Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Buenos Aires

  • La reazione di Papa Francesco quando una giornalista le chiede del caso Grassi

    La reazione di Papa Francesco quando una giornalista le chiede del caso Grassi

    È stato puro caso. Lo stesso giorno nel quale la Giustizia argentina confermava la condanna a 15 anni del prete Julio Grassi per abuso sessuale e corruzione di minori, la televisione pubblica francese trasmetteva un programma di indagine sulla pedofilia nella Chiesa nel quale una giornalista ha domandato al Papa del caso.

    La cronista Elise Lucet di Cash Investigation si è recata in Vaticano e mentre il Sommo Pontefice salutava i fedeli in Piazza San Pietro, lo ha interpellato e gli ha chiesto se “avesse cercato di influenzare la giustizia argentina nel caso Grassi”.

    “Per niente”, ha risposto Papa Francesco che ha arricciato il naso, visibilmente sorpreso e infastidito dalla domanda.

    La giornalista si riferiva all’ indagine di 2.600 pagine avviata dalla Conferenza Episcopale, allora diretta dal cardinale Bergoglio, al giurista Marcelo Sancinetti per difendere Grassi (I quattro libri “Studi sul caso Grassi”). L’equipe di France 2 ha precisato che, prima del viaggio, le sue richieste di intervista con il Sommo pontefice sono rimaste senza risposta per 8 mesi.

    Nella sua pagina web, il canale France 2 ribadisce che si tratta di un caso “sensibile” nel nostro paese e sostiene che quando era arcivescovo di Buenos Aires, il Papa “avrebbe cercato di far passare per innocente un prete. Si tratta di padre Julio Grassi, il maggior scandalo di pedofilia nella Chiesa argentina”.

    Nel programma sono state usate immagini d’archivio di TN.

    Accusano il Papa di “fare orecchie da mercante”

    Nel programma hanno anche sottolineato un passaggio del libro di interviste con Francesco “Sopra il Cielo e la Terra” che tratta del tema degli abusi e nel quale il Pontefice assicura che “non è mai successo nella sua diocesi”. Hanno anche accusato il Papa di “fare orecchie da mercante davanti al dolore delle vittime”.

    Un giornalista ha fatto un incontro con vittime e famigliari di vittime a Buenos Aires nel quale tutti hanno affermato che hanno cercato di parlare con l’allora arcivescovo Bergoglio ma che non li ha mai ricevuti.

    “A tutti i famosi del mondo apre la porta ma a noi non manda neanche una carta per dire “mi dispiace” “, ha dichiarato una donna. “Non mi aspetto più niente da lui, già non credo in lui”, ha affermato un’altra.

    “Ho sofferto molto la delusione, mi ha fatto molto male che Bergoglio non faccia niente. A me dicevano di scrivergli perchè mi avrebbe risposto e niente, è stata una delusione”, ha raccontato una terza donna tra le lacrime.

    Tradotto per la Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://m.tn.com.ar/internacional/la-reaccion-del-papa-francisco-cuando-una-periodista-le-pregunto-por-el-caso-grassi_780979

  • La Corte Suprema ha confermato la condanna di 15 anni di prigione contro il padre Grassi

    La Corte Suprema ha confermato la condanna di 15 anni di prigione contro il padre Grassi

    Il sacerdote è detenuto dal 2013 e si trova alloggiato nell’Unità Penitenziaria Nro. 41 di Campana

    La Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha confermato oggi la condanna a 15 anni di prigione al Padre Grassi per i delitti di “abuso sessuale aggravato” contro un minore d’età nella Fondazione Felices Los Niños (Felici I Bambini).

    La Giustizia ha respinto all’unanimità i ricorsi presentati nella causa che vede come imputato il sacerdote Julio César Grassi, convalidando quanto deciso dalla Suprema Corte della Provincia di Buenos Aires.

    In questo modo, è rimasta salda la sentenza dettata dal Tribunale Penale n°1 di Morón, Provincia di Buenos Aires, che ha condannato Grassi a 15 anni di prigione come autore recidivo dei delitti di abuso sessuale aggravato dall’essere un sacerdote incaricato dell’educazione e custodia del minore-vittima in reale conflitto tra loro.

    Il religioso era stato sentenziato nel 2009 a 15 anni di prigione per abuso sessuale aggravato contro un minore che, nel 2002, a 19 anni aveva raccontato in un programma di televisione come era stato abusato dal sacerdote quando aveva 15 anni e viveva nella Fondazione Felices los Niños, della quale Grassi era responsabile.

    Tuttavia, il Padre ha goduto della libertà condizionale fino a che è stato detenuto nel 2013 dopo che la sentenza veniva ratificata in tre istanze e dopo questa conferma, gli resterebbero più di dodici anni di prigione effettiva. Il sacerdote è attualmente alloggiato nell’Unità Penitenziaria Nro. 41 di Campana, Provincia di Buenos Aires.

