Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Caltanissetta

  • Caltanissetta, sorpreso a spiare lo spogliatoio delle ragazze: era un parroco

    Caltanissetta, sorpreso a spiare lo spogliatoio delle ragazze: era un parroco

    Arrampicato su una sedia spiava lo spogliatoio delle ragazze al Palacanizzaro di Caltanissetta.

    E’ successo ieri sera dopo che le pallavoliste avevano finito l’allenamento. L’uomo, di circa 40 anni, è stato notato da un’altra persona che si trovava nel parcheggio e avrebbe allertato le forze dell’ordine.

    Si tratta di un parroco che si è subito scusato per quanto accaduto. L’uomo con un certo imbarazzo ha affermato che sarebbe stato un attimo di debolezza.

  • Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Abusi nelle ore di catechismo, imputato è davanti ai giudici: si valuterà competenza

    Gela. Gli abusi sessuali si sarebbero verificati quattro anni fa, su una minore, ancora neanche quattordicenne. Una vicenda emersa lo scorso anno e che ha portato agli arresti domiciliari l’allora catechista.

    Un caso molto delicato. L’uomo è ancora sottoposto alla misura restrittiva. In settimana, si è presentato davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore. L’incidente probatorio, per acquisire maggiori elementi investigativi, si era già tenuto a seguito della misura impostagli su richiesta dei pm della procura.

    L’indagine è stata condotta dagli agenti di polizia del commissariato. Il collegio vuole però approfondire l’aspetto della competenza a decidere. La Corte d’assise di Caltanissetta si è dichiarata incompetente, trasmettendo gli atti al tribunale. Il catechista teneva la sua attività con i più piccoli in una parrocchia della città.

    Pare che le prime amissioni della minore avvennero davanti agli operatori del consultorio. I genitori hanno sempre seguito l’evoluzione dell’indagine e nel procedimento penale sono pronti a costituirsi parti civili, nell’interesse della figlia. iannì vincenzo

    https://www.quotidianodigela.it/abusi-nelle-ore-di-catechismo-imputato-e-davanti-ai-giudici-si-valutera-competenza/

  • Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Città del Vaticano – Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima violentata da don Giuseppe Rugolo: sarebbe stata questa la terrificante proposta della Diocesi di Enna-Piazza Armerina, in Sicilia.

    La circostanza è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno.

    La notizia che arriva proprio nel giorno in cui Papa Francesco in Vaticano ha ricevuto la Commissione per la tutela dei minori, raccomandandosi di fare controlli annuali a tappeto per vedere se le conferenze episcopali nazionali stanno facendo progressi nel liberarsi delle mele marce, proteggere le vittime e agire in totale trasparenza.

    Il dirigente della Polizia di Stato, sentito in aula per oltre 4 ore, ha anche spiegato come dalle carte emerga il diniego netto della vittima ad accettare questa proposta che proveniva dal vescovo Rosario Gisana.

    Il giovane, che avrebbe subito violenza dal 2009 al 2013, avrebbe ritenuto questa proposta immorale e illecita. Tutte circostanze documentate dai materiali prodotti dalla parte civile che testimonierebbero l’offerta di 25 mila euro in contanti, dunque non tracciabili, in cambio del silenzio. In aula sono state lette anche alcune chat a sfondo sessuale intercorse tra Rugolo e alcuni anche ex alunni della scuola dove per anni il sacerdote ha insegnato, nonché con giovani residenti nel territorio di Ferrara dove il sacerdote era stato trasferito.

    Rugolo avrebbe frequentato siti pornografici dove era possibile interagire attraverso la telecamera con altre persone. È stato, inoltre, ricostruito il modus operandi del prelato e le modalità volte ad agganciare i giovani in condizione di fragilità psicologica. Il sacerdote, che era presente in aula, è attualmente ristretto ai domiciliari nel seminario di Ferrara.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_enna_prete_pedofilo_vittima_tribunale_papa_francesco_vescovo_gisana_rugolo_caritas-6658864.html

  • Inchiesta/2. A Gela sacerdote sotto processo per abusi sessuali su una ragazzina

    Inchiesta/2. A Gela sacerdote sotto processo per abusi sessuali su una ragazzina

    di Pierelisa Rizzo – Continua il nostro viaggio all’interno della Diocesi di Piazza Armerina. Un viaggio doloroso che sembra, a tratti, confermare quella dichiarazione resa all’Ansa dal Vescovo, Rosario Gisana, che alla domanda di chiarimenti sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore ad Enna, negli anni tra il 2008 e il 2013, risponde: “Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi”.

    Il nostro viaggio non è un atto d’accusa, piuttosto una decouverte di casi alcuni dubbi, e altri palesemente conclamati, di prelati che si sarebbero dedicati ad altro mentre facevano o fanno i sacerdoti. Un viaggio che nasce dal caso di Enna e dal coraggio di un giovane uomo che, dopo tanti anni, ha trovato la forza di denunciare. Ecco perché ferisce leggere sui social che la denuncia ennese nascerebbe semplicemente da una “lite tra omosessuali”. Ci fregiamo tanto di simboli, ci ergiamo a moralisti e a salvatori della Patria, vestiamo i panni dei progressisti ma, quando il marcio ci tocca da vicino, siamo abili a derubricare tutto banalizzandolo. Allora riflettiamo prima di scrivere, di giudicare, di sentenziare. E, principalmente abbiamo rispetto delle ferite che hanno, comunque, graffiato irrimediabilmente l’Anima.

