Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Il parere controcorrente della commissione legislativa dell’Australia Occidentale. E le ragioni che hanno convinto i suoi membri a concludere che «è meglio non toccare il sigillo sacramentale»

    Giovedì scorso la commissione legislativa della Camera alta dello Stato dell’Australia Occidentale (Western Australia) ha concluso a maggioranza che non è una buona idea obbligare per legge i sacerdoti a denunciare i casi di pedofilia appresi durante la confessione, imponendo loro in tal modo di violare il sigillo sacramentale. Improbabile che questa presa di posizione basti a mettere fine allo scontro in atto sul tema tra la Chiesa cattolica e le autorità dello Stato in Australia, battaglia di cui Tempi si è occupato a più riprese. Tuttavia il parere della commissione resta una notizia in forte controtendenza, in un clima in cui l’approvazione di leggi di questo tipo appare ormai quasi scontata in tutti gli Stati del paese.

    Per l’esattezza, riporta un articolo della Catholic News Agency, la commissione in questione ritiene giusto che «i ministri del culto siano esentati dalla responsabilità penale [in relazione all’obbligo di denuncia] soltanto quando la loro convinzione si basi esclusivamente su informazioni rivelate loro durante la confessione religiosa». E invita il legislatore a dialogare con i rappresentanti religiosi al fine di trovare vie diverse dalle disposizioni di legge per agevolare in qualche modo l’utilizzo di tali informazioni.

    Come detto, la presa di posizione appare sorprendente, se si considera il contesto. In Australia Occidentale l’obbligo per i preti di violare il segreto del confessionale in caso di presunte “notizie” di abusi su minori è una misura contenuta in un progetto di legge (il cosiddetto Children and Community Services Amendment Bill) presentato nel novembre dell’anno scorso e giunto ormai in fase avanzata nell’iter di approvazione. Non a caso la commissione legislativa del parlamento ha approvato il parere in difesa del sigillo sacramentale a maggioranza risicata: 3 voti contro 2. Favorevoli i rappresentanti del centrodestra (Liberal Party) e l’indipendente (National Party), contrari quelli del centrosinistra (Labour Party).

    E non c’è solo l’Australia. L’offensiva contro il segreto confessionale è in corso, con risultati diversi, anche altrove nel mondo (vedi California, Cile, Costa Rica), tanto che l’estate scorsa la Penitenzieria apostolica si è convinta a pubblicare, con l’approvazione di papa Francesco, una importante “Nota sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale”, un documento da tenere presente. Tuttavia è in Australia che la campagna contro il sigillo sacramentale si è scatenata con maggiore furia. Diversi stati e territori del paese hanno già approvato leggi che impongono ai sacerdoti di denunciare i casi di pedofilia uditi in confessionale: in particolare gli stati di Victoria, Tasmania, Australia Meridionale, Queensland e il Territorio della Capitale, mentre nel Nuovo Galles del Sud l’operazione è fallita.

    Di una legge analoga a quella attualmente in discussione presso il parlamento dell’Australia Meridionale si è parlato anche a livello federale. L’impulso iniziale è sempre lo stesso: le famose raccomandazioni della “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori che a suo tempo interrogò anche il cardinale George Pell e il cui lavoro da qualche anno detta la linea nella lotta alla pedofilia in Australia. Tra queste raccomandazioni, infatti, c’è anche quella di abolire il segreto confessionale. La scorsa settimana la Conferenza dei vescovi australiani ha fatto pervenire al governo di Canberra una lettera della Santa Sede datata 26 febbraio 2020 in cui il Vaticano, ribadendo il proprio impegno contro gli abusi del clero, risponde puntualmente a tutte le critiche mosse alla Chiesa cattolica dalla Royal Commission australiana.

    Fin qui il contesto battagliero in cui si inserisce il sorprendente parere della commissione parlamentare dell’Australia Occidentale contro l’obbligo per i confessori di denunciare i presunti abusi. Più che per la notizia in sé, comunque, l’articolo della Catholic News Agency segnalato sopra è interessante per gli argomenti che raccoglie in difesa del sacro sigillo. Vi si apprende, tanto per dare un’idea, che la Commissione legislativa ha ricevuto 606 interventi in merito, di cui «oltre il 90 per cento contrari alla violazione del segreto confessionale».

    Uno di questi, informa la Cna, è firmato da Mark Baumbgarten, sacerdote dell’arcidiocesi di Perth. Facendo notare l’inapplicabilità di una legge del genere, anche per via dell’anonimato di molte confessioni, il prete australiano ha scritto:

    «Sospetto che uno dei risultati di questo tipo di leggi sarà che molte parrocchie probabilmente escluderanno le confessioni faccia a faccia per proteggere i propri preti. Per di più queste leggi sono inapplicabili. A meno di non piazzare microspie nei confessionali, l’unico modo per beccare un prete sarebbe quello di provare a incastrarlo con finti penitenti armati di registratori: un metodo che apparirebbe particolarmente disonesto».

    Così si conclude la missiva del sacerdote:

    «Noi sacerdoti ci assumiamo impegni solenni davanti a Dio, e io sono molto più preoccupato di come mi giudicherà Dio che non di come sono visto dai potentati di questo mondo. Andrei assolutamente in prigione o affronterei qualunque altra punizione civile piuttosto che rompere il sigillo sacramentale, e sospetto che tutti i preti – a prescindere dal loro orientamento ideologico – direbbero lo stesso. In effetti ci sono stati nel corso dei secoli alcuni preti santi che hanno subìto il martirio a causa del loro rifiuto di violare il segreto confessionale. Ciò detto, io non ho alcun desiderio di diventare un martire – né in senso figurato né in qualunque altro modo – e prego affinché in questa materia prevalga la ragione, permettendo ai leader civili e della Chiesa di collaborare per garantire la sicurezza dei giovani e dei più vulnerabili all’interno della nostra comunità».

    Il 6 agosto scorso, invece, davanti alla commissione si sono presentati l’arcivescovo di Perth, Timothy Costelloe, e il sacerdote ortodosso Abram Abdelmalek, entrambi decisi, secondo la sintesi della commissione stessa, a «sostenere l’introduzione dell’obbligo di denuncia per i ministri del culto, con l’eccezione della confessione».

    Questi alcuni passaggi dell’intervento di monsignor Costelloe, riportati dalla Cna:

    «La legge proposta renderebbe i preti che rimangono fedeli agli obblighi assunti al tempo della loro ordinazione… perseguibili e condannabili in quanto criminali per essere rimasti fedeli ai propri impegni. Rendere illegale il libero esercizio di una parte essenziale della fede cattolica mi sembra una cosa che le moderne società laiche hanno sempre inteso esorbitare i limiti della loro autorità».

    Qualora un sacerdote durante una confessione apprendesse di un caso di pedofilia, secondo l’arcivescovo di Perth,

    «sarebbe responsabilità del prete fare del suo meglio per convincere il colpevole che deve fermarsi e che l’unico modo possibile per fermarsi è consegnarsi alle autorità, e assicurare a questa persona che egli la aiuterà a fare tutto questo. È chiarissimo, nella maniera più assoluta, che il sacerdote ha la fondamentale responsabilità di fare tutto quel che può senza violare il sigillo della confessione per assicurarsi, nel limite del possibile, che gli abusi si interrompano».

    Domanda: i preti cattolici si sottometterebbero a una legge che imponga loro la violazione del sigillo sacramentale? Risposta di Costelloe:

    «Ogni sacerdote conosce quali sono i propri obblighi e conosce quali sono le condanne per la mancata fedeltà a tali obblighi; sa anche quali sono i fondamenti di quegli obblighi, e i fondamenti di quegli obblighi dal punto di vista della Chiesa sono la legge divina. Di certo non ho intenzione di dire ai miei sacerdoti di violare la legge divina. Non dirò loro di farlo; non posso dire loro di farlo. Ho abbastanza fiducia nei preti dell’arcidiocesi di Perth per ritenere che essi sapranno esattamente come devono rispondere in ogni situazione particolare e quali sono i loro obblighi, e che gli obblighi sono in conflitto. Sono in conflitto l’obbligo verso la legge civile e l’obbligo verso la legge di Dio. Non ho dubbio su quale decisione prenderei se mi trovassi davanti a una simile sfida e non ho dubbi so cosa deciderebbero altri preti».

    Secondo il prelato, infine, una norma del genere, oltre che fuori dalla portata del potere politico, rischierebbe di essere controproducente rispetto allo scopo che si prepone, la lotta pedofilia. Non solo perché tanti predatori di minori, sapendo di rischiare di essere automaticamente denunciati, probabilmente inizierebbero a evitare di confessare le proprie colpe. Ma c’è un altro motivo:

    «Se si tratta di qualcuno che vuole rivelare di essere stato abusato, confidando sul fatto che il confessionale è un posto sicuro dove parlarne, confidando che quanto detto resterà segreto, anche questi rinuncerà a venire, e forse non riuscirà a fare i conti con quanto è successo. Per questo io temo davvero che il risultato di tale cambiamento potrebbe ben essere per i bambini e per i giovani una sicurezza minore, non maggiore».

