Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    di Francesco Zanardi

    In questi giorni, in occasione della visita del Papa in Cile, si sono scatenate polemiche rispetto alla gestione, da parte della Santa Sede, della gravissima piaga della pedofilia. Moltissimi giornali hanno riportato le notizie delle scuse del Papa e della vergogna che lui proverebbe per i sacerdoti pedofili. Ma viene anche riportata la notizia che il Papa avrebbe detto “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros allora parlerò. Ma finora non c’è nemmeno l’ombra di una prova. È tutta calunnia. È chiaro?”.

    Quindi, da una parte la richiesta di scuse e dall’altra il fatto di non credere alle vittime, da una parte l’incontro con due vittime non identificate e dall’altra l’esclusione da tale incontro delle vittime che lo avevano espressamente richiesto.

    Dunque il Papa dichiara che senza prove il Vescovo Barros rimane al suo posto, mentre una delle vittime riporta : «Il Papa chiede prove, ma cosa avrei dovuto fare mentre venivo abusato e Barros era lì, fare una foto col telefonino?». 

    Un brutta storia, che esaspera ulteriormente il clima già notevolmente teso.

    Ci si potrebbe altresì domandare: “Quali prove avrebbe il Papa per dire che si tratta di calunnia?”

    Anche il Card. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (che ha terminato il suo primo mandato il 17 dicembre 2017 e non risulta essere ancora stata rinominata da Bergoglio), prende le distanze dalle affermazioni del Papa attraverso un comunicato ufficiale: “E’ comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco rilasciate giovedì a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del Papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” e in sostanza danno l’idea di un “abbandono di coloro che hanno subito violenze riprovevoli della loro dignità umana”, “relegando i sopravvissuti nel discredito”.

    Bergoglio dichiara di non aver avuto le “prove”, che ora chiama “evidenze”, ma senza cambiare il senso del suo discorso.

    E quando invece le prove le aveva?

    Ricordiamo il caso di Don Gianni Trotta: prete ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Il arcivescovo Luis Ladaria Ferrer ordinò, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio “per non dare scandalo ai fedeli”. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e dei vertici della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato indisturbato una decina di bambini vicino Foggia.

    Quindi: il card. Luis Ladaria Ferrer sapeva e ordinò il silenzio.

    Che provvedimenti prese Papa Francesco con lui?

    A Luglio 2017 lo nominò Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (al posto del Card. Muller), ovvero dell’organo che, tra l’altro, ha la competenza di giudicare i preti pedofili: una bella promozione.

    Il Papa qui aveva le “prove”.

    Ricordiamo il caso di Don Mauro Galli: il processo penale è in corso, accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore. Il parroco della chiesa in cui sarebbero avvenuti gli abusi ha avvisato da subito (dicembre 2011) i suoi superiori: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Nessuno dei due ha avviato alcuna indagine canonica e tantomeno una denuncia alle autorità, ma il prete è stato spostato in un’altra parrocchia con l’incarico della pastorale giovanile (ancora con i minori). All’epoca era ordinario del luogo il Card. Angelo Scola che non ha contrastato la decisione del trasferimento ancora con i minori assunta del suo vicario Mons. Delpini, nemmeno in via cautelare in attesa dell’accertamento dei fatti.

    Solo in seguito alla denuncia/querela da parte della vittima (luglio 2014) è stata avviata l’Indagine Canonica (gennaio 2015) e sospeso cautelativamente il sacerdote (primavera 2015).

    Il Card. Scola ha ricevuto i familiari della presunta vittima, su loro insistenza, solo nel marzo 2015: grande tempismo per accertare i fatti o almeno per “sentire anche l’altra campana”.

    Dunque: Mons. Delpini ha dichiarato alla Polizia, sotto giuramento, di essere venuto a conoscenza del presunto abuso sessuale da subito (dicembre 2011) e di aver comunque predisposto il trasferimento del don Galli ancora con i minori. In questo caso specifico, oltre alle intercettazioni telefoniche, le registrazioni acquisite agli atti processuali (e anche in possesso della CdF), oltre alle testimonianze dei suoi collaboratori, c’è dunque la prova del suo tentativo di insabbiamento per sua stessa ammissione di responsabilità e depositata agli atti del processo penale a carico di Don Mauro Galli.

    Anche il Vaticano era a conoscenza del caso: nel marzo 2016 ha inviato una lettera ai familiari della presunta vittima, attraverso la Nunziatura Apostolica, in risposta alle numerose lettere inviate dai familiari anche alla Congregazione della Dottrina della Fede.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco?

    Mons. Mario Delpini: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Arcivescovo di Milano

    Mons. Pierantonio Tremolada: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Vescovo di Brescia

    Ricordiamo il caso di Don Paolo Turturro: la Cassazione ha confermato la condanna: 3 anni in carcere per abusi su minore. La richiesta di affidamento ai servizi sociali non è stata accolta, e ha dunque scontato la pena in carcere. Prima dell’arresto era stato solo allontanato da Palermo, nessun provvedimento ecclesiastico durante il processo che è durato 13 anni.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco? Nonostante la condanna penale, non è mai stato ridotto allo stato laicale continua a celebrare Messa.

    Ricordiamo il caso di Don Lucio Gatti: ha patteggiato in sede penale due anni di reclusione, per abusi sugli ospiti della Comunità che dirigeva. Il Processo Canonico, concluso nel 2012, ha ufficializzato la sospensione dal sacerdozio per 5 anni ma non riduzione allo stato laicale. Nel frattempo sono arrivare altre due querele: una in aprile 2016  e un’altra nel 2017 su minori che all’epoca avevano 12 e 13 anni e le indagini sono ancora in corso.

    Il Vescovo Gualtiero Bassetti non ha, per ora, preso alcun provvedimento nemmeno cautelativo, avrà avviato un nuovo Processo Canonico?

    Anche la Santa Sede non si è espressa nei confronti del Vescovo Gualtiero  Bassetti, e Don Lucio Gatti sarebbe in una comunità al Nord per un percorso spirituale “riabilitativo”.

    Ricordiamo il caso di Padre Carlos Buela: sacerdote argentino condannato dal Vaticano (attraverso un decreto del cardinale Gardin, della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) per abusi da lui compiuti nei confronti di una ventina di seminaristi, e trasferito a Genova, sotto la giurisdizione del Card. Bagnasco, senza subire il processo in Argentina. Nonostante la condanna di Papa Francesco, i provvedimenti non sono sufficienti e vengono prontamente disattesi.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco nei confronti del Cardinale Angelo Bagnasco, per non aver gestito nemmeno l’applicazione della “condanna”?

