Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    Vescovo peruviano dimissionato: “denunciavo gli abusi di Figari e Roma mi chiudeva le porte in faccia”

    «Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine». È su Religión Digital (18/12), in esclusiva, che il vescovo, emerito a soli 60 anni, della diocesi peruviana di Ayaviri Kay Martin Schmalhausen Panizo denuncia l’atteggiamento di chiusura incontrato quando denunciava a Roma – fin dal 2013 – i reati di abuso di cui si macchiava Luis Figari, il fondatore della società di vita apostolica Sodalizio (Sodalitium Christianae Vitae-SCV), della quale anche il vescovo ha per anni fatto parte.

    Fa i nomi quando ricorda che «durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, parte del seguito papale. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine». Era il 2021, racconta a tal proposito, quando il nunzio di allora, Nicola Girasoli, «per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si fermavano? Sono bastate una semplice lettera» e, da parte della Santa Sede, «una scusa diplomatica: “Mons. Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”». Il vescovo aveva 57 anni.

    Sodalizio, il punto della situazione

    Figari, abusatore seriale, filonazista e malversatore, ad agosto scorso è stato espulso per decisione di papa Francesco dalla SCV per crimini quali stupri e soprusi fisici e psicologici, commessi tra il 1975 e il 2002 a danno di circa 36 persone, di cui 19 minorenni (v. Adista online del 16/8/24). Altri 10 “sodaliti”, a partire dall’ex superiore regionale e dagli ex superiori regionali della SCV, hanno subìto la stessa sorte per i crimini quali abuso fisico, anche con sadismo e violenza; di coscienza con metodi settari per spezzare la volontà dei subordinati; abuso spirituale, d’ufficio, nella gestione finanziaria (v. Adista Notizie n. 35/24). Decisioni, quelle del papa, assunte in base ai risultati ottenuti e acquisiti con certezza durante l’investigazione condotta nel luglio del 2023, per iniziativa del pontefice, dall’arcivescovo maltese Charles Scicluna, segretario aggiunto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal sacerdote spagnolo Jordi Bertomeu, funzionario dello stesso Dicastero (v. Adista online del 08/12/2021).

    Di seguito il testo integrale dell’articolo di mons. Kay Martin Schmalhausen in una nostra traduzione dallo spagnolo.

    «Gli ultimi avvenimenti legati al Caso Sodalitium – con il suo viavai mediatico – mi portano a scrivere questa riflessione, alquanto singolare e forse addirittura paradossale, poiché integra due prospettive: quella dell’ex membro (per 46 anni del Sodalitium Christianae Vitae, SCV, e vittima dei loro soprusi) e quella del vescovo, alla guida della Prelatura di Ayaviri per tre decenni.

    Ho iniziato a partecipare al Sodalizio a 14 anni, sono entrato in comunità a 18, sono stato ordinato sacerdote a 25. A 41 anni sono stato nominato vescovo di Ayaviri (con sede a 4.000 metri sul livello del mare, a Puno), dove ho vissuto per 15 anni. Ho chiesto la grazia di lasciare Sodalitium all’età di 54 anni. Attualmente ho 60 anni; e come vescovo sono emerito.

    Cosa posso pensare e dire con un doppio percorso istituzionale di 46 anni, tra la comunità religiosa in questione e la Conferenza Episcopale Peruviana (CEP)?

    Di Sodalizio dirò che, a partire dai 14 anni – e fino almeno ai 25 anni – ho subìto i più diversi abusi, maltrattamenti, umiliazioni, scherni e insulti. Per la maggior parte delle persone, inimmaginabile. Quello che voglio dire è che non sono stato esente da nessuno degli abusi del ventaglio di cui è accusato il Sodalizi,. E tutto questo è iniziato qualche mese dopo il mio coinvolgimento da minorenne, a casa di Alberto Gazzo, sodalita e poi ex prete.

    “Il mio anno di inferno e orrore”

    Una volta ho descritto il mio primo anno di vita comunitaria nella casa “Saint Aelred” come “il mio anno di inferno e orrore”. Avevo come superiore Germán Doig, con la sua strategia del bastone e della carota, e Figari, che veniva a cena ogni sabato, settimana dopo settimanaper sottoporre la mia volontà con denigrazioni, scherno e insulti.

    L’episcopato è stato per me la via d’uscita inaspettata da un sistema pernicioso di manipolazione e controllo, così come il risveglio a un mondo reale e molto più sano, al di fuori di quella bolla e del suo mondo parallelo, di fabbricazione ideologica e settaria.

    Le mie prime lamentele

    Ho denunciato Luis Fernando Figari per abuso sessuale all’inizio del 2013. Doig era morto 12 anni prima. Naturalmente l’inchiesta Sodalitium, nelle mani di Sandro Moroni e del suo consiglio superiore, non ha portato a nulla. Mi sono confrontato con le loro autorità: ancora una volta, niente. Nel 2015 e nel 2016 ho messo in guardia Roma sui gravi problemi della comunità in quanto tale; verbalmente e per iscritto. Ho incontrato il segretario di Stato Pietro Parolin: silenzio romano. Presentai personalmente la mia denuncia all’allora Congregazione per la Vita Religiosa, un altro sforzo vano. E voglio aggiungere che quest’ultima è stata accompagnata da una denigrazione, come poche altre, che ho subìto, da parte di José Rodríguez Carballo, il secondo in comando di detto dicastero. Un anno dopo, lui stesso mi ha chiesto di inviargli il mio reclamo via email. Non ha aiutato affatto. Ho messo in guardia anche il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione per la prevenzione degli abusi sui minori, con un lungo rapporto scritto: silenzio bostoniano.

    Ogni porta cui ho bussato è diventata per me, pur essendo vescovo della Chiesa, una porta chiusa e sigillata. I nomi che faccio non sono dovuti ad alcuno spirito di vendetta. Mi spinge il proposito che questa cultura ecclesiastica, malata di “non si dice, non si sa”, possa aver fine.

    Campagna di diffamazione a Roma e in Perù

    Col passare del tempo sono venuto a conoscenza delle diffamazioni e delle calunnie che venivano seminate contro di me dentro e fuori Roma. I suoi promotori furono alcune autorità di Sodalizio, tra cui Enrique Elías, suo procuratore presso la Santa Sede. Alcuni dei miei fratelli della Conferenza Episcopale Peruviana si sono uniti a questa campagna. I tipici meccanismi di appropriazione del controllo della narrazione, nello stile di Goebbels: “calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.

    Eravamo ancora lontani dagli eventi del 2018, quando ebbe luogo la visita di Papa Francesco in Cile, con la conseguente conversione del suo sguardo e della sua comprensione rispetto al tema degli abusi nella Chiesa. Era ancora un ambiente di trasparenza zero e di non conoscimento di cosa significhi “responsabilità”. Eravamo lontani dall’“ascoltare, proteggere e dare credito” alle vittime.

    Ancora oggi ricordo, durante la visita papale in Perù del 2018, gli sguardi e i gesti evasivi al mio saluto da parte dei due cardinali Parolin e O’Malley, facenti parte dell’entourage pontificio. L’indifferenza e la freddezza erano assolute. Ero devastato. Poi ho capito due cose: la dimensione istituzionale – sistemica – dell’insabbiamento nella Chiesa e che probabilmente il mio ministero episcopale stava giungendo al termine.