    Fa parte sempre della Diocesi di Piazza Armerina il prete, quasi ottantenne, accusato di avere adescato una minore della parrocchia, invitandola più volte in chiesa mentre non c’era nessuno, con la scusa della redenzione. Siamo a Gela, il prete viene nominato dal vescovo Gisana parroco in quel quartiere, tra i più poveri della città, dopo che il precedente vescovo Michele Pennisi lo aveva misteriosamente allontanato per qualche tempo. La vicenda riguarda dunque un parroco avanti nell’età e una ragazzina, di una famiglia disagiata, che gli consegna le sue fragilità, i suoi pensieri, i sogni di una preadolescente. Ed è in quel varco di incertezza, propria dell’età, che si sarebbe insinuato il parroco; il quale avrebbe iniziato a intrattenersi con la ragazzina, a invitarla continuamente in parrocchia quando non c’era nessuno, fino a quando lei non si sarebbe decisa a raccontare e far scattare l’inchiesta.

    Sentita la minore, che ha confermato tutto, ora si attende il processo. E su quel tutto volutamente non ci dilunghiamo in dettagli morbosi, che tanto piacciono ad alcuni lettori ma preferiamo lasciare tutto in un limbo di pudore. Questo caso figura nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta, depositata dal presidente in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. vincenzo iannì

    Inchiesta/2. A Gela sacerdote sotto processo per abusi sessuali su una ragazzina

  • Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    C’è chi aveva saputo qualcosa, aveva sentito lamentele su alcuni atteggiamenti inequivocabili da parte di un militare e di un frate cappuccino, ma ciò nonostante diversi parroci non hanno parlato, non si sono rivolti né alle autorità giudiziarie né a quelle ecclesiastiche. Intanto lunedì si è svolto l’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del colonnello Salvatore Muratore e del cappellano del Civico Salvatore Anello. Tre ragazzine di 12, 13 e 16 anni hanno confermato in Procura le scabrose circostanze in cui si sono trovate. Il frate cappuccino, pur non essendo stato riconosciuto dalla diocesi palermitana quale esorcista, si dilettava nelle preghiere di guarigione. Riceveva le fedeli nei locali della chiesa dei Cappuccini e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe allungato le mani, facendole scivolare sotto le magliette e i pantaloncini di donne fragili e ragazzine indifese.

    In una città già macchiata da diverse storie di abusi sessuali legate a uomini di chiesa, da padre Turturro a Borgo Vecchio a padre Nuvola e don Roberto Elice, un’altra inchiesta rischia di gettare fango sul mondo religioso palermitano. Dove però – è giusto sottolineare – la stragrande maggioranza dei preti svolge un lavoro fondamentale, soprattutto nelle periferie a volte dimenticate dalle amministrazioni. In questo caso a infrangere il muro dell’omertà sono state alcune delle vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare, di rivolgersi alla giustizia fornendo un input fondamentale per l’avvio delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria della polizia di stato presso il tribunale dei Minori. Dopo il racconto di una donna sono stati contattati e convocati numerosi preti che predicano nelle chiese palermitane e non solo. Una di loro decise di non recarsi più agli incontri con padre Anello, rivolgendosi a quel punto a Fra Benigno della chiesa dei Frati Rinnovati di via alla Falconara, guida per gli esorcisti in Sicilia. Di fronte al racconto della donna avrebbe ammesso di aver già sentito lamentele sul conto di padre Anello.

    Raggiunto da PalermoToday ha subito negato ogni tipo di collaborazione per fare chiarezza sulla vicenda: “Non ho alcuna intenzione di parlarne o rilasciare interviste”. Stessa risposta è arrivata dall’Arcidiocesi palermitana guidata da monsignor Corrado Lorefice che, per bocca dell’ufficio stampa, non si è voluto esprimere sull’argomento: “Queste presunte storie di abusi hanno riguardato un frate dei Cappuccini. Se volete risposte dovreste rivolgervi al loro ordine provinciale”. Per l’arresto di don Elice invece l’arcivescovo si è detto fortemente addolorato, sia per le vittime che per la comunità ecclesiale. La dirigenza dell’ospedale Civico di Palermo, appresa la notizia, ha subito sospeso la convenzione da 20 mila euro. L’ordinario diocesano, il monsignor Giuseppe Oliveri, a stretto giro di posta ha quindi nominato al suo posto il reverendo padre Enrico Miranti.

    Nell’inchiesta emerge come le fragili vittime abbiano deciso in ultima istanza di rivolgersi a un prete per scacciare un presunto “malocchio” o il “demonio”. Sarebbe questo il pretesto adottato dal frate cappuccino, stando alle parole riferite al gip Gabriella Natale con a fianco una psicologa, mentre nella stanza accanto c’erano in ascolto il sostituto procuratore Giorgia Righi e gli avvocati della difesa. Nella stessa giornata, mentre le coraggiose e giovani vittime hanno deciso di vuotare il sacco e collaborare, padre Anello ha preferito rinunciare alla possibilità di essere ascoltato.

    Durante le indagini di polizia giudiziaria, come si evince anche dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono saltati fuori i nomi di diversi “ministri reliogiosi”, da Palermo a Caltanissetta, passando per Prizzi e anche per la capitale. In un paesino alle porte di Roma c’è un prete, precedentemente in servizio presso la chiesa di San Giuseppe ai Teatini di Palermo, che era stato contattato telefonicamente da una donna che chiedeva supporto. “Le ho consigliato di rivolgersi alla polizia, ma questo ha spaventato la donna – spiega – che temeva di scatenare un terremoto in famiglia rischiando di perdere il marito. Ho chiesto un appuntamento all’arcidiocesi ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”. Di fatto, però, non arrivò alcuna denuncia. Una vittima si era rivolta anche a un prete della zona Noce che, in prima battuta, si era offerta di accompagnarla salvo poi sparire e farsi sentire nuovamente per sconsigliare la denuncia fornendo garanzie su “percorso di purificazione” intrapreso dal peccatore.

