Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Storie di ordinaria pedofilia clericale savonese.

    Storie di ordinaria pedofilia clericale savonese.

    In questo racconto si parla solo del prete pedofilo Nello Giraudo, che però non è l’unico pedofilo coperto dai vescovi savonesi. Oltre a Giraudo la diocesi di Savona ha coperto anche don Giorgio Barbacini, condannato a 3,6 anni nel 2004, resosi irreperibile dopo la condanna, riapparirà nel savonese solamente dopo l’indulto.

    Jusef Dominic il prete fuggitivo pakistano inseguito da un mandato di cattura internazionale, nascosto dalla diocesi di Savona dal Cardinale Domenico Calcagno, prima ad Albisola dove nel 2004 viene raggiunto dal Dallas News, nascosto successivamente nel convento dei frati Benedettini di Finalpia, dove “morirà” nel dicembre del 2010 in circostanze poco chiare, proprio in concomitanza con l’apertura da parte della Procura della Repubblica di Savona del caso che vado a raccontare. Altri preti pedofili sono tutt’ora impuniti e a contatto con minori, il vescovo di Savona Vittorio Lupi è stato messo al corrente delle perversioni criminali dei suoi sacerdoti, ha anche ascoltato alcune delle loro vittime.

    Tuttavia il vescovo ha deciso, dal momento che i casi sono prescritti (quindi la Procura non può intervenire) di tutelare come recita la Crimen Sollicitazionis, i pedocriminali e non denunciare non attuando alcuna restrizione ai sacerdoti, ignorando anche qualunque tipo di tutela nei confronti dei minori che frequentano le parrocchie della Diocesi di Savona. Eccola qui la giostra della pedofilia continua consapevolmente. Le indagini da parte della Procura della Repubblica di Savona sono durate quasi tre anni portando alla condanna di Nello Giraudo, il quale nel febbraio 2012 patteggia un anno con la condizionale. Al momento, per la prima volta in Italia il “precedente storico” che da oggi porterà a chiedere conto delle coperture anche ai vescovi. Attualmente il procedimento penale nei confronti dell’ex vescovo di Savona, ora a Cremona, Dante Lafranconi è ancora aperto. Non risultano per il momento altre richieste di archiviazione per gli altri vescovi che lo hanno succeduto, tranne quella di Lafranconi.

    Questa l’intervista di Pablo Trincia, LE IENE, al vescovo di Savona Vittorio Lupi il quale non sapeva che
    LE IENE erano in possesso della documentazione restituita dalla Magistratura.

    Lo stesso giorno, difronte a una contestazione non violenta della Rete L’aburo, il Cardinal Domenico Calcagno risponde così al TG 3.
     

    Il documento che segue, redatto da Francesco Zanardi, vittima di don Nello Giraudo all’inizio degli anni 80, ora diventato un sopravvissuto e portavoce della Rete L’abuso è interamente ricostruito, oltre che sulla testimonianza di Zanardi, anche sulle centinaia di pagine restituite dalla Procura di Savona dopo la condanna di Giraudo. In questo documento includiamo solo alcune delle  pagine contenute nel fascicolo della Procura, solamente quelle più importanti tra l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, ora Papa, altri alti prelati vaticani con la Diocesi di Savona-Noli. I documenti originali dimostrano che la chiesa sapeva da 32 anni e non è mai voluta intervenire, finché non è stata costretta dalla Magistratura di Savona.

    Ben 4 vescovi savonesi non vollero affrontare il problema, 32 anni di bugie, insabbiamenti, omertà per nascondere i preti pedofili.
    All’inizio di questa vicenda il vescovo di Savona Vittorio Lupi dichiarava “Sia fatta chiarezza” ma forse non pensava che ne venisse fatta cosi tanta, forse troppa per il gradimento della chiesa cattolica. Questo è il drammatico profilo che emerge dai documenti del procedimento penale 472/12/21 a carico di mons. Dante Lafranconi, vescovo di Savona-Noli dal 1992 al 2001 indagato per i delitti p. e p. dagli articoli 110, 40 c. II, 609 bis, 609 ter, 609 quater c.p. per questo  procedimento penale la procura della repubblica il 9-2-12 ha chiesto l’archiviazione per prescrizione.
    Lunedì 20-2-12 i legali della Rete L’abuso hanno depositato l’opposizione all’archiviazione motivata da una serie di nuovi elementi di indagine.
    Sabato 18-2-12 una vittima della comunità per minori  “La Lanterna” , che era stata precedentemente ascoltata dai magistrati come TEST, senza però sporgere denuncia ha depositato un atto di Denunzia/Querela per abusi sessuali continuati dal 1997 al 2003.
    I nostri legali ritengono che i nuovi elementi di indagine forniti alla magistratura, siano sufficienti per rigettare la richiesta di archiviazione, la nuova querela invece a spostare il periodo di prescrizione, che in questo caso rientrerebbe nel periodo di vescovado di Lafranconi. L’opposizione è stata accolta e l’udienza convocata per il prossimo 2 aprile 2012.
    La storia ricostruita dalle testimonianze contenute nei fascicoli della Procura.
    32 anni di insabbiamenti omissioni e omertà per nascondere i preti pedofili.
    Una storia di favoreggiamento, omissioni e omertà nei confronti di un prete pedocriminale da parte di ben quattro vescovi della Diocesi di Savona-Noli, che ha prodotto vittime nel savonese per 32 anni. In realtà le vicende sono più di una, attualmente in giudizio solo due, quella di don Giorgio Barbacini che ha diretto la comunità per minori in difficoltà Migrantes dal 1998 al 2003, condannato per pedofilia a tre anni e sei mesi nel 2004 e quella di don Nello Giraudo di cui siamo in grado di fornire la documentazione che segue. Parte dei documenti sono stati sequestrati per la prima volta in Italia nella cassaforte segreta del vescovo, dalla magistratura di Savona, che per la prima volta in Italia indaga anche il vescovo per le responsabilità di omissione.

    Nel 1981 don Nello Giraudo viene mandato nella Parrocchia di Spotorno in supporto ai due sacerdoti Giovanni Busoni e Carlo Rebagliati. I due sacerdoti sostengono che l’allora vescovo Giulio Sanguineti raccomandò “tenetelo d’occhio perché è un pedofilo”.  La conferma che le dichiarazioni dei due sacerdoti sono vere arriva da una recente lettera inviata in risposta dall’Arcivescovo Luis F. Ladaria,S.I. all’attuale vescovo Vittorio Lupi in data 29 marzo 2010  dove scriveva “Mi riferisco al caso del Rev. Nello Giraudo del clero della sua diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minore e che nel 2002 manifestava al Vicario Generale la propria tendenza pedofila” (in quel periodo il caso savonese aveva già visibilità nazionale come lamenterà Lupi in una successiva lettera) .