    Infatti, nel 2021, il nunzio di turno, Nicola Girasoli, per telefono e a voce alta, ha chiesto le mie dimissioni. Che senso aveva resistere a un meccanismo i cui ingranaggi non si sarebbero fermati? Sono bastate una semplice lettera e una scusa diplomatica (da parte della Santa Sede, ndr): “Mons. “Kay ha dovuto prendersi cura di sua madre molto anziana”.

    Il dio denaro

    So perfettamente cosa si dice quando si descrive Sodalitium come una comunità settaria, come una gabbia invisibile di reclusione mentale, come un’organizzazione di dipendenza e di controllo. Con l’abuso trasformato in sistema, con una cultura interna tossica, con comportamenti mafiosi, agendo sempre nell’ombra e dietro il trono. Una piovra con tentacoli in tutti gli ambiti del potere: ecclesiastico, finanziario e civile.

    E il fatto è che, se parliamo di possibili miliardi di dollari in conti offshore e intestati a prestanome (è triste dirlo di un’istituzione religiosa), il denaro significa potere, e il potere è capace di comprare le coscienze e le decisioni su persone e istituzioni.

    Ho conosciuto in prima persona la malizia delle autorità della mia ex comunità. Li ho visti coordinare e organizzare segretamente, con assoluta impunità, decisioni e azioni delittuose. Come quando, mentre ero ad Ayaviri, in mezzo alle tensioni provocate da Erwin Scheuch, allora superiore regionale del Perù, per ottenere il controllo della Prelatura alle mie spalle, cercò anche lui di controllare (e infatti ci riuscì) i fondi del Fondo Minsur per i programmi sociali, senza che io sapessi ancora della cattiva gestione di ingenti somme di denaro. Lo avrei scoperto anni dopo da alcuni testimoni.

    Più per intuizione che per certezza, avevo deciso di tagliare a metà il suddetto programma. Appena l’ho fatto, ricevetti una telefonata da Jaime Baertl, con grida intemperanti e insulti di ogni calibro, che si lamentava con me della decisione presa. Non molto tempo prima, Andrés Tapia, responsabile regionale delle comunicazioni di turno, era intervenuto e aveva compromesso il computer della mia segretaria con un programma di hacking. In questo modo la dirigenza sodalite ha avuto accesso alla mia corrispondenza, ai miei itinerari e alle mie comunicazioni.

    Il punto di rottura

    Ho sperimentato in prima persona la perniciosa gravità degli abusi spirituali e di coscienza, da parte dello stesso Luis Fernando Figari, prigioniero dell’arroganza patologica di sostituirsi a Dio. Ho sperimentato in prima persona il doloroso percorso di risoluzione del trauma: fobie, attacchi di panico, incubi, paura, deliri di persecuzione, ansia e tanti altri sintomi che accompagnano questo prolungato calvario. Conosco in prima persona le dinamiche di manipolazione, sottomissione e rottura della volontà.

    E da vittima ho sperimentato tante volte la totale mancanza di empatia, compassione, ascolto, riconoscimento, affermazione sia da parte dei membri di Sodalizio che delle autorità ecclesiastiche; quella sorta di blocco interiore, fatto di discriminazione ed esclusione, che in pochi millisecondi può tradursi in sguardi abbassati e segreto ripudio, con il desiderio istintivo di allontanarsi da ciò che mette a disagio o magari addirittura lo rivela.

    Approfitto di queste righe per riconoscere con umiltà e dolore che io stesso, decenni fa, non credevo alla persona che mi raccontava dei suoi abusi. Ma, grazie a Dio, quello è stato, in effetti, il mio primo – e non solo – punto di svolta. Nelle parole di quella persona mi sono confrontato con la mia storia e il mio dramma.

    Non posso quindi non sottoscrivere tutto ciò che persone come Martin Scheuch, Alfonso Figueroa e sua sorella Rocío, José Enrique Escardó, Renzo Orbegoso, Oscar Osterling e Mario Solari hanno espresso su questo argomento in tante pubblicazioni scritte o videoregistrate. Manuel Rodríguez nelle sue pubblicazioni “Roncuaz”. Martín López de Romaña nel suo libro La gabbia invisibile, e tanti altri che, in un modo o nell’altro, hanno condiviso la loro testimonianza .

    Sento inoltre che è mio dovere ringraziare sinceramente e pubblicamente ancora una volta il lavoro – persistente fino allo sfinimento – di Pedro Salinas e Paola Ugaz, che subiscono una persecuzione mediatica e giudiziaria del tutto ingiusta; e, nel caso di Pedro, ri-vittimizzazione, poiché era, come me, un sodalita.

    La missione

    Vorrei inoltre precisare, per chi riservasse anche il minimo dubbio, che la Commissione Scicluna-Bertomeu, nominata dallo stesso Santo Padre, ha svolto un lavoro impeccabile nel raccogliere, organizzare e applicare i provvedimenti disciplinari conseguenti alle denunce.

    Per quelli di noi che conoscono e soffrono a causa del complotto interno corrotto, le espulsioni (di Figari e altri 10 membri fra i responsabili, ndr) sono più che giustificate. Il tentativo di togliere credito, relativizzare o peggio ancora citare in giudizio civilmente ed ecclesiasticamente la Commissione, in particolare uno dei suoi attori, padre Jordi Bertomeu, non posso spiegarmelo se non come una cecità volontaria nei confronti del complotto qui in gioco (poiché l’informazione è a portata di tutti) o forse un atto malevolo con gli stessi vecchi meccanismi di diffamazione e calunnia per controllare la narrazione.

    I vescovi peruviani

    Confesso che, anche se la mia vita è stata frantumata in mille pezzi e per anni ho attraversato la valle del dolore e della disperazione, in conseguenza degli abusi, dei traumi e delle ri-vittimizzazioni ecclesiali subite, la mia fede ha sofferto, ma non è stata in frantumi. Posso dire oggi con una certa pace spirituale che amo questo tesoro, che amo il Signore e amo la Chiesa. Ma diciamo la verità, stare in silenzio non aiuta nessuno. Di conseguenza, le autorità della Chiesa dovrebbero essere le prime a rompere il silenzio.

    Per quanto riguarda la nostra Conferenza Episcopale Peruviana (CEP), mi sento in dovere di condividere alcune domande e riflessioni, soprattutto dopo il suo ultimo comunicato stampa del 7 dicembre.

    Personalmente penso che come Conferenza Episcopale abbiamo gravemente fallito nelle nostre azioni. Se quanto detto in quel comunicato in relazione a tutto quello che è stato fatto nei confronti del Sodalizio fosse stato reale ed efficace, perché non ci sono mai stati risultati? Perché ci sono voluti dieci o più anni per completare un’indagine, quando altri obiettivi vengono raggiunti in poche settimane o mesi? Perché la tenacia e la pressione delle vittime hanno prevalso sulle presidenze al potere? Possiamo scusarci dicendo semplicemente – come si legge nel comunicato – che tutto dipende da Roma ed è lì che è che bisogna chiedere e informarsi? Non diamo l’impressione di volerci discolpare della nostra inerzia o anche di un potenziale permesso, se ce ne fosse stato qualcuno?

