Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scandalo pedofilia, il 2010 è stato  l’annus horribilis della Chiesa cattolica

    Scandalo pedofilia, il 2010 è stato l’annus horribilis della Chiesa cattolica

    I casi di abusi sessuali da parte dei preti hanno caratterizzato tutto il 2010. Tanto che i vescovi sono costretti ad ammettere di aver saputo e taciuto. Papa Benedetto XVI condanna le violenze. Ecco allora la cronaca, mese per mese, di uno degli anni più difficile per il Vaticano.

    Per la Chiesa cattolica il 2010 è stato un anno difficile. Soprattutto per lo scandalo degli abusi sessuali non più solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Dopo le migliaia di casi in Irlanda, denunciati nel 2009 dalle commissioni Ryan e Murphy, l’anno, appena passato, si è aperto con nuovi casi in Austria, in Belgio, in Olanda e in Germania.

    In Germania sono coinvolte soprattutto le scuole cattoliche: per decenni, alcuni dei più prestigiosi istituti cattolici tedeschi sono stati il luogo in cui si sono consumate violenze sessuali agghiaccianti. Accuse di abusi e maltrattamenti anche nel Coro di Ratisbona, diretto dal fratello del pontefice, Georg Ratzinger, dal 1964 al 1993. Anche in Austria sono i collegi i luoghi in cui vengono maggiormente consumati gli abusi sessuali, ma anche le parrocchie e perfino le case. La drammaticità della situazione spinge il Vaticano ad istituire commissioni indipendenti d’inchiesta, ma non basta ad arginare la disaffezione dei fedeli. Nella sola Austria, il 42% dei cattolici abbandona la Chiesa.

    Incapaci di affrontare gli avvenimenti, i vescovi sono costretti ad ammettere di aver saputo e taciuto, trasferendo i preti colpevoli da una parrocchia all’altra. Le dimissioni cominciano in Irlanda, dove tre vescovi lasciano l’incarico. Il vescovo belga, Roger Vangheluwe, si dimette confessando di aver abusato di un bambino. Anche il vescovo norvegese Georg Muller lascia dopo aver rivelato di aver violentato un chierichetto.

    E mentre il Papa, nel corso del viaggio a Malta, incontra le vittime dei preti pedofili e in diversi discorsi pubblici condanna senza riserve la pedofilia clericale, il New York Times pubblica una serie di dossier che rivelano come i vertici del Vaticano e lo stesso Ratzinger pur essendo a conoscenza di casi molto gravi abbiano adottato la politica del silenzio e della copertura. La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di pronunciarsi sul diritto all’immunità della Santa Sede: il Vaticano può essere considerato civilmente responsabile degli atti di un prete accusato di abusi su minori.

    Anche sul fronte italiano, sono oltre una decina i sacerdoti condannati per abusi sessuali. Lo stesso monsignor Crociata, segretario generale della CEI, per la prima volta ammette che il Vaticano ha ricevuto denunce su circa 100 casi di preti pedofili negli ultimi dieci anni. Ma è una stima per difetto. Infine, Wikileaks pubblica alcuni cablo che rivelano come, nel caso irlandese, il Vaticano, nonostante la sbandierata disponibilità a fare luce sullo scandalo dei preti pedofili e a collaborare con le autorità civili, non abbia permesso ai suoi uomini di testimoniare di fronte alla commissione chiamata a fare chiarezza sugli abusi commessi dai sacerdoti irlandesi.

    Si chiude così un anno drammatico, che ha portato migliaia di fedeli a lasciare la Chiesa. E la disaffezione non potrà che continuare, finché il problema della pedofilia clericale non sarà affrontato alla radice, riesaminando il pesantissimo ruolo dell’educazione sessuofobica impartita nei seminari nella genesi di quella che ormai è considerata una vera e propria piaga. Ecco, dunque, la cronaca di questo annus horribilis della Chiesa

    Gennaio

    Il Vaticano sancisce l’obbligo di denunciare i preti pedofili alle autorità civili. Tuttavia tale obbligo vale solo per i Paesi in cui la legge già lo impone. Benedetto XVI riduce allo stato laicale don Marco Dessì, missionario condannato per abusi sessuali su diversi bambini del Nicaragua.

    Febbraio

    Arrestato Angelo Balducci, gentiluomo di Sua Santità. Nell’inchiesta emerge anche uno scandalo che porta in Vaticano. Secondo l’accusa, un religioso nigeriano del coro di san Pietro si occupa di reperire, per gli appetiti dell’ingegnere, giovani e ragazzi presentati, talvolta, come seminaristi.

    Condannato in primo grado a 1 anno e 5 mesi don Paolo Biasi, per molestie ai danni di 4 bambine. Padre Aldo Nuvola, ex parroco nella chiesa Regina Pacis a Palermo, è rinviato a giudizio con l’accusa di avere tentato di ottenere prestazioni sessuali da un ragazzo di 17 anni.

    Marzo

    Mentre il Papa invia una lettera pastorale ai fedeli irlandesi, con una ferma condanna dei sacerdoti pedofili, il presidente della conferenza episcopale tedesca ammette che le diocesi hanno intenzionalmente taciuto per anni sui moltissimi casi di violenze commesse dai sacerdoti in Germania. Un giornale austriaco rivela una serie di abusi sessuali e fisici anche all’interno del rinomato coro dei Piccoli Cantori di Ratisbona. Negli Stati Uniti esplode il caso Murphy. I vertici del Vaticano, tra cui il futuro Papa Benedetto XVI, secondo il New York Times, occultarono gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi in una scuola del Wisconsin.

    In Italia, è condannato in primo grado a 3 anni e 11 mesi don Pierpaolo Mologni, per aver abusato di un bambino disabile e per detenzione di materiale pedopornografico. Si prescrivono le accuse a don Giorgio Carli, ma la Cassazione lo condanna a un risarcimento di 750.000 euro. Rinviato a giudizio don Jesus Vasquez, sacerdote a San Nicola Manfredi (BN), per violenza sessuale su due bambini. Don Claudio Ballerini è condannato per la terza volta per atti osceni di fronte a minori.

    Aprile

    Georg Mueller, ex vescovo norvegese, confessa che è stato un abuso sessuale il motivo che lo ha spinto alle dimissioni. Si dimette anche il vescovo belga  Roger Vangheluwe, dopo aver rivelato di aver abusato sessualmente di un ragazzo. Anche il vescovo irlandeseJames Moriarty, accusato di aver coperto in passato abusi sessuali lascia l’incarico.

    Il Papa, incontrando alcune vittime dei sacerdoti maltesi, esprime la sua vergogna e il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ma da oltreoceano arrivano nuovi scandali. Una lettera del 1985 firmata dal cardinale Joseph Ratzinger dimostra la resistenza opposta dal futuro Papa alla rimozione di padre Stephen Kiesle, che aveva molestato diversi bambini. Il cardinale Angelo Sodano bolla come “chiacchiericcio” le critiche a Chiesa e Pontefice per la gestione dello scandalo dei preti pedofili. Un sacerdote 40enne di origini indiane viene arrestato a Teramo per violenza sessuale su una bimba di 10 anni.

    Maggio

    La Chiesa italiana ammette di aver ricevuto denunce su circa 100 casi di preti pedofili negli ultimi dieci anni. La Cei, tuttavia, si rifiuta di far conoscere il numero dei preti successivamente sospesi secondo la legge canonica. Per la prima volta in Italia un vescovo è chiamato a testimoniare. Gino Reali, vescovo della diocesi di Porto Rufina, è chiamato in tribunale per chiarire come mai non abbia preso provvedimenti in merito alla vicenda processuale che vede imputato don Ruggero Conti, accusato di abusi sessuali.

    Giugno

    La Corte Suprema degli Stati Uniti rifiuta di pronunciarsi sul diritto all’immunità della Santa Sede, confermando la decisione della Corte d’Appello dell’Oregon di considerare il Vaticano come civilmente responsabile degli atti di un prete accusato di abusi su minori.

    In Italia, viene ridotto allo stato laicale don Andrea Agostini, condannato nella primavera 2008 in primo grado a 6 anni e 10 mesi per molestie sessuali ai danni di dieci bambine (dai tre ai sei anni) che frequentavano l’asilo parrocchiale da lui diretto.

    Luglio

    Un ex sacerdote australiano John Sidney Denham, 67 anni, viene condannato a quasi 20 anni di carcere per aver abusato di almeno 25 ragazzi in diverse scuole, dove era responsabile delle punizioni disciplinari e nelle quali aveva creato un clima di terrore e depravazione.

    Il New York Times pubblica un reportage di documenti interni alla Chiesa che svelano come Joseph Ratzinger, quando dirigeva la Congregazione per la dottrina della fede, fosse “parte di una cultura di non-responsabilità, negazionismo, e ostruzionismo della giustizia” di fronte agli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Tra le rivelazioni spunta un vertice segreto avvenuto in Vaticano nel 2000 tra Ratzinger e i vescovi delle nazioni anglofone più colpite dagli scandali di pedofilia: Stati Uniti, Irlanda, Australia.

    Settembre

    La parrocchia del Sacro Cuore di Foggia e l’Istituto nazionale dei Salesiani di Roma sono citati come responsabili civili nel processo che vede imputato un prete, un salesiano di 79 anni, vice parroco al Sacro Cuore di Foggia, che avrebbe molestato 4 ragazzine che si confessavano con lui.

    Scompare nel nulla don Matteo Diletti, prete bergamasco di 39 anni, a pochi giorni dall’udienza in Cassazione che lo vedeva imputato per abusi sessuali su una ragazzina di 13 anni. La cassazione confermerà la condanna a 4 anni.

