Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Edgard Rimaycuna, segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi di 9 e 11 anni. Il dato, finora inedito, non è fornito da un mezzo critico verso il Pontefice: lo raccoglie El pastor y los lobos, il libro di Santiago Roncagliolo elaborato con fonti dell’ambiente papale e apertamente elogioso verso Leone XIV. La rivelazione colloca il collaboratore più vicino al Papa nel cerchio del sacerdote il cui caso —istruito sotto l’allora vescovo Robert Prevost mediante un’indagine che la stessa Chiesa definisce «presa in giro»— resta ancora irrisolto, dopo che una dispensa dallo stato clericale ha cercato di porre fine al processo canonico.

    Lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo ha appena pubblicato El pastor y los lobos (Seix Barral, Grupo Planeta), una cronaca dell’ascesa di Robert Prevost fino al pontificato che lo stesso autore presenta come la storia di un vescovo che ha affrontato gli abusi nella Chiesa peruviana. Non è un libro ostile al Papa: Roncagliolo riconosce che una delle sue fonti principali è la giornalista Paola Ugaz, stretta collaboratrice di Prevost nell’indagine sul Sodalicio e, insieme a Pedro Salinas, una delle voci che difende pubblicamente con maggiore energia la gestione del Pontefice.

    Proprio per questo risulta tanto sorprendente il dato che il libro lascia cadere, quasi di sfuggita, e che finora non era pubblico: Edgard Rimaycuna, il segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez González, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi, nel caso la cui istruzione sotto l’autorità dell’allora vescovo Prevost la stessa Chiesa ammette sia stata «una presa in giro». Un caso ancora aperto e che la Chiesa si impegna a non risolvere.

    Cosa dice il libro

    Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute —all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten—, Roncagliolo scrive:

    «Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Già come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna».

    Il passo è doppiamente rilevante. Primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute —«padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva», «il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi»— negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost, nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale.

    Il prete che fabbricava vocazioni

    Per capire la portata della parola «discepolo» bisogna capire chi era Lute nella diocesi di Chiclayo. Non era un parroco qualsiasi: era, di gran lunga, il sacerdote più carismatico e popolare di Lambayeque. Il «Padre del Niño», l’uomo che riempiva templi, che mobilitava folle dietro il Divino Niño del Milagro, che metteva in funzione mense e santuari, che raccoglieva ventimila testimonianze di fede. Un prete dal tratto diretto e travolgente, sempre circondato da bambini e giovani, a cui le famiglie aprivano le porte di casa senza alcuna riserva.

    Ed è vero —lo riconosce tutto l’ambiente diocesano— che quel carisma diede frutti vocazionali: Lute spinse molti ragazzi delle sue parrocchie verso il seminario. Lo faceva come faceva tutto: interponendosi in modo molto diretto con le famiglie, parlando con i genitori, accompagnando personalmente il discernimento dei ragazzi che emergevano nei suoi gruppi parrocchiali. Era, esattamente, ciò che il libro descrive: l’uomo con la cui popolarità «contava» Prevost «per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». In quel contesto va letta la filiazione di Rimaycuna: insieme ad altri giovani dello stesso profilo —applicati, devoti, cresciuti nelle parrocchie dove Lute esercitava il suo magistero informale—, molto probabilmente fu incoraggiato e spinto verso il seminario in quegli anni dal sacerdote oggi accusato.

    Quella forma di intermediazione diretta con le famiglie ha, inoltre, un rovescio sinistro accertato nel fascicolo stesso: era lo stesso meccanismo di fiducia che, secondo le denunce, permetteva a Lute di portare bambine impuberi in montagna. Come raccontò Ana María Quispe a Canal N, padre Lute «era molto amico della sua famiglia» e la sua condizione religiosa «gli permise di convincere i genitori» affinché la bambina lo accompagnasse in una missione a cinque ore da Chiclayo. Lo stesso ascendente sulle famiglie che apriva le porte del seminario a qualcuno, apriva ad altre la strada di Cueva Blanca.

