Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec pagherà 31,5 milioni di dollari per chiudere una causa collettiva per abusi

    L’Arcidiocesi di Quebec, in Canada, pagherà 31,5 milioni di dollari canadesi nell’ambito di un accordo extragiudiziale per risolvere una causa collettiva per abusi sessuali commessi da sacerdoti o laici in posizioni di autorità dal 1940 ad oggi. L’accordo è stato ratificato il 12 agosto scorso dalla giudice Danye Daigle, del Tribunale Superiore del Quebec, e prevede inoltre delle scuse formali della Chiesa alle vittime.

    L’approvazione giudiziaria apre ora la fase di assegnazione dei risarcimenti dopo diversi anni di procedimento. Prima di iniziare la distribuzione dei compensi, lo studio legale Dufresne Wee lancerà un ultimo appello affinché possano unirsi al processo altre persone che soddisfino le condizioni stabilite.

    La Chiesa del Quebec chiede perdono

    In un comunicato pubblicato il 14 agosto, l’Arcidiocesi ha indicato che i suoi responsabili accolgono favorevolmente la ratifica dell’accordo e ha riconosciuto che la fase di riparazione che inizia può aiutare le persone colpite a continuare «il loro cammino verso la pace e la guarigione».

    Il vescovo ausiliare e vicario generale del Quebec, monsignor Jean Tailleur, aveva già formulato pubblicamente le scuse durante la presentazione dell’accordo davanti al Tribunale Superiore il 30 luglio scorso.

    «Davanti alla sofferenza che portano con sé, le mie parole possono fare poco per alleviare o guarire», ha affermato Tailleur. «Tuttavia, c’è qualcosa che deve essere detto. A nome della Chiesa cattolica del Quebec, vorrei offrire loro le nostre più sincere scuse».

    L’accordo prevede proprio la consegna di una lettera di scuse, oltre al fondo economico destinato alle persone incluse nella causa.

    Abusi denunciati dal 1940 ad oggi

    Il procedimento comprende abusi sessuali attribuiti a sacerdoti e laici che esercitavano posizioni di autorità nell’ambito della diocesi del Quebec durante un periodo che si estende dal 1940 ad oggi.

    La causa collettiva è stata autorizzata giudizialmente nel 2022 ed è stata incorporando durante il suo iter nuove accuse e denuncianti. Tra i nomi che hanno raggiunto maggiore risonanza pubblica si trovano due ex o attuali arcivescovi del Quebec: i cardinali Gérald Lacroix e Marc Ouellet.

    In entrambi i casi è necessario distinguere le accuse incorporate nella causa collettiva dal risultato dei procedimenti o delle indagini condotte specificamente su di loro.

    Il caso del cardinale Gérald Lacroix

    Il nome del cardinale Gérald Lacroix, arcivescovo del Quebec, è apparso in un ampliamento della causa collettiva reso pubblico nel gennaio 2024. Una donna lo ha accusato di fatti presumibilmente avvenuti tra il 1987 e il 1988, quando lei aveva 17 anni.

    Il porporato ha negato categoricamente l’accusa e ha deciso di allontanarsi temporaneamente dalle sue attività pubbliche mentre si chiarivano i fatti.

    Leggi anche: Accusano di aggressione sessuale un cardinale canadese

    Francesco ha incaricato allora il giudice in pensione André Denis, ex membro del Tribunale Superiore del Quebec, di un’indagine canonica preliminare. Il rapporto è stato concluso il 6 maggio 2024 e successivamente consegnato al Pontefice.

    La Santa Sede ha comunicato che, alla luce dei fatti esaminati, l’indagine non aveva permesso di identificare alcuna condotta che potesse essere qualificata come cattiva condotta o abuso da parte di Lacroix e che, di conseguenza, non si prevedeva di aprire un procedimento canonico più approfondito.

    Leggi anche: Il Papa chiude l’indagine contro il cardinale Lacroix

    Pertanto, l’inclusione di Lacroix nella causa collettiva non deve essere confusa con una dichiarazione di responsabilità individuale. L’indagine specificamente incaricata da Roma sull’accusa formulata contro di lui si è conclusa senza che venisse aperto un processo canonico.

    Marc Ouellet è apparso anche nella causa

    Un altro dei nomi inclusi nel procedimento è stato quello del cardinale Marc Ouellet, arcivescovo del Quebec tra il 2002 e il 2010 e successivamente prefetto del Dicastero per i Vescovi.

    Nel 2022, una donna ha accusato Ouellet di comportamenti di natura sessuale presumibilmente avvenuti tra il 2008 e il 2010, quando lei svolgeva attività pastorali nella diocesi.

    La Santa Sede ha esaminato la denuncia e ha annunciato allora che non esistevano elementi sufficienti per aprire un’indagine canonica contro il cardinale. Ouellet ha respinto le accuse e successivamente ha intrapreso azioni legali per diffamazione contro la sua denunciante.

    La vertente civile di questo scontro è arrivata a giudizio nel Quebec nel marzo 2026. Durante il processo sono emerse inoltre testimonianze relative ad altri comportamenti del porporato. Tra questi, Ouellet ha riconosciuto di aver introdotto nel 2014 un biglietto da 50 dollari nello scollo del maglione di una donna durante un incontro, un gesto che ha definito «errore goffo» e al quale ha negato qualsiasi intenzione sessuale.

    Leggi anche: La battuta d’arresto nel processo del cardinale Ouellet: ammette come «errore goffo» l’introduzione di un biglietto da 50 dollari nello scollo di una donna

    Inizia ora il processo di risarcimento

    La ratifica dell’accordo non implica di per sé una dichiarazione di colpevolezza individuale rispetto a tutte le persone che sono state indicate nel corso del procedimento. Stabilisce, invece, il meccanismo attraverso il quale l’Arcidiocesi affronterà collettivamente le richieste comprese nell’accordo.

    Con la decisione della giudice Daigle può iniziare ora il processo di assegnazione dei compensi. Prima si aprirà un’ultima opportunità affinché altre persone che ritengono di aver subito abusi nell’ambito temporale e istituzionale stabilito possano richiedere la loro incorporazione.

    Una volta completata questa fase, inizierà la distribuzione dei 31,5 milioni di dollari canadesi tra i beneficiari secondo i criteri previsti nell’accordo.

    L’Arcidiocesi del Quebec affronta così la fase di riparazione di un procedimento che abbraccia più di otto decenni di denunce per abusi sessuali e che ha coinvolto sacerdoti, laici in posizioni di autorità e membri della gerarchia. L’approvazione giudiziaria indirizza il contenzioso verso la sua conclusione, sebbene debbano ancora essere completate l’incorporazione definitiva dei membri e l’assegnazione dei risarcimenti.

    https://infovaticana.com/it/2026/08/21/larcidiocesi-di-quebec-paghera-315-milioni-di-dollari-per-chiudere-una-causa-collettiva-per-abusi/

  • Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Sono trascorsi più di vent’anni da quando José Napoleón Lemus lasciò El Salvador per cercare di dimenticare un dolore inflittogli che, all’epoca, nessuno voleva riconoscere. Oggi, con le prove in mano, con un caso di abuso ammesso dalla congregazione salesiana, cerca giustizia nel suo paese. Era il 1985 e stava studiando per il diploma di maturità presso l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto cattolico sotto l’egida della congregazione salesiana.

    Lemus era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, al quale molti anni dopo fu diagnosticata la dislessia. Alla fine del 1985, i suoi problemi scolastici si erano aggravati e lo condizionavano notevolmente. Il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò era il rettore dell’istituto e insegnava anche due materie, religione ed educazione sessuale, “ironicamente”, racconta questo salvadoregno.