    NESSUN provvedimento.

    Inoltre il card. Bagnasco, in quanto Presidente della Cei, nel 2014 ha ribadito che i VESCOVI NON HANNO OBBLIGO DI DENUNCIA nei confronti dei sacerdoti che commettono abusi sessuali nei confronti dei minori, secondo le Linee Guida emanate dalla Conferenza Episcopale stessa.

    Tutto questo è in linea con del dichiarazioni della “tolleranza zero” del Pontefice?

    Ricordiamo infine il caso dell’Istituto Provolo: qui i sacerdoti coinvolti sono numerosi, nel 2015 in un incontro con le vittime, venne consegnata direttamente nelle mani di papa Francesco una missiva contenente i nomi di 14 sacerdoti accusati di abusi, tra qui quello di don Nicola Corradi. In questo caso fu proprio papa Francesco a non intervenire.

    Il sacerdote è stato arrestato nel novembre del 2016.

    Zanardi

  • Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    Abusi del prete su minore, la Diocesi di Brescia risarcirà la vittima

    di Mara Rodella

    Un’udienza lampo. Giusto per depositare al giudice il documento che testimonia e conferma l’intesa, concedere il rito abbreviato come chiesto dalla difesa e rimandare discussione e sentenza fra tre mesi.

    La Diocesi salderà il conto alla parte civile

    In aula, il caso dei presunti abusi sessuali ai danni di un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva appena compiuto 14 anni da parte di don Angelo Blanchetti, 57 anni, parroco di Corna di Darfo e di Bessimo (finì agli arresti domiciliari il 14 giugno del 2016). In aula, per la prima data fissata a dibattimento, il giudice Roberto Spanò ha concesso il rito alternativo (condizionato all’audizione di una genetista). Preso atto dell’accordo di massima per il «ristoro» del danno nei confronti della parte civile: a saldarlo sarà la Diocesi di Brescia. Che si è sentita in dovere di affiancare il minore e la sua famiglia in un percorso di sostegno. Ritenendoli comunque «danneggiati» da questa vicenda. Pare che parte della somma concordata possa servire anche a sostenere il percorso di studi e la crescita educativa del ragazzino. L’iter giudiziario individuale, ovviamente, continua. Discussione e sentenza sono fissate al prossimo 24 aprile.

    L’inchiesta sul parroco nata grazie alla denuncia del ragazzo

    All’origine dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani ci sono proprio le dichiarazioni del minore. Che si confidò prima con un altro sacerdote milanese, poi con gli inquirenti. Dichiarazioni rese nonostante le intimidazioni che avrebbe ricevuto: «Guarda che se parli finirai all’inferno» lo avrebbe spaventato don Blanchetti. Le violenze, stando alle indagini, sarebbero continuate per quasi due anni: dal gennaio 2015 al maggio dell’anno successivo. Dentro le stesse mura che quel ragazzino avrebbero dovuto proteggerlo: nella cucina del parroco. «Due rapporti al mese» ha fatto mettere a verbale. E nella stanza, descritta accuratamente, gli investigatori hanno recuperato una coperta imbottita — identica a quella indicata dal ragazzino — che il sacerdote aveva l’abitudine di stendere a terra prima degli incontri. Ma anche, in cassaforte, preservativi e creme lubrificanti.

    Un’altra accusa su don Angelo: «Ma non c’entro nulla»

    Lui, don Angelo, ha sempre respinto le accuse: «Non c’entro nulla con questa vicenda». Ma nei mesi scorsi, a rafforzarle, è arrivata anche la testimonianza choc di un’altra potenziale vittima delle attenzioni del don. Prima affidata a un post su Facebook, poi cristallizzata davanti al magistrato, in sede di incidente probatorio (quindi valida e utilizzabile anche a processo): «Invece di affiancarmi nel percorso di catechesi necessario al conseguimento del battesimo abusò di me» ha raccontato questo ragazzo. Che in Rete, dopo l’arresto di don Blanchetti scrisse di essere «ancora in cura» pur dopo anni. Ne aveva nove all’epoca degli abusi, e don Angelo era viceparroco di Artogne, oggi ne ha 36. Il copione, secondo il racconto, era lo stesso di quello raffigurato oltre vent’anni dopo. «Mi faceva sdraiare su una coperta». Fotocopia anche le minacce. Nonostante don Blanchetti non possa in alcun modo essere accusato, visti i tempi, anche di tali presunte violenze.

    La sentenza a aprile

    A decidere sulla sua colpevolezza piuttosto che della sua innocenza sarà il giudice, appunto tra tre mesi. Il tempo necessario alle parti per formalizzare e concretizzare l’accordo raggiunto per il risarcimento del danno, indipendentemente da quale sarà la sentenza individuale a carico dell’imputato. Quindi anche eventuali provvisionali stabilite dal tribunale che inevitabilmente troveranno seguito, come sempre in questi casi, in sede civile. Per ora è stata la Curia ad accettare e farsi carico del risarcimento. Se ne riparla il prossimo 24 aprile.

    mrodella@rcs.it

    http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_12/abusi-prete-minore-curia-diocesi-brescia-paga-parte-civile-vittima-09f56d88-f770-11e7-8658-d0b955e4d0a9.shtml

  • Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Pedofilia, l’arcivescovo di Milano coinvolto nello scandalo Don Galli: “Sapeva degli abusi”

    Le più alte cariche della Chiesa in Lombardia sapevano del presunto abuso sessuale di un prete di Rozzano ai danni di un minore tre anni prima delle indagini della magistratura, ma non hanno mai denunciato l’accaduto.

    “Che cosa aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia? Aspettiamo che ci mettano tutti in galera per pedofilia e poi cominciamo seriamente a guardare le cose, va bene, cioè, basta saperlo e ci adeguiamo, però già che possiamo farlo prima, facciamolo prima”

    A parlare sono due preti di Rozzano intercettati dai carabinieri. Un prete della loro parrocchia, don Mauro Galli, è accusato di abusi sessuali su un minore e la magistratura ha messo sotto controllo i loro telefoni. Il caso non è ancora di dominio pubblico, ma nell’ambiente ecclesiastico ha suscitato un polverone, tanto da dover richiedere l’intervento delle più alte cariche della Chiesa.

    È qui nell’hinterland milanese che inizia la vicenda che coinvolgerà l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Delpini, successore di Scola, e l’attuale vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada.

    A svelarlo sono gli atti del processo a carico del sacerdote che nella notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 invitò a dormire nella sua abitazione un ragazzo di 15 anni che frequentava la parrocchia. Stando al racconto del ragazzo – che qui per tutelarlo chiameremo Fausto – in quell’occasione il prete dopo averlo abbracciato avrebbe tentato più volte di sodomizzarlo.