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

  • IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    IN UNO STATO LAICO COME L’ITALIA È INACCETTABILE CHE SIA LA CHIESA A DECIDERE LE CONDANNE AI PRETI PEDOFILI

    DI JENNIFER GUERRA

    Quando si parla di pedofilia all’interno della Chiesa solitamente ci si indigna per i grandi scandali di copertura da parte della Santa Sede, ma raramente si pone l’attenzione su quello che fa – o meglio, non fa – lo Stato italiano nei confronti di chi perpetra tali crimini. Secondo i dati raccolti da Rete L’Abuso, l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e osservatorio permanente, dagli anni Novanta a oggi sono 150 i preti processati per reati sessuali a danno di minori, con una durata media della condanna di circa 4 anni. Le stime dalla Chiesa sulla percentuale di pedofili vanno invece dal 2% del totale del clero, dichiarato da Bergoglio a Repubblica – in un’intervista ora cancellata dal sito – al 4-6% secondo il membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, Hans Zollner.

    Contando che i sacerdoti nel nostro Paese sono 32.036, si tratterebbe di almeno 640 persone. Anche rifacendosi alla stima “ottimistica” del papa, come fanno notare gli autori del libro Giustizia divina Emanuela Provera e Federico Tulli, si tratta di una percentuale altissima rispetto al tasso di condannati per abusi sessuali nei confronti di minori tra i laici, 0,0025%. I due giornalisti hanno anche provato a verificare quanti dei preti condannati siano effettivamente in carcere: su 125 penitenziari che hanno risposto (sui 191 presenti sul territorio italiano nel 2017) sono solo 5 i sacerdoti detenuti per reati connessi alla pedofilia.

    C’è quindi una situazione di grave omertà nella Chiesa, che preferisce gestire internamente i casi anziché consegnare anche coloro che ritiene colpevoli all’autorità giudiziaria. Non è raro infatti che gli abusi, che si consumano quasi sempre ai danni di famiglie molto legate alla realtà parrocchiale, non vengano denunciati alla polizia, ma soltanto al vescovo o ad altre autorità ecclesiastiche. Nella maggior parte dei casi infatti un genitore che sospetta delle violenze sui propri figli preferisce confidarsi con altri fedeli o altri sacerdoti prima di sporgere denuncia. Questo fa sì che molto spesso l’unico processo che si svolge sia quello canonico.

    Per il diritto canonico, un sacerdote che commette violenza contro un minore viola il canone 277 sul celibato ecclesiastico e perciò, secondo il canone 1395, viene “punito con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l’ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale” e se il delitto avviene con un minore di 16 anni viene “punito con giuste pene”. La violenza sessuale è considerata un peccato e non un reato: ciò significa che il sacerdote deve rispondere a Dio e non alla giustizia terrena. Il procedimento canonico viene avviato dalla Curia qualora vi siano “seri indizi” di “colpe gravi” e, se queste vengono accertate, la Congregazione per la dottrina della fede dà decreto di rimozione della persona accusata, oppure la invita a rinunciare all’incarico entro 15 giorni. Come spiegano Provera e Tulli, il procedimento canonico ha una serie di problemi che lo rendono un sistema vòlto a tutelare più la Chiesa che le vittime. Ad esempio, al procedimento non sono ammessi avvocati o testimoni ed è la vittima a dover dimostrare il delitto subìto. In più gli atti sono coperti da segreto pontificio, per cui è raro che le autorità ecclesiastiche collaborino con la giustizia italiana, anche dopo un’eventuale condanna.

    Il problema è proprio la natura della condanna inflitta dalla Congregazione per la dottrina della fede, che spesso fa sì che il prete condannato riesca a sfuggire alla magistratura anche dopo una denuncia all’autorità giudiziaria italiana. Il sacerdote viene infatti rimosso dal suo incarico e, in base alla gravità dei fatti commessi o ad altri precedenti, viene semplicemente riassegnato a un’altra diocesi oppure informalmente indirizzato verso una comunità di “assistenza per ecclesiastici in difficoltà”, come l’Oasi di Elim a Roma o il progetto dei “Ministri della misericordia”, centri che danno sostegno per diversi problemi, dalle dipendenze alle crisi vocazionali. Sono moltissimi i casi di sacerdoti – ma anche di suore – di cui si sono perse le tracce dopo sentenze di condanna da parte del tribunale ecclesiastico. Non è nemmeno raro che dopo tutti i vari trasferimenti, spesso fatti nel modo più discreto possibile, i reati contestati cadano in prescrizione per l’ordinamento italiano. Come racconta Giustizia divina, succede spesso che le vittime decidano di denunciare gli abusi anche alle autorità italiane a distanza di anni proprio nel momento in cui si accorgono che i propri abusatori continuano a fare i preti altrove, ma i termini per la denuncia sono ormai trascorsi. Senza contare poi che i trasferimenti continui non risolvono il problema, ma anzi possono favorire la reiterazione del reato, mettendo il sacerdote a contatto con altri minori.

    Ma perché la Chiesa non collabora con la giustizia? La Cei ha disposto che i vescovi, poiché non sono pubblici ufficiali, non abbiano il dovere di denunciare i casi di cui vengono a conoscenza. Questa idea era stata ribadita nel 2014 dall’allora presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, che aveva giustificato l’idea che non vi fosse obbligo di denuncia per non “mancare gravemente di rispetto alla privacy, alla discrezione alla riservatezza e anche ai drammi di vittime che non vogliano essere messe in piazza”. Nel 2019 sono state approvate le nuove “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, che comportano l’obbligo di segnalazione alle autorità ecclesiastiche, ma non a quelle civili, verso le quali le segnalazioni sono soltanto “incoraggiate”.

    Nonostante la buona volontà e la politica di “tolleranza zero” invocata da Bergoglio, tra la Chiesa – attenta a difendere la propria immagine e i propri interessi – e la magistratura italiana non può e non potrà mai esserci una vera collaborazione. La causa risiede nei Patti Lateranensi del 1929, ratificati nel Concordato del 1984: secondo l’articolo 4, “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. In pratica, non sono tenuti a collaborare con la giustizia. Nella circolare alle Conferenze episcopali per la preparazione delle linee guida da adottare nei casi di abuso su minore, il Vaticano ha ribadito che “va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale”. Il riferimento al “foro interno sacramentale”, cioè alla confessione, riguarda il divieto di un sacerdote di divulgare un peccato o l’identità del peccatore che si è confessato. Ciò significa che se un prete viene a conoscenza di un abuso durante una confessione è invitato a tenere per sé questa notizia, pena la scomunica. Anche il motu proprio di papa Bergoglio del marzo 2019 che istituisce l’obbligo per i membri della Curia di informare il tribunale vaticano di eventuali abusi prevede la clausola del sigillo sacramentale. Il concordato stabilisce inoltre che un prete che abbia commesso un delitto perseguibile sia per la legge italiana che per il diritto canonico possa rifugiarsi negli immobili della Chiesa protetti dall’extraterritorialità, dove le forze dell’ordine non possono entrare. Bernard Francis Law, l’arcivescovo di Boston noto per aver coperto decine di abusi scoperti dalla famosa inchiesta del Boston Globe vincitrice del Premio Pulitzer e raccontata nel film Il caso Spotlight, nel 2002 fu trasferito per volere di Wojtyla nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, che gode dell’extraterritorialità. Law è morto a Roma nel 2017, all’età di 86 anni, senza subire alcun processo per il suo coinvolgimento nella copertura degli abusi su almeno 552 minori.

    Negli ultimi anni, sembra che la Chiesa si stia sforzando più che in passato per contenere il fenomeno della pedofilia, soprattutto a partire dall’elezione di Bergoglio. Nel 2014 è stata istituita la Pontificia commissione per la tutela dei minori, mentre nel 2016 il papa ha firmato il provvedimento “Come una madre amorevole” per la “protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, ribadita anche con il motu proprio del 2019. Ma tutto questo non è abbastanza se lo scopo di queste iniziative è risolvere dall’interno il problema sottraendo alla giustizia italiana chi compie violenze su minori. La responsabilità di questa situazione è anche dello Stato, e a riconoscerlo è l’Onu che, nell’ultima relazione del Comitato per i diritti dell’infanzia, ha espresso preoccupazione “per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”. Tra le raccomandazioni delle Nazioni Unite c’è proprio il superamento dei Patti Lateranensi e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sul tema.

    Uno Stato che tollera questo tipo di interferenze nell’amministrazione della giustizia, specialmente riguardo a fatti così gravi che coinvolgono minori, non può certo definirsi laico.

    https://thevision.com/attualita/preti-pedofilia/

  • Perché le vittime del clero sono sempre meno tollerate dalla chiesa?

    Perché le vittime del clero sono sempre meno tollerate dalla chiesa?

    Il saggio, pur patendo la critica, la trasforma in oggetto di costruttiva riflessione. Una virtù dell’essere umano.

    A oramai più di vent’anni dall’inizio dello scandalo dei preti pedofili invece, da sempre più irritazione quando i diretti interessati, le vittime, reclamano l’impunità sistematica dei loro carnefici e l’inerzia, che di conseguenza le ha portate a non ottenere, malgrado i tanti proclami, nessuna giustizia per quanto subito.

    È un dato di fatto che la chiesa non ne abbia mai risarcita una sola, quelle poche risarcite, lo sono state grazie ai tribunali civili, non a quelli tanto propagandati della chiesa, come è un dato di fatto, che fin troppo spesso, a fronte delle condanne dei tribunali civili, la chiesa assolva.

