Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Bolzano

  • “Ci stiamo lavorando intensamente.”

    “Ci stiamo lavorando intensamente.”

    La diocesi di Bolzano-Bressanone ha annunciato che riaprirà il caso di Christian . La vittima ha raccontato questa settimana, durante una conferenza stampa online organizzata dalla rete italiana “Rete l’Abuso” , le sue esperienze di abusi alla fine degli anni ’80. Il presunto autore è un sacerdote dell’Ordine Teutonico che continua a lavorare per la diocesi in Alto Adige. 

    “Quando il rappresentante legale del difensore civico ha denunciato il suo caso nel 2024, abbiamo contattato il sacerdote in questione e informato sia la Procura della Repubblica che il Vaticano a Roma”, spiega Eugen Runggaldier, Vicario generale della Diocesi di Bolzano-Bressanone . La Procura della Repubblica ha quindi indagato se il sacerdote rappresentasse attualmente un pericolo per bambini e giovani e ha concluso la sua indagine all’inizio dello scorso anno senza emanare misure di protezione. 

    Poiché gli abusi subiti dal ragazzo allora dodicenne – come nella maggior parte degli altri casi segnalati nella diocesi – risalgono a tempi così remoti, la Procura non ha approfondito ulteriormente la questione per prescrizione. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede in Vaticano , dopo aver esaminato il caso, ha concluso che i “presunti atti rimanevano al di sotto della soglia di punibilità” e non potevano essere “provati con la necessaria certezza”. 

    Nuovo approccio per trattare con preti sospettati

    A differenza del caso di abusi su don Giorgio Carli, qui non esiste alcun reato accertato. Ciononostante, la protesta pubblica dello scorso autunno ha influenzato il caso attuale. È stato poi rivelato che la diocesi aveva trasferito don Carli, nonostante fosse stato accusato di abusi sessuali su minori all’inizio degli anni 2000. Sebbene il procedimento legale corrispondente sia stato interrotto per prescrizione, numerose persone hanno da allora chiesto un cambiamento nel modo in cui vengono gestite le accuse di abuso. Nel caso di don Carli, il vescovo Ivo Muser ha ceduto; non esercita più i suoi doveri sacerdotali. 

    Nella primavera del 2025, un rinomato studio legale di Monaco di Baviera ha documentato il caso di Don Carli nel suo rapporto indipendente sugli abusi nella diocesi di Bolzano-Bressanone tra il 1964 e il 2023. Tuttavia, nell’ottobre 2025, l’avvocato di Monaco Ulrich Wastl si è recato nuovamente a Bolzano e ha constatato che si era verificato un “fallimento sistemico totale” all’interno della Chiesa in Alto Adige. “Da allora, stiamo lavorando intensamente per definire più precisamente come trattare i sacerdoti accusati e condannati. Siamo in contatto con diverse vittime e avvocati che ci sostengono in questo sforzo. Inoltre, rivaluteremo tutte le segnalazioni ricevute, come quella di Christian”, ha affermato Runggaldier. 

    https://salto.bz/de/article/27022026/wir-arbeiten-mit-hochdruck-daran

     

  • Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    “Da Bolzano in giù”,

    il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.

    Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;

    1- la sola vittima;

    2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;

    3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.


    Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.

           (N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)

    Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;

    • Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
    • Basilicata, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Abruzzo, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Lazio, 2 casi, 2 sportelli, 2022 e 2025 – Accesso vittima
    • Verona, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Sardegna, 1 caso – accesso vittima
    • Campania, 4 casi, 4 sportelli, uno del 2018, il secondo del 2020 e il terzo del 2022 riferito a don Livio Graziano, il quarto del 2021 riferito a don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria (PV) – Accesso vittima e Rete
    • Sicilia, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2023 riferito a don Giuseppe Rugolo e Rosario Gisana e Vincenzo Murgaro, oggi sotto processo con l’accusa di aver mentito in tribunale – Accesso vittima
    • Toscana, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2020 e l’altro del 2022, Pisa riguardante don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima e Rete
    • Lombardia, 3 casi, uno del 2024 mentre altri 2 del 2022 riferiti ai fratelli don Alberto e don Maurizio Lucchina – Accesso vittima e avvocato Rete
    • Ferrara, 1 caso del 2013 (che abbiamo escluso dall’esito), don Pietro Tosi, padre di Erik, nato dallo stupro della madre – Accesso vittima
    • Genova, 2 casi, 2 sportelli, entranmbi del 2020 – Segnalazione – Accesso Rete L’ABUSO e le vittime
    • Savona, 2 casi, 1 sportello, uno del 2020 riferito a don Nello Giraudo e il secondo del 2018 riferito a don Pietro Pinetto – Accesso Rete e vittima
    • Albenga, 2 casi, 1 sportello, uno del 2017 riferito a don Francesco Zappella, il secondo del 2025 – Accesso Rete e vittima
    • Acqui Terme, 1 caso del 2022 riferito a don Carlo Bottero – Accesso vittima e Rete
    • Lecce, 1 caso del 2019  riferito a don Carmelo Rampino – Accesso Rete
    • Pisa, 1 caso del 2022 riferito a don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima
    • Bergamo, 1 caso del 2023 don Valentino Salvoldi  – Accesso Rete e vittime
    • Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
    • Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
    • Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo

     

    -QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?

    2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;

    Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.

    Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico

     

    -Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine

                       Strutturazione degli sportelli diocesani

    Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.

    In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).

    Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.

    Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.

    Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.

    Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.

    Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…

    -Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.

    Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.

    Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.

    Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.

    In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.

    Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.

    In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.

    In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.

    Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.

    Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.

         

    -Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;

    “La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.

    Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”

     

    A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:

    • La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
    • Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
    • Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
    • Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.

    Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.

     

    -A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.

    Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.

    Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.

    Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.

    Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;

    “Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”

    Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.

    Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.

    La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.

    Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.

    Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?

     

    -Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?

    Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.

    Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.

    Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.

    Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.

    Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.

    Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.

     

    -Le CONCLUSIONI

    In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.

    Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.

    In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.

    In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.

    Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.

     

    -L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.

    Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.

    Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente – battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.

    Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.

    Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.

    Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.

    La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.

    Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.

    Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.

    Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.

    Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.

    Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.

    Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.

    Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.

         FINE del report


    Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane

  • Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    «Avevo dieci anni quando per la prima volta un prete mi ha baciato e toccato». Queste le parole di Christian, l’uomo che ha deciso di raccontare la violenza che ha subìto quando era un bambino. Oggi è un adulto, parla con la voce bassa, quasi a non volerle risentire le parole che dice. È una vittima di abusi che la Chiesa ha deciso di non tutelare. La vittima, nel 2024, ha denunciato allo sportello di ascolto della diocesi di Bolzano che frequenta sin da quando è bambino. Poco dopo quel colloquio in diocesi, viene convocato in Questura a Bolzano. «Così scopre che all’insaputa sua e del suo legale, malgrado la palesata prescrizione del caso, la Diocesi aveva fatto un esposto, che puntualmente verrà poi archiviato per prescrizione», spiega Francesco Zanardi che per primo ha raccolto la testimonianza della vittima grazie alla Rete L’Abuso, osservatorio di cui è fondatore, in quanto vittima a sua volta di abusi commessi da membri del clero.

    «Nelle indagini viene ascoltata anche la Diocesi che dirà esplicitamente che padre Unterhofer, il sacerdote accusato dalla vittima, è uno dei buoni e che questo è il primo avviso che riceve». In realtà la vittima fornì altri due nominativi comprese le loro testimonianze scritte e firmate riguardo le loro esperienze con lo stesso sacerdote alla diocesi che non sono stati sentiti.

    In Italia, soltanto in due casi la giustizia canonica ha riconosciuto formalmente la responsabilità dell’abusante. La vittima, per oltre trent’anni ha tenuto dentro il suo segreto.

    Un bambino molestato da un prete prima, un adulto che ha imparato a sopravvivere fino al momento in cui ha deciso di scrivere tutto. Il suo racconto è lo specchio di un sistema che spesso ha scelto il silenzio al posto della giustizia. La procedura canonica infatti segue un percorso parallelo rispetto a quella ordinaria, con finalità differenti. È un procedimento interno alla Chiesa, gestito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e può concludersi con sanzioni che vanno dalla sospensione ad un massimo che è la riduzione allo stato laicale.