    L’avvocato querelante, Juan Pablo Gallego, si è mostrato molto conforme con la sentenza ed ha incitato la Chiesa a prendere una decisione sul suo proseguimento nel ruolo di Padre. “Non ci sono più dubbi, non ci sono più complotti, non ci sono altri attacchi alle vittime. È un prete pedofilo e deve essere espulso dalla Chiesa”, ha indicato in alcune dichiarazioni a TN.

    http://www.lanacion.com.ar/1996782-la-corte-suprema-confirmo-la-condena-de-15-anos-de-prision-contra-el-padre-grassi

     

  • «Silenzi e falsità sul Provolo» riaperte le indagini a Verona Sotto esame video e denunce

    «Silenzi e falsità sul Provolo» riaperte le indagini a Verona Sotto esame video e denunce

    Scandalo abusi, al vaglio dei pm oltre cento pagine di esposto

    «Sugli abusi all’Istituto per sordomuti Provolo, troppi silenzi e mancate denunce».E poi «documenti contraffatti». Oltre a un video «con la testimonianza di 17 vittime e un elenco di nomi dei responsabili tra cui il veronese don Nicola Corradi», arrestato a fine 2016 in Argentina dov’è ora a domiciliari (in virtù dei suoi 82 anni) per pedofilia.

    C’è tutto questo nelle oltre cento pagine di esposto (allegati compresi) con cui la onlus «Rete l’Abuso» ha appena fatto ripartire le indagini a Verona sullo scandalo archiviato nel 2009 dai pm scaligeri per «l’intervenuta prescrizione dei fatti contestati».

    Otto anni fa, c’era al vaglio l’ipotesi di violenze ai danni degli allievi e si trattava di presunti abusi che le stesse vittime facevano risalire a numerosi anni prima. Adesso invece l’associazione presieduta da Francesco Zanardi chiama in causa la procura di Verona su «fatti datati dal 2009 in poi e ancora perseguibili dai magistrati». Nel faldone fatto pervenire dalla onlus ai pm scaligeri, tutto ruota attorno al recente arresto di don Nicola, già implicato nelle sospette violenze al Provolo di Verona e successivamente trasferito «per ragioni di opportunità dai vertici ecclesiastici» in altre due sedi dell’Istituto sudamericane, La Plata e Mendoza, dove è finito in cella per i presunti abusi sessuali denunciato da oltre una ventina di allievi locali. Di qui, da parte della Rete, la contestazione nell’esposto di «anni di silenzi e mancate denunce» perché, si sostiene nell’esposto, «sarebbe stato compito dei vertici dell’Istituto Provolo di Verona attuare tutte le iniziative necessarie ad impedire che questi potesse abusare di altri minori».

    In particolare, l’associazione fa riferimento al secondo comma dell’articolo 40 del codice penale secondo cui «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Un principio, questo, che «emerge anche dall’ordinanza del gip Fiorenza Giorgi del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012… dove si ravvisavano responsabilità omissive qualora chi detiene la responsabilità giuridica di un religioso fosse a conoscenza dei fatti delittuosi e non sia intervenuto per impedire che questo continuasse a reiterarli».

    Oltre alle ipotizzate omissioni, che a parere delle vittime «se non fossero avvenute avrebbero impedito che don Figura chiave Il veronese don Nicola Corradi, arrestato a fine 2016 in Argentina dov’è ora a domiciliari (in virtù dei suoi 82 anni) per pedofilia in due sedi argentine del Provolo Corradi reiterasse gli abusi anche in Sudamerica», le nuove indagini a Verona sono chiamate a far luce anche sulla presunta contraffazione documentale denunciata da un ex allievo della sede scaligera, Gianni Bisoli. Quest’ultimo, che si riserva a sua volta di presentare all’ex Mastino un’ulteriore denuncia, contesta la «presunta falsificazione dei documenti agli atti della Commissione Vaticana, accusa comprovata dal ritrovamento di una mia vecchia pagella».

    Un caso diventato internazionale, visto che il senatore Julio Jobos, presidente della Commissione Esteri di Buenos Aires, «ha sollecitato chiarimenti dal ministero per sapere in quali circostanze è arrivato dall’Italia don Corradi nonostante il suo passato». Interrogativo a cui, ora, le vittime attendono risposte anche dai pm di Verona. (nella foto)

    Il Corriere di Verona del 13-01-2017

  • Aquella carta a Bergoglio que denunciava el cura Nicola Corradi y otros 14 curas

    Aquella carta a Bergoglio que denunciava el cura Nicola Corradi y otros 14 curas

    Tres expedientes y decenas de documentos que demuestran – negro sobre blanco – lo que las autoridades eclesiásticas conocían de los curas acusados de abusos al Provolo de Verona, es lo que ha sido entregado hace pocos días en la Procuradoría de la República de Verona y que, en pocos días, también lo será en las manos de los dos Fiscales argentinos que estan investigando sobre el cura Nicola Corradi.

    Tres denuncias en las que se pide a la Autoridad Judicial que sean averiguadas y, eventualmente, identificadas una serie de hipótesis de delito entre las cuales la responsabilidad por omisión de las jerarquías eclesiásticas que, sin dudas, conocían desde el 2009 la peligrosidad de aquel cura.

    El primer antecedente en Italia se ha manifestado en el 2012 en Savona cuando el juez para las investigaciones preliminares Fiorenza Giorgi identificó las pesadas responsabilidades por omision de un obispo – Dante Lafranconi -, quien, a pesar de conocer las tendencias pedofilas de uno de sus curas, nada hizo para impedir que continuara abusando de otros menores.

    El principio jurídico que en Italia ha encasillado al monsenor lo encontramos en el segundo apartado del artículo 40 del codigo penal que establece: “no impedir un evento que se tenga la obligacion juridica de impedir, es equivalente a causarlo”.