    Come vescovo – ed ex membro di Sodalitium – durante i miei 15 anni di presenza attiva nella CEP, nessuno ha mai chiesto il mio parere o opinione sull’argomento. Non sono mai stato contattato da nessuno a nome della CEP per intavolare un dialogo onesto e diretto con l’obiettivo di comprendere veramente cosa stava accadendo e quindi poter agire. Sarebbe stato, credo, un interlocutore prezioso per chiarire dubbi, rispondere a domande, aiutare nella ricerca della verità e delle possibili soluzioni.

    D’altra parte, sotto il mantello del silenzio, non solo ho percepito un’opacità irresponsabile, una mancanza di trasparenza e di rendicontazione, ma ho subìto ancora una volta l’ostracismo, quell’emarginazione sottile e silenziosa, così clericalmente educata, che senza bisogno di parole mi gridava: “Qui ti si tollera, ma non sei il benvenuto”.

    Capisco quindi molto bene i reclami delle vittime nei confronti di coloro che in questi anni decisivi sono stati i capi della nostra CEP, i suoi presidenti e i suoi consigli permanenti.

    L’idea che, una volta risolta la questione di Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre a essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    Durante il mio procedere nel lutto per le perdite derivanti dalla mia uscita da Sodalitium e dagli anni difficili come ordinario di Ayaviri, mentre stavo affrontando il peso di questa sofferenza, sono stato paradossalmente avvicinato non solo dalle vittime dell’abuso di Sodalitium. Mi è toccato anche ascoltare le vittime di altre congregazioni religiose e di chierici provenienti da varie parti del Paese che cercavano di essere curate, convalidate e forse di ricevere qualche tipo di guida.

    Pertanto, l’idea che una volta risolta la questione del Sodalitium, si sarà finalmente voltata pagina e si sarà tornati alla “modo normalità”, oltre ad essere assurda, mostrerebbe una cecità insolita e un comportamento irresponsabile.

    I tempi sono cambiati. Finché noi pastori della Chiesa non comprendiamo che le nostre azioni non dovrebbero limitarsi a mere procedure burocratiche, tanto meno essere motivate da interessi, bandiere e programmi di un tipo o dell’altro, sarà difficile per noi essere all’altezza delle sfide della Chiesa in Perù e nel mondo. Questi sono tempi in cui praticamente tutto diventa noto. L’impunità e l’omertà nella Chiesa, oggi come oggi, sembra che non resistano a lungo. Le informazioni viaggiano a velocità inaudite e i segreti prima o poi vengono scoperti. Ne è chiara dimostrazione la storia di Sodalitium e di altri in tutto il mondo cattolico.

    Trasparenza, integrità e rendicontazione sono esigenze ineludibili per la Chiesa e i suoi pastori, di  oggi e di domani, se vogliamo evitare che tsunami di indignazione, rabbia e impotenza rompano le dighe dell’omertà e dell’insabbiamento, distruggendo tutto sul loro cammino e infangando il volto della Chiesa di Cristo, con scandalo degli uomini e delle donne di fede».

    https://www.adista.it/articolo/73026

  • Papa Francesco manterrà il silenzio sullo scandalo degli abusi sessuali su minori durante la sua visita a Timor Est?

    Papa Francesco manterrà il silenzio sullo scandalo degli abusi sessuali su minori durante la sua visita a Timor Est?

    Durante la sua prossima visita a Timor Est, Papa Francesco è stato invitato ad affrontare il problema degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica.

    La richiesta, avanzata dall’influente organizzazione non-profit BishopAccountability.org, ha chiesto a una delle arcidiocesi più importanti degli Stati Uniti, il cardinale Sean O’Malley, di convincere il papa a denunciare gli abusi sessuali durante il suo viaggio.

    Due importanti figure cattoliche a Timor Est sono state al centro di accuse di abusi sessuali, tra cui il vescovo Carlos Ximenes Belo, che in precedenza era il capo della Chiesa cattolica del paese. Ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1996 ed è ampiamente celebrato a Timor Est per essere stato determinante nel paese che ha ottenuto l’indipendenza dall’Indonesia nel 2002.

    Ma quello stesso anno Belo si dimise all’improvviso, adducendo problemi di salute, e fu mandato in Mozambico per lavorare come missionario prima di trasferirsi in Portogallo.

    Il Vaticano gli ha segretamente proibito di avere contatti con bambini o con Timor Est, in seguito alle accuse di abusi sessuali su ragazzi minorenni per un periodo di 20 anni, accuse poi rese pubbliche e riconosciute dal Vaticano nel 2022.

    BishopAccountability.org ha osservato che Belo gode ancora di popolarità a Timor Est, con funzionari statali come il presidente José Ramos-Horta che lo elogiano pubblicamente e gli danno il benvenuto nel Paese.

    La chiesa di Timor Est ha ampiamente minimizzato o messo in dubbio le accuse contro Melo e altri mosse contro un popolare missionario americano che ha confessato di aver molestato delle giovani ragazze. Molti si concentrano invece sul loro ruolo nel salvare vite durante la sanguinosa lotta del paese contro l’Indonesia per l’indipendenza.

    Il viaggio di Papa Francesco a Timor Est sarà il suo primo nel Paese. Tuttavia, il Vaticano non ha ancora commentato se incontrerà le vittime di abusi o se ne parlerà direttamente come ha fatto in precedenza.

    Circa il 98% degli 1,3 milioni di abitanti di Timor Est è cattolico, il che lo rende il Paese più cattolico al mondo, escludendo il Vaticano.

    Il loro status eroico in alcune parti dell’Asia, dove la società tende a conferire molto potere agli adulti e alle figure autoritarie, aiuta a spiegare perché i vescovi siano ancora venerati mentre altrove nel mondo casi simili vengono accolti con indignazione, ha affermato Anne Barrett Doyle di Bishop Accountability.

    “I vescovi sono potenti e nei paesi in via di sviluppo dove la chiesa è dominante, sono straordinariamente potenti”, ha affermato Barrett Doyle.

    https://www.euronews.com/my-europe/2024/09/08/will-francis-stay-silent-over-sex-abuse-scandal-when-he-visits-east-timor

  • Abusi, il caso del vescovo Nobel per la Pace (condannato per pedofilia) sarà il banco di prova di Papa Francesco a Timor Est

    Abusi, il caso del vescovo Nobel per la Pace (condannato per pedofilia) sarà il banco di prova di Papa Francesco a Timor Est

    Molte vittime della pedofilia a Timor Est, prossima tappa del viaggio in Asia e Oceania del Papa, si aspettano che Francesco possa fare chiarezza su due vicende sconvolgenti e sulle quali la Chiesa ha fatto scendere una imbarazzante coltre di silenzio. In entrambi i casi i prelati pur avendo stuprato minori sono ancora ampiamente lodati per aver sostenuto il popolo timorese durante la violenta occupazione indonesiana. Si tratta del vescovo Premio Nobel per la Pace, Carlos Ximenes Belo che ora si trova in un monastero in Portogallo (e punito dal Vaticano in modo ridicolo) e dell’ex sacerdote Richard Daschbach attualmente in una prigione di Timor Est.

    Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano.

    A fare da portavoce di tanti ex ragazzi molestati in passato e’ una associazione americana molto influente, BishopAccountability.org che ha chiesto al cardinale Sean O’Malley, già influente collaboratore del Papa, di riferire a Bergoglio della necessità di fare luce sulle vicende scandalose.