    Malgrado quella denuncia del 1980 il vescovo Sanguineti non prese alcun provvedimento fino al 1989, quando oramai Giraudo aveva abusato buona parte dei ragazzini che frequentavano le opere parrocchiali di Spotorno, compreso lo scrivente.
    Il 5 novembre 1989 il vescovo Sanguineti chiede in una lettera al direttore dell’Istituto Pastorale Corso Venezia di Milano di voler accogliere Giraudo. Sarà Padre Raffaele Longhi ad occuparsi del sostegno psicologico di Giraudo.
    1992 Sanguineti abbandona la Diocesi di Savona-Noli per lasciare il posto a Dante Lafranconi, il quale era al corrente della situazione di Giraudo, a passare questa consegna era l’allora Vicario Generale Antonio Ferri, ri promosso ultimamente  Pro Vicario. Nel 1994 scoppiato il caso CARITAS e dovendo rimuovere il presidente, che era anche direttore della colonia estiva per minori Padre Cocchi, mons. Lafranconi decide di mandare Giraudo a dirigere quella colonia, ma probabilmente qualcosa non va. È cosi che nel 1996 mons. Lafranconi assegna a Giraudo una piccola parrocchia sulle alture di Finale Ligure, a Orco Feglino, poco dopo un altro fatale errore, quello di permettere di aprire in quella parrocchia una comunità per minorenni in difficoltà. I ragazzi della comunità dichiarano che le tendenze pedofile erano ben note al vescovo, costretto a convocare più volte Giraudo. Dai verbali emerge anche che diversi assistenti sociali dei comuni si rifiutavano di affidare minori a quella comunità.
    In questi 9 anni, Dante Lafranconi non ha mai preso alcun provvedimento, neppure cautelativo nei confronti di minori. Non a mai voluto ascoltare le vittime e i sacerdoti che denunciavano, come dichiarano a Il Secolo XIX il Teologo Giampiero Bof e don Giovanni Lupino, ha scelto la strada dell’omertà.

     

    La comunità verrà chiusa nel 2003 da Domenico Calcagno in dopo l’arresto di don Giorgio Barbacini della comunità Migrantes, un altro pedofilo al quale Lafranconi aveva concesso di aprire una comunità per minori.
    2002 mons. Dante Lafranconi viene trasferito a Cremona, mentre a Savona arriva Domenico Calcagno, nominato Cardinale da Benedetto XVI pochi giorni fa, il 18 febbraio 2012. Dopo lo scandalo della Migrantes Calcagno scrive in data 8-9-03 all’allora Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oggi Benedetto XVI, parlando di Giraudo “chiedo la cortesia di un consiglio sull’atteggiamento da tenere, intendendo il sacerdote voler continuare con un impegno pastorale” .
    Passano ben tre anni, nessuna risposta da parte del Cardinale Ratzinger, nel frattempo viene documentato un altro abuso su un minore da parte di Giraudo nell’estate del 2005, durante un campo scout dell’AGESCI. Dai verbali di interrogatorio su questo ultimo caso emerge l’oggi Cardinale Domenico Calcagno non aveva di fatto imposto alcuna limitazione a Nello Giraudo nel frequentare minori o attività cattoliche, malgrado tutto il pregresso. Emerge anche che alcuni responsabili del campo erano al corrente dell’abuso, ma non hanno mai denunciato, hanno confermato solo durante l’interrogatorio di essere a conoscenza del fatto e di aver raccolto la testimonianza durante il campeggio, direttamente dalla vittima F. F. Passa quasi un anno dopo quell’abuso, e mons. Calcagno il 22 febbraio 2006 scrive nuovamente in Vaticano, a mons. Charles Scicluna Promotore di Giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, contrariamente ad ogni logica e a quello che e’ realmente accaduto, lo rassicura dicendo che Giraudo frequenta un medico, Padre Raffaele Longhi, il quale avrebbe rilasciato una “Dichiarazione attestante la positività degli sviluppi dell’itinerario percorso con don Nello” ma purtroppo Padre Raffaele muore.
    Calcagno continua rassicurando Scicluna e chiedendo “Più volte don Nello ha chiesto che si informasse codesta congregazione al fine di ottenere il superamento del grave giudizio espresso nei suoi confronti che prevedeva la riduzione allo stato laicale”. Il 7 marzo 2006 Calcagno scrive nuovamente a Scicluna chiedendo un incontro in Vaticano, di persona per parlare di Giraudo. Viene concesso il giorno 3 aprile 2006.Calcagno lascerà la Diocesi di Savona-Noli alla fine del 2007 con nulla di fatto, per lasciare il posto nel gennaio 2008 a Vittorio Lupi, attuale vescovo.
    Nel gennaio 2008 scrivo al vescovo Lupi informandolo di essere vittima di un suo prete pedofilo ma non comunico il nome, chiedo udienza che mi verrà concessa in marzo. Mi reco all’udienza, il vescovo comincia dicendo (registrazione audio) “Anche se lei non mi ha detto il nome, so che vuole parlarmi di don Nello, qui bisogna che giochiamo a carte scoperte” nella stessa occasione dichiara anche di aver già parlato con la famiglia di Giraudo. Denunciai tutta la storia, compreso quello che i suoi predecessori omisero di fare ma senza alcun successo. Il 9-7-2008 vedendo l’atteggiamento omertoso e inconcludente dei vescovi che malgrado le denunce e le testimonianze non intervenivano, mi decido a denunciare presso la caserma dei carabinieri di Savona. Purtroppo il reato degli anni 80 nei miei confronti è prescritto, il maresciallo mi comunica che la querela verrà archiviata.  Agli atti risulta un’altra raccomandata a mio sostegno scritta da me al vescovo Lupi 19-6-09 nella quale sollecito provvedimenti e indico persone qualificate, sacerdoti che possono testimoniare le tendenze pedofile di Giraudo, ma nei fatti nessun provvedimento da parte della Curia. Gennaio 2010 vengo convocato dal magistrato al quale rilascio la mia deposizione oltre ad una serie di nominativi di vittime, la magistratura apre un fascicolo. Marzo 2010 il caso esplode sui giornali e diventerà un caso nazionale, il vescovo Lupi fa diverse dichiarazioni, sostiene che Giraudo è stato ridotto allo stato laicale nella metà del 2009, che non fa più il prete, anche se lo ritroviamo il 4 gennaio 2012 all’interno del convento dei frati Benedettini di Finalpia, frequentato da minori. Malgrado la segnalazione della presenza inopportuna di Giraudo all’interno del convento effettuata al vescovo Lupi circa sei mesi prima, nemmeno in questo caso il vescovo ha attuato alcun provvedimento cautelativo. Le lettere tra Lupi e Luis F. Ladaria, S.I. smentiscono anche le dichiarazioni riguardanti la domanda di riduzione allo sto laicale di Giraudo, il documento non è del 2009 ma del 27-3-2010.
    Pochi giorni dopo la risposta alla lettera di Lupi che citavamo in principio, dove mons. Ladaria conferma che la prima denuncia nei confronti di Giraudo è del 1980. Successivamente, il 16 aprile 2010 Lupi risponde a Ladaria dichiarando che prima di me, già Domenico Calcagno lo aveva informato della situazione, lamenta anche il clamore mediatico che ha travolto la Diocesi di Savona-Noli.
    Malgrado anni di denunce da parte di vittime, sacerdoti e testimoni, ben quattro vescovi non hanno voluto affrontare il problema, fino a che la magistratura non li ha costretti. Don Carlo Rebagliati che ha testimoniato davanti ai magistrati in sostegno delle vittime è stato ridotto allo stato laicale, dopo una denuncia per istigazione alla prostituzione che però si è rivelata infondata, per la quale è stata richiesta l’archiviazione.
    Il 4-2-12 la notizia che Giraudo ha patteggiato un anno con la condizionale. Nelle dichiarazioni rilasciate ai giornali conferma che i vescovi erano al corrente del problema, anche la famiglia lo era, ma non lo hanno mai aiutato.
    Il 9-2-12 viene notificata la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti di un solo vescovo, Dante Lafranconi motivandola non nel merito, ma nel raggiungimento dei termini di prescrizione.
    Il 18-2-12 un’altra querela da parte di una vittima già sentita come teste dal magistrato, abusata dal 1997 al 2003.
    Il 19-2-12 la Rete L’abuso deposita opposizione all’archiviazione del procedimento contro mons. Dante Lafranconi, fornendo nuovi oggetti di indagine, oltre alla querela della nuova vittima.
    L’opposizione all’archiviazione nei confronti di Lafranconi viene accolta. L’udienza è fissata per il prossimo 2 maggio 2012.