    Este principio jurídico, con una fórmula diferente y todavía poco desarrollada, la encontramos en el artículo 108 del Codigo Penal argentino que, según nos confirma también el abogado Carlos Lombardi, desde algún tiempo la jurisprudencia argentina está discutiendo en las varias formas de aplicacion y que podría costar caro a los responsables jurídicos del Provolo argentino y de las diócesis de Mendoza y La Plata.

    Quizá Bergoglio, cuando fue arzobispo de Buenos Aires, fue también informado sobre el escándalo del  Instituto Provolo de Verona y quizá sí sabía de la peligrosidad del cura Corradi.

    Pero, una vez Papa, fue informado bien tres veces, y no sólo sobre el cura Corradi sino también sobre – por lo menos – otros 14 curas acusados de abusos por los ex alumnos del Provolo, pero quizo hacer finta y hoy la Santa Sede ahonda en un vergonzoso y ensordecedor silencio típico de la iglesia, quien vive todavía de puros chismes y declaraciones a medios de prensa, pero se olvida puntualmente el paso mas importante: los hechos.

    El 9 de mayo 2014, una de los noticieros de informaciones mas cotizados en Italia, “TGcom 24 Mediaset”, ha difundido un video producido por la Rete L’ABUSO que fue retomado por todos los medios nacionales italianos y por muchos otros en todo el mundo, dirigido precisamente al Papa Francisco.

    En aquel video entregado en la Secretaria del Estado del Vaticano, figuran 17 víctimas, entre ellas también algunos ex alumnos del Instituto Provolo de Verona y un listado de nombres, entre ellos el del cura Nicola Corradi.

    Pero nunca nadie contestó a aquellas víctimas y así el 20 de octubre de 2014, l’Asociacion Sordos Provolo de Verona, ha enviado una carta recomendada al obispo de Verona Giuseppe Zenti, a la Congregacion por la Doctrina de la Fe y al Papa Francisco. En aquella carta, negro sobre blanco, otra vez más aparece el nombre de Corradi y de otros 14 curas acusados de abusos, cuatro de estos escondidos en Argentina.

    La misma carta ha sido entregada, una vez más, el 28 de octubre 2015, esta vez directamente en las manos de Papa Francisco por una de las víctimas del Provolo, Giuseppe C. (ver foto).

    Escuchar hoy al Papa Francisco declarar que “La iglesia llora por el dolor provocado por los sacerdotes”, es ultrajante para las víctimas y hacia todos los que todavía confían en la iglesia.

    El material adjunto a las denuncias y enviado a las tres autoridades judiciales es completamente inédito y tiene gran importacia bajo el aspecto de la investigación porque permite a los investigadores reconstruir importantes pasajes de este enésimo escándalo.

    También es triste ver que, a pesar de la pronunciación que la Comisión ONU sobre los derechos de la infancia y de la adolescencia hizo al Vaticano en el 2014, la iglesia sigue protegiendo su imagen a cualquier costo, importándole un bledo las victimas y las asociaciones que las tutelan, con las cuales siempre ha rehusado cualquier forma de diálogo.

    El control de los curas pedófilos no puede más quedar en las manos de las jerarquías eclesiásticas y si el Papa Francisco quiere de verdad enfrentar seriamente el problema tiene una única manera: la de imponer a los obispos la obligacion de denunciar y confiar estos casos a la autoridad judicial de los países donde los crímenes son cometidos.

    Francesco Zanardi

  • Quella lettera consegnata nelle mani di Bergoglio che denunciava don Nicola Corradi e altri 14 preti

    Quella lettera consegnata nelle mani di Bergoglio che denunciava don Nicola Corradi e altri 14 preti

    Tre fascicoli e decine di documenti che dimostrano nero su bianco quello che le autorità ecclesiastiche sapevano dei preti accusati di molestie al Provolo di Verona, questo è quanto è stato depositato pochi giorni fa presso la Procura della Repubblica di Verona e che tra pochi giorni sarà anche nella disponibilità dei due PM argentini che stanno indagando su don Nicola Corradi.

    Tre denunce nelle quali si chiede all’Autorità Giudiziaria che vengano verificate ed eventualmente ravvisate una serie di ipotesi di reato tra cui le responsabilità omissive delle gerarchie ecclesiastiche che senza dubbio sapevano dal 2009 della pericolosità di quel prete.

    Il primo precedente in Italia si creò nel 2012 a Savona quando il giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi ravvisò le pesanti responsabilità omissive di un vescovo, Dante Lafranconi il quale pur sapendo delle tendenze pedofile di uno dei suoi sacerdoti nulla fece per impedire che questi continuasse ad abusare di altri minori.

    Il principio giuridico che in Italia incastrò il monsignore lo troviamo nel secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “non impedire un evento che sia ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

    Questo principio giuridico, anche se in una formula differente e ancora poco sviluppata, lo troviamo nell’articolo 108 del codice penale argentino che a quanto ci conferma anche l’avvocato Carlos Lombardi da un po’ di tempo la giurisprudenza argentina sta discutendo nelle varie forme di applicazione e che potrebbe costare caro ai responsabili giuridici del Provolo argentino e delle diocesi di Mendoza e La Plata.

    Chissà se Bergoglio quando era arcivescovo di Buenos Aires fu anche lui informato sullo scandalo dell’Istituto Provolo di Verona e chissà se sapeva della pericolosità di don Corradi.

