Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Carmen Soledad Bazan Verde

  • Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Esiste una patologia del diritto che trasforma le aule di giustizia in labirinti senza uscita, dove il dolore delle vittime, un certo tipo di vittime almeno, rischia di diventare un freddo dettaglio procedurale. Il caso degli abusi sui bambini presso la scuola materna “Paolo VI” di Vallo della Lucania è, in tal senso, un paradigma tragico. A vent’anni dall’inizio dei fatti la Corte di cassazione civile ha dovuto alzare nuovamente la voce, annullando la sentenza della Corte d’appello di Salerno e disponendo un nuovo giudizio. È l’ennesimo atto di una tragedia che non conosce il sipario, dove il tempo non è stato galantuomo ma complice dell’oblio.

    Un excursus tra orrore e burocrazia
    La genesi del dramma risale al maggio 2006. In quel contesto, quella che doveva essere un’oasi educativa e formativa si trasformò in un luogo di violenza per alcuni bambini. La religiosa Carmen Soledad Bazan Verde finì in custodia cautelare con l’accusa di abusi sessuali su bambini di appena cinque anni. Ad arrestarla fu il procuratore della repubblica del tempo Alfredo Greco. Il primo grado di giudizio, conclusosi nel 2012 a Vallo della Lucania, produsse una sentenza di roccia: 8 anni alla Bazan e condanne per favoreggiamento alla direttrice e alla vicedirettrice, colpevoli, secondo i giudici, di aver alzato un muro di silenzio attorno a quegli orrori. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo all’interno di una scuola, di una parrocchia, di un centro sportivo o in un’abitazione privata: certo non è prerogativa «cattolica» questa infame pratica (quando è accertata per davvero) nonostante la vulgata converga, ingiustamente, su questa linea di pensiero comune. Ma questa è un’altra storia.

    Torniamo al fatto centrale perché il percorso verso la giustizia è stato minato da quello che appare come un incredibile cortocircuito tra uffici giudiziari. Se il tribunale di Vallo aveva scavato nei fatti con precisione chirurgica, la fase d’appello a Salerno ha rappresentato una frattura inspiegabile, in un certo senso. Nel 2016, la Corte d’appello penale ribaltò tutto, mandando assolte le suore. Un esito favorito da un atteggiamento della Procura generale del tempo che ha lasciato interdetti molti osservatori: dopo aver sostenuto l’accusa per anni, la Pg chiese sorprendentemente l’assoluzione finale (addirittura sostenendo per tabulas la presenza di allegati agli atti in realtà mai esistiti!) sigillando di fatto il destino penale della vicenda con un giudicato che oggi appare inamovibile.

    La scure della Cassazione: “Sotto il minimo costituzionale”

    Oggi la partita si gioca solo sul terreno civile, l’unico rimasto aperto per ottenere un riconoscimento che sa di beffa, vista l’età ormai adulta delle vittime. Ma anche qui, la Corte d’appello di Salerno ha inciampato. La Suprema Corte, infatti, nella sua ultima motivazione (luglio 2025) non ha usato mezzi termini definendo il ragionamento dei giudici salernitani come “irrimediabilmente lacunoso e internamente contraddittorio”. Il linguaggio dei giudici di legittimità è quasi brutale: la sentenza di Salerno è stata giudicata “solo apparentemente motivata”, situandosi “al di sotto del cd. minimo costituzionale”. In altre parole, la magistratura di secondo grado avrebbe ignorato i criteri logici elementari per inseguire una tesi assolutoria priva di coerenza con le prove raccolte. Un bordello, si direbbe oggi sfiorando un sarcasmo forse inopportuno tenuto conto del contesto e dei luoghi dei fatti. È, tuttavia, la conferma di una resistenza incomprensibile nel riconoscere una verità che, se ammessa, metterebbe a nudo le gravi responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto.