    Ma raramente, in Italia, questi procedimenti arrivano a una decisione definitiva. Nella maggior parte dei casi, i fascicoli vengono archiviati, o restano fermi per anni. E le vittime, spesso, non ricevono neppure una comunicazione formale. Nell’attuale caso, ancora oggi, il sacerdote indicato come responsabile esercita il ministero in una parrocchia altoatesina con più di ventimila abitanti. «Mi hanno proposto un risarcimento economico ma ho detto di no», racconta. «Prima si protegge chi è più fragile, poi si parla di soldi».

    Alle nostre domande sul caso specifico, il vicario generale della diocesi di Bolzano, Eugen Runggaldier ha risposto di fatto sottolineando la mancanza di prove sul caso. «La diocesi informò la procura, la quale avviò indagini nei confronti del sacerdote per verificare se, al momento, esistesse un pericolo per minori. Le indagini durarono diversi mesi. Furono archiviate dalla procura perché non emersero comportamenti inadeguati. Per questo motivo il sacerdote rimase in servizio.

    Il vicario generale dispose comunque un’indagine preliminare. Al termine di essa, il vescovo incaricò il vicario giudiziale di inviare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano. Da lì, ormai passati un anno e mezzo, non è ancora pervenuta alcuna comunicazione ufficiale».

    In realtà nel decreto di archiviazione si legge: prescrizione. «La procura voleva procedere per fondatezza tanto che mi ha interpellato ma per prescrizione non ha potuto», spiega la vittima.

    Delle migliaia di segnalazioni di presunti abusi commessi da religiosi in Italia meno di una su dieci è arrivata a un’indagine canonica formale, e solo una manciata a un provvedimento conclusivo. «Avevo poco più di dieci anni quando tutto è cominciato.

    L’uomo che avrebbe dovuto essere una guida spirituale per me, un punto di riferimento per la comunità, un amico della mia famiglia, divenne invece la fonte di un trauma che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Lui mi trattava come un prescelto, diceva che tra noi non eravamo in due, ma in tre: io, lui e Dio. Diceva che tutto quello che facevamo era voluto da un’istanza più alta, che era un segreto tra noi e Dio. A undici anni gli credevo ciecamente».

    All’inizio erano gesti ambigui, attenzioni particolari, parole gentili. Poi arrivarono i contatti fisici, sempre più invadenti. «Quando veniva a trovarci a casa, toccava sempre a me riaccompagnarlo alla porta dell’uscita, al piano di sotto. Era una forma di gentilezza che i miei genitori mostravano nei suoi confronti. Fu in quella circostanza che subii il primo abuso. Davanti alla porta, sotto la rampa delle scale, mi ha baciato, non come un prete bacia un bambino, ma come un adulto. Mi ha stretto con forza e mi ha toccato, dappertutto. Io ero paralizzato, non capivo. Avevo paura ma anche vergogna. Sapevo, sopra ogni cosa, che mai nessuno mi avrebbe creduto».

    La situazione andò avanti per quasi due anni. D’estate, Christian veniva mandato dai genitori a trascorrere le vacanze in montagna, lavorando su un tipico maso altoatesino lontano da casa ma il sacerdote lo raggiungeva anche lì. «Trovava sempre un modo per presentarsi, per inventarsi una scusa. Più volte mi ha fatto salire in macchina e tutto è ricominciato». Non ci fu mai un rapporto sessuale completo, ma quelle molestie furono ripetute, costanti, distruttive. «Forse è anche per questo che sono ancora vivo. Ma non significa che non mi abbia distrutto dentro».

    Per gran parte della sua vita, Christian non ha raccontato niente a nessuno. «Provavo vergogna e paura. A volte da adulto, trovandomi i miei figli accanto mi sono chiesto come ci si può comportare così nei confronti di un bambino? Come si diventa un mostro? Ti fai mille domande. Come lo spieghi a tua moglie, che ancora oggi non conosce i dettagli sui fatti?».

    Solo di recente, dopo un lungo periodo di crisi psicologica è riuscito a scrivere tutto. «Ho scritto a mano su decine di fogli bianchi». Quel documento è oggi agli atti della giustizia. «Voglio che nessun altro subisca quello che ho passato io», conclude la vittima. Dice che sta ancora «pulendo», come chi vuole ripulire una stanza in ogni angolo. «Voglio pulire a fondo e chiudere bene, per non doverci tornare mai più.