    Una dinamica inspiegabile? O forse spiegabilissima?

    Direi umanamente molto spiegabile, da ambo le parti.

    Mentre vent’anni fa, emergevano i primi casi e da parte sia delle vittime che dei cattolici si vedeva una luce in fondo al tunnel che dava la speranza che al collo di chi abusava venisse messa una macina, oggi quella luce, dopo tanti fallimenti e reticenze della chiesa, più nessuno la vede.

    D’altra parte, nei fatti, in questi venti e più anni, al di là dell’indignazione, in Italia non si è mai visto un ministro della chiesa battere i pugni per rendere alle vittime giustizia. A differenza degli altri paesi, non si sono mai visti neppure i cattolici, ancor meno i sacerdoti, scendere in piazza per reclamare giustizia per le vittime, o almeno pulizia per l’istituzione in cui credono.

    Neppure durante il summit in Vaticano che nel febbraio 2019 ha visto i vescovi di tutto il mondo riunirsi in un mediatico tentativo di soluzione del problema, al fianco delle vittime, non si sono visti ne i cattolici ne i sacerdoti, tranne qualche genitore di vittime e qualche ex sacerdote.

    Un’inerzia ventennale che della pedofilia nella chiesa, ha fatto come per qualche tribù la sifilide, diventata nel tempo un’afflizioncella senza più grandi controindicazioni.

    Afflizioncella con la quale oramai, anche nella chiesa cattolica ci si è abituati e si convive tranquillamente. Ed è qui che arriva l’irritazione per le vittime, che oramai certe di non avere alcuna speranza di ottenere neppure un tenue risarcimento dalla chiesa, non per forza economico, ma almeno umano, gridano, spesso anche con rabbia, forse eccessiva ma fin troppo motivata, l’ingiustizia subita, e il ripetersi dello stupro, che si rinnova nel non ottenere giustizia vedersi usati dal Vaticano, come una sorta di propaganda.

    Certo, spesso le vittime sbagliano nei modi, ma il dolore dentro loro non è da poco e va compreso, ancor di più quando queste continuano a mantenere la fede.

    Ed è qui che il saggio dovrebbe non limitarsi a patire la critica e lo sfogo, dando prova della propria saggezza, comprendendo da dove quella critica nasce e il perché, facendone non solo tesoro, ma strumento di cambiamento che ridia credibilità ad un’istituzione che oramai non la è più.

    Trasformata oramai nella cattiva massaia, che nasconde lo sporco sotto il tappeto, pretende che gli altri vedano la casa pulita, non capendo che quello sporco sotto il tappeto, anche se nascosto alla vista, prima o poi produrrà odore che si sentirà ancora di più dello sporco lasciato in bella vista.

    Francesco Zanardi

  • Il lato oscuro degli amish

    Il lato oscuro degli amish

    Si riconoscono facilmente grazie al loro abbigliamento: barba lunga e senza baffi per gli uomini, un abito grigio, lungo appena sopra le caviglie e un cappello per le donne. Si muovono su carrozze trainate da cavalli e conducono una vita apparentemente semplice. Rifiutano, anche se in parte, la tecnologia e la contemporaneità e vivono come contadini e artigiani, in campagna. La loro comunità, soltanto negli Stati Uniti, conta circa 342mila persone, tutte sparse nelle aree rurali della Pennsylvania, dell’Ohio, dell’Indiana, del Kentucky, dello Stato di New York, del Michigan e del Wisconsin. E se in tanti li conoscono per il loro isolamento e le loro abitudini, nelle ultime settimane, in America, agli amish vengono ritenuti responsabili di abusi sessuali perpetrati (negli anni) sui bambini all’interno della comunità e, soprattutto, dentro i nuclei familiari.

    A raccontare i diversi casi di violenza sessuale, omissioni e stupri è un’inchiesta di Sarah McClure che, su Cosmopolitan, ha ricostruito le vicende di alcune vittime, le quali hanno raccontato (nel dettaglio) le loro personali storie di violenza, vissute spesso in silenzio e taciute per anni. La maggior parte degli abusi si sono consumati all’interno delle mura domestiche o dentro gli spazi della comunità: niente denunce alla polizia, né coinvolgimento di persone esterne al gruppo religioso. Il muro di omertà è cresciuto così, sconvolgendo la vita di decine di bambine e bambini che, nel tempo, sono diventati spesso adulti terrorizzati dalla sofferenza e dilaniati dal senso di colpa.

    I 52 casi accertati

    Secondo quanto emerso dal rapporto pubblicato sulla rivista americana, negli ultimi dieci anni, i casi ufficiali di violenze sessuali su minori amish sarebbero 52, tutti avvenuti nei sette stati in cui la comunità vive da secoli. Ma il numero riportato dall’inchiesta non illustrerebbe il quadro completo. Questo perché è necessario considerare il sommerso, ovvero le storie mai raccontate e gli abusi tenuti nascosti per anni. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, praticamente ogni vittima ascoltata (maschio o femmina) avrebbe dichiarato di essere stata dissuasa dalla famiglia o dai leader della comunità dal denunciare le violenze e tutti hanno affermato di essere stati condizionati a non chiedere aiuto all’esterno. In molti hanno fatto sapere di essere stati intimiditi o, addirittura, minacciati di scomunica e le storie raccolte mostrano un’idea diffusa, soprattutto in passato, che le violenze sessuali sui minori (anche da parte delle autorità religiose amish) dovevano rimanere all’interno della comunità, o peggio, della famiglia. E per fare presa sulla coscienza, a molti di loro, per esempio, veniva detto che non era “cristiano” denunciare un parente e, più in generale, una violenza.

    Chi sono gli amish

    La comunità religiosa, nata in Svizzera nel Cinquecento, si trasferì in America nel Settecento. Attualmente, il gruppo più nutrito si trova in Ohio ed è stato calcolato che, in media, per famiglia, ci siano sette figli. Anche per questo motivo, sono tra le popolazioni a maggior incremento demografico al mondo e proprio perché il nucleo familiare è così centrale nelle loro vita è molto più complesso affrontare episodi di sfruttamento o abuso (quando ci sono). La stragrande maggioranza di loro parla, tradizionalmente, un dialetto tedesco chiamato “tedesco della Pennsylvania”, ma una minoranza comunica con due diversi dialetti alemanni. Anche il fattore linguistico, in effetti, ha contribuito a separarli dal resto della società e a rendere più difficile la rottura del silenzio, nei casi in cui gli elementi più deboli, come le donne e i bambini, hanno avuto bisogno di denunciare casi di abuso o di violenza. Mancando di un leader centralizzato, vivono in congregazioni locali o distretti ecclesiali, ciascuno composto da 20 a 40 famiglie.

    Come vivono gli amish

    Gli amish vivono all’interno di una comunità dal tessuto sociale molto robusto, basato proprio sui forti legami familiari e su un’ancora più forte identità religiosa. Per gli elementi della comunità, nel tempo, è stato fondamentale salvaguardare questo tipo di società e le azioni di ogni suo componente sono state votate a questo. Compresi la copertura e l’insabbiamento di violenze sessuali (soprattutto negli anni passati). Così, a partire dall’infanzia, gli amish sono “protetti” da ogni influenza esterna: nessuna intrusione deve arrivare dal mondo e, fino a qualche anno fa, la maggior parte dei componenti di questa comunità vietava l’utilizzo della televisione o l’ascolto della musica pop (e c’è chi lo fa ancora). Niente deve intaccare i principi di una comunità dalle caratteristiche rigide: i bambini amish, infatti, studiano fino a 13 anni sotto la supervisione di un loro insegnante, in una scuola di stanza unica. Le maestre sono, di frequente, donne nubili della comunità, che non possiedono un vero e proprio curriculum professionale ma sono promosse dagli anziani e dai religiosi per le loro virtù morali. Tutto è progettato per uno stile di vita umile, ben disciplinato e, soprattutto, devoto.

    La storia di “Sadie”

    Nell’inchiesta pubblicata dal sito americano emerge, fra le altre, la storia di Sadie, una ragazza amish stuprata da bambina, il cui nome è stato modificato e che oggi ha 32 anni, un marito e cinque figli. Dal 2013, è uscita definitivamente dalla comunità. Un percorso di terapia l’ha aiutata a gestire la rabbia, la paura e la diffidenza, ma a chi la intervistava ha dichiarato di avere ancora delle difficoltà nel vedere degli uomini adulti vicino ai suoi bambini. Tra i primi ad approfittarsi della sua infanzia, quando era piccola, era stato uno dei suoi fratelli che, in base ai suoi racconti, si introduceva nel suo letto, nel cuore della notte, per abusare di lei. Poi un altro che, la mattina, all’alba la afferrava, dopo che aveva finito di dare da mangiare ai maiali, e la violentava. E anche se lei, piccola e minuta, avesse voluto liberarsi da quella morsa, farlo era impossibile vista la stazza dei suoi familiari, tutti più grandi e più forti di lei.

