Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vescovi italiani obbligati moralmente (ma non giuridicamente) a denunciare casi di abuso

    Vescovi italiani obbligati moralmente (ma non giuridicamente) a denunciare casi di abuso

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano  – La Conferenza episcopale italiana fa un passo in avanti per risolvere la questione della pedofilia approvando le Linee Guida contro gli abusi in cui spunta l’obbligo morale (non giudirico) di fare un esposto alle autorità civili davanti a casi di abusi. La condizione è che la denuncia della vittima risulti, dopo l’indagine previa, verosimile, e che la vittima o la sua famiglia in caso di minori non si opponga a tale decisione. «Un passo avanti importante», lo ha definito il presidente Cei, cardinale Gualtiero Bassetti anche se poi, durante la conferenza stampa, gli è stato chiesto un commento sul clamoroso caso dell’arcivescovo di Milano, Delpini accusato dai familiari di un ragazzo abusato (il prete è stato condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi) di avere coperto questo sacerdote, spostandolo da una parrocchia ad un’altra. Il presidente dei vescovi italiani ha detto di non saperne nulla, di non essere al corrente e che di questo caso non se ne è parlato. «Non spetta a noi». Peccato che la mamma del ragazzo abusato – che oggi è maggiorenne – Cristina Battaglia, per nulla indimidita dal muro di gomma delle istituzioni ecclesiastiche, fa sapere di avere inviato personalmente due lettere al cardinale, l’ultima prima di Natale proprio a Bassetti. «E’ impossibile che non conoscesse il caso».

    I vescovi hanno inviato un questionario a tutte le diocesi per avere contezza del fenomeno della pedofilia in Italia, a proposito dell’entità numerica, al tipo di condanne che finora sono state comminate ai preti orchi dai tribunali diocesani.

    Il vescovo Lorenzo Ghizzoni, responsabile della Commissione Cei per la tutela dei minori, ha spiegato che l’obbligo a denunciare per ora è solo morale visto che l’ordinamento italiano esenta i vescovi a denunciare i casi alle autorità di polizia e alla magistratura. Tecnicamente si tratta di «un esposto» in quanto «la denuncia può essere fatta solo dalle vittime» ma quasi sempre nei casi di pedofilia si può procedere d’ufficio, e dunque anche dopo un esposto. Il vescovo si fermerà solo di fronte alla esplicita volontà di una vittima o della sua famiglia di non fare denuncia. «Ma chiederemo che questa opposizione alla denuncia sia scritta e che sia ragionevolmente giustificata. Se vedremo interessi non corretti, per esempio da parte di genitori di vittime, procederemo lo stesso con l’esposto».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_abusi_pedofilia_papa_francesco_oggi_ultime_notizie_23_maggio_2019-4511089.html

  • Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Ragazzo abusato da un prete, la lettera della mamma: “L’arcivescovo di Milano Delpini si dimetta”

    Fino al 23 maggio la Conferenza episcopale italiana è riunita a Roma per affrontare, tra i vari temi, anche le nuove linee guida sulla tutela dei minori, parte di quella strategia di “tolleranza zero” contro la pedofilia all’interno della Chiesa che Papa Francesco intende perseguire. E proprio in concomitanza con questo importante incontro i famigliari di Alessandro, il ragazzo che secondo quanto stabilito dai giudici in primo grado ha subito abusi sessuali da parte di un prete, don Mauro Galli, hanno deciso di scrivere una lettera aperta all’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, chiedendone le dimissioni. Il motivo è l’incompatibilità col ruolo importante che l’ultimo Motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi” assegna ai vescovi metropoliti (cioè a capo delle grandi arcidiocesi, come Milano) nella tutela dei minori e nella segnalazione o denuncia di presunti casi di pedofilia nella Chiesa.

    Gli abusi sono avvenuti a Rozzano, vicino Milano

    Il caso degli abusi sessuali da parte di don Galli ai danni di Alessandro risale al dicembre 2011, quando il ragazzo aveva 15 anni. Secondo quanto hanno stabilito i giudici di primo grado a settembre dello scorso anno, don Mauro Galli, all’epoca parroco di Rozzano (hinterland di Milano), la sera del 19 dicembre 2011 avrebbe dormito nello stesso letto matrimoniale col ragazzino (circostanza confermata dal prete) e avrebbe abusato sessualmente di lui: accuse che invece il sacerdote ha sempre respinto. Don Galli aveva risarcito in via extragiudiziale la famiglia del ragazzo (che non si era costituita parte civile) con 100mila euro: una circostanza che era stata ritenuta una “discrasia evidente” dal pubblico ministero Lucia Minutella in sede di requisitoria. Alla fine il prete è stato condannato a sei anni e quattro mesi (contro i dieci anni e otto mesi chiesti dall’accusa).

    Il tentativo di insabbiare la vicenda

    Oltre all’aspetto giudiziario della vicenda, i famigliari di Alessandro e in particolare la madre hanno fin da subito denunciato il comportamento di molti esponenti di primo piano del clero lombardo, tra cui l’attuale arcivescovo di Milano Mario Delpini e l’attuale vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada. I due prelati, secondo quanto emerso anche da documenti audio che poi sono confluiti negli atti del processo, venuti a conoscenza delle accuse rivolte a don Galli lo avrebbero spostato da Rozzano all’oratorio di Legnano, sempre a contatto con minori: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, aveva detto nel 2015 don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Alessandro. Proprio questo atteggiamento da parte dei prelati, percepito come un tentativo di insabbiamento da parte della famiglia del ragazzo abusato, aveva spinto la madre del giovane, molto cattolica, a decidere di rompere il muro del silenzio e a rivolgersi alla giustizia: “Io il prete (don Galli) l’ho perdonato – aveva detto la madre di Alessandro a Fanpage.it – ma la cosa che mi fa più male è che ci siano persone nella Chiesa che possano permettere che queste cose succedano anche ad altri ragazzi. È una cosa che non riesci ad accettare, ti sembra una cosa impossibile, soprattutto da parte della Chiesa”.