    Sono state volontariamente omesse tutte le testimonianze e i documenti delle altre vittime di Nello Giraudo. Ho deciso di rilasciare solamente la parte che riguarda la mia personale vicenda in quanto ritengo che in questo tipo di crimini l’importanza non provenga dalla quantità di vittime ma dal reato in se stesso. La quantità di vittime è in’influente e non è corretto mettere alla berlina, anche senza fare il nome i loro personali traumi. Quello che a mio avviso è importante cogliere in questo racconto, al di là della singola vicenda, indubbiamente triste, è il “modus operandis” criminale con il quale la chiesa cattolica ha attuato in perfetta consapevolezza. Questa storia si è ripetuta milioni di volte in tutto il mondo.

    Hai ancora il coraggio di lasciare i tuoi figli sotto la loro tutela?

    Francesco Zanardi
    Portavoce Rete L’ABUSOù
    Per quanto possibile, un video di approfondimento sulle morti e i suicidi sospetti di seminaristi savonesi, la storia di Giraudo, Barbacini e delle comunità LAGER per minori che la chiesa savonese ha permesso di aprire a questi criminali. Raccontata in prima persona da Francesco Zanardi, anch’esso vittima e oggi portavoce della Rete L’ABUSO.
  • Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

    Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

    22 Marzo 2012 ore 17:41

    Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma. Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano.

    E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

    Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di Catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

    Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

    Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma.

    Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano. E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

    Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

    Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

    Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.

    www.cataniaoggi.com/cronache/in-cit…eccellenza.html

     

  • Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza

    Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza

    Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza
    Il protagonista del caso è T.P., nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia in conferenza stampa, accusando don Carlo Chiarenza
    di Redazione 22/03/2012

    Prete pedofilo: ad Acireale aggrediti cameraman e giornalista 3 Prete pedofilo: ad Acireale aggrediti cameraman e giornalista
    Acireale: allontanato il prete accusato di pedofilia 2 Acireale: allontanato il prete accusato di pedofilia
    Acireale: prete pedofilo confessa gli abusi 18 Acireale: prete pedofilo confessa gli abusi

    “Io ti inseguivo, e qui forse è stato l’errore, inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E questo lo facevo non ponendomi limiti. Tu forse non ricordi, ma io quasi mai prendevo l’iniziativa: cioé io avvertivo che tu avevi bisogno di essere abbracciato. Ma è stato una volta?”. “Si… un paio di volte”. “Io avevo solo il ricordo di una volta.. così.. non perché ci fosse un piano, né perché io avessi desideri: c’é stato un momento che mi sembrava di compiacerti, mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti, di esprimerti. è stato un modo di dirti che ti volevo bene”.

    E’ uno dei passaggi centrali di una conversazione tra il sacerdote e l’uomo che da ragazzino, ad Acireale, afferma di essere stato vittima di abusi da parte del religioso. Questa conversazione -registrata all’insaputa del prete – è stata fatta ascoltare oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa. Oggi anche la polizia postale di Catania ha acquisito la registrazione. Da un mese a questa parte, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo testimonianze su questo e altri casi di pedofilia.

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    A denunciare l’intera vicenda, attivando così anche gli inquirenti che hanno aperto un fascicolo, è stata l’associazione La Caramella Buona. Il protagonista del caso è T.P., nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia, accusando don Carlo Chiarenza, all’epoca parroco di San Paolo ad Acireale, di aver abusato di lui quando aveva 14-15 anni tra il 1989 e il 1990. Il caso di Teodoro di fatto è caduto in prescrizione per la giustizia italiana. “Ma sono a conoscenza almeno di una decina di casi di abusi – ha dichiarato – per i quali è ancora possibile intervenire”.

    Oltre a una registrazione in cui il religioso si esprime con frasi che suonano come un’ammissione di colpa, sono state presentate le copie di una lettera e di una cartolina, firmate da don Carlo. In una si legge “un bacio ‘mangereccio’ ciao”. Nell’altra si allude alla frequentazione di una ragazza da parte del giovane: “Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi ti voglio un mare di bene! Non lo fare più potrei mangiarti tutto. Un bacio furioso”.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/pedofilia-acireale-don-carlo-chiarenza.html

