Violenze sessuali su minori che gli erano stati affidati per le attività parrocchiali. I carabinieri di Verolanuova, in provincia di Brescia, hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare del gip di Brescia che ha disposto gli arresti domiciliari per un 48enne ritenuto presunto responsabile di violenze sessuali aggravate.
Le indagini dei carabinieri di Borgo San Giacomo e del Norm di Verolanuova hanno accertato che il 48enne, curato e parroco di due comuni della provincia bresciana, dal 2011 al 2013 e nel 2024 avrebbe violentato alcuni minori che svolgevano attività parrocchiali. ciro panigara
Il parroco della chiesa di San Paolo, comune che si trova in provincia di Brescia, si è dimesso dopo il racconto di presunte attenzioni su un ragazzino della comunità. L’adolescente avrebbe confidato quanto subito a un’educatrice. Sul caso stanno facendo approfondimenti anche le forze dell’ordine.
A darne notizia è stato il quotidiano Il Giornale di Brescia che avrebbe spiegato come l’educatrice, dopo aver parlato con il ragazzino, avrebbe coinvolto altre due persone. I tre avrebbero poi parlato con il parroco che, dopo un confronto con il vescovo Pierantonio Tremolada, il 3 gennaio avrebbe rimesso il mandato. “Sono purtroppo emerse situazioni e criticità che consigliano di interrompere immediatamente la sua esperienza nelle vostre comunità parrocchiali”, ha scritto monsignor Tremolada in una lettera indirizzata ai fedeli che è stata letta durante le funzioni di sabato e domenica.
“Lo smarrimento che questa decisione provoca in tutti voi fedeli è comprensibile”, ha scritto ancora. Nel frattempo la Procura ha aperto un’inchiesta – per il momento senza indagati – sull’addio del sacerdote. I carabinieri stanno raccogliendo informazioni sul caso. Per il momento sembrerebbe che la famiglia del ragazzino non abbia ancora sporto denuncia. Non è escluso però che l’adolescente venga ascoltato dagli inquirenti e probabilmente in audizione protetta e con uno psicologo presente. Nelle prossime ore potrebbero quindi esserci aggiornamenti sulla vicenda. ciro panigara
I fedeli di San Paolo, comune di oltre quattro mila abitanti in provincia di Brescia, hanno appreso la notizia durante la messa di domenica 5 gennaio. Dall’altare è stata resa pubblica una lettera del vescovo Pierantonio Tremolada che spiegava le dimissioni del parroco del paese, a tre mesi dal suo insediamento, «perché – queste le parole – sono emerse situazioni ed elementi di criticità che consigliano di interrompere immediatamente l’esperienza nella comunità parrocchiale. Il bene delle persone va sempre rigorosamente salvaguardato e il parroco ha rimesso il mandato per proseguire con più libertà il suo cammino personale».
La criticità emersa, in una vicenda che è tuttavia molto delicata e ha ancora diversi punti da chiarire, ha a che fare con il racconto di un ragazzino della parrocchia, il quale a fine anno – come riporta il Giornale di Brescia – ha riferito a una educatrice di presunte attenzioni particolari ricevute dall’ormai ex parroco del paese. La famiglia del ragazzo (per ora) non ha sporto denuncia, ma la questione è stata portata direttamente al sacerdote che si è dimesso immediatamente dopo che le voci, peraltro, si erano diffuse a macchia d’olio in tutto il comune.
Il vescovo ha così preso in mano la situazione, si è confrontato con il diretto interessato e ha parlato a cuore aperto agli abitanti: «Lo smarrimento che questa decisione provoca in tutti voi fedeli è comprensibile». Monsignor Pierantonio Lanzoni, in attesa della nomina del nuovo parroco, amministrerà intanto le parrocchie dell’unità pastorale.
Ha patteggiato 1 anno e 8 mesi (pena sospesa) e risarcito la transessuale che l’aveva denunciato per violenza sessuale (erano palpeggiamenti, diceva lui), il parroco che, al tempo dei fatti contestati era residente a Desenzano (Brescia) ed era finito nel registro degli indagati per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, minacce e violenza sessuale.
