Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chi è questo monsignore pedofilo nascosto in Vaticano?

    Chi è questo monsignore pedofilo nascosto in Vaticano?

    La email che riproduciamo di seguito, denuncia come la questione pedofilia sia presente anche nei “sacri palazzi Vaticani”. Sappiamo presso quale cardinale si trova il prete pedofilo di cui parla la lettera, così come sappiamo dove lavora il ragazzo violentato. Abbiamo omesso questi nomi, così come abbiamo indicato solo le iniziali della nostra interlocutrice, su sua specifica richiesta, per non danneggiare ulteriormente proprio la vittima. Il fenomeno della pedofilia è grave e molto diffuso a tutti i livelli della gerarchia ecclesiastica. Ci auguriamo, per il bene stesso della Chiesa cattolica che essa su tale argomento cambi decisamente strada.

    Grazie a lei signor Direttore de il Dialogo,
    ho letto l’intervista di Bruno Zonin autore del libro “Nessuno dovrà saperlo”. Sono una signora svizzera-italiana madre di un ex seminarista che vive ora una vita disperata e solitaria in Italia (è alcolista ) a Roma dove ha voluto emigrare credendo di liberarsi del suo passato e cercare una soluzione alla sua sessualità traviata dai preti. Quando ci ha confidato noi genitori l’ abbiamo denunciato ma era troppo tardi, sono passati dieci anni e per la legge Svizzera non si può più fare niente, ora però uno di questi preti è diventato Monsignore è prelato in Vaticano e ora da un po’ di tempo lo aiuta economicamente, ha comperato praticamente il suo silenzio per non avere la carriera rovinata già che è un collaboratore del Cardinale xxx xxx, ora da pochi giorni grazie a Dio lavora alla biblioteca xxxx e prende un piccolo stipendio per vivere. grazie per quello che fate un saluto T.C.

  • Scandalo-bis nella Chiesa toscana: sacerdote lascia parrocchia ad Arezzo

    Scandalo-bis nella Chiesa toscana: sacerdote lascia parrocchia ad Arezzo

    19.04.2007 Scandalo-bis nella Chiesa toscana: sacerdote lascia parrocchia ad Arezzo E’ indagato dalla procura di Arezzo per violenza sessuale, maltrattamento e abuso di metodi correzionali.

    Lo ha reso noto il vescovo monsignor Gualtiero Bassetti. Il sacerdote, in passato ex frate francescano, fino a pochi giorni fa prestava la sua opera in un istituto per minori.

    Il caso segue quello della parrocchia di Firenze 19.04.2007 (ANSA per intoscana.it).

    Un sacerdote indagato dalla procura di Arezzo per violenza sessuale, maltrattamento e abuso di metodi correzionali, ha lasciato l’incarico di parroco e gli altri servizi pastorali che svolgeva in una parrocchia della periferia della citta’ toscana. Ne da’ notizia, in un comunicato della diocesi, il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, monsignor Gualtiero Bassetti.

    Il caso segue, con caratteristiche simili, a pochi giorni di distanza quello avvenuto nella parrocchia Regina Pace di Firenze. Il sacerdote, in precedenza frate francescano, spiega la nota, d’ intesa con il vescovo ha preso la decisione di lasciare l’incarico di parroco ”al fine di difendersi con maggiore serenita’ nel procedimento penale che lo interessa e di non recare ulteriore turbamento alla comunita’ cristiana”. Sempre nella stessa nota monsignor Bassetti, impegnato a Roma nella visita ‘ad limina’ al Papa, conferma ”la piena fiducia nell’operato della magistratura, auspica che possa essere accertata al piu’ presto la verita’ dei fatti, manifesta la sua vicinanza paterna al sacerdote di cui in questi anni ha avuto modo di rilevare la generosita’ e la disponibilita”’. Il vescovo rivolge poi ”un pensiero particolare alle comunita’ parrocchiali e agli ospiti della casa di accoglienza fondata dal sacerdote dove, grazie anche al lavoro degli educatori e al sostegno delle istituzioni pubbliche, i ragazzi trovano una prospettiva di speranza e un’occasione di riscatto dalle situazioni di disagio, di emarginazione e di degrado”. (ANSA per intoscana.it). http://www.intoscana.it/intoscana/informar…&id_banner=1211http://www.fisicamente.net/index-1497.htm http://www.politicaonline.net/forum/showth…t=355235&page=5

    http://www.diocesi.arezzo.it/documenti/uffici/stampa/02_nota.pdf

    La nota ufficiale dell’ufficio stampa della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro

    Lascia la parrocchia il sacerdote

    indagato dalla Procura di Arezzo

    Il Vescovo: «La verità sia accertata al più presto»

    L’ufficio stampa della diocesi rende noto in anteprima la nota ufficiale della diocesi di

    Arezzo-Cortona-Sansepolcro che domani viene pubblicata sul settimanale diocesano

    Toscana Oggi.

    Il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, monsignor Gualtiero Bassetti, e la diocesi hanno appreso con amarezza delle indagini che coinvolgono un sacerdote diocesano condotte dalla Procura di Arezzo.

    D’intesa con monsignor Gualtiero Bassetti, il sacerdote ha lasciato l’incarico di parroco e gli altri servizi pastorali al fine di difendersi con maggiore serenità nel procedimento penale che lo interessa e di non recare ulteriore turbamento alla comunità cristiana.