    La dittatura del tempo: la giustizia come relativismo
    Qui si innesta una riflessione necessaria sulla lentezza dei processi in Italia, un male endemico che finisce per alimentare una sorta di relativismo che svuota di significato ogni valore oggettivo. Se la giustizia ha bisogno di due decenni per stabilire se un bambino sia stato violato, la sentenza finale smette di essere un atto riparatorio e diventa un documento archeologico. In Italia, la durata media di un processo che attraversa tre gradi di giudizio è tra le più alte d’Europa, un paradigma che sa ormai di stantio a furia di ripeterlo: e ieri se ne è avuta la miliardesima conferma con il rituale florilegio di lamentazioni da parte delle figure dell’apparato che vi dovrebbe porre rimedio. Anche questo è un grande classico.

    Nel caso del “Paolo VI”, siamo arrivati a venti anni di attesa. Questo tempo dilatato permette alla verità processuale di divergere dalla verità reale. Il tempo trasforma il diritto in un’opinione variabile, dove il consolidamento di errori procedurali impedisce di arrivare a una conclusione giusta. È la vittoria del formalismo sul valore della persona umana. Quando il giudicato penale si cristallizza su un’assoluzione per inerzia degli uffici inquirenti, lo Stato abdica alla sua funzione regolatrice. “La giustizia che non è celere non è giustizia: è solo un’ingiustizia più lenta”, lo disse secoli fa un certo Seneca, epicureo quanto basta per fotografare ciò che avviene ancora oggi e, chissà, forse avverrà ancora domani.

    Nel caso dei minori di Vallo, il riconoscimento della verità, arrivando dopo vent’anni, è ormai privo della sua forza catartica, liberatoria. Le vittime sono cresciute nell’ombra di un sospetto mai del tutto dissipato dalle aule di giustizia, nonostante i ripetuti richiami della Cassazione.

    Il ruolo della Chiesa e la coscienza delle istituzioni
    Mentre la magistratura si avvita su se stessa, un raggio di luce giunge paradossalmente dall’istituzione che era stata lo scenario del dramma: la Chiesa. Il cambio al vertice della diocesi ha portato un nuovo vescovo che, rompendo con il passato, ha cercato il dialogo con le famiglie delle vittime. Un atto di vicinanza morale che gioca un suo ruolo specifico in questa avvilente faccenda.

    Resta infatti il dubbio etico, chiamiamolo così: come possono gli uffici giudiziari ignorare le lacune segnalate per ben due volte dalla Cassazione (una volta in sede penale e una in sede civile)? L’inerzia di chi avrebbe dovuto proteggere i diritti dei minori rischia di restare una macchia indelebile. È la dimostrazione che, quando le istituzioni rinunciano alla ricerca della verità per «amore» di una stasi burocratica, aprono la strada a quella dittatura del caso dove a vincere non è chi ha ragione, ma chi riesce a far passare più tempo. Il nuovo rinvio alla Corte d’appello di Salerno rappresenta l’ennesima chiamata alla dignità del sistema giudiziario, in questo caso campano. I legali delle vittime hanno già avviato le procedure di riassunzione. Non si tratta più solo di quantificare un danno economico, ma di restituire un briciolo di fede nello Stato a un intero territorio.

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

  • Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    Suor Soledad, i perché della sentenza: «Indagini non approfondite, mistero su dettagli sessuali conosciuti dai bambini»

    I giudici della Corte d’appello hanno assolto con formula piena tutti gli imputati coinvolti nel processo sui presunti abusi sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania. Ma nelle motivazioni della sentenza, arrivate dopo 90 giorni, gli stessi giudici sospettano che i bambini abbiano potuto subire dei maltrattamenti. Principale coinvolta e indagata suor Soledad, una novizia peruviana all’anagrafe Carmen Soledad Bazan Verde, accusata di aver abusato di oltre quaranta bambini di età dai 3 ai 5 anni dell’asilo gestito dalle religiose dell’ordine di Santa Teresa del Bambino Gesù, poi due suore accusate di favoreggiamento, e in un secondo filone d’inchiesta indagati anche il muratore Aniello La Bruna (ritenuto il presunto fidanzato di suo Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi. Questi ultimi erano stati già assolti in primo grado da Tribunale di Vallo che invece aveva condannato la suora a 8 anni e a 16 mesi le due consorelle, Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola. Presunti abusi a Vallo della Lucania: assolta Suor Soledad e tutti gli imputati.