    Chi è Edgard Rimaycuna

    Edgard Iván Rimaycuna Inga (Chiclayo, 1989) è segretario personale di Leone XIV dal 8 maggio 2025, il giorno successivo all’elezione. Ordinato sacerdote a Chiclayo nel novembre 2014, celebra la sua prima messa nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, lo stesso ambiente parrocchiale in cui le vittime collocano parte dei fatti denunciati e in cui lo stesso Lute aveva esercitato come parroco. Nel novembre 2025 il Papa lo nomina Cappellano di Sua Santità, incorporandolo alla Famiglia Pontificia. Accompagna Leone XIV nel recente viaggio apostolico in Spagna e questo stesso mese di agosto è ricevuto in odore di folla a Chiclayo, dove trascorre le vacanze. È, in sintesi, la persona di maggiore vicinanza quotidiana al Papa all’interno della Santa Sede.

    Il discepolo come testimone

    La rivelazione del libro non imputa nulla a Rimaycuna. Ma lo colloca dove finora nessuno lo aveva collocato: nel cerchio intimo di un sacerdote la cui vita pastorale quotidiana —quella che un discepolo condivide per definizione— è precisamente ciò che il processo canonico non è mai riuscito a ricostruire.

    Perché quelle pratiche non erano clandestine. Secondo le denunce, Lute portava bambine impuberi —tra i nove e gli undici anni— in villaggi della montagna di Lambayeque, a ore dalle loro case, e pernottava da solo con loro in una piccola stanza di Cueva Blanca, con autisti, catechisti e fedeli come testimoni dei trasferimenti. Le vittime descrivono con precisione uno di quei testimoni: l’autista che portava il sacerdote in quei viaggi, un collaboratore della parrocchia di San José —facilmente identificabile— che dormiva in macchina mentre il prete pernottava con le bambine nella stanza dove si producevano i gravissimi abusi denunciati. Tanto superficiale fu l’indagine istruita sotto Prevost che non si tentò nemmeno di cercare e identificare quella persona, un adempimento che le vittime reclamano espressamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, che fino ad oggi le ignora con una passività inusitata. Ana María Quispe Díaz, la vittima che si espone pubblicamente, denuncia inoltre che «esistono testimoni che hanno dichiarato pubblicamente ai media che portava frequentemente altri bambini nella stessa stanza» dove si produssero gli abusi denunciati, affermazione supportata anche in testimonianze televisive. I viaggi «missionari» del prete più popolare della diocesi, con minori e con pernottamento, erano visibili al suo cerchio parrocchiale.

    È in quell’ambiente che il libro colloca Rimaycuna. Nessuno può affermare cosa vide o non vide un seminarista di quegli anni, e questo giornale non lo farà. Ciò che si può constatare è più semplice: chi è cresciuto pastoralmente e vocazionalmente accanto a Lute conosce quel mondo dall’interno, ed è quindi uno dei testimoni meglio posizionati per aiutare a ricostruire ciò che l’indagine ecclesiastica non ha mai ricostruito. In un tempo in cui tante istituzioni religiose pagano il prezzo di non aver saputo vedere in tempo ciò che accadeva intorno alle loro figure carismatiche, quella memoria di prima mano avrebbe oggi un valore enorme per le vittime. Sarebbe un gesto che onorerebbe il segretario del Papa —e lo stesso Pontefice— metterla al servizio del chiarimento di un caso che Roma preferisce attribuire a cospirazioni.

    Un caso aperto che la Chiesa non risolve

    Le vittime denunciano a Prevost, nell’aprile 2022, gli abusi subiti da bambine per mano di padre Lute. L’istruttoria di quella denuncia è disautorizzata dalla stessa Chiesa: il delegato ecclesiastico del caso, il canonista Giampiero Gambaro, ammette alle vittime il 23 aprile 2025 che l’indagine condotta sotto la responsabilità di Prevost è «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità», e che all’accusato «praticamente non è stato chiesto nulla». Il Dicastero per la Dottrina della Fede arriva ad archiviare il fascicolo adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento che lo stesso Gambaro definisce «stranissimo».