    La circostanza emerge al mattino seguente quando il ragazzo inizia a mostrare i primi segni del turbamento per quello che era successo. I familiari si rivolgono allora al parrocco di Rozzano, Don Carlo Mantegazza, che informa monsignor Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, che si precipita ad incontrare il sacerdote accusato.

    È da questo momento in poi che la storia inizia ad intricarsi. Monsignor Delpini, infatti, invece di denunciare l’accaduto decide di spostare Don Galli nella parrocchia di Legnano, a pochi chilometri da Rozzano, destinandolo sempre alla pastorale giovanile, ossia a contatto continuo con giovani e giovanissimi.

    Oggi però la diocesi, attraverso un comunicato pubblicato sul loro sito e ripreso dai maggiori quotidiani nazionali, offre una versione differente dell’accaduto, sostenendo che “né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato” e che “l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda”.

    Per queste affermazioni la Diocesi è stata diffidata dal legale della famiglia della vittima. Ci sono numerose prove, infatti, che smentiscono queste circostanze. Prima fra tutte l’interrogatorio del 24 ottobre 2014 disposto dal pm Lucia Minutella nel quale l’arcivescovo afferma: “Il trasferimento da Rozzano a Legnano fu deciso da me in persona”. “Don Carlo Mantegazza – aggiunge Delpini nel colloquio sotto giuramento avuto con gli inquirenti – mi disse al telefono che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte”.

    Quindi già dalla prima telefonata, intercorsa nel dicembre 2011, quasi subito dopo l’accaduto, Delpini viene messo al corrente che il prete è coinvolto in un presunto “abuso sessuale”, ma se non bastasse sarà lo stesso Don Galli che di lì a pochi giorni gli confesserà di aver dormito con il 15enne: “Ha peraltro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte” – si legge nel verbale.

    Nonostante queste evidenze, però, la decisione dell’allora vicario sarà quella di rimettere il prete a contatto con i minori, senza denunciare l’accaduto alla giustizia e senza avviare un’indagine conoscitiva interna, come previsto dalle direttive della Cei.

    Nel corso dell’interrogatorio con la squadra mobile si chiede:

    “Monsignore lei era consapevole che Don Mauro Galli nella parrocchia di Legnano si occupava di pastorale giovanile?”

    Delpini: “Sì certo, ne ero a conoscenza”

    Saranno gli stessi genitori di Fausto a mostrare delle perplessità rispetto a questa decisione e ottengono un incontro il 24 settembre 2012 con Delpini per avere delle spiegazioni. La discussione viene registrata ed oggi è agli atti del processo. L’arcivescovo esordisce ringraziando i familiari per non essersi ancora rivolti ai carabinieri e ammettendo più e più volte che quella decisione era stata presa espressamente da lui: “Ho deciso io”, “La destinazione di Legnano è stata scelta da me”, “L’emergenza è stata gestita da me” – ribadisce.

    Ma quando un familiare di Fausto gli fa notare che quella decisione poteva mettere in pericolo altri bambini, Delpini traballa:

    Delpini: “[…] Io sono molto allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla Luna”

    Familiare della vittima: “[…] Se dovesse accadere un caso analogo, in coscienza, penso che lei avrebbe dei problemi…”

    Delpini: “Non solo dei problemi, sono anche molto trepido, perché non mi sento neanche di dire ‘Sono in grado di garantire che abbiamo fatto una scelta che lo mette del tutto al sicuro’”

    Familiare della vittima: “È una cosa che io trovo inconcepibile”

    La discussione si accende e va avanti per quasi due ore, fino a che Delpini non ammette di aver sbagliato:

    Delpini: “[…] Avendo fondamentalmente stima del giovane prete naturalmente ho dato credito agli elementi che alleggerivano la versione”

    Ma a finire negli atti dell’inchiesta è anche un altro importante esponente della curia, si tratta di monsignor Pierantonio Tremolada, nominato pochi mesi fa da Papa Francesco vescovo di Brescia, ma che all’epoca dei fatti era collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, ossia quindi anche di Don Galli.

    I genitori di Fausto, preoccupati per le sorti degli altri bambini che entravano in contatto col prete, il 3 agosto del 2012 incontrano anche Tremolada e registrano la conversazione che ora è agli atti del processo.

    Tremolada rassicura sul percorso avviato da don Mauro e si prende la responsabilità di quello che potrà succedere:

    Tremolada: “Non me la sento di dire don Mauro è un pedofilo, cioè questa cosa mi fa un male, perché dico, forse qui c’è qualche cosa, lo dovremmo aiutare sicuramente, però da questo a dire sicuramente è così e quindi noi dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, perché altrimenti potrebbe far loro del male, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità.”

    Ma è da questo incontro che emerge il clima che l’attuale vescovo ha creato intorno alla vicenda. La famiglia chiede infatti a Tremolada che cosa era stato detto al decano di Legnano circa il trasferimento di Don Galli in quella parrocchia e che cosa il decano aveva detto ad un altro parroco del paese, don Pietro Re:

    Tremolada: “Gli ho raccontato quello che è successo… però questa cosa ce la teniamo per noi…”

    Familiare della vittima: “È cos’è che è successo, secondo lei?”

    Tremolada: “Questa cosa del letto, gli ho detto ‘te la tieni per te‘, è chiaro che lui a sua volta non può andare a raccontarlo a don Piero Re, sarebbe scorretto! E cioè, abbiamo anche comunque una persona che ha il diritto di non essere buttata in pasto, allora!”

    Familiare della vittima: “Perché, don Piero Re, se gli avesse detto la verità avrebbe chiamato noi, l’avrebbe messo in piazza…”

    Tremolada: “Io ho una grande stima di don Piero Re, ho una sacrosanta stima. Però a sua volta, don Piero doveva tenere il segreto, e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone.”

    Familiare della vittima: “Guardi, secondo me, la strategia, quella del segreto, non paga.    A questo punto…”

    Tremolada: “Voglio dire, però, capite?”

    Familiare della vittima: “No, no, è chiarissima…”

    L’intento dell’attuale vescovo di Brescia è chiarissimo: la vicenda non deve divenire di dominio pubblico: “Questa cosa del letto, gli ho detto: ‘te la tieni per te’” o ancora “Don Piero doveva tenere il segreto e non avrebbe potuto dirlo alle altre persone”.