    Tanto per cominciare, dicono, «facendo i nomi degli abusatori», citandoli apertamente nei discorsi in pubblico, in modo da esortare i timoresi «a smettere di sostenerli. Le vittime di Timor Est si sentono sicuramente spaventate e sole».

    ABUSI

    La continua popolarità dei due autori dei reati sessuali, infatti, è ancora altissima nonostante i crimini. E tra i sostenitori conta anche il presidente e il primo ministro del paese, il cui sostegno ha di fatto creato un clima generale in cui le vittime si sentono intimidite per farsi avanti. «Un numero ampio di vittime a Timor Est ha probabilmente paura di denunciare mentre osserva i potenti predatori crogiolarsi nell’affermazione pubblica» ha detto Barrett Doyle di BishopAccountability. «È una situazione cupa che Papa Francesco potrebbe cambiare».

    ARCHIVI

    Fondata nel 2003, BishopAccountability.org documenta la crisi degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa cattolica. Offre una vasta collezione online di documenti e resoconti. La sua missione è dare al pubblico accesso alle informazioni relative alla crisi degli abusi in tutto il mondo. Si tratta di un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che chiede trasparenza e responsabilità.

    Tra i sostenitori degli abusatori ci sono anche funzionari statali influenti a cominciare dal presidente di Timor Est, José Ramos-Horta, che ha elogiato pubblicamente il suo amico vescovo Belo, sostenendo che lo avrebbe accolto di nuovo nel paese in qualsiasi momento. Alla AP ha anche aggiunto di sperare che il Papa non menzioni affatto i crimini perché «sarebbe come accusare qualcuno due volte». Una posizione ampiamente condivisa anche nella Chiesa timorese. Naturalmente non si sa se il cardinale O’Malley ha già avuto la possibilità di informare il Papa. In ogni caso, nella prossima tappa asiatica, sarà di fronte a un bivio: denunciare e condannare il vescovo pedofilo come gli chiedono le vittime della pedofilia oppure tacere come si aspetta il Presidente di Timor Est.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_carlos_ximenes_belo_premio_nobel_pace_papa_francesco_viaggio_timor_est_abusi-8339881.html

  • Alla ricerca di visibilità, la Commissione del Papa sugli abusi sessuali ottiene una nuova sede

    Alla ricerca di visibilità, la Commissione del Papa sugli abusi sessuali ottiene una nuova sede

    ROMA – A papa Francesco è piaciuta la planimetria. “È un buon spazio quello che hai”, ha detto il papa, tracciando un quadrato con le mani, durante un’udienza privata il mese scorso al reverendo Andrew Small, che dirige la commissione del papa sulla lotta agli abusi sessuali. “Ti sei già trasferito?”

    Da quando Francesco ha creato la sua Commissione per la tutela dei minori nel 2014, il personale ha occupato uffici angusti in una vecchia residenza vaticana vicino all’appartamento del papa. Mentre la posizione in un primo momento suggeriva una vicinanza al potere, nell’ultimo decennio la commissione ha visto la sua influenza erosa da radicati interessi e defezioni vaticane. Padre Small ha detto che il suo personale è stato costretto a prendere in prestito spazi per uffici intorno alla Santa Sede “come i beduini” quando i vescovi venivano a incontrarli. I sopravvissuti agli abusi, ha detto, hanno faticato a trovare il loro angolo difficile da trovare.

    Così, negli ultimi anni, la commissione ha cercato silenziosamente un cambio, o almeno un cambio di indirizzo, per riaffermare il posto che la tutela dei bambini occupa nella chiesa. Quella caccia alla proprietà si è conclusa il mese scorso, quando la commissione ha preso il controllo degli uffici senza affitto in un maestoso palazzo del XVI secolo controllato dalla chiesa nel centro di Roma.

    La commissione afferma che i nuovi uffici, precedentemente non dichiarati, a Palazzo Maffei Marescotti, proprio in fondo alla strada del Pantheon, equivalgono a un impegno concreto per le vittime e una chiara risposta alle forze vaticane che ritiene preferirebbero che la questione degli abusi sessuali rimanesse nascosta o tenuto lontano.

    Lungi dall’essere un esilio, padre Small ha caratterizzato il trasferimento come un’espansione a una sede globale a Roma che può servire da monumento al “massacro silenzioso dell’infanzia delle persone” e chiarire ai sopravvissuti che “hanno il diritto di essere in un posto bello. “

    “È molto significativo”, ha detto in un’intervista il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della commissione.

    Nonostante sia stato “furbo” essere stato negli uffici a due passi dal papa, ha detto: “Ci siamo resi conto che non è così accessibile come vorremmo essere”. I sopravvissuti ad abusi sessuali da parte del clero, ha detto, spesso si sentono a disagio entrando in una chiesa cattolica: “Devo entrare in Vaticano e passare attraverso le guardie svizzere, i gendarmi e tutto il resto può essere piuttosto scoraggiante”.

    La posizione è tutt’altro che l’unico problema della commissione. Per decenni, la chiesa è stata divisa sulla responsabilità della sua gerarchia quando si tratta di coprire gli abusi, quanta voce dare alle vittime all’interno di un’istituzione insulare e se adottare un approccio più incrementale o intransigente alla riforma.

    Francis ha annunciato la creazione della commissione nel 2013, preoccupato di non prendere sul serio la questione, ma è diventata puramente consultiva. I commissari, compresi i sopravvissuti, alla fine si sono dimessi per protesta, accusando il Vaticano di fare ostruzionismo.

    Nuovo incarico o no, quel periodo di instabilità non è finito. Il mese scorso si è dimesso anche il reverendo Hans Zollner, un gesuita tedesco che è senza dubbio il principale esperto della Chiesa cattolica sugli sforzi contro gli abusi e il membro più importante della commissione.

    Ha messo in dubbio l’indipendenza della commissione e l’ ha condannata per non aver fornito “responsabilità, conformità, responsabilità e trasparenza”.

    “Padre Hans non è stato molto presente con noi nell’ultimo anno, quindi sono rimasto molto sorpreso”, ha detto il cardinale O’Malley della dichiarazione del barnburner, aggiungendo: “Non capisco quali siano le sue motivazioni per andare, ma lo faremo cercare di capire e affrontare le sue preoccupazioni”.

    Alla domanda se pensava che padre Zollner, sospettato da alcuni membri della commissione di tentare di istituire un centro di protezione dell’infanzia concorrente presso un’università pontificia romana, stesse cercando di sabotare la commissione, il cardinale ha detto: “A questo punto, non so cosa pensa pensa.” (Padre Zollner non ha restituito una richiesta di commento.)

    Il cardinale O’Malley ha preferito parlare dell’apertura di nuovi uffici di salvaguardia in Sud America e delle nuove misure di responsabilità che Francesco ha sancito il mese scorso nella legge ecclesiastica.

    Il papa, ha detto, aveva esplicitamente approvato la visibilità che la nuova sede della commissione ha fornito nel cuore di Roma, che, ha detto il cardinale O’Malley, dovrebbe aiutare a “placare i timori che veniamo esiliati fuori dal Vaticano”.

    Ma trovare quello spazio non è stato un compito facile.