    Il Vescovo, confermando la piena fiducia nell’operato della magistratura, auspica che possa essere accertata al più presto la verità dei fatti.

    Monsignor Gualtiero Bassetti, che è impegnato a Roma nella visita “ad limina”, manifesta la sua vicinanza paterna al sacerdote di cui in questi anni ha avuto modo di rilevare la generosità e la disponibilità.

    In questi momenti un pensiero particolare viene rivolto dal Vescovo alle comunità parrocchiali e agli ospiti della casa di accoglienza fondata dal sacerdote dove, grazie anche al lavoro degli educatori e al sostegno delle istituzioni pubbliche, i ragazzi trovano una prospettiva di speranza e un’occasione di riscatto dalle situazioni di disagio, di emarginazione e di degrado.

    L’ufficio stampa

    della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro
    19/06/2008 Pena di 2 ani e 8 mesi: il religioso ha ammesso le molestie
    Abusava dei ragazzini in oratorio: Condannato un altro prete pedofilo

  • Quella lettera del 18 maggio 2001 che portò il cardinale Ratzinger alla sbarra, lo salvò l’immunità

    Quella lettera del 18 maggio 2001 che portò il cardinale Ratzinger alla sbarra, lo salvò l’immunità

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 

    Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.

    Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica data in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.

    I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:

    • I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:

    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:

    2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;

    3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;

    4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;

    • Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:

    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;

    2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;

    3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;

    • Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.

    Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.

    Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.

    Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.

    Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.

    Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.

    Joseph card. Ratzinger, prefetto.

    Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario» 

    nicotri.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/04/08/sorpresa-ecc… me-e-quando-ha-deciso-in-vaticano-di-sottrarre-i-preti-pedofili-alla-magistratura-non-lo-indovinereste-mai/

  • Preti pedofili. Le diocesi cercano di nascondere i conti segreti

    Preti pedofili. Le diocesi cercano di nascondere i conti segreti

    Massima collaborazione “Non siamo distanti dalle vittime e dalle loro famiglie. Anzi, siamo pronti a prestare anche la nostra collaborazione con le istituzioni pubbliche, quando si prendono provvedimenti civili o penali” (mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, chiarisce la posizione dei vescovi sui casi di pedofilia nel clero, 21 maggio 2007).

    “Mercoledì un giudice federale della sezione bancarotta ha deciso la nomina di un revisore contabile esterno per la Diocesi Cattolica di San Diego, mentre si levano accuse nei confronti delle autorità ecclesiastiche, che starebbero cercando di nascondere i loro beni per evitare di pagare le vittime di abusi sessuali. La giudice Louise De Carl Adler, in precedenza, aveva minacciato di incriminare la diocesi per oltraggio alla corte per aver fornito una falsa rappresentazine dei fatti e avere forse violato la legislazione sulla bancarotta. La giudice ha criticato gli avvocati della chiesa per non aver incluso, nei documenti per la bancarotta, 770 conti correnti bancari riferibili alle parrocchie: ‘Sono sbalordita – ha detto – questo è il sistema contabile più bizantino che abbia mai visto’. La minaccia di oltraggio era stata formulata lunedì, sei settimane dopo la richiesta di bancarotta, mentre la diocesi deve affrontare le cause intentate da più di 140 persone che accusano i sacerdoti di abusi sessuali.

    La Adler ha citato una lettera del 29 marzo, spedita ai parroci da una Organizzazione per le Parrocchie della diocesi di San Diego. che li sollecitava a procurarsi dei nuovi codici fiscali e a trasferire i fondi in nuovi conti correnti bancari. La giudice ha detto che qualsiasi trasferimento di denaro tra la diocesi e le parrocchie, effettuato dopo la dichiarazione di bancarotta, al di là delle normali operazioni di cassa, viola le leggi che proibiscono movimenti di beni della diocesi mentre la causa di bancarotta è ancora pendente. Si tratta di regole previste per proteggere i beni che potrebbero essere eventualmente utilizzati per risarcire le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    La giudice ha dichiarato che per qualsiasi trasferimento è richiesto il nullaosta del tribunale. In un’ordinanza dal tono molto severo la Adler aveva scritto che, apparentemente, gli avvocati Susan Boswell, Jeffry Davis e Victor Vilaplana avevano agito di concerto con le parrocchie per creare nuovi conti correnti bancari separati da quelli della diocesi (…). L’avvocato Susan Boswell si è scusata, dicendo di aver male interpretato le parole della giudice sulle regole riguardanti i movimenti di denaro nel corso del processo per bancarotta (…) e ha accettato di collaborare con un revisore contabile indipendente” (Associated Press, San Diego, 11 aprile 2007).

    http://www.repubblica.it/2003/k/rubriche/cartacanta/31-magg/31-magg.html?ref=hprub

  • Ecco chi, come e quando ha deciso in Vaticano di sottrarre i preti pedofili alla magistratura

    Ecco chi, come e quando ha deciso in Vaticano di sottrarre i preti pedofili alla magistratura

    Prima si sono rivolti con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia di Firenze esposti e memoriali sulle violenze sessuali ai danni di minori consumate per anni dal parroco Lelio Cantini, titolare della parrocchia Regina della Pace.

    Con la complicità di una donna, la solita “veggente” di turno le cui visioni di Gesù servivano alla selezione degli “eletti”, Cantini ha imperversato per anni e anni imponendo violenze, psicologiche e fisiche, fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di “adesione totale a Dio”, facendo credere a ognuno e a ognuna di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il “castigo divino”.