    Nei mesi successivi agli incontri con Tremolada e Delpini, la famiglia, ancora molto scossa per quanto successo a Fausto e preoccupata da come i responsabili della curia milanese gestiscono don Mauro, inizia una corrispondenza con l’allora arcivescovo di Milano, monsignor Angelo Scola. In una lettera del 13 marzo 2015, Scola allega una nota redatta dai suoi collaboratori, per spiegare lo spostamento di don Mauro.

    Dalla nota di Scola, però, la vicenda viene ricostruita in maniera molto diversa da come la raccontano gli stessi protagonisti nei verbali: il trasferimento di don Mauro a Legnano viene fatto risalire a Tettamanzi, predecessore di Scola, e il comportamento di don Mauro viene ritenuto consono addirittura fino al novembre del 2012, quando avviene il suo trasferimento da Legnano in un ospedale di Milano (per impedirgli di vedere minori) e poi a Roma, presso il Pontificio seminario lombardo, dal 1 settembre 2013.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Queste circostanze sono state subito tutte smentite dalla famiglia. A cominciare dalla più evidente: proprio mentre dovrebbe trovarsi a Roma, Don Galli compare su tutti i telegiornali il 26 luglio 2014 per aver trovato un neonato abbandonato nella cappella dell’ospedale san Giuseppe di Milano. Riportano le cronache di quel giorno che il prete avrebbe avvertito il personale del pronto soccorso prima di toccare il bambino: “Non l’ho voluto toccare temendo di combinare qualche guaio”.

    Mentre Don Galli è a piede libero e salva bambini, Fausto dopo il trauma subito entra in una spirale depressiva che cerca di affrontare con degli specialisti, ma nel frattempo perde due anni di scuola e il contatto con i suoi coetanei. Quando però proverà a togliersi la vita per l’ennesima volta, durante i soccorsi rivela ai carabinieri il motivo del suo gesto estremo e denuncia Don Galli.

    Nel frattempo, Delpini e Tremolada, i responsabili del trasferimento e della mancata denuncia di don Galli, fanno carriera, scalando le gerarchie ecclesiastiche. Sarà proprio Papa Francesco a nominarli ai vertici della Chiesa lombarda. Lo stesso pontefice che nel 2015 aveva proclamato l’istituzione, mai avvenuta, di una sezione del tribunale ecclesiastico per giudicare i vescovi che coprono i loro preti per le violenze sui minori.

    Il Vaticano fu anche informato della vicenda dai genitori di Fausto che scriveranno una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede, denunciando il comportamento di Tremolada e Delpini, e il loro ruolo nell’insabbiamento del caso. La risposta del nunzio apostolico è datata 22 marzo 2016: “Le accuse saranno debitamente esaminate” – vi si legge.

    Un anno dopo però, il 12 luglio 2017, Tremolada viene nominato vescovo di Brescia, mentre il 7 luglio è stato il turno di Delpini, promosso addirittura a successore di Scola, arcivescovo di Milano, una delle diocesi più grandi al mondo.

    di Sacha Biazzo e Simone Giancristofaro

    https://www.fanpage.it/pedofilia-l-arcivescovo-di-milano-coinvolto-nello-scandalo-don-galli-sapeva-degli-abusi/

  • Colpi di scena al processo dell’ex prete di Rozzano accusato di pedofilia

    Colpi di scena al processo dell’ex prete di Rozzano accusato di pedofilia

    La Diocesi accusata di “omessa vigilanza” e intanto nei giorni scorsi alla famiglia sono stati versati 100mila euro perché ritiri la costituzione di parte civile

    Non mancano i colpi di scena nel processo a carico di don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano e Legnano accusato di pedofilia per presunti abusi su un ragazzino, che si sta celebrando al Tribunale di Milano.  Sono due le novità che emergono dal dibattimento. La prima riguarda la famiglia della vittima che avrebbe ritirato la costituzione di parte civile. Il motivo? Le sarebbero stati accreditati centomila euro come risarcimento. Il problema è che non è ancora chiaro chi li abbia versati.

    Il silenzio

    La seconda novità riguarda la diocesi milanese. Dalle carte raccolte dagli investigatori e consegnate ai giudici, emergerebbe il coinvolgimento di Mario Del Pini e Pierantonio Tremolada, arcivescovi di Milano e di Brescia. Secondo l’accusa, entrambi sapevano quel che combinava Mauro Galli ma tutti e due prima hanno taciuto, poi hanno permesso che il prete pedofilo continuasse la sua attività a contatto con i bambini.

    Invito a…

    La vicenda ha inizio del 2011. Un quindicenne conosce don Mauro Galli e, qualche settimana dopo, il prete lo avrebbe convinto a dormire con lui nel letto matrimoniale di una casa di proprietà della chiesa di Sant’Ambrogio a Rozzano dove don Galli abitava. La violenza sarebbe avvenuta a conclusione di una giornata di studio e di preghiera. Già il giorno dopo, a scuola, gli insegnanti del ragazzo si accorgono che c’è qualcosa che non va e allertano la sua famiglia.

    Gestire l’emergenza

    I genitori indagano, il figlio sconvolto racconta. Il problema è che, invece che dai carabinieri a denunciare la violenza, vanno dal parroco. È l’antivigilia di Natale. A Rozzano arriva Del Pini, arcivescovo vicario di Milano, che deve gestire l’emergenza. Don Galli confessa all’alto prelato di avere invitato il ragazzino a dormire, che si erano coricati insieme, ma di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse dal suo letto.

    L’amara scoperta

    Il prete viene trasferito immediatamente con la promessa fatta ai genitori del ragazzo che sarebbe stato tenuto lontano da altre potenziali vittime. Il guaio è che qualche mese dopo, la stessa famiglia scopre che Don Galli è stato incaricato di presiedere un’altra parrocchia, a Legnano. Il suo ruolo? Responsabile della pastorale giovanile!!!! Padre e madre chiedono allora udienza al cardinale Scola che li rimbalza ai suoi più stretti collaboratori, Tremolada e Del Pini.

    La denuncia

    Scottata dai precedenti, i due registrano entrambi gli incontri. Dai quali emerge il gioco dello scaricabarile dell’uno e dell’altro prelato, assieme a tentativi maldestri di giustificare o difendere don Galli. Vista l’inerzia dei religiosi, parte la denuncia e, alla prima udienza del processo, i legali della presunta vittima tirano in ballo la Diocesi e l’accusano di “omessa vigilanza” depositando le registrazioni degli incontri con i due arcivescovi.

