Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

    La terza sezione della Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazione con cui il 26 novembre scorso ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Alessandro Frateschi, l’ex professore 50enne del liceo “Majorana” di Latina ed ex diacono, originario di Terracina, condannato in primo grado, per violenza sessuale su minori, in abbreviato, a luglio 2024.

    Frateschi aveva presentato ricorso in Corte d’Appello e il Presidente della terza sezione penale aveva fissato la data d’udienza allo scorso 26 novembre. L’imputato è difeso dagli avvocati Edoardo Fascione e Danilo Riccio. Sette le parti civili, tra cui le vittime dei comportamenti di Frateschi, i genitori e il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, difesi dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Francesca Giuffrida. È stato il Procuratore generale della Corte d’Appello a chiedere al conferma “in toto” delle accuse a carico dell’ex diacono, allontanato anche dalla Chiesa per decisione di Papa Prevost. La difesa dell’uomo aveva cercato di scardinare le accuse, non trovando accoglimento.

    In primo grado, il 52enne era stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Laura Morselli, con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque minorenni, tra cui studenti dell’ex scuola dove insegnava. Episodi tra il giugno 2018 e il gennaio 2023 in cui i ragazzini venivano abusati sessualmente, persino, in un caso, alla Vigilia di Natale.

    Dopo oltre 90 giorni, per via di una proroga richiesta dal Gip Morselli, erano state pubblicate le motivazioni di una sentenza arrivata con il rito abbreviato secco che ha condannato l’ex docente, difeso dagli avvocati Donatello D’Onofrio e Carlo Fusco, per violenza sessuale aggravata dal fatto che le cinque vittime, al momento dei fatti, erano minorenni.

    Frateschi, che si trova in carcere, a Latina, prima di essere giudicato, subì l’aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere), ricevendo anche la moglie e la figlia, oltreché a due uomini non identificati. Una indagine partita dalla segnalazione del Garante dell’Infanzia rispetto ai messaggi intimi che Frateschi inviava ai suoi alunni del Majorana; messaggi di natura erotica che, al contempo, il docente chiedeva agli studenti. Ne seguì una serie di segnalazioni e querele dei genitori che portarono al procedimento penale nei confronti del diacono ben addentro alla Diocesi di Latina di cui era funzionario, successivamente sospeso per aver sottratto 50mila euro dalle casse dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero di Latina.

    Nelle fasi di indagine, coordinate dalla Procura di Latina, è emerso anche un vasto materiale pedopornografico a disposizione di Frateschi il quale, negli anni, si è “distinto” anche per diversi procedimenti penali per reati finanziari.

    Ricostruendo le accuse a carico dell’ex docente, il Gup Morselli scriveva testualmente che dal racconto di due vittime “risulta confermato che Frateschi “selezionava” gli studenti particolarmente fragili, che vivevano una situazione personale o famigliare di particolare disagio, con i quali, dapprima, instaurava un rapporto confidenziale, approfittando del proprio ruolo di insegnante di relazione. Poi, forte della fiducia riposta in lui dai suoi studenti, cominciava a intrattenere rapporti confidenziali con loro anche fuori dal contesto scolastico, in particolare tramite la piattaforma Instagram, che egli utilizzava per intrattenere conversazioni con i suoi studenti il cui tenore era inizialmente neutro; dopodiché si faceva sempre più ambiguo, fino ad arrivare all’invio di foto erotiche o all’inoltro di battute a sfondo sessuale“.

    I tre giudici dell’Appello Ludovica Cirolli, Elvira Tamburelli e Valeria Cerulli hanno respinto l’appello della difesa ritenendolo infondato, in quant la ricostruzione del gup di Latina “è del tutto condivisibile”

    Sottolineata dal giudice per l’udienza preliminare di Latina anche la maturità di uno dei minorenni che, ad un certo punto, con coraggio, denuncia “per evitare che altri ragazzi potessero divenire destinatari” delle condotte di Frateschi “invadenti e moleste”. Il 52enne, peraltro, come evidenziato in sentenza, aveva avuto in affidamento due fratelli minorenni (femmina e maschio). Padre di famiglia e uomo di Chiesa appariva la persona giusta. Nei confronti di uno di loro, però, ci furono abusi sessuali tanto da vedersi tolto l’affidamento. È per tale ragione che i Carabinieri della Compagnia di Latina avevano escusso una suora, responsabile della Casa Famiglia a Terracina dove erano collocati i due fratelli. La medesima suora era a conoscenza che il fratello più piccolo, appena 13 anni, aveva raccontato di essere stato molestato da Frateschi con “attività” di natura masturbatoria. Un contesto avvenuto quando la struttura era retta da un’altra suora.

    La figura che ne usciva era quella di un uomo pronto a tutto pur di sfogare la sua sessualità con i minorenni. Per il giudice per l’udienza preliminare, la cui ricostruzione è stato sposata in pieno dai giudici dell’Appello romano, veridici sono i racconti dei ragazzi, mentre inverosimile è la versione offerta da Frateschi che è arrivata a tal punto da dire che le sue frasi sull’organo genitale di una vittima erano state proferite perché il ragazzo avrebbe avuto improbabili problemi. Il Gup Morselli, in riferimento a Frateschi, scrive di “falsità delle dichiarazioni“: il 51enne ha “evidentemente tentato in modo maldestro, prima, di manipolare in ragazzi che aveva preso di mira, scegliendo quelli particolarmente fragili e che in lui ponevano fiducia; poi di manipolare una delle vittime per evitare denunce“, profilando persino il suicidio della moglie nel caso si fosse venuto a sapere qualcosa dei suoi comportamenti.

    In un caso, una delle vittime ricorda di come Frateschi, a casa sua, dopo aver spento la televisione, gli mostrò un atto sessuale di masturbazione tra lui e un prete che aveva fatto parte della Chiesa di Terracina, conosciuto dalla stesso giovane. Un video mostrato da Frateschi per indurlo “a convincersi di come tale perversa attività sessuale rappresentasse la normalità per gli uomini e quindi anche per loro due“.

    Il giudice evidenziava inoltre “la tendenza a mistificare le proprie intenzioni” da parte di Frateschi: tendenza dimostrata anche in ambito giudiziario. Ciò è indicativo “della manipolazione che è stato in grado di esercitare sui minori, affidati alle sue cure in virtù del ruolo ricoperto, al fine di ottenere il soddisfacimento delle proprie perversioni sessuali“.

    Frateschi “era solito abusare del proprio ruolo di adulto” e del “suo ruolo di religioso”. Era solito adulare e circuire i suoi alunni, ad esempio, “facendoli sentire amati e apprezzati…per fargli abbassare le difese e renderli impotenti e increduli nel momento in cui compiva atti sessuali di cui i minori erano soggetti passivi, spiazzati, inermi e intimoriti“.