    Da qui la decisione dei famigliari di Alessandro di scrivere una lettera aperta a monsignor Mario Delpini, chiedendogli “per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano”. I famigliari contestano a monsignor Delpini i silenzi lunghi otto anni e la “maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema”. Comportamento che “stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia”. Di seguito il testo integrale della lettera.

    La lettera integrale all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini
    Dopo quasi otto anni di inutile attesa di un Suo cenno, a seguito dell’abominevole abuso sessuale (così come definito dalla sentenza di primo grado del Tribunale penale di Milano che esclude categoricamente ogni ragionevole dubbio) subìto da nostro figlio/nipote Alessandro, ad opera di don Mauro Galli – oggi condannato a sei anni e quattro mesi di carcere – abbiamo deciso di scriverLe noi. Il Suo incredibile e dirompente silenzio, rispetto alla Sua personale maldestra gestione dello spostamento del prete quale improbabile e inopportuna risoluzione del problema – maldestro comportamento definito a suo tempo in questi precisi termini e per iscritto dal Cardinale Angelo Scola – stride con quanto quasi quotidianamente il Santo Padre proclama in merito alla lotta contro pedofilia, obbligandoci quindi a contattarla scrivendoLe pubblicamente questa lettera aperta. Riteniamo che in otto lunghi anni, se avesse voluto fare il primo passo, avrebbe avuto tutto il tempo necessario per contattarci, dunque ora, per amore della Chiesa lo facciamo noi. Le scriviamo per chiederle con forza un passo indietro. Le chiediamo, per il bene della Chiesa, per la credibilità della stessa e per rispetto del Sommo Pontefice, di dimettersi dalla carica di Arcivescovo di Milano.

    Lo chiediamo in coerenza con quanto affermato da Papa Francesco in questi anni e in particolare in virtù del recentissimo Motu Proprio: “Vos Estis Lux Mundi”. Il pontificato di Papa Francesco è stato per buona parte caratterizzato dalla sua proclamata “Tolleranza Zero” nei confronti della piaga degli abusi sessuali da parte del clero ai danni permanenti di minori ed adulti vulnerabili. Altrettanta “Tolleranza Zero” viene costantemente proclamata anche nei confronti dei Vescovi, come Lei, che in diverse modalità hanno nascosto ed insabbiato tali crimini spostando i sacerdoti da una parrocchia all’altra, senza avviare alcuna Indagine Previa nonostante avessero contezza e fosse stato a loro esplicitamente segnalato un “presunto” abuso sessuale.

    Potremmo citare innumerevoli dichiarazioni pubbliche di Papa Francesco disponibili anche in video su internet dove condanna, senza “se” e senza “ma”, l’antica pratica di spostare i sacerdoti (sue testuali parole). Così come anche ha affermato più volte che i Vescovi risponderanno delle loro responsabilità o, ancora, le precisazioni circa la gravità delle omissioni di questo tipo nel Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”, come altrettanto previsto dalle specifiche linee guida emanate dalla CEI.

    Non occorre ripercorrere quanto già previsto, normato ed ulteriormente rafforzato dal Pontefice come anche è superfluo circostanziare gli avvenimenti che la riguardano personalmente rispetto alle sue specifiche responsabilità, le scelte da Lei fatte e le precise azioni, in quanto Lei stesso ha giurato alla Polizia di Stato e controfirmato il suo interrogatorio affermando che era a conoscenza del presunto abuso sessuale ai danni di nostro figlio/nipote ad opera del prete, segnalazione che Lei asserisce essergli arrivata puntualmente già della telefonata dell’allora parroco don Carlo Mantegazza due giorni dopo l’accaduto.

    Riferiva alla Polizia di aver ricevuto immediatamente la segnalazione dell’allora “presunto abuso sessuale” (testuali parole da Lei dichiarate e sottoscritte oltre che acquisite in Tribunale nel processo pubblico, senza alcuna rettifica ma, anzi, confermate da tutte le testimonianze, inclusa quella del Galli stesso). Riferiva addirittura che si era recato a Rozzano personalmente per raccogliere la testimonianza diretta di don Mauro Galli prima di decidere del suo trasferimento, il quale Galli, Lei ha giurato, Le ha subito confessato che si era portato a letto il minore (ben più che un semplice sospetto o indizio o ancora una inverosimile segnalazione anonima).

    Ciò nonostante ha deciso personalmente, assumendosene tutta la responsabilità, come dichiarato alla Polizia, di non avviare alcuna Indagine Previa (prevista dal diritto canonico, indagine canonica poi avviata ben QUATTRO anni dopo, e solo successivamente alle nostre innumerevoli segnalazioni al Cardinale Scola e poi al Cardinale Muller – allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede – e solo dopo l’avvio delle indagini della polizia a seguito della denuncia alla procura della Repubblica). Ha deciso personalmente di spostare immediatamente don Galli dalla parrocchia di Rozzano, dove è avvenuto l’abuso, alla vicina parrocchia di Legnano ancora nel contesto della pastorale giovanile come affermato da Lei sempre alla Polizia di Stato.

    Inoltre ha allertato lo studio legale Zanchetti, oltre che don Mauro, per mettersi in contatto per gestire la seccatura, ancora prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia come hanno svelato le indagini nel corso del Processo e ancora prima che fosse interrogato. Lei stesso, pur mentendo alla Polizia, ha affermato di non aver avuto fino ad allora alcun contato con lo studio legale (avvenimento palesemente smentito appunto dalle intercettazioni telefoniche) come si può facilmente riscontrare anche sugli innumerevoli articoli pubblicati sul caso.