    Il processo, tuttavia, non arriva a essere sanato: Lute chiede la dispensa dallo stato clericale e Leone XIV gliela concede il 15 settembre 2025, una decisione con cui si pretende di dare per concluso il processo penale canonico che doveva chiarire i fatti. Pretesa che, secondo alte fonti giudiziarie vaticane consultate da InfoVaticana, è priva di fondamento: la dispensa non estingue il processo. A prescindere dal fatto che il reo passi allo stato laicale, nulla impedisce —e tutto consiglia— che l’indagine prosegua in vista del chiarimento dei fatti e della riparazione delle vittime. È esattamente ciò che queste continuano a reclamare, con scritti e procedimenti persistenti, ad autorità ecclesiastiche che, per il momento, non si muovono. Le vittime denunciano che la decisione le lascia «disamparate», reclamano al Dicastero per la Dottrina della Fede le più elementari adempimenti che non furono mai praticati e annunciano azioni canoniche contro i responsabili delle negligenze, cominciando dal «primo responsabile del caso, il vescovo Robert Prevost». A oggi, né la verità è chiarita, né la riparazione promessa si compie.

    Le domande che lascia il libro

    La rivelazione di Roncagliolo —insistiamo, un autore favorevole al Papa e nutrito da fonti della sua massima fiducia— obbliga a formulare domande scomode. Se lo stesso ambiente del Pontefice assume con naturalezza che il suo segretario personale sia discepolo di Lute, in che misura pesa quella vicinanza personale e affettiva del cerchio papale con il sacerdote denunciato nella gestione del caso? Ha relazione con il fatto che Prevost non abbia mai sospeso l’accusato dalla celebrazione pubblica della Messa, e con le carenze dell’istruttoria che la stessa Chiesa riconosce?

    Il libro ritrae un Prevost «orgoglioso» dei successi di Lute, che porta in Vaticano ventimila testimonianze della sua devozione e che «contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». Una di quelle vocazioni nate all’ombra del prete di Eten lavora oggi nell’ufficio accanto a quello del Papa, mentre il caso delle sue vittime continua senza verità, senza giustizia e senza riparazione. Nulla di tutto questo era stato raccontato finora. Lo racconta, paradossalmente, un libro scritto per rivendicare Leone XIV come il pastore che ha affrontato i lupi.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/02/il-segretario-personale-di-leone-xiv-e-stato-discepolo-di-lute-il-parroco-di-chiclayo-accusato-di-abuso-sessuale-che-roma-non-vuole-indagare/

  • Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    La notizia è passata inosservata e si capisce facilmente perché: qualche giorno fa il governo ha deciso una grande iniezione di denaro pubblico per strutture possedute e gestite dalla Chiesa. Stiamo parlando degli oratori, che hanno ricevuto come finanziamento extra ben 50 milioni del Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027, il principale strumento con cui lo Stato italiano finanzia interventi per ridurre i divari economici e sociali nel Paese, che si vanno ad aggiungere ai 19,5 milioni di euro già previsti per il quadriennio 2025-2028.

    Per sostenere le attività sportive e «valorizzare la funzione educativa degli oratori» nei territori più marginalizzati, infatti, il 1° luglio è stato firmato un protocollo d’intesa tra il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Questi 50 milioni saranno utilizzati per riqualificare gli impianti sportivi degli oratori e per generiche attività ludiche e ricreative e le parrocchie contribuiranno con una quota trascurabile di cofinanziamento del 15 per cento.

    Nonostante la Cei riceva ogni anno dallo Stato circa un miliardo di euro dal cosiddetto “otto per mille”, il governo ha sentito il bisogno di un’iniezione aggiuntiva di denaro pubblico perché gli oratori, secondo quanto ha dichiarato Abodi, sarebbero centrali nel modello sportivo italiano, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità». Tanto centrali e determinanti che il ministro è fiero di dichiarare che con questo protocollo si stabilisce un record: «Per la prima volta nella storia repubblicana – ha spiegato – destiniamo risorse così significative a questo patrimonio della nostra nazione: investire negli oratori significa investire nei bambini, negli adolescenti e nei giovani, offrendo loro luoghi sicuri e gratuiti dove crescere attraverso lo sport, costruendo relazioni e alimentando il senso di comunità. Insieme alla Conferenza Episcopale e alla rete delle Diocesi trasformiamo il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dello sport, riconosciuto dalla nostra Costituzione, in opportunità concrete per il presente e il futuro delle giovani generazioni e per la coesione nei territori».