La vicenda
Una «calda» estate, quella del 2023, che aveva visto protagonista il religioso quando un ragazzo sudamericano lo aveva denunciato ai carabinieri di Desenzano raccontando che il parroco, conosciuto nel 2020 su una app di incontri, lo aveva minacciato davanti alla sua richiesta di saldare il pagamento per alcune prestazioni sessuali concordate.
Solo qualche giorno dopo, nella notte tra l’1 e il 2 agosto, il sacerdote era tornato a fare parlare di sé quando una transessuale era fuggita dalla sua abitazione gettandosi letteralmente dalla finestra. In quel caso erano intervenuti gli agenti del commissariato di Desenzano che una volta entrati in casa avevano scovato alcuni grammi di cocaina. Poche ore dopo la transessuale lo aveva denunciato per violenza sessuale. Il sacerdote, sessantenne, che la Diocesi di Verona aveva sospeso da qualche tempo, aveva raccontato al magistrato degli incontri a pagamento e dello stupefacente trovato nella sua abitazione gardesana rigettando però l’accusa di avere molestato (si tratterebbe di «palpeggiamenti» non voluti) la transessuale. Il parroco, che in estate la Diocesi di Verona aveva «spostato» per qualche tempo a Roma e che per problemi di salute era anche stato ricoverato in ospedale, aveva fatto «perdere» le proprie tracce. Tornato sul Garda aveva poi deciso di farsi sentire in procura.
Il patteggiamento
Il religioso, che nel frattempo è tornato a vivere sul Garda, non celebra più. Nella mattinata di oggi, 20 settembre, ha patteggiato un anno e otto mesi con la sospensione della pena.
«Ho deciso di raccontare la mia storia per smuovere le coscienze». Nello sguardo di Robert, nonostante sia trascorso del tempo, c’è tutta la sofferenza di quello che ha vissuto.
Cinquantenne libanese, residente da molti anni a Desenzano del Garda, lavora nel campo aeronautico. Oggi ha rimesso insieme la sua vita. C’è riuscito e non era scontato, dopo quello che avrebbe subito tra le mura di una congregazione religiosa di Verona. Quella di Robert El Asmar è la storia di un ragazzo (all’epoca aveva appena compiuto diciotto anni) e delle violenze che gli avrebbe causato un prete. A distanza di oltre vent’anni, il cittadino di Desenzano ha scelto di raccontare quanto accaduto. Lo ha fatto in un libro, «Beirut Verona, solo andata» edito da Rossini.
«La storia è rimasta sepolta per anni — dice il cinquantenne — ma adesso ho deciso di renderla pubblica».
Robert ha avuto la sfortuna di passare da una tragedia ad un’altra. Fuggito dall’orrore della guerra in Libano, Paese dove ancora oggi vivono i suoi familiari, è riuscito ad arrivare Libano Robert fuggì dalla guerra grazie a una borsa di studio in Italia dopo «aver vinto una borsa di studio per studiare a Verona».
Testimone di indicibili orrori in Libano, il giovane è fuggito dal conflitto in Libano, dal caos di Beirut e dalle rappresaglie dei guerriglieri grazie a una borsa di studio per stranieri che lo ha portato in Veneto. Qui, il cinquantenne di Desenzano, ha trovato accoglienza in una comunità religiosa.
«I preti — racconta Robert — sono stati subito cordiali e accoglienti. In particolar modo il quarantenne padre Nicola (nome di fantasia, ndr), il padre superiore, che è diventato mio amico, mi ha affiancato negli studi, mi ha sostenuto e mi ha fatto visitare alcune città italiane come Mantova e Venezia».
Ma da quel momento il rapporto tra i due è cambiato e purtroppo non in meglio.
Quando il parroco ha detto a Robert di «amarlo» è iniziato un vero e proprio incubo per il ragazzo che oggi vive lungo la sponda bresciana del Garda.