    Alla luce del delicatissimo incarico che recentemente il Santo Padre ha riservato ai Vescovi Metropoliti come Lei – preposti per accogliere le segnalazioni di eventuali insabbiamenti da parte di altri vescovi in relazione a presunti abusi sessuali ad opera di clerici, incarico delicato proprio perché riguarda il primo discernimento, la valutazione della verosimiglianza delle segnalazioni e quindi la decisione se avviare le indagini il cui esito deve essere avviato a Roma – risulta evidente che non può ricoprire tale incarico chi ritiene tollerabile portarsi a letto un minore. E’ un dato di fatto che Lei ha ritenuto tollerabile tale comportamento tanto da non ritenere necessario avviare alcuna indagine e nemmeno allontanare cautelativamente il prete dai minori, dagli oratori, dalle gite estive con tanto di pernottamento… E’ un dato di fatto che anche oggi lo ritiene tollerabile altrimenti, per coerenza e rispetto della Chiesa, si sarebbe già da tempo messo da parte.

    Altrettanto evidente è la palese incompatibilità della Sua nomina per questo ruolo riservato dal Pontefice ai Vescovi Metropoliti. Si evidenzia, senza ombra di dubbio, l’inequivocabile conflitto di interesse, ma anche la contrapposizione con quanto fermamente promulgato dal Santo Padre. Lei si è posto chiaramente in una condizione perenne di ricattabilità: qualunque Vescovo che, in futuro o per vicende del passato che verranno a Lei segnalate, si comporterà maldestramente insabbiando, o  semplicemente sposterà un sacerdote sospettato di abusi sessuali o sacerdote che si è portato a letto un minore, (e ancora qualunque vescovo che in tali casi non avvi o non abbia avviato alcuna indagine previa) – Vescovi  sui quali lei dovrebbe indagare e decidere se procedere – le potrà sempre rinfacciare che Lei stesso si è comportato nel medesimo modo.

    Come potrebbe dunque essere credibile? Come potrebbe, solo per citare già un primo esempio concreto, giudicare ed indagare sul comportamento del Vescovo Pierantonio Tremolada che, insieme a Lei, non ha segnalato il caso di don Mauro Galli ma, viceversa, lo ha coperto spostandolo a Legnano ancora in oratorio solo con i bambini? O il Santo Padre decide di rinunciare pubblicamente alla “Tolleranza Zero”, stabilendo pubblicamente che portarsi a letto un minore è ritenuto ammissibile e tollerabile e quindi i Vescovi possono tranquillamente e semplicemente spostare tale sacerdoti da una parrocchia all’altra liberi di continuare a portarsi a letto altri bambini senza allertare nessuno (tanto meno i genitori come esattamente avvenuto a Legnano), oppure è evidente che Lei non potrà più ricoprire la carica di Arcivescovo.

    Oltre ad auto-sospendersi dovrebbe auto-denunciarsi alla Congregazione per la dottrina Della Fede, rimettendo quindi immediatamente il suo mandato al Santo Padre, per evitargli almeno di doversi esporre personalmente nel prendere, o non prendere Lui stesso, tale provvedimento. Certi che per il bene della Chiesa, la quale speriamo non vorrà già ipocritamente creare una prima eccezione a pochi giorni dall’emanazione del Motu Proprio, rendendo esplicita e pubblica in tal caso la non Tolleranza Zero a favore di una inaccettabile “discreta tolleranza” in materia di abusi (per altro in questo caso ai massimi livelli della gerarchia), oltre che la non credibilità e autorevolezza del Sommo Pontefice, Lei stesso, anche se estremamente tardivamente, possa porre fine a questa tristissima ipocrisia. La ringraziamo per il suo atto dovuto.

    I familiari della vittima di don Mauro Galli
    https://milano.fanpage.it/ragazzo-abusato-da-un-prete-la-lettera-della-mamma-larcivescovo-di-milano-delpini-si-dimetta/

  • Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    di Marco Politi

    Matteo Salvini e Luigi Di Maio farebbero bene a leggere attentamente l’ultimo decreto di papa Francesco sugli abusi. E sarebbe utilissimo che lo leggesse anche il premier Conte, che ha un legame particolare con padre Pio e dunque dovrebbe interessarsi alla sorte degli umili.

    Il documento papale mette finalmente la Chiesa sui binari giusti. L’Avvenire, il giornale dei vescovi, ha titolato efficacemente: “Uno sportello in ogni diocesi”. E’ quello che per quasi dieci anni la Conferenza episcopale italiana (come il 90 per cento delle diocesi del mondo) si è rifiutata di fare. Soltanto l’anno scorso, sotto la guida del cardinale Gualtieri Bassetti, la Cei ha istituito un Servizio nazionale di prevenzione e in questi mesi sta organizzando la rete dei servizi regionali. Vedremo se saranno messi in piedi questi sportelli perché senza strutture permanenti e visibili di ascolto le vittime non saranno incoraggiate a denunciare i criminali, che hanno abusato di loro.

    Il decreto di Francesco è fondamentale perché obbliga le conferenze episcopali di tutto il mondo a mettersi in regola entro dodici mesi. I cardini della svolta sono molteplici. L’obbligo di denuncia al vescovo di qualsiasi abuso attuato ai danni di minori e “persone vulnerabili”. Vale anche per ogni costrizione che tramite violenza, minaccia o abuso di autorità, porti qualsiasi individuo a “compiere o subire atti sessuali”. Quindi per essere precisi: è delitto anche spingere adulti ad atti sessuali servendosi del potere clericale sulle coscienze. E’ quello, per intenderci che hanno fatto alcuni cardinali come Mc Carrick in America oppure O’Brien in Scozia (entrambi espulsi dal collegio cardinalizio da Francesco), quando si sono portati a letto seminaristi o preti maggiorenni. Ed è quello che hanno fatto centinaia, se non migliaia, di preti e vescovi ai danni di suore in varie parti del mondo.