    Siamo di fronte al salto di un secolo. Il governo elimina il ruolo dello Stato laico dalla sua prospettiva e delega alla Chiesa il compito di occuparsi di bambini e ragazzi, soprattutto ora che sono liberi dalla scuola, in virtù di un’asserita e non comprovata virtù degli oratori «quali presìdi educativi, sociali e aggregativi», di cui riconosce «il ruolo strategico nel contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà educativa e al disagio giovanile, attraverso la promozione della pratica sportiva e dei corretti stili di vita».

    Quasi 70 milioni di euro di fondi pubblici per luoghi di aggregazione confessionali: una cifra significativa per spazi che forse sono gratuiti (o quasi) ma che vengono definiti un po’ troppo sbrigativamente «sicuri». Quello che non viene mai detto, infatti, è che per le migliaia di volontari che animano oratori, campi grest estivi e attività parrocchiali non c’è l’obbligo di richiedere il cosiddetto “certificato antipedofilia”, cioè la garanzia che l’operatore che si sta occupando di tuo figlio ha la fedina penale pulita quanto a reati sessuali.

    Secondo il decreto legislativo 39 del 2014, che recepisce una direttiva europea del 2011, i datori di lavoro sono obbligati a verificare che le persone persone condannate per reati sessuali non possano svolgere attività professionali che comportano contatti con minori. Questo obbligo vale per i dipendenti ma non sussiste per i volontari, che quindi possono fare attività con i minori senza il controllo del certificato penale.

    Eppure i volontari degli oratori e dei grest estivi, che sono a contatto con bambini e bambine tutto il giorno, non sono una componente marginale degli oratori ma l’ossatura, la spina dorsale che regge tutta l’impalcatura delle attività parrocchiali.

    Quanti sono? Difficile dirlo: i numeri del Foi, il Forum oratori italiani, sono un po’ datati ma si stimano circa 150mila volontari impegnati nei seimila oratori italiani, fra animatori adolescenti, giovani educatori, catechisti, allenatori sportivi, accompagnatori, operatori di attività ricreative e altri adulti che collaborano in vario modo alle attività.

    E quanti sono i minori che frequentano gli oratori estivi? Anche qui non è facile fare i conti ma i numeri sono alti: secondo un articolo di Vita, nel 2018 sono stati due milioni i bambini e ragazzi che hanno preso parte alle attività degli oratori estivi, assistiti da 350mila volontari adolescenti.

    Secondo invece quanto riporta Agensir il 1° luglio scorso, lo stesso giorno della firma del Protocollo fra governo e Cei, nella sola diocesi di Milano quest’estate si contano 25mila volontari adulti e un migliaio di altri educatori per 250mila ragazzi:

    un migliaio di oratori aperti fra giugno e luglio per offrire accoglienza, gioco, escursioni, momenti educativi, spiritualità a 250mila ragazzi. 42mila gli animatori adolescenti, 3mila giovani educatori. Ma anche 25mila volontari adulti e circa mille figure educative tra sacerdoti, consacrate ed educatori professionali. Sono i numeri degli oratori estivi della diocesi di Milano.

    Prima di riempire di denaro gli oratori, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità», come ha detto il ministro Abodi ringraziando il cardinale Zuppi, il governo avrebbe fatto bene a garantirne la sicurezza, estendendo il “certificato antipedofilia” anche alla schiera di volontari che li tengono in piedi stando tutto il giorno con i bambini. Il problema è che per la Cei imporre questa regola di buon senso violerebbe «la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa» garantita dall’articolo 2 del Concordato del 1985. Ovviamente la Chiesa potrebbe di sua iniziativa esigere il certificato antipedofilia dai suoi volontari, ma diciamo che non è nello stile della Cei.

    Delegare alle parrocchie, oltre allo sport e alla ricreazione, anche la protezione dei minori da aggressioni pedofile potrebbe rivelarsi imprudente: la cronaca insegna che i precedenti non sono propriamente rassicuranti.