    Padre Small, un veterano di Capitol Hill dai tempi in cui era consigliere per la politica estera della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, ha detto che per trovare il posto giusto ha usato le lezioni Washingtoniane sull’”allineamento degli interessi” e ha risposto alle porte sbattute con un determinato: “Bene , vedremo.”

    Spesso, ha detto, si è imbattuto in un atteggiamento “NIMBY”, in cui i proprietari della chiesa guardavano la commissione “come una clinica per il metadone”.

    “Nessuno lo vuole nel loro cortile”, ha detto.

    Nel 2021, padre Small si è imbattuto in Palazzo Maffei Marescotti, una proprietà della Santa Sede fuori dal Vaticano che ospita uffici di beneficenza, un ufficio postale e l’ufficio di pellegrinaggio della chiesa. L’ex direttore di tale ufficio, mons. Nel palazzo vive Liberio Andreatta, che ne cura l’edificio ed è una figura ben inserita nell’ambiente clericale e politico romano per il suo vasto patrimonio immobiliare.

    Il cardinale O’Malley ha scritto una lettera chiedendo informazioni sulla proprietà o su altri luoghi adatti alla Segreteria di Stato del Vaticano e ha anche contattato l’APSA, la potenza immobiliare della chiesa, che essenzialmente ha risposto con un cartello di “nessun posto vacante”.

    L’equivalente dell’ufficio del sindaco della Città del Vaticano ha anche detto alla commissione di dimenticare qualsiasi piano di espansione nei loro uffici vaticani esistenti, ha detto padre Small, e li ha informati che potrebbero anche essere sfrattati per fare spazio ai cardinali bisognosi di alloggio in caso di conclave scegliere il prossimo papa. (Il Vaticano ha rifiutato di commentare.)

    Alla fine, padre Small ha detto la sua spinta e la lettera del cardinale O’Malley ha spinto monsignor Andreatta a mostrare alcune stanzette sul tetto del palazzo che padre Small ha descritto come “farcite di piccioni”.

    Lo scorso novembre, il cardinale O’Malley ha effettuato un’ispezione in loco e gli è stata mostrata una serie di stanze fatiscenti e dai soffitti alti disponibili se la commissione avesse pagato il conto per il loro restauro. Poiché la commissione considerava una campagna di raccolta fondi, una scossa nell’ufficio del vicario di Roma ha portato il vescovo Baldassarre Reina, un simpatico siciliano, come vice reggente. Ha esercitato maggiori pressioni su monsignor Andreatta, secondo padre Small, e ha ottenuto l’approvazione del papa per i nuovi uffici in stanze meno grandiose ma più utilizzabili dall’altra parte del corridoio.

    «Abbiamo lavorato con discrezione», ha scritto in un comunicato monsignor Andreatta, aggiungendo che i sopralluoghi sono serviti «per definire meglio le esigenze e le disponibilità» della commissione e che «tutto il resto è una fantasiosa ricostruzione».

    In un recente pomeriggio, alcuni membri del personale sono entrati per la prima volta. Padre Small chiese cautamente al custode del palazzo di mostrargli gli spazi comuni del palazzo al secondo piano.

    «Certo», disse. “Sei a casa.”

    Dietro la porta attendevano cornici a foglia d’oro, fregi dipinti di paesaggi e stemmi e intonaci ornati di putti e angeli. Padre Small ha immaginato lo spazio come una casa per eventi di raccolta fondi e la sessione plenaria della commissione a maggio, ma anche letture delle vittime, anche da riviste che dovrebbero essere “onorate e rispettate così impariamo dal passato”.

    Aveva dei progetti su una cappella fatiscente del XVI secolo con vetrate colorate accanto ai loro uffici al piano di sopra, immaginando una cappella aconfessionale in modo che le vittime che avevano perso la fede potessero reclamare una misura di spiritualità, e “non necessariamente attraverso la chiesa che ferirli così tanto.

    Quando i tecnici vaticani sono venuti per installare l’accesso a Internet nei nuovi uffici, il personale ha visitato le stanze più auguste ma decrepite dall’altra parte della sala, a disposizione della commissione se fosse riuscita a rinnovarle.

    Rosanna Giacometto, 50 anni, specialista in traumi, ha controllato il grande schermo piatto sul muro per le porte, “HDMI”, ha detto. “Questo è importante.” A pochi metri di distanza, la sorella Sheila Kinsey, una veterana dei rifugi per abusi sessuali negli Stati Uniti, ha ammirato il dipinto sul soffitto di mitici cavalli che trainano un carro e ha riflettuto sul “cercare di capire dove stiamo andando come squadra”.

    “L’intero posto deve essere ricablato”, ha detto Emer McCarthy, 46 anni, un membro dello staff, mentre ispezionava i cavi esposti e la muffa nella carta da parati damascata.

    Nel nuovo spazio, il personale della commissione si è crogiolato nell’esposizione a sud e ha immaginato un ambiente accogliente per le vittime, completo di barbecue sulla terrazza dall’altra parte del cortile. Padre Small sognava in grande.

    “Non sarei sorpreso se non diventassimo troppo grandi così velocemente”, ha detto. “E questo è diventato il palazzo dei sopravvissuti.”

    https://www.nytimes.com/2023/04/13/world/europe/vatican-sex-abuse-rome.html

  • Pubblicato in Francia – Abuso: il Papa vuole una maggiore consapevolezza

    Pubblicato in Francia – Abuso: il Papa vuole una maggiore consapevolezza

    Papa Francesco saluta i partecipanti alla tre giorni di simposio internazionale sugli abusi, sperando che questo evento possa sensibilizzare sulla loro gravità. E ‘quanto ha confidato in un messaggio letto dal cardinale Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede.

    In un messaggio indirizzato al Cardinale Sean O’Malley, Presidente della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, Papa Francesco saluta tutti i partecipanti al simposio “Fede e realizzazione: strategie per prevenire e curare gli abusi sessuali sui minori” che inizia questo giovedì per tre giorni. Co-organizzato con l’Università americana di Harvard, questo incontro vede la partecipazione di diverse organizzazioni cattoliche, la Pontificia Università Gregoriana, oltre a gruppi e strutture di altre fedi. Leader religiosi, accademici ed esperti dei vari settori interessati saranno così riuniti per condividere le loro esperienze cliniche e pastorali.

    Il Papa auspica che “il simposio contribuisca a una maggiore consapevolezza della gravità e della portata degli abusi sessuali sui minori e promuova una cooperazione più efficace a tutti i livelli della società per sradicare questo profondo male” . Inoltre rende omaggio “ai costanti sforzi compiuti per assicurare il benessere di tutti i figli di Dio e per restituire dignità e speranza ai sopravvissuti agli abusi” .

    https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2021-04/symposium-abus-sexuels-message-pape-francois.html

  • Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il caso McCarrick mette nei guai il cardinale Sean O’Malley

    Il porporato di Boston, che nel 2015 aveva ignorato una denuncia dei comportamenti dell’arcivescovo di Washington, è stato escluso dal comitato che deciderà il da farsi sui casi di pedofilia nel clero

    By Maria Antonietta Calabrò

    Il Cardinale di Boston, Sean O Malley è stato escluso dal Papa, venerdì scorso, dalla partecipazione al Comitato organizzatore dell’Assemblea di tutti i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali che a febbraio (dal 21 al 24) dovrà decidere una volta per tutte il da farsi sulla pedofilia del clero. Il termine di un anno, il 2018, funestato dal riesplodere dei casi in tutto il mondo.