    Il comunicato

    In un comunicato, la Diocesi si discolpa e sottolinea di aver “gestito il caso con scrupolo e coscienza, provvedendo cautelativamente a sollevare don Mauro Galli dal ministero e a trasferirlo a Roma per completare i suoi studi. Il trasferimento è avvenuto diversi mesi prima che fosse presentata la denuncia querela da parte del legale del giovane, intervenuta solo nel luglio 2014. Tutto questo in attesa che la giustizia faccia luce con il processo penale”. Intanto, prima che luce sia fatta, qualcuno avrebbe versato 100mila euro per far ritirare la costituzione di parte civile.

  • Vaticano e pedofilia: spunta il nome dell’arcivescovo Delpini, sapeva degli abusi del prete

    Vaticano e pedofilia: spunta il nome dell’arcivescovo Delpini, sapeva degli abusi del prete

    Spuntano i nomi dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini e Pierantonio Tremolada, arcivescovo di Brescia nella storiaccia di abusi sessuali avvenuta a Rozzano, nel milanese nel 2011. Nel corso del processo, riporta il Giornale,al prete accusato di violenza sessuale, è emerso che entrambi sapevano e hanno taciuto permettendo così al sacerdote pedofilo di continuare ad avere a che fare con i bambini  prima a Legnano, poi come cappellano di un ospedale milanese. In evidente violazione delle direttive del Vaticano contro i reati sessuali nelle parrocchie. Eppure è stato proprio Bergoglio a designarlo pochi mesi fa.

    I fatti – Le violenze sessuali sono avvenute nell’abitazione privata del giovane prete che chiede e ottiene dalla famiglia il permesso di ospitarlo dopo una giornata di studi e preghiera. Il sacerdote se lo porta a letto, lo abbraccia, lo tocca. Il ragazzino è sotto choc. A scuola gli insegnanti allarmati avvertono i genitori e lui racconta tutto. Loro vanno dal prete prima che dai carabinieri. I fatti sono del 22 dicembre. Due giorni dopo nella parrocchia di Rozzano si precipita Delpini, allora arcivescovo vicario di Milano, il vice del cardinale Angelo Scola. E’ lui a raccogliere le prime ammissioni del prete, che conferma di avere invitato il ragazzino a dormire nel suo stesso letto, e di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse.

    Le registrazioni – Il prete viene spostato d’urgenza e i genitori vengono rassicurati sul fatto che sarà curato e isolato in modo che non faccia altre vittime. Nei mesi successivi però la famiglia scopre che il pedofilo è stato solo spostato in un’altra parrocchia, come responsabile della pastorale giovanile. Quindi si rivolgono a Scola che prima dà la colpa a Dionigi Tettamanzi, poi li manda da Tremolada e Delpini. Registrano entrambi gli incontri. Ora sono agli atti del processo. Tremolada difende il prete: “io non posso dire che don Mauro è un pedofilo lo dovremmo aiutare, sicuramente, ma da qui a dire che sicuramente così e che dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità”. Delpini ammette di essere stato lui a mandare don Mauro nella parrocchia di Legnano ma dice di essere stato male informato. In ogni caso non lo denuncia per pedofilia né in Vaticano né alla magistratura italiana. Ora la famiglia ha ritirato la costituzione di parte civile dietro il versamento di centomila euro. Non si sa chi li abbia versati.

  • Nelle intercettazioni sul prete pedofilo spunta il nome di Delpini

    Nelle intercettazioni sul prete pedofilo spunta il nome di Delpini

    È una brutta storia di abusi sessuali, una delle tante che purtroppo hanno per protagonista un prete: questa avviene a Rozzano, alle porte di Milano, nel 2011, e viene alla luce molto tempo dopo.

    Ma nel processo in corso al sacerdote accusato di violenza sessuale, fa irruzione una novità che getta una luce ancora più pesante sull’intera vicenda. Nelle carte acquisite dal tribunale nel corso dell’ultima udienza compaiono i nomi di due uomini che siedono a livelli altissimi nella Chiesa: sono Mario Del Pini e Pierantonio Tremolada, arcivescovi di Milano e di Brescia.

    Entrambi sapevano, entrambi hanno taciuto, entrambi hanno permesso che il prete pedofilo restasse a contatto con i bambini: prima a Legnano, poi come cappellano di un ospedale milanese. Una violazione palese delle direttive emanate dal Vaticano per fronteggiare l’emergenza dei reati sessuali nelle parrocchie. Eppure proprio papa Bergoglio ha designato Del Pini alla nuova carica, pochi mesi fa.

    La violenza avviene nella abitazione privata del giovane sacerdote, che chiede e ottiene alla famiglia di un ragazzino di ospitarlo al termine di una giornata di studio e di preghiera. E il prete se lo porta a letto. Lo tocca, lo abbraccia. L’indomani, a scuola, è cos’ scioccato che gli insegnanti chiamano la famiglia. I genitori raccolgono le sconvolgenti ammissioni del figlio: sono bravi cattolici, invece che dai carabinieri vanno dal parroco. E qui inizia il loro lungo scontro con il muro di gomma della Curia milanese.

    Siamo a ridosso di Natale, l’episodio avviene il 22 dicembre. Due giorni dopo nella parrocchia di Rozzano si precipita Del Pini,allora arcivescovo vicario di Milano, il vice del cardinale Angelo Scola, inviato d’urgenza a gestire l’emergenza. E’ lui a raccogliere le prime ammissioni del prete, che conferma di avere invitato il ragazzino a dormire nel suo stesso letto, e di averlo abbracciato solo per evitare che cadesse. Il prete viene spostato d’urgenza, e alla famiglia viene garantito che verrà avviato un percorso di recupero e di cura, lontano dai contatti con altre potenziali vittime. Ma nei mesi successivi la famiglia scopre che il pedofilo è stato solo spostato in un’altra parrocchia, addirittura come responsabile della pastorale giovanile: A quel punto, indignati, si rivolgono direttamente al cardinale Scola. Il quale prima cerca di dare la colpa di tutto al suo predecessore, Dionigi Tettamanzi; poi manda a incontrare la famiglia i suoi collaboratori più fidati: prima Tremolada, poi Del Pini. La famiglia registra entrambi gli incontri. E sono queste registrazioni che finiscono agli atti del processo.

    Emerge che Tremolada difende apertamente il prete, io non posso dire che don Mauro è un pedofilo lo dovremmo aiutare, sicuramente, ma da qui a dire che sicuramente così e che dobbiamo toglierlo da ogni contatto con le persone, ecco qui c’è quello spazio di valutazione di cui noi ci assumiamo la responsabilità. Il prelato, insomma, rivendica il buon diritto della Curia di lasciare il prete in condizioni di nuocere. La famiglia, ovviamente, è insoddisfatta, insiste. E tre mesi dopo, a settembre 2012, ottiene di incontrare anche Mario Del Pini. Anche questo incontro viene registrato. Si scopre che Del Pini rivendica a se stesso la decisione di mandare don Mauro nella parrocchia di Legnano. Davanti alle proteste dei familiari, dice di essere stato male informato. Ma anche dopo l’incontro non denuncia il pedofilo né alla Chiesa né alla magistratura italiana.

