Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Gioco di specchi

    Gioco di specchi

    di Federico Tulli – “Eccellenza, mi riferisco al caso del rev. Nello Giraudo, del clero della sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila. Il suo predecessore, S.E. mons. Calcagno, nel 2003 segnalava il caso a questa Congregazione. Il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali: in caso contrario, avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo… nei confronti del sacerdote. Essendo ormai trascorsi quattro anni La invito a voler cortesemente informa[1]re questo Dicastero sull’evoluzione del caso».

    Quello che avete appena letto è il testo di una lettera inviata al vescovo Lupi il 29 marzo 2010 da monsignor Ladaria, all’epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf, la procura generale della Santa sede, conosciuta anche come ex Sant’uffizio). Lupi in quel tempo era capo della diocesi ligure di Savona-Noli.

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa Queste poche ma emblematiche righe (l’originale della lettera è a pag. 8) sono lo specchio di un collaudato sistema di insabbiamento, quello utilizzato dalla Chiesa italiana e dal Vaticano per gestire i casi di crimini pedofili segnalati ai capi delle diocesi da sacerdoti che non intendono volgere lo sguardo altrove o da vittime che ritengono possibile ottenere giustizia dalle autorità ecclesiastiche. Converrete con noi che già scorrendo le date riportate nella missiva ci si accorge che c’è qualcosa che non torna. In pratica, nel 2010 il braccio destro del procurato[1]re generale della Santa Sede chiede conto al capo di una diocesi circa i 4 anni di totale silenzio da parte sua su un caso di pedofilia segnalato presso la stessa diocesi sin dal 1980, ammesso dallo stesso sacerdote nel 2002 e trasmesso alla Cdf, cioè alla procura della Santa Sede, nel 2003. Emerge inoltre che, sebbene nel 2002 la «tendenza pedofila» di Giraudo fosse “ufficialmente” nota, devono passare 4 anni prima che la diocesi lo richiami alle sue responsabilità.

    Un timidissimo richiamo: “Se non ti dimetti dall’abito talare spontaneamente, ti processiamo”. E il sacerdote reo confesso cosa fa? Evidentemente nulla, così come nulla fa la diocesi nei suoi confronti se 4 anni dopo Ladaria chiede informazioni al suo vescovo sull’evoluzione del caso. In tutto questo, in 30 anni non una parola trapela all’esterno. Giraudo che negli anni viene spostato da una parrocchia all’altra del savonese e – almeno fino al 2003 – è autorizzato a partecipare ai campi scout, sa benissimo che l’obiettivo primario del “sistema”, di cui lui è solo uno dei tanti ingranaggi, consiste nell’evitare scandali e preservare l’immagine pubblica dell’istituzione ecclesiastica. Se questo casualmente coincide con l’incolumità di nuove potenziali vittime tanto meglio, ma la salute psicofisica dei bambini per tutti gli attori di queste storie è irrilevante. Tanto è vero che nel 2012 Giraudo patteggia un anno e mezzo davanti al Gip di Savona per l’unico reato che i giudici sono riusciti a salvare dalla prescrizione, la violenza ai danni di minore compiuta (in un campo scout) nel 2005, cioè quando sia la Diocesi che la Congregazione per la dottrina della fede erano a conoscenza da tempo della sua «tendenza». Vale la pena a questo punto ricostruire brevemente l’intera vicenda criminale.

    Lasciarono che i bambini andassero a lui

    «Assolutamente omissivo»: così sentenzia il 14 maggio del 2012 il Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nel riferirsi all’atteggiamento tenuto da monsignor Dante Lafranconi nei confronti dei crimini commessi da don Nello Giraudo.

    L’attuale vescovo emerito di Cremona, alla guida della diocesi di Savona fra il 1992 e il 2001, predecessore quindi del monsignor Calcagno citato nella lettera di Ladaria, era stato posto sotto indagine dalla Procura in seguito alle denunce di Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso e una delle 5 vittime “cadute” in prescrizione. Prescrizione di cui oltre a Giraudo ha beneficiato anche Lafranconi.

    Il reato, si legge nell’ordinanza, è da considerarsi prescritto, ma ciò non implica affatto l’innocenza del vescovo di Cremona. Anzi, dal dispositivo emergono chiaramente due fatti: Lafranconi non poteva non sapere e ha protetto l’istituzione a scapito della tutela delle vittime. In pratica è stato lo stesso don Giraudo ad informare gli inquirenti di aver messo al corrente dei propri problemi sia Lanfranconi che i vescovi succedutisi negli anni alla guida della diocesi, anche se «soltanto in confessione». Quest’ultima circostanza, scrive il Gip Giorgi, «avrebbe impedito al Lafranconi di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, ma non di assumere i provvedimenti più opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia». È di[1]fatti lui a consentire a Giraudo di «aprire la comunità di Orco Feglino” (dove venivano ospita[1]ti minori con difficoltà familiari)».

    Così si legge nella “scheda” personale relativa al sacerdote, datata 22 agosto 2003, firmata dal vicario generale della diocesi mons. Giusto, e rinvenuta dagli inquirenti nella cassaforte della diocesi savonese. Si tratta della cosiddetta pistola fumante. È il documento chiave che ricostruisce i dettagli del comportamento omissivo del vescovo.

    “Nulla è trapelato sui giornali”

    Tutto ciò appare ancora più sconcertante se si pensa che la «tendenza pedofila» di Giraudo era nota sin dai primi anni Ottanta, da quando cioè – come da annotazione di monsignor Giusto, citata nell’ordinanza di archiviazione per prescrizione – «era stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato)».

    L’ordinanza si conclude così: «La disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini… dall’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Come si evince dalla missiva del 2010 di monsignor Ladaria, praticamente tutti, negli anni, ai vertici della curia savonese sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si girarono dall’altra parte.

    Anche Joseph Ratzinger sapeva

    E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il Gip Giorgi, solo per convenienza. È il caso del successore di Lafranconi, monsignor Calcagno: «Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la Congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal successore di Lanfranconi, monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori».

    La corrispondenza cui si riferisce il giudice chiama in causa il papa emerito Joseph Ratzinger. L’8 settembre 2003 il vescovo Calcagno scrive all’allora prefetto della Cdf per informarlo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare «un impegno pastorale». Calcagno informa quindi il cardinale Ratzinger che, «per quanto possibile», intende «evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti». Per quanto possibile!

    Otto giorni dopo la condanna di Giraudo, il 22 maggio 2012, la Conferenza episcopale italiana presenterà le Linee guida per la gestione dei casi di pedofilia clericale, emanate definitivamente nel 2014. In esse, come è noto ai nostri abituali lettori, non è previsto, incredibilmente, l’obbligo per i vescovi di inoltrare alla magistratura le segnalazioni di violenze e molestie a carico di loro sacerdoti, simili a quella che arrivò alla diocesi di Savona nel 1980 riguardo don Giraudo. Inoltre, nelle Linee guida antipedofilia della Cei, a differenza di quanto stabilito da numerose conferenze episcopali nel mondo, non è prevista l’istituzione di alcuna autorità indipendente che faccia da primo punto di riferimento per le vittime, né tanto meno che indaghi sul fenomeno criminale della pedofilia all’interno delle 227 diocesi italiane. E qui veniamo ai giorni nostri.

    Le cose oggi sono cambiate?

    La risposta a questa domanda è no. La Cei, tramite i vescovi a capo delle diocesi, continua a gestire le segnalazioni di nuovi casi in totale autonomia senza collaborare con l’autorità giudiziaria e non ha incaricato alcuna autorità indipendente di fare da punto di riferimento per le vittime. Anzi, e qui c’è una novità che è bene evidenziare, è stato dato incarico alle stesse diocesi di creare dei centri d’ascolto per le vittime.

    Avete letto bene. La diocesi a cui appartiene un sacerdote presunto responsabile di una violenza mette a disposizione della vittima alcuni volontari incaricati dal capo di quel sacerdote, affinché possa raccontare quello che ha subito e iniziare a elaborare il trauma devastante. Lo ha spiegato con estrema nonchalance il 29 gennaio scorso in un’intervista al Corriere della sera il presidente della Conferenza episcopale, Gualtiero Bassetti. Questi centri d’ascolto diocesani e interdiocesani, «sono presenti in circa il 40% delle diocesi, in attesa, nel minor tempo possibile, di essere istituiti in ogni comunità diocesana» ha detto Bassetti.

    E come funzionano gli ha chiesto il vaticanista Gian Guido Vecchi? «Ricordiamo che i Centri di ascolto non sono sportelli, perché non si tratta di uffici burocratici ma di strutture predisposte che si avvalgono di volontari formati all’ascolto e all’accoglienza di persone che portano con sé le ferite di traumi psicologici e non solo. Sono laici, sacerdoti, religiosi e religiose; uomini e donne che sanno andare incontro al dolore delle vittime e dei sopravvissuti accogliendoli con competenza e delicatezza. I responsabili degli sportelli di prima accoglienza, inoltre, non sono sostitutivi né dell’azione della magistratura né dell’eventuale accompagnamento psicologico».