    E’ un colpo preciso all’atteggiamento di omertà largamente diffuso nel mondo ecclesiastico. Il decreto – ed è altrettanto importante – sottolinea che al denunciante “non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto” della denuncia. Una rivoluzione copernicana rispetto all’obbligo del silenzio imposto solennemente in passato.

    Altro elemento cruciale è quello di avere stabilito procedure precise anche nei confronti di qualsiasi vescovo e patriarca (i cardinali sono tutti vescovi) colpevole di abusi o di insabbiamenti. E’ stato anche stabilito che il denunciante ha diritto di essere informato dell’esito del processo.

    Ci sarà da tornare su tutta la materia perché molto resta ancora da fare per rendere organica la repressione degli abusi e la loro individuazione all’interno della Chiesa. Ma per Conte, Di Maio e Salvini è di diretta rilevanza l’articolo finale del decreto: l’articolo 19. E’ intitolato “Osservanza delle leggi statali”. E recita: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”.

    Le associazioni internazionali delle vittime hanno fatto notare che il Vaticano dovrebbe imporre in tutto il mondo cattolico la regola che i crimini si denunciano alla polizia e alla magistratura. In Vaticano, ufficiosamente, fanno notare che ci sono paesi corrotti e non democratici in cui denunce anche false potrebbero portare ad eliminare dalla scena preti o vescovi scomodi. E’ un’osservazione su cui riflettere. Ma non può essere in nessun caso un alibi per non applicare negli Stati democratici la regola ferrea che i vescovi informati debbano denunciare alle autorità civili gli abusi compiuti dal clero. Esistono norme in tal senso negli Stati Uniti e in Francia.

    Non c’è nessun motivo perché governo e Parlamento italiano non si dotino di una identica legge, che menzioni esplicitamente la responsabilità dell’autorità ecclesiastica. Salvini, che ci tiene tanto alla sovranità italiana, batta un colpo. Di Maio, che tanto parla di trasparenza, proponga questa norma di elementare civiltà. E il premier Conte, così legato a padre Pio anche per ragioni familiari, porti in Consiglio dei ministri un decreto a protezione degli umili abusati.

    Certo, sarebbe un segno di risveglio se il Partito radicale, ispirandosi al coraggio di Pannella, e le comunità di base cristiane, che tante volte hanno preso la parola per denunciare il prepotere clericale, portassero in Parlamento una legge di iniziativa popolare per attuare in Italia la regola dell’obbligo di denuncia sui crimini dei preti predatori.

    Gli uomini di governo e i parlamentari distratti possono andare a leggersi il Fatto Quotidiano di domenica scorsa. Parla del prete Giovanni Trotta, che fu processato e condannato dal Sant’Uffizio per abusi e spretato. Ma il Vaticano suggerì al vescovo locale di non dire nulla per non turbare i fedeli. Con il risultato che Trotta ha continuato a portare la tonaca e ad allenare una squadra di calcio di ragazzi. Risultato: altri dieci bambini abusati (e una condanna in appello a Bari a 20 anni di carcere).

    Ci fosse stata una norma, che obblighi i vescovi alla denuncia, non sarebbe successo. Perciò non ci sono più alibi. Tocca all’Italia darsi le giuste leggi.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/13/pedofilia-al-governo-dovrebbero-leggere-con-attenzione-il-decreto-di-papa-francesco/5175664/
  • IL PARADOSSO: «LE RIPOSTE CONCRETE DEL DOPO SUMMIT»

    IL PARADOSSO: «LE RIPOSTE CONCRETE DEL DOPO SUMMIT»

    Nei mesi scorsi, in preparazione al summit mondiale voluto da Papa Francesco sul tema della protezione dei minori in contrasto alla piaga della pedofilia in abito clericale, meeting che si è svolto dal 21 al 24 febbraio 2019, Rete L’ABUSO, non ricevendo alcuna disponibilità da parte del Vaticano per essere ricevuta con un piccolo comitato di vittime e loro familiari al fine di fornire il proprio contributo per la preparazione dell’evento, aveva preparato una campagna di consapevolezza.

    La “campagna” aveva lo scopo di sensibilizzare la gente sul tema degli abusi sessuali e la loro gestione nell’ambito della chiesa cattolica, partendo da un dei tanti episodi concreti delle vittime che si rivolgono all’associazione, in particolare dalla vicenda che coinvolge l’attuale Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e il sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi don Mauro Galli, per abuso sessuale aggravato.

    L’iniziativa prendeva spunto da una lettera aperta destinata al Santo Padre, scritta dai familiari della vittima e pubblicata su ilfattoquotidiano.it, ma soprattutto poneva spunti di riflessione che a nome di tante vittime con storie analoghe di estrema sofferenza, avrebbero voluto condividere con il comitato organizzatore dell’evento così come auspicava lo stesso Pontefice.

    Al termine del summit che ha trovato sintesi nel discorso conclusivo di Papa Francesco al termine della S. Messa celebrata domenica 24 febbraio 2019, pubblicato ufficialmente sul bollettino della Santa Sede e in seguito a quanto annunciato nell’omelia della medesima celebrazione:

    “Faremo tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi giustizia e guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi…”

    I familiari della vittima di don Galli, si sono sentiti in dovere di scrivere nuovamente al Santo Padre con una seconda lettera aperta pubblicata su diversi quotidiani on-line (ilmessaggero.it, ilgiorno.it, ilmattino.it, secoloditalia.it, adnkronos.com, farodiroma.it, solo per citarne alcuni) per chiedere direttamente al Pontefice come si traduce in concreto quanto dichiarato dallo stesso Papa.

