione. Il sacerdote è stato arrestato questa mattina all’alba nella sua casa di via Firenze a Gatteo. Con lui sono finiti in manette il 25enne romeno Dan Joan Cilean, considerato il braccio destro del sacerdote, e il 62enne Giuseppe Farnedi, titolare del noto ristorante “La scogliera” di Zadina di Cesenatico. Quest’ultimo, soprannominato “Commendator Roberto”, è accusato di aver abusato e in modo continuato di un ragazzino minore di 16 anni. Le prestazioni, del costo di 100-200 euro l’una, sarebbero state pagate direttamente a don Giacomoni, che era anche il tutore legale del minore. Il sacerdote è accusato di abuso sessuale di minore, con l’aggravante di esserne l’affidatario, di induzione di minori alla prostituzione e di aver agevolato il traffico mettendo a disposizione sia la sede dell’associazione che la propria abitazione. Nel giro di prostituzione legato all’Arcobaleno, sarebbero coinvolti altri quattro uomini ed una donna, di età compresa tra i 20 e i 40 anni.
    Secondo la ricostruzione della polizia, gli extracomunitari che non accettavano di prostituirsi venivano denunciati da don Giacomoni come clandestini. Le indagini della squadra mobile di Forlì, dirette dal sostituto procuratore Alessandra Serra, sono durate dall’ottobre dello scorso anno fino al mese di agosto. Ora i tre arrestati si trovano nel carcere di Forlì in attesa di essere interrogati dal giudice per le indagini preliminari.

  • Il ritorno di Mamma Ebe: Un prete pedofilo diceva messa nella mia comunità

    Il ritorno di Mamma Ebe: Un prete pedofilo diceva messa nella mia comunità

    ”Mamma Ebe” diserta il processo per motivi di salute

    CESENA – Non era presente in aula nella prima udienza Ebe Giorgini, la 73enne ‘santona’ di Carpineta (nei pressi di Cesena) meglio nota come ‘Mamma Ebe’ e finita in carcere il 25 gennaio del 2002. La donna ha giustificato la sua assenza in una lettera presentata al presidente Mirko Margioco nella quale ha riferito del suo cattivo stato di salute e del fatto di non aver provocato danni a nessuna persona in quanto queste si presentavano da lei nella totale spontaneità.

    Sono stati ascoltati, dal pm Filippo Santangelo, l’ispettore Luigi Meucci che si è occupato delle indagini e che ha parlato di intercettazioni telefoniche. Di queste se ne occuperà un perito che provvederà ad un’approfondita perizia. Quindi è stato il turno di una testimone, la signora Maria Antonietta Contendini, che ha parlato delle opere di ”Mamma Ebe”. Inoltre ha parlato anche della presenza di un prete che faceva messa presso la colonia Bellini, a quanto pare sembra essere Don Giacomoni, recentemente finito al centro della cronaca nera per pedofilia e prostituzione ed ora ai domiciliari.Come parte civile resta solamente l’Ausl e la testimone.

    La prossima udienza è fissata a Forlì per il prossimo 26 settembre.

    LE ACCUSE – Il Gup Rita Chierici ha formulato 16 rinvii a giudizio ed una archiviazione. I reati contestati sono quelli di associazione a delinquere per la commissione di esercizio abusivo della professione medica, somministrazione di medicinali pericolosi, falso ideologico in ricetta, truffa ai danni dell’Ausl, per morivi abbietti in danno di persone ‘sofferenti’ nel corpo o nell’anima, sequestro e maltrattamento di bambini.