    Per questo ho parlato, perché non accada ancora ad altri minori». Nel 2023, la Conferenza Episcopale italiana ha pubblicato un primo report interno sugli abusi ma limitato ai casi segnalati dal 2000 in poi e raccolti dai Centri di ascolto diocesani: 89 casi in tutto. Un numero giudicato da molte associazioni «non rappresentativo», perché non include le denunce anteriori né quelle gestite direttamente dal Vaticano.

    Nel frattempo, sono sempre di più le vittime che trovano il coraggio di parlare. Molte riescono a farlo solo dopo decenni. Ecco perché spesso le denunce restano fuori dai tribunali per prescrizione, paura o mancanza di prove materiali. Per questo, il riconoscimento ecclesiastico, anche se non produce effetti penali, ha un valore simbolico e morale importante: significa che la Chiesa, almeno in parte, ha ammesso ciò che per anni è stato negato.

    Peter Unterhofer

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-diocesi-bolzano-storia-testimonianza-denuncia-sacerdote-unterhofer-wlsvjs1q

  • “Non vergognatevi degli abusi subiti”

    “Non vergognatevi degli abusi subiti”

    “Abbiamo riscontrato criticità omogenee in 32 sportelli diocesani analizzati: preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, sacerdoti che restano anonimi e pratiche di spostamento da una diocesi all’altra senza adeguate misure per evitare il contatto con minori”. È questa la denuncia lanciata da Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’Abuso, nel corso di una conferenza stampa che ancora una volta ha acceso i riflettori sui casi di abusi sessuali da parte del clero. Nello specifico, l’organizzazione ha posto l’attenzione sul funzionamento degli sportelli diocesani per le segnalazioni di abusi riportando anche la testimonianza di Christian, un bolzanino che in passato è stato abusato per due anni da un prete che – secondo quanto riporta la Rete – risulta essere ancora in servizio nella Diocesi di Bolzano – Bressanone e aveva abusato di altre due persone.

    In merito, era partita un’inchiesta da parte del Vaticano che è stata chiusa nel 2025 perché (secondo il documento riportato dalla Rete) i “fatti precedenti rimangono entro i limiti della punibilità” e non hanno “la necessaria sicurezza” per “essere provati”. “È stato di fatto ammesso – evidenza Zanardi – che tre vittime non bastavano come testimonianza”. Prima dell’inchiesta vaticana, il caso era stato segnalato dalla Diocesi alla Procura della Repubblica che, in seguito alle indagini, ne aveva chiesto l’archiviazione.

    “Alle denunce non seguono fatti”

    Il monitoraggio della Rete, durato quasi due anni, ha attraversato diverse regioni italiane – dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto alla Campania – e ha coinvolto anche la Diocesi altoatesina, spesso indicata come modello nella prevenzione vista la pubblicazione nel 2025 del Report sugli abusi. In totale, la Rete è riuscita ad accedere a 32 sportelli sui 130 attivi nelle 226 diocesi italiane. Secondo quanto riferito, le aspettative delle vittime – “tolleranza zero, prevenzione e controllo”, in linea con il manifesto di Papa Francesco – si scontrerebbero con prassi opache e scarsa trasparenza.

    “Gli sportelli appaiono come un’estensione di una struttura blindata. Alle denunce delle vittime, per una scusa o per l’altra, non seguono poi dei fatti. Ad esempio viene spesso ripetuto che è andato tutto in prescrizione ma, come ha detto il Cardinale Zuppi, nella Chiesa non c’è prescrizione”, ha detto Zanardi.

    Il racconto della vittima

    Durante la conferenza ha preso la parola Christian, 49 anni, altoatesino, sopravvissuto ad abusi subiti da bambino da parte di un sacerdote tuttora in servizio. “Mi chiamo Christian, sono nato a Bolzano. Sono di madrelingua tedesca. Dopo il trasferimento della mia famiglia in un paese di montagna nei dintorni del capoluogo, la parrocchia per me ha rappresentato il centro della vita sociale. Provengo infatti da una famiglia molto credente e per noi, ad esempio, era un onore ricevere la visita del prete in casa”. Le circostanze hanno infatti portato Christian a diventare chierichetto: “Era il modo più semplice per trovare amici”, racconta oggi. Ed è proprio in quel contesto che a partire dai dieci anni di età per Christian sono iniziati gli abusi. “Alla fine delle visite a casa, il prete insisteva perché lo accompagnassi dal quarto piano fino al portone del condominio. Nello spazio vicino alle cassette della posta sono avvenuti gli assalti. Più volte. Per circa due anni”, racconta.