    «Avevo una bella amicizia con padre Corò, e lui interagiva con me privatamente e mi diceva subito che se avessi mai avuto bisogno di aiuto, avrei dovuto rivolgermi a lui; le sue porte erano sempre aperte quando volevo. Ho interpretato questo gesto come un segno di amicizia e ho iniziato a vederlo come un secondo padre», racconta Lemus in una lettera scritta nel 2019, in cui descrive gli abusi.

    Alla fine dell’anno, nel novembre del 1985, padre Corò gli chiese di incontrarlo a scuola dopo le 18:00. Il sacerdote gli diede indicazioni su come entrare e gli assicurò che la sicurezza lo avrebbe lasciato passare.

    Appena entrato, Lemus racconta che il prete lo afferrò e iniziò a toccarlo e baciarlo. “Ero paralizzato”, ha raccontato. In un’intervista al Diario El Mundo, Lemus ha raccontato che il prete cercò di corromperlo: “Sono parole che non dimenticherò mai: ‘Se vieni almeno una volta al mese, non dovrai più preoccuparti di studiare ‘. Era una tangente sessuale, nel senso che mi avrebbe permesso di laurearmi. E non sono mai più tornato a scuola “, ha detto questo salvadoregno residente in Canada.

    José lasciò la scuola e quello stesso giorno raccontò alla madre cos’era successo. “Mia madre non ci credette. Pensava che fosse una scusa per non studiare”, disse. Anni dopo, sotto pressione per interrompere gli studi e nel bel mezzo del reclutamento per il conflitto armato, Lemus lasciò El Salvador, viaggiò negli Stati Uniti e in seguito in Canada, che è la sua casa da decenni.

    “Ho evitato di andare in El Salvador per tutta la vita”, ha dichiarato a Diario El Mundo in una telefonata, ammettendo di avere ancora incubi al momento del ritorno nel Paese e che il bambino a cui è stata rubata l’infanzia piange ancora per il dolore.

    Un decreto e un “rimprovero”

    Ma questa storia non si limita a una lettera. Dopo aver cercato aiuto e aver trovato ogni porta chiusa, nel 2019 la Vice-Provincia di Maria, Sede della Sapienza, a Roma, Italia – una circoscrizione speciale della Congregazione Salesiana mondiale – decise di ascoltarlo. Inviarono dei rappresentanti alla sua residenza in Canada e ebbero con lui una lunga conversazione. Sebbene José riconosca che i Salesiani che lo visitarono cercassero solo di smentire la sua storia, un anno dopo, nel febbraio 2020, ricevette una lettera dal superiore della Vice-Provincia che confermava il suo racconto.

    Si tratta di un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il reverendo Giuseppe Corò, accusato di “crimini più gravi contro il sesto comandamento” (crimini contro il sesto comandamento, che secondo la Bibbia prescrive ai fedeli: “Non commettere atti impuri”).

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti . Il documento si conclude affermando che, il 12 febbraio 2020, sono state decretate le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale.

    Il documento cita il Codice di Diritto Canonico, Canone 1339 §2, che prevede di “rimproverare chiunque causi scandalo o grave turbamento”. 

    «Il sacerdote che è rettore del monastero salesiano (Giuseppe Corò), dove si è ritirato, mi ha mandato una lettera di scuse e mi ha detto che mi avrebbero aiutato. E il rettore, che è anche rettore dei Salesiani in America Centrale, è stato colui che ha approvato l’aiuto psicologico che ricevevo da tre anni qui in Canada», ha raccontato Lemus.

    Impunità

    Sebbene il decreto abbia un peso significativo nel riconoscere gli abusi, José afferma di non aver ancora ottenuto giustizia. Per anni ha cercato di contattare la Polizia Civile Nazionale, avvocati per farsi rappresentare e diverse altre istituzioni, ma è stato ignorato. La polizia richiedeva la sua presenza per sporgere denuncia, mentre gli avvocati pretendevano migliaia di dollari in anticipo, senza offrire alcuna garanzia di successo. Ad oggi, non è stato aperto alcun procedimento penale in relazione a questi abusi.

    “Quello che desidero veramente è che il prete venga messo in prigione, che paghi per le sue azioni, che venga rimosso dalla ‘santificazione’ (sic), dall’essere un santo per chilometri, chilometri, pianeti, perché non lo era, perché non lo è. Le cose buone che ha fatto in El Salvador, le ha distrutte con le tante vite che ha colpito, e se questa voce potesse dare voce a coloro che sono stati feriti, lo farebbe”, ha implorato Lemus.

    Il caso di José Napoelón Lemus è uno dei 24 che il quotidiano spagnolo EL PAÍS ha recentemente presentato al Vaticano, in un sesto dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo.

    Il suo caso non è l’unico che coinvolge il Coro Salesiano: EL PAÍS ha pubblicato almeno altre due testimonianze di salvadoregni che sono stati vittime di questo sacerdote, nella stessa istituzione nella capitale, durante il periodo in cui ne era a capo.

    Lemus, tuttavia, afferma di aver contattato, nominativamente, almeno 50 vittime di Corò residenti in El Salvador, che non si sono fatte avanti per paura. José dichiara che il sacerdote gode di un notevole sostegno all’interno della comunità salesiana, essendo stato una delle sue figure di spicco nel paese durante gli anni ’80.

    “Quello che non sapevano era cosa faceva durante la notte. Durante la notte si trasformava e smetteva di essere il padre buono e santo che tutti desideravano. Diventava uno stupratore, cosa che purtroppo è sempre stato. E io ero solo un’altra vittima.”José Napoleón Lemus, vittima di abusi da parte di padre Corò.

    José si lamenta del fatto che ogni volta che cerca di parlare del suo caso, riceve minacce proprio dalla comunità che protegge il suo aggressore. Esorta le vittime a trovare il coraggio di denunciare gli abusi e critica i leader della Chiesa cattolica in El Salvador che continuano a proteggere gli aggressori: “Smettetela di essere codardi”, dice loro.

    “Mi ha crocifisso”

    Le cicatrici lasciate da questi abusi sono durate per tutta la vita di José; non è un aneddoto che può raccontare a chiunque. Dopo averlo confidato alla madre, ha cercato di dimenticare l’accaduto; nel suo racconto accenna persino a un tentativo di suicidio.

    Ma dopo anni passati a negare di essere stata vittima di abusi, è riuscita a parlare grazie all’aiuto della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi da parte dei Sacerdoti (SNAP). Ora si sente “un po’ più libera”, anche se non ha ancora ottenuto giustizia.

    Il dolore che José prova ancora, e che ha provato, ha cambiato tutto. Socialmente si è allontanato dagli amici, ha smesso di studiare, ha dovuto vivere in esilio e ricominciare una nuova vita, ma ha anche smesso di credere.

    «Ero una cattolica devota. E mi piace, voglio credere che esista un essere superiore a noi, ma non potete immaginare quanto sia difficile mantenere questa fede. Molto difficile. Perché? Perché quell’essere che ci protegge, quell’essere che fluttua tra le nuvole o dentro di noi o chissà dove, ha deciso di prendersi una pausa il giorno in cui Padre (Giuseppe Corò) mi ha toccato la mano. Voglio dire, dov’è Dio se non a proteggerci? Che dire degli altri 30.000 casi di stupro? Dov’è l’essere che ci protegge? L’essere che ci ama e l’essere che dà la sua vita per noi, l’essere che è morto su quella croce. Quando l’essere che ti parla di lui ti stupra in quel modo. Le parole del sacerdote – quando mi ha portato nella sua stanza – sono state: “Lascia che ti presenti l’amore di Dio”. Sono parole che non potrò mai dimenticare», ha affermato Lemus.

    Il suo racconto è preciso: “Un figlio di puttana in cui credevo molto mi ha fregato, mi ha crocifisso e ho dovuto portare questa croce per tutta la vita.”