    Li faceva entrare nel suo “circolo privato ed esclusivo di amici intimi, trattando i minori da adulti, per poi “mandare le sue foto con il pene in erezione, accompagnate da commenti“.

    Ma ad essere rimarcato è l’episodio del minorenne prima affidato ai Frateschi e poi tornato nella casa famiglia poiché molestato: “Lascia basti – scriveva il Gup – il fatto che il minorenne, rivoltosi a due case famiglia, di cui una a Terracina, per ricevere protezione, non l’abbia ricevuta e sia rimasto in attesa della evoluzione giudiziaria di una denuncia che le operatrici delle case famiglia gli avevano assicurato di aver presentato, e che invece sembra essere caduta nel nulla“.

    C’è di più. Frateschi fu tutelato dalla case famiglia e “lungi dall’essere allontanato dai suoi incarichi religiosi ed educativi è stato avvisato in modo tale che potesse esercitare pressioni sul minore per farlo desistere dal presentare una denuncia“. È solo grazie alla segnalazione della Garante dell’Infanzia che è emersa “la gravità dei fatti compiuti ai suoi danni”.

    L’imputato “ha cercato, in modo piuttosto goffo e ben poco credibile, di dare una lettura diversa” degli episodi contestati, cercando di far credere di aver avuto “un mero intento altruistico” nei confronti dei ragazzini. Per i suoi comportamenti, Frateschi “non ha mostrato alcuna rivisitazione critica, né alcun pentimento, preferendo evocare pretestuose e mistificatrici versioni dei fatti”. Il suo è stato “un unico disegno criminoso, quello di trovare soddisfazione dai rapporti sessuali con soggetti minorenni maschili“.

    Ciò che rimane è il forte disagio provocato nei giovani, avendo provocato in loro “danni, quantomeno morali, nella forma di chiusura in se stessi”. Invece di essere punto di riferimento, Frateschi “ha approfittato”.

    I giudici dell’Appello rimarcano che “tiratosi indietro uno dei ragazzi, il Frateschi aveva rivolto le sue attenzioni sessuali su un’altra preda, anch’egli in condizione di particolare fragilità non solo per la sua minore età, ma per la sua storia familiare, dal momento che era orfano di madre, con un padre assente e viveva in una Casa-famiglia”. A quel punto, l’imputato non si era fatto scrupoli a “cogliere il ragazzo di sorpresa e masturbarlo, inviandogli messaggi per proseguire gli approcci sessuali con lui, cercando, peraltro, successivamente, di esercitare – sia lui che la moglie – pressioni psicologiche, anche tramite la sorella, per evitare la denuncia”.

    Ad un altro ragazzo, Frateschi diceva “io mi sto mettendo nudo, mettiti nudo pure tu, così ne parliamo di come siamo nudi”. Una volta che il ragazzo aveva scritto “mi sto facendo due palle” – per dire che si stava annoiando – Frateschi aveva replicato “in che senso?” aggiungendo le palle con le facce innamorate. Spesso ricorreva ai doppi sensi, come quando gli aveva detto “comunque stai tranquillo, non tifare le pippe mentali”, e subito dopo aveva aggiunto “fatti altri tipi di pippe”.

    E ancora: “sia in classe che nei corridoi, durante la ricreazione, gli veniva vicino, faceva battute maliziose e gli metteva la mano sui fianchi e sulle gambe e lui indietreggiava, provando un disagio sempre maggiore”.

    “Durante le lezioni di religione tenute dal docente, quest’ultimo era continuamente chiamato alla cattedra e ogni volta era oggetto di apprezzamenti e, poi, il professore gli mostrava dal suo cellulare le immagini di lui nudo. In particolare, in un’occasione davanti a tutti il professore aveva mimato l’atto sessuale prendendo da dietro Nicolò eprovocando nel giovane un moto di stizza, tanto da divincolarsi subito, nonostante avesse più volte invitato il professore a “tenere le mani a posto“.

    “Dall’analisi della documentazione digitale rinvenuta nei dispositivi informatici sequestrati all’imputato – spiegano i giudici dell’Appello -, si rileva non solo l’esistenza di copioso materiale di chiaro contenuto pedopornografico, consistente in file di video e file di immagini sia reali che virtuali, tutte ritraenti individui di sesso maschile, sia l’esistenza di una conversazione tramite messenger con una persona che riferiva di abusi subiti, dall’età di sette fino ai dieci anni, ad opera del nonno, oltre a file di carattere pornografico, tra cui anche foto e video ritraenti l’imputato mentre consumava atti sessuali con persone dello stesso sesso il cui viso era intenzionalmente occultato, riprendendo il tutto in diretta sui social e archiviando gli screenshot“.

    Inquietante il racconto riportato dal minorenne della casa famiglia “preso in adozione” da Frateschi. Il ragazzino è stato abusato e continuamente provocato: “Non ho dormito perché avevo paura che lui entrasse in camera e iniziasse a fare di nuovo “queste cose“.

    L’appello delle difesa “deve essere integralmente rigettato. Il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza di primo grado comportano la condanna dell’appellante al pagamento delle spese di giustizia attinenti al giudizio di impugnazione. Vanno confermate, anche, le statuizioni civili della gravata sentenza, con condanna dell’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e assistenza del grado di giudizio sostenute dalle parti civili”.

    PEDOFILIA, IL RACCONTO “HORROR” DI FRATESCHI CONFERMATO ANCHE DALL’APPELLO

  • ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    ABUSI CLERICALI IN SARDEGNA: LA GARANTE DENUNCIA, I VESCOVI L’ATTACCANO

    SASSARI-ADISTA. Mentre l’unica – di fatto – associazione italiana di vittime di abusi sessuali clericali, Rete L’Abuso, rende pubblico il suo ultimo lavoro di analisi con un report che illustra l’indagine, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime (ne parleremo prossimamente), in Sardegna prende corpo la rappresentazione plastica di quanto nel nostro Paese le persone abusate continuino a essere sullo sfondo e di quanto la Chiesa metta in primo piano il salvataggio dell’immagine dell’istituzione.

    Il 14 gennaio scorso, la Garante regionale per l’Infanzia e l’adolescenza della Sardegna Carla Puligheddu (FI), sulla scorta dei dati sortiti dal Report sugli abusi dell’Osservatorio di Rete L’Abuso, invia una lettera a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari nonché segretario della Cei, e alla Conferenza episcopale sarda (CES), per denunciare la gravità della situazione e cercare un dialogo con la Chiesa isolana in merito alla realtà degli abusi. Di questa lettera dà notizia la stampa sarda, riportando la denuncia della Garante, preoccupata soprattutto che su 37 casi pervenuti (2000-2025), 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa».