    22/3/2012
    Testimonianza-choc
    VITTIMA DI ABUSI SESSUALI ACCUSA PRETE IN CONFERENZA STAMPA
    VATICANISTA DE LA STAMPA
    Ha scelto la sala stampa estera a Roma per portare alla luce una vicenda intima e dolorosa rimasta nascosta per un ventennio in una parrocchia di Aci Reale. Teodoro Pulvirenti oggi ha 35 anni e vive a New York come ricercatore medico. Quando aveva 14 anni fu ripetutamente abusato sessualmente dal suo parroco. Oggi è stato il protagonista di una conferenza stampa organizzata dall’associazione anti-pedofili Caramella buona per raccontare la sua vicenda e denunciare un sacerdote che – rimosso dal vescovo attuale solo il mese scorso – nel frattempo avrebbe abusato indisturbato numerosi altri minori. E sul quale ormai indaga la Procura di Catania e la Polizia postale. Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma. Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano. E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: «Mi sentivo sporco», gli dice Pulvireti. «Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. È stato un modo di dirti che ti volevo bene». Denunciato, a febbraio, Chiarenza è stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia. Ora questa registrazione è stata acquisita dalla polizia postale di Catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. «Il mio caso è caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’è una decina per cui la giustizia può fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare». L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di «protezioni» e «scaricabarile tra vescovi», definendo «più virtuale che concreto» l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a «trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo» della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo. Ma il vero pugno nello stomaco è il racconto di Teodoro: «Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papà. C’era un gruppo di giovani più vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbracciò, cominciò a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, nè una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessità di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, iniziò a dirmi ‘ti voglio benè, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi più in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo. Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire». Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarietà – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. «Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullità». In mano Teodoro stringe un rosario: «È quello di mia madre, mi dà forza. Io credo in Dio, ma non posso più credere nella Chiesa».

    ABUSI SESSUALI
    Prete pedofilo: «Era perché ti volevo bene»
    Catania, dopo 20 anni don Carlo denunciato.
    Teodoro Pulvireti mentre racconta degli abusi sessuali subiti da adolescente

    (© Ansa) Teodoro Pulvireti mentre racconta degli abusi sessuali subiti da adolescente

    Ha denunciato pubblicamente gli abusi sessuali che ha subito all’età di 14-15 anni a opera di un prete: Teodoro Pulvireti, ora 37 enne, si è sfogato nel corso di una conferenza stampa il 21 marzo, dopo anni di dolore nascosto.
    L’uomo, di origine catanese, è ricercatore negli Stati Uniti e lo scorso febbraio ha deciso di denunciare don Carlo Chiarenza, il parroco che ha abusato di Pulvireti tempo fa, quando era d’ufficio a S. Paolo di Acireale.
    DOPO ANNI, LA DENUNCIA AL PRETE. Il sacerdote è stato poi decano della Basilica di S. Lorenzo e dopo la denuncia è stato allontanato e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.
    Nel corso della propria testimonianza choc, Pulvireti ha fatto anche ascoltare l’audio di una conversazione che ha avuto qualche tempo fa con il religioso: «Mi sentivo sporco», gli ha detto l’allora ragazzino. «E io» ha risposto il prete, «inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. È stato un modo di dirti che ti volevo bene».
    La terribile registrazione è diventata una delle prove a disposizione della polizia postale di Catania che sta raccogliendo materiale e testimonianze di vari soggetti informati sui fatti, non solo della triste storia di Pulvireti ma anche di altri episodi.
    ALTRI CASI DI ABUSO SU CUI INDAGARE. Gli abusi che ha subito il 37 enne, infatti, sono ormai caduti in prescrizione: «Ma ce n’é una decina per cui la giustizia può fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare» ha affermato.
    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La caramella buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine che per primo ha sollevato il caso.
    Nel maggio 2011 infatti il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile, il quale ha definito «più virtuale che concreto» l’impegno della Chiesa contro la pedofilia, ha scritto in Vaticano a monsignor Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza.
    Scicluna ha risposto però invitando a «trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo» della diocesi di Acireale, monsignor Pio Vittorio Vigo.
    Il racconto di Pulvireti: «Se mi rifiutavo, lui mi tirava fuori dalle attività»

    Mentre i religiosi si passano di mano in mano la rovente questione, il racconto di Teodoro alla stampa ha lasciato senza parole: «Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papà» ha affermato, continuando: «C’era un gruppo di giovani più vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti».
    LA VIOLENZA ALL’INTERNO DELLA PARROCCHIA. Ma per far parte di questi eletti, si doveva pagare pegno: «A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbracciò, cominciò a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, né una ragazza» ha raccontato Pulvireti, «Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessità di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere».
    E proprio sfruttando il momento di bisogno del ragazzino, il sacerdote ne aproffitò: «Lui mise la mia testa sulla sua spalla, iniziò a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi più in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo. Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire».
    DON CHIARENZA: «CHI VUOI CHE TI CREDA?». Quella fu solo la prima di una lunga catena di abusi: «Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? Vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullità».
    Pulvireti ha raccontato la propria esperienza scioccante stringendo un rosario fra le mani: «È quello di mia madre, mi dà forza. Io credo in Dio, ma non posso più credere nella Chiesa» ha concluso.
    Commozione da parte sua e dei presenti alla conferenza stampa, in particolare del sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarietà.

    Giovedì, 22 Marzo 2012

  • Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    22 Marzo 2012 15:39

    ”Io ti inseguivo, e qui forse e’ stato l’errore, inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E questo lo facevo non ponendomi limiti. Tu forse non ricordi, ma io quasi mai prendevo l’iniziativa: cioe’ io avvertivo che tu avevi bisogno di essere abbracciato. Ma e’ stato una volta?”. ”Si… un paio di volte”. ”Io avevo solo il ricorso di una volta.. cosi’… non perche’ ci fosse un piano, ne’ perche’ io avessi desideri: c’e’ stato un momento che mi sembrava di compiacerti, mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti, di esprimerti. e’ stato un modo di dirti che ti volevo bene”. ( IL VIDEO suhttp://ansa.it/web/notizie/videogallery/it…_155113417.html)

    E’ uno dei passaggi centrali di una conversazione tra un sacerdote e un uomo che da ragazzino, ad Acireale, afferma di essere stato vittima di abusi da parte del religioso, una conversazione registrata all’insaputa del prete, fatta ascoltare oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa e soprattutto acquisita proprio oggi dalla polizia postale di Catania, che da un mese a questa parte, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo testimonianze su questo e altri casi di pedofilia. A denunciare l’intera vicenda, attivando cosi’ anche gli inquirenti che hanno aperto un fascicolo, e’ stata l’associazione La Caramella Buona. Il protagonista del caso e’ Teodoro Pulvirenti, nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia in conferenza stampa, accusando don Carlo Chiarenza, all’ epoca parroco di San Paolo ad Acireale, di aver abusato di lui quando aveva 14-15 anni tra il 1989 e il 1990. Il caso di Teodoro di fatto e’ caduto in prescrizione per la giustizia italiana. ”Ma sono a conoscenza almeno di una decina di casi di abusi – ha dichiarato – per i quali e’ ancora possibile intervenire: e’ soprattutto per loro che ho deciso di parlare, perche’ trovino il coraggio di farsi avanti”. ”Io credo in Dio – ha aggiunto – ma non posso piu’ credere nella Chiesa”.