    Nei giorni scorsi, la famiglia della vittima ha ritirato la costituzione di parte civile dietro il versamento di centomila euro. Non si sa chi li abbia versati.

    http://www.ilgiornale.it/news/politica/nelle-intercettazioni-sul-prete-pedofilo-spunta-nome-delpini-1474335.html?mobile_detect=false

  • MILANO – PROCESSO DON MAURO GALLI

    MILANO – PROCESSO DON MAURO GALLI

    Si è svolta ieri, 12 dicembre 2017, a Milano l’udienza del Processo penale che vede imputato don Mauro Galli, accusato di aver abusato di un ragazzino che, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni e frequentava l’oratorio.

    Sono stati sentiti in aula i familiari della presunta vittima che, su richiesta del Giudice Ambrogio Moccia, hanno dichiarato di aver rinunciato alla costituzione di parte civile nei confronti di don Mauro, della Diocesi di Milano e della Parrocchia di Rozzano, perché hanno accolto la proposta di accordo a loro presentata ancora prima dell’inizio del dibattimento.

    Nonostante la Diocesi e la Parrocchia avessero dichiarato tramite una nota ufficiale anche da noi riportata in un precedente articolo, di non sentirsi responsabili in quanto sostenevano di aver agito con scrupolo e coscienza, di fatto apprendiamo nel processo che è stato proposto ed accettato un risarcimento.

    Nel corso dell’udienza è stata valutata positivamente, dal Collegio Giudicante, l’ammissione di prove audio e trascrizioni delle stesse, presentate dal PM Lucia Minutella, relative ad incontri tra i familiari della presunta vittima e membri della Diocesi di Milano: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Tale documentazione proverebbe in modo inconfutabile che entrambi, già dal 2012, erano a conoscenza del presunto abuso.

    All’epoca di tali incontri mons. Pierantonio Tremolada (recentemente promosso Vescovo di Brescia) era Collaboratore per la Formazione permanente del Clero e Responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (ISMI: si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione); mentre mons. Mario Delpini (recentemente promosso Arcivescovo di Milano) era vicario di zona della Parrocchia in cui si sarebbero svolti i fatti e successivamente promosso Vicario Generale della Diocesi di Milano.

    Si apprende che entrambi i monsignori erano stati informati subito, nel dicembre 2011, dal Parroco Don Carlo Mantegazza e dal coadiutore Don Alberto Rivolta e, nonostante questa informazione, non solo non ha preso avvio nessuna indagine canonica, come invece sarebbe previsto dal documento specifico emanato dalla Cei, ma addirittura il sacerdote era stato prontamente spostato in un’altra Parrocchia a occuparsi ancora di pastorale giovanile: Legnano.  Dalla documentazione acquisita si apprende che tale decisione era stata presa da Mons. Mario Delpini, come da lui stesso affermato.

    Mons. Tremolada aveva più volte affermato che la scelta della destinazione di don Mauro Galli ancora con i minori era stata ben ponderata e oculata (scrupolosa e coscienziosa ndr), basata sul fatto che don Mauro era stato ascoltato direttamente da Mons. Delpini pochi giorni dopo l’accaduto e al quale don Mauro aveva per altro confessato di aver portato nel suo letto il minore, avevano pertanto predisposto un “accompagnamento” del sacerdote su più fronti: un colloquio settimanale con il padre spirituale, alcuni incontri con uno psicologo, un affidamento al Decano di Legnano al quale sarebbe stata spiegata la problematica del sacerdote.

    Queste “garanzie” avrebbero dunque permesso all’attuale Arcivescovo di Milano Mario Delpini (allora vicario generale) di predisporre la nuova destinazione del sacerdote, dopo questo scrupoloso percorso di accompagnamento di ben 24 giorni dal presunto abuso, in meno di un mese ancora in una situazione di contatto con i minori, responsabile della pastorale giovanile però non più di due oratori ma di ben quattro oratori.

    Analizzeremo bene tutta la copiosa documentazione prodotta dalla procura acquisendo l’intero fascicolo e continueremo a seguire con attenzione le successive udienze, dando già da ora appuntamento al prossimo 8 Marzo 2018 presso la quinta sezione penale del tribunale di Milano dove verranno ascoltati altri testimoni.

    La redazione

  • A giudizio don Angelo Blanchetti: “Violentò un bambino di 14 anni”

    A giudizio don Angelo Blanchetti: “Violentò un bambino di 14 anni”

    Darfo Boario (Brescia), 14 ottobre 2017 – Rinviato a giudizio per gli abusi sessuali che avrebbe commesso per quasi due anni su un ragazzino quattordicenne di origine straniera che con lui stava seguendo un percorso per arrivare preparato al battesimo.

    Si aprirà il prossimo 11 gennaio il processo nei confronti di don Angelo Blanchetti, l’ex parroco di Corna di Darfo, in Valcamonica, arrestato nel giugno di un anno fa dopo che il ragazzino ha deciso di confidare il segreto a un sacerdote milanese. Quest’ultimo lo ha convinto poi a raccontare tutto al sostituto procuratore di Brescia Ambrogio Cassiani, che ha chiesto e ottenuto l’arresto di don Blanchetti finito ai domiciliari. Sarebbe stata la Curia, almeno a quanto emerge da ambienti vicino alla Procura, a chiedere all’avvocato dell’ex parroco di non avanzare richiesta di riti alternativi al classico dibattimento. «Scegliere il rito abbreviato sarebbe una sorta di ammissione di colpa» avrebbero fatto sapere dalla Curia. Così da gennaio l’ex parroco di Corna di Darfo sarà in aula per un processo con il rito ordinario. «Non ho commesso il reato di cui sono stato accusato» ha ribadito ai magistrati il prete. Ora dovrà cercare di convincere anche un giudice. La vicenda era emersa nell’estate dell’anno scorso quando il ragazzino, dopo quasi due anni di abusi, subìti tra il gennaio 2015 e il maggio 2016, si era confidato con un sacerdote milanese.