    “Fare il chierichetto era il modo più semplice per trovare amici”

    Successivamente, durante le estati, Christian ha lavorato come tuttofare in un tipico maso altoatesino. “Quando il parroco ha scoperto dove mi trovavo, è arrivato al maso con la scusa di salutare la famiglia che mi ospitava. Poi mi invitava spesso ad accompagnarlo in macchina fino alla strada principale del paese. Davanti agli adulti era impossibile rifiutare l’invito per rispetto del prete”, prosegue ancora Christian. In auto si ripeteva però lo stesso schema. “Il prete mi diceva che eravamo visti e benedetti da Dio, che Dio era il terzo elemento del nostro rapporto. Mi ha parlato anche di un altro ragazzo della mia età, raccontandomi di un legame simile, immagino per togliermi l’ansia. Mi adulava. Le sue parole erano fatte per farmi sentire speciale. Ma se non accettavo subito diventava invadente”. L’ex chierichetto ricorda ancora: “In quei momenti restavo congelato. Non riuscivo a reagire”. Gli abusi sono proseguiti fino a che Christian, un giorno, è scappato dalla macchina. “Lo schifo che sentivo per la situazione era più forte di lui. Sono scappato dalla macchina e sono corso al maso”, ricorda. Ma il ritorno in paese, in autunno, non è facile. “A scuola e in parrocchia per lui non esistevo, non mi considerava. E io mi sentivo in colpa. Avevo rifiutato lui e, nella mia testa di bambino, avevo rifiutato anche Dio”.

    “La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima”

    E qui Christian arriva a parlare di un sentimento spesso comune tra le vittime: la vergogna. “La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima. Per questo voglio dire alle altre vittime: non vergognatevi degli abusi subiti. Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Eravamo bambini innocenti, non conoscevamo i nostri diritti”. Rivolgendosi ancora alle vittime, dice: “Consiglio di rivolgersi il prima possibile a uno psicologo”. E infine Christian dice la sua sul sistema di ascolto nella Chiesa. “Secondo me la prima fase di ascolto dovrebbe avvenire fuori dalla chiesa. Servono indipendenza, trasparenza e controllo esterno. Non si può chiedere alla stessa istituzione di essere giudice di sé stessa”. E raccontando le criticità riscontrate con lo sportello della Diocesi, dice: “Ho dovuto inviare io le dichiarazioni di altre due persone con esperienze simili. Mi chiedo come possa lavorare bene uno sportello se non ha pieno accesso agli atti”.
    E conclude con un’ultima riflessione: “Se non accettiamo l’abuso da parte di un insegnante o di un allenatore, perché dovremmo accettarlo da un prete? Chiunque sa, deve parlare, non può stare in silenzio altrimenti diventa complice”.

    Interpellata da SALTO, la Diocesi ha fatto sapere tramite il portavoce che si esprimerà a breve sulla vicenda denunciata. Peter Unterhofer

    https://salto.bz/it/article/24022026/non-vergognatevi-degli-abusi-subiti

  • Le Diocesi insabbiano, la denuncia della Rete L’ABUSO.

    Le Diocesi insabbiano, la denuncia della Rete L’ABUSO.

  • ADESSO IN DIRETTA – Da Bolzano in giù. Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    ADESSO IN DIRETTA – Da Bolzano in giù. Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    Un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni nel quale la Rete L’ABUSO, attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade.

    In alcuni casi lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio.

    “Da Bolzano in giù”, ed è proprio da Bolzano – considerata la diocesi pioniera e più attiva che da anni ha istituito gli sportelli diocesani, oggi presenti in Italia in 130 diocesi su 226 – che partirà il nostro viaggio durante il quale esporremo i dati di ogni diocesi.

      Relatori

    -Francesco Zanardi – Portavoce della Rete L’ABUSO

    -Avv. Mario Caligiuri – Responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO

    -Christian – Sopravvissuto della diocesi di Bolzano

  • Martedì 24 ore 10,30 CONFERENZA STAMPA – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    Martedì 24 ore 10,30 CONFERENZA STAMPA – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME

    CONFERENZA STAMPA Martedì 24 ore 10,30 – “Da Bolzano in giù.” Viaggio negli SPORTELLI DIOCESANI PER LE VITTIME – Accredito accrediti@retelabuso.org 

    Un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni nel quale la Rete L’ABUSO, attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade.