    Le prime risposte arrivano dal Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ma il contenuto lascia incredibilmente basiti.

    I familiari della vittima di don Galli, scandalizzati dalle risposte, si sono quindi sentiti in dovere di scrivere una terza lettera aperta (LEGGI QUI), questa volta indirizzata sia al Pontefice Papa Francesco, sia al Cardinale Bassetti.

    Rete L’ABUSO ha pertanto deciso di proseguire la campagna di consapevolezza aggiungendo nuove puntate:

    IL DOPO SUMMIT del 21-24 Febbraio 2019 – INCONTRO MONDIALE DEI VERTICI DELLA CHIESA

    «IL PARADOSSO DELLE PRIME RISPOSTE»

    PEDOFILIA NEL CLERO – CASO DON GALLI/MONS. DELPINI

    Introduzione:

    Non ci si può accontentare delle parole, quando le parole non sono seguite dai fatti. Il summit dei Vescovi può portare dei frutti solo se vi sono della azioni concrete e in tempi brevi. Non basta dire che “un abuso è una mostruosità” e permettere che ciò si ripeta. Il tempo delle parole è scaduto. Le vittime di tutto il mondo attendono I FATTI. L’attesa produce solo altre vittime, in tutto il mondo.

    Contenuti e anticipazioni del video:

    Nel video si analizza la risposta alla lettera del comitato Vittime&Famiglie Rete L’ABUSO da parte del Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della CEI.

    In particolare si evidenzia come si traduce la paradossale proposta concreta, contenuta nella risposta in relazione al caso specifico, risposta emblematica che ha lasciato incredule le vittime, ma che al tempo stesso svela la poca serietà con cui la chiesa intende affrontare questa piaga, celando contestualmente e pericolosamente una strategia surreale incredibilmente contro le stesse vittime.

    Spunti di riflessione:

    • Le prime risposte ufficiali e concrete dei vertici della chiesa rappresentano “la cartina di tornasole” che misura quanto in realtà non vi è nessuna reale intenzione di cambiare la prassi consolidata che tutela i preti pedofili al posto delle vittime.
    • Quando a seguito di incredibili evidenze del reiterato comportamento maldestro di alcuni Vescovi come mons. Delpini, il Santo Padre con fermezza agirà realmente in linea con la “Tolleranza Zero”?
    • Quando la priorità sarà l’ascolto delle vittime e non la difesa dei pedofili?
    • Quando le risposte e le azioni concrete saranno coerenti con i proclami del Papa?
    • Perché non vengono presi immediati provvedimenti nei confronti dei Vescovi di cui è già noto il comportamento ed è certo che abbiano insabbiato casi di abusi sessuali ai danni di minori? Solo in Italia, per esempio, ben cinque Membri del Consiglio Permanente della CEI presieduto dal Cardinale Bassetti, sono palesemente coinvolti:
    • Mons. Mario Delpini (caso Mauro Galli)
    • Mons. Crescenzio Sepe (caso Silverio Mura)
    • Mons. Giuseppe Betori (caso Daniele Ralti)
    • Mons. Angelo Bagnasco (caso Carlos Buela)
    • Mons. Claudio Maniago (caso Lelio Cantini)
    • Quando la Chiesa tornerà credibile con azioni coerenti?
    • Perché la Chiesa invece di assoldare costosi professionisti avvocati per difendere i preti pedofili non si prende cura delle vittime, magari pagano loro le cure derivanti dai danni permanenti che gli procurano i “seminatori di morte” come li definisce il Cardinale Bassetti?
    • Quando i soldi dei fedeli saranno spesi per il bene e non per mantenere i seminatori di morte?

    Per approfondire:

    Per approfondire e comprendere meglio il significato delle riflessioni e le domande che come associazione ci stiamo ponendo dopo il summit, riproponiamo il percorso delle cinque tappe della riflessione già proposta in preparazione all’evento voluto da Papa Francesco e le considerazioni già proposte de “il dopo summit”. Percorso che in qualche modo ha cercato di stimolare e raggiungere i Vescovi che avrebbero poi partecipato all’evento sottoponendogli i seguenti temi:

    PEDOFILIA NEL CLERO: ULTIMO APPELLO PER PAPA FRANCESCO

    1. I GENITORI DEVONO SAPERE
    2. MOLTI NELLA GERARCHIA SANNO MA PREFERISCONO L’AMBIGUITÀ
    3. LO STESSO LEGALE DELLA DIOCESI SCREDITA IL VESCOVO
    4. LA REGIA E LE MENZOGNE PER DIFENDERE I PRETI CHE ABUSANO
    5. L’ESTREMO TENTATIVO DI ALTERARE LA VERITÀ

    IL DOPO SUMMIT: ORA LE PAROLE DEL PAPA NEI FATTI

  • Serina, la vittima del prete condannato scrive a Papa Francesco

    Serina, la vittima del prete condannato scrive a Papa Francesco

    Eleonora Busi

    Da una parte una ragazza come tante altre, bambina ancor prima di diventare donna, che raggiunta la maggiore età denuncia il prete che l’ha molestata da piccola. Dall’altra il paese, che si schiera dalla parte del sacerdote e sottoscrive una raccolta firme in suo sostegno, nonostante sia stato condannato in via definitiva a sei anni di carcere. È quanto accaduto a Serina, che negli ultimi giorni si è ritrovata con i riflettori puntati addosso dopo la controversa decisione: ora la vittima ha preso nuovamente il coraggio a due mani e ha deciso di scrivere una lettera a Papa Francesco, per raccontargli la storia del suo abuso, del paese e di quel prete, che fino ad ora si è sempre dichiarato innocente.