    Il ragazzino  aveva raccontato della attenzioni del parroco di Darfo e degli abusi che avvenivano nella cucina dell’appartamento che don Bianchetti aveva a disposizione nella parrocchia di Corna di Darfo. «Se racconti a qualcuno quello che successe finirai all’inferno» la minaccia fatta dal sacerdote al quattordicenne per garantirsi il suo silenzio. Il ragazzino aveva raccontato particolari relativi all’abitazione del sacerdote che avevano ottenuto riscontro positivo nel corso della perquisizione domiciliare effettuata dai carabinieri. Il ragazzino aveva parlato ad esempio di oli lubrificanti usati dal don che effettivamente erano stati poi ritrovati nella casa. Il sacerdote, dopo un primo periodo ai domiciliari, era stato sottoposto alla misura dell’obbligo di dimora, che poi gli era stato revocato dopo che il religioso si era allontanato per alcuni acquisti. Subito dopo l’arresto del parroco un’altra persona aveva raccontato di essere stata abusata dal sacerdote molti anni prima (per questa vicenda la magistratura non potrà procedere perché dopo oltre 26 anni il reato è prescritto) quando don Blanchetti era viceparroco ad Artogne sempre in Valle Camonica.

    http://www.ilgiorno.it/brescia/cronaca/don-angelo-prete-pedofilo-1.3461896

  • Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    Pedofilia e Chiesa: verità insabbiate (parte 1)

    La versione più distorta della predicazione ha lo scopo di convincere le coscienze e non di stimolarle nel ragionamento critico. Le conquista imbambolandole e rendendole infantili, tramite azioni e gesti plateali capaci di raccogliere consensi. È questa la ragione del drastico rifiuto della concessione della grazia da parte di Papa Bergoglio nei confronti dei cosiddetti ‘preti pedofili’. Ma è proprio il caso di dire che stavolta il buco è troppo grosso per una toppa improvvisata come questa: non basta negare il perdono – contraddicendo tra l’altro i precetti fondamentali della religione cristiana – per sistemare decenni e decenni di insabbiamenti. Non si cancellano anni di omissioni e complicità riprovevoli semplicemente dando le spalle ai pesci che non sanno nuotare da soli. Gli intrighi ecclesiastici con i reati di pedofilia vantano rapporti consolidati e saldi. È infatti dai primi anni 2000 che vengono alla luce i tasselli di questa tragica storia, soprattutto grazie alla grande inchiesta avviata a Boston dal quotidiano The Boston Globe, che ha coinvolto nomi molto importanti. Da John J. Geoghan, un prete condannato a dieci anni di carcere per aver abusato di un bambino, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Francis Law, accusato di aver permesso a diversi preti – già accusati di violenze su minori – di continuare ad operare in parrocchie non informate dei fatti. Il 13 dicembre 2002 quest’ultimo, prima di rassegnare le sue dimissioni a Giovanni Paolo II, è costretto a fornire all’autorità giudiziaria 90 nomi di sacerdoti responsabili di molestie a danno di minori. L’inchiesta riesce a svelare denunce e condanne per reati di pedofilia insabbiati: nella sola Boston vengono accusati 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti. Nel 2002, la conferenza episcopale statunitense commissiona uno studio sul fenomeno, ormai accertato, al John Jay College of Criminal Justice di New York, il quale dopo circa due anni conferma le 6.700 accuse contro circa 4.392 sacerdoti e diaconi in carica negli Stati Uniti fra il 1950 e il 2002, cioè circa il 4% del totale dei sacerdoti. Dei 4.392 accusati, soltanto poco più di 100 sono stati condannati a pene detentive. Nel biennio 2009-2010 invece è la volta delle ‘magagne’ europee, fra queste anche l’Italia. Uno dei casi più estesi e complessi è quello irlandese, raccontato anche in un documentario della BBC, Sex crimes and the Vatican, che racconta i casi di 100 bambine e bambini abusati da 26 sacerdoti irlandesi. Proprio questi, sempre secondo il servizio della BBC, sarebbero stati coperti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede. Lo stesso che poi l’8 febbraio 2010, durante l’assemblea plenaria per la famiglia, condanna tutti quei comportamenti inconciliabili con la tutela dei diritti e della dignità dei minori. Dopo circa nove anni di indagini, l’inchiesta sul caso irlandese lascia a dir poco sbigottiti perché arriva a coinvolgere migliaia di bambini e adolescenti (le testimonianze di violenze sarebbero circa 2.500, avvenute fra gli anni ‘40 e ‘80), abusati nelle scuole, negli orfanotrofi e nei riformatori gestiti dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Cifre ridimensionate dalla dichiarazione dell’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, durante un intervento al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, che riduce il fenomeno ad un’incidenza compresa fra l’1,5% e il 5%. A rimanere un dato certo è però l’autonomia della magistratura ecclesiastica e dunque la ritrosia a rendere pubbliche e note denunce e vicende che richiederebbero un’indispensabile partecipazione collettiva.

    I casi italiani più noti

    La storia degli abusi in Italia è costellata davicende raccapriccianti. A partire dal processo avvenuto presso il Tribunale di Roma, nei confronti di don Ruggero Conti, parroco della parrocchia di Selva Candida a Roma, accusatoper l’abuso di 7 minori dal 2001 al 2008, anno in cui viene arrestato e condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione. Fino al caso Bertagna, riguardante l’omonimo don Pierangelo Bertagna, ex abate dell’abbazia di Farneta, in provincia di Arezzo, che viene arrestato l’11 luglio 2005, in seguito alla denuncia di un bambino tredicenne.Confessa abusi avvenuti a partire dal 1988,inizialmente nelle sue zone di origine, la Lombardia e il Bresciano – quando ancora non era entrato in seminario – ai danni di 38 bambini fra gli otto e i quindici anni. Bertagna confessa che padre Vittorio Cappelletto, capo dell’associazione dei Ricostruttori della preghiera, e anche alcuni altri membri dell’associazione stessa ne erano a conoscenza. È stato condannato a 8 anni di carcere nel giugno 2007, soltanto per 16 dei 38 abusi confessati.

    Altro caso è quello dell’ex seminarista Marco Marchese, che ha denunciato gli abusi subiti da parte di don Bruno Puleo, il quale ha poi patteggiato dichiarandosi colpevole. Marchese ha chiesto un risarcimento di 65.000 euro alla Curia di Agrigento, ma il vescovo, Carmelo Ferraro, ha risposto con una richiesta di 200.000 euro per danni di immagine alla Chiesa. Va da sé che lacondanna stabilita da parte delle istituzioni ecclesiastiche per Puleo è consistita nel solo trasferimento in un’altra località, anche qui in seguito accusato di ulteriori abusi sessuali nei confronti di minorenni.