    A furia di insistere, le vittime di Cantini hanno ottenuto qualche incontro con l’allora arcivescovo Silvano Piovanelli, con l’arcivescovo Ennio Antonelli e con l’ausiliare Claudio Maniago. Ma tutto quello che sono riusciti a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi nel settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti, motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.

    Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le almeno venti vittime di abusi. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova, nella quale parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane” e lamentano come a “quasi due anni” dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi coinvolti nella vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.

    Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”.

    Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime.

    Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processa pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.

    Come sempre la Chiesa si comporta in tutto il mondo come uno Stato nello Stato, con la pretesa non solo di intervenire – come è particolarmente evidente in Italia – contro l’autonomia della politica, ma per giunta di sottrarre il proprio personale alla magistratura competente. Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché – per quanto possa parere incredibile – a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la “Santa” (!) Inquisizione e poi il Sant’Ufficio, non solo imponeva il segreto su questi orribili argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori.

    Da notare che per quell’ordine scritto diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (oggi ancor più potente perché scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato, cioè ministro degli Esteri del Vaticano), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari in una marea di risarcimenti) e in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare dalle vittime un folto gruppo di preti, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.

    Sono emersi casi imbarazzanti anche in Austria e Polonia, con l’aggravante che si trattava delle massime cariche ecclesiastiche, tra le quali l’arcivescovo di Cracovia pedofilo Julius Paetz, la cui pedofilia era nota fin da quando lavorava in Vaticano nell’anticamera del papa suo connazionale, Wojtyla, e proprio negli anni in cui è “misteriosamente” scomparsa la ragazzina cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Ma a scorrere le cronache dei giornali locali si scopre che anche in Italia le condanne di religiosi per pedofilia abbondano, solo che – pur essendo gli stupratori scoperti solo la punta dell’iceberg – vengono tenute accuratamente nascoste. E perché vengano nascoste lo si capisce finalmente bene, e in modo dimostrato, leggendo il testo della circolare emanata dall’ex Sant’Ufficio.

    A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’agguerritissimo avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato. A questo punto è doveroso e niente affatto scandalistico porsi una domanda, decisamente scomoda: quanto ha pesato nella scelta di eleggere papa proprio Ratzinger la necessità di sottrarlo alla giustizia americana e di difenderlo per avere in definitiva eseguito la volontà del pontefice precedente? C’è anche un altro particolare: di solito non si riesce a portare in tribunale anche i superiori dei preti stupratori perché in un modo o nell’altro evitano di ricevere l’atto di accusa, specie se risiedono sia pure solo ufficialmente in Vaticano. Ratzinger invece l’atto di citazione ha accettato di riceverlo: si può escludere lo abbia fatto per obbligare i suoi colleghi cardinali ad eleggerlo papa quando Wojtyla – sempre più malato – fosse venuto a mancare?

    Come che sia, Shea però non demorde. Due anni fa è venuto a Roma per protestare in piazza S. Pietro assieme ai radicali in occasione della Giornata mondiale contro la pedofilia. E oggi si dice pronto a ricorrere fino alla Suprema Corte di Giustizia degli Stati Uniti per evitare che i firmatari della circolare vaticana che protegge i sacerdoti pedofili la facciano del tutto franca. Intanto dobbiamo constatare con sbigottimento che i tre nomi più impegnati nella lotta contro la laicità dello Stato italiano e del suo parlamento, vale a dire Ratzinger, Ruini e Bertone, sono stati colti con le mani nel sacco della sottrazione alla magistratura dei preti pedofili e strupratori di minori.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 

    Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.

    Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica data in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.

    I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:

    • I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:

    1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:

    2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;

    3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;

    4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;

    • Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:

    1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;

    2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;

    3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;

    • Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.

    Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.

    Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.

    Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.

    Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.

    Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.

    Joseph card. Ratzinger, prefetto.

    Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    nicotri.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/04/08/sorpresa-ecc… me-e-quando-ha-deciso-in-vaticano-di-sottrarre-i-preti-pedofili-alla-magistratura-non-lo-indovinereste-mai/

  • Pedofilia, sesso e violenze in parrocchia. Le protezioni del card. Antonelli, ….ancora una vergognosa storia di protezioni di preti criminali…

    Pedofilia, sesso e violenze in parrocchia. Le protezioni del card. Antonelli, ….ancora una vergognosa storia di protezioni di preti criminali…

    CRONACA Firenze, le vittime scrivono al Papa: “Abusi su donne e bambini per anni”
    di MARIA CRISTINA CARRATU’

    FIRENZE – Anni di violenze, psicologiche e fisiche, di plagi e coercizioni nei confronti di bambini, ragazzi, intere famiglie, abusi e violenze sessuali su bambine e ragazzine minorenni, consumati nell’ombra di una canonica e mai venuti a conoscenza di nessuno fino ad oggi. Famiglie intere convinte di far parte di un progetto di fondazione di una “vera chiesa dello Spirito” contrapposta a quella, corrotta e incapace, “di fuori”, e spinte a devolvere alla parrocchia denaro e beni, “per adempiere alla volontà di Gesù Cristo”. E poi avviamento di ragazzi al seminario, con l’obiettivo di “colonizzare” la struttura ecclesiale attraverso incarichi di primo piano.