    Abusata dai fratelli e dal padre

    La 32enne ha raccontato di aver subito il primo stupro da uno dei suoi fratelli a nove anni. Il padre, invece, abusò di lei tempo dopo, quando di anni ne aveva 12. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’uomo, un chiropratico della comunità, l’avrebbe penetrata con le dita sullo stesso tavolo in cui era solito visitare i pazienti. Davanti allo sguardo perplesso della figlia, forse alla ricerca di una motivazione che non poteva esserci, le disse che la stava toccando per “tastare il suo utero”, al fine di garantire la sua fertilità. Appena diventata adolescente, a 14 anni, altri tre fratelli l’avrebbero violentata più volte alla settimana. Di quegli episodi, in seguito, sarebbe stata lei a vergognarsi, senza un motivo reale ma tutto culturale. Secondo quanto riportato da Sadie, le sue sorelle, che con lei condividevano la camera e qualche volta anche il letto, non si sarebbero mai opposte a quel tipo di violenza e tempo dopo la 32enne sarebbe venuta a sapere che anche loro venivano abusate con una certa regolarità.

    L’intervento delle autorità (e il silenzio)

    Tra le virtù richieste agli appartenenti a questa comunità, in particolare in passato, c’erano l’adesione alle regole e, in particolare, il silenzio, perciò nessuna di loro pensò mai di raccontare ad altri quegli episodi. E così, a lungo, nessuno disse nulla. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, il giorno in cui le forze dell’ordine si presentarono a casa di Sadie (allora ancora 12enne) per interrogare il padre a proposito dei presunti abusi sulle figlie, lei non disse nulla. Così come il resto della famiglia. E la stessa cosa accadde tempo dopo, quando il genitore venne condannato da un giudice a soli cinque anni di libertà vigilata. Rimase zitta anche quando durante uno stupro da parte di uno dei suoi fratelli, che la accantonò nella dispensa e la violentò sul lavandino, probabilmente ebbe un aborto spontaneo, visto che il sangue, dopo quel rapporto forzato, le scese lungo la gamba.

    La “punizione” per chi abusa

    Dopo che gli abusi del padre di Sadie erano diventati di dominio pubblico, i dirigenti della chiesa locale decisero di infliggergli una punizione. Così venne “evitato” per sei settimane, una forma comune di disciplina in cui l’accusato è socialmente ostracizzato e gli è proibito mangiare allo stesso tavolo dei membri della chiesa, per esempio. Dopo questa forma di allontanamento, è previsto che la persona confessi in chiesa il suo peccato e che la comunità sia costretta a perdonarlo, “dimenticando” così il peccato. Che, a quel punto, è come se non fosse mai accaduto. Nella vicenda di Sadie raccontata nell’inchiesta, dopo quel procedimento, a casa sua tutto tornò alla “normalità”, cioè prima delle accuse. Quando la polizia tornò a casa di Sadie per fare altre domande a suo padre, lui rispose che il problema era stato superato, anche se aveva confessato di avere fatto sesso con due dei suoi figli almeno tre volte ciascuno, insistendo però di non averli feriti e di non aver fatto loro del male.

    Il volere della famiglia

    Nel caso della famiglia di Sadie, un parente aveva ricordato che la madre, in seguito a quanto accaduto, aveva detto agli assistenti sociali di mettere in pratica ogni strategia possibile per impedire che il marito fosse incarcerato. E la cosa funzionò, in effetti. Il padre di Sadie, nel 2001, si dichiarò colpevole di abuso sessuale ma non di incesto, proprio perché la famiglia non voleva fosse messo in un penitenziario. Così, invece di scontare una pena che (all’epoca) poteva durare almeno cinque anni, ottenne la libertà vigilata. La 32enne, oggi, sostiene che da quel momento il padre abusò di lei per altri cinque anni.

    Un “segreto” condiviso da generazioni

    In base ai dati forniti dalla giornalista, dopo aver interpellato quasi circa 36 persone amish, oltre a polizia, giudici, avvocati, operatori, specialisti e studiosi della questione, sarebbe emerso che l’abuso sessuale all’interno di questo tipo di comunità rappresenta una sorta di “segreto condiviso“, che coinvolge intere generazioni. Così le vittime, tempo dopo, raccontano storie di avvicinamenti inappropriati, rapporti ambigui, carezze, esposizione ai genitali degli adulti, penetrazioni digitali, sesso orale coatto, sesso anale e stupri di ogni genere da parte di familiari e leader religiosi con un minimo comune denominatore: l’occultamento e il silenzio assoluto. Perché chi decide di parlare, spesso viene deriso o, addirittura, incolpato. E perché l’idea di non dire nulla è radicata.

    Cosa si sta muovendo oggi

    Eppure, siccome da qualche anno, di violenza sulle donne si parla con maggiore frequenza, anche la parte femminile della comunità ha imparato a confrontarsi con le denunce, anche se con lentezza. Linda Crockett, fondatrice e direttrice di Safe Communities, un’organizzazione che si adopera per prevenire l’abuso sessuale sui minori ha fatto notare come questo movimento di denuncia da parte delle donne amish sia meno visibile ma che, comunque, negli ultimi dieci anni sia anche cresciuto. Secondo la direttrice, infatti, le vittime (o ex vittime) si sentono e si sostengono reciprocamente, proprio all’interno delle comunità stessa. Secondo quanto testimoniato da Craig Stedman, ex procuratore distrettuale della contea di Lancaster, in Pennsylvania, che ospita circa 40mila amish, e che ha fatto parte di un gruppo che collega la comunità alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, di frequente, però, sono gli uomini a chiamare al posto delle loro mogli, per esempio.

    Perché gli abusi nelle comunità amish

    Tra gli elementi che favoriscono la diffusione degli abusi dentro la comunità come quella degli amish esistono una serie di fattori oggettivi, come un’impostazione sociale profondamente patriarcale, uno stile di vita isolato in cui le vittime hanno poche occasioni di esporsi al mondo esterno, un sistema educativo che finisce all’inizio dell’adolescenza e non fornisce alcun insegnamento legato alla sessualità o al corpo, una cultura legata al senso di inadeguatezza, vergogna e biasimo della vittima, un limitato accesso agli strumenti tecnologici che possono consentire la comunicazione o, almeno, una certa consapevolezza sociale e, soprattutto, una religione che privilegia il perdono rispetto all’effettiva punizione. Inoltre, i leader amish tendono anche a diffidare dalle forze dell’ordine, preferendo gestire le proprie controversie in autonomia.

    La storia di Lizzie Hershberger

    Oltre alla storia di Sadie, il cui nome è stato cambiato per ragioni di riservatezza, dall’inchiesta di Cosmopolitan è emersa anche la vicenda di Lizzie Hershberger, che a a 14 anni venne assunta da una famiglia di amish per aiutare il nucleo con il loro quattro figli nei lavori contadini. La donna ha raccontato che a quell’età, una notte, dopo aver munto le mucche, il capofamiglia 27enne la baciò, la spinse contro ai sacchetti di cibo e le tolse i vestiti che lei, faticosamente, cercava di tenersi addosso. Le avrebbe detto “rilassati”, prima di violentarla, e lei per molto tempo non riuscì a capire la ragione per cui, durante quello stupro, sentisse dolore e sangue tra le gambe. Nessuno le aveva mai parlato di come funzionava un rapporto sessuale, delle mestruazioni, né della rottura dell’imene. Per molte ragazzine violentate, raccontare un abuso diventa ancora più difficile proprio per la scarsa conoscenza che le giovani hanno del loro corpo e della loro sessualità.

    Il senso di colpa

    Dopo quello stupro, Hershberger iniziò a provare un forte senso di colpa, dovuto principalmente al fatto di non essersi allontanata prima da quella stalla. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, dai diari della donna e dai documenti del tribunale, il 27enne la stuprò altre 25 volte, per circa cinque mesi. Accadeva nel fienile, all’esterno e, persino, all’intero di casa sua. In base a quanto testimoniato da Hershberger qualcuno vide quelle scene, ma nessuno la aiutò o allontanò il suo persecutore. Che, alla fine, confessò. Venne evitato, come il padre di Sadie, per sei settimane e la chiesa lo perdonò. Hershberger, invece, a lungo è stata additata come una schlud o una hoodah, termini olandesi utilizzati in Pennsylvania che stanno per troia o puttana. Derisa, bullizzata e incolpata, secondo quanto riportato dalla donna, nessuno le chiese come si sentisse. La comunità sostenne che fosse affetta da disturbo mentale ed è comune che le vittime amish siano viste colpevoli almeno quanto gli aggressori, perché ritenuti “partner consenzienti” che commettono adulterio (anche se si tratta di bambini). Ci si aspetta che le vittime condividano certe responsabilità e che, dopo il perdono della chiesa, arrivi anche il loro.

    Gli amish in tribunale

    In base a quanto ricostruito, quando un caso, raramente, è finito in tribunale, gli amish hanno parteggiato (in maniera palese) per chi abusa. Secondo quanto testimoniato da vittime e forze dell’ordine, i colpevoli, infatti, entrano nelle aule di giustizia accompagnati quasi con le loro intere congregazioni dietro di loro. Così, quasi nessuno difende chi è abusato e la maggioranza si schiera con gli stupratori. In alcuni casi le giovani vittime sarebbero state costrette a perdonare il padre e i fratelli dopo la violenza, addirittura con l’obbligo di scrivere lettere di supplica al tribunale per impedire l’incarcerazione dei familiari. Accordi come questi, probabilmente, hanno contribuito a salvare gli imputati da quelle che avrebbero potuto essere condanne da 25 a 30 anni di reclusione.