    Negli ultimi 13 anni, nove sacerdoti sono stati coinvolti in casi di abusi sessuali o stupri di minori ; solo due sono stati condannati al carcere. Nel frattempo, José Napoleón Lemus attende l’udienza.

    https://diario.elmundo.sv/nacionales/victima-de-abuso-de-sacerdote-salesiano-busca-que-la-justicia-salvadorena-lo-escuche-y-abra-un-proceso-penal

     

  • Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    Nessuna giustizia nella Chiesa. Prima italiana per il documentario sulle vittime di Rupnik

    BARI-ADISTA. La storia di una devastante manipolazione mentale sfociata in abusi sessuali, le cui cicatrici trovano la forza di diventare parola liberata, trasformativa, che cerca la giustizia anche per le tante, troppe religiose vittime di violenza clericale. La triste constatazione della totale indifferenza della gerarchia per trent’anni, della protezione dell’istituzione da parte delle figure ecclesiastiche in posizione di responsabilità, di copertura dei crimini perpetrati da un religioso che la Chiesa si ostina a considerare, nella migliore delle ipotesi, peccati. L’aura di intoccabilità e la totale costante impunità di un abusatore che ha potuto contare sulla sua fama, sull’adorazione dei più alti gradi delle istanze vaticane e sul molto denaro derivante dai proventi della sua attività artistica. Un’arte che, nelle sue immagini umane e divine inquietanti, frutto delle immagini e delle circostanze degli abusi sessuali, rappresenta quella mistificazione teologica utilizzata come strumento di controllo e manipolazione. Tutto questo e molto altro è presente nel film documentario “Nuns vs. the Vatican” (Religiose contro il Vaticano), frutto della collaborazione tra la regista Lorena Luciano e il produttore e direttore della fotografia Filippo Piscopo, proiettato per la prima volta in Italia, durante il Bifest-Bari International Film&Tv Festival, il 26 marzo.

    Il documentario racconta la storia degli abusi sessuali compiuti dall’ex gesuita (ma tuttora prete) Marko Rupnik, osannato teologo e mosaicista sloveno le cui opere luccicano in centinaia di chiese e basiliche del mondo, e lo fa dando la parola alle protagoniste della vicenda, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, vittima la prima, per lunghi anni, testimone degli abusi la seconda. Presentato in prima mondiale in Canada, al Toronto International Film Festival (settembre 2025), poi a New York al NY DOC NYC e all’Hamptons Doc Fest dove ha ricevuto il Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025), è approdato in Europa a marzo al Thessaloniki Doc Film Festival) e ha ricevuto una standing ovation al Ljubljana Doc Film Festival (13 marzo 2026) in Slovenia, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica.

    I due realizzatori del film non sono nuovi alle tematiche sociali e hanno cofondato la casa di produzione Film2 Productions. Lorena Luciano, regista e montatrice, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Milano, un’idea di cinema che cerca verità fondendo osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio. Filippo Piscopo, analoga formazione giuridica, è filmmaker, produttore e direttore della fotografia: immagini con sensibilità narrativa e rigore visivo.

    Il loro lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: tra gli altri, un documentario su Dario Fo e Franca Rame è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1998; “It Will Be Chaos”, prodotto da HBO, documentario sul percorso dei migranti sulla rotta balcanica, le è valso un Premio Emmy, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; “Coal Rush”, sulla battaglia di una comunità del West Virginia contro l’inquinamento minerario e l’espansione aggressiva dell’estrazione e uso del carbone, ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    I “personaggi” del film

    “Nuns vs. the Vatican” ripercorre la storia di Gloria Branciani, ricostruendo l’intera vicenda portata all’attenzione del pubblico dalla giornalista d’inchiesta Federica Tourn. Come accade sempre in questi casi, è la stampa a dare voce alle vittime di abusi, consentendo ad altre vittime di uscire allo scoperto e spingendo l’istituzione a uscire dall’inerzia e a reagire. Tante le voci presenti: da quella delle protagoniste e dell’avvocata che le rappresenta nel processo ecclesiastico contro Rupnik presuntamente in corso in Vaticano, Laura Sgrò (da quando papa Francesco nell’autunno 2023 tolse la prescrizione dei loro abusi, nulla è stato fatto sapere alle parti interessate) a giornalisti come Nicole Winfield dell’Associated Presse e John Allen di Crux, recentemente scomparso; da Ann Barrett-Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, organizzazione indipendente che si occupa di ricerca sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi e sulla loro gestione da parte di vescovi, ordini religiosi e Santa Sede, a suor Mary Lembo, religiosa del Togo, psicologa, pioniera nella sensibilizzazione sul tema delle religiose abusate, p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, dei maggiori esperti mondiali nel campo della salvaguardia e della prevenzione degli abusi sessuali. Tutte voci che restituiscono la portata globale di un fenomeno da sempre sommerso e sottovalutato nelle sue dimensioni: come ha dichiarato nel film lo psicologo John Chibnall, autore della (finora) unica grande indagine nazionale sul trauma sessuale tra le suore cattoliche (1998), una religiosa su tre è vittima di abusi. Ma il dato è con ogni probabilità sottostimato.

    Gloria Branciani racconta la sua storia con rigore e sobrietà, aprendo squarci della sua vita e illuminando le parti più oscure della personalità di Rupnik, senza tuttavia indulgere nell’emotività: tutto il film è condotto con grande asciuttezza stilistica e di contenuto e con una fotografia estremamente espressiva. Le conclusioni a cui si giunge sono amare: nonostante i numerosi proclami di tolleranza zero e la pretesa attenzione dell’istituzione verso le vittime, il Vaticano continua a ignorare le persone sopravvissute che cercano giustizia e agisce con una totale mancanza di trasparenza, senza nemmeno rispondere alle missive e alle richieste dell’avvocata Sgrò. E spesso consente ai predatori di continuare ad agire indisturbati, con la politica dei trasferimenti o con una “presunzione d’innocenza” che spesso è copertura degli abusi, a tutela massima del clero.

    Sgrò, in un momento di dibattito dopo la proiezione del film, ha rinnovato il suo appello alle donne vittime di abusi: «Rivolgetevi pure ai superiori ecclesiastici, ma un minuto dopo andate a denunciare l’abuso alla giustizia dello Stato, ai carabinieri, alla polizia, ai magistrati: sono gli unici che possono tutelarvi».

    Sul silenzio calato sul processo Rupnik – il quale, lo ricordiamo, è stato espulso dai gesuiti per disobbedienza ma è tuttora prete, e la cui scomunica, comminatagli nel 2020 per aver assolto una sua vittima in confessione, è stata poco dopo revocata, quasi sicuramente da papa Francesco – scrive il 24 marzo il Messaggero (24/3). «Ho sollecitato più volte il Dicastero della Fede per avere informazioni. Le vittime ignorano totalmente cosa stia accadendo», afferma l’avvocata Sgrò, sentita dal quotidiano romano. A oggi «non si conosce né il numero, né i nomi di coloro che fanno parte del collegio giudicante»; «Nessuno a noi ha mai ufficialmente dato notizie di nulla».

    Nel frattempo, lo smantellamento dei mosaici di Rupnik è oggetto di dibattito; se a Lourdes il vescovo mons. Jean-Marc Micas ha deciso di coprire una parte di quelli che ornano le facciate della basilica, a Roma, si legge sul Messaggero, il solo parlare di questi temi appare impossibile. Nella capitale Rupnik ha sempre goduto di favore, «tanto che al Vicariato nessuno ha mai sollevato il problema della costosissima cappella realizzata ai tempi del card. Angelo De Donatis, attuale penitenziere (e grande protettore del presunto abusatore)».