    Alla lettera seguono 48 giorni di silenzio assoluto. Il primo marzo, un’intervista a Puligheddu realizzata e mandata in onda dalla RAI, in vista dello scadere del suo mandato, focalizza l’attenzione proprio sul tema degli abusi. Solo a quel punto il tenace silenzio delle gerarchie si interrompe. Il 3 marzo, in un comunicato dai toni aspri affidato all’Ansa, i vescovi sardi esprimono «sconcerto e rammarico» per le dichiarazioni della garante, «non per la gravità dell’argomento che riguarda l’intera società, e che vede la Chiesa – in Sardegna, in Italia e nel mondo – contrastare il fenomeno con la sensibilizzazione e la formazione, ma per la superficialità e la disinvoltura con la quale sono state esposte dalla stessa Garante numeri e dati senza nessun reale fondamento, nonché per la gratuità di riferimenti e di accuse di rilevanza penale che i vescovi respingono con determinazione e sdegno». I dati dell’Osservatorio di Rete l’Abuso, insomma, non sarebbero che «notizie destituite da qualsiasi fondamento», che espongono «un’istituzione del Consiglio regionale a una comunicazione senza nessun dato credibile». «Si conferma – proseguono i vescovi sardi – che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali. In tutte le Chiese locali c’è la ferma consapevolezza che questo sia un cammino imprescindibile e inarrestabile, da percorrere con coraggio e con spirito di collaborazione tra tutti i soggetti in causa». Uno spirito di collaborazione che, tuttavia, non pare essere stato messo in campo dalla Chiesa sarda, che invece di cercare un’interlocuzione con la Garante o con Rete L’Abuso si difende attaccando.

    Puligheddu, però, non si lascia intimorire. «Io non ho fatto altro che il mio dovere di garante», dichiara al quotidiano Unione sarda (3/3); «Ho divulgato dei dati che riguardano fatti che vedono dei minori come vittime. Fuori dalla Chiesa, soprattutto, perché i numeri peggiori arrivano dalle famiglie. Ma anche al suo interno». I vescovi, rilancia, «si guardassero in casa, anziché rilasciare note che definirei “velate minacce”. E se scoprono abusi mandino gli atti al tribunale ordinario, anziché procedere con trasferimenti di chi viene coinvolto». E «contestino l’Osservatorio, non me», afferma in merito all’accusa della Cei sulla non attendibilità dei dati utilizzati.

    Il Consiglio regionale «si dissocia»

    La ciliegina sulla torta nella vicenda è arrivata a stretto giro, lo stesso 3 marzo, con un comunicato del Consiglio regionale della Sardegna. Il presidente Piero Comandini (PD), vi si legge, «interviene a seguito della nota inviata oggi dalla Conferenza Episcopale Sarda, ricordando che la legge che ha istituito il Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, prescrive che svolga la propria attività in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo gerarchico e funzionale». E fin qui, tutto bene. Poi, però, afferma testualmente il presidente Comandini, «Pur nel rispetto della norma e della piena autonomia dell’attuale Garante, come rappresentanti del Consiglio regionale prendiamo le distanze dalle dichiarazioni rese alla stampa sul tema degli abusi ai danni di minori da parte di appartenenti al clero. Riteniamo che temi così importanti e delicati debbano essere affrontati con estrema attenzione, rispetto e autorevolezza. La generalizzazione e il sensazionalismo non favoriscono né aiutano la ricerca della verità e il difficile percorso avviato da tempo dalla stessa Chiesa». Quasi una difesa d’ufficio della CEI.

    «Pessimi segnali»

    Quanto è avvenuto è grave e triste – ci ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete l’Abuso – È un brutto segnale della pessima politica che abbiamo in Italia perché il Consiglio regionale della Sardegna si è dissociato dalle affermazioni della Garante Puligheddu. Ed è triste l’invadenza della Chiesa nella politica: hanno attaccato lei, non Rete L’Abuso. Questo dà un altro segnale:  che è inutile che dicano che agiscano in favore delle vittime. In realtà le vittime non le vogliono tra i piedi. Il fatto che si continui ostinatamente a non considerare l’attività della Rete – che è delle vittime – è un segnale tristissimo. In ogni caso, quel report è già davanti al Governo italiano. L’Onu, la settimana scorsa, ne ha chiesto conto al Governo italiano».

    Grande amarezza anche da parte della garante Puligheddu, che per la sua controreplica ha dovuto contattare personalmente i giornalisti delle testate sarde, stante l’imbarazzo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale nel diffondere il suo comunicato, che parla del «silenzio» e delle dichiarazioni miranti a prendere «distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto». «Prima di ogni altra considerazione – dichiara – parla la mia testimonianza di fedele cattolica praticante, la mia vita specchiata e rispettosa delle Istituzioni civili e religiose, la mia integrità morale nell’esercizio di un ruolo che indiscutibilmente è sempre stato dalla parte dei bambini»; «La mia posizione è netta e trasparente, non arretra di un millimetro. Anzi. Non mi risulta che la Conferenza Episcopale Sarda abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti». «Ciò che stride – afferma, secondo quanto si legge su La Nuova Sardegna – , è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante».

    Nel frattempo, Puligheddu, che abbiamo contattato, ha annunciato a Adista la sua intenzione di inviare il dossier all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. A sostenerla, in primo luogo Rete l’Abuso: «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori – si legge sul sito dell’Associazione – è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole, e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la Chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo». «La garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» conclude Zanardi.

    E poi, il sostegno di numerosi preti della regione. «C’è solo tristezza e vergogna. E desiderio di chiarezza, giustizia e verità», ha scritto su Facebook il 15 gennaio il salesiano sassarese don Gaetano Galia. «Il silenzio è complicità e non voglio essere complice di questi reati. Abusare di un bambino è come ucciderlo». (ludovica eugenio)

  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice una sacco di belle parole sulla pedofilia e poi fa il contrario. Nella vicenda di don Valentino Salvoldi, che abbiamo raccontato in un primo articolo, la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita a ruota da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e quindi si deroga sempre alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi l’ha fatta franca. Vale la pena di guardare più da vicino la sua significativa vicenda, determinata dalla prescrizione e dall’omertosa copertura delle autorità ecclesiastiche, e anche il personaggio chiave dell’inchiesta, l’avvocata milanese Arianna Dutto.