    I centri d’ascolto non sono sostitutivi dell’azione della magistratura ma viene da chiedersi in che modo una diocesi utilizzi le informazioni raccolte dalla vittima quando il prete violentatore viene rinviato a giudizio dalla magistratura “laica”.

    Difatti, stando a quello che scrive il 29 luglio 2021 l’Avvenire, organo di riferimento dei vescovi, questi centri hanno «il compito di raccogliere segnalazioni di abusi commessi da sacerdoti e da persone nell’ambito ecclesiale… offrendo poi un supporto psicologico, tecnico e giuridico» alle vittime. Tutte le segnalazioni, scrive ancora l’Avvenire, «saranno poi presentate al vescovo che deciderà per l’avvio un’indagine previa (preliminare, ndr) sul piano canonico, invitando allo stesso tempo la persona coinvolta a rivolgersi, quando è il caso, all’autorità giudiziaria». Quando è il caso…

    La Chiesa italiana indaga a modo suo

    Oltre ai Centri d’ascolto per le vittime, presenti in circa 90 delle 227 diocesi italiane, la Conferenza episcopale ha costituito in tutte le diocesi un Servizio per la tutela dei minori centrato sulla prevenzione. Uno dei primi è quello che opera nella Diocesi di Trento. Qui, attraverso il Centro di ascolto, tra aprile 2020 e dicembre 2021 il Servizio tutela minori ha raccolto tre segnalazioni di presunti abusi. In due di queste sarebbero stati interessati dei religiosi, nella terza un sacerdote della Diocesi di Trento. I primi due casi sono stati trasmessi al competente superiore dell’Ordine religioso di appartenenza, per la relativa presa in carico. Circa il sacerdote diocesano, pur trattandosi di fatti lontani nel tempo, l’Ordinario diocesano – assicura la Diocesi di Trento secondo quanto riporta un’Ansa del 3 febbraio scorso – ha prontamente provveduto agli approfondimenti del caso, come previsto dalle norme canoniche.

    Al momento non risultano segnalazioni alla Procura di Trento sui casi citati. Sappiamo che la stessa diocesi nei 12 anni precedenti ha ricevuto almeno altre 11 segnalazioni di abusi. Come sempre accade in questi casi il vescovo ha indagato in via preliminare in maniera autonoma: due segnalazioni sono state ritenute manifestamente infondate, due si riferivano a sacerdoti ormai defunti, una riguardava un religioso (per cui è stata inoltrata apposita segnalazione all’ordine di appartenenza) e una riguardava un prete straniero per dei fatti avvenuti all’estero. Dei cinque casi rimanenti, due sono stati archiviati per infondatezza dopo avvenute indagini, uno si è risolto con condanna canonica e due procedimenti risultavano ancora in corso a metà del 2019. Anche in questi casi le segnalazioni pervenute alla diocesi non sono state riferite direttamente all’autorità giudiziaria italiana.

    Lo stesso vale per la vicina diocesi di Bolzano dove i casi di violenza segnalati dal 2010, ha scritto di recente Franca Giansoldati sul Messaggero, sono stati circa 100. Dai Servizi per la tutela dei minori grazie alla sinergia con i Centri d’ascolto, come ha precisato Bassetti al Corriere, la Chiesa italiana intende ricavare le informazioni necessarie «per avere un quadro che non fa leva su proiezioni o statistiche, ma sul vissuto delle Chiese locali. Il nostro intento, nel segno della presa di coscienza e della trasparenza, è infatti quello di arrivare ai numeri reali».

    Il riferimento critico di Bassetti è alle inchieste indipendenti che in Francia e Germania nei mesi scorsi hanno scoperchiato in tre soli anni delle realtà mostruose sia quantitativamente che qualitativamente, con migliaia di preti responsabili di violenze, decine di migliaia di vittime e vescovi che hanno sistematicamente insabbiato i casi per decenni. «È pericoloso affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche. La conoscenza del fenomeno, a mio avviso, va fatta scientificamente, non per indagini» aveva detto Bassetti in ottobre. E lo ha ribadito al vaticanista del Corriere due settimane fa: «Noi vorremmo arrivare a fornire dati ed elementi effettivi e, soprattutto, far emergere la consapevolezza di un cambiamento autentico che ci renda credibili nella nostra vicinanza rispettosa alle vittime, nella loro accoglienza. L’obiettivo è non ripetere errori e omissioni del passato e rendere giustizia agli abusati. Ma giustizia non è giustizialismo, e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri». Riformuliamo qui le stesse due domande che abbiamo idealmente posto a Bassetti su Left del 10 dicembre scorso: Per chi è pericoloso «affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche»?

    La statistica non è una scienza? Prendiamo atto che la Chiesa italiana, pur ammettendo tra le righe l’esistenza di un problema grave e diffuso, diversamente da tante altre Chiese nel mondo (Stati Uniti, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Australia, Irlanda solo per citarne al[1]cune) non intende incaricare nessun organismo indipendente di fare luce sulle dimensioni del fenomeno criminale della pedofilia al suo interno, tanto meno di renderne pubblica la portata. Ma la vera domanda è: perché mai deve essere la Chiesa a indagare? In tutto questo, lo Stato italiano che fa?

    Il database di Left

    Aggiungiamo un’altra domanda. Perché la Conferenza episcopale italiana non vuole un’inchiesta indipendente? Una risposta possibile ci riporta agli atti del processo contro Nello Giraudo e monsignor Dante Lafranconi. «So che sul documento ufficiale di nomina di don Nello a parroco di Magnone, risalente al 2003, c’è l’espresso divieto di occuparsi di bambini e ragazzi. Questo documento è in Curia nel fascicolo personale di don Nello, custodito dal cancelliere don Giovanni Margara. Su ciascuno di noi, infatti, c’è un fascicolo personale che raccoglie tutta la documentazione rilevante. So che esistono anche fascicoli segreti sui sacerdoti della diocesi custoditi in un armadio di cui solo il vescovo ha la chiave».

    È questo un passaggio delle dichiarazioni rilasciate l’1 aprile 2010 al Pm da don Carlo Rebagliati, un sacerdote che per lungo tempo lavorò insieme a Giraudo. In questa dichiarazione c’è da un lato la con[1]ferma che oltre a Lafranconi anche il suo successore Calcagno era a conoscenza della «tendenza pedofila» di Giraudo, e dall’altro un’informazione preziosissima: negli archivi delle diocesi italiane ci sono tutte le informazioni necessarie per fare un quadro molto preciso della situazione sia «qualitativamente» che «quantitativamente», per usare parole di monsignor Bassetti. Del resto, solo per fare un esempio, nel 2012 monsignor Mariano Crociata, allora segretario generale della Conferenza episcopale, ammise l’esistenza di almeno 135 casi di pedofilia emersi dal 2000 in poi e trattati dalle diocesi italiane.

    Entrare in questi archivi significherebbe arrivare dove nessun investigatore laico è mai arrivato, salvo rarissimi casi come quello di Savona. Rendere pubblici i contenuti dei «fascicoli» contribuirebbe a restituire giustizia alle vittime, a dare coraggio e fiducia a chi ancora non è riuscito a denunciare, a togliere sicurezza ai pedofili che scelgono lucidamente di indossare l’abito talare per lavorare a contatto con i bambini sapendo che difficilmente incorreranno in sanzioni penali. Nel nostro piccolo vogliamo dare il nostro apporto a questa battaglia di verità, giustizia e civiltà inaugurando sul sito di Left il database che documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana, il primo in Italia realizzato da una testata giornalistica (per approfondire vedi editoriale a pag. 5). Chiediamo una Commissione parlamentare d’inchiesta L’archivio documenta in questi giorni i primi 60 casi censiti e accertati. Sarà aggiornato costantemente e vi anticipiamo sin da ora che sono almeno 300 le “situazioni” documentate negli ultimi 20 anni, con centinaia e centinaia di vittime. Scrivendo a chiesaepedofilia@left.it si possono segnalare nuovi casi oppure aggiungere informazioni a quelli pubblicati. La mail è attiva da alcuni giorni e stiamo già verificando diverse segnalazioni. Con questo nostro lavoro vogliamo fornire un quadro d’insieme della situazione italiana affinché l’opinione pubblica, adeguatamente informata, faccia pressione sulla politica e le istituzioni perché siano attivate tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un cri[1]mine seriale – e per garantire tutta l’indispensabile assistenza psicologica alle vittime. Da tempo su Left chiediamo che sia istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio (v. il nr. 49 dell’11 dicembre 2021). Ma il nostro appello fino a oggi non ha avuto riscontro.