    Ottobre

    I quotidiani in lingua fiamminga riportano 103 nuove denunce contro i preti pedofili belgi. Tuttavia, la chiesa belga non istituirà una nuova commissione d’indagine. In Italia, don Secondo Bongiovanni, sacerdote 56enne, viene condannato a Sondrio per abusi sessuali ai danni di un bambino di 12 anni.

    Novembre

    Il Papa ammette ritardi e coperture nella gestione del caso diMarcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, pedofilo, tossicomane e padre di diversi figli illegittimi.

    Dicembre

    Pubblicati i cablo WikiLeaks sul Vaticano. Secondo le rivelazioni, il Vaticano ha rifiutato di permettere ai suoi uomini di testimoniare di fronte alla commissione chiamata a fare chiarezza sugli abusi dei sacerdoti su minori in Irlanda. Non solo: la richiesta di presentarsi di fronte alla commissione Murphy “ha offeso molte persone in Vaticano. Pensano che l’Irlanda non abbia protetto e rispettato la sovranità vaticana durante l’inchiesta”, dice un cablogramma. Una giuria nel Delaware stabilisce un risarcimento di 30 milioni di sterline per un uomo stuprato più di cento volte da un prete cattolico. E’ la somma più ingente che sia stata mai assegnata a una singola vittima. In Italia, don Domenico Pezzini è condannato a dieci anni di carcere per aver abusato sessualmente di un minorenne originario del Bangladesh.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/03/scandalo-pedofilia-il-2010-e-stato-lannus-horribilis-della-chiesa-cattolica/84609/

  • Fuori dall’ombra

    Fuori dall’ombra

    È il 2006 quando gli ex allievi del Provolo di Verona, un istituto cattolico per non udenti, si rivolgono al vescovo per informarlo degli abusi sessuali subiti da parte dei religiosi per più di trent’anni. La Curia, in grande imbarazzo, prima smentisce, poi minimizza. È la più importante denuncia pubblica della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica italiana: all’estero è uno choc, ne parla anche il New York Times; da noi, la stampa sembra quasi non accorgersene.

    Secondo quanto scrivono Mary Gail Frawley-O’Dea e Virginia Goldner in Atti impuri, tra il 1950 e il 2004 negli Stati Uniti si stimano tra i 40mila e i 60mila minori abusati; l’arcivescovo Silvano Tomasi, ossevatore della Santa Sede all’Onu, ha dichiarato che «nel clero cattolico solo tra l’1,5% e il 5% ha commesso atti di questo tipo». Dal 2000 in Italia, a detta del segretario della Cei Mariano Crociata, sono emersi un centinaio di casi di molestie. Le fonti continuano a essere fangose. Il 31 ottobre scorso a Roma, convocati dalla fondazione americana Survivors Voice, sono arrivati da tutte le parti del mondo per protestare contro la reticenza del Vaticano; un grido che ancora una volta si è fermato ai margini di piazza San Pietro.

    Silvia Amodio, che da anni ritrae con sensibilità il dolore degli altri, ha voluto unirsi a questa lotta. Ne è nato un progetto fotografico senza precedenti che porterà a una mostra 
itinerante e a un libro. «Ho allestito, un po’ alla buona, il set che mi sono trasportata in treno da Milano, nella speranza che qualcuno accettasse di farsi fotografare. Non sapevo che cosa ne avrei fatto, anche perché una delle vittime mi aveva avvertita: “nessun giornale pubblicherà le foto”. Ma sono andata avanti. Ritrarli per me significava farli finalmente uscire dall’ombra.Da parte loro, voleva dire avere il coraggio di affrontare la luce».

    Per posare si sono vestiti di nero, in segno di lutto per l’infanzia negata. «Chi è uscito allo scoperto si è liberato di un peso e può finalmente riprendere in mano la propria esistenza. Mi piaceva l’idea che uno scatto segnasse queste due fasi della vita». Silvia è stata incaricata di seguire ufficialmente tutti i ritrovi di Survivors Voice: il prossimo appuntamento è per il 25 giugno 2011 a Washington. L’Italia se ne accorgerà, questa volta?

    Francesco Zanardi, Italia
    Si chiama come l’eroe negativo di Andrea Pazienza, ma è l’opposto: non sta fermo un attimo, scambia sorrisi e battute con tutti, il telefono in una mano e una tazza di caffè nell’altra. «Ho bisogno di zuccheri, altrimenti non reggo», dice, quasi scusandosi, e intanto dispensa carezze al suo fidanzato, che lo segue timido a qualche passo di distanza. Sta facendo lo sciopero della fame perché tutti i preti pedofili vengano processati e ridotti allo stato laicale; da quando ha preso coscienza del trauma subito da bambino, ha contattato altre vittime e si è messo sulle tracce dei sacerdoti responsabili: li cerca ovunque, con tenacia, senza scoraggiarsi. A Savona, la sua città, lo conoscono tutti: «Mi sono trasformato in una specie di investigatore dell’abuso», scherza. Grazie alle sue segnalazioni, è stata aperta un’inchiesta sulla diocesi. «L’ambiente lo conosco bene, dato che ho lavorato dodici anni in Curia. Anche se, quando ho denunciato alle autorità ecclesiastiche di essere stato violentato per sei anni dal mio parroco, mi hanno licenziato». Perché fai tutto questo? «Per evitare che succeda ad altri quel che ho dovuto subire io. Oggi sono contento, comincio a vedere dei risultati». Qual è il tuo più grande desiderio? «Una vita normale. L’abuso ti toglie l’innocenza anche nelle piccole cose. Quando la sorellina del mio compagno mi si siede sulle ginocchia non vedo l’ora che si alzi». La cosa più importante? «L’amore. Ho avuto relazioni complicate ma adesso sto con un ragazzo che ha bisogno di me. E sono felice».

    Margaret Kennedy, Irlanda
    «Quando vieni stuprata da un prete, è con Dio che te la prendi. La prima cosa che pensi è: perché lo ha permesso? In qualche modo è lo stesso sacerdote a suggerirti che è proprio Dio a volerlo». A Margaret Kennedy è capitato quando aveva 25 anni; alle spalle aveva già una violenza subita da bambina, da parte del fratello, e messa a tacere dalla famiglia. Ha sofferto di problemi neurologici che l’hanno costretta ad assumere farmaci per anni. Nonostante questo, si è laureata e la sua è stata una delle prime tesi in Europa sugli abusi sessuali in ambito religioso. Hai avuto giustizia? «Non mi hanno presa sul serio perché ero già adulta, quindi ai loro occhi dovevo essermela cercata. Il primo prete a cui l’ho raccontato mi ha chiesto se ero vergine. Mi sono poi rivolta a un gesuita, ero in lacrime e lui mi ha detto: sei depressa, vai da uno psicologo». Come hai reagito? «Quando ho capito che da loro non avrei avuto nessun aiuto, ho contattato altre vittime e insieme abbiamo fondato un gruppo per elaborare quello che è successo e sostenerci a vicenda». Cosa ti fa più arrabbiare? «L’atteggiamento profondamente misogino della Chiesa cattolica: non c’è un dialogo alla pari, gli uomini pretendono di imporsi e io non posso più accettare che un uomo mi dica cosa fare». Cosa pensi della posizione assunta sugli abusi? «Il papa chiede scusa ma non agisce per cambiare davvero la situazione. Ne è una prova il fatto che siamo venuti fino a Roma per incontrarlo e non ha voluto riceverci». Come vivi la sessualità oggi? «Non ho più potuto concepire di farmi toccare da un uomo. Quello che mi è successo è direttamente responsabile del fatto che sono e resterò single».


    Sue Cox, Inghilterra

    «Venivo da una famiglia molto cattolica, dove avevo paura anche di respirare» ricorda Sue, che oggi ti accoglie con un sorriso luminoso e uno sguardo tutt’altro che remissivo. La prima volta è successo durante la confessione, una bambina di dieci anni inginocchiata davanti al suo sacerdote per arrivare pura il giorno della prima comunione. Il prete cambia parrocchia, sembra la fine di un incubo: «Invece dopo quattro anni è tornato e, dato che frequentava casa nostra, un giorno me lo sono trovato in camera mia. Mi è piombato addosso e non riuscivo a fermarlo, puzzava, cercava di baciarmi, ricordo ancora l’odore tremendo del suo alito. Quando mia madre finalmente è arrivata e si è resa conto di quello che era successo, mi ha lavata e poi mi ha chiesto di pregare per lui». Pregare per il prete? «Sì. Diceva che questo era nei piani di Dio. È anche rimasto a dormire da noi e lei gli serviva tè e biscotti». Da quel giorno Sue ha smesso di mangiare e ha cominciato a bere. A 17 anni si è sposata con un uomo violento – «Affogavo nel senso di colpa, ero convinta di non meritarmi di meglio» – e, da brava cattolica, ha messo al mondo sei figli. La vita è cambiata «quando il mio bambino più piccolo aveva tre mesi: mi sono guardata intorno e ho capito che se non la smettevo avrei rovinato lui e tutti i fratelli. L’ho fatta finita con farmaci e alcol, ho ripreso a studiare. I miei figli mi hanno sempre sostenuta, mio marito invece mi ha mollata: mi preferiva prima, quando ero succube e malleabile». Sue oggi ha 63 anni e un nuovo compagno, è buddista e si occupa di medicina orientale. Solo da poco ha trovato la forza di raccontare; ha scritto una lettera all’arcivescovo di Canterbury. Risposta: perdonali, perché non sanno quello che fanno.