    Altre delle risposte ricevute dai preti chiusi nelle loro sagrestie lasciano spiazzati. “Non rilascio alcuna intervista, ma posso dire di aver ascoltato la donna e basta. Le ho anche spiegato che in ciò che era accaduto non c’era il segno di Gesù. Ma non è della mia diocesi – spiega un prete nisseno – e non è nel mio stile invitare a denunciare. Mi sono limitato a dare un consiglio, poi ognuno è libero di fare ciò che crede”. Un altro parroco del Palermitano che era venuto a conoscenza dell’accaduto, si è appellato impropriamente al “segreto confessionale”: “Sono stato contattato da un altro prete e ho ascoltato questa donna. Ho cercato di darle aiuto, ma non possiamo riferire nulla alle autorità. Tutto dipende dalla volontà di chi è coinvolto”.

    Nessuno tra coloro i quali erano venuti a conoscenza dell’accaduto ha ritenuto necessario fare un passo in più, richiedendo un incontro urgente con l’arcivescovo o recandosi in Procura per collaborare alle operazioni di polizia e permettere che i due uomini venissero fermati. L’inchiesta, ancora nella sua fase iniziale, rischia di diventare solo un altro caso della lunga lista redatta da Rete L’Abuso onlus, associazione presieduta da Francesco Zanardi: “Sono circa 130 i preti condannati negli ultimi 15 anni e circa un centinaio quelli ancora sotto indagini. L’Onu nel 2014 ha emesso una sentenza pesante nei confronti del Vaticano, chiedendo di rivedere la regolamentazione. Ma in tal senso il Governo è rimasto immobile. Oggi un uomo di chiesa non può denunciare alle autorità ma deve rivolgersi prima ai suoi superiori, ai quali poi spetterebbe il compito di rivolgersi a polizia e magistratura. Con la nostra associazione  stiamo pressando per far inserire l’obbligo di denuncia“.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/esorcismi-abusi-sessuali-padre-anello-muratore-retroscena.html

     
  • “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse

    Parlano le vittime dei presunti abusi: “La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”. Contro Salvatore Anello e Salvatore Muratore alcuni sms inequivocabili: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”

    “Il diavolo entra dalla vagina”. Le chiamavano “preghiere di liberazione” o di “guarigione” per le quali era necessario un “olio benedetto”. Pratiche e strumenti con i quali facevano leva sulla fragilità delle vittime, utilizzando le loro paure o le loro patologie per abbattere ogni inibizione, per convincerle subdolamente che quelli potessero essere gli unici rimedi per curarle dal “demonio” o dal “malocchio”. Dei veri e propri “esorcismi a luci rosse”. Sono solo alcune delle squallide scuse che avrebbero adottato Salvatore Anello (nella foto a destra), sacerdote dell’ordine dei Cappuccini, e Salvatore Muratore, ufficiale dell’esercito, per far scivolare le proprie mani sotto le magliette o dentro alle mutandine. Sui due, arrestati all’alba di oggi con l’accusa di violenza sessuale, ci sarebbero prove schiaccianti, come alcuni sms che lasciavano intendere le reali intenzioni: “Quando finisce il ciclo facciamo la preghiera”.

    Le indagini della sezione di polizia di giudiziaria della polizia di stato, Procura della Repubblica-Tribunale dei minori, vengono avviate dopo la denuncia di una donna e delle sue figlie (entrambe ancora lontane dalla maggiore età) che avrebbero subito lo stesso trattamento da parte dell’ufficiale militare. Lo avevano conosciuto in occasione di un “gruppo spirituale”. Un’occasione perfetta per scambiarsi il numero di cellulare e invitare la madre a contattarlo, certo che avrebbe potuto aiutarle a sconfiggere il “demone della lussuria”. Ma a cadere nella trappola sono state anche alcune amiche e parenti, soggiogate dall’alone di sacralità che Muratore sarebbe riuscito a costruirsi attorno. “Il rito iniziava con un forte abbraccio – racconta una delle donne coinvolte – e lui mi diceva ‘prendi energia’ e che stavo ricevendo, lo Spirito Santo. Io mi sentivo subito svuotata, stanca e stordita, e non capivo la reale portata dei miei gesti e dei miei pensieri”.

    Dopo i rapporti qualcuna di loro sembrava capire la gravità dell’accaduto, ma il militare “affermò che era il demonio ad essersi arrabbiato e che io dovevo trattenerla…”. D’altronde si sarebbe spacciato per un esorcista. “Mi diceva che dovevamo pregare mettendo l’olio sul petto. Mi ha infilato la mani dentro il pantalone ed io mi sono allarmata per quello che faceva. Eravamo chiusi a chiave nella cameretta. Inizialmente non chiudeva la porta, poi ha detto di chiudere la porta ed abbassare le serrande. Nelle altre stanze c’era mia madre, sua cugina ed altre persone. La mamma faceva in modo di farlo venire a casa quando papà non c’era”, ricostruisce un’altra delle vittime. “Quando lui faceva queste cose io iniziavo a gridare ed a graffiarmi, era come se sentivo nell’immaginario che combattevo con qualcosa che c’era dentro di me. Mi aveva messo in testa questa convinzione, che invece era una cavolata. Quando lui se ne andava stavo bene”.

    Da brividi il resto dei racconti delle vittime vagliati dagli investigatori alla presenza di specialisti che li hanno ritenuti attendibili: “Lui mi avvicinava con la testa al suo pene, mentre avevo gli occhi chiusi, e io facevo sesso orale. Mi teneva la nuca che secondo lui serviva per superare i traumi. Quando mi avvicinavo a lui iniziavo a gridare come se il demonio uscisse e mi diceva di prendere energia dal suo pene”. Ma Muratore si sarebbe spinto anche oltre, arrivando a parziali penetrazioni. Lo stesso militare, secondo quanto ricostruito durante indagini dirette dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal sostituto Giorgia Righi, avrebbe portato alcune persone dal parroco (con il quale comunque non avrebbe condiviso gli abusi ndr) per verificare se fossero possedute dal demonio.