    Al suo posto un altro cardinale americano Blase Cupich (Chicago) e un altro componente del C9 (il Consiglio della Corona di Francesco), il cardinale indiano, Oswald Gracias, mentre per la pontificia Commissione di tutela dei minori, presieduta da O’ Malley, sarà presente il padre gesuita della Gregoriana Hans Zollner. Ieri O’ Malley ha sentito la necessità di dire pubblicamente che “è e resta un uomo di Francesco”, resta presidente della Commissione pontificia sui minori e all’inizio di dicembre verrà a Roma per la prossima riunione del C9. Ha voluto insomma arginare le speculazioni sulla sua “esclusione”.

    Pur non facendo parte del Comitato né ricoprendo l’incarico di presidente della Conferenza episcopale americana, O’ Malley potrebbe comunque partecipare all’Assemblea di febbraio. Ma certamente Francesco non fa affidamento solo su di lui. Già a fine agosto il cardinale di Boston (che ha ereditato la cura della Diocesi che nel 2002 fu al centro dello scandalo rivelato dal team investigativo del Boston Globe “Spotlight” ) non aveva partecipato al Meeting delle famiglie a Dublino, quello reso famoso per l’irrompere sulla scena del famoso “comunicato” dell’arcivescovo, ed ex Nunzio negli States, Carlo Maria Viganò￲.

    Poco prima del viaggio di Francesco in Irlanda, un prete americano, padre Boniface Ramsey, aveva rivelato infatti che tre anni fa, il 17 giugno 2015 (cioè quando O’ Malley già era presidente della Commissione contro la pedofilia) gli aveva scritto una lettera per denunciare la decennale condotta del cardinale McCarrick (destituito agli inizi di luglio dal cardinalato per decisione di Francesco) in alcuni seminari americani. E gli aveva chiesto, qualora non fosse stato di sua competenza, di inoltrarla comunque in Vaticano.

    Il 20 agosto 2018, O’ Malley si è pubblicamente scusato per non aver dato seguito alla lettera di Ramsey, di cui in base ad alcune procedure del suo ufficio, quale Presidente della Commissione non aveva neppure saputo l’esistenza, fino alle notizie apparse sulla stampa statunitense quest’estate. E questo nonostante il problema della “responsabilità” dei vescovi sia una delle questioni esplose in modo virulento negli ultimi mesi.

    “Ora è chiaro – ha scritto nelle sue scuse O’Malley – che avrei dovuto vedere quella lettera proprio perché conteneva affermazioni sul comportamento di un arcivescovo nella Chiesa. Mi assumo la responsabilità delle procedure seguite dal mio ufficio e sono anche disposto a modificarle alla luce di questa esperienza”. Per il momento, comunque, O’Malley sta fermo un giro.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/11/27/il-caso-mccarrick-mette-nei-guai-il-cardinale-sean-omalley_a_23602285/?utm_hp_ref=it-culture

  • Abusi, nuova ondata di scandali nella Chiesa degli Stati Uniti

    Abusi, nuova ondata di scandali nella Chiesa degli Stati Uniti

    Roma, 16 ago. (askanews) – Dopo il caso del cardinale Theodore Edgar McCarrick, arcivescovo emerito di Washington che a fine luglio ha dovuto rassegnare le dimissioni “da cardinale” nella mani di Papa Francesco dopo che è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali di minori e comportamenti sessuali inappropriati con giovani seminaristi, non si arresta lo scandalo degli abusi – e delle loro coperture – nella Chiesa statunitense.

    Nel 2001 fu proprio negli Stati Uniti, a Boston, che esplose, con una inchiesta del Boston Globe, il primo di una lunga serie di scandali che impose all’agenda della Chiesa cattolica statunitense e, poi, mondiale il tema della pedofilia. Il Papa di allora, Giovanni Paolo II, accolse a Roma, come arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, l’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Law. Sotto il pontificato successivo, quello di Benedetto XVI, lo scandalo pedofilia è tornato ad esplodere in diversi paesi europei (Germania, Belgio, Italia…) ed ha avuto epicentro in Irlanda, paese dove Joseph Ratzinger inviò una visitazione apostolica che sfociò nella dimissione di una serie di vescovi. Il Pontefice tedesco, in precedenza a lungo prefetto di quella congregazione per la Dottrina della fede alla quale giungono le denunce, adottò una politica severa sia dal punto di vista giuridico che politico nei confronti dei preti pedofili. Linea dura proseguita dal suo successore, Papa Francesco, che ha ulteriormente inasprito le pene giuridiche per il contrasto degli abusi ed ha creato una commissione per la prevenzione della pedofilia. Anche nel suo pontificato, però, quello degli abusi sessuali è diventato un caso che ha avuto il suo punto di caduta iniziale in Cile: Jorge Mario Bergoglio, che inizialmente aveva difeso un vescovo accusato di insabbiare le denunce del potente prete pedofilo Fernando Karadima (condannato in passato dal Vaticano), mons. Juan Barros, ha poi cambiato idea, ha inviato in Cile un suo inviato ad indagare, ha ricevuto diverse vittime di preti pedofili e, da ultimo, ha rimbrottato l’intera conferenza episcopale cilena, che nei mesi scorsi ha rassegnato in blocco le dimissioni nelle sue mani.

    Ora lo scandalo è tornato ad esplodere negli Stati Uniti, con nuove rivelazioni che riguardano sempre i decenni passati. Dopo McCarrick, nominato arcivescovo di Washington e creato cardinale da Giovanni Paolo II, in pensione dal 2006, è stata la volta della Pannsylvania, stato nel quale un gran giurì incaricato due anni fa dalla procura ha pubblicato in questi giorni un rapporto di oltre 1300 pagine che portato alla luce che negli ultimi 70 anni oltre 300 sacerdoti hanno abusato sessualmente di un migliaio di minori, con il silenzio complice delle alte gerarchie ecclesiastiche. Il rapporto riconosce che “molto è cambiato negli ultimi quindici anni”, ma sottolinea anche che “l’abuso sui minori nella Chiesa non è scomparso” e denuncia, tra l’altro, che manca tuttora nella Chiesa l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Secondo i membri del gran giurì, peraltro, è ipotizzabile che molti casi ancora non siano venuti alla luce, perché i documenti si sono persi nel frattempo o perché le vittime ancora non si sono fatte avanti, e che, alla fine, siano diverse “migliaia”. Una ipotesi che trova conferma, almeno parziale, nelal notizia data dal procuratore generale Josh Shapiro, secondo il quale da quando è stata creato un numero verde per le denunce sono arrivate 150 tra chiamate e email nel giro di 24 ore. A suscitare l’interesse della stampa statunitense, in particolare, è il cardinale Donald Wuerl, oggi arcivescovo di Washington ma per 18 anni vescovo di Pittsburgh, in Pennsylvania, dal 1988 al 2006. Nel frattempo, il cardinale Sean O’Malley, attuale arcivescovo di Boston nonché presidente della commissione pontificia per la tutela dei minori, ha annullato la sua partecipazione al congresso mondiale delle famiglie di Dublino, dove il Papa si rececherà a fine agosto, per seguire le indagini appena aperte al seminario di St John su comportamenti inappropriati di diversi seminaristi, intanto. Recosol (rete dei comuni solidali