    Come abbiamo visto, dopo l’esposto presentato dalla Rete l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è costretta dopo qualche tentennamento ad avviare una “indagine previa” sul sacerdote bergamasco. Ne viene incaricata l’avvocata Dutto ma già dal primo momento si capisce che qualcosa non torna: la delegata all’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo mail che fa capo al Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo. Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del prete bergamasco, glielo fa notare e chiede se le persone interessate a fornire testimonianza sul caso devono contattarla a quell’indirizzo mail, l’avvocata lo dirotta candidamente sul proprio indirizzo privato:

    «Trattandosi di una procedura giuridica, in osservanza ai principi di terzietà e imparzialità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo di posta elettronica a Lei indicato, dal quale sto scrivendo)».

    Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi una mail personale da utilizzare per la sua indagine sugli abusi denunciati e questo per lei risolve tutto, non sembra ravvisare alcun problema nel mantenere il duplice ruolo di membro del Servizio Tutela minori della diocesi e di persona incaricata di valutare la responsabilità di un prete denunciato proprio per abusi su minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «terzietà e imparzialità». Senza contare che in molti scambi di mail che l’avvocata ha con le vittime, il Servizio Tutela minori della diocesi rimane comunque in copia.

    Avvocata del foro di Milano ed esperta in delitti contro la persona (oggi è impegnata anche nella difesa di alcuni carabinieri coinvolti nella morte del diciannovenne egiziano Ramy Elgaml, rimasto ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni di tutela dei minori, ma è sicuramente una legale di fiducia della chiesa. Rappresenta infatti la Cei nel processo in corso sul presunto uso a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo che vede imputato Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.

    Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che con la destra si occupa dei minori abusati e con la sinistra degli abusatori. C’è almeno un illustre precedente, un altro principe del foro di Milano, Roberto Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il prete di Rozzano che aveva portato un quindicenne nel suo letto, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’imputato.

    Questo essere al contempo giudice e parte in causa, cioè giudice di sé stessa, questo sentirsi al di sopra delle regole, è peraltro tipico della Chiesa italiana: la Cei, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha infatti voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è successo invece in molti altri paesi, ma ha scelto la comoda strada dell’indagine interna, che fino ad oggi ha prodotto “report” e “rilevazioni” con numeri scarni e totalmente inattendibili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi vuole approfondire c’è l’ottimo lavoro di Adista, qui e qui).

    Queste rilevazioni si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili di cui fa parte l’avvocata Dutto. Istituiti nel 2019 dalle Linee guida Cei e dalla Conferenza italiana dei Superiori maggiori (l’organismo che sovrintende agli ordini religiosi) su impulso del motu proprio Vox Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato a singhiozzo e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 su 130 sportelli diocesani d’ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio condotto dalla Rete l’Abuso, durato due anni, che ha evidenziato come in sostanza servano a fornire informazioni alla diocesi sui preti abusanti. Lo ha detto apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, legale della Rete l’Abuso, in una conferenza stampa del 24 febbraio 2026:

    «Quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale; ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono tutto al vescovo».

    Secondo quello che ha rilevato lo studio della Rete l’Abuso (qui nel dettaglio), quando una vittima si rivolge a un Centro di ascolto della diocesi si trova davanti a tre strutture che non comunicano tra di loro:

    «La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».

    Ed è quello che è successo anche a Stefano Schiavon che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro i sei giorni concessi), non ha più avuto notizie dell’andamento dell’indagine previa fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite la mail del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, gli notifica la conclusione del suo lavoro con l’usuale fraterna empatia:

    Gentilissimo,

    in relazione all’indagine previa canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi, Le comunico che, terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato ritualmente consegnato al Dicastero per la Dottrina della Fede per le determinazioni di competenza.

    Alla legittima richiesta di Schiavon di poter conoscere le conclusioni della «fase di spettanza diocesana» e di avere informazioni sul successivo iter al Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde a stretto giro di posta che non può dargli nulla e fargli sapere ancora meno:

    Il fascicolo è riservato e al momento la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.

    Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché tale Dicastero ai sensi della legge canonica è competente in materia e, a questo punto, il Vescovo dovrà attendere dallo Stesso comunicazioni o istruzioni in proposito.

    Ricevuti gli atti dell’indagine previa e studiati attentamente gli stessi, al Dicastero per la Dottrina della Fede si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. A quel punto, la decisione sarà comunicata al Vescovo, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

    Per quanto riguarda la tempistica, non è previsto un termine perentorio; in generale, è possibile ipotizzare una decisione entro sei mesi ma – come comprenderà – ogni caso ha le proprie peculiarità e, pertanto, il Dicastero potrebbe esaminare gli atti e decidere in un periodo più breve o più esteso rispetto a quanto sopra indicato.

    Non esistono disposizioni specifiche che regolano la comunicazione dell’esito dell’indagine alle persone che, come Lei, si sono dichiarate offese e hanno fornito il loro contribuito nella fase dell’indagine previa.

    Secondo il diritto canonico, infatti, la persona offesa non ha diritto ad alcuna informazione sull’esito del caso. A parole si incoraggiano gli abusati a rivolgersi ai Servizi di tutela dei minori presso le diocesi, nei fatti a chi denuncia un prete pedofilo non è riconosciuto nemmeno il diritto ad essere informato sull’esito dell’inchiesta.

    Dunque il fascicolo di Salvoldi è approdato in Vaticano e qui, di fatto, se ne perdono le tracce. Le vittime sono invitate ad attendere un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di avere prima o poi una risposta.

    Passano i mesi e non succede nulla. Schiavon però è una persona tenace: ha contattato i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e fatto aprire il caso dopo più di vent’anni; non è il tipo che si arrende senza una risposta. Così otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, ricontatta Arianna Dutto per chiedere notizie del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:

    Egregio Professor Schiavon,

    in riscontro alla Sua del 7 ottobre u.s., Le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto di segnalazione e di non derogare all’intercorsa prescrizione.

    Schiavon prende atto: vuol sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti dell’intera vicenda. Ancora una volta gli viene detto di no, ma con una beffa finale: se proprio lo desidera, Schiavon potrà rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui però l’avvocata Dutto non possiede nemmeno un indirizzo di posta elettronica:

    Egregio Professor Schiavon,

    terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, di talché non sono in possesso degli atti, peraltro non divulgabili ai sensi della normativa canonica (nemmeno al chierico nei cui confronti è stata espletata l’indagine previa).

    Ragioni di riservatezza non mi consentono di rispondere alla domanda da Lei avanzata riguardo ad altre persone.

    Le indico il recapito del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se vorrà, potrà rivolgersi (non dispongo di un indirizzo di posta elettronica).

    Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano

    Cordiali saluti

    Arianna Dutto – già delegata alle indagini

    Schiavon, comprensibilmente, stenta a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: quindi Salvoldi, dopo tutto quello che è stato accertato anche in sede penale, continuerà ad essere un sacerdote, a dire messa attorniato da chierichetti e a confessare adolescenti?