    Bernie McDaid, Stati Uniti
    «Dove sono i panini? Posso avere un’aragosta?». Scherza, Bernie Mc Daid, quando si siede davanti a me per l’intervista. Energico, caloroso, si racconta volentieri: «Sono decoratore e nel tempo libero scrivo la storia della mia vita, è diventata una passione che mi mantiene sano di mente». Un libro difficile, che parla di un ragazzino timido che va bene a scuola e fa il chierichetto in parrocchia. Il prete porta i bambini in gita al mare, i genitori li pensano al sicuro. «Ci caricava in macchina e, una volta dentro, allungava le mani. Mi rivedo camminare sul vialetto, mia madre sulla soglia di casa e il prete che mi aspetta in fondo alla strada: dentro di me grido “mamma, salvami!”, ma la voce non esce. Ero inchiodato dalla vergogna». Lo stesso sacerdote è insegnante di religione e, per aiutare i ragazzi nell’età della crescita, si inventa dei particolari colloqui educativi. «Ci chiamava uno ad uno e ci assediava con domande imbarazzanti. “Ti masturbi? Quanto ce l’hai lungo?”, mi chiedeva, e intanto spingeva il ginocchio fra le mie gambe. Avevo undici anni e stavo appena cominciando a scoprire il mio corpo, quei contatti erano terribilmente umilianti. “Pensi ogni tanto ai maschi?”, insinuava. “A me piacciono le ragazze!”, mi ribellavo. E lui: “Magari un giorno cambi idea”». L’adolescenza, fra alcol e droga, è una discesa verso l’autodistruzione, ma Bernie non si arrende: si trova un lavoro e mette su famiglia. «Ma col passato ho chiuso a 46 anni, quando mi hanno chiesto di testimoniare contro padre B. Finalmente non ho più provato rabbia e mi sono sentito liberato». Dopo un divorzio, si è risposato con una brasiliana. «Andiamo a ballare, ridiamo. Non mi interessano ricchezza o successo, voglio solo riuscire a respirare lentamente e godermi ogni singolo giorno».

    Alda Franchetto, ex istituto Provolo, Italia
    «Al Provolo sono entrata che avevo solo quattro anni, mi chiamavano Marcellino pane e vino per la mia vitalità, ero la più piccola. All’inizio è stato il freddo dell’inverno a mettermi nei guai: non c’era riscaldamento e noi portavamo delle calze di lana spesse, che pungevano la pelle, e io mi grattavo sempre le gambe per il fastidio. “Che fai?” mi ha detto un giorno la suora, “non lo sai che è peccato?”. Mi ha dettato un biglietto e mi ha spedita dal prete per la confessione. “Mi sono toccata”, c’era scritto. Il prete l’ha letto e mi ha toccata lui, sotto quelle dannate calze. Da quel giorno io e le mie compagne siamo state palpeggiate regolarmente una volta alla settimana, era la nostra personale versione del sacramento. A 21 anni, quando sono finalmente potuta uscire dall’Istituto, il segretario dell’ente internazionale sordomuti di Verona, proprio quello che avrebbe dovuto darmi una mano per inserirmi nella società, mi ha violentata. Sono rimasta incinta e i miei mi hanno buttata fuori di casa; dicevano che non ero in grado di occuparmi di un bambino. Invece ho tirato su lui e anche i due figli del mio convivente, morto alcolizzato. Degli abusi non ho mai parlato. Ma mio figlio era tossicodipendente, entrava e usciva dalle comunità, non sapevo più come aiutarlo e allora poco tempo fa gli ho raccontato tutto. Lui ascoltava e mi stringeva forte il ginocchio. Ora sta bene. E io mi sono resa conto di quanto sono riuscita a dare agli altri senza pensare a me».

    Gianni Bisoli, ex istituto Provolo, Italia
    La sua determinazione l’ha portato a diventare uno dei principali accusatori nello scandalo che ha coinvolto l’Istituto Provolo per sordomuti di Verona. L’hanno minacciato per dissuaderlo, hanno provato a blandirlo, ma lui ha tenuto duro. Amabile con tutti, dinamico, ancora oggi a più di sessant’anni fa il maestro di sci, in montagna e sul lago di Garda. Una resistenza fisica e psicologica che gli ha permesso di sopravvivere: dai nove ai quindici anni, durante la sua permanenza al Provolo, viene infatti ripetutamente violentato da ben sedici fra sacerdoti e fratelli laici. Lo accompagnano anche negli appartamenti del vescovo di Verona, che a sua volta abusa di lui. Per due volte scappa dal collegio e si fa tutta la strada a piedi fino a casa sua, a Sirmione, ma è costretto a tornare dentro: alla fine degli anni Cinquanta un bambino sordomuto non ha molte scelte. Anche se i reati sono ormai caduti in prescrizione, Gianni non dimentica. Soprattutto i sette responsabili ancora in vita.

    Shelly Winemiller, Stati Uniti
    Qual era il tuo sogno da bambina? «Cantare: volevo che la mia voce arrivasse in cima alle montagne e facesse il giro del mondo». Sei riuscita a perdonare? «Ho perdonato il prete, perché forse a sua volta aveva subito violenza, ma non posso fare lo stesso con la Chiesa, che ignora il problema e non fa nulla per aiutare i pedofili e le loro vittime». Shelly ha 42 anni, è sposata e ha tre figli. Cantare le ha salvato la vita, permettendole di resistere nei momenti più duri: oggi dirige un coro di 65 ragazze. Lui chi era? «Un prete amico di famiglia. Ha abusato di me dai quattro ai quattordici anni». L’hai denunciato? «Ho parlato con tre vescovi ma nessuno mi ha dato retta». Sei ancora credente? «Sì, ma non sono più cattolica». Che cosa significa rinascere? «Ridare voce alla bambina che ero, rivendicando la verità a dispetto di quello che possono pensare gli altri». Un viaggio che vorresti fare? «Andare in Sudafrica e fare un concerto con Oprah Winfrey». Qual è la via d’uscita dal dolore? «Cercare di reprimere i ricordi negativi mi ha portato a soffrire di depressione e attacchi di panico per anni. Quando ho riconosciuto il mio dramma, sono rinata. Se la chiesa facesse lo stesso, tutti potrebbero guarire».

    *PAG*

    Ton Leerschool, Olanda
    Quando è successo? «Avevo 13 anni, ero in collegio dai preti, sono stato abusato dal mio educatore». Se ne sono accorti? «Un giorno è venuto il preside a dirmi che dovevo smetterla di adescarlo, altrimenti avrebbe avvisato la polizia». Come ti sei sentito? «Cattivo». Come hai reagito? «Non ho più accettato nessuna regola, sono andato via di casa e ho cominciato a farmi». La svolta? «A 22 anni, quando sono andato in Svezia lontano da tutto, mi sono buttato sui libri e sono diventato consulente finanziario». Come gestivi il trauma? «Non lo realizzavo nemmeno io. Solo alla morte di uno zio, quando tra le sue cose abbiamo trovato materiale pedopornografico, sono stato costretto a confrontarmi con il mio passato». Hai denunciato l’aggressore? «Non ancora. Ho intentato una causa contro la chiesa in Olanda ed è stato condannato da un tribunale civile». L’abuso influisce sulla tua vita? «Quando i miei figli erano piccoli non riuscivo a cambiarli, a fargli il bagno; mi sentivo terribilmente a disagio ad avere un contatto fisico con loro. Anche con mia moglie l’intimità a volte è ancora un problema ma il nostro rapporto è diventato molto più solido». Sei cambiato? «Le avversità mi hanno reso più forte e più furbo». Il tuo desiderio più grande? «Poter incrociare un prete per strada senza sentirmi spaventato. Un’angoscia che avrà fine solo quando la Chiesa smetterà di coprire i sacerdoti». Cos’è l’amore per te? Ton abbandona il tono sicuro con cui ha risposto fino a ora e gli vengono le lacrime agli occhi. Mi scuso, spengo il registratore.

    Salvatore Domolo, Italia
    Cosa ti ha salvato? «La mia testardaggine, non ho mai accettato la sofferenza in modo passivo». Come si affronta il dolore? «La ferita di un abuso è insanabile, ma si può imparare a conviverci, superando la vergogna e consolando il bimbo che è in noi». Cos’è la fede? «Una ricerca di sé, della propria interiorità». Il peggior difetto di un uomo? «La vigliaccheria». Il tuo concetto di coppia? «Donarsi, cercare valori comuni. Io ho incontrato una persona che crede in un progetto di condivisione totale». Con chi vorresti andare a cena? «Margherita Hack». Con chi non andresti mai? «Berlusconi e papa Ratzinger». Cosa ti fa più paura? «L’attacco alla mia integrità. Ora che l’ho raggiunta non sono più disposto a metterla in discussione». Fino al 2005 Salvatore era prete; oggi è floral designer. Si è fatto sbattezzare.

    scritto da Federica Tourn
  • Norvegia. Si dimette il primo vescovo, la Chiesa fa quadrato