    In alcuni casi lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio.

    “Da Bolzano in giù”, ed è proprio da Bolzano – considerata la diocesi pioniera e più attiva che da anni ha istituito gli sportelli diocesani, oggi presenti in Italia in 130 diocesi su 226 – che partirà il nostro viaggio durante il quale esporremo i dati di ogni diocesi.


     

         Executive Summary

    – Come funzionano gli sportelli per le vittime di abusi istituiti dalla Cei?

    – Quale è la trasparenza?

    – Quali i risultati per prevenzione e sopravvissuti.

    – I dati effettivi dei casi e dei sopravvissuti in ogni diocesi italiana censiti dall’osservatorio della Rete LABUSO, ovvero in ogni sportello diocesano.

      (NB – I dati esposti nel report 2° Report riguardavano Province e Regioni. Quelli che andremo ad esporre riguardano invece le singole diocesi)


    Martedì 24 ore 10,30

          Relatori

    -Francesco Zanardi – Portavoce della Rete L’ABUSO

    -Avv. Mario Caligiuri – Responsabile dell’osservatorio permanente della Rete L’ABUSO

    -Christian – Sopravvissuto della diocesi di Bolzano

     

    La conferenza sarà trasmessa in diretta sul portale della Rete L’ABUSO, Youtube e i nostri social.

    I giornalisti e i mezzi di informazione, potranno accedere dalla piattaforma ZOOM. Per farlo è necessario l’accredito accrediti@retelabuso.org 

  • Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Oltre 4600 le vittime. 1250 i sacerdoti predatori. Il dato sugli abusi clericali in Italia, tra il 2000 e il 2025, emerso dall’ultimo rapporto firmato Rete L’Abuso.

    Una piaga per molti esperti sistemica, che colpisce i minori e investe dal profondo la Chiesa cattolica a tutte le latitudini.

    La pensa così anche il pedagogista Ivo Lizzola, intervenuto al quarto convegno del Servizio Tutela Minori dell’Arcidiocesi di Trento.

    Nell’ultimo quarto di secolo, sono 81 i casi di abusi segnalati in Trentino-Alto Adige, di cui 71 nella provincia di Bolzano, 9 in quella di Trento.

    Secondo Rete L’Abuso molti casi non vengono alla luce. Possono trascorrere anni prima che una vittima trovi la forza e il coraggio di mostrare le proprie cicatrici.

    Nel 2025 quattro persone si sono rivolte al Servizio diocesano denunciando abusi subiti e poi repressi, per sessanta lunghissimi anni.

    https://www.trentinotv.it/news/abusi-clericali-su-minori-in-trentinoalto-adige-81-casi-in-25-anni-4984

  • Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    Madre sottoponeva il figlio a riti satanici, sospesa la responsabilità genitoriale

    E’ stata sospesa la responsabilità genitoriale di una madre che avrebbe cercato di indottrinare il figlio con riti legati a superstizioni. La vicenda, raccontata stamattina sul quotidiano locale Alto Adige, è accaduta nelle scorse settimane nei dintorni di Bolzano.

    La donna, rimasta vedova, avrebbe smesso di mandare a scuola il figlio, minacciando di morte le insegnanti. Avrebbe costretto il piccolo a dormire in pieno giorno e niente pediatra. Da mangiare gli avrebbe dato solo dei biscotti, si legge sul quotidiano.

    La madre avrebbe convinto il bambino che i dolori fisici come il mal di pancia dovuto alla malsana alimentazione fossero in realtà dovuti a maledizioni sciamaniche che lo avevano colpito.

    Le torture psicologiche si sarebbero protratte per mesi fino a quando i carabinieri, con in mano un decreto del Tribunale dei minorenni, hanno fatto irruzione in casa della donna e portato via il bambino, poi inserito in una comunità.

    https://www.adnkronos.com/cronaca/sottoponeva-il-figlio-a-riti-satanici-sospesa-la-responsabilita-genitoriale_17MfRTMIYSyyDUPBkg98Yj

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119