    Il nostro database vuole essere una risposta a questa grave mancanza di informazioni. Oltre ai dati statistici sui casi censiti, l’archivio sarà corredato di documenti (tra cui molti di quelli citati in questo articolo sul “caso Giraudo”), inchieste originali, interviste, analisi e riflessioni con il contributo di esperti di va[1]rie discipline. Riteniamo sia necessario spiegare con linguaggio chiaro e divulgativo cosa è la pedofilia, in particolare quella di matrice ecclesiastica, chi è il pedofilo, quali sono le conseguenze per la vittima, cosa fare nel caso in cui si venga a conoscenza di una presunta violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare.

    Il database è implementato con la collaborazione dell’unica onlus esistente in Italia che si occupa della tutela dei diritti delle vittime e dei soprav[1]vissuti a stupri di matrice ecclesiastica – Rete L’Abuso. È grazie al prezioso archivio dell’associazione fondata da Francesco Zanardi nel 2010 se oggi esiste una prima mappatura dei crimini pedofili nelle diocesi italiane dalla quale emerge che praticamente in tutte e 227 si è verificato alme[1]no un caso negli ultimi 20 anni. È nostra ferma intenzione andare fino in fondo a queste storie e verificare se ce ne siano altre, cosa che purtroppo sappiamo già di non poter escludere.

    Titoli di coda – Nello Giraudo è stato dimesso dallo stato clericale nel 2010; monsignor Lanfranconi è vescovo emerito a Cremona; mons. Lupi dal 20 ottobre 2016 è vescovo emerito di Savona-Noli; monsignor Calcagno il 26 giugno 2018 è stato nominato da papa Francesco presidente emerito dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa); monsignor Ladaria l’1 luglio 2017 è stato nominato da papa Francesco prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf); il “suo” capo dei Pm di allora, monsignor Scicluna, il 13 novembre 2018 è stato nominato da papa Francesco segretario aggiunto della Cdf. A Scicluna si rivolse Calcagno il 22 febbraio 2006 per intercedere per conto di Giraudo che chiedeva di non essere dimesso dallo stato clericale. Un anno prima Giraudo aveva compiuto gli abusi per cui sarà condannato nel 2012. Secondo Rete L’Abuso tra il 1980 e il 2005 le sue vittime potrebbero essere state circa 50.

    18 febbraio 2022 LEFT

  • Intervento di Paola Lazzarini – Donne per la chiesa – #ItalyChurchToo

    Intervento di Paola Lazzarini – Donne per la chiesa – #ItalyChurchToo

    La collaborazione della Chiesa

    «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima a una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime».

    «Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una propo- sta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa.

    Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti.

    È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una Chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

  • Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    Perché un molestatore lavora ancora come prete?

    BBC – Lo chiameremo “Mario”. Si tira leggermente indietro mentre gli stringiamo la mano, ancora chiaramente a disagio con il contatto fisico. E alla mia prima domanda: “Come stai?” – che speravo lo avrebbe facilitato dolcemente nella conversazione, si rompe immediatamente.

    “Questa intervista mi sta riportando a tutto”, balbetta, a malapena in grado di tirare fuori le parole attraverso le lacrime.

    Mario non ha mai parlato prima con un giornalista di quella che chiama la sua “schiavitù sessuale” per mano del suo prete d’infanzia.

    Il nostro viaggio ci porterà dall’orribile testimonianza di Mario, all’affrontare faccia a faccia il suo aguzzino – e infine alla ricerca di risposte da coloro che hanno permesso al sacerdote di continuare a celebrare la Messa fino ad oggi.

    La sua è una delle innumerevoli storie di abusi sessuali clericali in Italia, che non ha mai affrontato adeguatamente il flagello. Nonostante abbia il più alto numero di sacerdoti di qualsiasi Paese e la sede della Chiesa cattolica nel suo cortile, l’Italia non mantiene statistiche ufficiali sulla questione e non c’è stata alcuna inchiesta pubblica.

    All’ombra del Vaticano, i peccati dell’Italia sono nascosti sotto un velo di tenebre.

    Breve linea grigia di presentazione

    «Certo, mi è stato detto che c’era un segreto», ricorda Mario, «tra lui, me e Gesù».

    Quel segreto erano, dice Mario, 16 anni di orribili abusi che ha subito dall’età di otto anni, perpetrati da un prete di nome padre Gianni Bekiaris.

    Una sintesi del caso dell’avvocato di Mario, che include molti dettagli troppo grafici da riportare, descrive il primo stupro del 1996 come “premeditato”. Bekiaris ha prenotato per entrambi una camera d’albergo con un letto singolo. In seguito, si legge sui giornali, Mario è rimasto “dolorante e sanguinante… piangendo in silenzio”.

    Bekiaris ha poi fatto ai genitori di Mario “un regalo” di un poster che mostrava dove si trovava l’hotel – e dove si dice sia avvenuto lo stupro – sotto il quale aveva scritto la data e l’ora di quel momento, oltre alle parole: ” In ricordo dei due giorni trascorsi al freddo delle montagne”.

    Sembrava una commemorazione distorta del crimine e un segno di come il prete manipolasse il bambino emotivamente vulnerabile, traendo profitto dal rapporto teso di Mario con suo padre.

    Gli atti del caso affermano che Bekiaris ha minacciato Mario di tacere, “raccontandogli quello che è successo… è stata anche colpa del bambino”.

    “Quando sono cresciuto, ha chiesto ai miei genitori se potevo andare a dormire a casa sua”, ricorda Mario. “Hanno acconsentito, anche se ho pregato che non lo facessero”.

    I suoi genitori, ignari dell’orrore che si stava svolgendo, erano ingenuamente orgogliosi che un uomo importante della stoffa avrebbe apprezzato il loro figlio. Il trauma ha portato Mario alla droga, al collasso psicologico e ai ripetuti tentativi di suicidio.

    “Ha rubato l’anima gentile che ero io”, dice Mario. “E gli incubi… i miei sogni riguardano guerre con kalashnikov e bombe a mano.”

    Alla fine, dopo essersi aperto a un terapeuta, Mario si è imbarcato in una ricerca di giustizia. Il suo primo passo fu avvicinare il superiore di Bekiaris, il vescovo Ambrogio Spreafico. Monsignor Spreafico ha avviato un processo secondo il diritto canonico, il diritto della Chiesa cattolica, che utilizza per affrontare i problemi interni.

    Il verdetto che abbiamo ottenuto da quel processo di diritto canonico mostra che i giudici hanno ritenuto Bekiaris “chiaramente colpevole delle accuse mosse contro di lui” e che, mentre contestava alcuni dettagli dell’abuso, “ha ammesso di aver commesso il crimine”. Ha anche effettuato un pagamento di € 112.000 (£ 94.000) a Mario.

    Ma la giuria non ha svincolato il sacerdote, come aveva chiesto Mario, scegliendo invece di vietargli a vita di “amministrare i suoi doveri con i minori”.

    Delusi, Mario e il suo avvocato hanno sporto denuncia penale alla polizia italiana.

    I documenti che abbiamo visto di questo secondo processo rivelano che i giudici “non avevano dubbi sulla veridicità delle accuse”, lasciando “nessuno spazio per l’assoluzione dell’imputato”.

    Ma sotto l’ingombrante sistema legale italiano, il caso era andato oltre i termini di prescrizione, il che significa che Bekiaris non poteva essere condannato. Il caso illustra il pantano di ostacoli legali che ha irretito i casi di abusi sessuali in Italia, privando i sopravvissuti – un termine che la maggior parte preferisce a “vittime” – di giustizia.

    La prescrizione italiana – che inizia quando un reato viene commesso, piuttosto che denunciato – è attualmente in fase di riforma per impedirne l’uso per ostacolare o imporre un procedimento giudiziario, ma la riforma non è retroattiva.

    L’avvocato di Mario, Carla Corsetti, ci ha detto che il limite di tempo ha ostacolato innumerevoli casi di abusi sessuali a causa degli anni che i sopravvissuti possono impiegare per elaborare mentalmente il crimine. Ma, aggiunge, il problema è più profondo: alla costituzione italiana e al Patto Lateranense del 1929 firmato dall’allora dittatore Benito Mussolini, che conferiva al Vaticano autonomia giuridica dall’Italia. Ciò dà al clero il ricorso alla legge vaticana rispetto a quella italiana, proteggendoli in effetti potenzialmente dalla giustizia italiana.

    “Preservando il Patto Lateranense, siamo un Paese con sovranità limitata”, afferma la Corsetti. “Paghiamo per questo ogni giorno e quelli che pagano per primi sono le vittime di abusi sessuali”.