    (Foto di Erika Giraud su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-stato-finanzia-gli-oratori-ma

  • Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    In Italia oltre quattromilaquattrocento persone hanno segnalato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi.

    È uno dei dati che emergono dal report di Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, sopravvissuto da ragazzo agli abusi di un prete a Savona e oggi tra le principali voci italiane ed europee sul tema.

    Secondo il database di Rete L’abuso, i casi totali di autori di violenze sessuali segnalate (presunte e accertate) nella Chiesa italiana sono 1.296, di cui 1.154 rappresentati da sacerdoti. Le vittime note sono 4.674, di cui 4451 di età inferiore ai 18 anni: 4.444 abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. Di queste, 2.414 sono seguite direttamente dall’associazione.

    L’incidenza dei preti coinvolti – il 3,72% dei circa 31 mila sacerdoti italiani – è considerata “molto alta”, soprattutto tenendo conto che si tratta di un censimento non ufficiale. Le segnalazioni raccolte da Rete L’Abuso coincidono quasi perfettamente con quelle riconosciute da fonti cattoliche nello stesso arco di tempo: uno scarto di soli 60 casi su più di mille censiti.

    Nel panorama regionale, il Piemonte con i suoi 106 segnalati è al secondo posto in Italia dopo la Lombardia che ne ha 174. Dal 2020 a oggi le segnalazioni in Piemonte riguardano 106 abusatori presunti o conclamati. Le vittime piemontesi note sono 388: 40 donne, 348 uomini, di cui 10 adulti vulnerabili e una persona con disabilità; 377 sono minori.

    La distribuzione per provincia mostra: Asti 6 abusanti, Biella 8, Cuneo 24, Novara 12, Torino 31, Verbano 6, Vercelli 8. Tra questi: 91 preti, 4 catechisti, 10 laici, 1 scout.

    Riguardo ai processi canonici ne risultano 5 avviati, 3 mai avviati, dei restanti 98 non si hanno dati, 0 risultano condannati in sede canonica.

    Per quanto riguarda la giustizia penale: 73 casi sommersi (casi noti e mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana), 1 denuncia, 4 indagati, 2 condanne in primo grado, 1 in secondo grado, 18 condanne definitive, 3 prescrizioni, 2 confessioni, 2 patteggiamenti. Rete L’Abuso pubblica sul proprio sito i dati che raccoglie. Esiste anche una sezione dedicata ai dati forniti dalla CEI, nei cui report ufficiali tuttavia non compaiono i nomi dei segnalati, né le diocesi di appartenenza, né i luoghi dei reati, né i provvedimenti adottati, né il numero di vittime coinvolte da ciascun caso.

    «Le scienze psicologiche definiscono gli abusi un vero e proprio omicidio psichico» afferma Zanardi. «Per questo non dovrebbero essere soggetti a prescrizione. E per questo la legge italiana dovrebbe prevedere l’obbligo di denuncia alla magistratura anche per i vescovi, come avviene negli altri paesi. Ma ciò non è possibile finché, in base al Concordato, non sono considerati pubblici ufficiali».

    Donatella Signetti

  • Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.

    Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.

    Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.

    Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto presentato ieri, non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.

    https://tgverona.telenuovo.it/home/2025/10/25/abusi-sessuali-del-clero-in-italia-oltre-mille-preti-coinvolti-in-veneto-88-casi-e-572-vittime

  • Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

    Nel nostro Paese oltre quattromila persone hanno dichiarato o denunciato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Eppure, in vent’anni, solo due hanno ottenuto giustizia canonica e una sola è stata risarcita. È quanto emerge dal report consegnato ai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza dalla “Rete L’Abuso”, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, lui stesso sopravvissuto agli abusi di un prete a Savona e oggi tra i principali attivisti italiani sul tema.

    Il documento denuncia la totale inadempienza dello Stato e della Chiesa sul fronte della prevenzione e della tutela delle vittime, nonostante la ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’approvazione del Codice Rosso e le leggi italiane 172/2012 e 69/2019.