    Padre Anello, nonostante non sembrerebbe essere arrivato a rapporti orali o completi, utilizzava lo stesso schema, sfruttando le debolezze e i problemi delle sue fedeli per “allungare le mani”. “Lui mi rispose che pregando e affidandomi al Signore alla fine si sarebbe risolto tutto. Ecco perché, purtroppo, ho ripetuto le visite…”. Dopo i primi incontri la donna si recò in compagnia della sola figlia che aveva vari problemi di salute. “Ci riceveva sempre nella stessa stanza all’interno del convento dei Cappuccini, e ci fece accomodare su due sedie distinte. Padre Anello aveva l’abitudine, durante la preghiera, di imporre le mani, partendo dalle cosce. Cosa che fece anche quella volta. Iniziò con una mano a toccarmi alternativamente le cosce, per poi passare sulle natiche. Poi iniziò a palparmi la schiena, a mettermi la mano sotto la maglietta e strusciarla sulle spalle, fino a infilarla dentro i pantaloni, fin dentro gli slip, quasi fino all’ano. Poi mi mise la mano dentro il reggiseno sfiorandomi i seni”.

    “Il diavolo entra dalla vagina”: il prete, il colonnello e gli esorcismi a luci rosse
    „E padre Anello, aggiunge ancora la donna, non risparmiò neanche la figlioletta: “Poi padre Anello iniziò a fare delle preghiere di guarigione per mia figlia, iniziando a toccare pure lei. Prima le sfiorò le gambe, fino a toccarle l’inguine, poi sotto la maglietta iniziò a palpeggiarle il seno, la pancia e le spalle fino a infilare la mano dentro i leggins e sotto le mutandine…”. Dettagli scabrosi che alcune delle vittime avevano raccontato ad altri sacerdoti, spingendosi anche a Caltanissetta, i quali si sarebbero limitati a invitare le vittime a sporgere una “denuncia ecclesiastica”.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/abusi-sessuali-arresti-prete-militare-retroscena.html

     
  • Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

    Pedofilia, abusi su disabile. Dopo 17 anni la Cassazione annulla condanna a frate

     5 giu 2012 | 21:43

    A quasi 17 anni dalle accuse, la corte di Cassazione ha assolto un frate dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo all’epoca quindicenne, affetto da handicap. Il sacerdote, oggi 45enne, di era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali, il ragazzo che era ospite del “Villaggio del fanciullo” di Pergusa dove il religioso lavorava come educatore.
    I supremi giudici hanno annullato la sentenza con la quale la Corte d’appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna.

    Pedofilia, sacerdote di Menfi assolto in Cassazione
    Scritto da Redazione Cronaca martedì, giugno 5th, 2012

    Dopo quasi 17 anni un religioso, frate Luigi Butera, 45 anni, di Menfi, è stato assolto dalla Corte di Cassazione dall’imputazione di violenza sessuale aggravata su un ragazzo, all’epoca quindicenne, affetto da handicap. La suprema Corte ha ritenuto sussistente l’ipotesi di abuso dei mezzi di correzione, capo di imputazione per il quale ha pronunciato il non luogo a procedere per sopravvenuta prescrizione. Teatro dei presunti abusi il Villaggio del Fanciullo a Pergusa (Enna). L’imputato era accusato di avere costretto con la violenza a rapporti sessuali il ragazzo che era ospite dell’istituto dove il frate lavorava come educatore. La Corte di appello di Caltanissetta aveva confermato la condanna a 6 anni di reclusione, emessa in primo grado dal tribunale di Enna, adesso annullata dalla Cassazione. Don Butera era stato allontanato da Enna, ma in questi anni ha continuato a svolgere il suo ministero sacerdotale. Al religioso all’inizio era stato contestato l’abuso su due quindicenni ospiti della struttura, capo di imputazione che già in primo grado era caduto per mancanza di prove. La condanna era stata emessa dopo le dichiarazioni del ragazzo disabile, ritenuto in un primo momento incapace di rendere testimonianza, e successivamente dopo una ulteriore perizia psichiatrica ritenuto attendibile.

    www.grandangoloagrigento.it/?p=32721

     

  • Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    28 aprile, 11:48

    (ANSA) – ENNA, 28 APR – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore. La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. Il tribunale di Enna aveva gia’ condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. (ANSA).

    www.ansa.it/web/notizie/regioni/sic…_896778986.html

    PEDOFILIA: ABUSI SU UN DISABILE IN COMUNITA’, 6 ANNI A SACERDOTE

    Condividi

    Invia ad un Amico
    Stampa
    RiduciIngrandisci Dimensione del testo

    11:30 28 APR 2011

    (AGI) – Enna, 28 apr. – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a 6 anni di reclusione per il sacerdote accusato di avere abusato di un minore ospite di una struttura di accoglienza. Il religioso, Giovanni Butera, 44 anni, originario di Menfi (Agrigento), e’ stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni portatore di handicap. Le violenze sarebbero avvenute nel “Villaggio del Fanciullo” di Pergusa, vicino a Enna, dove la vittima era ospite e dove padre Butera appartenente all’ordine dei frati minori, prestava la sua opera di educatore. Confermate le pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, di quella legale per la durata della pena e dell’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. La condanna del Tribunale di Enna era stata superiore anche alla richiesta del Pubblico ministero che per il sacerdote aveva sollecitato una pena a 4 anni di reclusione. Il frate era stato assolto “perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un secondo ragazzo, per la totale mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. La vicenda risale a 14 anni fa.

    http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/2…nni_a_sacerdote

    I fatti risalgono a 15 anni fa
    0 commenti
    Abusi su minore disabile,
    sacerdote condannato a 6 anni
    di Redazione
    pedofilia4

    28 aprile 2011 – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore.