    Il Vaticano sotto papa Francesco ha lentamente intensificato i suoi tentativi di affrontare il reato, vietando, ad esempio, l’uso di un codice del silenzio chiamato “segreto pontificio”. Di recente, la Conferenza episcopale italiana ha istituito la prima giornata nazionale di preghiera in Italia per i sopravvissuti agli abusi.

    Ma per i critici, queste mosse sono nel migliore dei casi tardive e nel peggiore tristemente inadeguate.

    Nel 2019 le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di avviare un’indagine indipendente e imparziale sugli abusi sessuali da parte dei clericali. Le loro chiamate finora sono cadute nel vuoto.

    In altre parti del mondo si stanno facendo progressi per togliere il mantello della segretezza. Un rapporto in Francia lo scorso anno ha rilevato che dal 1950 almeno 216.000 bambini sono stati maltrattati lì da circa 3.200 sacerdoti. L’Italia ha più del doppio dei sacerdoti della Francia, ma nessun conteggio ufficiale dei casi di abuso.

    Anche all’interno delle mura vaticane, alcuni hanno espresso costernazione per l’inerzia dell’Italia.

    Padre Hans Zollner, direttore dell’Istituto di Salvaguardia della Pontificia Università di Roma e membro della Commissione vaticana per la protezione dei minori, ha esortato l’Italia a seguire l’esempio della Francia e di altri Paesi che hanno indagato su questi crimini.

    “In Gran Bretagna, in Australia, negli Stati Uniti, in Germania, la società è arrivata a un punto per confrontarsi con questo problema e poi anche la Chiesa ha dovuto affrontarlo – ma questa consapevolezza e questa urgenza di affrontarlo non si è verificata in questo Paese ancora”, dice.

    Nei luoghi che hanno affrontato gli abusi del clero, padre Zollner afferma che in media il 4-5% dei sacerdoti è stato accusato o condannato, aggiungendo che “con ogni probabilità, in Italia ci sarebbe un numero simile”. Ma in assenza di un conteggio ufficiale e con un impegno minimo da parte dello stato italiano, è stato lasciato all’unico gruppo di campagna del paese che lavorava sulla questione di compilare ciò che poteva.

    Francesco Zanardi – lui stesso sopravvissuto – gestisce un’associazione chiamata The Abuse Network dal suo minuscolo appartamento nel nord Italia. “Quando abbiamo iniziato a cercare supporto e supporto legale”, dice, “abbiamo colpito un muro di mattoni”. Combinando informazioni riservate e resoconti dei media, ha mappato i sacerdoti del paese che sono stati sospettati, indagati o condannati per abusi. E ha creato un gruppo di avvocati pronti a lavorare con i sopravvissuti.

    Zanardi ha calcolato 163 condanne di preti in Italia negli ultimi 15 anni, ma è certo che si tratta di una grave sottostima.

    “L’Italia è come un altro pianeta lontano dall’Europa”, dice. “C’è una chiara mancanza di volontà da parte dello Stato di interferire con la Chiesa, a spese dei bambini”.

    Parte del problema qui è culturale. L’Italia è spesso più conservatrice su alcune questioni sociali rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale. In un Paese in cui oltre l’80% delle persone si identifica come cattolico, la Chiesa è, per molti italiani, al centro della loro identità quanto la famiglia – e spesso può sembrare un’autorità incontestabile.

    Breve linea grigia di presentazione

    Quella nozione di silenzio e intoccabilità della Chiesa in Italia, come la descrive padre Zollner, ha permesso di inserire alcuni sacerdoti accusati di abusi in una rete di centri di riabilitazione gestiti dalla Chiesa.

    Molti di questi centri esistono in tutto il paese ma si sa poco di loro. Uno vicino a Roma, a cui abbiamo ottenuto un accesso raro, è isolato su una strada non segnalata, dietro il filo spinato. Attraverso il cancello si trova una statua bianca di Cristo.

    All’interno ci sono camere da letto per i sacerdoti residenti, un soggiorno e una piccola cappella. Sulla parete ci sono le foto di una recente visita di Papa Francesco, che è rimasto per un’ora e mezza e, secondo quanto riferito, ha elogiato la cura pastorale dell’istituzione.

    I sacerdoti inviati ai centri hanno una serie di problemi, tra cui il gioco d’azzardo e la tossicodipendenza. Ma alcuni sono anche accusati, sotto inchiesta o sotto processo per abusi sessuali.

    Marco Ermes Luparia, il fondatore, nega strenuamente che la sua comunità sia “un rifugio per i fuggiaschi”, insistendo sul fatto che sia invece un luogo di cura dei sacerdoti per prevenire la recidiva. I molestatori seguono quello che lui definisce “un ciclo individuale, molto intenso, di due o tre sedute di psicoterapia a settimana, seguito da una totale limitazione dei movimenti. Non possono nemmeno pranzare all’aperto”.

    Per i sopravvissuti, le strutture oscure che tengono gli abusatori lontani da occhi indiscreti illustrano ancora una volta una catena di complicità che seppellisce il crimine.

    Il sig. Luparia respinge categoricamente tale affermazione. “I vescovi devono avvisare le autorità competenti che il sacerdote sta venendo da noi”, dice, respingendo le affermazioni che la comunità consente alla Chiesa di proteggere i maltrattatori. “Oggi un vescovo che lo facesse – per lui sarebbe la fine”, dice.

    Non esiste un’assistenza così dignitosa per gli innumerevoli sopravvissuti agli abusi, incluso Mario, per il quale continua l’insabbiamento.

    Il suo aguzzino, Gianni Bekiaris, rimane un sacerdote attivo ancora nella stessa diocesi in cui si presume siano iniziati i crimini – e ancora sotto la guida del vescovo Ambrogio Spreafico.

    Passiamo settimane a rintracciare Bekiaris online, scoprendo come si presenta per celebrare la messa in varie chiese in più di una città, prima di sembrare di nuovo sdraiato. È ancora indicato come sacerdote nella diocesi in cui sono avvenuti gli abusi. Abbiamo anche portato alla luce fotografie di lui che celebra la Messa con i bambini presenti.

    Infine, in un luogo vicino a Roma, lo troviamo e ci avviciniamo. Gli mostro le carte del processo che avevamo ottenuto e le foto dei bambini presenti alla sua messa.

    “Lavoro qui”, risponde, indicando il palazzo dove abita, “e non ci sono bambini”.

    Poi produco le sue fotografie in chiesa con minorenni.

    “Quelle sono persone, non minorenni”, insiste.

    Comincia a ritirarsi al chiuso.

    “Sei un pedofilo?” Chiedo.

    “Questo è quello che stai dicendo”, risponde.

    “No, è quello che sta dicendo la tua vittima”, azzardo, prima che chiuda la porta, con un semplice “arrivederci”.

    Breve linea grigia di presentazione

    Chiedo a padre Hans Zollner, dell’Istituto di salvaguardia, cosa dovrebbe in teoria accadere a un sacerdote la cui colpa è stata riconosciuta in un processo di diritto canonico, che ha ammesso l’abuso e ha pagato i danni.

    Mi dice che, pur non conoscendo il caso specifico: “Se la procedura stabilisce che ha commesso il reato, va ovviamente licenziato. E se c’è un qualsiasi tipo di attività che lo porti a contatto con minori, questo va ovviamente contro il verdetto”.

    Eppure, quando sfidiamo il superiore di Bekiaris, monsignor Ambrogio Spreafico, sul perché non avesse svogliato il sacerdote, nonostante una diretta supplica di Mario, nega ogni illecito.

    Mons. Spreafico insiste sul fatto che è stata la Congregazione per la Dottrina della Fede – il potente dipartimento vaticano che si occupa di tali questioni e ha guidato il processo di diritto canonico – a prendere la decisione.

    “Ho seguito le procedure”, dice, “e hanno deciso in questo modo. Non dipendeva da me”.

    Ma perché, chiedo, non ha consigliato al Vaticano di intraprendere una diversa linea di condotta, vista la sua conoscenza di tutti i dettagli, il fatto che Mario si era confidato con lui e che il processo di diritto canonico ha ritenuto colpevole Bekiaris?

    “Il senso di colpa può essere basato su fatti diversi”, risponde. “Potrebbero rivelarsi di una scala diversa, di un lasso di tempo diverso, di una realtà diversa”.

    Quando gli mostro le fotografie di Bekiaris in chiesa con minori, inizialmente suggerisce di aver verificato con il Vaticano e che la celebrazione occasionale della messa non fosse contraria alla sentenza, prima di assicurarmi: «Chiederò alla Congregazione [la Dottrina della Faith] se questo è incluso nel divieto. Ma di per sé non è specificato nel decreto”.