    La Corte d’appello di Salerno ha dunque accolto la richiesta del procuratore generale Maddalena Russo, che aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati. Ma forse qualcosa in quell’asilo è successo. Lo ipotizzano gli stessi giudici nelle motivazioni della sentenza depositata nei giorni scorsi. Nello specifico – scrivono – alla luce dell’intero compendio probatorio dei medici si ritiene che nessun abuso di natura sessuale sia stato commesso all’interno dell’asilo dalla suora e che le prove portino ad escludere la sussistenza del reato di atti sessuali ai danni dei piccoli alunni dell’istituto – ma non esclude che – le attività investigative hanno compromesso la possibilità di accertare in modo obiettivo e sereno i fatti verificatisi, che al più si concretano in ipotesi di maltrattamenti (reato che però ormai sarebbe prescritto in ragione della data dei fatti e del tempo trascorso.

    Sul secondo filone i giudici sottolineano «che in assenza di altri elementi di prova da porre a riscontro dei fatti (intercettazioni, reperimento dei reperti fotografici e audiovisivi) le testimonianze indirette dei minori sono assolutamente inidonee a comprovare i reati». I giudici poi ipotizzano che all’origine delle testimonianze rese dai bambini possano esserci «l’involontario stimolo al racconto proveniente dalle persone che circondavano i minori, il condizionamento generato sulla psiche di questi ultimi dal clamore provocato dalle investigazioni e il desiderio – scrive il collegio – ben comprensibile di un bimbo giovanissimo di continuare ad ottenere dai genitori le cure e il trattamento oltremisura affettuoso ricevuto con ogni probabilità nel trimestre precedente».

    Nelle motivazioni i giudici però «bacchettano» gli inquirenti sia per il primo che per il secondo filone d’indagine. «La presenza di un quadro dichiarativo di tale complessità avrebbe reso necessario l’esperimento di un nuovo incidente probatorio e ciò allo scopo di operare con l’ausilio di esperti, l’opportuna depurazione delle dichiarazioni dei minori e di far affiorare la realtà se esistente dei fatti da essi narrati», scrivono e aggiungono: «Una operazione possibile solo se posta in essere tempestivamente ossia nella fase delle indagini preliminari, nei modi opportuni e con l’ausilio di qualificati psicologi dell’età evolutiva. Rimane il mistero su come i minori (nello specifico tre) abbiano potuto conoscere in modo dettagliato determinate pratiche sessuali. Nei loro racconti i tre minori hanno fatto riferimento a scene di esplicito tenore pornografico» e qui il riferimento a quanto raccontato dai bambini su «scene di sesso orale e pipì sul seno».

    http://www.giornaledelcilento.it/it/suor_soledad_i_perche_della_sentenza_indagini_non_approfondite_mistero_su_dettagli_sessuali_conosciuti_dai_bambini.html#.V19xUvmLTIX

  • Suor Soledad, l’accusa dei giudici «Le indagini furono sbagliate»

    Suor Soledad, l’accusa dei giudici «Le indagini furono sbagliate»