Sono iniziati gli abusi sessuali, ripetuti, sul diciottenne. Ma non solo, visto che il prete, con il silenzio e il benestare di altre persone, tra le quali una suora laica, ha deciso di drogare Robert. «Con una siringa, per diverso tempo, mi hanno iniettato un mix di droghe e psicofarmaci», ricorda il cinquantenne libanese.
Alle quali si sarebbero aggiunte anche delle minacce, come ricordato dalla vittima degli abusi: «Sai bene che la tua permanenza in Italia dipende da me. Sai bene che contatti ho e dove posso arrivare. Squattrinato come sei, hai pensato che fine farai? Non farmi diventare cattivo, ti prego», sarebbero le parole pronunciate dal prete di origini piemontesi.
Dopo, aggiunge Robert, «si è alzato un muro di omertà». Compreso quello della suora laica, «che sosteneva che ci fosse un demone dentro me che mi aveva reso omosessuale e aveva portato alla perdizione padre Nicola».
Un racconto che potrebbe essere la trama di una miniserie su Netflix e che rappresenta la cruda realtà. Poi Robert, considerando le droghe e gli psicofarmaci ingeriti, ha avuto gravi problemi di salute. «Da quel momento è iniziata ad emergere la verità, ma don Nicola è rimasto impunito. Dopo essere stato trasferito in Suda merica, credo sia tornato. Ma non so che fine abbia fatto», spiega il cinquantenne.
«Una storia, quella che ho vissuto, che mi ha lasciato il segno. Una parte di me è morta — conclude — con quelle violenze e l’indifferenza che mi era stata creata intorno».
Ma la sua vittoria è stata quella di non lasciarsi andare, di riprendersi la vita e andare avanti, nonostante le cicatrici che gli abusi hanno lasciato nella sua anima.
-Francesco Zanardi – A Savona, la prima panchina in Italia contro gli abusi su minori e persone vulnerabili
Indubbiamente un grande pregio per la Città di Savona che ha visto nascere 13 anni fa nel piccolo capoluogo ligure quella che oggi è la più grande ed attiva organizzazione italiana a livello internazionale in tutela delle vittime di violenza sessuale da parte delle Confessioni religiose.
Associazione che nei decenni ha contribuito a dare vita ad altre importanti realtà, promotrici dell’iniziativa come ECA Global Justice Project.
Il Coordinamento Italy Church Too fondato nel 2022, promotore dell’iniziativa che raccoglie varie realtà sul territorio italiano.
Un tema importante quello veicolato dalla Panchina viola, come quello della violenza sulle donne, contro il bullismo e via dicendo. Temi che purtroppo la stessa cronaca documenta siano nei fatti poco sentiti, tanto da produrre ancora oggi troppe vittime anziché tanta prevenzione.
Spesso dimentichiamo che gli occhi e gli orecchi della Giustizia sono anche quelli della coscienza civile dei cittadini.
Un dato purtroppo indiscutibile e significativo, come il fatto che quella di Savona sia la prima iniziativa in Italia sul tema.
Questo probabilmente perché i bambini non si lamentano fino a quando non diventano adulti e comprendono, quanto le persone vulnerabili e, quindi forse nessuno aveva mai pensato a dare voce anche quei bambini e quelle persone vulnerabili.
Siamo quindi lieti di annunciare l’inaugurazione della prima panchina italiana sabato 24 alle ore 16 in piazza Giulio II dove insieme al Presidente della Rete Francesco Zanardi, il Consigliere Comunale Aureliano Pastorelli e le varie Istituzioni che risponderanno all’invito, daremo vita al primo impianto di questa bella iniziativa che parte dalla Liguria e che vede già le adesioni dei Comuni di Spotorno e Quiliano.
-Federica Tourn – Una vittima di Rupnik parla in conferenza stampa degli abusi subiti da don Marko Rupnik
«Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.
Le parole di Gloria Branciani sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.
«Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Gloria Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».
«Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».
Fonte: Domani
-Pierelisa Rizzo – Prete denunciato per violenza sessuale e spaccio
Il prete di Desenzano in provincia di Brescia accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse.