    Ma diventato Papa fu informato, ben tre volte e non solo su don Corradi ma anche su almeno altri 14 preti accusati di abusi dagli ex allievi del Provolo, ma volle far finta di niente e oggi la Santa Sede sprofonda in un vergognoso e assordante silenzio tipico della chiesa che vive ancora di sole chiacchere e proclami a mezzo stampa ma si dimentica puntualmente il passo più importante, i fatti.

    Il 9 maggio 2014 una delle testate di informazione più quotate d’Italia “TGcom 24 Mediaset” divulgò un video prodotto dalla Rete L’ABUSO che fu ripreso da tutte le testate nazionali italiane e da molte altre in tutto il mondo, indirizzato proprio a Papa Francesco.

    In quel video recapitato alla Segreteria di Stato del Vaticano, 17 vittime tra cui anche alcuni ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona ed un elenco di nomi tra cui quello di don Nicola Corradi.

    Ma nessuno rispose mai a quelle vittime e così il 20 ottobre dello stesso anno l’Associazione Sordi Provolo di Verona inviò una lettera raccomandata al vescovo di Verona Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede e a Papa Francesco. In quella lettera nero su bianco ancora una volta il nome di Corradi e di altri 14 preti accusati di abusi, quattro di questi nascosti in Argentina.

    La stessa lettera fu consegnata ancora una volta, il 28 ottobre 2015, questa volta direttamente nelle mani di Papa Francesco da una delle vittime del Provolo, Giuseppe C. (foto a destra).

    Sentire oggi Papa Francesco dichiarare che “La chiesa piange per il dolore procurato dai sacerdoti” è oltraggioso, verso le vittime e verso tutti coloro che ancora si fidano della chiesa.

    Il materiale allegato alle denunce e inviato alle tre autorità giudiziarie è tutto inedito e assume una grande importanza sotto l’aspetto investigativo perché permette agli inquirenti di ricostruire importanti passaggi di questo ennesimo scandalo.

    E’ anche triste vedere che malgrado la pesantissima pronuncia che la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza fece nei confronti del Vaticano nel 2014, la chiesa continui a tutelare la sua immagine a qualunque costo fregandosene delle vittime e delle associazioni che le tutelano con le quali ha sempre rifiutato qualunque tipo di dialogo.

    La gestione dei preti pedofili non può più rimanere nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche e se Papa Francesco vuole davvero affrontare seriamente il problema ha un’unica via, quella di inserire per i vescovi l’obbligo della denuncia e affidare questi casi all’autorità giudiziaria dei paesi dove i crimini vengono commessi.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Argentina, la «casetta di Dio»  dove violentavano i bambini

    Argentina, la «casetta di Dio» dove violentavano i bambini

    Si allarga lo scandalo dell’Istituto cattolico Antonio Provolo e del sacedote Corradi. Cinque arresti. «Denunce anche in Italia ma la gerarchia contro di lui non fece nulla»

    di Sara Gandolfi

    Si riapre in Argentina lo scandalo della «casita de Dios». Era chiamata così la piccola cappella con il ritratto della Madonna, sul retro dell’istituto cattolico Antonio Provolo, nella provincia di Mendoza, su cui emergono, giorno dopo giorno, nuovi particolari da brivido. Le bambine e i bambini volevano urlare, disperati, cercando aiuto mentre i due preti cattolici abusavano di loro, ma nessuno poteva sentirli: in quella scuola erano tutti sordomuti e comunque l’edificio di calle Boedo a Luján de Cuyo era molto isolato. Eppure qualcuno si era accorto che qualcosa di strano avveniva là dentro, attraverso le fessure gli altri bambini guardavano i loro amichetti che venivano violentati, ripetutamente. Ma non potevano raccontarlo a nessuno.

    Le testimonianze fra Italia e Argentina
    Le testimonianze raccolte dal giudice inquirente Fabricio Sidoti sugli abusi compiuti tra il 2007 e il 2008 su bambini tra i 6 e i 12 anni sono di per sé agghiaccianti, ma la vicenda è ancor più inquietante perché secondo gli inquirenti — e le denunce delle vittime – il Vaticano conosceva le inclinazioni pedofile di almeno uno di quei preti criminali e non ha fatto nulla per fermarlo. Decine di studenti dell’Istituto Provolo di Verona, in Italia, erano stati abusati per anni e tra i loro aguzzini figurava uno dei religiosi arrestati in novembre in Argentina. «Il Vaticano sapeva almeno dal 2009, quando le vittime italiane raccontarono pubblicamente gli abusi subiti – ricorda l’agenzia Ap -. Nel 2014, scrissero direttamente a Papa Francesco accusando per nome 14 preti e religiosi laici dell’istituti, tra cui il reverendo Nicola Corradi». E’ lo stesso sacerdote, trasferito nelle sedi argentine del Provolo, denunciato ora da 24 ex studenti argentini. Assieme a lui, oggi 82 enne, sono finiti in novembre agli arresti il prete Horacio Corbacho, 56 anni, un ex allievo e due impiegati dell’istituto per «violenze sessuali aggravate e corruzione di minori».