    ”L’impegno della Chiesa contro la pedofilia lo valuto piu’ virtuale che concreto” e spesso ”si sperimenta la tattica dello scaricabarile”. Cosi’ Roberto Mirabile, presidente dell’associazione contro la pedofilia La Caramella Buona, giudica l’atteggiamento della Chiesa su questo fronte. L’occasione per esprimere questo parere e’ stata la conferenza stampa, organizzata oggi a Roma alla stampa estera, incentrata sul caso di Teodoro Pulvireti, oggi 37 anni, che ha pubblicamente accusato un religioso, don Carlo Chiarenza, di aver abusato di lui quand’era un ragazzo, ad Acireale. Oltre a una registrazione in cui il religioso si esprime con frasi che suonano come un’ammissione di colpa, sono state presentate le copie di una lettera e di una cartolina, firmate da don Carlo, inviate a suo tempo Pulvireti. In una si legge ”un bacio ‘mangereccio’ ciao”. Nell’altra si allude alla frequentazione di una ragazza da parte del giovane: ”Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi ti voglio un mare di bene! Non lo fare piu’ potrei mangiarti tutto. Un bacio furioso”. Il presidente di Caramella Buona con una lettera datata 16 maggio 2011 ha inviato in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede una segnalazione per i presunti abusi sessuali di don Chiarenza, a cui Scicluna ha risposto l’8 giugno 2011, rimandando al vescovo competente. ”Ella – si legge nella lettera a Mirabile – potra’ trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo della predetta Diocesi” (di Acireale, ndr), mons. Pio Vittotio Vigo ”onde lo stesso possa dar luogo a un’indagine canonica e riferire, al termine della stessa” ”le proprie conclusioni in merito a questo Dicastero”. L’associazione riferisce anche di un caso che riguarderebbe un’animatrice parrocchiale, che ”nel 2000 circa denuncio’ con una lettera alla Curia di Acireale, a mons. Paolo Urso, attuale vescovo di Ragusa, gli atteggiamenti di don Chiarenza. Urso disse che aveva gia’ avuto altre voci del genere e che si sarebbe attivato, ma precisando che don Chiarenza era protetto dal cardinale Paolo Romeo, attuale arcivescovo di Palermo”. Quanto alla lettera della ragazza, sarebbe ”andata persa”.

  • Abusi sui minori: il Vaticano va al rendiconto

    Abusi sui minori: il Vaticano va al rendiconto

    Per la prima volta un convegno sulla pedofilia

    Il simposio della Gregoriana dovrà sciogliere due nodi fondamentali: il vescovo deve denunciare sempre i crimini alle autorità di polizia o deve farlo solo nei paesi dove lo obbliga la legge? E poi: si dovranno aprire indagini per scoprire i casi insabbiati del passato? Su questo punto molti sono contrari
    E’ la sfida del Vaticano dinanzi alle responsabilità della Chiesa per gli scandali di pedofilia. Confrontarsi con le vittime e riformare l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a decenni (e secoli) di abusi. L’ambizioso progetto, che sarà lanciato in un simposio di quattro giorni all’università Gregoriana e che proseguirà con un programma di formazione continua sul web per la durata di tre anni, rivela la consapevolezza di papa Ratzinger della necessità di dare una scossa alla Chiesa universale perché nessuno si illuda che sia ‘passata’ la tempesta provocata dalle violenze ai minori.

    “Verso la guarigione e il rinnovamento” è il titolo dato all’iniziativa, sostenuta dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione per la Dottrina della fede e da altri dicasteri vaticani, che lunedì riunirà per la prima volta a Roma – a discutere con psicologi ed altri esperti – vescovi e religiosi di tutto il mondo, delegati di oltre cento episcopati e una trentina di ordini religiosi. A suo modo è un evento storico, che va al di là dell’emanazione di norme più severe da parte del Sant’Uffizio. L’obiettivo è quello di mobilitare tutta la Chiesa sul dramma (e le responsabilità) dell’abuso sessuale all’interno delle proprie file, gettando le basi di una strategia globale. Imperniata su tre punti: 1. attrezzare diocesi e parrocchie nella vigilanza, nella scoperta e nella denuncia del fenomeno; 2. coinvolgere concretamente nel contrasto alla pedofilia tutta la comunità ecclesiale; 3. portare in primo piano la sorte delle vittime, ascoltarle, prendersi cura di loro, accompagnarle in un percorso di guarigione dai traumi.

    Motori dell’iniziativa sono due personalità particolari. Un maltese e un tedesco. L’uno “promotore di giustizia” (procuratore generale) del Sant’Uffizio, l’altro cardinale di Monaco di Baviera. Il maltese Charles Scicluna, uomo di fiducia di Benedetto XVI, è il prelato che l’allora cardinale Ratzinger, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, spedì negli Stati Uniti e nel Messico durante l’agonia di Giovanni Paolo II per indagare sui crimini di Marcel Macial, fondatore dei Legionari di Cristo. In una dozzina di giorni, prima ancora che si aprisse il conclave che elesse Benedetto XVI, Scicluna tornò in Vaticano con prove schiaccianti che inchiodarono Macial e portarono alla sua rimozione e poi alla sua damnatio memoriae. Sull’Avvenire il maltese ha criticato nel 2010 la “cultura del silenzio”, che aleggia nella Chiesa italiana a proposito degli abusi. Oggi insiste sulla necessità di “prevenire altri crimini”, sostenendo che non bisogna “partire dall’omertà” ma bisogna avere di mira la guarigione delle vittime. Che anzitutto vanno ascoltate. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, è il cardinale che nella sua diocesi ha data carta bianca ad una donna, l’avvocato Marion Westpfahl, per un’inchiesta indipendente sugli abusi del clero.