    Norvegia. Si dimette il primo vescovo, la Chiesa fa quadrato

    mercoledì 12 maggio 2010

    il Fatto 8.4.10
    Norvegia. Si dimette il primo vescovo, la Chiesa fa quadrato

    Il primo caso di pedofilia in Norvegia riguarda Georg Mueller, vescovo della diocesi di Trondheim, un norvegese di origine tedesca che, quando era ancora semplice sacerdote, abusò di un chierichetto. Mueller ha confessato l’abuso, si è dimesso nel maggio del 2009, ha lasciato la diocesi, si è sottoposto a terapia e da allora non ha alcun incarico pastorale. La versione ufficiale della Santa Sede è stata prontamente fornita dal portavoce vaticano padre Federico Lombardi. E intanto dal Sudafrica, Buti Thlagale, vescovo, ha denunciato che nemmeno la Chiesa cattolica africana è “esente dagli scandali”, anzi “soffre gli stessi mali”. Un’apertura preventiva che, indirettamente, dice molto della strategia della Santa Sede sulla pedofilia. Rispondere tempestivamente, ma anche prevenire. Così, le rivelazioni dell’abuso di Mueller, comparse ieri sulla home page della tv norvegese Nrk, hanno pronto riscontro nella replica del portavoce vaticano. La tv ricordava le dimissioni “improvvise” del vescovo Mueller lo scorso anno, e spiegava che “è stato un abuso sessuale a spingerlo alle dimissioni”. Altri dettagli: la Chiesa avrebbe pagato “tra le 400 e le 500 mila corone” come risarcimento; Mueller scelse di dare immediatamente le dimissioni quando venne informato delle accuse che lo riguardavano; la vittima, secondo il quotidiano norvegese Adresseavisen, era un chierichetto che ha mantenuto il segreto per circa 20 anni. Nrk riporta che il caso è stato inviato al Vaticano, dove è stato valutato arrivando alla conclusione che Mueller, in quel momento vescovo di Trondheim, doveva dimettersi. Nessuna conseguenza penale per Mueller perché, al momento in cui sono state formulate le accuse, il reato era prescritto. La versione ufficiale viene data praticamente subito dalla Sala Stampa Vaticana. Che conferma nei dettagli la storia, e precisa che la vittima “prescritta, ha sempre voluto mantenere l’anonimato”. La Chiesa ha deciso di fare quadrato. È in questa logica che si è inserito l’intervento del cardinal Sodano, segretario di Stato emerito, che ha sostenuto che gli attacchi all’attuale Papa ricordano quelli a Pio XII. Un paragone che non è piaciuto alla Comunità ebraica italiana, già in polemica con le frasi del Venerdì Santo di padre Cantalamessa, predicatore pontificio. Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche, sottolinea che “alcuni interventi e alcuni paragoni inappropriati e inopportuni rischiano di creare pericolosi e fuorvianti paralleli storici”. E l’ex presidente dell’Ucei Tullia Zevi dice di trovare questi paragoni “più dannosi che inutili”. (andrea gagliarducci)

    http://ilghibellino.blogspot.com/2010/05/norvegia-si-dimette-il-primo-vescovo-la.html

  • Arrestato prete. Sotterranei della chiesa per sesso sadomaso sui chierichetti

    Arrestato prete. Sotterranei della chiesa per sesso sadomaso sui chierichetti

    Brasile, sotterraneo di una chiesa usato per sesso sadomaso

    Un prete polacco ha usato per anni il sotterraneo di una chiesa in Brasile come sala per pratiche sadomaso ai chierichetti. Ora s’è consegnato alla polizia

    Il sacerdote polacco Marcin Michal Strachanowski, che aveva trasformato la cantina della casa parrocchiale della chiesa Divino Espirito Santo, nella

    periferia di Rio de Janeiro, in una vera e propria sala di torture per pratiche sadomaso ai chierichetti, si è consegnato ieri alla polizia dopo alcuni giorni di latitanza.

    Padre Strachanowski è accusato di aver rinchiuso e seviziato numerosi adolescenti nel sotterraneo, sottomettendoli incatenati a pratiche sadomaso, mentre descriveva il tutto in internet ad amici e corrispondenti dediti a pratiche analoghe. “Le prove raccolte durante l’inchiesta – scrive il giudice incaricato dell’istruttoria, Abrahao Dias Teixeira -, compongono un quadro chiaro di una persona compulsivamente e morbosamente ossessionata dal sesso con adolescenti. Da anni l’accusato circuiva giovani innocenti, prevalentemente chierichetti di famiglie bisognose, valendosi del suo incarico spirituale per adescarli e poi rinchiuderli a suo piacimento nella sua “gattabuia erotica”. L’accusato alternava poi offerte cospicue di denaro alle famiglie e minacce anche di morte per ottenere il silenzio e l’impunità”.

    Il primo a rompere il muro dell’omertà attorno al sacerdote polacco sarebbe stato un ex chierichetto, del quale Strachanowski abusò per anni fino al 2006. In seguito sarebbero decine le testimonianze di abusi, tutte con dettagli analoghi. Adesso Strachanowski sarà sottoposto a processo canonico dalla Chiesa e processato dalla giustizia criminale per stupro di minorenni, torture e sequestro di persona.

    http://city.corriere.it/2010/05/26/milano/documenti/brasile-sotterraneo-una-chiesa-usato-sesso-sadomaso-20785112084.shtml

  • Norvegia. Vescovo cattolico confessa: “Ho abusato di un minore”, ma spuntano anche altri casi

    Norvegia. Vescovo cattolico confessa: “Ho abusato di un minore”, ma spuntano anche altri casi

    In Norvegia i battezzati cattolici sono appena il 1,2%. I cattolici praticanti molti meno, ovviamente. I preti in tutto sono 70. Gran parte dei fedeli e dei preti sono stranieri, come il vescovo in questione, originario della Germania.

    E’ bene precisare che Mueller non è un ex vescovo, ma un vescovo a tutti gli effetti. Gli è stata solo tolta l’amministrazione della diocesi di Trondheim. Un ex vescovo è quello che viene spretato, come Milingo, o ridotto a sacerdote semplice.

    La stragrande maggioranza dei norvegesi è luterana.

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…53891girata.asp

    7/4/2010 (7:55) – PEDOFILIA
    Choc in Norvegia, vescovo confessa:
    “Ho abusato di un minorenne”

    Il caso riguarda l’ex vescovo di Trondheim

    La tv Nrk: «La vittima ha ricevuto 50 mila euro di risarcimento». Vaticano sarebbe stato al corrente e avrebbe chiesto le dimissioni del porporato
    ROMA

    Un vescovo cattolico norvegese ha confessato di aver abusato sessualmente di un ragazzo minorenne. Lo scrive in apertura del suo sito la tv di stato norvegese, Nrk. In seguito a tale confessione il prelato ha dato le dimissioni nel giugno dello scorso anno.

    È il primo caso di pedofilia legato alla Chiesa cattolica riportato in Norvegia. Secondo l’emittente tv Nrk, il caso riguarda Georg Mueller, ex vescovo cattolico di Trondheim, che il 7 giugno dello scorso anno si dimise inaspettatamente comunicando la decisione durante la celebrazione della messa domenicale. «È stato un abuso sessuale il motivo che lo ha spinto alle dimissioni» scrive il sito della tv pubblica norvegese, che aggiunge: «La Chiesa cattolica ha pagato alla vittima tra 400.000 e 500.000 corone norvegese (tra 50.000 e 65.000 euro, ndr) a titolo di risarcimento danni».

    L’abuso venne commesso quando Mueller era ancora un semplice prete ed è prescritto per la legge norvegese, specifica Nrk che riporta come l’attuale vescovo di Trondheim e Oslo, Bernt Eisvig, abbia riferito al Times che Mueller scelse di dare immediatamente le dimissioni quando venne informato delle accuse che lo riguardavano. Secondo il quotidiano norvegese Adresseavisen, la vittima era un chierichetto che ha mantenuto il segreto per circa 20 anni. È stato il vescovo di Stoccolma ad occuparsi dell’inchiesta.

    Nrk riporta che il caso è stato inviato al Vaticano, dove è stato valutato arrivando alla conclusione che Mueller, in quel momento vescovo di Trondheim, doveva dimettersi. Il vescovo Eidsvig, riporta Nrk citando ancora il quotidiano Adresseavisen, ha riferito che al momento della causa «la vicenda non è stata resa nota perchè la vittima non volle». «La persona in questione è attualmente ben al di là della maggiore età – ha detto Eidsvig ad Adresseavisen – La Chiesa ha ottenuto l’assicurazione che il caso è prescritto per la legge norvegese». Secondo Nrk non è stato possibile rintracciare l’ex vescovo Mueller, che dopo le dimissioni – secondo Eidsvig – si è sottoposto a «trattamento psicologico e a cure spirituali»

  • Procuratore Milano. “E’ allarme preti pedofili, vescovi complici”

    Procuratore Milano. “E’ allarme preti pedofili, vescovi complici”

    Pietro Forno, capo del pool antimolestie: “La lista di sacerdoti inquisiti è lunga. La Chiesa non ha mai ostacolato le indagini. Ma i vertici non hanno mai denunciato un caso“. L’Abc: “Anche Paolo VI sapeva”

    Roma – Una gerarchia cattolica che tace, copre, insabbia. Che per paura degli scandali non punisce i pret i colpevoli di abusi sessuali. Che li lascia a contatto con i fedeli e con i bambini. Che chiude gli occhi davanti a un fenomeno talmente radicato e devastante da domandarsi se non vi siano uomini che scelgono la strada del sacerdozio proprio per poter avvicinare le loro vittime. È un quadro sconcertante quello dipinto in questa intervista al Giornale dal magistrato che da più tempo in Italia si occupa di abusi sessuali: Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri.

    Quanti sacerdoti ha inquisito per reati sessuali?

    «La lista, purtroppo, non è corta».

    E qual è stato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche?

    «Devo dare atto che, una volta iniziate le indagini, non mi sono mai stati messi ostacoli. Però le notizie positive finiscono qui».

    In che senso?

    «Nel senso che nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente».

    Ma i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare i preti che sbagliano.

    «È vero che non esiste un obbligo formale di denunciada parte dell’autorità ecclesiastica, perché un vescovo non èun pubblico ufficiale. Quindi il vescovo che tace non commette il reato che commetterebbe un preside che tacesse. È anche veroche qualunque cittadino – soprattutto quandoè investito di un’autorità odi un’autorevolezza particolari – quando viene a sapere di un reato per cui si può procedere d’ufficio ha la possibilità di denunciare, e direi il dovere morale. Questo non avviene mai. Mai. È un punto dolente. Noi come magistrati abbiamo l’obbligo di informare l’ordinario diocesano, ovvero il vescovo, quando arrestiamoo chiediamo il rinvio a giudizio di un prete, e lo abbiamo sempre rispettato. Ma il contrario non mi è mai accaduto. Non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto».