    La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori.

    Il tribunale di Enna aveva già condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perchè il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane.

  • PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    PEDOFILIA, UGENTO: LE INDAGINI SU DON STEFANO ROCCA

    Giuseppe Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei Valori, viene ucciso il 15 giugno 2008 a Ugento (Lecce). Il prete di Ugento don Stefano Rocca si spende molto meditaticamente, invitando chi sa a denunciare gli assassini del politico.

    Dopo più di un anno, nel novembre 2009, vengono arrestati i presunti assassini. Il movente pare essere di natura personale e non politico come ipotizzato in un primo tempo. Nel frattempo, nel settembre 2009 don Rocca era stato trasferito da Ugento.

    Un testimone spiega l’attività di don Rocca nelle fasi successive all’omicidio di Basile, come precostituita a trovare un alibi per far passare il suo trasferimento per abusi sessuali come conseguenza della sua attività di indagine e denuncia sul caso.(fonte)

    Il delitto del politico di Tonino: spunta la pedofilia

    fonte: http://www.ilgiornale.it/interni/il_delitt…ge=1-comments=1

    di Gian Marco Chiocci nostro inviato a Ugento (Lecce)

    L’ombra tetra della pedofilia si allunga sull’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere provinciale leccese dell’Italia dei Valori scannato a coltellate, sull’uscio di casa, una calda notte d’estate del giugno 2008. A forza di dare la caccia agli assassini la procura locale è finita a investigare con grandissima cautela su presunti abusi sessuali commessi all’oratorio del comune di Ugento, dove Peppino Basile viveva e dov’è parroco don Stefano Rocca, amico dell’esponente Idv. Il quale, all’indomani dell’omicidio, s’era fatto rumorosamente portatore di istanze di verità insieme agli esponenti dell’Idv sull’omertà diffusa e sulla pista «politica» del delitto che hanno scatenato il finimondo.

    Sia il prete che i seguaci di Tonino poi hanno abbandonato la scena non appena le indagini si sono chiuse con l’arresto dei vicini di casa riaprendosi con le testimonianze dei ragazzi presumibilmente molestati. Per capire a che livello di squallore siamo arrivati occorre rimettere le lancette dell’orologio all’1.35 del 14 giugno di due anni fa. Il consigliere dell’Idv è al volante di una Panda nella periferia di Ugento, imbocca via Nizza, percorre 200 metri e parcheggia sotto l’abitazione. Qui, nel buio pesto illuminato da un unico lampione, trova ad attenderlo la morte. Qualcuno gli si avventa contro e gli squarcia il torace con 22 coltellate.

    L’esecuzione è scomposta, rabbiosa, niente a che vedere con le modalità della criminalità organizzata che peraltro in quest’angolo di Salento attecchisce poco. Nonostante ciò, a cadavere ancora caldo, con Antonio Di Pietro sceso per i funerali celebrati da don Stefano, l’Italia dei Valori comincia a dire che Peppino è stato ammazzato per le sue coraggiose battaglie contro il malaffare locale rappresentato dai politici di centrodestra, come il povero sindaco Eugenio Ozza, che non avrebbe difeso abbastanza don Stefano assurto a prete-investigatore perché destinatario di lettere anonime e confidenze sugli assassini ricevute nel confessionale (sic!). Fatto sta che con l’inesorabile trascorrere del tempo, con le indagini apparentemente in stallo, l’Idv sui giornali e il religioso in chiesa, alzano i toni dello scontro.

    Manifestazioni, fiaccolate, volantini, pièce teatrali, sit-in di comitati spontanei, premi alla memoria. Addirittura un’interpellanza parlamentare per chiedere di fare luce su chi avesse vergato con lo spray una brutta frase contro Basile, sbiadita dal tempo, su una parete del centro storico. Un’altra per sapere se fosse vero che il sottosegretario Mantovano (che è di Lecce) avesse fatto pressioni per ammansire gli inquirenti sulla pista che portava a un giovane di An interrogato per sei ore in quella questura «dove presta servizio – raccontano oggi gli arrabbiatissimi militanti del Pdl della zona – Gianfranco Coppola, eletto proprio qui a Ugento con l’Idv». Il parlamentare Pierfelice Zazzera, coordinatore regionale del partito del gabbiano, sollecitò addirittura un’ispezione al ministro Alfano poiché più si andava avanti e più gli inquirenti brancolavano nel buio. A un anno dal delitto, al Corriere del Mezzogiorno, lo stesso Di Pietro senza alcuna cautela diceva che era «un delitto che parla» e che Basile «è stato certamente ucciso per quello che stava facendo in politica».

    Che poi è quanto ritroviamo trascritto da Tonino nella prefazione di un libro, «Il Sistema», che sin dalla copertina indica ai lettori la strada di verità che si vuole percorrere: «L’intreccio di interessi economici-politici all’ombra dell’omicidio di Peppino Basile». E don Stefano? In parallelo conduceva incessantemente una battaglia. Appena poteva, attaccava i fedeli omertosi. Un giorno rivelò che i concittadini lo pedinavano dentro e fuori l’oratorio e che il suo era un «impegno politico», contro il “Sistema”, e che la “mafia” che ti impedisce di parlare stava dietro all’omicidio dell’amico. Battibeccava sempre più spesso col sindaco che invece di porger l’altra guancia gli rispondeva per le rime «che a Ugento la mafia non c’è» e che se proprio voleva fare politica che si spogliasse dell’abito del Signore e si confrontasse con lui in consiglio comunale.