A segnalare il sacerdote è stato un trentunenne che vive a Desenzano ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali. La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi dopo essersi lanciata da una finestra è scappata per le strade di Desenzano stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa
L’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo avrebbe anche detto Esci da questo corpo A casa del sacerdote è stata trovata cocaina i residenti hanno deciso di allontanare il sessantacinquenne perché infastiditi dalle continue feste e serate.
Durante la perquisizione degli del commissariato di Desenzano è stata trovata cocaina per questo motivo nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio mentre per questa accusa ha parlato di debolezze per quella di violenza sessuale minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.
Nel frattempo in questi mesi la diocesi di Verona ha nominato il suo sostituto come Cappellano della fondazione San Angela Merici Onlus.
Fonte Fanpage
– Federico Tulli – Nessun prete è “padre” di nessuno
La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. Avendo parlato negli anni con centinaia di vittime e raccolto le loro testimonianze mi sento di dire che questa definizione della pedofilia elaborata dallo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli sia quella più precisa in assoluto.
L’effetto immediato della violenza sullo sviluppo psico fisico della vittima è devastante. È come se fosse un omicidio psichico che aggredisce e distrugge la vitalità e impedisce di realizzare la propria identità sessuale. Cioè una dimensione interiore specifica dell’essere umano.
È bene evidenziare che la vittima non è mai scelta a caso dal pedofilo. È un bambino solo, isolato, “ignorato” dai genitori oppure senza genitori. Prima della violenza fisica c’è quella psichica che consiste nel sostituirsi alle figure adulte di riferimento della vittima, nel carpire la sua fiducia.
Il pedofilo è una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato una volta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione.
Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”.
Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni.
«Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».
Il prete di Desenzano (Brescia) accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse. Alcuni residenti, stando a quanto riportato dal quotidiano Il Corriere della Sera, hanno affermato: “Per noi è un sospiro di sollievo, speriamo che il prossimo inquilino sia più discreto”. A segnalare il sacerdote è stato un 31enne, che vive a Desenzano. Ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali.
La donna che ha minacciato di lanciarsi da una finestra
La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi: dopo essersi lanciata da una finestra, è scappata per le strade di Desenzano. Stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa, l’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo. Avrebbe anche detto: “Esci da questo corpo”.
La cocaina trovata in casa del sacerdote
Quel giorno sono arrivate le forze dell’ordine. I residenti hanno deciso di allontanare il 65enne perché infastiditi dalle continue feste e serate. Durante la perquisizione degli agenti del Commissariato di Desenzano, è stata poi trovata cocaina. Per questo motivo, nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio. Mentre per questa accusa ha parlato di “debolezze”, per quelle di violenza sessuale e minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.
Nel frattempo, in questi mesi, la Diocesi di Verona ha nominato il suo sostituito come cappellano della Fondazione “S. Angela Merici” onlus.
Ieri, nel giorno del suo compleanno e davanti alla diocesi di Brescia, la protesta non violenta di un sopravvissuto, oggi adulto e padre di famiglia.
Secondo il racconto l’uomo si era rivolto alla curia nel 2020 per raccontare gli abusi infantili subiti a Vicenza, in un’altra diocesi. Tuttavia essendo residente a Brescia, aveva chiesto li come era possibile procedere ottenendo la disponibilità della curia (peraltro prevista dal Motu proprio) a gestire la vicenda.
Disponibilità poi a quanto pare venuta meno.
Da qui le proteste dell’uomo che già a natale aveva manifestato davanti ai cancelli della diocesi.
Amareggiato spiega che il suo unico desiderio era quello di impedire che il sacerdote potesse commettere altri abusi, essendo ancora operativo, se pur ora incardinato in un’altra diocesi.
È lo Stato a finanziare i giornali della Chiesa cattolica. Quasi un media su due che ha come editore il Vaticano è pagato con denaro del contribuente. A sostenerlo è L’unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha pubblicato un dossier con l’elenco delle 55 testate e riviste di chiara matrice cattolica che ricevono migliaia di euro dallo Stato.