    Il papa: «Misericordia ai predatori»

    E molta incredulità, delusione, persino indignazione ha suscitato tra i cattolici il messaggio di papa Leone ai vescovi francesi riuniti in assemblea (24-27 marzo), trasmesso attraverso il Segretario di Stato card. Pietro Parolin. Dopo aver fatto gli auguri all’episcopato d’Oltralpe «per il buon e fruttuoso svolgimento della vostra Assemblea Plenaria», il papa affronta uno dei temi cardine all’ordine del giorno dell’incontro di primavera, quello degli abusi. «Un punto della vostra riflessione – afferma il papa – riguarderà la prosecuzione della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione, che avete intrapreso con determinazione. È infatti necessario perseverare a lungo termine negli sforzi di prevenzione già in atto e continuare a dimostrare la sollecitudine della Chiesa per le vittime e la misericordia di Dio verso tutti». «È positivo – sottolinea – che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali. Inoltre, dopo diversi anni di dolorose crisi, è giunto il momento di guardare risolutamente al futuro e di offrire un messaggio di incoraggiamento e fiducia ai sacerdoti di Francia, che hanno sofferto molto».

    Un discorso nel quale la centralità delle vittime è totalmente fuori dal radar, a tutto vantaggio dell’attenzione, quasi esclusiva, per la misericordia verso gli abusatori e, addirittura, per la sofferenza dei preti del Paese che tanto «hanno sofferto» per l’emersione di numerosi casi di abusi, anche successivamente all’inchiesta portata avanti dalla Commissione indipendente d’inchiesta (CIASE) e al rapporto che ne è derivato.

    Le parole del papa hanno suscitato un’ondata di di indignazione, ben percepibile sui social, dove in molti rilevano che il pontefice non fa alcun riferimento alla giustizia, che la misericordia non può e non deve sostituire; che le vittime sono citate solo en passant e che un’attenzione ben maggiore viene riservata, nel messaggio, al clero, abusatore e non.

    https://www.adista.it/articolo/75517

  • Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

    Dopo il sold out al Ljubljana International Film Festival, il 13 e 15 marzo scorsi, Nuns vs the Vatican, il documentario realizzato da Lorena Luciano e Filippo Piscopo sugli abusi sulle religiose, che racconta in particolare la storia di Gloria Branciani, vittima di Marko Rupnik, sacerdote e artista gesuita, accusato di decine di episodi di abusi sessuali a danno di donne, religiose e laiche, viene ora presentato al Bari International Film and Tv Festival 2026 il prossimo 26 marzo alle 21 al Multicinema Galleria del capoluogo pugliese.

    Una prima italiana molto attesa perché il film, già presentato negli Stati Uniti, in Canada e in Grecia, oltre che in Slovenia, denuncia l’omertà e la sistematica copertura degli abusi sessuali da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Un silenzio che arriva fino in Vaticano.

    NUNS vs. THE VATICAN racconta la storia di Gloria, un’ex suora che osa sfidare il Vaticano. Portando alla luce verità che la Chiesa avrebbe voluto seppellire, innesca una battaglia che nessuna suora avrebbe mai dovuto combattere, scuotendo l’istituzione dalle sue fondamenta.

    Dopo 30 anni di silenzio, Gloria, ex suora, denuncia pubblicamente il suo abusatore: Marko Rupnik, sacerdote e artista di fama con stretti legami con il Vaticano. Quando la sua lettera viene ignorata, Gloria si rifiuta di restare in silenzio. Ritrovando la consorella ex suora Mirjam, portano la loro storia alla stampa, rivelando l’incredibile portata degli abusi di Rupnik e il decennale insabbiamento della Chiesa, attirando immediata attenzione internazionale.

    Il coraggio di Gloria innesca un movimento. Quasi trenta ex suore trovano il coraggio di parlare, spingendo Papa Francesco ad abolire la prescrizione e ad aprire un processo ecclesiastico contro Rupnik. La sua battaglia scatena un confronto globale, svelando profonde corruzioni e ispirando donne ovunque a rompere il silenzio.

    Incontriamo nel documentario persone che si battono per chiedere conto alla Chiesa di questa e altre vicende. Tra queste le giornaliste Lucetta Scaraffia e Federica Tourn, conduttrice della trasmissione Rai “Protestantesimo”, impegnata nel documentario a cercare le varie testimonianze sulla vicenda Rupnik; e l’attivista americana Barbara Dorris, che si batte per veder riconosciuta giustizia alle vittime. Con una gerarchia ecclesiastica incentrata sugli uomini, le donne hanno a malapena voce in capitolo nella definizione delle politiche. Dorris lamenta il fatto che la Chiesa abbia costantemente inquadrato gli abusi come una questione omosessuale, al punto da far sparire dalla narrazione le donne vittime. Questo toccante documentario getta una luce intensa su oscuri segreti. 

    Luciano e Filippo Piscopo sono una delle coppie più influenti e riconosciute nel panorama internazionale del documentario contemporaneo. Entrambi italiani e americani, vivono e lavorano tra l’Italia e gli Stati Uniti, dividendosi tra New York e l’Europa. Insieme, Lorena e Filippo hanno realizzato film che non solo affrontano temi di giustizia sociale e diritti umani con una voce unica e potente, ma che hanno anche raggiunto un pubblico globale, ottenendo premi, distribuzione internazionale e ampio apprezzamento da parte della critica. La loro collaborazione creativa unisce visione artistica, rigore etico e impatto cinematografico, consolidandoli come figure di riferimento nel cinema documentario contemporaneo.

    Lorena Luciano, regista e montatrice, ha studiato Giurisprudenza all’Università di Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti per seguire la sua vocazione cinematografica. Il suo stile è caratterizzato da un cinema di verità che fonde osservazione cinematica, interviste in prima persona e materiale d’archivio per raccontare storie umane profonde e urgenti. Il suo lavoro ha ottenuto riconoscimenti internazionali di grande rilievo: il documentario su Dario Fo è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia; It Will Be Chaos, prodotto da HBO, le ha valso un Premio Emmy®, il Premio per la Miglior Regia al Taormina International Film Festival e il Premio del Pubblico al Milano Film Festival; Coal Rush ha conquistato il titolo di Miglior Documentario al San Marino Film Festival.

    Luciano è stata inoltre selezionata per prestigiose fellowship e programmi internazionali, tra cui il Sundance Institute, IDFA, la MacArthur Foundation, l’International Documentary Association, lo Sheffield Film Festival, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e il New York State Council on the Arts, confermando la sua reputazione come una delle voci più autorevoli e influenti del documentario contemporaneo.

    Filippo Piscopo è un filmmaker, produttore e direttore della fotografia di grande rilievo. Anche lui con una formazione giuridica e una profonda passione per le immagini, ha cofondato con Lorena la casa di produzione Film2 Productions. Piscopo porta ai progetti una combinazione rara di sensibilità narrativa e rigore visivo, guadagnandosi riconoscimenti a livello mondiale. Di recente, e stato direttore della fotografia del cortometraggio The ABCs of Book Banning (Paramount+), candidato all’Oscar® 2024, e il suo lavoro è stato presentato in festival come la Mostra del Cinema di Venezia, l’AFI Docs, IDFA Forum, il Gotham/IFP Spotlight on Documentaries e molti altri.