    È questo – secondo le vittime dei plagi e degli abusi (così lontani nel tempo da rendere difficile ormai un’azione penale) che solo oggi, dopo tanti anni, hanno trovato il coraggio di parlare e chiedono giustizia appellandosi al Papa – ciò che è avvenuto almeno a partire dal 1975 in una parrocchia della periferia di Firenze, la Regina della Pace. Affidata fino al 2005 a un “carismatico” sacerdote oggi ottantenne, don Lelio Cantini, allontanato dalla città solo un anno fa ma mai privato dell’ordinazione. Con a fianco una donna, presunta “veggente” le cui visioni di Gesù, raccontano le vittime, servivano alla selezione degli “eletti”. Oggetto di punizioni esemplari, privati dell’assoluzione e dell’eucaristia, se non avessero obbedito alle imposizioni del “priore”, come il sacerdote si faceva chiamare. Fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di “adesione totale a Dio”. Facendo credere a ognuno di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il “castigo divino”. Per questo, vinte le rimozioni e preso contatto con i compagni di allora, solo oggi le vittime hanno scoperto di aver condiviso un passato identico e terribile.

    Ed è innanzitutto alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, che si rivolgono fin dal gennaio 2004, inviando alla Curia di Firenze esposti e memoriali, e ottenendo vari incontri personali – prima con l’allora arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con l’arcivescovo Ennio Antonelli e con l’ausiliare Claudio Maniago. Con l’unico risultato, nel settembre 2005, di un trasferimento del “priore” “per motivi di salute” in un’altra parrocchia della Diocesi. Da qui la decisione di appellarsi al Papa. La prima volta con una lettera del 20 marzo 2006, con allegati dieci dettagliati memoriali di venti vittime di abusi, a cui risponde il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime, sentito Antonelli, che il sacerdote sotto accusa dal 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e augurandosi che questo “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”.

    Le vittime però non ci stanno. Il ‘priorè vive con la “veggente” in una città della costa toscana, ha sempre intorno un gruppo di seguaci ed è tuttora ordinato. E a questo punto si muovono, di loro iniziativa, alcuni sacerdoti. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, spiegano in una nuova lettera al Papa, inviata il 13 ottobre 2006 tramite la Segreteria di Stato. Dove parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane” perseguito da una setta “purtroppo cresciuta dentro una parrocchia cattolica”. E ricordano che a “quasi due anni” dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non sono ancora arrivati né “una decisa presa di distanza” dai personaggi coinvolti nella vicenda, né “una scusa ufficiale”, né “un atto riparatore autorevole e credibile”. A Repubblica, che glielo chiedeva, Antonelli ha risposto ieri di non voler fare alcun commento della vicenda.

    Intanto la storia circola, e sono ora i parroci vicari foranei, responsabili delle zone della diocesi, a chiedere all’arcivescovo di portarla all’assemblea diocesana, davanti a tutto il clero. Antonelli li ha convocati alla fine di febbraio per mostrare una sua comunicazione alle vittime del 17 gennaio, relativa ai “provvedimenti” a carico del sacerdote adottati, scrive, “sulla base delle vostre accuse”, al termine di un “processo penale amministrativo” e sentita la Congregazione per la Dottrina della Fede. Per cinque anni, scrive il cardinale, il “priore” non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna. E quanto alle vittime, l’invito, visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, è a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

    Ma loro, con “stupore e dolore”, annunciano che non si fermeranno. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. Nella lettera alla Segreteria di Stato i preti chiedono a loro nome “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”, che il prete che ha rovinato le loro vite sia “privato dello stato clericale”, anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. E che sia ora la Santa Sede a fare davvero luce su tutta la vicenda.

    (8 aprile 2007) http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia.html

    CRONACA Le testimonianze
    “Mi fece spogliare in camera
    ero soltanto una ragazzina”
    “Allora ero assolutamente incapace di una scelta libera”

    FIRENZE – Ecco alcune testimonianze raccolte dalle vittime degli abusi avvenuti nella parrocchia fiorentina. “Per vent’anni ho completamente rimosso tutto”, racconta una di loro, oggi quarantacinquenne, sposata con figli, seguita dall’associazione Artemisia per le donne abusate. Le “immagini” di allora le tornano agli occhi solo pochi anni fa, all’improvviso, “durante una terapia”. Il primo abuso comincia quando ha dieci anni. “Il “priore” mi chiamava su, nel suo studio o nella camera da letto, mi faceva spogliare e mi spiegava come, negli atti che mi avrebbe chiesto, si sarebbe realizzata la più piena comunione eucaristica”. Le dice “di pensare alla Madonna, che aveva avuto Gesù a dodici anni, che ero la diletta del Cantico dei Cantici e che quello che avveniva fra noi era lo stesso che avveniva nel giardino dell’Eden”. Ripensandoci, B. dice di provare tuttora “attacchi di vomito”. I rapporti vanno avanti per quindici anni. “Ero assolutamente incapace di una scelta libera e consapevole”.

    Anche D. A., oggi quarantenne, a un certo punto diventa la “diletta” dal “priore”: “Avevo diciassette anni, è andata avanti finché mi sono sposata” ricorda. “Mi diceva che io avevo bisogno di affetto e che lui poteva darmelo. In nome di Gesù cominciò ad abbracciarmi…”. Quando si fidanza, però, D. comincia a chiedersi “perché il priore impedisse a una coppia non sposata anche solo di parlare fra sé, quando con lui si potevano fare quelle cose”. Ma il coraggio di parlare del suo passato lo trova solo nel 2004, incontrando alcune ex compagne di allora.