    Una lettera colma di dolore, che racconta il terrore di non essere creduta da nessuno. “Caro Papa Francesco, – inizia così la missiva – sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me. Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia”.

    La lettera continua, spiegando cosa è accaduto dopo: a 18 anni, nel 2013, la denuncia, il paese che dava le prime avvisaglie di schieramento, il primo processo in cui il prete è stato assolto e i due successivi in cui i giudici le hanno creduto, l’ex sindaco presente ad ogni udienza per sostenere il sacerdote e la sentenza definitiva, a gennaio. Ma è in quel frangente che le cose hanno iniziato a precipitare.

    “Il 28 febbraio – continua Valentina – è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere. Il primo marzo mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera. Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque. Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto. Chi mi incontra mi saluta a fatica. Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango. Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo?”.

    Una realtà dura e comune a moltissime vittime di abuso, che porta a riflettere. La comunità di Serina, infatti, ha deciso per la quasi totalità di schierarsi apertamente a favore del parroco attraverso un foglio di firme, sottoscritto da 1250 persone su 2073 abitanti: più della metà della comunità serinese. Fra l’elenco di firme, spunta anche quella dell’ex sindaco Giovanni Fattori, sempre presente alle udienze, e dell’attuale primo cittadino Giorgio Cavagna, che ieri mattina durante la trasmissione“Storie Italiane” su Rai Uno, si è difeso affermando di sapere “perfettamente che sostenere un pedofilo non ha alcun senso, ma si tratta solo un attestato spontaneo della gente di Serina senza andare contro nessuno, non vi è alcuna parola che vada contro la ragazza. La solidarietà a Valentina è totale, assolutamente, non deve essere letta come contrapposizione”.

    “Un attestato spontaneo” che, stando a quanto racconta la ragazza nella lettera, sarebbe finito appeso nella bacheca sotto la sua casa poco dopo la carcerazione del sacerdote, come una bandiera sotto la quale i suoi concittadini sembrano volersi riunire. “Il processo è finito, i giudici hanno deciso – prosegue la lettera – Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita. Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo. Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente”.

    Per il momento, non c’è stata ancora alcuna risposta da parte di Papa Bergoglio, nemmeno dalla Conferenza episcopale italiana, entrambi freschi di summit sulla pedofilia svoltosi dal 21 al 24 febbraio scorsi. In quell’occasione, il pontefice ha dichiarato che “Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà”. Anche il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, per ora non ha lasciato trapelare alcuna risposta. “Purtroppo non è un caso isolato” ha dichiarato Francesco Zanardi, presidente della “Rete L’abuso” – una associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – in un’intervista a Il Fatto Quotidiano.

    Diverse, infatti, le vicende analoghe a quella accaduta a Serina, come ad esempio quella di don Luciano Massaferro ad Alassio, dove gli abitanti organizzarono una fiaccolata a suo sostegno passando proprio sotto l’abitazione della vittima. “Purtroppo questi episodi spesso derivano principalmente dalla cultura – ha proseguito Zanardi – Il nostro Paese fino a non molti anni fa aveva come prima figura di riferimento il sacerdote, poi veniva il medico, il maresciallo e infine il primo cittadino. A fare nascere poi i giudizi nei confronti delle vittime è il fatto che troppo spesso non si conosce la materia”.

    “Un trauma psicologico, ancor prima di essere fisico”: con queste parole Zanardi riassume la natura di un abuso, sottolineando come, quando la vittima è una donna, ad innestarsi sono anche tutta una serie di pregiudizi che, purtroppo, vanno a provocare reazioni simili a quello accaduto nel paesino brembano.“A mio avviso, quando si verificano cose del genere, credo che intanto dovrebbe essere la stessa Chiesa a dover cercare di dissuadere dal mettere in atto queste iniziative. Se nel nostro Paese ci fossero più informazione e maggiori campagne di consapevolezza, probabilmente le persone rifletterebbero di più prima di avviare certe iniziative” conclude.

    http://www.lavocedellevalli.it/cronaca/articolo/serina-la-vittima-del-prete-condannato-scrive-a-papa-francesco

  • Pedofilia, paese del Bergamasco raccoglie firme per il sacerdote condannato. La vittima scrive al Papa: “Io contro tutti”

    Pedofilia, paese del Bergamasco raccoglie firme per il sacerdote condannato. La vittima scrive al Papa: “Io contro tutti”

    La ragazza l’ha denunciato dopo aver compiuto 18 anni. “Ho aspettato molti anni, avevo paura di non essere creduta, questo prete era il mio maestro di religione ed era molto attaccato alla mia famiglia”, racconta nella lettera a Bergoglio. Quando è finito in carcere gli abitanti di Serina gli hanno mandato un messaggio di sostegno. Francesco Zanardi, presidente della Rete L’abuso: “La Chiesa dovrebbe dissuadere da queste iniziative”

    di Francesco Antonio Grana

    La vittima denuncia il prete pedofilo che l’ha molestata quando era bambina. Ma nel paese parte una raccolta di firme a sostegno del sacerdote, benché condannato in via definitiva a sei anni di carcere. È ciò che è avvenuto a Serina, un paese di 2mila abitanti in provincia di Bergamo. La vittima ha, però, deciso di uscire allo scoperto e scrivere una lettera a Papa Francesco. Valentina Cavagna, oggi 23enne, ha preso carta e penna e si è rivolta direttamente a Bergoglio dopo che mille abitanti del suo paese, ovvero la metà, hanno sottoscritto la lettera in favore del prete che si è sempre dichiarato innocente. Chiudendo recentemente il summit sulla pedofilia in Vaticano, il Papa ha assicurato che “se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà”. Parole che hanno spinto la ragazza a raccontare la sua storia.