    La buonanima del vescovo, monsignor Vito De Grisantis, ha provato a far da paciere fra il Peppone ex missino e il don Camillo del Salento. I risultati sono stati penosi. Fino a quando la tranquilla Ugento, divenuta Corleone, la mattina del 20 novembre 2009 si sveglia con i tg locali impazziti: «Per l’omicidio di Giuseppe Basile arrestati due vicini di casa. Il delitto sarebbe maturato per una lite aggravata da vecchi rancori». Proprio così. In cella finiscono i dirimpettai Vittorio Colitti, 66 anni, e il nipote Vittorio, all’epoca dei fatti minorenne. Dai verbali allegati al fascicolo si scopre che c’è una supertestimone.

    Ha 7 anni ed ha assistito in diretta all’omicidio perché alle prime grida d’aiuto di Peppino s’è affacciata alla finestra che dà su via Nizza. Se non ha parlato prima è perché la nonna s’era raccomandata di non dire niente a nessuno. Ma una volta messa dolcemente alle strette da una psicoterapeuta e dalla pm dei minori Simona Filoni, alla fine se la canta. E seppur con qualche imprecisione nei ricordi, la ragazzina alla fine indica senza indugi che quello che in strada era «di fronte a Peppino», era «il nonno di Luca» che è «vecchio, grosso, con la pancia» e dava «le botte» con un coltello. Mentre l’altro, «teneva soltanto fermo il signore, di lato, per la vita (…). Quando mi sono affacciata c’era il fratello di Luca (…)».

    La posizione dei due indagati si aggrava ulteriormente quando si viene a sapere che don Stefano, preso a verbale il 16 marzo 2009, aveva rimarcato come la signora Antonia, moglie del presunto assassino, «che fino al giorno dell’omicidio frequentava assiduamente la parrocchia» dopo il delitto aveva avuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti. «Quando ci parlai – racconta don Stefano – mi accolse freddamente chiedendomi se avevo ancora intenzione di interessarmi della morte del loro vicino. Aggiungo che anche il nipote nel corso degli ultimi mesi non frequentava più l’oratorio». Frasi ambigue, secondo la comunità di Ugento che reputa innocenti i due Coliti tanto da cooptare per le indagini difensive l’ex colonnello del Ris, Luciano Garofano.

    Frasi che per molti somigliano a una imbeccata ai carabinieri e che si aggiungono a quelle di Rappon Sarika, un’amica di Basile, che a verbale ha riferito che Peppino le disse dei rancori coi vicini «che gli rompevano i coglioni», che «lo spiavano quando rientrava», con i quali aveva avuto diverbi, e che nutrivano del risentimento, forse, perché «in giro si vociferava che lui aveva avuto una relazione sentimentale con la vicina di casa (…) e che il ragazzo vicino di casa lo aveva infastidito più volte». Aggiunse che se gli fosse successo qualcosa «sarei dovuta andare da don Stefano a cui lui aveva riferito ogni cosa».

    Un dato è certo: dall’arresto dei vicini di casa, il prete che sapeva dei vicini e che la menava sull’omertà del paese, smise di fare baccano. E con lui i pasdaran locali dell’Idv. Don Stefano ricominciò a parlare quando si seppe che la procura, sulla scia dell’inchiesta dell’omicidio Basile, indagava su presunte molestie a minori nell’oratorio da lui diretto e che Peppino frequentava in quanto sostenitore della squadra di calcetto. Squadra dove giocava sia il minorenne arrestato, sia un testimone dei presunti abusi. Così il prete finisce indagato per molestie, mentre per l’inchiesta-madre sulle 22 coltellate, oltre ai presunti assassini, sono indagati i genitori del giovane arrestato (che è già stato rinviato a giudizio, ndr) e l’amico che inizialmente gli fornì l’alibi. Nel nuovo fascicolo sono confluite numerose testimonianze di minori, oltre a una catechista, che avrebbero confermato le molestie e che avrebbero anche fatto cenno al misterioso suicidio di un ragazzino. Versioni delicate, ovviamente tutte da verificare.

    Quale sia la correlazione fra l’inchiesta sul delitto e quella sugli abusi sessuali non si sa. Un raccordo gli inquirenti lo ravvisano certamente nell’omertà di un piccolo centro dove anche solo l’idea di un “giro” di pedofili è respinta con sdegno e paura. Fatto sta che ai ragazzini interrogati si continuano a porre domande sul più giovane dei presunti assassini che, per inciso, si continua a professare innocente. Nel frattempo continuano ad arrivare in procura lettere anonime che accusano il religioso e che suggeriscono ai magistrati dove, e a chi, chiedere informazioni sulle presunte attenzioni riservate a ragazzini di Ugento.

    Ad avvelenare il clima concorrono in coda due fattori: l’improvviso trasferimento a Caltanissetta della pm che ha risolto il caso e che taluni, forse, avrebbero preferito tenere aperto per inseguire i mandanti-fantasma dell’affarismo politico. E le parole di fuoco di Cataldo Motta, procuratore capo di Lecce, che su don Stefano ha detto chiaro e tondo: «Ha fatto credere di sapere cose che in realtà non sapeva». Perché l’abbia fatto non si capisce. «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi (…) – attacca un supertestimone a verbale -. Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché (omissis) avrebbe poi potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    E ancora. Un altro ragazzo s’è ricordato di come «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente don Stefano». Cosa gli disse? «Togliti quell’abito che ti confesso io”…».