    L. A., quarantaquattro anni, artigiano, una moglie e un figlio, è uno dei ragazzi prescelti dal sacerdote a far parte del futuro clero della “vera chiesa”. “Prima di una partita di calcio – racconta – mi chiamò e mi disse che “quelli lassù” mi avevano prescelto per fare il sacerdote. Scoppiai in un pianto dirotto, ma il priore disse che se avessi rifiutato mi avrebbe cacciato per sempre dalla parrocchia”. Che voleva anche deludere una famiglia legatissima al sacerdote: “Mio padre lo frequentava fin da piccolo, lui si era offerto di aiutarci. Decideva tutto per noi”. Fino a farsi consegnare beni e denaro da usare, spiegava, “per costruire la futura chiesa. Alla nostra famiglia, diceva che avrebbe pensato Gesù”. L. accetta di entrare in seminario. “Non avevo la forza per oppormi” racconta. La crisi esplode al terzo anno di teologia. Il “priore” lo accusa di essere “una pentola marcia”, ma lui abbandona. E, fra mille difficoltà, si ricostruisce la vita.

    http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/scandalo-parrocchia/testimonianza/testimonianza.html

  • Il Vaticano: i giovani violentati sono in pericolo

    Il Vaticano: i giovani violentati sono in pericolo

    Preti pedofili «Don Marco può vendicarsi»

    di LUCIO SALIS

    I Il Vaticano teme per la vita dei testimoni che hanno accusato don Marco Dessì, prete di Villamassargia, di averli stuprati nella missione in Nicaragua. Comunicato ufficiale della Curia di Roma.

    Riprendiamo questo articolo da L’UNIONE SARDA Cronaca Regionale – VILLAMASSARGIA di domenica 4 marzo 2007

    L’INCHIESTA-PEDOFILIA
    L’ALLARME DEL VATICANO
    Un messaggio ufficiale in Nicaragua per proteggere i testi del processo

    NEGATA LA LIBERTÀ
    «Un prete privo di scrupoli e di valori» ha detto il gip negando la scarcerazione

    Coperture e silenzi della Chiesa locale
    Le intercettazioni: “Avranno vita corta”

    “Proteggete chi ha testimoniato contro padre Marco Dessì”. L’appello arriva in Nicaragua direttamente dal Vaticano. E conferma i peggiori sospetti: al rientro nel loro Paese, i sei giovani che hanno denunciato di essere stati violentati sarebbero in pericolo di vita. Lo aveva scritto il Gip di Parma, Pietro Rogato, nell’ordinanza di custodia cautelare per il sacerdote di Villamassargia e ripetuto il Tribunale del riesame di Bologna, nel negargli la scarcerazione. Ora lo conferma la Curia di Roma, Congregazione per la dottrina delle fede, con un comunicato inviato, mercoledì 28 febbraio, al nunzio apostolico in Nicaragua monsignor Jean Paul Gobel, che lo ha diffuso attraverso la stampa. I giornali che seguono la vicenda, El Nuevo Diario e La Prensa, di Managua, gli hanno dato enorme risalto. «La Santa Sede – dice la nota romana – chiede alla comunità ecclesiale e alla società civile che siano tutelati il buon nome e l’incolumità fisica dei giovani che hanno chiesto giustizia alle autorità competenti».
    Nell’occasione, si apprende che la Congregazione per la dottrina della fede ha sospeso a divinis don Marco, che pur restando sacerdote, non potrà confessare, celebrare matrimoni, dare la comunione, impartire l’estrema unzione e battezzare bambini.
    È la prima volta che le autorità ecclesiastiche abbandonano la strategia del silenzio, adottata da quando è esploso il caso del prete sardo accusato di pedofilia dagli ex componenti del Coro Getsemani. Una linea scrupolosamente osservata in Nicaragua e in Italia. Solo per iniziativa delle associazioni di volontari di Cagliari e Modena la magistratura italiana ha infatti aperto un’inchiesta. La Chiesa centroamericana e quella romana, per anni, non hanno fatto niente, neppure per verificare se quanto si mormorava sul comportamento di don Marco nelle missioni di Chinandega avesse qualche fondamento. Perché, già dal ’91 i volontari avevano sollecitato l’intervento del Vaticano. Silenzio.
    E silenzio assoluto continua a opporre la Congregazione per la dottrina della fede (che stavolta si è mossa di concerto con la magistratura italiana) a chi chiede notizie su una vicenda che sta provocando danni enormi a tutte le onlus che operano, correttamente, in Nicaragua.
    Illuminante, per capire la posizione della Chiesa di Managua, l’atteggiamento tenuto, ancora mercoledì scorso, da monsignor Gobel. Nel corso di una conferenza stampa (servizio di Melvin Martinez, di El Nuevo Diario), legge, tre mesi dopo l’arresto di don Marco e clamorose manifestazioni di piazza, la nota vaticana: «La Congregazione per la dottrina della fede, avendo ricevuto serie denunce sul caso, ha completato le indagini preliminari sulla base delle Normae de graviori-
    bus delictis e del Codice di Diritto canonico». Poi si affretta a precisare che «aldilà del testo ufficiale, non ho idea di quali possano essere i futuri sviluppi della vicenda». Azzarda quindi che «sta per iniziare un processo canonico penale ma sui tempi di svolgimento non ho notizie. Sul caso non so niente di nuovo, oltre a quanto riportato nelle cronache di El Nuevo Diario».
    Cade dalle nuvole, il monsignore, davanti alle domande dei giornalisti e preferisce rifugiarsi nel comunicato giunto da Roma: «Considerato l’intervento delle autorità italiane, che hanno fatto arrestare il reverendo Dessì, la Congregazione per la dottrina della fede adotterà le decisioni definitive sul caso solo quando dette autorità avranno completato la loro inchiesta giudiziaria».