    Perché? Nonsanno quello che accade nelle loro parrocchie? O lo sanno e preferiscono tacere?

    «Io sono convinto che loro sappiano molto più di quello che sappiamo noi. Ma c’è un problema a monte, ed è cosa significa l’abuso sessuale da parte di un sacerdote. E qui mi permetto di dire una cosa di cui in questi giorni non si è parlato, nelle tante discussioni sul temadegli abusi sessuali all’interno della Chiesa. Il discorso viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Mail prete che abusa di un bambino è più paragonabile aungenitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato “padre”, e questo è significativo. Seguardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache di questi giorni si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di quattordici o quindici anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo “lo vuole Gesù”. Ecco, il concetto del “lo vuole Gesù” è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

    Quali sono le ripercussioni sulle vittime?

    «Sono esperienze che marchiano in profondità le vittime per tutta la vita, proprio per le figure da cui provengono. Io ho in mano un documento della Chiesa canadese che negli anni Novanta è stata la prima a fare una indagine interna e ha scoperto che il 5 per cento del clero canadese ha queste tendenze. Il 5 per cento! In quel documento si ricostruiscono le conseguenze devastanti che questi avvenimenti hanno sulle vittime, si ricostruiscono persino i loro percorsi religiosi, e si vede che spesso abbandonano la Chiesa e si formano una immagine di Dio molto simile a quella dei loro abusanti».

    Perché sono così numerosi questi casi?

    «Io ormai ho un dubbio, e parlo solo di dubbio perché non posso avere riscontri diretti: che ci siano sacerdoti che scelgono di fare i sacerdoti per abusare, perché è oggettivo che nella scelta del sacerdozio c’è un’enorme facilitazione nell’avvicinarele vittime. Eppure compiono tutto il percorso formativo fino a venire messi a contatto con i ragazzi. Questo pone un grosso interrogativo: ma nessuno se n’è accorto prima? Dov’è il discernimento spirituale che dovrebbero esercitare coloro che li scelgono? Non hanno osservato il loro comportamento, le loro tendenze, le modalità con le quali si rapportano ai giovani? E un’ultima domanda: cosa accade all’interno dei seminari?».

    Se le cose stanno come le descrive lei, siamo di fronte aunfenomeno di indulgenza, se non di omertà, da parte delle gerarchie. Teme che in fondo questi siano considerati peccati veniali?

    «Nessun teologo può avere l’ardire di sostenere che si tratti di un peccato veniale, tanto che questi sono tra i pochi casi per cui il diritto canonico prevede la riduzione allo stato laicale. Eppure nessuno di questi sacerdoti ha mai subito questa punizione. Neanche quello che diceva alle sue vittime “lo vuole Gesù”».

    La riduzione allo stato laicale può essere una soluzione estrema. Magari prendono misure più blande.

    «Io convengo chela riduzione allo stato laicale sia indubbiamente una sanzione grave, ma di fronte alla gravità di queste cose non credo che si debba essere indulgenti. Invece non solo non vengono cacciati ma accade a volte che non vengano nemmeno messi in condizioni di non nuocere più. Quando hanno queste notizie si limitano a spostarli da una parrocchia all’altra, e così gli permettono di fare altre vittime inconsapevoli, perché quando la piazza è bruciata gli consentono di andare dove non li conoscono».

    Come se lo spiega?

    «Lo chieda a loro. Non alla Chiesa, ma alla gerarchia ecclesiale. Della Chiesa fanno parte anche i fedeli, e molti di loro – tra cui il sottoscritto – la pensano diversamente. Il problema è la gerarchia. Secondo me non li puniscono perché li hanno scelti loro, educati loro, allevati loro, e quindi si creano dei legami di difesa, di protezione. E c’è soprattutto la paura dello scandalo. Cheè una paura pocoevangelica, perché il Vangelo dice invece che è necessario che gli scandali avvengano. È una paura poco cristiana, insomma»

    Adesso le sembra che qualcosa stia cambiando? Che stiano correndo ai ripari?

    «Nel 2000 scrissi suunarivista giuridica che esisteva un problema di pedofilia nella Chiesa, e un sacerdote che va per la maggiore mi replicò negando semplicemente l’esistenza del problema. Adesso quello stesso sacerdote riconosce che questo dramma è reale. Meglio tardi che mai, mi vien da dire. E visto che nelle recenti direttive del Papa è previsto che le diocesi possanorivolgersi a laici per essere aiutate e consigliate nella prevenzione di questi fatti, io sono a disposizione. Qualche idea da suggerirgli ce l’avrei».

    http://www.ilgiornale.it/interni/pedofilia_pg_milano_i_vescovi_sono_complici_di_chi_abusa/01-04-2010/articolo-id=434292-page=0-comments=1

  • Le Iene. Ex parroco denuncia: “violentato da un prete pedofilo”

    Le Iene. Ex parroco denuncia: “violentato da un prete pedofilo”

    L’ntervista: www.youtube.com/watch?v=N6Pn-bE_q8A

    www.monopoli.info/2010/03/le-iene-s…usato-da-prete/

    Le Iene Show, confessione shock di un ex parroco abusato da prete

    Mercoledì 31 marzo 2010 alle ore 21.10 su Italia 1 nel nuovo appuntamento con “Le Iene Show”, le Iene raccolgono la sconvolgente confessione di Salvatore Domolo, 44 anni, primo prete nella storia della Chiesa Cattolica che ha chiesto e ottenuto di essere “sbattezzato” e che da bambino è stato vittima di pedofilia da parte di un religioso.

    Salvatore, ex parroco della diocesi di Roma e prima ancora di quella di Novara, racconta di aver subito ripetuti abusi sessuali da parte di un prete durante la sua infanzia, dagli 8 agli 11 anni, quando faceva il chierichetto nella parrocchia vicino casa. Dopo avergli fatto bere dei liquori fatti in casa e con la scusa di rammendare suoi slip, il sacerdote abusava del ragazzo presso la propria abitazione. Salvatore, da allora, si chiude in un silenzio “paralizzante” e non riesce a parlarne con nessuno per anni. Racconta, inoltre, di non essere stato l’unico tra i chierichetti ad aver subito questo tipo di attenzioni.

    Per dimostrare a se stesso che si può essere preti diversi dal suo molestatore, a 11 anni decide di entrare in seminario a Novara; da allora il prete, ai tempi sessantenne, smette di abusare sessualmente di lui. A 14 anni racconta la sua terribile storia al suo padre spirituale in seminario, il quale, invece che denunciare l’accaduto, gli chiede di confessare gli abusi subiti come fossero peccati da lui commessi, tutto all’interno del sacramento della confessione, e poi lo invita a non raccontare il fatto a nessuno. Con il segreto di confessione infatti – spiega Salvatore – il padre spirituale del seminario poteva salvaguardare il religioso pedofilo non essendo autorizzato a parlarne più con nessuno. Il ragazzo continua, così, a convivere con il suo dramma interiore per svariati anni senza poterne parlare con nessuno.

    A 19 anni, mentre è ancora in seminario, scopre, inoltre, di essere omosessuale e consuma il suo primo rapporto durante un pellegrinaggio a Lourdes. Da allora, afflitto da uno spaventoso senso di colpa, non ha più avuto rapporti. A 25 anni, dopo essere diventato prete nel 1990, non riesce più a vivere castamente il celibato e a trattenersi dal vivere liberamente la sua omosessualità. Nonostante sia divenuto un sacerdote, ricomincia ad avere rapporti omosessuali, sempre vissuti con grandi sensi di colpa e, poi, confessati al proprio padre spirituale. Alla presenza del proprio padre spirituale, inizia allora un percorso psicologico di analisi, in seguito al quale riemerge il trauma della violenza subita da bambino. Nonostante il padre spirituale gli consigli nuovamente di non parlarne a nessuno e affidare il proprio dramma e il proprio carnefice alla misericordia di Dio, Don Salvatore, per l’immenso senso di angoscia, di colpa e di tradimento che lo invade, decide di raccontare tutto al proprio Vescovo, che si prende del tempo per capire cosa fare. Passano mesi e allora nel 2005 don Salvatore decide di auto-sospendersi e di ritirarsi nella provincia di Milano come “prete operaio”.

    Ad ottobre 2009, però, dato che la Chiesa non prende alcun provvedimento ufficiale e non lo sospende come sacerdote, don Salvatore chiede di essere “sbattezzato” (nello specifico che il proprio nome venga tolto dall’elenco dei battezzati presso la propria parrocchia).

    Attualmente, Salvatore, racconta di “essere felice, di credere profondamente in Dio e di aver perdonato il prete gli ha fatto del male quando era bambino”, ma non riesce a fare lo stesso con la Chiesa, per il modo in cui ha gestito il suo caso di violenza sessuale quando era minorenne.

    Quando gli viene chiesto in merito ai recenti scandali sui preti accusati di pedofilia, dichiara: “Io non mi meraviglio. Io dico solo che abbiamo scoperto la punta dell’iceberg” e aggiunge: “I crimini vanno denunciati all’autorità giudiziaria. La Chiesa giustamente deve condannare il gesto, ma condannarlo in modo definitivo. Senza se e senza ma.”

    Alla domanda su come la Chiesa può risolvere il problema della pedofilia al suo interno, ammette: “Se la Chiesa non ha il coraggio di ritornare al Vangelo, quindi ad una visione di servizio e non di controllo delle coscienze, i preti pedofili ci saranno per tutta la storia dell’uomo”.

    Infine, ai preti pedofili dice: “Abbiate il coraggio di parlarne con qualcuno che non sia all’interno della Chiesa. Con uno psicologo cioè con persone che vi aiutino non a nascondere ma ad uscire allo scoperto”. E poi , aggiunge: “Un prete pedofilo assolutamente deve finire in galera, perché solo in quel modo il prete pedofilo si troverà con se stesso. Si troverà con una rieducazione fatta in modo serio”.