    “Caro Papa Francesco, – inizia la lettera – sono Valentina e vorrei raccontare la mia storia. Quando ero bambina, un prete del mio paese, don Marco Ghilardi, ha abusato di me. Era anche il mio maestro di religione alle elementari. Purtroppo, ho aspettato molti anni per denunciare, perché avevo paura di non essere creduta, anche perché questo prete era molto attaccato alla mia famiglia. Infatti, veniva anche a mangiare da noi. In cuor mio, però, mi sono sempre detta che, compiuti i 18 anni, l’avrei denunciato. Così ho fatto, il primo luglio 2013. Il paese non era dalla mia parte. Al primo processo lui è stato assolto, mentre negli altri due i giudici mi hanno creduto. A ogni udienza c’era sempre qualcuno per lui, anche l’ex sindaco. Sono comunque fiera di me stessa, perché non ho mai mollato. Sono sempre stata una contro tutti e, finalmente, a gennaio di quest’anno si è concluso tutto. O, almeno, così pensavo”.

    La storia, infatti, non finisce qui. “Il 28 febbraio – racconta ancora la ragazza – è uscito l’articolo in cui si scriveva che il sacerdote era in carcere. Il primo marzo mi sono trovata nella bacheca sotto casa un foglio con la raccolta delle firme per mandargli una lettera. Quando l’ho visto mi sono arrabbiata molto. Ognuno può avere il pensiero che vuole, non pretendo che, nemmeno dopo la sentenza, il paese sia dalla mia parte. Vorrei, però, che chi vuole sostenere il sacerdote lo facesse privatamente, non diffondendo quel foglio ovunque. Sono anche io una persona di Serina e continuo a viverci. Una persona, sotto casa, mi ha detto che dovrei abbassare la testa per quello che ho fatto. Anche la mia famiglia si ritrova spesso a dover rispondere di questa storia. A discuterne. Chi mi incontra mi saluta a fatica. Non chiedo che vengano ad abbracciarmi. Ma nessuno, mai, mi ha chiesto una volta come sto. Ho momenti in cui esplodo e piango. Si ripete sempre di denunciare, ma se poi una ragazza si trova in questa situazione come può avere il coraggio di farlo?”.

    Valentina sottolinea, inoltre, che “il processo è finito, i giudici hanno deciso. Ma quella sotto processo sono io e non vedo una via d’uscita. Per questo motivo le scrivo. Lo faccio attraverso il giornale perché si è diffusa la notizia della raccolta firme. Non ho mai cercato pubblicità, anzi. Vorrei incontrarla per sentirmi compresa da lei. Per me sarebbe un modo per andare avanti. Per me e per la mia famiglia. Penso che anche a Serina cambierebbe qualcosa. Mi creda, non sono felice perché un prete è in carcere, anche se penso che sia giusto, dopo anni da quello che è successo. Non mi consola nemmeno, tanto la ferita mi rimarrà. Però se avesse ammesso, qualcosa sarebbe cambiato. Almeno l’atteggiamento della gente”.

    Parole alle quali finora non c’è stata nessuna risposta né della Santa Sede, né della Conferenza episcopale italiana. Proprio quest’ultima ha recentemente approvato il regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa. Così come nessuna risposta è arrivata, al momento, dal vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, diocesi della quale fa parte il paese della vittima. “Quello di Serina – spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Zanardi, presidente della Rete L’abuso, l’associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – purtroppo non è un caso isolato. Ricordiamo la vicenda analoga di don Luciano Massaferro, di Alassio, in provincia di Savona, dove organizzarono addirittura una fiaccolata in sostegno del sacerdote che passò sotto casa della vittima, piuttosto che il caso di Giada Vitale, di Termoli. Purtroppo questi episodi spesso derivano principalmente dalla cultura. Il nostro Paese fino a non molti anni fa aveva come prima figura di riferimento il sacerdote, poi veniva il medico, il maresciallo e infine il primo cittadino. A fare nascere poi i giudizi nei confronti delle vittime è il fatto che troppo spesso non si conosce la materia”.

    Proprio alla vigilia dell’apertura del summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano, Zanardi è stato ricevuto dai membri del comitato organizzatore e ha potuto portare la sua esperienza insieme a quella di altre 11 vittime presenti. “Ancora oggi – precisa il presidente della Rete L’abuso – molti pensano che la pedofilia o l’abuso sessuale porti a un danno ‘fisico’, qualcosa di visibile nell’immediato e spesso non ci si rende conto che invece il trauma è psicologico. Quando poi, come in questo caso il soggetto è una donna si innestano anche una serie di altri pregiudizi e si finisce col produrre valutazioni o reazioni come questa, reazioni che difficilmente vediamo quando la vittima è un uomo. A mio avviso, quando si verificano cose del genere, credo che intanto dovrebbe essere la stessa Chiesa a dover cercare di dissuadere dal mettere in atto queste iniziative. Se nel nostro Paese ci fossero più informazione e maggiori campagne di consapevolezza, probabilmente le persone rifletterebbero di più prima di avviare certe iniziative”.