    La commissione d’inchiesta

    Gli ex allievi dell’istituto veronese, che oggi hanno tra i 55 e i 65 anni, hanno convissuto per tutta la vita con il ricordo di quanto subito, fra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Ottanta. Finché, sette anni fa, dopo un tentativo di negoziato fallito con la diocesi di Verona, decisero di denunciare pubblicamente 12 preti e 3 laici. Il Vaticano istituì una commissioni di inchiesta che ha comminato a cinque sacerdoti la pena più lieve, l’ammonizione canonica. Su don Corradi, che nel frattempo si era trasferito in Argentina, nulla. Fino all’esplosione dello scandalo in Argentina. Per la stampa locale, il sacerdote sarebbe stato trasferito all’epoca dai superiori nel Paese sudamericano proprio per allontanarlo dalle voci che lo circondavano in Italia.

    Le lettere a Francesco

    Lo scandalo sfiora anche Papa Francesco che, tra il 1998 e il 2013, era vescovo di Buenos Aires e apparentemente ignorò le lettere inviata dalle vittime italiane. Soltanto lo scorso febbraio monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, ha confermato che il Vaticano ha ricevuto le due missive delle presunte vittime di Verona e di aver girato la loro proposta di una commissione indipendente d’inchiesta alla Conferenza episcopale italiana. «Dal Papa in giù…. tutta la gerarchia della Chiesa cattolica sapeva», ha detto all’Ap una delle vittime argentine, parlando con la lingua dei segni.

    Il giudice Sidoti

    A Luján le bambine e i bambini venivano sedati, con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto, e quindi violentati per via vaginale (le bambine) e rettale, costretti a sesso orale e «carezze» in ogni parte del corpo. Alcune testimonianze, riportate dall’Ap, sono talmente dure che preferiamo non riportarle: erano trattati come o addirittura peggio di bambole di gomma. Il giudice Sidoti è sicuro che altre vittime romperanno presto il muro del silenzio. Il Vaticano, per ora, ha rifiutato di commentare. Al contrario dei fatti di Verona, caduti in prescrizione, i presunti abusi in Argentina sono ancora perseguibili per legge e potrebbero portare a condanne fino a 50 anni di carcere.

    http://www.corriere.it/esteri/16_dicembre_23/argentina-casetta-dio-dove-violentavano-bambini-b424c3f0-c91b-11e6-bac6-8c33946b31a6.shtml

  • El Salvador, tre sacerdoti ridotti allo stato laicale

    El Salvador, tre sacerdoti ridotti allo stato laicale

    Dalla Santa Sede la condanna per abusi sessuali. Tra essi c’è Jesús Delgado, biografo e postulatore della causa di beatificazione di Romero.

    ALVER METALLI
    BUENOS AIRES
    La condanna è arrivata. Dura come la si prevedeva considerate le disposizioni generali del papa regnante. L’ha notificata agli accusati e all’opinione pubblica di El Salvador l’arcivescovo della capitale José Luis Escobar Alas senza tanti giri di parole: Jesús Delgado, Juan Francisco Gálvez e José Antonio Molina, tre sacerdoti del clero salvadoregno, “sono stati trovati colpevoli nei processi a loro carico e condannati alla dismissione dello stato clericale che equivale alla perdita totale e definitiva di tutte le prerogative sacerdotali”. Ergo, ma anche questo non è stato lasciato implicito, “non potranno più esercitare nessun incarico né funzione sacerdotale”.

    I primi ad essere informati della severa sentenza sono stati gli interessati, poi le loro vittime, infine, da domenica, l’intero popolo di Dio e la società del paese centroamericano che soprattutto nel caso di Jesús Delgado è rimasta sgomenta, trattandosi, quest’ultimo, di un rispettato e ben noto chierico, nientemeno che il segretario dell’oggi beato Romero, suo biografo numero uno e grande promotore del processo che ha portato sugli altari il vescovo martire. “E’ duro, ma questo ci farà maturare, ci farà crescere” ha commentato Escobar Alas. “La Chiesa agisce per il bene di tutti, in primo luogo per quello delle vittime, ma anche dei carnefici nel desiderio che si convertano”.

    Jesús Delgado fino al momento in cui si è saputo della denuncia a suo carico nel febbraio del 2015 era vicario generale dell’arcidiocesi di San Salvador, dunque ricopriva la terza carica gerarchica dopo l’arcivescovo Escobar Alas e il vescovo ausiliare Gregorio Rosa Chávez. Fu in prima fila il 30 ottobre del 2015 a Roma, quando una delegazione di vescovi, religiosi e laici salvadoregni si recò in Vaticano per ringraziare il Papa per la beatificazione di Romero avvenuta a maggio e perorare la causa di una pronta canonizzazione. La riduzione allo stato laicale “è una pena molto grave” ha chiarito Escobar Alas giacché “la chiesa non ha pene che prevedano il carcere, la più dura è questa ed è di carattere morale”.

    Un altro sacerdote salvadoregno molto conosciuto, Rafael Urrutia, cancelliere dell’arcivescovado, aveva rivelato nel febbraio 2015 che la denuncia contro Delgado era stata presentata da una donna di 42 anni alla “Segreteria per l’inclusione sociale” di San Salvador, una struttura di tutela dei diritti dei minori. “Non faremo mai il nome della donna e neppure divulgheremo il racconto che ci ha fatto, che è confidenziale” aggiunse Urrutia. “Perché ci sono altre vittime sicuramente e se i mezzi di comunicazione vogliono sapere della vittima… le altre vittime avranno paura di presentare una denuncia”.