    Anche se, come sostiene, non è contro la legge, chiedo, non è contro la moralità fondamentale che un uomo con un tale passato continui a fare il prete?

    “Prenderò in considerazione la tua osservazione”, dice, “e darò un’occhiata, non preoccuparti.”

    Lo esaminiamo noi stessi, chiedendo una risposta alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Ci dicono che il divieto a vita di amministrare i doveri con i minori imposto a Gianni Bekiaris aveva lo scopo di “guarire ed espiare” e che potrebbe consentire a un sacerdote di celebrare la messa pubblica con i minori, “purché non siano mai lasciati soli”.

    Tecnici giuridici, scappatoie procedurali e interpretazioni personali dei giudizi: sono ciò che ha permesso a Gianni Bekiaris di continuare a predicare la parola di Dio; ha privato Mario della giustizia – e potrebbe portarlo un giorno potenzialmente a entrare in una chiesa della sua diocesi con suo figlio e guardare la messa celebrata dall’uomo accusato di averlo violentato ripetutamente.

    Questo è il costo dell’incapacità dell’Italia di affrontare la maledizione degli abusi – e della sua mancanza di responsabilità per i sopravvissuti la cui fede e infanzia sono state derubate così crudelmente.

    “L’impatto è devastante”, dice Mario, la sua anima spezzata è evidente. “Verso tutta la Chiesa, dal Papa fino all’ultimo sacerdote, mi sento nauseato da loro. Sono malato da morire”.

    Ulteriore segnalazione di Julian Miglierini

    https://www.bbc.com/news/world-europe-60325191

  • Le vittime dei preti pedofili italiani chiedono un’indagine sugli abusi nella Chiesa cattolica

    Le vittime dei preti pedofili italiani chiedono un’indagine sugli abusi nella Chiesa cattolica

    Sofia Barbarani – Quando Antonio Messina ha trovato il coraggio di dire alla sua chiesa locale in Sicilia che un prete in formazione lo aveva abusato sessualmente per diversi anni mentre era un adolescente, il giovane si aspettava di essere creduto e sostenuto.

    Invece, Messina fu licenziato come bugiardo e il seminarista cattolico fu rapidamente trasferito a Ferrara, nel nord Italia, dove fu ordinato sacerdote. Il sacerdote in questione – Giuseppe Rugolo – avrebbe continuato ad abusare di altri tre bambini.

    Rugolo è stato arrestato l’anno scorso e accusato di aver abusato dei bambini affidati alle sue cure. Ha negato le accuse a suo carico.
    Più di sette anni dopo la sua prima affermazione, Messina, che ora ha 28 anni, parla di nuovo, questa volta come parte di un movimento.

    Martedì si è unito alla presentazione online dell’hashtag #ItalyChurchToo e al lancio di ‘Beyond the Great Silence’, un’iniziativa di nove organizzazioni cattoliche e laiche che mira a fare ciò che nessuno ha fatto prima in Italia: convincere la Chiesa cattolica a avviare un’indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori.
    Messina è una delle almeno 360 persone in Italia che sono state abusate sessualmente da un prete cattolico negli ultimi 15 anni, secondo Rete l’Abuso (The Abuse Network) senza scopo di lucro, secondo cui è probabile che il numero reale sia molto più alto .

    “Se possiamo, in un modo o nell’altro, evitare che ciò accada ad altri, allora queste storie orribili possono almeno servire a cambiare qualcosa”, ha detto Messina dopo aver raccontato la sua storia durante l’evento di lancio.
    Altri paesi europei, tra cui Francia, Germania, Belgio, Irlanda e Portogallo, hanno in corso indagini sui presunti crimini e sono riusciti in una certa misura a portare alla luce i predatori all’interno delle loro chiese.

    La scorsa settimana, una commissione in Portogallo – finanziata principalmente dalla Chiesa cattolica – ha affermato che oltre 200 presunte vittime nate tra il 1933 e il 2006 si erano fatte avanti dal suo lancio un mese fa.
    Ma in Italia, un paese in cui la chiesa continua a detenere un potere immenso e dove le istituzioni, così come i privati, hanno talvolta ignorato o coperto le malefatte del clero, il cambiamento tangibile sembra per alcuni una possibilità lontana.

    “La situazione in Italia è drammatica”, ha affermato Francesco Zanardi di Rete l’Abuso, un’organizzazione che ha monitorato e sensibilizzato sugli abusi dei clericali e uno dei gruppi dietro “Oltre il grande silenzio”.
    Zanardi è stato violentato da Nello Giraudo, sacerdote a Savona, quando aveva 13 anni.
    Il sacerdote ha perseguitato le sue vittime durante il periodo cardinalizio di Joseph Ratzinger, e poi come papa Benedetto XVI, e ha scontato poco più di un anno di carcere nel 2012 per abusi su un minore. Giraduo lasciò il sacerdozio dopo la sua scarcerazione.

    Dopo anni di abusi Zanardi si è dedicato alla droga, la sua relazione è andata in pezzi e si è ritrovato solo. Fino al 2010, quando fonda Rete l’Abuso.
    Da allora ha sostenuto che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) avvii un’indagine simile a quella di altri paesi europei, approfondita e completamente indipendente dalla Chiesa.
    “Non interno, come scandalosamente suggerito dall’Italia”, ha detto.

    Gualtiero Bassetti, dimessosi a maggio da capo della Cei, si è recentemente espresso a favore di un’indagine interna.
    La Cei – cui spetta tra l’altro decidere se chiedere alla chiesa di aprire un’indagine – è stata contattata da The Independent ma non si è resa disponibile per un colloquio entro la scadenza.

    Un portavoce ha affermato che la conferenza non ha seguito il lancio della campagna dei sopravvissuti poiché era incentrata sul possibile referendum sulla depenalizzazione del suicidio assistito, bloccato martedì dalla Corte costituzionale italiana.

    Alcune vittime ripongono la loro speranza di cambiamento nel successore di Bassetti, anche se molte altre affermano che non si fiderebbero mai di un’indagine interna della conferenza.
    Ma il controllo e le richieste di giustizia devono estendersi oltre la chiesa, ha detto Zanardi.
    “Mi chiedo dove siano i politici, dove siano il parlamento, lo stato e il sistema giudiziario, dove sia il ministero dell’Interno, dove sia il garante per la protezione dei bambini”, ha detto a The Independent.
    Forse ancora più importante, il 50enne sopravvissuto incolpa fermamente i media italiani per aver chiuso un occhio e non aver trattato l’argomento.

    “In particolare punto il dito contro di loro”, ha aggiunto. “Il governo può essere negligente, ma se la stampa informa i cittadini, allora possono mobilitarsi, purtroppo non ci sono informazioni”.
    Oltre alla necessità di un’indagine indipendente e di una maggiore copertura mediatica, c’è la necessità di una nuova legislazione. La legge italiana ha a volte ostacolato, anziché aiutato, la battaglia contro gli abusi sessuali sui minori.

    L’uso della legge sulla prescrizione in Italia significa che le autorità non possono perseguire un reato se viene denunciato dopo un certo numero di anni, e lo faranno solo se una nuova vittima entro il termine prescritto denuncia lo stesso reato. Questo a sua volta aiuta a spianare la strada ai pedofili per continuare a depredare i bambini, secondo i gruppi della campagna.
    In Italia, 160 dei 52.000 sacerdoti del Paese sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali negli ultimi 15 anni. Tuttavia, si stima che circa 170 sacerdoti accusati siano scomparsi, secondo una ricerca condotta da The Abuse Network.

    In un’intervista al Times questa settimana, padre Hans Zollner, un alto funzionario vaticano e il principale esperto di abusi del papa, ha definito l’Italia un “vaso di Pandora” di abusi sessuali nascosti da parte di sacerdoti.

    Ma mentre il Vaticano è notoriamente lento quando si tratta di riparare i propri torti, alcuni membri della chiesa sentono che si sta dirigendo nella giusta direzione.
    “La realtà è ovviamente triste, se si guarda al passato, ovviamente è un record di innumerevoli vite distrutte”, ha detto un ex sacerdote luterano, che ora si prepara a diventare un prete cattolico.
    “Sono moderatamente positivo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione”, ha detto il seminarista con sede a Roma, che ha chiesto di rimanere anonimo. “La Chiesa ha una responsabilità particolare nel prendersi cura dei deboli e quando queste cose accadono è orrendo, dovrebbe essere presa il più seriamente possibile”.
    La Chiesa cattolica ha affrontato una tempesta il mese scorso quando un rapporto indipendente di avvocati tedeschi ha scoperto che Benedetto non aveva preso provvedimenti contro i chierici in quattro casi di presunti abusi quando era il suo arcivescovo tra il 1977 e il 1982

    “La Chiesa, con l’aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma determinazione l’impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi commessi dai suoi membri”, ha detto papa Francesco il giorno dopo la pubblicazione del rapporto a fine gennaio.
    Nonostante le sue parole rassicuranti, già troppe vittime hanno perso la fiducia nella Chiesa cattolica.
    Una di queste persone è Erik Zattoni, un giovane la cui madre rimase incinta di lui a 14 anni quando fu violentata da un prete locale nel 1980.