    La Chiesa stessa, attraverso una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, ha denunciato di recente la troppa “lentezza interna” nella gestione dei singoli casi. “Su 2414 vittime censite – spiega Zanardi – solo due hanno avuto un processo canonico, una è stata risarcita, e con l’obbligo di non parlarne. È la prova che la giustizia, in Italia, si ferma davanti alle porte delle curie”.

    Secondo quanto emerso dal report sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. “Rete L’Abuso” segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili.

    L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31mila sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Dando un’occhiata alle realtà a noi vicine, in particolare alle regioni Campania e Basilicata, con un riguardo alle province di Salerno e Potenza, i dati non sembrano essere incoraggianti anche a fronte di numeri che potrebbero sembrare “piccoli”.

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui 7 nella provincia di Avellino, 9 in quella di Benevento, 32 in quella di Caserta, 26 in quella di Napoli e 10 per quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 sono minorenni. Le categorie di casi: 73 sono sacerdoti; 1 è suora, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannati in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confessi; 1 pregiudicato; 2 condannati in sede civile; 1 ha patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 10 avviati, 2 mai avviati, dei restanti 63 non si hanno dati e 2 risultano condannati in sede canonica.

    La Basilicata registra un totale di 15 casi di cui 8 nella provincia di Matera e 7 in quella di Potenza. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 120 di cui 16 donne, 104 uomini. Di queste 6 sono adulti vulnerabili, 1 persona con disabilità, 112 sono minorenni. Le categorie di casi: 13 sono sacerdoti; 1 è laico, 1 scout. Per quanto riguarda la situazione penale su 15 casi: 13 è il sommerso; 0 attualmente denunciati; 0 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 0 condannati in 1° grado; 0 condannati in 2° grado; 1 condannato in via definitiva; 0 prescritti; 0 reo confessi; 0 pregiudicati; 0 condannati in sede civile; 0 hanno patteggiato; 0 condannati in entrambe le sedi (civile e penale); 0 sono stati archiviati. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano 3 avviati, 0 mai avviati, dei restanti 12 non si hanno dati e 1 risulta condannato in sede canonica.

    “Dal 2022 la Conferenza Episcopale Italiana ha istituito sportelli diocesani per raccogliere le segnalazioni di abusi, presentandoli come strumenti di trasparenza e accoglienza – spiega Zanardi – ma sono invece una trappola perfetta, oltre che l’unica cosa realizzata che non funziona, almeno per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ufficiale. Le vittime vengono convinte a recarsi negli sportelli pensando di parlare con professionisti, ma spesso si trovano davanti laici in pensione o volontari senza competenze giuridiche o psicologiche. Raccontano la propria storia, firmano un verbale che non possono conservare e, nel momento stesso in cui lo firmano, fanno partire la prescrizione. Quando anni dopo, il tempo necessario a riuscire a parlare di un abuso sessuale e a denunciarlo, provano a rivolgersi alla magistratura, la Chiesa mostra quella firma per dire che la vittima era già consapevole. Ovviamente parliamo dell’ambito civile. Così il reato è prescritto. È un sistema che usa le parole delle vittime contro di loro“.

    Abusi sessuali nella Chiesa. Oltre 4mila vittime, i dati delle province di Salerno e Potenza

  • Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Abusi sessuali nel clero: 75 in Campania di cui 32 in provincia di Caserta

    Associazione Rete L’Abuso ha pubblicato un dossier relativi agli abusi sessuali nel clero e anche nel suo indotto e i dati sono a dir poco allarmanti. I dati nazionali riportati nel report contano, tra sacerdoti e indotto laico, 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti. Le vittime note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    La Campania registra un totale di 75 casi di cui ben 32 in provincia di Caserta, quasi la metà. Registrati, inoltre, 7 in provincia di Avellino; 9 in quella di Benevento; 26 in quella di Napoli; 10 in quella di Salerno. Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni sono un totale di 184 di cui 41 donne, 143 uomini. Di queste 16 sono adulti vulnerabili, 3 persone con disabilità, 56 di queste sono minorenni.

    In particolare in 73 casi sono sacerdoti; 1 suora, 0 sono catechisti, 0 sono laici, 1 scout.