    Ebbe inizio in quel momento una indagine che portò alla sospensione di Jesús Delgado “da tutte le funzioni sacerdotali, pastorali e amministrative” nel novembre 2015 dopo che lo stesso monsignore ammise di aver abusato di una bambina negli anni ’80. La relazione iniziò nel 1982, dunque due anni dopo l’assassinio di monsignor Romero. Per la legge salvadoregna il risvolto penale di un abuso commesso 34 anni fa è caduto in prescrizione. Per la Chiesa no. “La nostra arcidiocesi non occulterà nessun caso di abuso su minorenni” disse all’epoca Escobar Alas. “Al contrario, si schiererà sempre dalla parte della giustizia e della verità a difesa dei più piccoli”. E così è stato.

    Gli altri due sacerdoti prima sospesi dalle funzioni sacerdotali e adesso ridotti allo stato laicale sono un parroco, Juan Francisco Gálvez, denunciato da diverse vittime e il sacerdote José Antonio Molina implicato in due casi di abuso sessuale.

    http://www.lastampa.it/2016/12/19/vaticaninsider/ita/nel-mondo/el-salvador-tre-sacerdoti-ridotti-allo-stato-laicale-PMhprBLsXZGD2Q0Lj0fiDO/pagina.html

  • La rotta italo-argentina dei preti pedofili, tra coperture e silenzi delle gerarchie

    La rotta italo-argentina dei preti pedofili, tra coperture e silenzi delle gerarchie

    Giampaolo Petrucci

    38792 BUENOS AIRES-ADISTA. Sono ben 22 le denunce di violenza sessuale su minori piovute sulla testa di don Nicola Corradi (82 anni) e di p. Horacio Corbacho (55 anni), in manette dal 28 novembre scorso e finiti dietro le sbarre nel carcere argentino di Boulogne Sur Mer. Secondo le scioccanti testimonianze raccolte durante l’inchiesta che ha portato all’arresto, Corradi e Corbacho avrebbero abusato, insieme ad altri due collaboratori arrestati insieme a loro, di dodici studenti dell’Istituto Antonio Provolo per l’educazione dei sordomuti di Luján de Cuyo, località in provincia di Mendoza, tra il 2007 e il 2009.

    A rimbalzare sulle cronache da una parte all’altra dell’oceano è soprattutto la vicenda di don Corradi, che ha radici lontane e ammantate di malcelato mistero. Le diplomazie argentine si sono infatti mobilitate per chiarire le circostanze del trasferimento del prete italiano, scoprendo che Corradi era stato trasferito in Argentina negli anni ’90, dopo accuse simili di abusi perpetrati, tra il 1955 e il 1984, insieme ad altri 24 religiosi, su un centinaio di minori non udenti, affidati dalle famiglie povere del Nord-Est alle loro cure presso l’omonimo istituto “caritativo” veronese.

    Il “caso Provolo” era esploso in Italia nel 2009, in seguito ad un’inchiesta dell’Espresso, che si fece megafono delle vittime riunite dopo decenni nell’Associazione sordomuti Antonio Provolo per rompere finalmente il silenzio. I contenuti dell’inchiesta avevano portato alla luce un orrore davvero difficile da raccontare (v. Adista Notizie n. 13/09). All’indomani della pubblicazione dell’inchiesta, i membri della neonata associazione si dovettero scontrare contro il muro difensivo eretto dal vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti, e contro le sue dichiarazioni al vetriolo diffuse in conferenza stampa. «Ci vogliono prove concrete», accusava allora Zenti (Corriere del Veneto, 16 luglio 2010) e «non ipotesi che riportano fantasie aberranti». Il vescovo aveva poi palato di «montature e menzogne», definendo «casi psichiatrici» i sordomuti che avevano rilasciato testimonianze, e aveva poi accusato il presidente della Onlus Giorgio Dalla Bernardina di aver plagiato gli ex studenti del Provolo per vendicarsi di un contenzioso sulla gestione di alcune proprietà della Compagnia di Maria. Alle accuse di Zenti, Dalla Bernardina aveva replicato con una querela, poi ritirata in seguito ad un confronto tra i due e alle scuse del prelato. Ma soprattutto alla promessa di indire una commissione vaticana ad hoc, che nel 2011 ha poi confermato l’impianto accusatorio contro i religiosi del Provolo. Nonostante i risultati dell’indagine, dei 26 preti riconosciuti come pedofili, una dozzina erano già deceduti, mentre gli altri – i cui reati per la legge italiana erano ormai caduti in prescrizione – hanno subito solo pene considerate blande dalle vittime e hanno continuato a esercitare il ministero tra l’Italia e l’Argentina. I documenti di quella commissione, tra l’altro, non sono stati consegnati alle vittime, i quali al momento ne hanno ricevuto solo una sintesi.

    Infine, la stampa veronese e argentina riferisce in questi giorni che, stando alle indagini, don Corradi potrebbe essersi macchiato di altri casi di pedofilia appena giunto in Argentina, a La Plata, dove la congregazione della Compagnia di Maria gestisce un’altra struttura simile.

    E mentre nei dintorni dell’istituto argentino è esplosa la protesta di piazza guidata dai genitori dei piccoli sordomuti che chiedono verità e giustizia, anche sui social è vibrata la denuncia al grido di #NiUnAbusoMas.