    L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il discorso:

    Egregio Professor Schiavon,

    così come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per intervenuta prescrizione comporta l’impossibilità di applicazione di una pena, ivi compresa – nel sistema canonico – la dimissione dallo stato clericale.

    Al presbitero in parola – anche in ragione dei limiti di età raggiunti – non è conferito alcun ufficio o incarico ecclesiale, ivi compresi, pertanto, quelli che prevedono un contatto con minori.

    Da ultimo, Le rappresento che il mio incarico nel procedimento de quo è ormai ampiamente e completamente terminato, pertanto approfitto di questa ultima occasione per un augurarLe ogni bene.

    Il caso è prescritto e non si può pretendere più nulla dalla chiesa, tantomeno la dimissione dallo stato clericale del sacerdote che però, assicura la diocesi, è ormai vecchio e senza incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate ed abusate da un prete, al posto della giustizia promessa dovranno quindi farsi bastare questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppi) danni. Parola di vescovo.

    Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che si finge scandalizzata per ciò che fa la Chiesa. (Continua)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-249

  • I vescovi svizzeri vogliono continuare i test psicologici d’idoneità per i futuri sacerdoti

    I vescovi svizzeri vogliono continuare i test psicologici d’idoneità per i futuri sacerdoti

    I vescovi svizzeri vogliono proseguire con i test psicologici d’idoneità dei futuri sacerdoti e garantirne il finanziamento a lungo termine. Queste valutazioni sono state introdotte nella primavera del 2025, per prevenire gli abusi sessuali.

    Secondo un primo bilancio, i test psicologici hanno dato prova della loro efficacia, ha indicato oggi la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS). I vescovi desiderano quindi assicurarne il finanziamento sul lungo periodo, per continuare la misura. Non si tratta di un budget specifico, secondo Maurice Greder, portavoce della CVS. A suo avviso, i costi di una valutazione psicologica ammonta a circa 5000 franchi.

    Le disposizioni esecutive, approvate questa settimana all’unanimità dalla CVS durante la sua assemblea ordinaria a St-Maurice (VS), regolano le competenze e il trattamento dei risultati dei test d’idoneità dei futuri preti. Queste stabiliscono anche che la Segreteria generale della Conferenza episcopale tenga un registro nazionale delle persone sottoposte alla valutazione.

    Registro nazionale

    I vescovi sono responsabili della formazione degli operatori pastorali e della conferimento della loro missione canonica, mentre la responsabilità delle assunzioni spetta nella maggior parte dei casi alle parrocchie. I vescovi «si impegnano a fornire loro le informazioni rilevanti per la loro assunzione (tra cui la prova che la valutazione psicologica è stata superata con successo)», viene ancora precisato.

    Il test delle attitudini era stato avviato in reazione allo studio pubblicato nel 2023 sulla vicenda degli abusi sessuali in seno alla Chiesa cattolica elvetica.

    Al termine dell’assemblea ordinaria, la CVS ha inoltre espresso preoccupazione per la guerra in Iran e per altre regioni colpite dai conflitti.

    https://www.cdt.ch/news/i-vescovi-svizzeri-vogliono-continuare-i-test-psicologici-didoneita-per-i-futuri-sacerdoti-420910
  • Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    Minori abusati da 75 sacerdoti a Rhode Island, la verità da un rapporto di 300 pagine: i decenni di orrori, il sistema di coperture interne e la Diocesi

    di Mattia Ronsisvalle – Il recente rapporto dello Stato del Rhode Island ha portato alla luce decenni di violenze sistematiche e una radicata cultura dell’insabbiamento all’interno della Chiesa locale. Documentando accuse contro 75 sacerdoti e identificando circa 300 vittime dal 1950 a oggi, il Procuratore Generale Peter Neronha ha delineato un quadro di gravi negligenze istituzionali. Il documento, frutto di un’analisi capillare su 250mila pagine di archivi diocesani e 150 interviste dirette, evidenzia come le omissioni non siano state episodi isolati, ma parte di una gestione strutturata del problema.

    L’indagine

    Secondo quanto emerso dall’indagine, la Diocesi di Providence ha evitato per lungo tempo il coinvolgimento delle autorità civili, preferendo gestire le accuse internamente attraverso il trasferimento dei chierici tra le diverse parrocchie. Questa pratica ha permesso a trenta sacerdoti di essere ricollocati almeno cinque volte ciascuno, consentendo loro di proseguire il ministero nonostante la gravità delle segnalazioni a loro carico. Neronha ha denunciato duramente questa condotta, sottolineando che la rimozione immediata dei soggetti coinvolti avrebbe risparmiato sofferenze a moltissimi minori e che tale scelta non trova alcuna giustificazione logica o morale.

    Le vittime

    Il profilo delle vittime tracciato nel rapporto riguarda principalmente ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, molti dei quali impegnati come chierichetti o in altre mansioni parrocchiali.

    Sebbene il picco delle violenze si collochi negli anni Settanta, il peso del silenzio istituzionale ha fatto sì che trascorressero mediamente 26 anni tra l’abuso e la denuncia formale da parte dei querelanti. Questa lunga latenza temporale testimonia come l’assenza di tutele abbia scoraggiato per decenni la ricerca di giustizia.

    Le segnalazioni

    Nonostante il riconoscimento dei gravi errori commessi in passato, la Diocesi ha voluto rimarcare l’efficacia delle nuove politiche di protezione introdotte negli ultimi anni. Il cambiamento di rotta è confermato dai dati statistici: se tra il 1990 e il 1999 solo 5 denunce su 65 furono trasmesse alla polizia, nel decennio 2010-2019 le segnalazioni inoltrate alle autorità sono state 47 su un totale di 55. Il nuovo memorandum d’intesa propone ora riforme ancora più incisive, come l’estensione dei termini di prescrizione, l’istituzione di fondi per il risarcimento delle vittime e l’introduzione di obblighi legali stringenti per il clero in materia di segnalazione di reati.

    https://www.leggo.it/esteri/news/05_marzo_2026_minorenni_stupri_sacerdoti_rapporto_300_pagine_rhode_island-9398128.html

  • L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    In riferimento alla contestazione della CES avanzata alla Rete L’ABUSO e alla Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, l’Associazione rende noto che lo scorso dicembre ha deferito per la seconda volta l’Italia alle Nazioni Unite di Ginevra, Comitato per i diritti dell’infanzia.

    Il totale fallimento italiano vede una serie di omissioni sistematiche da parte del Governo in tutela della chiesa, a danno di cittadini minorenni e di persone vulnerabili.