Su 72,3 milioni di euro, 55 beneficiari che hanno come editore diocesi o associazioni come Comunione e Liberazione o i Focolarini, incassano 25,9 milioni di euro, cioè il 35,84% del totale.
Sul podio della classifica – elaborata dallo Uaar sulla base dell’elenco pubblicato dallo Stato dei beneficiari del contributo saldato nel 2023 per le imprese editrici di quotidiani e periodici editi e diffusi in Italia – ci sono il settimanale Famiglia cristiana (6 milioni) della congregazione dei Paolini; il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (5,6 milioni) e Il cittadino (1.424.000 euro), una testata diocesana del Lodigiano e del sud di Milano.
Con cifre minori seguono i giornali La Guida (763.445,85 euro) della diocesi di Cuneo; L’eco del Chisone (715.508,85 euro) edito da una cooperativa culturale che fa capo al Vescovo di Pinerolo; Il Biellese (565.870,08 euro) di proprietà della Chiesa locale; Toscana oggi (418.803,32 euro) della diocesi di Arezzo.
Quanto ai movimenti che pubblicano le loro testate grazie ai soldi dei cittadini cattolici e non: Comunione e Liberazione riceve 408.370,33 euro per pubblicare Litterae communionistracce e il più noto Tempi (211.883,40 euro); la congregazione di Chiara Lubich edita Città nuova grazie a 361.005,88 euro che arrivano dallo Stato. Ci sono poi i soldi che vanno alle congregazioni: 332.335,31 euro per L’eco di San Gabriele dell’omonimo santuario a Teramo; 287.619,29 euro per La civiltà cattolica della Compagnia dei gesuiti e 158.929,04 euro per Il Regno dei Dehoniani.
“È la prima volta – spiega a ilfattoquotidiano.it il segretario dello Uaar, Roberto Grendene – che andiamo così in dettaglio in questa operazione. La presenza di organi di stampa controllati dalla Chiesa e finanziati dallo Stato è massiccia. C’è un iper finanziamento non certo in veste pluralista di Avvenire, dove la Cei già riceve l’otto per mille. Da notare, inoltre, che spesso i giornali pubblicati dalle diocesi hanno dei nomi non riconducibili al cattolicesimo, vedi ad esempio Il Cittadino o La voce del popolo di Brescia. Tra i 117 giornali e periodici che si dividono la fetta più grossa della torta dei contributi pubblici all’editoria, ben 55 (pari al 47,01%) sono testate e riviste di chiara matrice cattolica”.
Grendene parla di “doping religioso”: “È impressionante che a far man bassa di contributi pubblici sia per l’ennesima volta il mondo cattolico. Ben il 36% dei 72 milioni che in teoria dovrebbero essere destinati a sostenere il pluralismo dell’informazione vanno infatti a finire in tasca alla stampa controllata da diocesi, congregazioni religiose e gruppi ultra cattolici come Comunione e liberazione”.
Non solo. Federico Tulli, su Nessun dogma, la rivista dello Uaar, ha dedicato un approfondimento al tema: “Il quotidiano dei vescovi detiene un discutibile record: l’85% delle copie – cartacee e digitali – è costituito da copie gratis, iperscontate o acquistate da non specificati terzi (con tutta probabilità parrocchie: in un circolo vizioso per cui le vendite lievitano e con esse anche i fondi ricevuti). In pratica con i milioni dei contribuenti può permettersi di circolare gratuitamente o a prezzi di estremo favore, rappresentando così il giornale proporzionalmente meno scelto (rispetto ai fondi ricevuti) da chi vuole spendere qualcosa per leggersene uno”.
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Fanpage.it sulla comunità Shalom di Palazzolo sull’Oglio in provincia di Brescia gli esperti commentano i video sul metodo adoperato da Suor Rosalina Ravasio, la responsabile della struttura.
Secondo psichiatri, psicologi, dottori ed esperti di comunità il percorso terapeutico che viene mostrato sui video “non ha niente di terapeutico”. Gli esperti che hanno potuto analizzare i filmati mostrati nell’inchiesta contestano duramente le punizioni, le vessazioni e gli altri metodi adoperati dalla Shalom.