    Attendono la sentenza di Parma, i giudici della Santa Sede. Nel frattempo, hanno sospeso a divinis don Marco, dopo avergli già minacciato la scomunica se non si fosse ritirato in preghiera presso una comunità del Lazio.
    Orazioni a parte, il prete di Villamassargia si è reso protagonista di un vorticoso giro di telefonate con i suoi collaboratori di Chinandega. Tutte regolarmente intercettate dai carabinieri. Ed è proprio da questi messaggi che emergono le minacce di morte nei confronti dei testimoni che hanno suscitato il preoccupato intervento del Vaticano. Perché dopo aver deposto a Parma, per evitare che altri bambini della missione vivessero le loro esperienze, i sei giovani non vedono l’ora di rientrare in patria. Dove, però, sanno bene che qualcuno li aspetta. Come emerge da una telefonata, dell’11 novembre 2006, fra don Marco e il collaboratore Ludwig Vanegas.
    Don Marco: «Eh…ricordati che se potessi morire riscattato mi farebbe molto piacere e farebbe piacere anche alla mia famiglia. E quindi c’è ancora molto da fare, perché questa gente rientrerà pure in Nicaragua».
    Ludwig: «No, no, non ti preoccupare che io praticamente adesso, quella gente ha la vita corta, te lo giuro…. rientrerà, farà, vivrà un po’, ricordati comunque che….». La minaccia, chiosano i giudici di Bologna, non provoca alcuna reazione in don Marco «che, per tutta risposta, consiglia a Ludwig di smettere di fumare per il bene della sua salute, lasciando intendere che quello che aveva detto all’inizio della conversazione “questa gente rientrerà pure in Nicaragua” era veramente che venisse fatto del male ai denuncianti».
    Niente arresti domiciliari, quindi, per un prete che «ha dimostrato di essere totalmente privo di freni inibitori e ha calpestato qualsiasi valore». Si riferiscono, i giudici, alle sue intenzioni di corrompere i testimoni, «se necessario, dare soldi, usa soldi….spara sino a 30 mila dollari Ludwig», accusarli di bigamia, ricattarli «Solo con il ricatto, va benissimo quello della bigamia», farli passare per pazzi, minacciarli, farli arrestare dalla polizia con false accuse, sino a quel terrificante «quella gente ha la vita corta, te lo giuro» del fidato Ludwig.
    Una promessa che i sei giovani di Chinandega non dimenticano. Uno stress che si aggiunge alla rievocazione in tribunale delle violenze subìte. Per questo alcuni di loro sono sotto trattamento psicologico. Devono recuperare lucidità. E vincere la paura.

    Mercoledì, 07 marzo 2007

  • Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    Violenza sessuale Chiuse le indagini sul missionario Film porno inchiodano don Dessì

    21/02/2007 – Parma – Nel suo computer sarebbe stata trovata una galleria degli orrori PARMA. Il pubblico ministero di Parma, Lucia Russo, depositerà stamane l’atto di conclusione delle indagini per abusi sessuali a carico di don Marco Dessì, 59 anni, il missionario di Villamassargia – per molti anni in Centro America – arrestato il 4 dicembre scorso a Cagliari.

    Le accuse mosse al sacerdote sono di violenza sessuale su minori plurima, aggravata e continuata. La posizione di don Dessì si sarebbe ulteriormente aggravata con nuovi scabrosi particolari, sarebbero stati infatti ritrovati alcuni filmati inequivocabili. L’udienza preliminare potrebbe essere fissata ad aprile.

    Il caso del sacerdote, attualmente detenuto a Parma dopo che ai primi di gennaio era stata bocciata la richiesta di scarcerazione, era stato sollevato in settembre dall’associazione modenese ’Rock no war’.

    L’associazione, dopo un viaggio in Nicaragua di alcuni dirigenti, aveva presentato un esposto alla magistratura parmigiana assieme al Comune di Correggio (Reggio Emilia), alla onlus sarda ’Solidando’ e ad altri cittadini.
    Gli abusi – di cui‘Rock no war’ aveva raccolto testimonianze direttamente dalle presunte vittime – sarebbero stati commessi e protratti per anni non solo in Nicaragua, dove il religioso viveva e dove stava per ritornare quando fu arrestato con grande scalpore in Sardegna ma anche in altri Paesi dove andava ad esibirsi il coro ‘I bambini del Getsemani’, fondato nella sua missione di Chinandega proprio da don Dessì.

    Sei giovani nicaraguensi – di età tra i 7 e i 15 anni – che hanno parlato con gli inquirenti delle violenze subite, sono stati ospitati sotto protezione nel Reggiano. I ragazzi vorrebbero tornare nel loro paese, ma ci sarebbero problemi di sicurezza. Le violenze sessuali sarebbero andate avanti da 1983 sino a tempi recenti. Le hanno raccontate in aula a fine dicembre durante un incidente probatorio gli stessi ragazzi. Una drammatica deposizione che i piccoli hanno fatto nascosti da un separè e sotto l’assistenza di psicologi.