    VALLO DELLA LUCANIA. Forse qualcosa di increscioso è davvero accaduto nell’asilo “Paolo VI” che nel 2006 fu travolto da un’inchiesta per pedofilia. Lo ipotizzano gli stessi giudici della Corte d’appello che per quell’accusa hanno assolto con formula piena tutti gli imputati e che però, nelle motivazioni della sentenza depositate ieri, avanzano il sospetto di maltrattamenti. Sposano così la tesi del sostituto procuratore generale Maddalena Russo, che nel chiedere per tutti l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, accusava gli inquirenti di aver tralasciato altre piste per seguire quella «a senso unico» degli abusi sessuali. Una censura che la Corte d’appello (presidente Claudio Tringali, a latere Silvana Clemente e Massimiliano De Simone) non fa mistero di condividere scrivendo che «le attività investigative, condotte in seguito alle denunce presentate (senza tenere conto della particolare condizione in cui versavano i minori, particolarmente vulnerabili ed altamente suggestionabili per la tenera età) hanno compromesso la possibilità di accertare in modo obiettivo e sereno i fatti verificatisi, che al più si concretano in ipotesi di maltrattamenti (reato che sarebbe oramai prescritto in ragione della data dei fatti e del tempo trascorso)». Insomma indietro non si torna, e ai genitori dei bambini che ancora credono alle violenze sessuali non resta che il ricorso in Cassazione su questa ipotesi, senza che sia più possibile un’imputazione alternativa.

    Tutto è iniziato dieci anni fa, quando trenta genitori si rivolsero alla Procura di Vallo della Lucania per denunciare gli abusi sessuali di cui sarebbero stati vittima i figli, bambini tra i 3 e i 5 anni che frequentavano l’asilo gestito dalle suore. Le indagini furono seguite dal procuratore Alfredo Greco, si disposero perizie, sopralluoghi, arrivarono i Ris di Parma e criminologi di fama nazionale. Da principio fu coinvolta soltanto suor Soledad, alias la novizia peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, poi due suore accusata di averla coperta e infine, in una seconda fase, il muratore Aniello La Bruna (presunto fidanzato di Soledad) e il fotografo Antonio Rinaldi, che si accusava di foto pedopornografiche. Gli ultimi due sono stati assolti già in primo grado dal Tribunale di Vallo della Lucania, che ha invece condannato a 8 anni suor Soledad per pedofilia e a 16 mesi le consorelle Agnese Cafasso e Giuseppina De Paola, accusate di favoreggiamento perché avrebbero saputo ed erano rimaste in silenzio.

    A marzo la sentenza d’appello ha invece assolto tutti per insussistenza del fatto («Si rende giustizia a persone che erano state dipinte come mostri» dichiarò l’avvocato Franco Maldonato che difende La Bruna) e ieri le motivazioni hanno riproposto le “bacchettate” agli inquirenti sia nella prima fase dell’indagine che in quella seguente, quando alcuni bimbi iniziarono a parlare del muratore e del fotografo arricchendo i racconti di particolari fantastici come la presenza di indiani e la casa che scompariva. «La presenza di un quadro dichiarativo di tale complessità – scrivono i giudici – avrebbe reso necessario l’esperimento di un nuovo incidente probatorio, e ciò allo scopo di operare, con l’ausilio di esperti, l’opportuna depurazione delle dichiarazioni dei minori e di far affiorare la realtà, se esistente, dei fatti da essi narrati». E, visto che visioni sessuali emergevano, «sarebbe stato opportuno tentare di investigarne l’origine in altri ambienti extrafamiliari frequentati dai minori».

  • Processo suor Soledad: la sentenza nei prossimi giorni

    Processo suor Soledad: la sentenza nei prossimi giorni

    La prossima settimana potrebbero arrivare le sentenze del processo suor Soledad.

    Sembra giunto al termine, dopo quasi dieci anni, il processo Suor Soledad, la suora condannata a sei anni in primo grado per presunti abusi sui bambini dell’istituto Santa Teresa di Vallo della Lucania. Il prossimo 20 novembre, infatti, dovrebbe tenersi l’ultima udienza del processo d’appello ed il 27 novembre potrebbe giungere la sentenza.

    I fatti risalgono al 2006. Il 17 giugno la suora di origine peruviana venne arrestata mentre era in partenza dall’aeroporto di Fiumicino. Fu accusata di abusi sessuali su alcuni bambini dai 3 ai 5 anni. Il 29 maggio del 2006 i genitori dei piccoli denunciarono in Procura casi di violenza sessuale.