    La nuova ondata di scandali negli Stati Uniti avviene mentre la crisi cilena è lungi da essere superata (nei giorni scorsi Francesco ha ricevuto i responsabili della commissione episcopale per il contrasto al fenomeno), e in Irlanda, in vista della visita del Papa, crescono le voci critiche e le aspettative che Francesco affronti il tema degli abusi e incontri le vittime. Tanto in Cile quanto in Irlanda, peraltro, emerge il nome del cardinale Angelo Sodano, oggi 90enne, tuttora decano del collegio cardinalizio, dal 1991 al 2005 Segretario di Stato di Giovanni Paolo II: viene considerato il punto di riferimento di numerosi vescovi cileni, che avrebbe avuto modo di conoscere e sostenere sin da quando era nunzio apostolico in Cile (1977-1988) e la ex presidente irlandese, Mary McAleese, ha recentemente rivelato che il porporato le propose, quando iniziavano le indagini statali sugli abusi sessuali del clero, nel 2003, un accordo per tenere chiusi gli archivi della Chiesa. Offerta che la presidente rifiutò.

    https://it.notizie.yahoo.com/abusi-nuova-ondata-di-scandali-nella-chiesa-degli-132423335.html?_guc_consent_skip=1534497668&guccounter=1
  • Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    Una lettera mette nei guai il Papa: nel 2015 una vittima gli avrebbe portato prove contro il vescovo insabbiatore Barros

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano – Quando si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Spunta ora una lettera che di fatto smentisce Papa Francesco sul caso della pedofilia cilena e sulle coperture dei vescovi. La lettera in questione, anticipata dalla Ap,  fu messa nelle mani del cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione per la Tutela dei Minori, e da questi consegnata al Papa. Porta la firma di una delle vittime e spiegava al Papa, fatti alla mano, che il vescovo Barros era un insabbiatore, un ‘encubridor’, di fatto un complice di padre Karadima (un prete pedofilo) e che per questo doveva essere dimesso.

    Fino alla scorsa settimana Papa Bergoglio ha continuato a difendere Barros, dicendo che occorrevano delle prove, senza però fare mai menzione alla lettera che gli era stata consegnata da O’Malley. Solo la scorsa settimana Francesco ha fatto retromarcia annunciando di volere andare in fondo con le indagini e mandando in Cile un suo emissario credibile per raccogliere prove contro Barros.

    La notizia della lettera apre nuovi interrogativi sulla gestione degli abusi e su come il vaticano tende ad affrontare la questione dei vescovi insabbiatori. «Il cardinale O’Malley ci disse che aveva consegnato la lettera al Papa. Ecco perché ero tanto sconvolta quando ho visto che il Papa diceva con insistenza che non aveva prove contro Barros» ha commentato Marie Collins, ex membro della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori, dimessasi l’anno scorso dall’incarico per protesta proprio per denunciare le frizioni esistenti all’interno della curia. «Santo Padre, le scrivo perchè sono stanco di lottare, di piangere e di soffrire».

    La lettera scritta da Juan Cruz è in spagnolo. «La nostra storia è ben conosciuta e non c’è bisogno di ripeterla, anche se vorrei dirle delk’orrore che abbiamo vissuto. Un orrore che mi ha ucciso dentro». La vittima poi esponeva sommariamente i fatti, le famose ‘evidenze’ che il Papa chiedeva alle vittime per essere credute, in questo caso il fatto che il vescovo Barros fosse presente nella stessa stanza mentre era in corso un abuso.

    E dire che Papa Francesco nel 2015 aveva stabilito il reato canonico di ‘abuso d’ufficio episcopale’ per i pastori che non davano seguito ai casi di denuncia di violenze sui minori, prevedendo l’istituzione di una apposita sezione giudiziaria per i vescovi in seno alla Congregazione per la Dottrina della fede che però non ha mai preso il volo. Ad un tratto, l’orientamento operativo è stato come depotenziato.

    Per questo motivo, poco dopo, si sono dimessi dalla Commissione per la Tutela dei Minori due membri (due ex vittime) per denunciare il muro di gomma curiale. E dire che la decisione del Papa era stata persino ratificata dal Consiglio dei nove cardinali, il cosiddetto C9. La decisione del tribunale dei vescovi era stato salutata dall’allora portavoce vaticano, padre Lombardi, con toni enfatici, sostenendo che era coerente con la linea della accountability’, della assunzione di responsabilità, dei vescovi.

    Il Papa aveva anche previsto  «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle presenti proposte e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia». Da allora la faccenda è caduta nel dimenticatoio. Salvo di essere ripescata davanti al caso Barros e alla questione, stavolta tutta italiana, del prete abusatore di Ponticelli, a Napoli. Anche in questo caso la Congregazione della Dottrina della Fede ha provveduto ad archiviare un caso emblematico in base alla documentazione ricevuta dalla curia di Napoli. Peccato che successivamente alla archiviazione vaticana sia spuntata una seconda vittima, un altro ex ragazzino finito nelle fauci dello stesso prete di Ponticelli, gettando una luce inquietante sui sistemi previsti per punire i preti pedofili.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_vittima_abusi_barros_cile_sepe_napoli_prete_pedofilo_lettera_o_malley-3529499.html
  • Altro che scuse, il Papa in aereo ha ribadito che sui vescovi decide lui e nessun altro

    Altro che scuse, il Papa in aereo ha ribadito che sui vescovi decide lui e nessun altro

    Francesco si è scusato per la “frase infelice” sulle vittime degli abusi, ma ha chiarito che Juan Barros è un vescovo “bravo e buono” e che senza “evidenze” lui non cambierà idea

    Roma. Più che le scuse del Papa per le frasi poco ortodosse sulle “prove” da chiedere alle vittime degli abusi sessuali da parte della cerchia di padre Fernando Karadima, l’elemento centrale della conferenza stampa di Francesco di ritorno dal viaggio apostolico in Cile e Perù è stato un altro, e cioè che nessuno può discutere le sue scelte in merito alla nomina dei vescovi. Sì, le scuse ci sono, per i toni infelici e forse eccessivi usati nella risposta data a bruciapelo a qualche giornalista che gli chiedeva conto della vicenda di mons. Juan Barros: “Ho usato il termine ‘prova’ e ho detto: ‘Il giorno che avrò una prova parlerò’. Purtroppo so che molta gente abusata non può mostrare delle prove, non le ha e non può averle, o se le ha si vergogna’”. Quindi, “chiedo scusa se ho ferito senza accorgermi, senza volerlo, mi fa tanto dolore. Sentire il Papa che dice loro ‘portatemi una lettera con la prova’ è uno schiaffo. Perciò non voglio più usare il termine ‘prove’ ma ‘evidenze’”.