  • (Don) Gelmini a processo può contare su una valigia di denaro da Berlusconi

    (Don) Gelmini a processo può contare su una valigia di denaro da Berlusconi

    (Don) Gelmini: sotto processo, può contare su una valigia di denaro da Berlusconi con la benedizione del sindaco di Amelia

    AMPLIATA LA COMUNITÀ DI AMELIA: ACQUISTATI 25 ETTARI DAL COMUNE GUIDATO DAL CENTROSINISTRA

    Berlusconi «rilancia» l’amico Pierino Al prete inquisito l’unica chiamata natalizia del Cavaliere. Che gli ha donato fondi per una comunità in Thailandia

    «Don Pierino stai sicuro che vai via con una valigia piena come si deve». Per rilanciare, poi: «Ora che te ne parti per la Thailandia ci penserò io a provvedere al tuo viaggio» .La valigia è piena.

    ROMA — Ieri, certo, gli mancava il «Don» davanti al nome, almeno in via ufficiale. E durante la tradizionale messa di Santo Stefano nel suo Molino Silla, ad Amelia, è dovuto rimanere in un angolo, stretto nella sua tonaca da chierichetto, non più da prete. Ma poi basta. Anzi, molto di più. Pierino Gelmini è tornato in pista, con la sua verve rinvigorita e le parolacce che gli scappano fra i sorrisi per dar colore alle sue prediche, laiche, per carità, ma ancora più sferzanti che prima. Prima delle accuse. Prima che, un giorno d’estate dello scorso anno, la procura di Terni tirasse fuori dai faldoni una raffica di capi d’accusa contro Don Pierino Gelmini, oggi 84 anni, da oltre 45 anni a capo delle sue Comunità Incontro, roba di assistenza a tossicodipendenti e disperati. Accuse pesanti: molestie sessuali ai ragazzi della sua comunità. Uno, due, sette, dieci. Cinquanta accusatori. Il processo è ancora in piedi, Pierino Gelmini è stato rinviato a giudizio. Ma è dal marzo scorso, ormai, che l’udienza preliminare si trascina tra rinvii e dilazioni. E Pierino Gelmini sembra aver messo tutto già alle spalle. Se lo scorso Santo Stefano fu un brutto Santo Stefano per il Don che aveva ancora la tonaca (poi lasciata per non abbandonare la guida della comunità), quest’anno la festa per le dimissioni annuali dei ragazzi di Amelia non ha avuto soltanto l’enfasi e la ribalta dell’unica telefonata natalizia pubblica del presidente del Consiglio. Nuovi terreni per Pierino Gelmini: 25 ettari comprati per quasi un milione di euro direttamente dal comune di Amelia, con la benedizione del sindaco Giorgio Sensini, di centrosinistra. Archiviati nella storia i tempi delle battaglie con l’allora sindaco Luciano Lama (nel più tradizionale stile Peppone e Don Camillo), oggi Pierino Gelmini può ospitare in prima fila alle sue manifestazioni il nuovo sindaco Sensini. E vantare l’apertura di due nuove comunità nel Lazio, una in provincia di Frosinone. «Verrò ancora a bussare per chiederti qualcosa», ha detto ieri Pierino al telefono con un Berlusconi che non si è fatto certo pregare: «Don Pierino stai sicuro che vai via con una valigia piena come si deve». Per rilanciare, poi: «Ora che te ne parti per la Thailandia ci penserò io a provvedere al tuo viaggio» .La valigia è piena. La festa impazza. Anche un piccolo concerto ieri dal palco della Comunità Incontro, Amedeo Minghi e la voce di Rita Forte, subito dopo i discorsi di Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri, ospiti fissi di Pierino Gelmini, sempre. E poi le corse sul palco e le commozioni dei ragazzi che hanno finito il percorso nella comunità: Pierino Gelmini ha carezze e parole per tutti. E una battuta per i giudici: «Sono sempre parziali, non sanno bene quello che fanno». Ma non lo hanno fermato. Andrà in Thailandia per aprire altre due nuove comunità Pierino Gelmini (oltre alle 260 che ha già in giro per il mondo), mentre dalla sua Amelia sta lavorando ad un progetto di rete satellitare planetaria, un network della solidarietà che metterà nelle mani di Alessandro Meluzzi. «Ho intenzione di lanciare anche una grande campagna contro la droga », spiega Pierino Gelmini che non avrà più il «Don», non l’abito dei sacramenti. Ma che ha messo su un milione di punti luce per addobbare la collina davanti alla sua comunità con una scritta, neanche fosse Las Vegas: «Abbiamo un sogno, realizziamolo». Corriere della Sera Alessandra Arachi 27 dicembre 2009

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  • USA. Abusi nel mondo della Chiesa. “Non meno di 40.000 casi”

    USA. Abusi nel mondo della Chiesa. “Non meno di 40.000 casi”

    Esce un libro sulla violenza sessuale nelle diocesi americane
    sabato 24 gennaio 2009 , di la Repubblica

    Cifre realistiche indicano tra i quaranta e i sessantamila casi negli Usa

    Una delle autrici del dossier ha assistito alle riunioni a porte chiuse dei vescovi

    Denunce che vengono dall´interno dell´area cattolica

    Non è il celibato in sé a favorire le pulsioni trasgressive

    Non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici ma la riflessione sull´istituzione e sulle vittime, in maggioranza ragazzi in età pre e post puberale

    di MARCO POLITI

    Le voci dall´inferno sono innumerevoli. «Accadde quando il sacerdote J. era chierichetto. Un giorno, dopo la messa, il prete si mise davanti a J. con il pene eretto e guidò le sue mani fino a raggiungere l´orgasmo… Quando entri in sacrestia, dopo aver servito messa, padre Bill ti dice che hai fatto un buon lavoro e tu sei felice e orgoglioso. Il tuo prete ti offre di aiutarti a sfilare la veste, scherzando. Ma appena l´ha sollevata, padre Bill la spinge sulla tua faccia con una mano mentre con l´altra si sbottona i pantaloni e si spinge dentro di te… Andai su e c´era il buon padre Donald, fumammo insieme (dell´erba) e poi mi fece delle proposte. Era la prima volta che qualcuno soddisfaceva me e mi piacque molto… Il dodicenne Julian fu abusato per tre anni da padre Scott, il quale gli aveva detto che per ricevere la cresima avrebbe dovuto partecipare a speciali sessioni di consulenza… All´età di cinque anni X cominciò ad essere prelevato da letto e portato sul divano del sacerdote (ospite dei genitori), che lo stendeva sopra di sé… I miei ricordi più terribili sono di noi due, io e padre Larry, che facciamo sesso nella mia stanza e dopo scendiamo al piano di sotto per cenare con la mia famiglia… La chiesa nella quale fui violentata era la stessa in cui i preti ascoltavano le confessioni, era la chiesa in cui tutti i figli della mia famiglia si sono sposati e alcuni nipoti battezzati, e in cui sono sepolti i miei genitori».

    Il panorama è devastante. Quando papa Ratzinger è stato in America nell´aprile scorso il nuovo cardinale di Boston, Sean O´Malley, lo ha fatto incontrare con un piccolo gruppo di vittime di abusi che portavano con sé un libriccino con i nomi di altri mille abusati. Mille. Proviamo a trasporre la cifra in una diocesi come Torino, Bologna o Genova. Mille casi nascosti, insabbiati, negati e poi faticosamente portati alla luce. Ma basta già lo scandalo esploso ora a Verona, dove decine di ex allievi di un istituto per sordomuti, ormai adulti, hanno denunciato abusi sistematici da parte di esponenti del clero avvenuti nell´arco di un trentennio, per mostrare ciò che può nascondersi dietro la facciata della normalità quotidiana.

    Le statistiche (come i processi) negli Stati Uniti sono impietose. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati. Ma tutti i poliziotti sanno che le statistiche dei furti sono per difetto, perché riguardano solo gli episodi denunciati. Lo stesso vale per gli abusi sessuali. E così le cifre realistiche indicano in quaranta-sessantamila i casi di violenza subiti da minori da parte di predatori in tonaca. La media dei preti diocesani coinvolti è del 4,3 per cento. Certe annate di ordinazioni sacerdotali hanno prodotto tassi specialmente alti di preti-predatori. Otto per cento nel 1963, nel ´66, nel ´70, nel ´74. Addirittura 9 per cento nel 1975.

    Atti impuri. La piaga dell´abuso sessuale nella Chiesa cattolica (a cura di Mary Gail Frawley-O´ Dea e Virginia Goldner, ed. Raffaello Cortina, pagg. 294, euro 20) non è solo la descrizione di una catastrofe che ha scosso i cattolici americani e portato alla bancarotta per risarcimenti più di una diocesi, ma è soprattutto un´analisi dell´istituzione in cui tutto ciò è potuto avvenire e una riflessione sugli individui colpiti, in maggioranza maschi tra gli undici e i diciassette anni nell´età pre o post-puberale, quando la psiche è maggiormente fragile. Riflessioni e denunce che vengono dall´interno stesso della Chiesa cattolica. Mary Gail Frawley-O´ Dea, una delle curatrici del dossier, è stata l´unica psicoterapeuta ammessa al vertice dei vescovi americani, quando a porte chiuse hanno discusso degli abusi sessuali. Hanno collaborato sacerdoti, religiosi, oltre ad esperti di problemi sessuali, docenti di religione e rappresentanti di altre confessioni cristiane.