    In primo grado, nel 2012, Carmen Soledad Bazan Verde, che intanto ha deciso di spogliarsi e non essere più una suora e di  far ritorno in Perù, fu condannata a sei anni. Il processo d’appello, invece, stava per concludersi la scorsa primavera ma dopo due anni di dibattimenti è dovuto ricominciare da zero. Nell’ultima udienza, infatti, il presidente del collegio giudicante Claudio Tringali comunicò ai presenti che il processo sarebbe dovuto ricominciare con una nuova composizione del collegio giudicante. Ciò per la presunta posizione di incompatibilità di uno dei giudici a latere, Vincenzo Pellegrino, che si era già occupato della vicenda nel 2006 quando da componente del collegio giudicante presso il tribunale del riesame rigettando la richiesta della difesa di Soledad confermava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico della monaca peruviana.

    La prossima udienza, stavolta, potrebbe essere davvero l’ultima. Oltre a Suor Soledad, in primo grado furono condannate a sedici mesi per favoreggiamento anche due consorelle.

    http://www.infocilento.it/2015/11/18/processo-suor-soledad-la-sentenza-nei-prossimi-giorni/

  • Suor Soledad, i bimbi non tornano in tribunale.

    Suor Soledad, i bimbi non tornano in tribunale.

    Al via ieri il processo di appello a carico della suora peruviana Carmen Soledad Bazan Verde, condannata in primo grado a otto anni di reclusione per aver abusato di numerosi bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni, che frequentavano la scuola materna dell’Istituto Santa Teresa Vallo della Lucania. Ieri nella prima udienza dinanzi alla Corte d’Appello di Salerno, presidente Claudio Tringali, sono state affrontate le questioni preliminari. E’ stato deciso che non saranno risentiti i bambini, che avevano già deposto in primo grado e sono state ammesse alcune richieste, avanzate dai difensori della religiosa, gli avvocati Cannavucciuolo e Gullotta. La prossima udienza si svolgerà il 25 febbraio prossimo e la sentenza è prevista per il 25 marzo.

    Una vicenda, quella degli abusi sui minori, commessi da suor Soledad, che ha destato notevole scalpore, venuta alla luce dopo la denuncia dei genitori di alcuni bambini, che frequentavano la scuola materna dove insegnava la suora peruviana. I comportamenti anomali dei piccoli avevano indotto alcune madri ad approfondire quale fosse la causa dei malesseri mostrati dai loro figli. E così i bambini hanno iniziato a raccontare di essere stati costretti dalla suora peruviana a fare brutti giochi, tra cui quello del lupo cattivo che si svolgeva nei bagni della scuola.

    Fonte Il Mattino Salerno

  • Vallo della Lucania: processo d’appello fissato per la suora pedofila.

    Vallo della Lucania: processo d’appello fissato per la suora pedofila.

    Vallo della Lucania: processo d’appello fissato per la suora pedofila.
    26 febbraio 2013 | Autore: maxfrassi

    Vallo della Lucania. Fissato l’appello per la suora pedofila.

    RICEVIAMO E RIPORTIAMO:

    Vallo della Lucania, ricomincia il ‘gioco del lupo cattivo’: al via processo d’appello per suor Soledad

    Articolo di Lucia Cariello per il Giornale del Cilento.

    Ricomincia in corte d’appello il processo sui presunti abusi perpetrati ai dinni di minori dell’istituto religioso di Santa Teresa di Vallo della Lucania. Sul Banco degli imputati suor Soledad al secolo Carmen Soledad Bazan Verde, peruviana accusata di abusi sessuali ai danni di oltre 30 bambini dell’istituto di Vallo della Lucania. L’avvio del processo d’appello è fissato per il prossimo 2 luglio presso il tribunale di Vallo. Parliamo di una vicenda umana e giudiziaria che scosse profondamente le coscienze. Nel merito furono ascoltati circa 200 testimoni che avrebbero confermato abusi di ogni genere ai danni dei piccoli da parte di suor soledad.