    Questi i nomi dei 16 imputati: Ebe Giorgini, nota come “Mamma Ebe” (Bologna, 73 anni); Marzia Biancalani (Roncofreddo, 55 anni); Cecilia Bertacchi (Cesena, 50 anni) Alessandro Parigi (Cesena, 55 anni); Mauro Martelli (Montiano 5a anni); Letizia Guasti (Montiano, 38 anni); Gabriele Casotto (Pistoia, 51 anni); Gabriele Mancini (Longiano 43 anni); Carmela Lo Conte (Pistoia, 70 anni); Rita Amdrenacci (Pistoia, 59 anni); Antonella Fabbri (Roncofreddo, 44 anni); Roberto Guazzari (Roncofreddo, 45 anni); Otello Fioravanti (Pistoia, 60 anni); Carlo Esposito (Gambettola, 76 anni); Fabrizio Spadoni (Cesena, 54 anni); Giuliano Calzolari (Empoli, 51 anni).Gaetano Berni, Lorenzo Alberti, Giovanni Majo, Antonio Caruso Lombardi, Giuliana Testa, Marco Martines, Antonio Baldacci, Giovanna Ollà, Elio Piersanti Gessaroli sono gli avvocati che difendono gli imputati.

    CESENATICO – Pedofilia e prostituzione, chiesto il rinvio a giudizio per don Giacomoni

    CESENATICO – Il pm Fabio Di Vizio ha chiesto il rinvio a giudizio per don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote di Cesenatico arrestato lo scorso 10 ottobre dagli agenti della Squadra Mobile di Forlì con l’accusa di pedofilia e sfruttamento della prostituzione. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dopo che era finito in carcere anche per inquinamento di prove. Indagati anche il ristoratore di Cesena Giuseppe Farnedi e il rumeno Dan Joan Cilean.

    Don Giuseppe Giacomoni, che ha gestito la comunità ”Arcobaleno” di Villamarina” è ritenuto di esser colui che che ha creato il giro di prostituzione minorile. Difeso dall’avvocato Giancarlo Savoia ha sempre respinto le accuse.

    Il ”commendator” Giuseppe Farnedi, noto albergatore e ristoratore, difeso dall’avvocato Roberto Roccari, è accusato di aver giovato di un rapporto sessuale a pagamento con un minore potrebbe chiedere il patteggiamento.

    Il 26enne Dan Joan Cilean aveva conosciuto alcuni anni fa don Giacomoni nella struttura ”Arcobaleno” dove ci finì per reati contro il patrimonio. Difeso dall’avvocato Vincenzo Gallo, è ritenuto il braccio destro del sacerdote. Molto probabilmente verrà giudicato per rito abbreviato.

  • Il Vaticano: i giovani violentati sono in pericolo

    Il Vaticano: i giovani violentati sono in pericolo

    Preti pedofili «Don Marco può vendicarsi»

    di LUCIO SALIS

    I Il Vaticano teme per la vita dei testimoni che hanno accusato don Marco Dessì, prete di Villamassargia, di averli stuprati nella missione in Nicaragua. Comunicato ufficiale della Curia di Roma.

    Riprendiamo questo articolo da L’UNIONE SARDA Cronaca Regionale – VILLAMASSARGIA di domenica 4 marzo 2007

    L’INCHIESTA-PEDOFILIA
    L’ALLARME DEL VATICANO
    Un messaggio ufficiale in Nicaragua per proteggere i testi del processo

    NEGATA LA LIBERTÀ
    «Un prete privo di scrupoli e di valori» ha detto il gip negando la scarcerazione

    Coperture e silenzi della Chiesa locale
    Le intercettazioni: “Avranno vita corta”