    Titolo originale: NUNS vs. THE VATICAN
    Regia: Lorena Luciano
    Produzione: FILM2 Productions in Association with MIGHTY Entertainment
    Produttrice Esecutiva: Mariska Hargitay
    Produttore / Direttore della fotografia: Filippo Piscopo
    Genere: Documentario
    Anno: 2025
    Durata: 93 minuti
    Lingua: italiano, inglese, sloveno (sottotitoli inglesi disponibili)
    Formato: DCP / digitale
    Paese di produzione: USA / Italia

    Première e riconoscimenti principali:

    • TIFF – Toronto International Film Festival (World premiere, Settembre 2025)
    • NY DOC NYC – Subject Matter Award (US premiere, Novembre 2025)
    • Hamptons Doc Fest – Premio per i Diritti Umani (Dicembre 2025)
    • Thessaloniki Doc Film Festival – (EU Premiere – 8 Marzo 2026)
    • Ljubljana Doc Film Festival – (Competition – 13 marzo 2026)
    • Bari Film Festival – (Prima Italiana – 26 marzo 2026)

    Nuns vs the Vatican sbarca in Italia

  • Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Tutto è nato da una lettera, divenuta incontro, oggi, nel Palazzo Apostolico. Il primo di Leone XIV dalla sua elezione con un gruppo di vittime di abusi e attivisti che lottano contro quella che gli ultimi Pontefici hanno definito una “piaga” nella Chiesa. Leone XIV ha ricevuto questa mattina sei membri del Consiglio direttivo dell’ECA Global, l’Ending Clergy Abuse, associazione per i diritti umani i cui membri provengono da oltre 30 Paesi di cinque continenti. Tra loro, attivisti e vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti del clero. La rete, attiva soprattutto negli Stati Uniti, dal 2018 anno di fondazione si impegna affinché la Chiesa cattolica segua le raccomandazioni delle Nazioni Unite del 2014 per una politica efficace di “tolleranza zero”. E l’udienza di oggi con Papa Leone – afferma la stessa ECA – segna certamente “un passo storico e pieno di speranza verso una maggiore cooperazione”.

    Parole impresse dall’organizzazione in una dichiarazione e, successivamente, riferite alla stampa in una conferenza a Borgo Pio, zona Vaticano, dai sei partecipanti all’incontro col Pontefice. Ovvero Gemma Hickey (Canada), Timothy Law (USA), Evelyn Korkmaz (Canada, First Nation), Matthias Katsch (Germania), Janet Aguti (Uganda), Sergio Salinas (Argentina). Tutti provenienti da diversi contesti e culture, tutti accomunati dall’obiettivo che gli abusi non si ripetano più e di una più efficace collaborazione con la Chiesa.

    Accoglienza e ascolto

    Tutti e sei i membri di Eca si sono trovati concordi nell’esprimere soddisfazione per l’udienza con Leone XIV, per il suo atteggiamento, per il suo approccio, per la sua capacità di ascolto, come ha affermato Gemma Hickey, vittima di abusi a Newfoundland and Labrador (Canada) da parte di un sacerdote, prima rimosso e poi spostato in due parrocchie. “Papa Leone è stato molto aperto e ognuno di noi ha condiviso alcune riflessioni personali. È stato molto caloroso. Ci ha ascoltato… Ha anche un buon senso dell’umorismo. Davvero umile”. Al Papa hanno letto una loro dichiarazione, così da iniziare l’udienza “con le menti aperte”, e hanno anche presentato il progetto Iniziativa Tolleranza Zero, sottolineando “l’importanza di standard globali coerenti e di politiche incentrate sulle vittime”. Durante l’udienza si è parlato pure del lavoro svolto dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori che, la scorsa settimana, ha presentato il suo secondo Rapporto annuale. E il Papa ha suggerito un “dialogo” tra i due organismi.

    “È stata una conversazione profondamente significativa. Riflette un impegno condiviso per la giustizia, la guarigione e un vero cambiamento”, ha affermato ancora Hickey. “I sopravvissuti hanno cercato a lungo un posto al tavolo delle trattative e oggi ci siamo sentiti ascoltati”.

    Un dialogo diretto e rispetto

    L’incontro odierno, come accennato, nasce da una lettera che l’ECA aveva inviato al neoeletto Pontefice. Ispirati dalle parole di Robert Francis Prevost dalla Loggia delle Benedizioni, i membri dell’organismo si sono presentati “come costruttori di ponti, pronti a camminare insieme verso la verità, la giustizia e la guarigione”. E in questi tempi così “polarizzati”, hanno scritto, “l’atto più radicale che possiamo fare in questo momento è sederci e parlare”. Alla missiva il Papa ha risposto “positivamente” e, con “un gesto di apertura”, ha accolto l’opportunità di “un dialogo diretto e rispettoso sulla strada da seguire”. Da qui l’appuntamento privato nel Palazzo Apostolico, durato circa un’ora ma denso di testimonianze e proposte.

    “Siamo venuti non solo per esprimere le nostre preoccupazioni, ma anche per valutare come potremmo collaborare per garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili in tutto il mondo”, ha affermato Janet Aguti dell’Uganda, vicepresidente del consiglio di amministrazione di ECA. Nessuna “rabbia”, ha chiarito ancora Gemma, ma solo “speranza” di responsabilità e cambiamento duraturo: “Crediamo nella dignità intrinseca di ogni bambino e adulto vulnerabile, nel coraggio di ogni sopravvissuto e nella responsabilità morale della Chiesa di guidare con trasparenza e compassione. La nostra missione è sostenere coloro che hanno subito danni nel promuovere riforme che proteggano i più deboli. E contribuire a ripristinare la fiducia e l’integrità nell’istituzione che sappiamo avere la capacità di fare grandi cose”.

    Volontà di lavorare insieme

    L’obiettivo, ha fatto eco Tim Law, co-fondatore e membro del cda di ECA Usa, “non è il confronto, ma piuttosto la responsabilità, la trasparenza e la volontà di lavorare insieme per trovare soluzioni”. Non è poco per persone che spesso – come raccontano – hanno chiesto aiuto e si sono trovate davanti un muro. “Come sopravvissuta a una scuola residenziale, porto il peso del trauma intergenerazionale causato da istituzioni che avrebbero dovuto proteggerci. L’incontro di oggi è un altro passo verso la verità e la riconciliazione”, ha sottolineato la canadese Evelyn Korkmaz.

    Mentre Matthias Katsch, dalla Germania, ha spiegato che al Pontefice è stato chiesto di offrire “speranza”, intesa come “giustizia”, “risarcimenti” e “migliori tutele per bambini e adulti vulnerabili”. Oggi, ha aggiunto, “non è più sufficiente che i sopravvissuti parlino” ma “è necessario che la società ascolti”: “Non è solo la Chiesa, è tutta la società che deve essere disposta ad ascoltare e a trarre le conseguenze da ciò che le è stato detto dai sopravvissuti”. Alla conferenza è intervenuto anche Francesco Zanardi, membro di ECA e dell’associazione Rete L’Abuso (non presente all’udienza con il Papa), il quale ha annunciato un rapporto sui casi di abusi e pedofilia del clero in Italia.

    L’organizzazione ha ribadito “l’urgente necessità di un dialogo continuo, di compassione e collaborazione per costruire un futuro in cui la sicurezza, la responsabilità e la dignità non siano solo difese, ma in cui le voci dei sopravvissuti siano d’esempio”.

    In dono due libri

    All’incontro in Vaticano stamattina era presente anche il giornalista peruviano Pedro Salinas che ha consegnato il suo libro “La verdad nos hizo libres”, sulla vicenda del movimento religioso Sodalicio sorto in Perù negli anni ’70, ramificatosi in tutta l’America Latina e soppresso a inizio anno da Papa Francesco. Vittima lui stesso di abusi all’interno del movimento, Salinas insieme alla collega Paola Ugaz ha scoperchiato con un libro-inchiesta l’intera vicenda abusi all’interno di Sodalicio. Una vicenda ben conosciuta da Papa Leone, avvenuta in quel Perù dove è stato per oltre vent’anni prima missionario agostiniano e poi vescovo.

    Un libro lo ha consegnato pure Matthias Katsch, ovvero il volume di cui è autore dal titolo “Damit es aufhört” (Affinché finisca), che descrive lo scandalo degli abusi e gli sviluppi successivi a partire dal 2010 in Germania, intrecciato con la sua storia personale. A margine della conferenza, rispondendo alle domande di Stefanie Stahlhofen della redazione tedesca di Radio Vaticana – Vatican News, Katsch ha spiegato che “non è stato solo il primo incontro con Papa Leone, è stato il primo incontro in assoluto con un Papa, non con singole vittime di abusi, ma con un’organizzazione di vittime. Si tratta di un salto di qualità”.

    https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-10/abusi-papa-leone-xiv-incontro-vittime-attivisti-eca-vaticano.html

  • Belgio: suore, abusi e contesto

    Belgio: suore, abusi e contesto

    Dal 21 agosto sulla piattaforma belga Proximus Pickx sono apparse in successione quattro puntate che raccontano gli abusi avvenuti nei decenni scorsi all’interno degli istituti religiosi femminili, in particolare nelle Fiandre.