    Ma facciamo un passo insietro: chi è suor Soledad? Giunta nel 2001 in Italia dal Sudamerica, Soledad, all’anagrafe Carmen Soledad Bazan Verde, è una giovane novizia peruviana che aspirava ad entrare nell’ordine di Santa Teresa del Bambin Gesù e, nello stesso tempo, faceva la maestra in un asilo gestito dalla sua congregazione a Vallo della Lucania. Il dramma reca una data precisa: 17 giugno 2006, Soledad viene arrestata a Roma per evitare una sua fuga all’estero ma la vicenda in realtà ha inizio alcuni mesi prima quando la madre di una piccola di 4 anni che frequenta l’asilo gestito dalle suore di Santa Teresa di Vallo, insospettita dagli strani comportamenti della bambina, denuncia possibili abusi sessuali. Rita Del Gaudio, madre di una piccola dell’istituto di Vallo, alle telecamere di Mattino Cinque, racconta: “M’ero accorta, già prima che mia figlia ci raccontasse, che c’era qualche problema. Aveva gli incubi, mi aggrediva, urlava senza motivo, non mangiava più. Diventava frenetica quando le chiedevamo dell’asilo, una volta voleva sbattere la testa contro il muro”. Scattano, dunque, le indagini nell’istituto e il 21 giugno il giudice decide di interrogare la suora nel corso di indagini preliminari. Vengono sentiti poi, in sede di incidente probatorio, i bambini e per evitare un trauma il tribunale viene trasformato in asilo. La prima: «Suor Soledad ci portava al bagno dove ci faceva giocare al lupo. Una volta mi ha anche fatto male il mio ditino. Il gioco del lupo non mi piaceva perché era brutto. Non voglio raccontare cosa mi faceva. Se suor Soledad torna a scuola io non ci voglio più andare.» La seconda: «Suor Soledad è cattiva e dà botte ai bambini. Li picchia sul… Ci accompagna in bagno e mi tocca…con il dito (la bambina, scrivono i consulenti nel verbale, fa segno con la mano destra passandosi la mano sulle parti intime). Poi ci fa giocare al lupo mangia frutta che ci mangia.» La terza: «Vado all’asilo. La mia suora si chiama Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che è molto cattiva. Lei mi faceva fare un gioco molto brutto perchè mi toccava e mi faceva il solletichino (la bambina fa il segno con la mano sinistra passandosela sulle parti intime). Suor Soledad ci faceva fare anche il gioco del lupo e mi diceva che doveva essere un segreto.». La quarta: «Vado all’asilo da suor Agnese. Poi c’è anche suor Soledad che mi accompagna in bagno per fare la pipì. Lei quando andiamo al bagno mi fa male… (il bambino utilizzando una bambola fa vedere che infila il dito indice e passa la mano sui genitali). Lei mi faceva fare un gioco molto brutto che chiamata il gioco del mostro-femmina che consisteva nel nascondersi e quando lo trovavo mi faceva scappare nel salone delle feste o nel bagno da solo. Nel salone delle feste o nel bagno, quando eravamo da soli, mi toccava… Suor Agnese, invece, è brava e non mi fa mai male.»
    Adesso si apre un nuovo capitolo con l’avvio del processo d’appello. Ricordiamo che la sentenza di primo grado ha stabilito 8 anni di reclusione per la novizia peruviana, 16 mesi due suore, suor Romana e suor Agnese, per favoreggiamento personale. Assolto, invece, il muratore con formula dubitativa e assoluzione piena per il fotografo, anch’essi coinvolti nella vicenda. Inoltre, su 21 persone costituite parte civile solo a 10 è stato riconosciuto un risarcimento dei danni dal tribunale con una provvisionale di 10.000 euro anche per quanto riguarda le spese legali.