    “Proteggete chi ha testimoniato contro padre Marco Dessì”. L’appello arriva in Nicaragua direttamente dal Vaticano. E conferma i peggiori sospetti: al rientro nel loro Paese, i sei giovani che hanno denunciato di essere stati violentati sarebbero in pericolo di vita. Lo aveva scritto il Gip di Parma, Pietro Rogato, nell’ordinanza di custodia cautelare per il sacerdote di Villamassargia e ripetuto il Tribunale del riesame di Bologna, nel negargli la scarcerazione. Ora lo conferma la Curia di Roma, Congregazione per la dottrina delle fede, con un comunicato inviato, mercoledì 28 febbraio, al nunzio apostolico in Nicaragua monsignor Jean Paul Gobel, che lo ha diffuso attraverso la stampa. I giornali che seguono la vicenda, El Nuevo Diario e La Prensa, di Managua, gli hanno dato enorme risalto. «La Santa Sede – dice la nota romana – chiede alla comunità ecclesiale e alla società civile che siano tutelati il buon nome e l’incolumità fisica dei giovani che hanno chiesto giustizia alle autorità competenti».
    Nell’occasione, si apprende che la Congregazione per la dottrina della fede ha sospeso a divinis don Marco, che pur restando sacerdote, non potrà confessare, celebrare matrimoni, dare la comunione, impartire l’estrema unzione e battezzare bambini.
    È la prima volta che le autorità ecclesiastiche abbandonano la strategia del silenzio, adottata da quando è esploso il caso del prete sardo accusato di pedofilia dagli ex componenti del Coro Getsemani. Una linea scrupolosamente osservata in Nicaragua e in Italia. Solo per iniziativa delle associazioni di volontari di Cagliari e Modena la magistratura italiana ha infatti aperto un’inchiesta. La Chiesa centroamericana e quella romana, per anni, non hanno fatto niente, neppure per verificare se quanto si mormorava sul comportamento di don Marco nelle missioni di Chinandega avesse qualche fondamento. Perché, già dal ’91 i volontari avevano sollecitato l’intervento del Vaticano. Silenzio.
    E silenzio assoluto continua a opporre la Congregazione per la dottrina della fede (che stavolta si è mossa di concerto con la magistratura italiana) a chi chiede notizie su una vicenda che sta provocando danni enormi a tutte le onlus che operano, correttamente, in Nicaragua.
    Illuminante, per capire la posizione della Chiesa di Managua, l’atteggiamento tenuto, ancora mercoledì scorso, da monsignor Gobel. Nel corso di una conferenza stampa (servizio di Melvin Martinez, di El Nuevo Diario), legge, tre mesi dopo l’arresto di don Marco e clamorose manifestazioni di piazza, la nota vaticana: «La Congregazione per la dottrina della fede, avendo ricevuto serie denunce sul caso, ha completato le indagini preliminari sulla base delle Normae de graviori-
    bus delictis e del Codice di Diritto canonico». Poi si affretta a precisare che «aldilà del testo ufficiale, non ho idea di quali possano essere i futuri sviluppi della vicenda». Azzarda quindi che «sta per iniziare un processo canonico penale ma sui tempi di svolgimento non ho notizie. Sul caso non so niente di nuovo, oltre a quanto riportato nelle cronache di El Nuevo Diario».
    Cade dalle nuvole, il monsignore, davanti alle domande dei giornalisti e preferisce rifugiarsi nel comunicato giunto da Roma: «Considerato l’intervento delle autorità italiane, che hanno fatto arrestare il reverendo Dessì, la Congregazione per la dottrina della fede adotterà le decisioni definitive sul caso solo quando dette autorità avranno completato la loro inchiesta giudiziaria».