    Chiesa insensibile e irresponsabile

    SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) è la prima e più grande rete di vittime dei religiosi pedofili (non più e non solo cattolici); è stata fondata negli Stati Uniti nel 1988 e oggi conta oltre 20mila iscritti. In una dichiarazione del primo dicembre scorso, il direttore di SNAP, David Clohessy, denuncia «l’incoscienza dei funzionari del Vaticano, tra cui anche papa Francesco», che «ha evidentemente consentito a un prete predatore di aggredire sessualmente altri bambini semplicemente spostandolo altrove. Questa sempre più documentata tendenza (un numero crescente di bambini e bambine vengono molestati da preti che vanno all’estero in cerca di nuove vittime) è uno degli aspetti più preoccupanti e irresponsabile» del modo in cui la Chiesa affronta la piaga della pedofilia al suo interno. Don Corradi, denuncia Clohessy, è stato accusato di pedofilia in Italia, non è stato punito dal Vaticano, e oggi si scopre che probabilmente ha continuato ad abusare di minori anche in Argentina. Al Provolo di Mendoza sono intervenute le autorità laiche locali, impedendo ai religiosi dell’istituto di entrare in contatto con i minori, aggiunge il direttore di SNAP, ma la giusta tutela delle vittime «da parte di funzionari del governo è in netto contrasto con le azioni chiaramente insensibili dei funzionari della Chiesa».

    Anche le dichiarazioni episcopali fanno storcere la bocca ai direttore di SNAP: «L’ufficio dell’arcivescovo locale ha espresso solidarietà alle vittime e ha dichiarato di voler cooperare con le autorità. Siamo molto scettici», perché l’arcivescovo di Mendoza, Carlos Maria Franzini, potrebbe fare i nomi di tutti i preti sospettati di pedofilia; e perché potrebbe recarsi personalmente in ogni chiesa o scuola per visitare le vittime «e offrire loro conforto e sostegno». Ma questo difficilmente si verifica, conclude Clohessy, perché i vescovi preferiscono fare il meno possibile e lasciare che le cose non escano allo scoperto. Il comunicato di SNAP si conclude con un appello alla responsabilità anche per il papa: «Francesco deve pubblicamente spiegare perché i vertici della Chiesa locale, a quanto pare, hanno lasciato che questo orrore accadesse». Francesco dovrebbe poi intervenire con provvedimenti credibili (riduzione a stato laicale, rimozione, punizione e denuncia alle autorità) contro tutti i preti pedofili. Dovrebbe infine «prendere misure immediate, pubbliche ed efficaci, per garantire che si interrompa il trasferimento internazionale di preti» dalla dubbia integrità morale e su cui aleggiano sospetti.

    Francesco risponda

    Contro il papa e le gerarchie vaticane c'è anche il dito puntato della Rete l'Abuso Onlus, associazione italiana di vittime dei preti pedofili e osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dai membri del clero. «Bergoglio sapeva da tempo di don Nicola Corradi e dei precedenti in Italia», afferma il portavoce della Rete, Francesco Zanardi, in un commento del 12 dicembre sul sito test.retelabuso.org/. «Non possiamo dimostrare che Bergoglio fosse informato su Corradi quando era arcivescovo di Buenos Aires – precisa Zanardi – ma possiamo di certo dichiarare che Bergoglio nel 2014 fu informato anche di Corradi e che la Chiesa ne era al corrente, almeno dal 2009», quando il “caso Provolo” era ormai esploso anche a livello internazionale. Nel 2014, chiarisce, 17 vittime di preti pedofili, tra cui comparivano anche ax alunni del Provolo di Verona, hanno inviato alla Segreteria di Stato vaticana un video-messaggio con la loro testimonianza. In quel video si faceva chiaramente il nome di don Nicola Corradi e di altri sacerdoti implicati e si denunciava con forza la strategia dei trasferimenti da un istituto all'altro sull'asse Italia-Argentina.

    * Immagine di Milliped, tratta dal sito Commons Wikimedia, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56915

  • «L’istituto Provolo  ora deve lasciare  l’Argentina»

    «L’istituto Provolo ora deve lasciare l’Argentina»

    Il garante per i diritti e la protezione dei portatori di handicap di Mendoza (ovest dell’Argentina) ha chiesto che i responsabili religiosi della sede locale dell’Istituto per sordomuti Provolo, con base a Verona, lascino la provincia (entità federale), dopo lo scandalo per gli abusi sessuali commessi da due sacerdoti, uno dei quali italiano, attualmente detenuti.

    «L’istituto ha perso ogni autorità morale e, sebbene non sia obbligato legalmente a farlo, dovrebbe consegnare la sua sede allo Stato ed andarsene», ha detto Juan Carlos Gonzalez al quotidiano locale Los Andes, aggiungendo che sarebbe meglio «evitare un sequestro da parte dello Stato, perchè questo vorrebbe dire che alla fine chi paga sono gli abitanti locali».

    Gonzalez si è presentato come parte civile nell’inchiesta aperta contro un chierichetto, due impiegati amministrativi e due sacerdoti dell’istituto – uno dei quali, l’82/enne Nicola Corradi, è italiano – per presunti abusi pedofili ai danni di almeno 22 minorenni sordomuti. Corradi era già noto per gli abusi che aveva commesso nella sede di Verona dell’Istituto per sordomuti Provolo, le cui vittime si sono organizzate per chiedere giustizia a Papa Francesco e alla Chiesa.