    Riassumendo;

    Già nel 2019, il Comitato ONU lamentava all’Italia la mancanza di comunicazione da parte dello Stato membro dei dati riferiti proprio alla chiesa cattolica.

    Nelle sedute dell’80° sezione del 2019 l’Associazione Rete L’ABUSO accresceva in aula, tramite il Delegato ONU Jorge Cardona le accuse di reiterate inadempienze da parte del Governo italiano a seguito delle quali il Comitato ONU rispondeva;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    In quella sede l’Italia fece scena muta dimostrando la totale assenza di strumenti preventivi, giustificando la mancanza di risposte al Comitato, per l’assenza di tecnici. Il Comitato diede alla delegazione italiana 48 ore di tempo per inviare le risposte. (Video)

    Ad oggi lo Stato membro risulta reiteratamente inadempiente anche alle richieste avanzate nel 2019.

    Il report presentato dall’Associazione Rete L’ABUSO lo scorso 24 ottobre aveva lo scopo, alla luce delle suddette inadempienze, di verificare oltre alla quantificazione del fenomeno sul territorio italiano, quali organi preposti, come i Garanti per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, fossero inadempienti di fronte ai propri doveri.

    Per questo motivo la Rete L’ABUSO recapitò ai Garanti dell’infanzia e alle nuove figure di garanzia, i Garanti per le vittime di reati, il report.

    Inutile dire che su 20 Garanti dell’infanzia e 4 Garanti per le vittime di reati risposero solamente la dottoressa Carla Pugligheddu (Sardegna) e un solo altro Garante.

    Alla luce dei riscontri ottenuti, il 24 novembre scorso l’Associazione concludeva e depositava presso il Comitato di Ginevra il suo 2° Report conclusivo.

    L’Italia ha ricevuto da ONU la List of Issues prior to Reporting pochi giorni fa, nel marzo 2026, ma questa volta avrà un anno di tempo per rispondere al Comitato con l’ausilio dei tecnici assenti nella precedente seduta.

  • Abusi sui minori nella Chiesa, la garante replica ai vescovi: «Silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose»

    È scontro aperto tra la Conferenza episcopale sarda e Carla Puligheddu, la garante per l’infanzia e l’adolescenza, che il 14 gennaio aveva portato all’attenzione pubblica e della Chiesa i dati dell’Osservatorio permanente della “Rete l’abuso”, in cui venivano censiti 37 casi di violenza sessuale su minori nell’isola da parte di componenti del clero nel periodo 2020 – 2025.

    L’assemblea dei prelati, oltre un mese e mezzo dopo la pubblicazione dei dati, ha diffuso ieri un comunicato stampa dove si accusa Puligheddu con di aver presentato «numeri e dati ritenuti privi di reale fondamento». Accusa che la destinataria respinge al mittente, con una controreplica in cui si difende e valuta azioni legali contro la Ces.

    «Ciò che stride è il silenzio omertoso da parte delle istituzioni politiche e religiose in questi 48 giorni, durante i quali anziché discutere all’interno delle loro Aule nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno preferito eludere nel merito la grave “questione” stigmatizzata dalla Garante» ha detto Puligheddu. Per poi «dichiarare da una parte la propria distanza dalla posizione dell’Autorità di garanzia che da tre anni opera all’interno del Consiglio regionale, quasi fosse un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale liberarsi al più presto, dall’altra, sminuendo le capacità della stessa autorità ad esercitare il proprio ruolo, additandola di superficialità e disinvoltura e come se non bastasse, di divulgare dati infondati».

    Puligheddu continua ribadendo che tra la possibilità di girarsi dall’altra parte e quella di condividere con i cittadini e le cittadine la gravità del fenomeno, ha scelto di rendere noti i dati che aveva nella sua scrivania. Poiché «solo attraverso una diffusa responsabilità, si può cambiare una pressi che si è fatta oscenità». «Da garante pago il prezzo di compiere onestamente il mio lavoro. La mia posizione è netta e non arretra i un millimetro. Non mi risulta che la Ces abbia avviato azioni legali per contrastare i dati dell’Osservatorio permanente sull’abuso ma auspico lo faccia quanto prima. Le procure dei tribunali – conclude – avranno modo di verificare le contestazioni, e contestualmente le diffamazioni al momento rivolte contro l’unica figura di garanzia che agisce a tutela dei bambini non degli adulti».

    Il caso

    Al fianco della garante sarda si è schierata anche la Rete L’abuso che ha espresso solidarietà, spiegando che «l’impegno di Carla Puligheddu nella tutela dei minori è sempre stato più che lodevole. Tra i venti garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Puligheddu è una di queste». «Meno lodevole e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la chiesa si è rivolta alla garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo» e ribadiscono che «la garante non mente, i dati coincidono con il dato fornito da Cei» concludono.

    Il report

    Lo scontro nasce dal report diffuso dalla garante il 14 febbraio. Nel documento sono presentati 37 casi di abusi censiti in Sardegna: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, di cui 171 erano minorenni al momento dell’abuso.

    «La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante la Chiesa deve intervenire. In Sardegna – aveva scritto  Puligheddu nella lettera all’arcivescovo – la maggior parte dei casi non è denunciato contribuendo a lasciare impuniti gli autori di questi orrendi reati, più gravi in quanto perpetrati da persone che proprio perché indossano l’abito talare dovrebbero essere più affidabili».

    https://www.lanuovasardegna.it/regione/2026/03/04/news/abusi-sui-minori-nella-chiesa-la-garante-replica-ai-vescovi-silenzio-omertoso-da-parte-delle-istituzioni-civili-e-religiose-1.100840332

  • Belgio: abusi nella Chiesa, versati nove milioni di euro alle vittime. Mons. Terlinden (Bruxelles), “abbiamo fallito in passato ma oggi è tolleranza zero”

    Belgio: abusi nella Chiesa, versati nove milioni di euro alle vittime. Mons. Terlinden (Bruxelles), “abbiamo fallito in passato ma oggi è tolleranza zero”

    La Chiesa cattolica in Belgio ha finora versato nove milioni di euro alle vittime (dati aggiornati alla fine di febbraio 2026). Ad oggi, sono state registrate quasi 1.600 segnalazioni. Di queste 972 vittime sono state riconosciute e risarcite. L’importo del risarcimento è stato allineato alla prassi dei Tribunali, stabilendo così anche una parità di trattamento tra reati prescritti e non prescritti. L’obiettivo per la Chiesa – si legge in un comunicato diffuso ieri sera dalla Conferenza episcopale belga – “era garantire che le vittime di reati prescritti potessero essere ascoltate, riconosciute e, se lo desideravano, ricevere un risarcimento economico”.