    Dal dossier emerge un quadro di analisi sfaccettato. Non è di orientamento omosessuale la maggioranza dei colpevoli, ma è l´«opportunità» che favorisce i rapporti con maschi dello stesso sesso. Non è il celibato in sé – come astensione da relazioni sessuali – a favorire le pulsioni all´abuso, ma una concezione del celibato come «integrità» ossessivamente ideologizzata e come «purezza» contrapposta ad una sessualità considerata peccaminosa o di inferiore. Non è tanto questione di trasgredire divieti, ma di personalità che scoppiano perché educate a idealizzare il sacerdozio e che non reggono l´urto con il quotidiano. Del tutto falso, poi, è che questi episodi siano frutto dello spirito libertino contemporaneo, poiché da diciotto secoli la Chiesa ha sancito norme e punizioni (il più delle volte rimaste teoriche) per combattere il fenomeno.

    La vicenda non riguarda solo l´America, riguarda l´Italia, l´Irlanda, la Polonia, tutte le nazioni cristiane in misura variabile. L´America è solo il laboratorio di uno studio approfondito che interessa tutta la Chiesa. L´aspetto fondamentale è che le vittime sono «superstiti», carichi di ferite, segnati dall´orrore o dalla manipolazione della propria personalità. «Papa, funzionari del Vaticano e vescovi – scrive il domenicano Thomas Doyle – hanno mancato sistematicamente di accogliere le vittime come fratelli e sorelle in Cristo». Non è questione di brevi incontri dei papi con i «sopravvissuti» né di alcuni interventi, che condannano la mostruosità degli abusi. Il fatto è che finora né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI sono arrivati a riconoscere fino in fondo le responsabilità dell´istituzione ecclesiastica e le sue manovre di occultamento. Se l´ex arcivescovo di Boston, cardinale Bernard Law, colpevole di non aver perseguito immediatamente i preti predatori, limitandosi a trasferirli di incarico, viene poi nominato (da papa Wojtyla) arciprete di una delle basiliche più venerande della cristianità, Santa Maria Maggiore, per sistemare lo scandalo dei vertici, l´esempio è assolutamente negativo.

    Ancora di più pesa che la maggioranza dei vescovi non abbia saputo instaurare un rapporto umano con le vittime. Troppi vescovi, commenta il gesuita James Martin, hanno finito per anteporre alle vittime gli interessi dei preti violentatori.

    Lo si coglie dalle strategie di fuga sistematicamente messe in atto dalla Chiesa allo scoppio di uno scandalo. La vittima ha enormi difficoltà a farsi sentire, i «superiori» invitano al segreto, il primo riflesso è di trasferire i colpevoli in altra parrocchia, poi si accusano i media, infine si pensa che il risarcimento economico chiuda la vicenda, magari concentrando l´attenzione sulla Chiesa «ferita».

    Così rimane al centro l´istituzione e non la vittima. E invece gli abusi pongono interrogativi di fondo. E´ pronta la Chiesa a formare preti disposti a crescere con la propria comunità, ad ascoltarla, a considerarsi guide che «imparano» smettendo di autorappresentarsi in versione super-sacralizzata di «altro Cristo»? Il pastore che non è nutrito, sottolinea la pastora anglicana Anne Richardson, «divorerà la pecora».

  • Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

    Il missionario trentino don Sandro De Pretis da 40 giorni in carcere a Gibuti. Il suo racconto

    di Barbara Marino/ 13/12/2007

    “Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente ‘povero’ e privato della libertà. Porto una croce molto pesante”. Le diplomazie italiana e vaticana si muovono per risolvere la vicenda.

    Agli arresti da 40 giorni
    Don Sandro De Pretis scrive dal carcere di Gibuti
    di don Ivan Maffeis, direttore di Vita Trentina

    “Per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente «povero» e privato della libertà. Porto una croce molto pesante, posso solamente aver fiducia in Dio che non duri troppo a lungo. Ora quando prego i salmi comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!”.
    La lettera di don Sandro De Pretis, missionario di Trento a Gibuti, arriva in redazione (la pubblichiamo a fianco, in forma integrale, in una nostra traduzione dal francese) rompendo il riserbo totale mantenuto finora sulla sua prigionia.

    Il prete trentino, incardinato dal 1993 nella piccola diocesi del Corno d’Africa (vedi sotto), è incarcerato dal 28 ottobre in stato di “detenzione preventiva in attesa di giudizio”, come lui stesso scrive.
    Il silenzio finora mantenuto attorno alla vicenda è stato motivato dal rispetto per il lavoro della diplomazia, che si è subito attivata, tanto a livello dei responsabili della Farnesina che della Segreteria di Stato Vaticana.
    Si inserisce in questo quadro la visita a Trento del vescovo di Gibuti, mons. Giorgio Bertin, che il 31 ottobre scorso si è incontrato con il vescovo Luigi Bressan e con i familiari di don Sandro, esprimendo la speranza per una rapida soluzione del caso e la certezza dell’innocenza del missionario e della sua estraneità ai fatti che gli sarebbero contestati.

     

    A tutt’oggi don Sandro è incarcerato senza che sia stata formalizzata un’accusa precisa nei suoi confronti. Appaiono ridicole quelle che ventilerebbero un suo coinvolgimento in una rete di pedofilia, in seguito alla scoperta di una serie di sue fotografie in cui appaiono anche bambini. Si tratta infatti delle stesse foto che don Sandro, all’inizio dell’estate, portò alla redazione di Vita Trentina perché ne facesse copia e le conservasse nel proprio archivio, povero di immagini originali dall’Africa, come lui ben sapeva.
    I contorni della vicenda rimangono poco chiari. Don Sandro serve forse come capro espiatorio, senza aver nulla a che fare con ciò di cui lo si vorrebbe incolpare? La diplomazia è al lavoro per ottenerne la scarcerazione con il proscioglimento pieno da ogni accusa, come sarebbe giusto. Più pragmaticamente, purtroppo, l’unica strada che sembra profilarsi è quella di accettarne l’espulsione dal Paese, prima ancora di giungere alla formalizzazione di qualsivoglia accusa.

    Se oggi scriviamo per rilanciare l’appello dal carcere che don Sandro, facendo sue le parole dell’apostolo Paolo, rivolge alla sua comunità: “Non dimenticate che io sono in prigione”, lo facciamo pensando alle diverse occasioni di confronto avute con lui nei mesi scorsi, quando – con voce di uomo mite, buono ed appassionato – ci ha raccontava la «sua» Africa.

    “In questi ultimi anni la situazione è cambiata radicalmente – ci diceva -. La mia presenza è ormai solo un segno, un tentativo di far capire come vivono i cristiani”.
    In questo raccontava di sentire su di sé il limite di essere bianco: “I missionari sono arrivati con i colonizzatori – aggiungeva – quindi è facile per la gente identificarci con loro…”. Al peso della storia, si somma quello della cronaca: “La guerra in Iraq non ha fatto che rafforzare una lettura superficiale, che porta a far coincidere l’Occidente con il cristianesimo. All’atteggiamento favorevole di ieri sta subentrando la difesa, la ghettizzazione, se non l’ostilità aperta”.

    Una lettura veicolata ad arte: “Arrivano dal Pakistan – spiegava – e predicano un islam dalla forma dura e pura. Non consentono di mettere in discussione nulla, non c’è spazio per un’autocritica, quasi fosse un attentato alla fede”.
    Alzava quindi gli occhi sugli altopiani della vicina Etiopia, dove aveva lavorato precedentemente come volontario: “Quella è una terra cristiana fin dal III secolo; oggi vi sorgono moschee di cui fino a ieri non c’era traccia. Non si tratta di libertà religiosa, ma di una strategia precisa che viene avanti: vedo dipingersi un quadro preoccupante, una situazione senza sbocco”.

    Al mondo coloniale francese rimproverava “un laicismo sterile, che ha frenato pesantemente la Chiesa, perché non facesse formazione. Se ci hanno lasciato costruire scuole – aggiungeva con amarezza – è solo perché il governo francese non intendeva investire maggiori fondi”.
    Riconosceva anche le responsabilità della Chiesa, «colpevole» – “soprattutto in passato” – di aver avallato “battesimi facili, senza che avessero alle spalle un autentica preparazione: un’evangelizzazione superficiale, della quale non è rimasto nulla”.

    Quando gli chiedevamo perché non iniziasse a pensare al rientro, sorrideva con la consapevolezza di non essere capito: “In una situazione come quella in cui versa il Corno d’Africa – rispondeva infine – andarsene è tradire. In Trentino, pur con tante difficoltà, avete ancora molte risorse: in Africa ognuno che viene meno causa la scomparsa di un piccolo mondo che, finché resta, è speranza per tanti”.

    “Non dimenticate che io sono in prigione”
    La lettera di don Sandro De Pretis dalla prigione

    Riportiamo il testo integrale della lettera con la quale don Sandro racconta la sua detenzione e che viene pubblicata da Vita Trentina del 16 dicembre 2007, in edicola da venerdì 14 dicembre 2007.