    Il risultato, comunicato pubblicamente, è che dal dopoguerra ad oggi si sono verificati nella diocesi monacense circa trecento casi di abuso, ignorando sistematicamente le vittime e con una diffusa manipolazione e distruzione della relativa documentazione. Domanda: come mai nessun cardinale italiano ha promosso una simile inchiesta? Perché non è stata aperta un’inchiesta ecclesiastica in nessuna parte d’Italia con la sola eccezione della diocesi di Bolzano-Bressanone? Sul sito della diocesi di Monaco appare ben chiaro l’indirizzo di due avvocati a cui le vittime possono rivolgersi per segnalare abusi. E anche il programma di rimborso delle terapie psicologiche e di risarcimento danni per i minori violati. Al convegno – cui seguirà a cura dell’università Gregoriana la creazione di una banca dati – interverrà una vittima celebre, l’irlandese Marie Collins. Nel 2009 denunciò “con orrore” il palleggio di responsabilità sul suo abuso tra le autorità di polizia e il suo vescovo. “Ero sorpresa di quanto fosse noto sul mio abusatore”, raccontò. Il vescovo ausiliare della sua diocesi avrebbe voluto denunciare il crimine, ma l’arcivescovo McQuaid non fece nulla. “Fui mobbizzata e minacciata”. Il simposio della Gregoriana dovrà sciogliere due nodi fondamentali. Dovrà o no il vescovo denunciare sempre i crimini alle autorità di polizia? O deve farlo solo nei paesi dove lo obbliga la legge? Papa Ratzinger finora non ha dato l’ordine di denunciare immediatamente. Tutte le associazioni a tutela delle vittime invece lo esigono. Il secondo nodo riguarda l’apertura di indagini per scoprire i crimini insabbiati del passato. Molti episcopati, fra cui l’italiano, non vorrebbero imboccare la strada della trasparenza a 360 gradi.

    da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2012

    http://ilfattoquotidiano.it/2012/02/04/abu…diconto/188975/

  • Mons. Scicluna: “Vescovi seguano legge e giurisprudenza per gestire abusi”

    Mons. Scicluna: “Vescovi seguano legge e giurisprudenza per gestire abusi”

    Il promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Charles Scicluna, durante la presentazione del simposio ‘Verso la guarigione e il rinnovamento’ organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, è stato interpellato dai giornalisti sul tema della pedofilia clericale.
    “Negli ultimi tempi”, ha affermato, “ho notato una grande consapevolezza” tra i vescovi e la “volontà di dare una risposta adeguata”. Alla domanda se vescovi siano tenuti a denunciare gli abusi di cui vengono a conoscenza, mons. Scicluna ha detto non hanno un “obbligo normativo”. C’é però, ha aggiunto, una “responsabilità morale” perché seguano “pratiche migliori” per proteggere i minori. Mentre i giudici italiani propendono per l’obbligatorietà della denuncia da parte dei vescovi, i giuristi consultati dalla Cei ritengono sufficiente che il vescovo raccomandi le vittime a denunciare gli abusi, senza sostituirsi a loro nella denuncia.
    Comunque, “vale anche per l’Italia la nostra raccomandazione agli episcopati di recepire con spirito di collaborazione la legislazione civile attuale”, comprese “le sentenze più recenti”, ha chiarito Scicluna. La “comunità cristiana” e il clero, ha aggiunto, devono essere educati a riconoscere i segni di ogni “abuso di potere a sfondo erotico”, perché ogni abuso provoca un “trauma” che può portare ad “uccidere nell’anima del cristiano la fede”.
    Valentino Salvatore

    http://www.uaar.it/news/2011/06/19/mons-sc…-gestire-abusi/

  • Mons Scicluna: I vescovi non denuncino i preti criminali, L’obiettivo è sempre lo stesso: soffocare lo scandalo

    Mons Scicluna: I vescovi non denuncino i preti criminali, L’obiettivo è sempre lo stesso: soffocare lo scandalo

    Premessa: Seguire la legge civile non significa assolutamente niente. Tutti dobbiamo seguire la legge. Se invitassimo a non seguirla sarebbe istigazione a delinquere.

    E siccome in Italia non vi è obbligo di denuncia dei crimini sessuali è ovvio che il Vaticano non vuole che i vescovi denuncino i preti criminali.

    I preti devono limitarsi a non ostacolare la legge (cosa che in verità non fanno sempre), non a denunciare.

    E difatti in Italia si riscontra un solo caso di prete denunciato dal vescovo per abusi sessuali, a Bolzano, il prete nazionalista altoatesino Martin Steiner.

    Quando qualche prete ha effettivamente collaborato con la magistratura è stato fatto fuori, come nei casi di don Ruggero Conti e don Nello Giraudo.

    La direttiva vera è sempre la stessa: proteggere i preti criminali e soffocare lo scandalo.


    18-06-11
    PEDOFILIA: MONS.SCICLUNA, VESCOVI SEGUANO LEGGI E GIURISPRUDENZA PAESE

    (ASCA) – Roma, 18 giu – L’indicazione della Santa Sede ai vescovi di tutto il mondo e’ quella di seguire la legge locale di fronte ai casi di pedofilia che si verificano all’interno della Chiesa. Un’istruzione gia’ contenuta nella Lettera circolare inviata dalla Congregazione vaticana per la dottrina della fede alle conferenze episcopali e ribadita oggi da mons.

    Charles Scicluna, promotore di giustizia dell’ex-Sant’Uffizio, con la precisazione che il rispetto delle leggi include comprende anche quello di seguire ”gli sviluppi della giurisprudenza”.

    Mons. Scicluna ha risposto oggi alle domande dei giornalisti alla presentazione del simposio ”Verso la guarigione e il rinnovamento”, organizzato dalla Pontificia Universita’ Gregoriana insieme ad alcuni dicasteri della Santa Sede. Alla domanda se i vescovi italiani abbiano o meno l’obbligo di denunciare al magistrato crimini di pedofilia di cui vengano a conoscenza, visto che in un caso recente la giurisprudenza ha difeso uno psicologo che aveva denunciato i rischi che un suo paziente abusasse di bambini, anche violando il segreto professionale, il ‘pubblico ministero’ vaticano per i casi di abuso ha risposto che ”la Conferenza episcopale italiana ha una equipe di grandi giuristi per seguire gli sviluppi della giurisprudenza”.

    I vescovi, per mons. Scicluna, hanno se non lo ”obbligo normativo” di certo la ”responsabilita’ morale” di seguire le ”pratiche migliori” in campo di protezione dei bambini, anche al di la’ delle leggi locali.

    www.asca.it/news-PEDOFILIA__MONS_SC…27394-ORA-.html

    Mons. Scicluna: “Vescovi seguano legge e giurisprudenza per gestire abusi”

    Il promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Charles Scicluna, durante la presentazione del simposio ‘Verso la guarigione e il rinnovamento’ organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, è stato interpellato dai giornalisti sul tema della pedofilia clericale.
    “Negli ultimi tempi”, ha affermato, “ho notato una grande consapevolezza” tra i vescovi e la “volontà di dare una risposta adeguata”. Alla domanda se vescovi siano tenuti a denunciare gli abusi di cui vengono a conoscenza, mons. Scicluna ha detto non hanno un “obbligo normativo”. C’é però, ha aggiunto, una “responsabilità morale” perché seguano “pratiche migliori” per proteggere i minori. Mentre i giudici italiani propendono per l’obbligatorietà della denuncia da parte dei vescovi, i giuristi consultati dalla Cei ritengono sufficiente che il vescovo raccomandi le vittime a denunciare gli abusi, senza sostituirsi a loro nella denuncia.
    Comunque, “vale anche per l’Italia la nostra raccomandazione agli episcopati di recepire con spirito di collaborazione la legislazione civile attuale”, comprese “le sentenze più recenti”, ha chiarito Scicluna. La “comunità cristiana” e il clero, ha aggiunto, devono essere educati a riconoscere i segni di ogni “abuso di potere a sfondo erotico”, perché ogni abuso provoca un “trauma” che può portare ad “uccidere nell’anima del cristiano la fede”.