    Durante le indagini si è scoperto che il sacerdote aveva circa 1.400 foto pedopornografiche sul suo personal computer. Don Dessì, a quanto si è appreso, aveva anche tentato di cancellarle, ma gli esperti informatici della Procura sono riusciti a recuperarle. E ora si parla di filmini pedopornografici, tantissimi, al vaglio degli inquirenti. Tutte prove che domani saranno rese pubbliche con la chiusura delle indagini. Il religioso si difende sostenendo si essere vittima di una montatura per screditare lui e la chiesa cattolica in Nicaragua.

    Le organizzazioni che hanno denunciato il sacerdote, invece, sostengono che il Vaticano si è schierato a fianco dei ragazzini che sarebbero stati abusati e che la stessa chiesa nicaraguegna si sta attivando per aiutare le vittime della violenza. (repubblica)

    http://www.sabaudiain.it/notizia.php?id=1172044801

  • Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi

    Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi

    Preti pedofili, il segreto di Stanislao

    Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi
    GIACOMO GALEAZZI

    CITTA’ DEL VATICANO

    Il cardinale Stanislao Dziwisz, per quarant’anni segretario di Karol Wojtyla (ventisette dei quali in Vaticano) e attuale arcivescovo di Cracovia, è accusato di aver coperto casi di abusi e molestie perpetrati da prelati polacchi e alte personalità ecclesiastiche. Nel mirino, il mancato intervento del braccio destro di Giovanni Paolo II in alcune vicende particolarmente scabrose, nonostante le circostanziate denunce coinvolgessero influenti personalità della gerarchia ecclesiastica.

    Tra questi, un arcivescovo connazionale e amico di don Stanislao e il fondatore dell’ordine religioso in maggior crescita oggi al mondo: i Legionari di Cristo. Fin dal 2000 l’«angelo custode» del Pontefice sarebbe stato informato di gravi casi di molestie che vedevano coinvolti prelati celebri, ma avrebbe «insabbiato» il dossier che proveniva dal clero polacco e da un tribunale ecclesiastico sudamericano. L’accusa è pesante, simile a quella che ha costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston nominato arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma. In primo luogo risulterebbe che il cardinale Dziwisz avrebbe ignorato le rivelazioni di esponenti della Chiesa polacca che avevano per oggetto un suo sodale. Invece di attivarsi per verificare le gravissime accuse contenute nelle informative, don Stanislao avrebbe tenuto prudentemente in un cassetto gli allarmanti documenti che gli aveva inviato, sette anni fa, un gruppo di sacerdoti per avvertirlo degli abusi di monsignor Juliusz Paetz, allora arcivescovo di Poznan, a danno di seminaristi. I preti che avevano indirizzato l’informativa riservata a don Stanislao si aspettavano una pronta reazione da parte del segretario del Papa e avrebbero scoperto, invece, con grande stupore, che Karol Wojtyla era stato completamente lasciato all’oscuro della vicenda.

    Lo scandalo dell’arcivescovo Paetz venne poi alla luce indipendentemente dalla denuncia fatta giungere a monsignor Dziwisz e portò alle clamorose dimissioni del presule polacco nel 2002. Le accuse aleggiavano da diverso tempo attorno all’arcivescovo Paetz, al punto che la Conferenza episcopale polacca aveva messo segretamente al lavoro una commissione d´inchiesta. I testimoni d’accusa (giovani vittime di molestie sessuali) sono più di una dozzina e incombeva la minaccia che la vicenda potesse allargarsi a prelati vicini a monsignor Paetz negli anni del suo soggiorno in Vaticano come assistente alla Camera pontificia.

    Segnalazioni tutt’altro che rassicuranti erano giunte sul suo conto anche dal giudice polacco della Rota Romana, monsignor Antoni Stankiewicz e da un’amica di gioventù di Karol Wojtyla, la psichiatra Wanda Poltawska, guarita da un tumore terminale, nel 1962, per l’asserita intercessione di padre Pio. Malgrado il silenzio di don Stanislao, dopo un paio di anni, monsignor Paetz, chiacchierato dai suoi stessi sacerdoti per i rapporti con alcuni studenti e chierici del seminario, fu allontanato dalla prestigiosa carica. Ma ciò solo in seguito a un articolo pubblicato dell’autorevole quotidiano «Reczpospolita». Fino all’ultimo il presule ha negato le accuse, sostenendo di aver rassegnato le dimissioni «per il bene della chiesa di Poznan».

    Nelle vicende di abusi compiuti da prelati, le omissioni attribuite a don Stanislao, oggi depositario di quel ricchissimo archivio personale che Giovanni Paolo II aveva chiesto fosse dato alle fiamme dopo la sua morte, non si limitano alla Polonia ma coinvolgono anche il leder dei Legionari, un corpo scelto e superpreparato di sacerdoti e laici di tutto il mondo, in rapidissima espansione.