    Detto ciò, ha proseguito Bergoglio, “nel caso del vescovo Barros non ci sono evidenze per condannarlo. Se lo giudico colpevole senza evidenza o senza certezza morale, commetterei io un delitto”. Ma non è tutto, perché il Papa è andato oltre, dicendo che Barros ha presentato non una ma ben due volte le dimissioni, che lui in persona ha respinto: “Ho ricevuto le dimissioni una seconda volta e ho detto ancora ‘No, tu continui’. Barros resterà se non ci sono evidenze, e sono convinto che è innocente” anche perché “nel caso di Barros non c’è evidenza di abuso, non c’è evidenza che abbia coperto”. E poi, “io non ho sentito alcuna vittima di Barros. Non sono venuti, non hanno date le evidenze per il giudizio. Lei (il Papa si riferisce a una giornalista presente sul volo, ndr) con buona volontà mi dice ci sono delle vittime, ma io non le ho viste perché non si sono presentate”.

    Qualche osservatore di faccende vaticane sostiene che dietro le scuse di Francesco abbia giocato un ruolo non indifferente il cardinale Sean O’Malley, presente a Lima dopo aver firmato il duro comunicato sul sito della diocesi di Boston in cui prendeva le distanze dalle parole del Pontefice. Al di là di questo – il Papa ha ringraziato O’Malley per il comunicato – Francesco ha messo dei paletti ben chiari, ribadendo che non saranno certo manifestazioni di piazza, occupazioni di chiese, contestazioni sonore durante le prese di possesso dai vescovi da lui nominati, a determinare chi è degno o meno di fare il vescovo diocesano. Bergoglio ha sottolineato che Barros e gli altri due presuli del gruppo di Karadima sono “bravi e buoni vescovi” e che il primo “porta oggi 24 o 23 anni da vescovo. Lui dice di non aver visto. Era del gruppo, ma poi è andato per un’altra strada”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/01/23/news/scuse-del-papa-pedofilia-vescovo-cile-juan-barros-chiesa-cattolica-174657/#.Wmd8BXCTpKA.facebook

  • Perché Francesco ha sposato due sconosciuti, ma rifiuta di ascoltare testimoni scomodi

    Perché Francesco ha sposato due sconosciuti, ma rifiuta di ascoltare testimoni scomodi

    di Sandro Magister

    Puntuali, le parole dette da papa Francesco ad alta quota, questa volta durante il suo volo di ritorno dal Perù a Roma, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio, hanno prodotto l’ennesima grande confusione:

    > Video della conferenza stampa di papa Francesco

    Sono stati due gli argomenti esplosivi della conferenza stampa, entrambi localizzati in Cile: la sorte del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros Madrid, e il matrimonio-lampo celebrato dal papa tra una hostess e uno steward, durante il volo da Santiago a Iquique.

    In questo secondo caso Francesco ha detto d’aver giudicato all’istante che “tutte le condizioni erano chiare” per la validità del sacramento e quindi che si potesse celebrarlo da subito. Per maturare tale certezza ha spiegato che gli sono bastate le parole dei due sposi.

    Riguardo al vescovo di Osorno, è avvenuto l’opposto. Il papa ha detto che ha “studiato e ristudiato” a lungo il caso, ma gli sono mancate le “evidenze” della sua colpevolezza. E per questo mantiene il vescovo alla testa della diocesi, nonostante le accuse che continuano ad essere portate contro di lui, accuse che per il papa sono in realtà “calunnie”.

    In Cile, rispondendo seccamente alla domanda di un giornalista, Francesco aveva parlato non di “evidenze” mancanti, ma di “prove”. E dell’uso di quest’ultima parola – in realtà poco o per niente diversa dalla precedente – ha chiesto scusa in aereo. Ha mantenuta ferma, invece, la correttezza della parola “calunnia” da lui applicata a chi si dice vittima di abusi sessuali di cui il vescovo sarebbe stato a conoscenza.

    Ha anche detto, però, di non aver mai dato retta alle “vittime” perché né “sono venute” né “si sono presentate” da lui. Quando in realtà esse hanno chiesto più e più volte, pubblicamente, di essere ascoltate dal papa, affinché potesse verificare sulla base delle loro testimonianze proprio quelle “evidenze” che egli continua a dire mancanti.

    Durante il volo di ritorno a Roma, Francesco ha inoltre fornito una nuova esegesi della lettera da lui scritta ai vescovi cileni il 31 gennaio del 2015 e resa nota da “Associated Press” alla vigilia di questo viaggio in Cile.

    Da com’era scritta quella lettera, infatti, sembrava di capire che anche papa Francesco in persona ritenesse giusto, fino a tutto il 2014, l’esonero di quel vescovo, salvo poi mutare parere e promuoverlo, il 10 gennaio del 2015, alla sede di Osorno.

    Ma ora pare che non sia stato così. Dalle parole dette da Francesco in aereo si dovrebbe ricavare che egli abbia da sempre ritenuto quel vescovo “bravo e buono”, anche quando “qualche persona della conferenza episcopale” cilena voleva che rinunciasse. E infatti non una ma due volte il papa ha detto di aver respinto la sua rinuncia, sia prima che dopo la nomina ad Osorno, perché accettarla avrebbe significato “ammettere la sua colpevolezza”, quando invece, ha scandito: “Sono convinto che sia innocente”.

    In questo groviglio di contraddizioni, resta non spiegato perché alle vittime della guida spirituale del vescovo di Osorno, il sacerdote Antonio Karadima, sia stato dato amplissimo credito, arrivando rapidamente alla condanna canonica del reprobo, mentre ad alcune di queste stesse vittime non viene dato invece credito e neppure ascolto, quando accusano il vescovo.

    Nella conferenza stampa in aereo, Francesco ha inoltre detto di aver “ringraziato” il cardinale Sean O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, per le parole da lui dette sulla questione.

    In realtà, la nota pubblicata dal cardinale il 20 gennaio sul sito della sua arcidiocesi di Boston, è tutt’altro che consonante con il papa.

    O’Malley ha detto che “è comprensibile che quelle parole di Francesco siano state fonte di grande dolore per le vittime di abusi sessuali”, perché “espressioni come: ‘se non puoi dimostrare le tue accuse, non puoi essere creduto’ relegano le vittime nell’esilio del discredito”:

    > Cardinal O’Malley: Pope caused “great pain” for abuse survivors in Chile

    Tornando al matrimonio-lampo benedetto da Francesco in volo tra Santiago del Cile e Iquique, va notato che tale sbocco era stato fatto presagire dagli stessi sposi già un mese prima, in un’intervista al quotidiano cileno “El Mercurio” del 19 dicembre:

    > Con emoción y nerviosismo: Tripulación del avión que trasladará al Papa en Chile cuenta cómo recibieron la noticia

    Sull’aereo, però, tutto è sembrato essere accaduto di sorpresa, a giudicare dal video della “breaking news” data subito dopo dagli stessi sposi ai giornalisti in volo con loro:

    > Il papa: “Vi sposo, dai, facciamolo!”

    E anche Francesco – stando a quanto da lui detto durante il volo per Roma – sembra sia stato colto di sorpresa dall’idea di sposare la hostess e lo steward, ma abbia deciso di procedere all’istante, dando immediato credito ai due.

    E al giornalista che in conferenza stampa gli ha chiesto “che cosa direbbe ai parroci che si troveranno di fronte fidanzati intenzionati a sposarsi sugli aerei o sulle navi”, ha risposto tranquillo:

    “Bisogna dire ai parroci che il papa li ha interrogati bene, era una situazione regolare”.