    Ugento, abusi nell’oratorio? Verità negli omissis

    UGENTO – C’è un’inchiesta sulle presunte molestie avvenute nell’oratorio. Il fascicolo è sul tavolo del sostituto procuratore Stefania Mininni. Ed è stato aperto sulla scorta delle dichiarazioni rese da alcuni giovani sentiti dagli inquirenti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Peppino Basile. Nel fascicolo sono confluite anche le lettere riguardanti don Stefano Rocca, nelle quali sono contenute accuse nei confronti del sacerdote, tirato in ballo per aver riservato «attenzioni particolari » nei confronti di alcuni ragazzi.

    Una raffica di omissis copre il contenuto dei verbali che sono stati tirati fuori dalla Procura dei minorenni dopo la richiesta di giudizio immediato per Colitti junior, accusato di aver ucciso Peppino Basile insieme con il nonno. Omissis che «trattengono» verità non ancora consacrate dalle prove. I verbali contengono le dichiarazioni di giovani che hanno frequentato l’oratorio della parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento come responsabili dell’Azione Cattolica, come animatori del gruppo scout, come catechisti.

    Sono stati ascoltati alla fine del mese di gennaio dal sostituto Simona Filoni della Procura presso il Tribunale dei min orenni. Fra i verbali «sdoganati» dalla Procura c’è anche quello di un trentenne che ad una domanda del magistrato («Come mai don Stefano Rocca inzialmente si è attivato tanto affinchè si assicurassero gli assassini di Peppino Basile e poi, una volta arrestati gli autori, ha interrotto ogni campagna relativa al delitto Basile?) risponde così: «Credo che tutta la sua condotta sia stata finalizzata a precostituirsi un alibi… Riguardo alla condotta tenuta prima e dopo il delitto ritengo che lui abbia agito così perché … omissis… avrebbe potuto gridare ai quattro venti che era stato mandato via da Ugento per le sue campagne a favore della giustizia e della verità nel delitto Basile».

    Fra i giovani che sono stati sentiti dal magistrato vi sono anche quelli che compaiono nella lettera fatta pervenire alla Procura nella quale si fa riferimento ad alcuni episodi che sarebbero avvenuti nell’oratorio, in cui tre ragazzi avrebbero subito atti sessuali. Alla raffica di omissis sono scampate solo le dichiarazioni relative ai rapporti fra don Stefano e i Colitti e fra il sacerdote e Peppino Basile, ritenute utili per l’indagine sull’omicidio. In particolare un 34enne di Ugento ha ricordato che «nel 2003 non correva buon sangue fra Basile e don Stefano. Il sacerdote non perdeva occasione di punzecchiarlo. Attribuivo le battute alla vita sregolata che conduceva Basile e, di conseguenza, pensavo che Don Stefano lo criticasse proprio per questo. Però rimasi colpito una volta in cui Basile, mentre stava lavorando, aggredì verbalmente Don Stefano dicendogli: “togliti quell’abito che ti confesso io”, senza aggiungere altro». [g.lat.] Ora alcuni testimoni indicano l’attività finalizzata

    fonte:www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM…9&IDCategoria=1

    ACCUSE INFAMANTI DI PEDOFILIA AL PRETE: LUI DENUNCIA

    Don Stefano Rocca di Ugento ha ricevuto alcune missive con scritte contro di lui, poco dopo essere stato ascoltato in Procura sul caso dell’omicidio Basile. Tramite il suo legale ha sporto denuncia

    UGENTO – Ultimo clamoroso colpo di scena ad Ugento. Accuse di pedofilia e di omosessualità sono state rivolte, tramite una missiva anonima al parroco Don Stefano Rocca, sempre in prima fila quando si trattava di invitare la collettività a rompere il silenzio sull’omicidio di Peppino Basile. Questa mattina il parroco ha trovato all’interno della cassetta postale della chiesa un plico anonimo. Al suo interno vi erano delle fotocopie di alcuni fogli di giornale.

    Si trattava di un articolo del periodico “Panorama” del giugno scorso, riguardante un richiamo del Papa riguardo gli scandali che hanno visto coinvolti preti per abusi, pedofilia, omosessualità e concubinato. A margine una scritta in stampatello “Vale anche per te… don Stefano Rocca”. Un altro servizio è stato preso dal quotidiano “Il Giornale”, dove Sua Santità afferma che i gay non possono prendere i voti. Anche qui, un’altra scritta inquietante “Noi ragazzi non abbiamo dimenticato!!!! Sconterai le tue malefatte!”.

    Angosciato, la prima cosa che ha fatto don Stefano è stata presentarsi insieme al suo legale, l’avvocato Silvio Caroli, presso la caserma dei carabinieri di Taurisano per sporgere denuncia. C’è però una circostanza che lascia pensare: la busta è stata spedita giovedì scorso, cioè un giorno prima che il parroco venisse ascoltato dai pubblici ministeri Simona Filoni e Giovanni De Palma, che stanno indagando sull’omicidio Basile. Ieri don Stefano è stato interrogato per cinque ore dagli inquirenti, che hanno cercato ulteriori conferme relative all’ipotesi accusatoria, chiarendo anche alcune circostanze addotte dalla difesa.

    Può darsi che si tratti due episodi senza alcun collegamento, ma a priori non si può escludere neanche il contrario. Saranno le indagini a stabilirlo. Non è la prima volta che don Stefano viene preso di mira, nel corso delle indagini per l’omicidio è stato raggiunto addirittura da minacce di morte. Anche dopo l’arresto dei Colitti, nonno e nipote, ritenuti presunti assassini dell’ex consigliere provinciale, i colpi di scena ad Ugento continuano senza sosta.

    fonte: www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=19068 [27/02/2010]

    [08/07/2010]

    BASILE, IN AULA DON STEFANO ED IL NONNO DELLA BAMBINA
    Nuova udienza al Tribunale dei minori per l’omicidio Basile. Ad essere sentiti il parroco don Stefano Rocca ed il nonno della bambina che sostiene di aver riconosciuto i Colitti come gli assassini

    LECCE – Dell’omicidio Basile non sa nulla il nonno della piccola testimone. Nonostante la sua nipotina sostenga di aver visto mentre era affacciata da una finestra della sua casa i Colitti ferire a morte l’ex consigliere Idv, lui sostiene di non essersi accorto di nulla quella notte. Una deposizione, quella dell’anziano, costellata da alcune contraddizioni. Su espressa domanda del pubblico ministero Simona Filoni, ha detto di non ricordare l’orario in cui era andato a dormire, nonostante in ben due interrogatori aveva sostenuto di essersi coricato alle 23 e 15.