    Attraverso numerose testimonianze delle vittime le puntate hanno affrontato la violenza fisica, gli abusi sessuali, gli abbandoni forzati dei bambini da parte di giovani donne non sposate e gli abusi di potere all’interno delle comunità.

    La serie sarà a disposizione di tutti a partire da fine settembre, compresa la TV fiamminga (VTM).

    Il periodo indagato è fra il 1950 e il 1990, mentre le testimonianze sugli abusi di potere sono più recenti. Le violenze testimoniate negli istituti di rieducazione per bambini abbandonati sono già note per altri casi (Irlanda, Canada, USA) e sempre devastanti: percosse, umiliazioni, privazioni sul cibo e altro, punizioni, lavoro obbligatorio. Un pesante rosario di vessazioni.

    De Nonnen (“le suore”)

    La reazione della presidente dei religiosi/e fiamminghi/e, sr. Mieke Kerckhot, è stata immediata: «Sono senza parole: sconvolta e nella vergogna. I fatti sono orribili e intollerabili». In una reazione ufficiale della conferenza dei religiosi/e si dice: «Chiediamo perdono alle vittime. Le loro storie, spesso taciute per anni, ci toccano profondamente. Facendo sentire la loro voce, portano alla luce gli abusi e, si spera, danno la forza ad altre vittime di fare lo stesso». Si ricorda la scelta della Chiesa belga per la “tolleranza zero”.

    Sulle madri “naturali” e i loro bambini essi difendono anzitutto la loro dignità e offrono le indicazioni a favore del Centro fiammingo per le adozioni a cui hanno affidato da tempo tutti gli archivi a disposizione. Pronti al sostegno quando fosse richiesto.

    Una delle puntate riguarda in particolare l’orfanatrofio Sint-Vincentius di Zelem dove, sulla base di alcune indicazioni, ci sarebbe stato anche un omicidio e alcune sepolture clandestine nel cimitero della città. I religiosi/e chiedono di indagare a fondo sulla questione.

    Quanto agli abusi di potere, sono in funzione da tempo per le suore e le ex suore centri di ascolto dedicati con un possibile riferimento a organismi esterni e indipendenti. «Continuiamo a impegnarci per affrontare il passato con trasparenza e rispetto per rendere giustizia e dare riconoscimento alle vittime. E, soprattutto, per uno spazio sicuro per l’oggi».

    Replica rispettosa del dolore delle vittime

    In un’intervista sr. Mieke Kerckhot arricchisce le informazioni. La responsabile della produzione, Barbara Van Poeck, e il giornalista investigativo, Tom De Smet, l’hanno in qualche maniera coinvolta e questo è stato apprezzato. Assieme a lei hanno rivisto le quattro puntate: «Ho chiesto con una certa forza il diritto di replica nell’ambito della trasmissione. Ci avrebbe dato la possibilità di esprimere in modo personale i nostri sentimenti, le nostre scuse per gli abusi passati. Ci è stato negato. I produttori hanno ritenuto che non fosse adatto al “format”. Ci è stato permesso una videata finale con le nostre risposte scritte […] Ma un cartello da solo dice poco e può risultare freddo».

    Sarebbero state utili alcune parole di spiegazione, ad esempio, rispetto all’accusa di cambiamento di nome quando si entra in noviziato. Pratica di lunga tradizione nella vita religiosa (oggi largamente ignorata), che non vuole essere una censura ma sottolineare la novità e la radicalità della scelta compiuta.

    Inoltre, si sarebbe potuto spiegare che le pratiche e le distorsioni mostrate si riferiscono a decenni passati, non al presente.

    Nel quarto episodio si racconta di abusi in una congregazione femminile già censurata dal dicastero vaticano (non può accettare altre vocazioni per diversi anni) e non più presente nelle Fiandre. Nell’insieme, le denunce riguardano sette famiglie religiose su un totale di 295 presenti sul territorio.

    16 decisioni ecclesiali

    «Restiamo impegnate ad affrontare il passato con trasparenza e rispetto, a rendere giustizia e a riconoscere le vittime di allora e a garantire uno spazio sicuro per tutti oggi. Ripeto sempre: le sorelle consacrate sono persone normali con scelte di vita straordinarie. La maggior parte è sana, ma ce ne sono anche alcune con problemi di salute mentale o persone che potrebbero perdere la testa in determinate circostanze. Ma spero che la cultura del silenzio sia completamente un ricordo del passato. Spero che tutti abbiano il coraggio di superarla. Il documento mediale (De Nonnen, “le suore”) contribuirà a questo».

    È prevedibile che la reazione degli spettatori sarà molto forte. Il tribunale di Limbourg ha già avviato un’inchiesta preliminare. Come è già avvenuto nel 2023 quando una serie televisiva (Godvergeten, “dimenticati da Dio”) suscitò uno sdegno generale spingendo la Camera federale ad avviare una commissione di inchiesta e il parlamento fiammingo a definirne una seconda in proprio (https://www.settimananews.it/chiesa/belgio-abusi-tagliare-fondi-alla-chiesa/).

    La Chiesa ha già sollecitato la messa in opera delle indicazioni prodotte. In un documento episcopale del 2024 (Cosa ha fatto la Chiesa per le vittime di abusi sessuali fra il 1997 e il 2024?) si enumerano sedici passaggi compiuti o condivisi:

    •  creazione di due punti di contatto per francofoni e fiamminghi (1997);
    •  avvio della commissione Halsberghe per il trattamento delle denunce (2000);
    •  la commissione Adriaenssens (2009);
    •  creazione di una commissione parlamentare speciale (2010);
    •  centro di arbitraggio (2012-2017);
    • creazione di dieci punti di contatto per le vittime (2012-2021);
    • commissione interdiocesana per la protezione dei minori (2012);
    •  sussidio “La sofferenza nascosta” (2012);
    •  documento “Dal tabù alla prevenzione” (2014);
    •  nascita del consiglio di supervisione (2016);
    •  giornata nazionale di riconoscimento e di memoria (2017);
    •  rapporto sugli abusi ai minori nella relazione pastorale (2019);
    •  codice di condotta per i collaboratori ecclesiali (2019);
    • punti di contatto unico (francofono e fiammingo) nel 2021;
    •  dopo la serie televisiva Godvergeten (2023).

    L’ultimo evento ricordato è l’incontro delle vittime con papa Francesco nel 2024 (cf. qui). E si prevede che anche dopo l’attuale serie televisiva possa esserci un incontro con papa Leone.

    https://www.settimananews.it/vita-consacrata/belgio-suore-abusi-contesto/

  • Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Padre Carlo Alberto Capella, in queste settimane, ha finito di scontare i cinque anni di galera in Vaticano perché colpevole di possesso e traffico di materiale pedopornografico. Senza più il titolo di monsignore, è tornato a lavorare presso la Seconda Sessione della Segreteria di Stato dove anni fa aveva cominciato la sua carriera ecclesiastica nell’ambito dell’apparato internazionale della Sede Apostolica. In realtà, Capella quando era agli arresti in una stanza della caserma della Gendarmeria vaticana lavorava già presso gli Uffici dell’Elemosiniere del Santo Padre.

    Ora, pagato il debito con la giustizia, il presbitero nato a Carpi nel 1967, ordinato a Milano nel 1993 da dove per consiglio del card. Carlo Maria Martini sbarcò nella Segreteria di Stato, è stato reintegrato tra i dipendenti della Sede Apostolica con l’obbligo di rispettare severamente alcune restrizioni legate alla natura dei suoi delitti.