    Lo stesso istituto dispone di un’altra sede in Argentina, a La Plata – capitale della provincia di Buenos Aires – da dove era arrivate Corradi nel 1996, e le autorità di Mendoza hanno annunciato che la procura locale si è messa in contatto con quella di La Plata per accertare se non si sono registrati abusi anche in quella regione.

    http://www.larena.it/territori/citt%C3%A0/l-istituto-provolo-ora-deve-lasciare-l-argentina-1.5355563

  • Cacciato dall’Italia, ma in Argentina “il don fa il pedofilo”

    Cacciato dall’Italia, ma in Argentina “il don fa il pedofilo”

    Di Andrea Tornago

    La chiamavano“la casita de Dios”, ma quell’edificio accanto alle aule di scuola dove i figli delle famiglie povere restavano a dormire, di notte diventava la casa degli orrori. Si riapre a Mendoza, in Argentina, il caso degli abusi sui minori sordomuti all’Istituto Antonio Provolo, scuola religiosa di Verona che ha due sedi anche in Sudamerica, finita al centro di uno dei più gravi scandali di pedofilia in Italia. Nella stanza di don Nicola Corradi, sacerdote veronese di 82 anni trasferito nelle sedi argentine del Provolo negli anni 60, all’inizio di dicembre la polizia di Mendoza ha trovato materiale pornografico e 30 mila euro in contanti. Il religioso è finito agli arresti insieme al prete 56enne Horacio Corbacho e a tre impiegati dell’istituto, accusati di “violenze sessuali aggravate e corruzione di minori”per episodi avvenuti a Mendoza dal 2007.

    SECONDO L’INCHIESTA del procuratore Fabricio Sidoti, i minori tra i 6 e i 17 anni venivano sedati e violentati nella casetta con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto. Don Corradi era già stato coinvolto nel caso di pedofilia scoppiato in Italia nella sede veronese della congregazione religiosa nel 2009. Il suo nome compariva nella lista dei 12 preti e dei 3 laici denunciati dagli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, con l’accusa di aver costretto i bambini sordomuti a subire masturbazioni, sesso orale e atti di sodomia. Con il ricordo di quelle violenze, che risalirebbero a un periodo compreso tra glianni60e la prima metà degli anni 80 –reati che ormai sarebbero prescritti sia per la legge italiana che per il diritto canonico –gli ospiti del Provolo hanno convissuto silenziosamente per anni. Nel 2009 le prime denunce, in seguito alle qua li il Vaticano ha istituito una commissione d’inchiesta che ha comminato a quattro sacerdoti la pena più lieve, quella dell’ammonizione canonica. Tra questi non compare don Corradi, il cui nome sparisce nei meandri del l’inchiesta vaticana. Fino ai fatti di pochi giorni fa in Argentina. L’arresto dei due sacerdoti all’Istituto Provolo di Mendoza ha suscitato grande clamore in tutto il Paese. Il presidente della Commissione Esteri del Senato argentino, Julio Cobos, ha chiesto al ministro degli Esteri di acquisire con urgenza presso le autorità ecclesiastiche “in formazioni sulle verifiche compiute per la pratica d’ingresso, permanenza e radicamento dei sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho nella Repubblica Argentina”.

    PER LASTAMPA argentina, don Corradi sarebbe stato trasferito dai superiori religiosi in Sudamerica per coprire gli abusi commessi in Italia. Le associazioni delle vittime chiamano in causa anche Papa Francesco, che non avrebbe spezzato “l’asse dell’impunità tra Italia e Argentina”quando era vescovo di Buenos Aires, tra il 1998 e il 2013. Prima di essere assegnato nel 1996 a Mendoza, dove un documento della sede di Verona nel 2001 lo qualifica come vicedirettore e primo consigliere, don Corradi aveva insegnato all’Istituto Provolo di La Plata (Buenos Aires). E anche in quella città, dopo l’arresto dei giorni scorsi, sono cominciate ad arrivare denunce di abusi commessi negli anni 90. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, si è detto “pronto a collaborare con le autorità argentine”. Ma i documenti della Commissione d’in chiesta del Vaticano, presieduta su richiesta della Curia veronese dall’ex giudice scaligero Mario Sannite, non si possono consultare. “Siamo in possesso di una sentenza della magistratura che conoscono in pochi – ha dichiarato Zenti – che diminuisce la consistenza dei fatti”.

    NO N OS TAN TE  la richiesta del Fatto però, la Curia di Verona si rifiuta di rendere noto il documento “per evitare ulteriori reazioni”. Nel novembre del 2012 il vicario giudiziale del vescovo aveva scritto ai legali degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, chiedendo perdono alle vittime e alle famiglie: “Alcuni di coloro che erano chiamati a proteggere dei ragazzi provati dalla vita scriveva don Giampietro Mazzoni –ne hanno abusa t o ”. Riferendo gli esiti delle indagini della Commissione, don Mazzoni aveva reso noto che “alcuni religiosi, tra i più pesantemente accusati, erano stati dimessi dall’Istituto in ragione dei loro comportamenti”tra il 1962 e il 1963, date che coincidono con l’invio in Argentina di don Nicola Corradi. Insieme a lui, secondo le vittime dell’Istituto Provolo, anche un altro sacerdote veronese e due laici accusati di abusi in Italia sarebbero ancora attivi in Argentina.

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