    So che moltissime persone non mi hanno dimenticato, ma al contrario pregano per me, che sono nella prigione di Gabode (nei pressi di Gibuti).
    Non so quali erano i sentimenti di S. Paolo in prigione; i miei pensieri sono dominati dall’impressione di quanto sia strano vivere in questa situazione.
    Tecnicamente si tratta di una detenzione preventiva in attesa di giudizio. Sono in una cella e la sola occasione di uscire sono le visite, quindi una mezz’ora o un’ora al giorno.
    La mancanza di movimento mi è difficile da sopportare. Nello stesso tempo, devo essere prudente se voglio mettermi a fare un po’ di ginnastica. I primi giorni mi hanno dato molto male alle braccia e alla schiena, a causa dei muscoli che non erano abituati a questi esercizi fisici.
    Almeno tutt’attorno c’è calma e tranquillità. Sono il solo prigioniero rinchiuso in questa parte della prigione e, nonostante il peso dell’isolamento, credo che sia una forma di trattamento di riguardo. In effetti, sento a distanza le voci degli altri prigionieri che devono invece condividere lo stesso locale. Per me rimanere in quella situazione sarebbe molto più dura per il rumore, la confusione, la mancanza di intimità e di concentrazione.Prendo questo tempo in prigione come un monaco nella sua cella: la preghiera, la presenza del Santissimo Sacramento e la lettura riempiono una gran parte della giornata. Qui non sento il bisogno di fare la siesta, dato che mi corico verso le 18, quando inizia a fare notte, e mi alzo alle 6.
    Non voglio infatti accendere la luce del neon a causa delle zanzare, ma anche perché ho letto già molto durante la giornata.
    Verso le 7 del mattino le guardie vengono a vedere se va tutto bene e così fanno anche a sera, verso le 18.
    Alle 11, circa, ricevo qualche visita e allora posso andare fino alla porta d’entrata: quasi ogni giorno arriva il vescovo, mons. Giorgio Bertin, e Nathalie, la segretaria del Consolato italiano o lo stesso Console. Ogni giorno per il mio conforto suor Anna e suor Maria Domenica con il loro affetto mi procurano il cibo e le bevande. E giungono anche altre persone, che pur hanno difficoltà ad entrare.
    Grazie, un grande grazie a tutti. Vedo bene il conforto e il sostegno che queste visite mi danno e mi propongo come obiettivo di fare quel che posso per visitare i prigionieri una volta che sarò libero. E’ bizzarro e ridicolo perché il direttore e diverse guardie già mi conoscono, considerato che da qualche anno io vengo regolarmente alla prigione per visitare i detenuti. Ora è il mio turno di avere delle visite …
    Io non so come potrei far fronte a questa situazione senza la fede in Dio, senza la preghiera, senza la coscienza di essere sostenuto dalla preghiera delle altre persone e dall’affetto di quanti mi conoscono. Infine, mi sostiene la coscienza di essere innocente riguardo a tutte le accuse per le quali sono stato portato in prigione.
    Pregando i salmi delle Lodi e dei Vespri come comprendo meglio il grido verso Dio, affinché faccia giustizia, difenda il debole dall’ingiustizia, la Sua mano si alzi e agisca!
    Nello stesso tempo, la croce prende un rilievo più profondo perchè per la prima volta nella mia vita sono per così dire senza difesa, senza possibilità di agire, radicalmente “povero” e privato della libertà.
    Ora porto una croce molto pesante e posso solamente aver fiducia in Dio affinché non duri troppo a lungo. Spero possa risultarne un frutto spirituale per me e per altre persone.
    Sento il bisogno di ringraziare il personale della prigione: sono, senza eccezione, gentili e spesso mi dimostrano la loro simpatia sotto forma di incoraggiamento o di piccole conversazioni, come avviene tra persone che vivono in circostanze normali. Senza dubbio il loro lavoro è molto difficile, fra tanti prigionieri e con la struttura della prigione in degrado. Essi hanno ottenuto il mio rispetto.
    Dopo questo periodo, che spero possa concludersi presto, domando a Dio di conservare bene nel mio profondo il ricordo di questa esperienza. Una dipendenza totale, una fiducia nella sua volontà, molto più forte di tutto il male, un bisogno di preghiera, la presenza continua di Gesù, l’eucaristia ad un metro da me, la lettura attenta della Parola di Dio, il rosario più regolare di prima, l’offerta di questa prova come un sacrificio per la gloria di Dio: sì, sono grandi doni, che voglio conservare e proteggere.

    La missione in Africa di don Sandro De Pretis

    Anche se è stato inviato in un angolo d’Africa sconosciuto, don Sandro De Pretis è tutt’altro che un missionario solitario. Ha sempre tenuto stretti contatti con la comunità trentina come testimoniano le sue cordiali visite al Centro missionario diocesano ma anche al settimanale diocesano Vita Trentina, dove “passa” volentieri durante i rientri a Trento per scambiare informazioni e impressioni in un rapporto di reciproca fiducia (Vita Trentina lo aveva accompagnato fin dall’ordinazione sacerdotale nel 1993).

    In occasione della settimana diocesana per i sacerdoti “Fidei Donum” si era trovato a Villa Moretta con gli altri 40 missionari: per i lettori di Vita Trentina “l’africano don Sandro” ha raccontato il suo “confronto continuo con una fede diversa”, come “uno sforzo continuo, mai concluso”. Aveva aggiunto che in Africa oggi “è importante muoversi con umiltà e discrezione, convinti però dell’importanza di una presenza cristiana”.

    Anche nel numero speciale di Vita Trentina di ottobre per gli 80 anni del Centro Missionario, troviamo la sua testimonianza sui problemi che attanagliano tutto il continente africano: “Sta attraversando un periodo storico in cui la vita tradizionale e quella moderna convivono intrecciandosi, se c’è da guadagnarsi, o marciano parallele, ignorandosi” aveva detto in quell’occasione dimostrando una visione ampia dei problemi del continente, segnata però dalla speranza: “Qui la relazione della persona con Dio è al cuore della vita”.

    Si è fatto prete lì a Gibuti “come dono definitivo”
    di Diego Andreatta, Vita Trentina

    Prima volontario internazionale in Etiopia, poi studente di teologia in Kenya, quindi perfino prete “africano” per gli africani. Don Sandro De Pretis è sacerdote diocesano dal 1993, incardinato nella piccola diocesi di Gibuti (ha l’incarico di vicario generale), per la volontà precisa di essere inserito a tutti gli effetti nella Chiesa d’Africa, anche se sempre in contatto con la diocesi di origine, Trento. Anche lui “dono”, da una Chiesa locale all’altra.
    La parabola umana di don Sandro parla da sola. Nasce il 16 settembre 1955, dal padre Emilio, noneso di Cagnò, e madre toscana, Laura Dona, ma con la famiglia cresce nel centro storico di Trento, parrocchia di Santa Maria Maggiore, dove fa il chierichetto, riceve la Prima Comunione e la Cresima. Elementari alle “Verdi”, medie alle vicine “Bresadola”, poi il Ginnasio all’Arcivescovile e il Liceo al Prati, fino alla scelta universitaria che lo porta a Bologna, laurea in Agronomia nel 1980.
    Si orienta all’obiezione di coscienza e, su indicazione del Centro missionario diocesano, fa il volontario in servizio civile in Etiopia con l’organismo LVIA di Cuneo dal 1981 al 1983: due anni e mezzo importanti, che lo spingono a riprendere la via dell’Africa nel 1985 come esperto agricolo FAO nello Zimbabwe fino al 1988 e poi a Gibuti per un altro anno.
    Un periodo di svolta, di sofferenza (gli vengono a mancare entrambi i genitori) e di discernimento – anche grazie a tanti amici missionari, fra i quali padre Zanotelli – che lo portano poi a scegliere di frequentare dal 1989 per quattro anni gli studi teologici a Nairobi presso il collegio “Tanzaga”. Ordinato diacono a Ngong in Kenya, sceglie di diventare sacerdote africano il 9 maggio 1993, incardinato per sempre nella piccola diocesi di Gibuti (dov’era stato da volontario): “Diventare prete diocesano – gli conferma nell’omelia d’ordinazione l’allora vescovo Georges Perron – non è facile perché ci si trova più isolati di quanti appartengono ad una Congregazione, ma è il prete diocesano che radica una giovane Chiesa, il suo ruolo è indispensabile”.

    Don Sandro ne è convinto, si sente le spalle coperte: “È stato proprio il Centro missionario diocesano di Trento a prospettarmi questa scelta e a seguirmi nel cammino: davvero una benedizione”, ci dice dopo la Prima Messa trentina celebrata il 20 giugno 1993 nella sua chiesa di Santa Maria Maggiore. “Non temere, don Sandro, se qualcuno ti domanderà una ragione del tuo camminare scalzo, in mezzo ai poveri, con la sola forza del Vangelo – diceva allora il direttore del CMD don Girolamo Job, assieme al parroco don Aldo Menapace – sta sicuro che nessuno potrà mai dividerti da quel Cristo che tu hai scelto come unica ragione della tua vita”.
    Con la sua mite semplicità e la sua spiritualità profonda, don Sandro in questi 14 anni ha cercato con paziente umiltà di inculturarsi dentro questa povera repubblica del Corno d’Africa, piccola come la Toscana, indipendente dalla Francia dal 1957 e dilaniata per anni dalla guerriglia interna, ancora interessata dai vicini conflitti eritreo-etiopici. Uno Stato di 600 mila abitanti, quasi tutti di religione musulmana, in cui la presenza cristiana vuole essere soprattutto testimonianza evangelici di pace e di servizio, anche se ridotta a due chiese in città, a una decina di sacerdoti e religiosi (don Sandro è stato nominato vicario generale dall’attuale vescovo Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Mogadiscio) ed a poche generose suore: “Il nostro ruolo – ci confermava nell’aprile di quest’anno – è ancora quello di poter mostrare che si può vivere in terra islamica, convivere come fratelli uguali davanti alla Dio e davanti alla legge, nel rispetto reciproco, delle proprie idee e dei propri principi. Uno sforzo quotidiano, mai concluso”.
    Alla luce di questi ultimi 40 giorni di prigionia, ritrovano smalto le parole scritte da don Job e don Antonio Filosi al ritorno dalla Prima Messa africana di don Sandro nel 1993: “Scegliendo di rimanere a Gibuti, in un ambiente così povero e arido, don Sandro ci dà una preziosa lezione di radicalità evangelica, motivata da una grande forza interiore attinta alla scuola di Gesù”.

    Fonte: Vita Trentina, 16 dicembre 2007 (in edicola da venerdì 14 dicembre 2007).