    La condanna

    Capella, accusato “di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”, fu rinviato a giudizio il 9 giugno 2018. La prima udienza si tenne presso il Tribunale Vaticano il 22 giugno. Il giorno dopo, Capella venne condannato a 5 anni di carcere più 5mila euro di multa. (Comunicato vaticano)

    Allora, dopo la sentenza, Vatican News riferiva: “Prima della sentenza è intervenuto  anche mons. Capella. Come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto “atti compulsivi di consultazione impropria di internet”. Gli errori commessi – ha affermato – sono evidenti. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto questo periodo di debolezza abbia inciso nella vita della diocesi, della Chiesa e della Santa Sede. Sono pentito e rammaricato e sono addolorato – ha poi detto mons. Capella – per la mia famiglia. Spero che questa situazione – ha proseguito – possa essere considerata un incidente di percorso nella mia vita sacerdotale, che amo ancora di più. Voglio proseguire – ha concluso – nel cammino riabilitativo.”

    La notizia sette anni fa.

    Il 7 aprile 2018 la Sala stampa vaticana pubblicò a sorpresa questo comunicato che causò gran rumore mediatico: “Questa mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia. Il Giudice Istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013”.

    Il nome di Capella nell’Annuario pontificio 2025

    Le redazioni di pubblicazioni cattoliche, in queste settimane, hanno pubblicato alcuni articoli che sostanzialmente, seppure con linguaggio morbido, contestano il fatto che mons. Capella – che ha subìto anche un processo canonico – sia stato riammesso negli uffici della Segreteria di Stato. Queste analisi riportano numerose frasi di critica, perplessità e rifiuto, ma sempre attribuite a fonti anonime identificate al massimo con le diciture “persone vicine al dossier o fonti vicine alla Segreteria di Stato”. The Pillar che si è occupato della vicenda scrive: “Una fonte a conoscenza diretta della situazione ha ricordato che Capella fu portato nell’ufficio della Segreteria di Stato dall’arcivescovo Paul Gallagher, capo della seconda sezione e ministro degli esteri del Vaticano”. Il ritorno in Segreteria “è stato chiaramente presentato come un atto di misericordia”, ha detto il funzionario. “L’intenzione era che quest’uomo, che non era stato ridotto allo stato laicale ma che chiaramente non poteva tornare nella sua diocesi o prestare servizio in una parrocchia, potesse collaborare all’ufficio e rimanere in Vaticano, dove è di fatto isolato, ma senza un ufficio formale”.

    Le due fonti di The Pillar affermano “che l’intesa iniziale prevedeva che Capella avrebbe lavorato come speechwriter e avrebbe contribuito alla stesura di relazioni senza una designazione ufficiale, un incarico o un grado. Ma qualcosa sembra essere cambiato di recente, con l’edizione del 2025 dell’Annuario Pontificio che elenca formalmente il sacerdote tra i funzionari della sezione diplomatica. Capella è classificato tra i minutanti ovvero gli impiegati senior, e il suo nome compare accanto a quello di diversi capi sezione del dipartimento.”

    Sempre The Pillar, con riferimento alla comparsa del nome di Capella nell’Annuario Pontificio 2025, conclude: “Tutti quelli che conoscono la vicenda credono che questo sia oltre il limite, nessuno capisce come sia stata presa questa decisione”, ha detto il funzionario. “Questo è l’opposto di quello che avrebbe dovuto essere lo scopo, ovvero che potesse rendere un servizio utile pur vivendo una vita appartata, senza dare scandalo”.

    Ontario. Natale 2016

    Le allora presunte attività illegale di Carlo Alberto Capella sono state individuate nel 2016 dalla rete di collaborazione tra la Polizia statunitense e quella canadese specializzata nella lotta contro la pedopornografia digitale. Da subito il caso richiamò l’attenzione prioritaria sia negli Usa sia in Canada. In particolare i sospetti più pesanti contro le attività dell’allora Monsignore Capella in rete sorsero a Windsor (Ontario, Canada) durante il periodo natalizio del 2016. A partire da quel momento il pedinamento digitale e il monitoraggio del dipendente vaticano della Nunziatura a Washington divenne costante e le Polizie statunitense e canadese strinsero un coordinamento ferreo, da subito in contatto con la Santa Sede, con il Nunzio Christophe Pierre (in carica dall’aprile 2016).

    Accordi con il Vaticano

    La situazione si era molto complicata. Il Canada voleva e chiedeva l’arresto e l’estradizione di Capella che ormai era rientrato a Washington. Gli Stati Uniti volevano arrestarlo ma senza crear frizioni con la Santa Sede. L’arresto o l’estradizione complicavano moltissimo i rapporti tra Vaticano, il Canada e la Casa Bianca, dove il 16 gennaio si insediava il Presidente Trump.

    Mons. Capella era un diplomatico vaticano, cosa non trascurabile perché godeva dell’l’immunità, ma era imputato con numerosissime prove di reati gravissimi in qualsiasi codice penale, accuse anche pesanti moralmente per un sacerdote della Chiesa Cattolica impegnata dal Papa stesso nella lotta contro la pedofilia tra i membri del clero.

    In questo contesto è nata la possibilità di spedire mons. Capella in Vaticano, discretamente, in virtù di accordi politici e diplomatici, sorpassando le leggi locali, e quindi lasciando al Papa in persona ulteriori decisioni.

    Il processo fu una formalità necessaria. In realtà da subito era tutto chiaro e così Capella fu portato in Vaticano con la condanna scritta in tasca. Era l’accordo con il Vaticano.

    Da ricordare che allora, gennaio 2017, la Casa Bianca aveva da poche settimane un nuovo inquilino: Donald Trump.

    Nota. Capella era stato assegnato alla nunziatura pontificia in India nel 2003 e alla nunziatura a Hong Kong nel 2007. Nel 2008 venne creato Cappellano di Sua Santità, decisione che gli ha conferito quindi il titolo di monsignore. Nel 2011 è stato trasferito in Vaticano per prestare servizio presso la Segreteria di Stato. Poi, nel 2016 è stato assegnato alla nunziatura pontificia negli Stati Uniti. Non molto tempo dopo, nel 2017, Capella fu richiamato in Vaticano senza apparente causa e senza che venissero precisati eventuali nuovi compiti. Nel frattempo, con estremo riserbo gli Stati Uniti, avevano informato la Santa Sede che mons. Capella era sotto inchiesta per possesso e condivisione di materiale pedopornografico. Il Canada emise addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, sostenendo che durante una visita in Canada nel dicembre 2016 aveva posseduto e condiviso materiale pedopornografico.

    Luis Badilla. Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

  • I sopravvissuti agli abusi chiedono al prossimo papa di attuare una politica di tolleranza zero e di identificare i cardinali con precedenti penali scadenti

    I sopravvissuti agli abusi chiedono al prossimo papa di attuare una politica di tolleranza zero e di identificare i cardinali con precedenti penali scadenti

    CITTÀ DEL VATICANO (AP) — Una coalizione di sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero ha chiesto mercoledì che i cardinali che entrano in conclave per eleggere il successore di Papa Francesco scelgano un papa che adotti una politica universale di tolleranza zero per gli abusi e che abbia una fedina penale pulita nella gestione dei casi.

    Il gruppo End Clergy Abuse ha pubblicato una lettera aperta ai cardinali che si riuniranno informalmente questa settimana prima dell’inizio del conclave del 7 maggio. Anche SNAP, il principale gruppo di sopravvissuti con sede negli Stati Uniti, ha identificato in un nuovo database i cardinali che hanno a loro volta precedenti problematici , evidenziando un nuovo livello di controllo su tutti i possibili candidati al papato.