    Una discrasia che gli è stata fatta notare anche dal presidente Aristodemo Ingusci, e della quale il testimone alla fine ha dovuto prendere atto, seppur con poca convinzione. Stride con quanto appurato nel corso delle indagini anche un altro dettaglio riferito oggi un aula dall’anziano. E cioè che lui, dopo essere sceso per strada dopo che era stato commesso l’omicidio, avrebbe chiesto cosa fosse accaduto. I testimoni ascoltati finora invece sostengono che l’uomo sia stato l’unico ad uscire di casa intorno alle 4 e 30 del mattino, senza rivolgere la parola a nessuno.

    Per il resto ha ribadito gli ottimi rapporti tra la sua famiglia e quella dei Colitti. Così come pure il fatto che i suoi nipotini avessero l’abitudine di chiamare Vittorio senior “signor nessuno”. Lo facevano per scherzare, ha detto. Non ha potuto negare il fatto che fra sua moglie e sua figlia (la mamma della bambina) i rapporti siano piuttosto tesi. Sia per vecchi livori, sia perché la donna è l’unica della famiglia a credere alle dichiarazioni della piccola.

    Nel corso della mattinata è stato sentito anche il parroco di Ugento, don Stefano Rocca. Il prelato ha denunciato ancora una volta tutte le intimidazioni subite da quando si è impegnato in prima persona per scuotere le coscienze ed invitare la gente a rivelare quello che sapeva in relazione all’omicidio. Ha spiegato come i Colitti dopo il delitto abbiano diradato le loro presenze alla messa domenicale. Recatosi da loro un giorno di fine dicembre 2008 per chiedere spiegazioni, i Colitti gli avrebbero detto di essere molto provati dalle pressioni che erano costretti a subire. Domani saranno chiamati a deporre l’ispettore Fersini della mobile e la psicologa Michela Francia.

    Ugento, peggiorano le condizioni di don Stefano ricoverato in Cardiologia

    UGENTO (12 ottobre) – Don Stefano Rocca peggiora. Ieri mattina il parroco di Ugento è stato trasferito nel reparto di Cardiologia a causa di una aritmia. L’applicazione di un holter per monitorare in maniera continua l’attività del cuore è una delle precauzioni prese dai medici dell’ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano.

    Ma non solo: per il momento don Stefano Rocca resta ricoverato e non si può prevedere se e quando raggiungerà il convento di Collevalenza, in Umbria, per il ritiro spirituale disposto dal Vaticano. E questo nuovo peggioramento mette in forse le visite a fiume dei fedeli. Ma don Stefano annuncia: «Non mollo. Non getto la spugna».

    Non dice altro, non aggiunge, ma chi lo conosce sa che non si riferisce solo alle sue condizioni di salute. Sì, perchè la decisione di lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco di Ugento non è frutto di una scelta in piena autonomia del prelato. Tutt’altro: lo ha chiarito solo nella serata di ieri la curia di Ugento-Santa Maria di Leuca. Se giovedì scorso la Curia aveva spiegato l’imminente partenza di don Stefano parlando di allontanamento volontario, ora riferisce di una procedura di garanzia disposta dal Vaticano: in base alle norme attuate dal Papa, il sacerdote sottoposto ad inchiesta interna (ma ce n’è una anche in Procura) per pedofilia deve allontanarsi dai fedeli.

    La procedura è stata seguita con discrezione: a don Stefano è stato rivolto un invito orale a lasciare la parrocchia di San Giovanni Bosco. Ma lui si è opposto. Battagliero fuori e dentro la chiesa. E, allora, è giunta la lettera con la quale il Vaticano ha disposto d’ufficio il trasferimento: questa volta nero su bianco.
    E qui si arriva alla serata di giovedì. Poi il malore nella nottata ed il ricovero in ospedale. Saltata la partenza in treno della mattinata successiva. E chissà mai se metterà piede in convento. Intanto questa sera ci sarà una veglia di preghiera nella sua parocchia: arriveranno da Ugento e da Taurisano, la sua città natale, per pregare per don Stefano, i fedeli.

    Gli stessi che l’altro ieri hanno messo il lucchetto al cancello della chiesa per dimostrare la loro contrarietà all’arrivo di un nuovo parrocco. Appuntamento alle 8 di stasera: si andrà avanti ad oltranza. Tutti convinti, quei fedeli, che il loro parroco sia al centro di un complotto ordito allo scopo di fargli pagare l’essersi esposto sul delitto di Peppino Basile. E’ gente che parla, pensa e sente con il cuore, la verità dovranno stabilirla le inchieste del Vaticano e del pubblico ministero Stefania Mininni della Procura di Lecce: sono vere le accuse di pedofilia formulate a Roma, in Vaticano, e quelle raccolte durante e dopo le indagini sulla morte di Basile? Don Stefano, appena potrà, preparerà le memorie difensive da inviare a Roma. In Procura, invece, non hanno voluto interrogarlo quando si propose un paio di mesi fa. Lo difende l’avvocato Silvio Caroli.
    E.M.

    http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2216