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 75 casi: 39 è il sommerso; 5 attualmente denunciati; 5 indagati dall’Autorità Giudiziaria italiana; 3 condannati in 1° grado; 2 condannato in 2° grado; 12 condannati in via definitiva; 2 prescritti; 0 reo confesso; 1 pregiudicato; 2 condannato in sede civile; 1 hanno patteggiato; 0 condannato in entrambe le sedi (civile e penale); 2 sono stati archiviati.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano; 10 avviati; 2 mai avviati; dei restanti 63 non si hanno dati; 2 risultano condannati in sede canonica.

    https://www.casertanews.it/attualita/abusi-sessuali-clero-sacerdoti-caserta.html

  • In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    In Abruzzo 36 casi di abusi sessuali nel clero, 10 nel Pescarese

    Sono complessivamente 1.250 i presunti casi di abusi sessuali registrati in Italia dal 2000 al 2025 legati alla Chiesa.
    A dirlo è il “Report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto” curato dall’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso, come si legge su ReggioToday.

    Di questi sarebbero 36 quelli che si sono verificati in Abruzzo, di cui 10 nella provincia di Pescara.

    Il report, segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout.

    L’associazione sottolinea che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57% dei 31 mila sacerdoti italiani, viene definita molto alta in relazione alla natura non ufficiale del censimento. Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi.

    Il documento denuncia una situazione allarmante e, soprattutto, la totale assenza in Italia di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori. Secondo la Rete, “il nostro Paese continua a mancare di strumenti normativi adeguati”, e per questo l’associazione chiede una riforma legislativa che introduca l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini”.

    La Rete L’Abuso chiede una riforma legislativa che imponga l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini: l’assenza di tale obbligo rende inefficaci strumenti europei di prevenzione come il certificato anti-pedofilia e lascia i minori più esposti al rischio di abusi”.

    “Il fenomeno – si legge al termine del rapporto dell’associazione presieduta da Francesco Zanardi – non può più essere affrontato come un problema interno alla Chiesa, ma come una questione di salute pubblica e di giustizia collettiva”.

    In Abruzzo, oltre ai 10 casi in provincia di Pescara, si contano lo stesso numero nel Teramano, 12 in provincia di L’Aquila e 4 in quella di Chieti.

    I dettagli al seguente link: https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpdati-regionali-divisi-per-province/

  • Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    La Calabria, pur non essendo tra le regioni italiane con il numero più alto di episodi, presenta dati allarmanti sul fronte degli abusi sessuali riconducibili a esponenti del clero.

    Secondo il secondo Rapporto nazionale diffuso dalla Rete L’Abuso, nel territorio regionale sono stati documentati 51 casi: 48 riguardano sacerdoti, due catechisti e un laico.

    Le vittime accertate sono complessivamente 156, di cui 149 minorenni — in prevalenza di sesso maschile — oltre a cinque adulti vulnerabili, una suora e una persona disabile. Il rapporto, curato dalla Rete presieduta da Francesco Zanardi, evidenzia una realtà “ancora in gran parte sommersa” e punta il dito contro la mancanza, in Italia, di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori.

    Zanardi sottolinea la necessità di introdurre norme più stringenti, come l’obbligo di denuncia per ogni cittadino e l’adozione di strumenti europei come il certificato anti-pedofilia, oggi non applicabile nel nostro Paese. A livello nazionale, il documento registra 1.250 casi accertati — 1.106 dei quali commessi da sacerdoti — per un totale di 4.625 vittime, in gran parte minorenni. In questo quadro, la Calabria, pur con numeri inferiori rispetto a regioni come Lombardia (174 casi) e Piemonte (103), resta una delle aree più colpite in proporzione alla popolazione.

    Ancora più inquietante il dato sulle denunce: oltre il 75% dei casi non arriva mai all’autorità giudiziaria. Molte vittime scelgono di non parlare, scoraggiate dai tempi lunghi dei procedimenti canonici e dal rischio di prescrizione dei reati.

    Gli abusi, secondo il rapporto, avvengono soprattutto in ambienti parrocchiali, scolastici o educativi legati alla Chiesa, e le condanne, sia penali che canoniche, restano esigue rispetto alla gravità del fenomeno.