    Nel 2002, sempre nel ruolo delicatissimo di segretario personale del Pontefice, monsignor Dziwisz avrebbe ricevuto la lettera di don Antonio Ornelas, un sacerdote messicano, membro del tribunale ecclesiastico diocesano, che portava alla luce gli abusi e le molestie di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Anche in questo caso, la risposta di don Stanislao sarebbe stata il silenzio. Del resto un processo canonico avrebbe inevitabilmente costretto il Vaticano ad affrontare spinosissime questioni. Nel caso Maciel, infatti, i capi d’accusa fanno riferimento al canone 977 (assoluzione di un complice nel peccato contro il sesto comandamento, ossia «non commettere atti impuri»). Nella legislazione ecclesiastica l’abuso sessuale di un sacerdote, sia pure sui minori, è meno grave del cosiddetto delitto di «complicità», quando, cioè, il sacerdote confessore assolve colui o colei con cui ha avuto rapporti sessuali. Nel primo caso è prevista la sospensione o al massimo la dimissione del sacerdote, nel secondo, è prevista la scomunica «latae sententiae» riservata alla Sede Apostolica. Ed è proprio questo il delitto di cui si sarebbe macchiato padre Maciel e sul quale le autorità vaticane si sarebbero dovute pronunciare. Anche lui, però, fu allontanato dal suo posto molto tempo dopo la denuncia rivolta a don Stanislao, e cioè solo nel 2005, per iniziativa di papa Ratzinger, nel frattempo succeduto a Karol Wojtyla. Ad aver colto i limiti del provvedimento vaticano, è il canonista messicano padre Antonio Roqueñi, per otto anni cappellano universitario dell’Opus Dei, e poi, per vent’anni, canonista al Tribunale ecclesiastico di Città del Messico, che ha deciso di offrire la propria opera di canonista agli accusatori di padre Maciel. Dopo «attento studio e investigazione», Benedetto XVI gli ha inflitto come pena «una vita riservata di preghiera e penitenza».

    L’accusa di aver tentato di coprire gli scandali sessuali nella Chiesa raggiunge il cardinale Dziwisz mentre è ancora aperta nella conferenza episcopale polacca la ferita delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus. Un’onda lunga che ha raggiungo anche l’arcidiocesi di Cracovia. Anche monsignor Janusz Bielanski, stretto collaboratore del cardinale Dziwisz, è stato costretto a dimettersi da rettore della cattedrale di Cracovia per le accuse di collaborazionismo con i servizi segreti polacchi. In questo, caso come per i silenzi addebitati a don Stanislao nello scandalo dei prelati molestatori, la risposta di padre Robert Necek, portavoce del cardinale di Cracovia, è categorica: «Sua Eminenza non ha insabbiato nulla, non c’è alcuna testimonianza, si tratta di accuse assolutamente ingiuste».

     

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…18364girata.asp

    /2/2007 (8:12) – IL CASO

  • Il Messico interdice i preti pedofili, … Lo Stato supplisce alle complicità della chiesa cattolica

    Il Messico interdice i preti pedofili, … Lo Stato supplisce alle complicità della chiesa cattolica

    Il Senato messicano si attribuisce la facoltà di inabilitare sacerdoti

    Violazione della libertà religiosa

    CITTA’ DEL MESSICO, lunedì, 26 febbraio 2007 (ZENIT.org).- Attraverso un comunicato stampa, la Conferenza dell’Episcopato Messicano (CEM) ha reso noto questo mercoledì il suo atteggiamento circa i recenti pronunciamenti del Senato messicano sul castigo che si deve infliggere ai sacerdoti che abusano di minori.

    In concreto, la CEM ha denunciato che la riforma approvata dai senatori, che permette l’inabilitazione dei sacerdoti pederasti, non solo presenta “errori e lacune” molto gravi, ma entra in conflitto in modo diretto con la Legge delle Associazioni Religiose e del Culto Pubblico che governa le Chiese nel Paese.

    Nella riforma in questione, il Senato della Repubblica ha approvato questioni riferite allo sfruttamento sessuale infantile, riservando alle leggi civili l’inabilitazione dall’esercizio sacerdotale di quanti si presume abbiano abusato di minori.

    Per la CEM, queste disposizioni entrano in contraddizione con la Legge delle Associazioni Religiose e del Culto Pubblico, intervenendo in affari interni delle Chiese attraverso procedure civili.

    La normativa vigente proibisce l’intervento delle autorità in affari interni delle associazioni religiose, come nominare o inabilitare i ministri di culto, avverte il comunicato della CEM.

    “Il loro carattere religioso e l’esercizio del loro ministero è una questione che resta nelle mani dell’istituzione religiosa alla quale appartengono, e spetta a questa istituzione religiosa occuparsi dell’inabilitazione, del ritiro o della fine del ministero che svolgono”, ha segnalato la Conferenza dei Vescovi messicani.

    La CEM ha riferito che secondo le leggi ecclesiastiche, nel caso di responsabilità di un religioso in una condotta delittuosa, concretamente nel caso della pederastia, l’interessato viene sospeso in modo immediato, oltre a subire un processo interno, che si può concludere con la sospensione definitiva dal ministero.

    “E’ molto importante che nelle nostre leggi non ci sia luogo per lacune o errori”, riferisce il testo: spetta solo alla Chiesa, e non a un giudice, come si stabilisce nella riforma legislativa, inabilitare o porre fine al ministero di quei sacerdoti che sono accusati di violenza o abuso di minori, conclude il comunicato della CEM.

    Codice: ZI07022610

    Data pubblicazione: 2007-02-26