    L’autore del reato, Pietro Tosi, ha continuato a far parte del clero fino alla sua morte nel 2014 all’età di 87 anni, il che significa che la famiglia Zattoni non è mai stata in grado di ottenere giustizia.
    “Mia madre mi ha cresciuto ed è una madre meravigliosa”, ha detto Zattoni durante il lancio di “Beyond the Great Silence”.

    “Ma posso vedere nei suoi occhi che è una vittima, che è diversa – sfortunatamente questo è il problema, queste persone sono completamente abbandonate a se stesse”.
    “Cosa dobbiamo fare affinché questi preti, queste persone, questi criminali siano condannati?” ha aggiunto Zattoni.

    https://www.independent.co.uk/independentpremium/world/italy-catholic-church-child-sex-abuse-b2016552.html

  • Nasce il coordinamento contro gli abusi della Chiesa in Italia

    Nasce il coordinamento contro gli abusi della Chiesa in Italia

    Italy Church Too, ovvero «anche la Chiesa italiana». È questo l’hashtag – rielaborazione del Me too del movimento femminista contro le molestie sessuali – scelto dalle associazioni che ieri hanno presentato il Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia.

    La Conferenza episcopale italiana continua sostanzialmente a eludere il problema e a rifiutare la proposta di costituire una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero, per esempio come quella voluta dall’arcidiocesi di Monaco di Baviera-Frisinga, che ha messo sotto accusa sia Joseph Ratzinger sia il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, ovvero colui che quella commissione ha voluto. L’unica apertura – si fa per dire – arrivata dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, in un’intervista al Corriere della Sera a fine gennaio, è quella di una raccolta dei dati in possesso dei Servizi diocesani per la tutela dei minori. Non una commissione indipendente quindi, ma una specie di indagine interna affidata agli stessi organismi ecclesiastici. Senza contare poi che la proposta Bassetti arriva a poco più di tre mesi da suo pensionamento: a maggio, infatti, i vescovi italiani sceglieranno il nuovo presidente della Cei. Se fosse stata seria, avrebbe potuto realizzarla nei cinque anni in cui è stato alla guida della Chiesa italiana (da maggio 2017) e non lanciarla alla vigilia del suo addio, anche perché pressato dagli organi di stampa.

    La spinta allora parte dal basso, da sette associazioni (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe) e due riviste (Adista e Left) che decidono di muoversi su tre fronti: ecclesiale, politico e dell’informazione. Alla Chiesa italiana viene chiesto di avviare una commissione indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero. Lo Stato è invitato a rimuovere tutti quegli ostacoli che impediscono lo svolgimento dei processi e il Parlamento sollecitato a valutare la possibilità di costituire una specifica commissione di inchiesta. E venerdì 18 febbraio verrà messo online, dal settimanale Left, un database che, anche grazie alle informazione raccolte negli anni dall’associazione di vittime “L’Abuso”, documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana.

    «Chiediamo che la Cei affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa – spiega Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa -. Chiediamo che a guidarla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. E chiediamo che sia un’indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale, per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime».

    «Serve adeguare le leggi», aggiunge Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo. «Sono state avanzate istanze allo Stato e all’Onu – prosegue -, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine, ma la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima. Si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti, sarebbe già una svolta. Bisogna poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori. E attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime».

    A differenza di molti Paesi nel mondo – aggiunge Ludovica Eugenio, responsabile dell’agenzia di informazioni Adista – dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine». Il coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia «vuole essere uno strumento di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime».

    https://ilmanifesto.it/nasce-il-coordinamento-contro-gli-abusi-della-chiesa-in-italia/

  • #ItalyChurchToo: i sopravvissuti agli abusi chiedono un’inchiesta della Chiesa italiana

    #ItalyChurchToo: i sopravvissuti agli abusi chiedono un’inchiesta della Chiesa italiana

    ROMA — I sostenitori delle vittime di abusi sessuali da parte del clero italiano hanno lanciato martedì una campagna per chiedere un’indagine di insabbiamento, lamentando che la deferenza ha mostrato che la gerarchia della Chiesa cattolica in Italia ha condizionato tutto, dai procedimenti penali alla copertura mediatica del problema.

    Un consorzio di gruppi ha affermato di sperare che le recenti inchieste nazionali in Germania e Francia, e quelle pianificate in Spagna e Portogallo, facciano pressione sulla Chiesa cattolica italiana affinché apra i suoi archivi a investigatori indipendenti per accertare la portata del problema, assegnare responsabilità agli autori e portare il risarcimento alle vittime.

    Ma hanno riconosciuto che il contesto è molto più complicato in Italia che in altri paesi europei, dato il peso politico, economico e sociale smisurato che la chiesa porta nel cortile di casa del papa.

    L’influenza della chiesa ha provocato una riluttanza da parte dei pubblici ministeri a indagare sui casi di abusi del clero, un rifiuto da parte dei legislatori di sostenere le indagini parlamentari e il disinteresse del pubblico italiano, hanno affermato gli organizzatori della campagna #ItalyChurchToo.

    “Qui c’è una situazione di stallo”, ha detto Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi e fondatore del gruppo di advocacy Rete L’Abuso che da anni lavora per sensibilizzare sugli abusi sessuali del clero in Italia.

    Zanardi, che sta guidando la nuova iniziativa, pensa che le dimensioni della chiesa italiana – attualmente conta circa 55.000 sacerdoti – e una cultura clericale che ha messo a lungo i sacerdoti su un piedistallo porterebbero probabilmente a un numero di casi che farebbe impallidire quelli trovati durante le indagini su altri paesi a maggioranza cattolici.

    Percependo una crescente richiesta di resa dei conti, la Conferenza episcopale italiana ha iniziato a discutere una sorta di inchiesta. Ma il presidente uscente della conferenza, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha abbassato le aspettative, insistendo più su un’indagine “qualitativa” che su quella quantitativa e sottolineando che la conferenza nel suo insieme deve essere d’accordo.

    La Chiesa italiana vuole chiaramente evitare il tipo di risultato visto in Francia, dove un gruppo di esperti indipendenti ha stimato che 330.000 bambini hanno subito abusi sessuali in 70 anni nel Paese da circa 3.000 sacerdoti e personale ecclesiastico, e che i crimini sono stati coperti su “sistematicamente” dalla gerarchia ecclesiastica.

    Gli organizzatori della campagna #ItalyChurchToo hanno affermato di dubitare che qualsiasi indagine intrapresa dalla chiesa italiana avrebbe prodotto numeri veri. L’attuale proposta baserebbe i dati su un nuovo programma diocesano per ascoltare le vittime; il programma è curato da vescovi e superiori religiosi italiani.

    “Poiché non sono indipendenti, questa non può essere una fonte di dati”, ha affermato Paola Lazzarini di Donne per la Chiesa, una delle organizzatrici della campagna. “Ci auguriamo che con un cambio di presidenza (della Conferenza episcopale) si arrivi a una proposta diversa”.

    https://www.washingtonpost.com/world/italychurchtoo-abuse-survivors-demand-italy-church-inquiry/2022/02/15/6da4a25a-8e5b-11ec-8ddd-52136988d263_story.html

  • Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    Conferenza stampa – Oltre il grande silenzio – #ItalyChurchToo

    #ItalyChurchToo – Si è svolta questa mattina, alla presenza di circa 70 giornalisti accreditati dell’informazione nazionale e internazionale, la presentazione online del Coordinamento di associazioni contro l’abuso nella Chiesa cattolica. Il Coordinamento è composto da Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Adista, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, Left.

    Un momento fondativo perché, ha detto Ludovica Eugenio responsabile del settimanale Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse, espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento, della voce delle vittime, dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione».

    Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

    A differenza di molti Paesi nel mondo, dove si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile», in Italia «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

    Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

    «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima ad una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime.

    Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una proposta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa. Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti. È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

    «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri. Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come i recenti sforzi del papa (con “Vos estis lux mundi”) si siano rivelati inutili: i vescovi non obbediscono alle leggi ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El Pais ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta prevenzione. Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia, applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima; si chiede al legislatore di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4. Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere.
    Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede anche che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

    La parola è stata poi data ad alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’ABUSO. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’ABUSO ho dato la disponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma.

    Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore.

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subito un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

    È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la chiesa” fu la risposta) poi alle autorità». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della congregazione per la dottrina della fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

    Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere. Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo.
    Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi. Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare».