    La “struttura” per problemi mentali

    Secondo quanto raccontato, poi, esisterebbero delle strutture (gestite da amish o da mennoniti) per la riabilitazione delle vittime di stupro. Luoghi in cui, secondo le testimonianze, non si approfondisce per davvero il trauma, ma si lavora sugli stati emotivi delle vittime e le consulenze sono basate sui testi biblici. Nessuno possiede una licenza per ciò che fa e le aggressioni sessuali non sembrano essere trattate nel modo più adeguato. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, le vittime sarebbero state costrette, in alcuni casi, all’assunzione di farmaci e tranquillanti, e sarebbero tornate a casa come sotto effetto di sostanze stupefacenti. In base a quanto testimoniato dalle cartelle cliniche di una vittima di violenza sessuale, in uno di quei centri, le era stata prescritta l’olanzapina, un farmaco antipsicotico che tratta solitamente malattie mentali come la schizofrenia. E rifiutarsi di prendere quelle medicine non è un’opzione contemplata, né consigliabile. Solitamente, poi, i certificati di rilascio consigliano alle vittime di stupro di “sfidare i pensieri malsani utilizzando pensieri positivi e buoni”. In base alla testimonianza di una delle vittime (comparsa sempre nell’inchiesta di Cosmopolitan), i leader amish utilizzerebbero questi soggiorni coatti per mettere a tacere le donne che, negli ultimi tempi, hanno deciso di parlare e di non tenere nascosti abusi ed episodi di violenza.

    Voci di speranza

    Ma siccome la sopportazione di certe situazioni si è fatta più complicata, anche grazie all’evolversi della società, più sensibile a certe tematiche, negli ultimi anni si sono formati gruppi e strutture in grado di ascoltare e accogliere le vittime di stupro. Circa due anni fa, Lizzie Hershberger e Dena Schrock (entrambe ex componenti della comunità amish) hanno lanciato Voices of Hope, unìassociazione per donne maltrattate. Altre persone, invece, trovano uno spazio in “The Plain People”, uno spettacolo lanciato nel 2018 che racconta episodi accaduti nelle comunità di amish e mennoniti di soprusi e violenza. Intanto, in Pennsylvania, in diversi stanno lavorando per riformare la cultura amish. Nella contea di Lancaster, infatti, esiste una task force, composta da polizia, procuratori e agenzie di servizi sociali che incontra, alcune volte l’anno, i leader religiosi. Anche se, come riportato dall’inchiesta, nessuna donna è inclusa tra i rappresentanti amish del gruppo.

    La volontà di cambiare

    Tuttavia, la sensibilità legata a questo tema sembra stai trasformando le abitudini di queste comunità e alcuni amish hanno avviato iniziative per combattere questi fenomeni. In diversi Stati, infatti, i loro comitati si mettono in contatto con le autorità locali per riferire e perseguire i casi di stupro. Secondo quanto testimoniato da diversi leader amish, l’urgenza è quella di informare ed educare le famiglie e l’atteggiamento sembra essere cambiato anche nei confronti del concetto di perdono. Processo molto complesso, quando non impossibile.

    https://it.insideover.com/religioni/il-lato-oscuro-degli-amish.html

  • Pedofilia, fissato per l’11 marzo l’appello del cardinale Pell in Australia

    Pedofilia, fissato per l’11 marzo l’appello del cardinale Pell in Australia

    L’Alta Corte australiana discuterà l’appello presentato dal cardinale George Pell contro le sue condanne per abusi sessuali su minori i prossimi 11 e 12 marzo. È l’ultima chance per il 78enne prelato, che sta scontando una pena di sei anni per aver aggredito sessualmente due coristi in una cattedrale di Melbourne negli Anni Novanta, per uscire di prigione.
    https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/pedofilia-fissato-per-l11-marzo-lappello-del-cardinale-pell-in-australia_14780196-202002a.shtml

  • Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

    Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

    “Don… mi ha regalato questo gioco“. Diverse mamme, nella zona di Ponte San Giovanni, hanno ascoltato questo racconto fatto dal proprio figlio tornato a casa dalla scuola.

    Del resto, quell’uomo vestito da sacerdote è stato visto, da alcuni genitori e da insegnanti, avvicinare ragazzini fuori da alcune scuole perugine (sicuramente a Ponte San Giovanni, Balanzano, Case Bruciate) e regalare loro palloncini, bambole e giochini. Per parlare di religione, hanno detto i ragazzini. Ed anche del fenomeno del bullismo, pare. Casi che sono stati segnalati ai carabinieri, che hanno effettuato un controllo fuori da scuola (proprio mentre l’ex sacerdote stava parlando con alcuni ragazzi) e stanno monitorando la situazione.

    In questa fase non aiuta l’attività degli inquirenti il tam tam scatenato sulle chat dei genitori, comprensibile visto l’allarme suscitato a causa del passato di quell’uomo, un tempo sacerdote ed ora non più religioso (nel 2006 fu sospeso dal Papa a seguito di due condanne per abusi) anche se continua a vestirsi da prete, come ha chiarito la Curia, che a sua volta ha allertato le autorità competenti. Del resto, al momento nel suo atteggiamento non si ravvedono reati. Anche per questo è stato chiesto di limitare le attività delle chat, che all’inizio hanno avuto il merito di allertare i genitori, ma dove ora circolano anche informazioni non veritiere. Per non ostacolare l’attività delle forze dell’ordine e per non creare inutili allarmismi. Chi ha notizie concrete e verificate, ovviamente, deve subito recarsi dai carabinieri, cosa che del resto ha invitato a fare anche la Curia.

    Certo, resta la raccomandazione, che vale in genere per i ragazzi a prescindere dalla presenza dell’ex religioso, di non accettare nulla da sconosciuti.

    I genitori sono comprensibilmente preoccupati. Anche chi abita vicino alla scuola in questi giorni sta accompagnando il figlio fino ai cancelli, all’ingresso ed al termine delle lezioni. Lo stesso viene fatto nelle ore pomeridiane nei luoghi frequentati dai ragazzini, come palestre e parchi giochi.

    Finto prete, “giochi ai bimbi fuori da scuola”: i racconti delle mamme

  • Il Senato messicano indagherà sugli abusi del clero

    Il Senato messicano indagherà sugli abusi del clero

    El Senado mexicano investigará abusos del clero

    Creano un organo indipendente che cercherà di risarcire le vittime

    (ANSA) – CITTA ‘DEL MESSICO, 11 FEB – Il Senato messicano ha annunciato oggi la creazione, per la prima volta in questo paese, di un ente governativo indipendente, incaricato di indagare sui numerosi casi di pedofilia clericale al fine di garantire il risarcimento a vittime dirette o indirette.

    Il nuovo organo godrebbe di autonomia, sarebbe integrato non solo dai legislatori, ma anche dai rappresentanti della società civile, dal ramo esecutivo ma soprattutto dalle vittime.
    L’entità avrebbe “poteri legali sufficienti” per rendere giustizia a coloro che hanno subito abusi di potere da parte di sacerdoti.

    L’annuncio è stato fatto pochi giorni dopo che è venuto alla luce un nuovo scandalo che ha scosso i legionari di Cristo, quando è stato appreso che il sacerdote Fernando Martínez, un direttore di diversi collegi della congregazione ha subito sistematici atti di pedofilia.

    Martinez ora vive a Roma, nelle strutture della congregazione, in pensione, senza che la giustizia lo raggiungesse perché i suoi crimini gli erano stati prescritti.
    L’ordine fu fondato 8 decenni fa dal sacerdote messicano Marcial Maciel, che morì nel 2008, due anni dopo essere stato sospeso e condannato a una vita di penitenza e preghiera da allora papa Benedetto XVI.
    Maciel è stato punito dopo aver scoperto che ha abusato di oltre 60 giovani, molti dei quali minorenni, seminaristi dell’organizzazione e condotto una doppia vita con due donne e diversi bambini di cui ha anche abusato.

    Un altro caso importante riguarda il sacerdote Nicolás Aguilar, accusato di aver insultato più di 90 bambini di bambini, sia in Messico che negli Stati Uniti, negli anni 80.
    Secondo le vittime, “Padre Nicolás” ha ricevuto protezione dal cardinale pensionato Norberto Rivera Carrera, ex arcivescovo primato del Messico e cardinale Roger Mahony, arcivescovo di Los Angeles.

    “Non possiamo ignorare i numerosi casi segnalati in diversi media”,
    I parlamentari hanno fatto riferimento al caso dell’ex legionario José Barba, uno dei primi denuncianti delle azioni di Maciel e degli ex studenti dei Summit Institutes di Città del Messico, Cancun e Saltillo, abusati quando erano ragazze di Fernando Martínez.

    “Per loro, per loro e per tutte le altre vittime di abusi sui minori in Messico e nel mondo, non possiamo evitare la nostra responsabilità come senati”, hanno detto i legislatori. “Pertanto, siamo costretti a intraprendere azioni efficaci per combattere questa tragedia sociale”, hanno detto.
    Alla fine del 2019, i Legionari di Cristo hanno reso pubblica una “Mea Culpa” in cui hanno ammesso che 175 minori erano vittime dei pazzi appetiti di 33 dei loro sacerdoti e che 60 vittime, quasi un terzo, erano attribuibili a Macial Maciel , il fondatore della congregazione.