    Oggi, il canale Canvas trasmetterà “Brief aan de paus” (Lettera al Papa), sequel della serie “Godvergeten” (Dio dimenticato). L’arcivescovo di Malines-Bruxelles Luc Terlinden ha collaborato a questo documentario in qualità di portavoce ufficiale per gli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica belga. “Ogni abuso è inaccettabile”, afferma l’arcivescovo. “E la Chiesa ha fallito in passato per quanto riguarda gli abusi sessuali al suo interno. L’ho già detto e lo ripeterò”, nel programma tv. “La Chiesa avrebbe dovuto difendere le vittime senza esitazione o riserve e combattere ogni abuso con ogni mezzo possibile.

    Ma purtroppo, non è stato così a sufficienza, a causa della mancanza di fede, della sottovalutazione del problema o per preservare la propria buona reputazione. In diverse occasioni, i nostri vescovi si sono scusati per questo. Hanno riconosciuto la sofferenza per tutta la vita sopportata dalle vittime e hanno espresso la loro sincera compassione. Continueremo a farlo e ad assumerci le nostre responsabilità”. La Conferenza episcopale ricorda che in seguito alla trasmissione della serie Godvergeten (Dimenticati), sono state istituite nuove commissioni parlamentari. Una delle principali raccomandazioni formulate nei loro rapporti finali (2024) è l’attuazione di un quadro giuridico generale per tutte le vittime di abusi sessuali. Il vescovo Terlinden: “La Chiesa cattolica sostiene pienamente questa proposta e lo abbiamo già ribadito al governo in diverse occasioni. La Chiesa chiede parità di trattamento per tutte le vittime di abusi sessuali”. Di questo, il vescovo parlerà domani, mercoledì 4 marzo, con il Ministro Verlinden, alla presenza delle vittime.

    Sulla base di numerose interviste condotte con le vittime e riconoscendo il loro urgente bisogno di assistenza psicologica, la Chiesa ha deciso di offrire un aiuto aggiuntivo di 3.000 euro a ciascuna vittima riconosciuta dalla Chiesa per reati in prescrizione, per rendere l’assistenza psicoterapeutica più accessibile. Dal suo annuncio nell’ottobre 2025, oltre 550 vittime hanno richiesto e ricevuto questo aiuto. La Chiesa belga assiucra che “la tolleranza zero per gli abusi è la norma”. “Gli episodi recenti o gravi che si verificano oggi vengono trattati con fermezza e sono soggetti a segnalazione obbligatoria. La Procura della Repubblica viene informata, il presunto autore viene sospeso e vengono adottate ulteriori misure preventive. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede a Roma viene sistematicamente informato e viene avviata un’indagine canonica”.

  • La Garante Pugligheddu non mente, i dati coincidono con il dato fornito da CEI

    La Garante Pugligheddu non mente, i dati coincidono con il dato fornito da CEI

    In riferimento alla vicenda che vede coinvolta la Garante sarda, la Rete L’ABUSO esprime anzitutto la sua solidarietà e vicinanza a Carla Pugligheddu il cui impegno nella tutela dei minori è sempre stato più che lodevole. Tra i venti Garanti per i diritti dell’infanzia che “manteniamo” in Italia, solo due risposero al nostro report, Pugligheddu è una di queste.

    Meno lodevole e misogina a nostro avviso, la modalità con cui la chiesa si è rivolta alla Garante contestando un dato che evidentemente poco importava, tanto che se ne accorgono mesi dopo.

    Con un comunicato affidato all’agenzia ANSA la chiesa sarda attacca la Garante sostenendo che il dato fornito dal nostro Osservatorio permanente, che la Garante ha poi esposto, sia a loro dire privo di qualunque fondamento.

    Rassicurano l’impegno della chiesa in materia ribadendo “che tutte le Diocesi si sono dotate di un Servizio diocesano o inter-diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, avvalendosi di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali.”

    Affermazione discutibile in quanto non è vero che tutte le diocesi sono dotate di un sevizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. In realtà solo 130 diocesi su 226 sono dotate di tale servizio.

    Ignorato anche quanto emerso lo scorso 24 febbraio, quando il nostro Osservatorio ha presentato il report sull’efficienza di questi 130 sportelli di cui la Rete L’ABUSO ne ha analizzato un ampio campione, 30 su 130, dal quale è emerso che a poco serve avvalersi “di professionalità formate e competenti, che animano i centri di ascolto territoriali” quando poi la chiesa reinserisce o addirittura non ha mai rimosso chi viene denunciato in questi sportelli dalle stesse vittime.

    Premesso che a nostro avviso la chiesa anziché andare all’ANSA contestando la Garante, avrebbe forse dovuto prima chiedere a lei spiegazioni, che non solo avrebbero chiarito l’equivoco, ma avrebbero evitato un attacco misogino ed irrispettoso verso le Istituzioni e verso la stessa Garante.

    In realtà emerge un refuso sul dato temporale riportato nei testi (2020/2025) che risulta esattamente censito dall’Osservatorio nell’arco temporale 2000/2025, che purtroppo non cambia la sostanza nel merito del fenomeno denunciato dalla Garante essendo i dati della regione Sardegna coincidenti con quelli dell’Osservatorio permanente della Rete L’Abuso.

    Refuso che se civilmente la chiesa avesse fatto notare alla Garante, siamo certi sarebbe stata la prima a scusarsi e rettificare.

  • Un peso durato decenni

    Un peso durato decenni

    di Sylvie Debelyak – “La mia famiglia era molto religiosa”, inizia Christian. “Le visite a domicilio del sacerdote erano un grande onore per la famiglia”.

    Queste visite, che per il ragazzo allora dodicenne assumevano ripetutamente una piega le cui piene implicazioni egli comprese solo anni dopo, come lui stesso descrive. Con il pretesto di una visita familiare, il prete si recò a casa loro diverse volte. Era molto rispettato nel villaggio, continua Christian. Molto popolare. E un messaggero di Dio. “Il suo desiderio era un ordine per me. Non avevo voce in capitolo”, dice. Nemmeno quando gli fu detto di “accompagnare rapidamente il prete al piano di sotto”.

    Le aggressioni sono iniziate in una piccola stanza in fondo alle scale del condominio a più piani. “Si assicurava sempre che non ci fosse nessuno. E io non avevo la forza fisica per difendermi. Ero paralizzato. Quindi non ho avuto altra scelta che restare immobile e lasciare che accadesse”, ha detto Christian.

    All’età di dieci anni, si trasferì con la famiglia da Bolzano in un ambiente più rurale, dove servì come chierichetto per molti anni. Il sacerdote iniziò presto a sfruttare questo stretto rapporto con lui, nel 1988 e nel 1989. Anche durante i mesi estivi trascorsi in un maso, non era al sicuro dalle avances del sacerdote: “Mi seguì e mi offrì un passaggio. Nessuno lo contestò. Ciò che era iniziato in macchina con parole gentili e lusinghe si trasformò rapidamente in ulteriori abusi. Si fermò nell’aia della fattoria poco prima di raggiungere la strada principale”, racconta Christian.