    «Non si tratta più di una questione interna alla Chiesa — avverte Zanardi — ma di un problema di salute pubblica e giustizia sociale». La Calabria, con i suoi 51 casi, rappresenta così un ulteriore segnale d’allarme sulla necessità di riforme strutturali e strumenti di prevenzione realmente efficaci.

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

  • Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    Abusi sessuali, la diocesi: «Ferita la nostra comunità» Dal prof di religione all’assistente scout tredici i casi registrati nel territorio pontino

    I numeri forniti dalla Rete l’Abuso sono preoccupanti, non solo perché fotografano una realtà grave e pesante, ma perché le vittime sono spesso minori o persone fragili e molti casi restano sommersi. Il nuovo dossier “Tolleranza zero” diffuso nei giorni scorsi ha reso noti i dati relativi ad abusi e violenze sessuali commessi in Italia dal clero e dagli ambienti legati alla Chiesa: 1250 casi, 4.600 vittime note, oltre mille sacerdoti coinvolti, a cui si aggiungono catechisti, laici e scout.

    Il Lazio conta 80 casi in totale, 38 dei quali a Roma, 13 nella provincia di Latina, tra cui gli ultimi noti relativi al prof di religione di un liceo, Alessandro Frateschi, e all’assistente scout dell’Agesci di Terracina Simone Di Pinto. Ma le segnalazioni mappate da Rete l’Abuso vanno anche molto indietro nel tempo e di alcune non si è saputo più nulla.

    LA CURIA
    Ne abbiamo parlato con la Diocesi di Latina, che soprattutto nelle vicende appena citate non si è tirata indietro rispetto a provvedimenti immediati e prese di posizione. «Queste vicende hanno segnato ferite davvero profonde nella comunità ecclesiale diocesana spiega il portavoce della Diocesi – Il pensiero è sempre andato anche alle vittime e alle loro famiglie per la grave sofferenza che vivono a causa dei comportamenti di chierici o collaboratori pastorali o comunque di persone impegnate in ambito ecclesiale.

    Con forte convinzione la Diocesi si attiene alle procedure canoniche e ha sempre assicurato la massima collaborazione alle autorità giudiziaria italiana, per quanto riguarda i delitti di particolare gravità in cui rientrano anche gli abusi sessuali contro i minori e adulti vulnerabili. Su questi, tra l’altro, nelle giuste modalità abbiamo prontamente comunicato l’accadimento dei fatti, o comunque offerto un contributo al chiarimento pubblico. Senza mai nascondere nulla».

    La Diocesi spiega anche come si muove la Chiesa in questi casi: le norme canoniche prevedono che la Diocesi compia solo l’indagine e poi trasferisca il caso al Dicastero per la dottrina della fede, competente nel giudizio, come è stato fatto nei casi che vedevano coinvolti chierici o collaboratori laici delle parrocchie, immediatamente allontanati dall’incarico in via cautelare e già al momento delle segnalazioni sui loro comportamenti.

    «Il vescovo puntualizza ancora la Diocesi – ha sempre assicurato la piena disponibilità a ricevere le segnalazioni, ma soprattutto ad ascoltare le vittime e i loro familiari, ai quali viene sempre assicurato il supporto anche specialistico del consultorio diocesano. In un caso, i familiari di un minore hanno richiesto il colloquio con il vescovo per informarlo e a margine dell’incontro il vescovo assicurò il suo immediato intervento, ma invitò fortemente i genitori a presentare anche una formale denuncia all’autorità giudiziaria italiana».

    L’impegno a proteggere i giovani insomma non è mai venuto meno e resta costante attraverso il Centro di ascolto.
    Laura Pesino

  • Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Sono 31 i casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero (e il suo indotto) nella provincia di Torino. Questo il dato che emerge dal report “Tolleranza Zero” a cura dell’Osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ e che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025. 

    A livello nazionale i casi sono 1.250, di cui 1.106 risultano commessi da sacerdoti. Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Tutti i numeri (anche del sommerso)

    Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana -spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    I dati delle province del Piemonte

    La Lombardia è la Regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana.

    Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 come detto per Torino, 6 per il Verbano e 8 per il Vercellese.