    La rete di sopravvissuti agli abusi sessuali dei sacerdoti e la stessa gerarchia cattolica hanno tuttavia respinto il rapporto considerando che l’organizzazione cerca solo di “lavarsi la faccia” e che il numero delle vittime sarebbe ben al di sopra di quanto ammesso.

    Inoltre, i legionari sono stati rimproverati per non aver mai presentato denuncia all’accusa.
    Il governo messicano ha ammesso settimane fa di indagare sulle finanze dell’organizzazione, per sospetto di essere coinvolto nel “riciclaggio di denaro” e nell’evasione fiscale attraverso operazioni sofisticate attraverso paradisi fiscali, ma i legionari hanno respinto queste accuse.

    Il senatore Germán Martinez, del movimento nazionale di rigenerazione (Morena), ha dichiarato che ci sono 550 casi di pedofilia clericale e solo 4 condanne.
    “Abbiamo un debito con le vittime di questa epidemia”, ha detto il legislatore, rilevando la necessità di “riparare i danni in passato in modo che l’abuso sui minori non si ripeta”.
    Il Messico “vergognosamente si trova in uno dei primi posti” al mondo in questa materia e questo deve finire, ha detto.

    (traduzione con Google)
    http://www.ansalatina.com/americalatina/noticia/mexico/2020/02/11/senado-mexicano-investigara-abusos-del-clero_c6d7f60f-fe67-4f34-810f-46664ebd93f0.html
     

  • Testimoni di Geova in Olanda inchiodati da indagine governativa

    Testimoni di Geova in Olanda inchiodati da indagine governativa

    751 denunce pervenute, ma il rapporto evidenzia che la presentazione di una denuncia alla Polizia è ostacolata dalla natura chiusa della comunità

    Come può uno scoglio arginare il mare?
    È esattamente ciò che sta tentando di fare la Watch Tower Society (società che fa capo ai Testimoni di Geova) insieme alle sue Filiali sparse per il mondo.

    Vi avevamo dato conto, in un articolo di alcuni mesi fa, del mare, appunto, di denunce, procedimenti e condanne per i Testimoni di Geova, in merito alla gestione omertosa e complice dei casi di pedofilia commessi all’interno della comunità religiosa. Nello stesso articolo, avevamo accennato al caso olandese. Su richiesta di Sander Dekker, Ministro della protezione legale olandese, il 3 luglio 2018 la Camera dei deputati dei Paesi Bassi aveva commissionato ai ricercatori dell’Università di Utrecht uno studio sugli abusi ai minori commessi all’interno delle comunità dei Testimoni di Geova.
    I risultati di questo studio e la relativa elaborazione in un rapporto conclusivo sono stati resi pubblici il 23 gennaio 2020.

    La notizia è stata diffusa da tutta la stampa olandese, che sintetizza i punti del rapporto, evidenzia le pesanti conclusioni, racconta della vaghezza delle loro risposte e reazioni.

    I rapporti di abusi pervenuti sono 751. Il numero è impressionante se si tiene presente che, secondo il rapporto diramato sul loro sito ufficiale, ci sono 29.305 Testimoni di Geova nei Paesi Bassi. La proporzione della catastrofe è molto simile (nei numeri) a quella emersa dalla Commissione Reale Australiana.

    Appena il 25% degli intervistati ha denunciato l’abuso alla Polizia. Su una scala da 1 a 10, il punteggio medio assegnato dalle vittime stesse alla gestione dei casi di pedofilia all’interno dei Testimoni di Geova è stato di 3,3 ovvero un giudizio gravemente insufficiente alle procedure dell’organizzazione. Ben diverso è stato il punteggio medio assegnato alla gestione da parte della Polizia in seguito alle denunce: 6,4.

    Il sommario del rapporto, spiega che «Le esperienze di gestione delle denunce comportano una vittimizzazione secondaria per le persone che denunciano, cioè il processo di gestione delle denunce li vittimizza nuovamente (o è percepito in tal modo). Le vittime si sentono non sufficientemente ascoltate, ignorate, e in alcuni casi vengono fatte sentire stigmatizzate e isolate. Le caratteristiche della comunità dei Testimoni di Geova – come la forte gerarchia, la predominanza maschile, la natura chiusa della comunità e il rigoroso codice di moralità sessuale – rendono, a loro avviso, particolarmente dolorosa l’esperienza delle vittime»

    Nelle conclusioni del rapporto si legge: «Ci sono ragioni per supporre che la presentazione di una denuncia alla Polizia sia ostacolata dalla natura chiusa della comunità e del rischi connessi al informare parti estranee. […] il sistema formalistico dei Testimoni di Geova non prevede ancora garanzia di una risposta adeguata agli abusi sessuali»

    Quel che, come altrove, si registra è l’ostinata difesa della società americana di se stessa e della propria immagine, anche di fronte alla devastazione di vite umane indelebilmente segnate dalla pedofilia.

    Fino al giorno prima della pubblicazione dello studio, infatti, la Watch Tower si è opposta e ha tentato di censurarne in via preventiva la diffusione, ricorrendo all’intervento di un giudice. Eppure, nel 2019 la Christelijke Gemeente Van Jehovah’s Getuigen (l’ente giuridico che rappresenta i Testimoni di Geova nei Paesi Bassi) ha inviato una lettera da leggere pubblicamente a tutte le congregazioni nella quale scriveva:

    «Cari fratelli,
    Il ministero della Giustizia Olandese ha commissionato alla Università di Utretcht una indagine sulla maniera in cui la comunità dei Testimoni di Geova risponde alle accuse di abusi sessuali sui minori. Questo include la maniera in cui gli anziani sostengono le vittime dell’abuso e le loro famiglie.
    Se sei vittima di abusi o conosci qualcuno che lo sia e desidera compilare il questionario di questa indagine, lo potrai trovare al seguente indirizzo web: https://www.uu.nl/organisatie/departement-bestuurs-en-organisatiewetenschap_contactpunt-onderzoeg-jehovas-getuigen. Ovviamente la partecipazione a questa indagine è una scelta personale, ciononostante crediamo che l’Università di Utrecht riceverà risposte accurate ed equilibrate su come la nostra Organizzazione risponde agli abusi, che sono sia un peccato ripugnate ma anche un reato. Questa lettera verrà esposta nella tabella informazioni» (traduzione dall’originale)

    Se da un lato tentava dunque di fare buon viso a cattivo gioco, fingendo una piena collaborazione con l’iniziativa, dall’altro cercava di sbieco di impedire la diffusione dei risultati dello studio, screditando i metodi utilizzati dai ricercatori e adducendo altre farneticanti motivazioni, tutte respinte dal giudice.

    Non paga, dopo la pubblicazione dello studio, la società ha deciso di proseguire le proprie azioni legali, ritenendosi colpita, diffamata e discriminata.

    Qual è il senso di questa continua negazione da parte della Società Torre di Guardia?
    L’esperta di sette Frances Peters, ex Testimone che oggi dedica la propria vita ad aiutare chi vuole uscire da una setta, dice al Trouw: «Una causa è una situazione vantaggiosa per loro. Se vincono, è grazie alla benedizione di Geova, e se perdono, possono raffigurarsi come martiri, come perseguitati».

    Non è, però, così chiaro se si tratti di una strategia di questo tipo o di una linea megalomane dettata da un imperante narcisismo collettivo per il quale ‘noi siamo puri, buoni e belli, siamo il meglio che il mondo ha da offrire, siamo il paradiso spirituale sulla terra’. Ergo ‘è impossibile ammettere che in mezzo a noi ci sia tutto questo’, perché metterebbe in sera discussione la pretesa santità del gruppo.

    Rimane la mancanza di rispetto verso le vittime e per il pericolo persistente per i bambini all’interno delle loro comunità chiuse.

    Ma oltre a questo, c’è anche la fertile consapevolezza che un manipolo di uomini non è che un piccolo scoglio contro il mare del progresso etico dell’umanità. Un mare che sta travalicando luoghi e sistemi, le cui onde travolgeranno -forse- anche il Bel Paese.
    E come potrà allora uno scoglio arginare il mare?

  • Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Dall’Australia agli Stati Uniti le migliaia di pedofili dei Testimoni schedati eppure liberi di abusare, ma non tutti, non ovunque, malgrado il negazionismo della società religiosa. In Italia tutto tace

    Nel mondo è in atto un’evoluzione etica delle società, un salto ‘quantico-morale’.
    Riguarda il futuro, la speranza, la tutela della meraviglia, la risorsa più preziosa dell’umanità: i bambini. Una spinta propulsiva a questo processo la si è avuta in Australia.

    La Commissione Reale Australiana

    Tutto esplode l’8 novembre 2012. L’ispettore capo della Polizia del New South Wales,  Peter Fox, scrive una lettera, pubblicata dal ‘Newcastle Herald’, intitolata ‘Non tapparti le orecchie sugli abusi, Signor Premier’. In men che non si dica, dopo quattro giorni, il 12 novembre 2012, il Primo Ministro, Julia Gillard, annuncia l’istituzione della ‘Commissione Reale Australiana per le risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori’.