    E ancora, il sacerdote don Mauro Inzoli, ex dirigente del movimento cattolico di Comunione e Liberazione ed ex presidente del Banco Alimentare, condannato il 29 giugno 2016 a 4 anni e 9 mesi di carcere, con l’accusa di violenze su minori, aggravate dall’abuso di autorità. È stato possibile condannarlo per 8 abusi, commessi fra il 2004 e il 2008, mentre gli altri 12 casi, che lo vedevano protagonista di ulteriori vessazioni, sono caduti in prescrizione. Gli abusi avvenivano nell’oratorio, nello studio del prete e nelle località di vacanza dove i gruppi di preghiera si riunivano.

    Il 2009 è anche l’anno dello squallore sconcertante dell’Istituto Provolo di Verona, teatro delle peggiori violenze e vessazioni fisiche e psicologiche. Le accuse sono state sottoscritte da 67persone, ormai di un’età compresa fra i 50 e i 70 anni, e allora bambini e bambine sordomuti chevivevano nell’Istituto. Hanno denunciato abusi protratti per circa trent’anni, fino al 1984. Le vittime e i testimoni dell’accusa, non potranno più avere neanche quella insulsa parvenza di giustizia accordata nei casi precedenti, perché i reati sono caduti in prescrizione. I religiosi accusati sono 25, mentre il numero dei bambini abusati raggiunge circa il centinaio. Poco più di sessanta persone, il 20 novembre 2008, trovano il coraggio di scrivere una lettera a monsignor Gianpietro Mazzoni, vicario giudiziale, ovvero magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona, nella quale riportano i fatti accaduti. «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave). I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna». Inoltre aggiungono di essere stati oggetti di ulteriorivessazioni, botte e bastonate. Le violenze avvenivano addirittura sotto l’altare e nel confessionale o in gruppo sotto la doccia.

    I ritardi nelle condanne e la complicità subdola sono le cause principali dei numeri impressionanti delle vittime che si sono susseguite negli anni, ma non solo. La caduta in prescrizione e dunque l’impunità della gran parte dei reati è anch’essa frutto dell’omertà che circonda simili circostanze: le poche voci che hanno trovato la forza di raccontare le atrocità subite non state prese in considerazione o sono arrivate troppo tardi per vedere puniti i loro aguzzini. E questa è solo una piccola parte del perché la negazione della grazia è soltanto fumo negli occhi.

    http://www.2duerighe.com/attualita/93521-pedofilia-chiesa-verita-insabbiate-parte-1.html

  • Appello ex don Inzoli, pena  ridotta: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni E il Papa cita il caso di Crema

    Appello ex don Inzoli, pena ridotta: 4 anni, 7 mesi e 10 giorni E il Papa cita il caso di Crema

    4 anni, 7 mesi e 10 giorni invece di 4 anni e 9 mesi. I giudici della corte d’appello di Brescia, il presidente Enrico Fischetti e il giudice relatore Mariapaola Borio, hanno accolto la richiesta del pg Cristina Bertotti, e hanno ridotto la pena decisa in primo grado per l’ex don Mauro Inzoli, 67 anni, il carismatico capo di CL condannato il 29 giugno del 2016 dal gup di Cremona Letizia Platè per abusi sessuali su minori con l’aggravante dell’abuso di autorità. La riduzione della pena è dovuta all’intervenuta prescrizione di due episodi contestati all’imputato, ridotto il 20 maggio scorso con sentenza definitiva allo stato laicale da Papa Francesco. Il processo è stato celebrato con il rito abbreviato, che concede lo sconto di un terzo della pena.

    E proprio oggi, nel giorno della sentenza d’appello, Papa Francesco ha fatto un pesante affondo contro la pedofilia. Davanti alla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha detto: “Non concederò mai la grazia ai colpevoli di abuso. Per queste persone, se ci sono le prove, la pena è definitiva”. Il Papa ha anche parlato del caso di Crema. Le frasi da lui pronunciate sono riportate sul sito Avvenire.it. “In un solo caso, in quasi cinque anni”, ha detto Bergoglio, “c’erano due sentenze su un sacerdote della diocesi di Crema: la sentenza del vescovo era buona, toglieva tutti i ministeri, ma non lo stato clericale. Io ero nuovo, non capivo bene queste cose e davanti alle due ho scelto la più benevola”. “Ma dopo due anni lui è ricaduto”, ha concluso il Papa. “In realtà”, hanno spiegato i legali della difesa, gli avvocati Nerio Diodà e Corrado Limentani, “il nostro assistito non ha commesso alcun fatto nuovo. C’e’ stato un equivoco, o il Papa è stato informato male”. L’iter è stato questo, come hanno specificato gli avvocati: Nel marzo scorso la curia di Crema aveva incaricato l’avvocato Antonino Andronico, del foro di Bergamo, di chiedere copia della sentenza di primo grado. La sentenza era poi stata inviata al vescovo che a sua volta l’aveva inoltrata in Vaticano alla Congregazione per la dottrina della fede. In seguito don Inzoli era stato spretato. “In quell’occasione”, hanno detto i due legali, “il nostro cliente aveva scritto una memoria in cui specificava che i casi trattati nella sentenza di primo grado erano quelli riferiti agli anni addietro, quindi nessun nuovo episodio”.

    Inzoli doveva rispondere di otto casi di violenza sessuale commessi sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove CL portava i minori durante le vacanze estive. I fatti sarebbero accaduti tra il 2004 e il 2008. Tra le persone offese, un ragazzino all’epoca di soli 12 anni e un altro di 13. Sono gli episodi più gravi in quanto commessi ai danni di minori di 14 anni. Le altre vittime avevano tra i 14 e i 16 anni. Nel conteggio della pena è stato tenuto conto anche del risarcimento alle due parti civili e ad altre tre parti offese. A ciascuno dei cinque minori, in primo grado l’ex religioso aveva riconosciuto una somma di 25mila euro.

    La difesa, da parte sua, oltre alle prescrizioni, ha sostenuto anche la linea del ‘Ne bis in idem’, e cioè il principio secondo il quale non si può essere condannati due volte per gli stessi fatti. In questo caso, essendo l’ex don Inzoli già stato condannato in sede ecclesiastica per gli stessi fatti, non avrebbe potuto essere di nuovo condannato in sede di giustizia ordinaria. Questo motivo d’appello, non accolto dalla corte, i legali lo ripresenteranno anche nel ricorso in Cassazione.

    La motivazione della sentenza d’appello sarà depositata entro 60 giorni.

    Sara Pizzorni

    https://www.cremonaoggi.it/2017/09/21/appello-ex-don-inzoli-pena-ridotta-4-anni-7-mesi-10-giorni-papa-cita-caso-crema/