    Attendono la sentenza di Parma, i giudici della Santa Sede. Nel frattempo, hanno sospeso a divinis don Marco, dopo avergli già minacciato la scomunica se non si fosse ritirato in preghiera presso una comunità del Lazio.
    Orazioni a parte, il prete di Villamassargia si è reso protagonista di un vorticoso giro di telefonate con i suoi collaboratori di Chinandega. Tutte regolarmente intercettate dai carabinieri. Ed è proprio da questi messaggi che emergono le minacce di morte nei confronti dei testimoni che hanno suscitato il preoccupato intervento del Vaticano. Perché dopo aver deposto a Parma, per evitare che altri bambini della missione vivessero le loro esperienze, i sei giovani non vedono l’ora di rientrare in patria. Dove, però, sanno bene che qualcuno li aspetta. Come emerge da una telefonata, dell’11 novembre 2006, fra don Marco e il collaboratore Ludwig Vanegas.
    Don Marco: «Eh…ricordati che se potessi morire riscattato mi farebbe molto piacere e farebbe piacere anche alla mia famiglia. E quindi c’è ancora molto da fare, perché questa gente rientrerà pure in Nicaragua».
    Ludwig: «No, no, non ti preoccupare che io praticamente adesso, quella gente ha la vita corta, te lo giuro…. rientrerà, farà, vivrà un po’, ricordati comunque che….». La minaccia, chiosano i giudici di Bologna, non provoca alcuna reazione in don Marco «che, per tutta risposta, consiglia a Ludwig di smettere di fumare per il bene della sua salute, lasciando intendere che quello che aveva detto all’inizio della conversazione “questa gente rientrerà pure in Nicaragua” era veramente che venisse fatto del male ai denuncianti».
    Niente arresti domiciliari, quindi, per un prete che «ha dimostrato di essere totalmente privo di freni inibitori e ha calpestato qualsiasi valore». Si riferiscono, i giudici, alle sue intenzioni di corrompere i testimoni, «se necessario, dare soldi, usa soldi….spara sino a 30 mila dollari Ludwig», accusarli di bigamia, ricattarli «Solo con il ricatto, va benissimo quello della bigamia», farli passare per pazzi, minacciarli, farli arrestare dalla polizia con false accuse, sino a quel terrificante «quella gente ha la vita corta, te lo giuro» del fidato Ludwig.
    Una promessa che i sei giovani di Chinandega non dimenticano. Uno stress che si aggiunge alla rievocazione in tribunale delle violenze subìte. Per questo alcuni di loro sono sotto trattamento psicologico. Devono recuperare lucidità. E vincere la paura.

    Mercoledì, 07 marzo 2007

  • “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    Secondo l’accusa erano queste le minacce rivolte da un sacerdote di 81 anni a diversi ospiti dell’Arcobaleno, a Villamarina, frazione di Cesenatico.

    Don Giuseppe Giacomoni aveva fondato quest’associazione, la presiedeva e pare la gestisse con fini tutt’altro che umanitari. Nel suo mirino ci sarebbero almeno cinque ospiti della struttura, fra cui una donna, che avrebbe costretto a prostituirsi dietro quel ricatto.

    Chi si rifiutava veniva espulso, si doveva cercare un’altra sistemazione, non facile da trovare, tantopiù che lo stesso sacerdote offriva a polizia e carabinieri referenze negative.

    “L’Arcobaleno – spiega Oscar Ghetti, capo della Squadra Mobile della Questura di Forlì – ospita persone indigenti: italiani e stranieri, anche minori; donne che hanno bisogno di assistenza, detenuti agli arresti domiciliari. È accreditata a livello regionale, anche al Tribunale per i minorenni di Bologna”. Gli inquirenti hanno prove inequivocabili sul caso di un ragazzo di 16 anni che dall’ottobre dell’anno scorso all’agosto di quest’anno era sistematicamente sottoposto agli abusi sessuali del prete e del “commendator Roberto”, al secolo Giuseppe Farnedi, 62 anni. È il titolare del ristorante La Scogliera, a Pineta Zadina, uno dei locali più noti della riviera di Cesenatico. L’adolescente è stato affidato a un’altra comunità.

    Parroco supplente a Ruffio, frazione di Cesena, Don Giacomoni è stato arrestato per violenza sessuale, induzione e sfruttamento della prostituzione (anche minorile), mentre il commendator Farnedi deve rispondere di violenza sessuale ai danni di minore. In manette anche un romeno di 25 anni, Dan Joan Cilean, per concorso in sfruttamento della prostituzione: era incaricato di trovare clienti per prestazioni sessuali degli ospiti al prezzo tra i 100 e i 200 euro, consumate a Gatteo Mare, al sesto piano di uno dei palazzi di proprietà dell’Arcobaleno.
    (da Il Tempo, 12-10-06)

  • Bruno Tancredi

    Bruno Tancredi

    Tancredi Bruno, da Teramo, frazionje Ponticelli, condannato a 6 anni, poi ridotti a 4 con patteggiamento, per abusi su ragazzini dai 14 ai 16 anni

    http://www.leftlab.net/index.php?option=com_content&task=view&id=59&Itemid=78 http://www.stefanobolognini.it/attualita/preti.html http://zombi.indivia.net/bologna/index.php?id=104 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…174parroco.html