    La Commissione indaga sui modi in cui le istituzioni (chiese, club sportivi, scuole, boy-scout, eccetera) hanno gestito i casi di abusi sessuali su minori.  I lavori iniziano il 7 marzo 2013 e si concludono nel dicembre 2017. Il sito ufficiale ne mostra la portata mastodontica: gestite oltre 40mila chiamate, tenute oltre 8mila sessioni private, tenute 444 giorni di audizioni pubbliche, indagate 3.489 istituzioni, tra le quali condotti 30 casi studio sulle organizzazioni religiose.

    Tra questi 30 casi afferenti alle organizzazioni religiose ci sono i Testimoni di Geova. Il loro caso è singolare. Proietta un’ombra sinistra che genera interrogativi inquietanti. Dalle audizioni emerge che la Watch Tower Society (società che fa capo ai Testimoni di Geova) aveva prodotto 5.000 documenti tra cui 1.006 fascicoli relativi alle accuse di abusi sessuali su minori riferiti agli anziani di Testimoni di Geova in Australia dal 1950, per un totale di 1.006 pedofili e di oltre 1.800 vittime, un numero esorbitante se confrontato con l’esiguo numero di Testimoni di Geova australiani (nel 1950 erano appena 5mila e oggi circa 68mila), e se confrontato con il rapporto procapite con altre istituzioni (nella Chiesa Cattolica in Australia, ad esempio, ne sono emersi 4.444). Questi numeri non tengono conto del sommerso: di tutti coloro che non hanno parlato e che porteranno nella tomba il proprio doloroso segreto.

    La Commissione dimostra che i Testimoni di Geova gestivano i casi di pedofilia in conformità con le politiche e le procedure disciplinari interne e basate sulla propria interpretazione della Bibbia, anziché lasciare che se ne occupasse la legge. I documenti mostrano che dei presunti responsabili, «nessuno è stato denunciato dall’organizzazione alle autorità secolari».

    Sul sito ufficiale della Commissione è disponibile un database con i dettagli di tutti i 1.006 pedofili trovati tra i Testimoni di Geova australiani. Tra i dati riportati per ciascun pedofilo (genere, numero di vittime abusate, ruolo nella chiesa, eccetera) vi è anche la colonna ‘denunciato alle autorità dai Testimoni di Geova’. La risposta è costantemente: no.

    La Commissione ha dichiarato che  «è prassi della Chiesa dei Testimoni di Geova conservare le informazioni riguardanti i reati di abusi sessuali su minori, ma non denunciare le accuse di abusi sessuali su minori alla Polizia o ad altre autorità competenti». Questo anche quando il pedofilo confessa di sua spontanea volontà.

    La Commissione ha rilevato che l’Ufficio legale della Watch Tower Society forniva regolarmente informazioni errate agli anziani, sulla base di una comprensione errata di ciò che costituisce un obbligo legale di denunciare i crimini in Australia.

    La Commissione ha inoltre rilevato: «non consideriamo l’organizzazione dei Testimoni di Geova un’organizzazione che risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori…  l’applicazione continua di politiche come la regola dei due testimoni in caso di abuso sessuale su bambini mostra una grave mancanza di comprensione della natura degli abusi sessuali su minori».
    La regola dei due testimoni fa parte delle politiche interne che tutt’oggi la Watch Tower continua a seguire. Se qualcuno è accusato di pedofilia da un confratello Testimone, affinché l’accusa sia creduta devono esserci: o la confessione del pedofilo o due testimoni del reato. Come se il pedofilo abusasse del minore in presenza d’altri.

    Nel Rapporto Finale, la Commissione Reale ha aggiunto: «Finché l’organizzazione dei Testimoni di Geova continuerà a [basarsi su un’interpretazione letterale della Bibbia e dei principi del I secolo per stabilire pratiche, politiche e procedure]nella sua risposta alle accuse di abusi sessuali su minori, rimarrà un’organizzazione che non risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori e che non protegge i bambini».

    Il 22 ottobre 2018 viene proclamato ‘Apologize Day’ (il Giorno delle Scuse). Scott Morrison, Primo Ministro dell’Australia, in un memorabile discorso alla Nazione, chiede scusa, commosso, a nome di tutti gli australiani a tutte le vittime della pedofilia. Il suo discorso merita di essere riascoltato, Morrison tra il resto afferma: «Altrove in questo edificio e in Australia, ci sono altri che stanno guardando e ascoltando silenziosamente questi procedimenti, uomini e donne che non hanno mai raccontato a un’anima viva cos’è successo loro. A questi uomini e donne dico che queste scuse sono anche per voi. E più tardi, quando i discorsi saranno finiti, resteremo in silenzio e ricorderemo le vittime che non sono più con noi, molte, troppe, per la loro stessa mano. Come Nazione, li abbiamo respinti, li abbiamo abbandonati. Questa sarà sempre la nostra vergogna. Questa scusa è per loro e anche per le loro famiglie».

    Quello stesso giorno, dopo il discorso del Primo Ministro, seguono le scuse da parte di altri leader politici, religiosi e delle istituzioni coinvolte dalle indagini della Commissione Reale. I leaders dei Testimoni di Geova non ci sono. Non solo, ad oggi non hanno neppure aderito agli Schemi di Risarcimento stabiliti dalla Commissione. Ciò che è allarmante è proprio questa politica della Watch Tower (e società affiliate).

    La politica del silenzio e della negazione
    Oltre alla condanna pubblica da parte della Commissione Reale Australiana, in numerosi altri processi nel mondo la Watch Tower è stata condannata a pagare risarcimenti cospicui a causa della mala gestione dei casi di pedofilia all’interno delle sue congregazioni. Parliamo di milioni di dollari. Oltre a ricorrere sistematicamente in appello per non pagare le vittime quanto stabilito dalle Corti, la Watch Tower ha manifestato in diversi casi di non collaborare neppure con la Giustizia.

    È recentissimo il caso in Olanda in cui la società religiosa si è rifiutata di fornire la documentazione richiesta a seguito di indagini sugli abusi sui minori. A seguito di questo comportamento, la professoressa di diritto penale Henny Sackers, dell’Università di Nijmegen, ha affermato: «Sembra quasi una sorta di arrogante disprezzo per l’ordine legale olandese».

    A seguito di questa reticenza (che, lo ricordiamo, è reato) la Polizia ha fatto irruzione nella loro sede nazionale olandese (detta Filiale o Betel) ed è in corso un’indagine a livello nazionale che ha visto anche la collaborazione dell’Università di Utrecht. Un’indagine analoga è stata avviata in Belgio, dove, il 25 aprile, la Polizia ha effettuato un raid nella Filiale nazionale.

    Una Commissione Reale è stata avviata anche nel Regno Unito ed anche qui sono indagati i Testimoni di Geova, così com’è in corso una medesima Commissione in Nuova Zelanda. Il 27 febbraio 2019 il Giudice della Corte Suprema del Quebec, Chantal Corriveau, ha approvato una Class Action da 60 milioni di dollari contro la Watch Tower Bible and Tract Society of Canada.

    Negli Stati Uniti, sono emersi altri particolari agghiaccianti. Tra le decine di processi in cui è coinvolta la Watch Tower Society ce n’è uno nello Stato del Montana in cui la società è stata condannata a pagare danni punitivi e compensativi per un totale di 35 milioni di dollari. Anche qui la Watch Tower segue una politica negazionista, presentando appello e non informando i propri adepti di nessuna di queste cause.
    Sul sito ufficiale dei Testimoni di Geova, esiste infatti la sezione Sala Stampa, con la specifica sottosezione ‘Sviluppi Legali’. Non troviamo un solo accenno a questi casi. Non esiste accenno alla Commissione Reale Australiana, a quella della Nuova Zelanda, del Regno Unito, ai processi statunitensi, alle condanne milionarie, alle ispezioni delle forze dell’ordine nelle filiali olandesi e belga.
    Il Testimone di Geova medio viene tenuto all’oscuro di tutto questo, come se non stesse accadendo nulla, in perfetto stile negazionista.

    Le risposte alle centinaia di richieste di chiarimento (scritte o telefoniche) inoltrate anche alla Filiale italiana dagli stessi Testimoni, sul perché non viene scritto nulla su questi casi specifici, sono evasive. Spesso sono semplicemente un «grazie per la domanda, ti manderemo un nostro rappresentante per risponderti». Abbiamo decine di queste lettere di risposta. E non è tutto.

    Paradisi per pedofili

    ‘The Atlantic’, rivista statunitense di approfondimento culturale e politico fondata nel 1857, pubblica il 22 marzo 2019 un articolo che scuote le coscienze.  L’articolo rivela che la Watch Tower possiede quello che forse è il più grande database al mondo di pedofili. Si tratta di dati accuratamente raccolti in seguito ad un sondaggio interno fatto nel 1997 nelle oltre 10mila congregazioni americane.

    Si tratta di dati occultati ai fedeli e alle autorità. Dati che conterrebbero una lista di circa 20mila pedofili che si aggirano nelle congregazioni dei Testimoni di Geova nei soli Stati Uniti, nella maggioranza dei casi nella totale ignoranza dei confratelli. Rapportati al totale dei Testimoni attivi negli Stati Uniti, sono circa 2 pedofili ogni 100 Testimoni, ovvero un paio per congregazione.
    Il dato è spaventoso. Ma ancor più spaventosa è la politica di gestione interna.
    Non sorprende che le comunità dei Testimoni di Geova siano state macabramente definite ‘paradisi per pedofili’. Adottando la stessa proporzione, ci sarebbero almeno 4.300 pedofili tra le congregazioni dei Testimoni italiani. Una cinquantina per provincia. Ma i dati non li abbiamo, né sappiamo se identica indagine sia stata condotta in Italia.