    Zattoni si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di allontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi. Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

    «Il nostro settimanale ha sempre dato attenzione al problema degli abusi su minori e donne», ha detto Federico Tulli del settimanale Left. «Proprio questa settimana verrà inaugurato il database di Left che raccoglierà i casi di abusi su minori nella Chiesa cattolica in Italia, il primo realizzato nel nostro Paese da una testata giornalistica in collaborazione con la Rete l’Abuso. Questo per sopperire a una grave mancanza, quella di una mappatura, mai realizzata né dalla chiesa né dallo Stato, su questo fenomeno criminale. Una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini.

    Abbiamo lavorato su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche e ci avvaliamo del contributo di esperti di varie discipline, avvocati, magistrati, psichiatri, psicoterapeuti e anche di storici. Per poter affrontare seriamente questa piaga è determinante essere chiari, soprattutto con l’opinione pubblica, su cosa sia la pedofilia, su quali siano le radici di questo fenomeno diffuso non solo nella Chiesa ma anche nella società laica. Si tratterà dunque di una mappatura in tempo reale, stanno già arrivando segnalazioni di nuovi casi, ma anche di un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa sia la pedofilia e poterla affrontare. Left dà la propria massima disponibilità a contribuire al lavoro del Coordinamento».

    La conferenza stampa – che ha visto anche la partecipazione di Anne Soupa, presidente del Comité de la Jupe a Parigi, organismo che si batte per i diritti nella Chiesa, e Marilde Iannotti di Voices of Faith, organismo attivo sul piano dei diritti delle donne nella Chiesa e sugli abusi delle religiose – si è conclusa con un ultimo intervento di Marzia Benazzi (OIVD): «Siamo partite con la nostra sensibilità di donne, occupandoci già degli abusi contro le religiose, nella convinzione che tutti gli aspetti degli abusi nella Chiesa siano originati da una condizione endemica fondante: dalla visione sessista e patriarcale dominante. Il muro del silenzio sarà duro da abbattere. Questo coordinamento riunisce una pluralità di richieste che sono dovute alle esperienze: c’è chi crede ancora che ci possa essere una trasformazione nella Chiesa, c’è chi, in una visione di vita vissuta e di sofferenze, ma siamo accomunati dalla determinazione a far sì che nulla resti intentato, perché non è una questione di credenti non credenti ma una questione di giustizia : non possiamo più accettare che tutto questo sia obnubilato o negato. Per far questo abbiamo bisogno di alleati nei giornalisti e giornaliste a cui chiediamo di sostenerci in questa azione perché l’Italia è sorda per un protervo ossequio alla cultura clericale, e non ha mai visto la nascita di una vera laicità dello Stato. Tenete alta l’attenzione, perché la laicità si esprime nella giustizia»

  • Sopravvissuti agli abusi del clero svelano la campagna per l’indagine sull’Italia

    Sopravvissuti agli abusi del clero svelano la campagna per l’indagine sull’Italia

    (ANSA) – ROMA, 15 FEB – I sopravvissuti italiani agli abusi sessuali del clero hanno presentato martedì la loro campagna per l’Italia per vedere il tipo di inchieste che hanno scoperto abusi e insabbiamenti massicci in tutto il mondo.

    Il comitato di sopravvissuti, chiamato #ItalyChurchToo, ha lanciato la campagna “Beyond The Great Silence”, affermando che gli abusi dei sacerdoti italiani sono enormemente sottostimati e le autorità hanno ripetutamente ignorato le suppliche delle vittime e nascosto casi o spostato i responsabili altrove.

    «Chiediamo che la Conferenza episcopale italiana (CEI) incarichi al più presto una commissione indipendente di un’indagine sugli abusi nella Chiesa, chiediamo che sia un’indagine con figure professionali, con qualità e quantità di metodi, aprendo gli archivi di tutte le diocesi e di tutti i monasteri, un’indagine incentrata esclusivamente sull’abuso e affrontando il nesso critico della mancanza di terzi nei centri di ascolto istituiti a livello diocesano”, ha affermato il gruppo.

    Hanno anche chiesto che le vittime ricevano un risarcimento per i crimini commessi contro di loro.

    La madre di una vittima, Cristina Balestrini, ha accusato la Chiesa cattolica di stare al fianco dei preti predatori e non delle vittime, dicendo che “la Chiesa è il corpo a cui si sono rivolte tutte le vittime di pedofilia ma i tribunali canonici non tutelano le vittime e in nei tribunali civili la Chiesa difende il sacerdote, è dall’altra parte rispetto alla vittima, e questo lo abbiamo sperimentato personalmente; è terribile».

    Ha anche detto che dal punto di vista psicologico le vittime sono state “respinte” dalla Chiesa, “e questo lo viviamo con grande dolore”.

    Ha detto che il loro attuale parroco, “dopo tutto quello che abbiamo passato, ci ha detto ‘non sputare nel piatto da cui mangi’”. Il figlio di un prete predatore mai punito, Erik Zattoni, ha dichiarato: “Sono figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi, mia madre ha subito abusi sessuali all’età di 14 anni, e la prima volta si è rivolta a un vescovo per denunciarlo le è stato detto: ‘Non dire a nessuno quello che è successo, altrimenti sarebbe uno scandalo per tutta la Chiesa’, e poi è stata minacciata di sfratto, cosa che è successa a tutta la famiglia alcuni anni dopo.

    “Abbiamo ripreso la nostra battaglia nel 2010 ma abbiamo ritrovato lo stesso muro: in 30 anni ci sono stati tre papi e lo stesso Ratzinger (Benedetto XVI) sapeva cosa era successo, ma nonostante questo quel sacerdote non è mai stato spretato o allontanato dal contatto con i fedeli. Insomma, non è stato fatto nulla, non so che altro bisogna fare per far allontanare questi delinquenti, ho anche chiesto un incontro con il papa e lui ha rifiutato”.

    Papa Benedetto emerito è stato recentemente accusato di aver coperto quattro casi di abuso quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982.

    Ha detto che c’era stata una “colpa gravissima” ma ha negato la responsabilità personale. (ANSA).

    https://www.ansa.it/english/news/2022/02/15/clerical-abuse-survivors-unveil-campaign-for-italy-probe_404d6961-dc04-48d4-ae81-6b60641399e0.html

  • La Chiesa cattolica italiana subisce pressioni per un’indagine indipendente sugli abusi

    La Chiesa cattolica italiana subisce pressioni per un’indagine indipendente sugli abusi

    ROMA, 11 feb (Reuters) – Di Filippo Pullella e Angelo Amante – Al processo in corso in Sicilia, un italiano di 28 anni chiede giustizia contro un uomo che accusa di averlo costretto a compiere atti sessuali prima di diventare sacerdote.

    La vittima afferma che i presunti abusi, commessi più di un decennio fa quando era minorenne e l’accusato era un seminarista alla guida di gruppi giovanili, includevano la masturbazione forzata e il sesso orale nelle sacrestie e nelle aule scolastiche. L’imputato nega le accuse.

    La vittima si è rivolta alla polizia solo dopo che la Chiesa non ha dato seguito alle sue accuse, che ha esplicitato a due sacerdoti e durante un incontro con un vescovo che ha coinvolto i suoi genitori.

    I gruppi di vittime affermano che ci sono migliaia di casi simili nascosti negli archivi della Chiesa e stanno aumentando la pressione affinché un’indagine indipendente in Italia rispecchi le recenti mosse in Francia e Germania.

    Nove gruppi italiani hanno formato un consorzio e martedì annunceranno una campagna chiamata “Beyond the Great Silence” e sveleranno un hashtag #ItalyChurchToo.

    Mira a esercitare pressioni pubbliche sul governo italiano affinché indaghi sugli abusi passati e presenti nella Chiesa o affinché la Chiesa commissiona un’indagine imparziale da parte di estranei.

    La campagna è l’ultima mossa mondiale per costringere la Chiesa cattolica a stabilire l’intera portata degli abusi sessuali da parte del clero che le sono costati milioni di dollari come risarcimento alle vittime.

    “Lo Stato e il governo devono prendere l’iniziativa in merito”, ha detto a Reuters Francesco Zanardi, il capo di uno dei gruppi, Rete l’Abuso (The Abuse Network), che traccia gli abusi dei clericali in Italia.

    “Se la Chiesa indaga su se stessa, il suo primo obiettivo sarà proteggersi”, ha detto Zanardi, vittima di abusi sessuali da parte del clero.

    ‘UNA POLVERIERA’

    Gli attivisti non hanno detto quanti reati di abuso sessuale sospettano siano stati commessi in Italia, ma Rete l’Abuso ha documentato centinaia di tali casi, la maggior parte dei quali attuali o recenti.