    Valentino Salvatore

    www.uaar.it/news/2011/06/19/mons-sc…-gestire-abusi/

  • La pedofilia impregna insospettabili

    La pedofilia impregna insospettabili

    Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» (Lettera 43)

    E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
    LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato conLettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
    La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
    «Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
    MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
    Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
    Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
    Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.

    LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
    Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

    DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
    RISPOSTA.
    La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
    D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
    R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
    D. Come fa a dirlo?
    R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
    D. Insomma nessun passo avanti?
    R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
    D. Ci può spiegare la sua storia?
    R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese, ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
    D. Poi cosa è successo?
    R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
    D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
    R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
    D. Di cosa si occupava?
    R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
    D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
    R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
    D. Capì subito il perché di quella reazione?
    R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
    D. E cosa scoprì?
    R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
    D. Incredibile.
    R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
    D. E furono presi provvedimenti?
    R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
    D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
    R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
    D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
    R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
    D. Un modo per dirle di tacere.
    R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
    D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
    R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
    D. Tutto cosa?
    R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
    D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
    R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
    D. E cosa successe allora?
    R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
    D. Ma come è stato possibile?
    R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
    D. E quanto è rimasto in quella comunità?
    R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
    D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
    R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
    D. Per dirgli cosa?
    R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
    D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
    R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
    D. Ma non cambiò nulla.
    R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
    D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
    R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
    D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
    R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
    D. Addirittura?
    R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
    D. E come è finita?
    R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
    D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
    R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
    D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
    R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
    D. Quale?
    R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
    D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
    R.
    Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
    D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
    R.
    A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
    D. Addirittura.
    R.
    Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
    R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
    D.
    Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
    D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
    R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
    D. Cosa?
    R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

    Sabato, 08 Febbraio 2011

  • Le vittime degli abusi scrivono al Papa: “Basta coperture dei preti pedofili di Malta”

    Le vittime degli abusi scrivono al Papa: “Basta coperture dei preti pedofili di Malta”

    Tommaso Caldarelli 8 gennaio 2011

    Su Repubblica la lettera degli ex-ragazzi dell’isola: “Girano tuttora vestiti da sacerdoti, è uno scandalo”.

    “Noi ci ritroviamo molto dispiaciuti perché questi preti da oggi girano per le strade vestiti ancora da preti”: la sintassi un po’ elementare è dovuta al fatto che a Malta il dialetto che si parla è più o meno questo, un misto di italiano con sintassi inglese, un dialetto pidgin, come lo definisce la Repubblica: ma quello che conta, nella comunicazione è il messaggio. E il messaggio che le vittime degli abusi dei preti pedofili nella piccola isola di Malta rischia di arrivare chiaro e forte alle orecchie di papa Ratzinger, in Vaticano.

    MALTA – I ragazzi maltesi hanno preso carta e penna e hanno scritto al Papa, per denunciare una situazione che loro ritengono scandalosa. Il Papa, nella sua opera di restaurazione della Chiesa sconvolta dagli abusi dei pedofili, si sarebbe dimenticato dell’isola nel Mediterraneo.

    Le vittime degli abusi con le quali Benedetto XVI pregò ad aprile durante la sua visita pastorale nell’arcipelago al centro del Mediterraneo si riferiscono ai responsabili delle violenze: nonostante le scuse e le lacrime di Ratzinger, i religiosi sono ancora al loro posto. «Perché la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». Tutto è rimasto come prima, dicono gli ex ragazzi dell’orfanotrofio di Santa Venera,costretti un tempo a vestirsi da donna o ad assecondare, di notte, le perversioni sessuali dei sacerdoti. Della fermezza del Papa — che il 20 dicembre, parlando alla Curia romana, si è di nuovo scagliato contro gli abusi commessi dai sacerdoti, che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» — oltre il canale di Sicilia non arrivano che flebili echi

    Esteri
    Le vittime degli abusi scrivono al Papa: “Basta coperture dei preti pedofili di Malta”
    Tommaso Caldarelli

    GIUSTIZIA – Non si è fatto abbastanza, dicono i ragazzi di Malta, per fermare gli uomini in tonaca che si sono resi responsabili di abusi, che hanno anche e persino confessato le loro colpe, ma che sono tutti, ancora, al loro posto: a girare per la Valletta con l’abito talare.

    Il processo penale contro i sacerdoti, dopo sette anni, non si è ancora concluso. E proprio in questi giorni l’avvocato che assiste i sacerdoti sotto accusa, Gianella Caruana Curran, ha depositato un’istanza alla Corte costituzionale maltese contestando la “sovraesposizione mediatica” dei loro assistiti, non ancora giudicati: un artificio legale, a istruttoria conclusa, per prendere tempo in vista della sentenza. Dopo la visita del Papa, infatti, i sacerdoti hanno continuato in aula a proclamarsi innocenti, nonostante nei primi interrogatori avessero ammesso tutto alla polizia. Non è neppure cominciato, invece, il processo ecclesiastico. Eppure la “investigatio previa”, l’indagine interna condotta dal “Response team” della Curia maltese che segue i casi di pedofilia, si è già conclusa, come hanno spiegato con una lettera spedita alle vittime a ottobre, i missionari di San Paolo, l’ordine a cui appartengono i preti accusati, Charles Pulis, Conrad Sciberras (trasferito poi in Italia, ad Albano Laziale) Joe Bonnet. Nella missiva si spiega che si è presa la precauzione di non far entrare i sacerdoti a contatto con bambini. Quanto alle accuse «risultano fondate, per questo abbiamo trasmesso gli atti a Roma».

    Ma c’è fiducia, nelle parole dei ragazzi, e non accusa: scrivono al Pontefice per avere ascolto e aiuto. Per invocare un’azione più incisiva, sicuri che il Papa, che ha già dimostrato di voler affrontare lo scandalo dei pedofili nella Chiesa con la giusta forza, non si dimentichi degli ex-bambini di Malta.

    Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto

    www.giornalettismo.com/archives/108…ofili-di-malta/

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…-religioso.html

    Le vittime di Malta accusano un religioso Vive protetto in Italia

    13 aprile 2010 — pagina 19 sezione: POLITICA ESTERA
    LA VALLETTA – L’ arcivescovo di Malta, Paul Cremona, ha già promesso di incontrarli. Ma loro sperano di parlare direttamente con Benedetto XVI, che sabato e domenica sarà nell’ isola in occasione del 1950esimo anniversario del naufragio di San Paolo. Sei presunte vittime degli orrori dell’ orfanotrofio di San Giuseppe ieri hanno esposto le loro richieste in una conferenza stampa. Da sette anni aspettano una sentenza che condanni i frati della struttura in cui sono cresciuti, chiusa nel 2003 dopo che un assistente sociale aveva sorpreso un religioso in atteggiamenti osceni con un ragazzino riferendo quel cheaveva visto alla polizia. Due frati ammisero le loro colpe, salvoritrattare le confessioni in un secondo momento durante il processo. Altri ex ospiti dell’ orfanotrofio, divenuti adulti, denunciarono di essere stati molestati e in un caso anche stuprati dai frati. Ed emerse anche che uno di loro, Godwin Scerri, era già ricercato per fatti simili dalle autorità canadesi ma ciò nonostante era stato ammesso a insegnare ai bambini. Sulla vicenda, però, era calato il silenzio. Fino a quando, tre settimane fa, una delle vittime, Lawrence Grech, oggi 37enne, ha scritto al Vaticano per chiedere che il Papa fosse informato della loro storia e porgesse loro le sue scuse. Grech e gli altri nove compagni di orfanotrofio che hanno denunciato gli abusi vorrebbero incontrare anche monsignor Charles Scicluna, l’ uomo della Congregazione della Fede al quale Ratzinger ha affidato il compito di indagare sui casi di pedofilia all’ interno della Chiesa. Ma a manifestare la disponibilità a vedere le vittime per ora è stato solo l’ arcivescovo Cremona. Ieri Grech ha anche rivelato che «uno dei frati che ci ha molestatoè liberoe vive in Italia». Il riferimento va a padre Conrad Sciberras, che ora vive ad Albano Laziale, in provincia di Roma, dove dirige la versione in inglese di una rivista del movimento dei Focolari, “Unità e Carisma”. «Ho letto delle accuse nei miei confronti solo dai giornali – dice Sciberras – Dalla polizia non ho mai ricevuto nulla, anche perché mi trovavo in Italia già dal 1999. Poi ho saputo dal mio avvocato che le contestazioni nei miei confronti erano cadute in prescrizione. Da quando è scoppiato lo scandalo mi è stato proibito di avere contatti con minorenni. Ma nego assolutamente di aver mai commesso molestie. Al massimo qualche carezza o uno scappellotto…». DAL NOSTRO INVIATO DAVIDE CARLUCCI

  • ‘A Malta preti pedofili protetti dalla Chiesa’ I preti pedofili sono ancora tra noi

    ‘A Malta preti pedofili protetti dalla Chiesa’ I preti pedofili sono ancora tra noi

    08 gennaio 2011 — pagina 1 – 17 sezione: PRIMA PAGINA
    LA LETTERA l’ hanno scritta nell’ italiano pidgin, contaminato dall’ inglese, che tuttora si parla a Malta. Ma il messaggio, indirizzato al Papa, è chiarissimo: «Noi ci ritroviamo molto dispiaciuti perché questi preti da oggi girano per le strade vestiti ancora da preti». LE VITTIME degli abusi con le quali Benedetto XVI pregò ad aprile durante la sua visita pastorale nell’ arcipelago al centro del Mediterraneo si riferiscono ai responsabili delle violenze: nonostante le scuse e le lacrime di Ratzinger, i religiosi sono ancora al loro posto. «Perché la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». Tutto è rimasto come prima, dicono gli ex ragazzi dell’ orfanotrofio di Santa Venera, costretti un tempo a vestirsi da donna o ad assecondare, di notte, le perversioni sessuali dei sacerdoti. Della fermezza del Papa – che il 20 dicembre, parlando alla Curia romana, si è di nuovo scagliato contro gli abusi commessi dai sacerdoti, che «sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita» – oltre il canale di Sicilia non arrivano che flebili echi. Il processo penale contro i sacerdoti, dopo sette anni, non siè ancora concluso. E proprio in questi giorni l’ avvocato che assiste i sacerdoti sotto accusa, Gianella Caruana Curran, ha depositato un’ istanza alla Corte costituzionale maltese contestando la “sovraesposizione mediatica” dei loro assistiti, non ancora giudicati: un artificio legale, a istruttoria conclusa, per prendere tempo in vista della sentenza. Dopo la visita del Papa, infatti, i sacerdoti hanno continuato in aula a proclamarsi innocenti, nonostante nei primi interrogatori avessero ammesso tutto alla polizia. Non è neppure cominciato, invece, il processo ecclesiastico. Eppure la “investigatio previa”, l’ indagine interna condotta dal “Response team” della Curia maltese che segue i casi di pedofilia, si è già conclusa, come hanno spiegato con una lettera spedita alle vittime a ottobre, i missionari di San Paolo, l’ ordine a cui appartengono i preti accusati, Charles Pulis, Conrad Sciberras (trasferito poi in Italia, ad Albano Laziale) e Joe Bonnet. Nella missiva si spiega che si è presa la precauzione di non far entrare i sacerdoti a contatto con bambini. Quanto alle accuse «risultano fondate, per questo abbiamo trasmesso gli atti a Roma». Ma le vittime degli abusi non contestano Benedetto XVI. Al contrario, tornano a ringraziarlo per il tempo che ha dedicato loro durante la visita nell’ isola. E lo implorano: «Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto». Il timore di Lawrence Grech, uno dei sei firmatari dell’ appello, è che alla fine il loro caso finisca per essere insabbiato. «A Malta Chiesa, potere politico e magistratura sono una cosa sola – dice – Tant’ è vero che un ministro è venuto in aula a testimoniare a favore dei sacerdoti. Pochi, anche nell’ opposizione, vogliono difenderci: la gente è molto religiosa e ha paura di toccare i preti. Ma noi non riusciamo a dimenticare. E neppure a parlarne con i nostri figli». La loro lettera è arrivata anche nelle mani di monsignor Charles Scicluna, il promotore di giustizia della congregazione per la dottrina della fede cattolica delegato da Ratzinger di occuparsi dei casi di pedofilia. Scicluna, anche lui maltese, preferisce però astenersi da commenti. Ma a stento riescea nascondere la «mortificazione» per i tempi estenuanti con cui la vicenda è stata trattata dalle autorità e dalla Curia della sua nazione. Una lentezza che rischia di vanificare tutti gli sforzi di Benedetto XVI di far pulizia all’ interno della Chiesa, alimentando le frustrazioni delle vittime. – DAVIDE CARLUCCI

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…lla-chiesa.html