    Come detto, stiamo assistendo a un’evoluzione culturale nella difesa dei diritti umani, dove finalmente si tutelano le creature più vulnerabili e indifese, quelle senza voce (in-fanti).
    Forse tutto prese il via nel 2002, quando il team Spotlight del ‘Boston Globe’ portò alla luce gli scandali sulla pedofilia nelle gerarchie della Chiesa Cattolica.

    Le Commissioni Reali nel Commonwealth ne sono state l’enzima

    Gli Stati Uniti stanno ora facendo da locomotiva mondiale: in diversi Stati negli USA stanno estendo la prescrizione per il reato di pedofilia. Nello Stato di New York lo statuto criminale delle limitazioni per l’abuso sessuale di minore è stato esteso a 28 anni. Per i casi civili, contro persone e istituzioni, la prescrizione ora si estende fino ai 55 anni.
    Il ‘New York Child Victim Act’, a partire dal 14 agosto 2019, ha aperto una finestra temporale di un anno, durante la quale chiunque abbia subito un abuso da organizzazioni o individui sotto lo Stato di New York, potrà denunciare l’abuso al tribunale competente. Lo Stato di New York ha riservato 45 giudici per la gestione di quello che si prospetta essere un vero e proprio diluvio di denunce. La sede mondiale dei Testimoni si trova proprio nello Stato di New York.
    Il 12 agosto 2019, gli 8 membri del Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova sono stati citati in giudizio, per responsabilità dirette legate alle politiche che hanno favorito e coperto abusi sessuali su minori.

    E l’Italia?

    Dove si pone l’Italia in questo percorso? Che cosa hanno fatto i governi multicolore di questi anni a favore delle vittime di abuso? Quale commissione è stata istituita per indagare in maniera concertata e sistematica sulla gestione dei casi di abuso sessuale su minore da parte delle istituzioni religiose e non?

    Quali accertamenti sono stati fatti in merito a sette od organizzazioni come quella dei Testimoni di Geova dove il problema è aggravato dalla mala gestione e dove i bambini sono ancora più in pericolo? Proprio come nel resto del mondo, secondo le testimonianze che abbiamo raccolto (testimoni che ci siamo impegnati a proteggere in quanto a rischio ostracismo) anche in Italia i leader dei Testimoni di Geova hanno gestito ‘in proprio’ i reati di pedofilia consumati all’interno delle congregazioni senza denunciarli alle autorità. In alcuni casi, la loro gestione ha previsto solo dei ‘comitati giudiziari’ interni.
    Come da istruzioni date ai pastori, di queste udienze vengono conservate registrazioni scritte negli ‘archivi confidenziali’ delle congregazioni. In alcuni casi si sta ora cercando di cancellare queste prove.

    In una recente lettera inviata agli anziani dell’Australia, datata 28 agosto, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova dell’Australasia ordina agli anziani di distruggere i verbali delle udienze giudiziarie interne e alcune note della congregazione. «Chiediamo a ciascun anziano di controllare il proprio personal computer, i file cartacei e persino la propria borsa per le adunanze, per assicurarsi che non venga conservata corrispondenza confidenziale al di fuori dell’archivio confidenziale della congregazione», si legge nella lettera.

    Il Governo italiano è consapevole del fatto che anche nel nostro Paese è stata prodotta questa documentazione? È consapevole di come la Watch Tower ha gestito negli anni la questione pedofilia? È consapevole delle udienze giudiziarie interne? Dei verbali che ne vengono redatti e conservati in appositi archivi confidenziali?

    È consapevole di come vengono gestite queste informazioni nel nostro Paese? È consapevole del fatto che molti temono di parlare per via di un ricatto morale quale è l’ostracismo, ovvero l’esclusione dalla vita sociale dell’unico gruppo di riferimento e spesso anche dalla famiglia?

    In Australia è bastata una lettera sul ‘Newcastle Herald’ per attivare una risposta in quattro giorni. Quanto passerà in Italia prima di vedere una risposta istituzionale? Chi salva una vita salva il mondo intero. Proveremo girare tutte queste domande all’Ufficio Stampa dei Testimoni in Italia, così come proveremo interpellare il Governo. Nel caso non ricevessimo risposta pubblicheremmo i dettagli del silenzio.

    ***AGGIORNAMENTO DEL 20 SETTEMBRE***

    In risposta alla richiesta per l’intervista di cui sopra abbiamo ricevuto, ieri 19 settembre, la nota che integralmente pubblichiamo qui di seguito, come da richiesta, e in spazio a parte con le considerazioni della Redazione.

    «Gentile Direttore,
    Vorremmo rispettosamente farle presente che la posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori è liberamente consultabile sul loro sito ufficiale, JW.ORG. Sarebbe probabilmente bastata un’analisi di tali informazioni per smontare la tesi diffamatoria dell’articolo pubblicato nel suo giornale. I Testimoni di Geova, noti in tutto il mondo per i loro alti valori morali, aborriscono gli abusi sui minori e li considerano un reato grave. Gli anziani delle congregazioni non proteggono dalle autorità chi commette abusi su minori. In tutti i casi di abusi su minori le vittime e i loro genitori (o chiunque altro sollevi l’accusa) hanno il diritto di sporgere denuncia alle autorità competenti. Per ulteriori informazioni, si veda il documento “La posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori in armonia con la Bibbia”: https://www.jw.org/it/news/sviluppi-legali-diritti-umani/risorse-legali/informazioni/materiale-posizione-testimoni-di-geova-tutela-minori/
    Con preghiera di pubblicazione in calce all’articolo diffamatorio.
    Cordiali saluti
    Ufficio Stampa
    Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova»

  • Prete argentino suicida: era stato condannato per abusi su bambini

    Prete argentino suicida: era stato condannato per abusi su bambini

    Don Eduardo Lorenzo si è ucciso con un colpo di pistola alla tempia. Il prete argentino era stato condannato per aver sessualmente abusato di almeno 5 vittime ed ha commesso il gesto suicida prima di essere portato in carcere. Lui si era sempre difeso come innocente.

    Prete argentino suicida: era stato condannato per abusi su bambini

    LEGGI ANCHE> Il cardinale George Pell, ex tesoriere del Vaticano, condannato per pedofilia

    Si è sparato un colpo alla tempia Don Eduardo Lorenzo, prete 59enne riconosciuto colpevole di abusi sessuali su minori della sua parrocchia. Il prete si è ucciso a Plata, nella sede della Caritas dove era temporaneamente alloggiato. Il religioso si era sempre detto innocente rispetto alle accuse rivoltegli.

    Lunedì 16 dicembre la procuratrice Ana Medina aveva chiesto l’arresto per il prete, accusato di 5 nuove violenze a danno di minori. Don Eduardo Lorenzo  aveva ricoperto il ruolo di cappellano del servizio penitenziario di Buenos Aires per 14 anni, e organizzava gruppi e viaggi di giovani boy scout.

    Quando il giudice Marcela Garmendia ha rifiutato la richiesta di esenzione dal carcere presentata dal legale della difesa, il religioso ha preferito commettere il gesto suicida. Il religioso si era sempre detto innocente: «Non sono un pedofilo, non ho commesso alcun atto indegno del mio essere sacerdote. Ho difetti come tutti gli altri, ma non perversioni, che io condanno e condanno sempre. Sono stato demolito, sono in un momento spaventoso della mia vita» aveva dichiarato Don Lorenzo la scorsa settimana.

    La prima denuncia per abuso sessuale risale al 2008, ma non vi furono condanne. Il caso infatti rimase fermo per quasi dieci anni, fino a quando non venne riaperto dall’avvocato Juan Pablo Gallego. In quella occasione la vittima si è esposta pubblicamente testimoniando con il suo vero nome, Diego Perez. «Mi diceva ‘sei un uomo di colore’, quindi devi farlo – ha dichiarato – Mi ha spinto, mi ha portato nella sua stanza per oltraggiarmi e fare sesso con me. Alla fine ero alcolizzato e di nuovo sottomesso sessualmente». Il suo racconto ha quindi spinto altre vittime a farsi avanti e raccontare degli abusi subiti in gioventù.

    Il caso era esploso anche mediaticamente, tanto che lo scorso luglio l’arcivescovo di La Plata, monsignor Víctor “Tucho” Fernández, aveva proibito al prelato di rimanere solo con i minori della parrocchia e non solo, dicendo che la misura era per «precauzione». Don Eduardo Lorenzo aveva quindi richiesto pochi mesi dopo una licenza come pastore nell’Immacolata Madre di Dio, Gonnet, apportando come motivazione questioni di salute: lo scorso dicembre erano trapelati i risultati della perizia psicologica che lo identificavano con una «personalità con caratteristiche di manipolazione, ed egocentrismo oltre a una complessa organizzazione psichica, presentazione ossessiva di un’immagine grandiloquente di se stesso, che nasconde una struttura psicopatica perversa avendo bisogno di altri per idolatrarlo ed esaltare l’autostima».

    (Credits immagine di copertina: foto twitter Fernando Tocho@nandotocho)
     
    https://www.giornalettismo.com/prete-argentino-suicida-pedofilo/