    Gli sviluppi giungono in un momento in cui sorgono dubbi concreti su quanto lo scandalo degli abusi stia assumendo un ruolo importante nelle discussioni sulla scelta del nuovo papa. Dopo due decenni di incessanti rivelazioni su abusi e insabbiamenti che hanno screditato la gerarchia cattolica, molti leader ecclesiastici vorrebbero pensare che la questione sia ormai un ricordo del passato, hanno affermato le vittime.

    “La crisi degli abusi sessuali non è una questione del passato. È presente. E in nessun luogo la sua devastazione è più visibile che nel Sud del mondo”, hanno affermato le sopravvissute nella lettera aperta.

    ECA e SNAP hanno chiesto alla Chiesa cattolica di adottare una politica di tolleranza zero , che preveda la rimozione permanente di un sacerdote dal ministero ecclesiastico anche per un singolo abuso sessuale ammesso o accertato secondo le leggi ecclesiastiche. Questa è la politica adottata nella Chiesa statunitense al culmine dello scandalo statunitense del 2002, ma non è affatto adottata altrove.

    La questione si sta svolgendo in tempo reale a Roma, mentre i cardinali si riuniscono: il cardinale peruviano Juan Luis Cipriani Thorne, 81 anni, è stato visto in alta uniforme cardinalizia entrare e uscire dalla Città del Vaticano, nonostante sia stato sanzionato dal Vaticano per presunti abusi su minore. Cipriani non è ammesso al conclave perché ha più di 80 anni, ma ha partecipato alle riunioni pre-conclave questa settimana.

    A gennaio, il Vaticano ha confermato l’esistenza di sanzioni disciplinari nei confronti di Cipriani, il primo cardinale dell’Opus Dei, a seguito di accuse di abusi sessuali . Le sanzioni includevano l’obbligo di lasciare il Perù e restrizioni alla sua attività pubblica e all’uso delle insegne. Il Vaticano ha affermato che in alcune occasioni gli era consentito derogare a tali sanzioni.

    Alla domanda sul perché Cipriani si presentasse come cardinale e partecipasse, il portavoce vaticano Matteo Bruni ha affermato che le norme vaticane relative alle riunioni pre-conclave sono chiare. Le regole, ha detto, prevedono che tutti i cardinali debbano partecipare a meno che non abbiano “legittimi impedimenti”, che includono “questioni personali o fisiche”.

    Cipriani, che vive a Madrid e Roma, ha definito le accuse “completamente false”.

    Bruni ha affermato che la questione degli abusi è stata discussa questa settimana dai cardinali durante le discussioni pre-conclave, tra le altre sfide che la Chiesa si trova ad affrontare.

    All’inizio di quest’anno, SNAP ha lanciato un’iniziativa online, Conclave Watch, per fornire informazioni sui singoli cardinali e sui loro precedenti. Il gruppo afferma che, dal lancio, sopravvissuti provenienti da Figi, Tonga, Belgio, Francia, Sudafrica, Malawi, Italia, Canada e Stati Uniti si sono messi in contatto per ottenere ulteriori informazioni.

    L’iniziativa esamina i cardinali considerati candidati al papato in base ai loro precedenti nella gestione di casi di abusi sessuali, incluso se siano stati coinvolti nell’insabbiamento dei casi, nonché la loro accettazione della legge di tolleranza zero proposta da SNAP ed ECA.

    “I sopravvissuti agli abusi non vogliono vedere un altro conclave che elegge un papa che ha protetto e coperto i colpevoli del clero”, ha affermato Sarah Pearson, portavoce di SNAP.

    https://apnews.com/article/vatican-conclave-abuse-pope-b882375878b2f33c5a53c1dc9e345356

  • Ancora sugli abusi sessuali dei preti e le azioni di responsabilità nei confronti della Santa Sede

    Ancora sugli abusi sessuali dei preti e le azioni di responsabilità nei confronti della Santa Sede

    • Angelo Licastro professore ordinario di Diritto ecclesiastico nell’Università degli Studi di Messina, Dipartimento di Giurisprudenza

    ABSTRACT: La sentenza n. 244 del 2024 del Tribunale di Ascoli Piceno ha ritenuto che un’azione di risarcimento danni promossa contro la Santa Sede per responsabilità indiretta ai sensi dell’art. 2049 del Codice civile italiano, nel contesto di un caso di presunto abuso sessuale tra un vescovo e una persona adulta, non fosse coperta dall’immunità dalla giurisdizione italiana.

    Questo articolo inizia con una rassegna della recente giurisprudenza di Australia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti d’America sul tema della responsabilità indiretta o vicaria nel caso di abuso sessuale da parte di chierici; considera poi la novità del principio di diritto affermato dalla Corte, che per la prima volta, in Italia, affronta, in questa materia, il tema dell’immunità della Santa Sede come entità sovrana assimilabile agli Stati esteri.

    SOMMARIO: 1. Una nuova pronunzia (la prima in Italia) sulla proponibilità di azioni di risarcimento nei confronti della Santa Sede per gli abusi sessuali del clero – 2. Una panoramica della più recente giurisprudenza straniera in tema di responsabilità delle autorità ecclesiastiche superiori per gli atti di abuso sessuale commessi dal clero: a) l’emergere di contrapposte posizioni sulla sussistenza della responsabilità indiretta nella common law australiana rispetto a quella del Regno Unito e del Canada – 3. (segue): b) il permanere della preferenza per l’imputazione della responsabilità come conseguenza di una condotta negligent nel prevalente orientamento delle corti statunitensi – 4. (segue): c) la ribadita improponibilità da parte della giurisprudenza statunitense di azioni di risarcimento nei confronti della Santa Sede – 5. L’„approccio italiano” alla questione dell’immunità nella sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno: a) i limiti del criterio “logico” di trattazione delle questioni applicato a una fattispecie di agevole soluzione nel merito – 6. (segue): b) le questioni di rito concernenti l’identificazione del soggetto convenuto in giudizio – 7. (segue): c) gli snodi dell’iter argomentativo del giudice circa la questione della sussistenza della giurisdizione – 8. (segue): d) e il suo punto di debolezza – 9. e) (segue): l’„occasionalità necessaria” e le incertezze applicative derivanti dal ricorso alla “causalità adeguata” nella descrizione del nesso esistente tra mansioni disimpegnate e condotta fonte di danno – Appendice.

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    https://riviste.unimi.it/index.php/statoechiese/article/view/28468

  • ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    ERAVAMO BAMBINI | Documentario completo | National Film Board of Canada

    Strappati alle loro famiglie in giovane età, due sopravvissuti rivelano la straziante verità del sistema scolastico residenziale canadese.

    Da bambini, Lyna e Glen furono portati via dalle loro case e messi in collegi gestiti dalla chiesa.

    Il trauma di questa esperienza fu aggravato da anni di indicibili abusi fisici, sessuali ed emotivi, i cui effetti persistono nella loro vita adulta. In questo film emozionante, il profondo impatto del sistema scolastico residenziale del governo canadese viene trasmesso senza esitazione attraverso gli occhi di due bambini che sono stati costretti ad affrontare difficoltà superiori alla loro età.

    We Were Children dà voce a una tragedia nazionale e dimostra l’incredibile resilienza dello spirito umano. Diretto da Tim Wolochatiuk e scritto da Jason Sherman, We Were Children è prodotto da Kyle Irving per Eagle Vision Inc. e David Christensen per il National Film Board of Canada (NFB).

    Attenzione: questo film contiene contenuti inquietanti ed è consigliato a un pubblico di età pari o superiore a 16 anni. Si consiglia vivamente la discrezione dei genitori e/o la visione di questo film in un contesto di gruppo.

    Se hai bisogno di supporto psicologico, contatta Health Canada. Diretto da Tim Wolochatiuk – 2012 | 82 min Coprodotto da Eagle Vision Inc., Entertainment One e National Film Board of Canada.