    Solo dopo quasi due anni trovò finalmente il coraggio di liberarsi dagli abusi del prete: “In quel momento, provai solo profondo disgusto e repulsione. Tanto che mi strappai di dosso, scappai dalla macchina e tornai di corsa alla fattoria”.

    La violenza fisica finì quel giorno. Ma non si sentiva ancora veramente libero. Tornato nel suo ambiente familiare, il prete lo punì con il rifiuto e la costante ignoranza. “Come se fossi invisibile”, dice Christian. “Questo ostracismo sociale è stata l’ennesima punizione per me”.

    Inoltre, era tormentato da sensi di colpa: “Mi sentivo in colpa per aver rifiutato l’amicizia. Dopotutto, lui era il braccio destro di Dio per me. Se l’avessi alienato, avrei commesso un errore anche davanti a Dio”. Il peso fu quindi molto pesante nel tempo che seguì.

    Invece di confidarsi con qualcuno – “non sarebbe stato comunque possibile” – ha cercato di reprimere l’accaduto, continua Christian: “In una situazione del genere, si è sopraffatti da un forte senso di vergogna. È un sentimento silenzioso ma molto efficace che in ultima analisi protegge solo il pedofilo, mentre la vittima soffre”.

    Nel corso degli anni, si è ritirato sempre di più dalla vita sociale. “Ho messo su famiglia, ho una moglie amorevole e solidale e dei figli meravigliosi. Ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a ritrovare me stesso”, racconta Christian. Alla fine, ha deciso di cercare un aiuto professionale. Da diversi anni segue regolarmente una terapia psicologica. “Avrei voluto che qualcuno me l’avesse consigliato molto prima. È una bella sensazione perché mi alleggerisce gradualmente il peso di decenni di sofferenza”, spiega Christian. Vuole anche incoraggiare altre persone affette da problemi simili ad aprirsi e ad accettare un aiuto professionale. “Guarire significa anche affrontare il dolore”.

    Christian non ha perso la fede, sebbene la sua fiducia nell’istituzione sia stata gravemente scossa: “Sono ancora credente. Ma non ho più bisogno di intermediari”.

    Inoltre, nel maggio 2024, contattò ufficialmente per la prima volta la diocesi di Bolzano-Bressanone. Rendere pubblica la notizia fu per lui una sorta di “mossa liberatoria”, ma il risultato fu deludente. Seguì un iter burocratico attraverso le autorità ecclesiastiche e statali: promemoria, e-mail, telefonate tra il Vicario Generale e la Procura. Alla fine, la diocesi stessa presentò una denuncia alla Procura. “Per loro era la via più semplice”, afferma Christian. In questo modo, non poteva sporgere denuncia personalmente e, poiché la prescrizione era comunque scaduta, la diocesi non aveva nulla da temere. Alla fine, il caso fallì per effetto della prescrizione legale. “Ma la prescrizione significa automaticamente che non è successo nulla? Significa che non si è verificata alcuna sofferenza, che non si devono assumere responsabilità, che non sono possibili ulteriori indagini?”, chiede Christian.

    Parallelamente, era in corso un procedimento canonico. Nel dicembre 2025, l’autorità vaticana competente annunciò l’archiviazione “pro nunc”, sebbene il sacerdote accusato non fosse stato ascoltato durante l’inchiesta, come di consueto in qualsiasi altro tribunale. Il sacerdote accusato continua a svolgere il suo ufficio fino ad oggi, incluso il suo lavoro con bambini e giovani. Altre due persone hanno presentato dichiarazioni scritte contro il sacerdote in questione, note alla diocesi.

    “Dopo due anni, non ho sperimentato né la verità – che ciò che è accaduto venga riconosciuto – né giustizia”, ​​afferma Christian. “La diocesi predica molto, ma non dice la verità alle vittime. Alla fine, succede troppo poco. Questo è paralizzante, e non è appropriato per le persone colpite”.

    Chiede pertanto con urgenza che i punti di contatto gestiti dalla Chiesa siano sostituiti da organismi indipendenti. “Il controllo esterno e la trasparenza sono fattori fondamentali per le necessarie indagini sui casi di abusi commessi dal clero”, ha concluso Christian.

    Nel frattempo, il suo fascicolo si accumula tra i casi chiusi, tra i tanti che restano invisibili al Dicastero.

    Per informazioni

    In Italia, negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Dopo un lungo periodo di limitata attenzione pubblica, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sotto la presidenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale nel 2022. Questo rapporto ha nominato 613 presunte vittime i cui casi erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche nel 2020 e nel 2021. Tuttavia, questi casi – come il caso dei cristiani e altre recenti segnalazioni di abusi – sono da allora in gran parte scomparsi dalla consapevolezza pubblica.

    Lo studio rimane fortemente criticato perché si è trattato di un progetto di raccolta dati interno alla Chiesa, controllato dalla stessa CEI e metodologicamente molto limitato. A differenza di altri Paesi, non è stata nominata alcuna commissione nazionale d’inchiesta indipendente e i dati coprono solo un breve periodo di riferimento e le diocesi partecipanti. I casi sono gestiti canonicamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano; le indagini statali sono condotte separatamente. Ad oggi, non ci sono informazioni sull’effettiva esistenza di un processo canonico per alcuni casi.

    Inoltre, i vescovi hanno sottolineato che non si tratta di un problema strutturale, ma piuttosto di singoli “casi isolati”. Critici e gruppi di pressione come Rete L’Abuso accusano quindi la Chiesa di dare priorità alla protezione dell’istituzione piuttosto che a un’indagine approfondita.

    Un caso particolare in Italia è il rapporto sugli abusi della diocesi di Bolzano-Bressanone, pubblicato nel gennaio 2025. Redatto da uno studio legale tedesco esterno, è considerato la prima vera indagine indipendente condotta da una diocesi italiana. Nel periodo dal 1964 al 2023, sono stati identificati 67 casi probabili o confermati di abuso. Dopo la sua pubblicazione, altre vittime si sono fatte avanti, quindi i numeri continuano ad aumentare. Tuttavia, secondo Rete L’Abuso (la rete italiana anti-abuso), anche questo studio manca della necessaria implementazione. Lo stesso autore del rapporto ha parlato di “fallimento totale sistemico” in un convegno organizzato dalla diocesi nel novembre 2025.

    https://www.tageszeitung.it/2026/03/01/jahrzehntelange-last/