    Lo studio tedesco , pubblicato nel 2018, ha mostrato che 1.670 sacerdoti hanno abusato di 3.677 minori dal 1946 al 2014. L’ indagine francese pubblicata lo scorso anno e che copre sette decenni, ha affermato che oltre 200.000 bambini sono stati maltrattati nelle istituzioni cattoliche.

    Papa Francesco ha espresso vergogna per l’incapacità della Chiesa di affrontare i casi di abusi sessuali e ha affermato che la Chiesa deve rendersi una “casa sicura per tutti”. L’ex papa Benedetto ha riconosciuto che si sono verificati errori nella gestione dei casi di abusi sessuali quando era arcivescovo di Monaco e ha chiesto perdono.

    I risultati di un’indagine indipendente che risale a decenni fa potrebbero essere devastanti in Italia, dove circa il 74% della popolazione è cattolica.

    “La Chiesa non lo vuole perché sarebbe una polveriera”, ha detto Zanardi.

    I vescovi in ​​Italia sono divisi sul tipo di indagine da fare.

    Alcuni dicono che la Chiesa ha le risorse, come i comitati diocesani contro gli abusi, per fare il lavoro da sola.

    Il cardinale Gualtiero Bassetti, favorevole a un’indagine interna, ha spiegato la sua posizione in un’intervista al giornale. Paola Lazzarini, responsabile di Women in the Church, che fa parte del consorzio, ha detto a Reuters che la posizione di Bassetti “non ci soddisfa per niente”.

    Altri vescovi, tra cui Erio Castellucci di Modena e Paolo Lojudice di Siena, hanno segnalato il sostegno alla commissione di un’indagine esterna.

    Gruppi di vittime e alcuni esperti di abusi all’interno della Chiesa hanno avvertito che un’indagine interna non sarà convincente.

    “Possiamo avere le migliori intenzioni, ma finché lo facciamo internamente nessuno ci crederà”, ha detto a Reuters padre Hans Zollner, che dirige il dipartimento di tutela e prevenzione degli abusi sessuali presso l’Università Gregoriana di Roma.

    A maggio in plenaria dovrebbe essere presa la decisione di eleggere il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana perché qualsiasi indagine sarà svolta durante il suo mandato quinquennale.

    https://www.reuters.com/world/italys-catholic-church-faces-pressure-independent-abuse-inquiry-2022-02-11/

  • Pressioni sulla Chiesa cattolica italiana per far fronte alla resa dei conti sugli abusi sessuali su minori

    Pressioni sulla Chiesa cattolica italiana per far fronte alla resa dei conti sugli abusi sessuali su minori

    Cresce la pressione sulla Chiesa cattolica italiana per affrontare una resa dei conti sugli abusi sessuali su minori tra le stime non ufficiali secondo cui il Paese potrebbe avere il più alto numero di vittime di preti pedofili al mondo.

    Indagini schiaccianti sulla portata degli abusi sessuali e delle accuse di insabbiamento hanno inferto un duro colpo alla reputazione della chiesa cattolica negli Stati Uniti, in Irlanda, in Cile, in Francia e, più recentemente, in Germania. Ma in Italia la questione è stata per lo più sepolta.

    Un gruppo di associazioni religiose e laiche si sono ora riunite per spingere per un’indagine indipendente e per sollecitare lo stato italiano ad emanare leggi più severe per assicurare alla giustizia sacerdoti pedofili e elaborare un piano per proteggere i bambini dagli abusi sessuali da parte del clero. Il gruppo ha lanciato l’hashtag #ItalyChurchToo e il 15 febbraio illustrerà i propri obiettivi durante un evento online.

    “Il problema in Italia è enorme ma è stato nascosto”, ha detto Cristina Balestrini, che guida un gruppo per le vittime di abusi e le loro famiglie. “Ad esempio, due dei sacerdoti che hanno celebrato il mio matrimonio si sono rivelati pedofili. Poi c’era il prete che… ha violentato mio figlio. Quindi sono tre preti pedofili, proprio nel mio piccolo mondo“.

    Il loro appello è stato dato impulso dalla pubblicazione di rapporti indipendenti in Francia e Germania, dove l’ ex papa Benedetto è stato criticato per non aver preso provvedimenti contro quattro sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori quando era arcivescovo di Monaco tra il 1977 e il 1982. Benedetto questa settimana si è scusato per “gravi colpe” nella gestione di quei casi di abuso sessuale, ma il suo team legale ha negato qualsiasi illecito personale, provocando la furia delle vittime.

    Hans Zollner, sacerdote tedesco su incarico di papa Francesco per la tutela dei minori, ha più volte chiesto in questi mesi di puntare i riflettori sull’Italia. “Abbiamo bisogno che queste indagini siano fatte e pubblicate in modo obiettivo“, ha detto a La Stampa. “E ne abbiamo bisogno anche in Italia, così possiamo guardare in faccia la realtà e non continuare a negare qualcosa che viene continuamente negato“.

    Nonostante la questione sia discussa dalla Chiesa italiana, i vescovi sono divisi sulla questione se l’indagine debba essere commissionata in modo indipendente. Gualtiero Bassetti, che a maggio sarà dimesso da presidente della Conferenza episcopale italiana, si è espresso a favore di un’indagine, così come due dei suoi potenziali successori, anche se interna.

    “Il motivo per cui ora dicono ‘oh, stiamo pensando di fare qualcosa’ è perché vogliono controllare la vicenda“, ha affermato Robert Mickens, editore con sede a Roma dell’edizione in lingua inglese del quotidiano cattolico La Croix . “L’iniziativa delle associazioni li sta spaventando a morte, e stanno pensando ‘facciamo qualcosa che possiamo contenere’, perché sanno che se lo aprono al mondo esterno, sono fregati“.

    Non ci sono dati ufficiali sul numero delle vittime di abusi del clero in Italia, ma la principale associazione delle vittime, Rete L’Abuso, ha registrato 360 casi di sacerdoti accusati o condannati negli ultimi 15 anni. Un trattato tra il governo italiano e il Vaticano significa che la maggior parte delle indagini sugli abusi sui minori in Italia sono condotte dietro un muro di segretezza all’interno della giurisdizione della Santa Sede. Se giudicati colpevoli da un tribunale vaticano, la maggior parte dei sacerdoti finisce per essere trasferita in una nuova diocesi piuttosto che essere allontanata o incarcerata. E se giudicati colpevoli da un tribunale italiano, pochi sono effettivamente incarcerati.

    L’indagine della Francia ha rilevato che 216.000 bambini sono stati maltrattati dal clero in sette decenni. Confrontando il numero dei sacerdoti in Francia, circa 21.000, con i 52.000 italiani, Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso, ha affermato che il numero delle vittime in Italia potrebbe essere tre volte quello della Francia.

    «È ovvio che l’Italia è il Paese dove lo scandalo potrebbe essere peggiore, perché è uno dei Paesi con il più alto numero di sacerdoti al mondo», ha detto Zanardi, che racconta di essere stato maltrattato da un parroco dagli 11 anni fino a 15. “Ci sono anche molti sacerdoti stranieri accusati di pedofilia che hanno trovato rifugio in Italia. Abbiamo bisogno di un’indagine indipendente; se la Chiesa ne fa uno interno, non sarà credibile».

    Nel frattempo, il governo italiano deve ancora soddisfare la richiesta di una commissione delle Nazioni Unite, che nel 2019 lo accusava di essere complice nella protezione dei preti pedofili dalle accuse penali, di ideare un piano nazionale per prevenire gli abusi sessuali sui bambini. Gli attivisti chiedono al governo di emanare una legge, simile a quella francese, che obbliga i cittadini a denunciare la conoscenza di abusi da parte del clero.

    Sebbene il numero dei fedeli in Italia sia in costante calo, la Chiesa cattolica esercita ancora una notevole influenza nella società. Il tema degli abusi sessuali da parte degli impiegati, almeno quando si parla di Italia, è raramente trattato dalla stampa. Un talk show televisivo italiano è stato criticato per non aver interrogato papa Francesco sulla questione durante la prima intervista del pontefice alla tv italiana la scorsa settimana.

    “Penso che gli italiani potrebbero accettare un’inchiesta, ma i media avrebbero più difficoltà perché c’è questo tipo di timore reverenziale, soprattutto nella tv di stato, sul Vaticano e in generale sul pontificato”, ha affermato Emiliano Fittipaldi, giornalista il cui libro del 2017, Lussuria, ha accusato papa Francesco di non fare “quasi nulla” per fermare gli abusi sessuali del clero in Italia. “L’unico modo per un’indagine sarebbe se Francesco lo ordinasse“.

    Il Vaticano è stato contattato per un commento.

    https://www.theguardian.com/world/2022/feb/11/pressure-on-italy-catholic-church-face-child-sexual-abuse-reckoning