    Eppure a Serina il paese è spaccato letteralmente in due. Nella lettera i cittadini confessano lo “sgomento” dopo la sentenza di condanna di don Marco Ghilardi. “Avendo vissuto a contatto con te più anni – scrivono i fedeli – e condiviso più iniziative a favore della comunità di Serina vogliamo esprimere un atto di sostegno della tua persona. Sappiamo che tanti ti sono vicino in forma epistolare e qualcuno viene a trovarti”. I cittadini vogliono “dare ancora più forza al sentimento di impotenza e ingiustizia che proviamo. Sappiamo che anche in questa esperienza saprai vedere il bene e fare del bene, anche se è davvero un calice amaro. La sofferenza lascerà sicuramente un solco, ma vogliamo condividerla per alleggerire il tuo peso”.

    Al processo, l’ex sindaco Giovanni Fattori è sempre stato presente: “Ho firmato anche io. Questa iniziativa rispecchia il dolore nel cuore della gente di Serina. Si crede nella giustizia, ci mancherebbe, ma la verità processuale non collima con la convinzione di chi ha firmato”. Parole dalle quali si smarca decisamente l’attuale primo cittadino, Giorgio Cavagna: “Se nella lettera, che ancora non ho visto, si esprime solidarietà umana è un conto. Se una persona ha sbagliato, cosa che io non so ma c’è una sentenza, e soffre, avrà la mia comprensione umana. Ma diverso sarebbe prendere una posizione a fronte di una sentenza. Qui ci sono due persone che soffrono. La mia solidarietà va anche alla ragazza”. Ma intanto le gerarchie ecclesiastiche tacciono.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/14/pedofilia-paese-del-bergamasco-raccoglie-firme-per-il-sacerdote-condannato-la-vittima-scrive-al-papa-io-contro-tutti/5038105/

  • RSI – Moby Dick. Chiesa, abusi, trasparenza. puntata del 2 marzo 2019

    RSI – Moby Dick. Chiesa, abusi, trasparenza. puntata del 2 marzo 2019

    di Bruno Boccaletti e Michela DaghiniIn diretta da Roma

    Dopo il vertice della settimana scorsa in Vaticano sugli abusi sui minori in ambito ecclesiastico, fortemente voluto da Papa Francesco, l’opinione pubblica è tornata ad interrogarsi sul modo in cui la Chiesa sta affrontando questo scandalo.

    Gli otto punti indicati dal Pontefice nel discorso finale del vertice, dalla protezione e dall’ascolto delle vittime sino alla denuncia alle autorità civili, rappresentano un vero punto di svolta, segnalano un reale cambiamento di mentalità, oppure le zone d’ombra, le censure, i silenzi ecclesiastici sono destinati a restare una ferita aperta?

    E perché, in ambito cattolico, c’è chi ha già messo in atto delle misure concrete di trasparenza, ad esempio i Vescovi svizzeri – mentre altrove si è ancora fermi alle buone intenzioni?”

    Moby Dick” questa settimana è in diretta da Roma per fare il punto su “Chiesa, abusi, trasparenza”.Michela Daghini e Bruno Boccaletti ne discuteranno con: Gianfranco Svidercoschi – Giornalista vaticanista, autore del recente “Chiesa liberati dal male. Lo scandalo di un credente di fronte alla pedofilia”, Lucetta Scaraffia – Storica e giornalista italiana, professoressa associata di storia contemporanea alla Sapienza di Roma, editorialista dell’Osservatore Romano, molto attenta alla questione femminile nella Chiesa, Francesco Zanardi – Fondatore e portavoce di Rete L’Abuso, associazione di vittime di abusi da parte del clero cattolico.

    Al telefono sarà inoltre presente mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna, presidente della Commissione tutela minori della Conferenza episcopale italiana.

    Ascolta qui la puntata

  • BEFFA VATICANA – La vittima di abusi che accusa Delpini mandata da Bassetti a parlare con lui

    BEFFA VATICANA – La vittima di abusi che accusa Delpini mandata da Bassetti a parlare con lui

    Decisione beffa della Cei dopo i propositi del summit vaticano anti pedofilia. Rete l’Abuso chiede di punire l’arcivescovo per il caso don Galli. La Chiesa li farà ricevere dal comitato in cui c’è pure il legale della diocesi

    di Giorgio Gandola

    A pochi giorni dai buoni propositi usciti dal summit vaticano anti pedofilia, per le vittime è già arrivata la beffa. La Rete l’Abuso, che chiede provvedimenti contro l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, per la gestione del caso del prete molestatore don Galli ha ricevuto una risposta dalla Cei. L’associazione dovrà rivolgersi alla commissione istituita dallo stesso Delpini e nella quale c’è anche l’avvocato che difese il sacerdote condannato.

    L’appello: “Chiediamo soltanto giustizia”. La risposta: “Avete diritto alla giustizia”. In teoria c’è unità d’intenti, anzi una consonanza totale fra vittime dei preti pedofili e l’istituzione ecclesiastica incarnata dal suo rappresentante più alto, l’uomo più vicino a Dio, vale a dire il Papa. E questo connubio finalmente saldato dall’abbraccio cercato e voluto dalla Chiesa dovrebbe essere ancora più forte dopo il summit mondiale tenutosi in Vaticano la scorsa settimana (titolo “La protezione dei minori nella Chiesa”), presieduto dal Pontefice in persona e organizzato per dare un segnale concreto contro la piaga che più imbarazza il cattolicesimo del terzo millennio.

    Rompere il codice del silenzio, illuminare penombre purtroppo abituali: ecco le priorità indicate dal Pontefice e dai suoi fedelissimi per “far sì che i crimini non si ripetano e i luoghi della Chiesa siano sicuri per i minori”, come ha sottolineato con sincera enfasi Francesco nel discorso finale, annunciando un altro motu proprio dopo quello dal titolo “Come una madre amorevole”, per codificare meglio la prevenzione e il contrasto agli abusi. Questo in linea di principio, ma per comprendere che la realtà rimane altra cosa rispetto alle buone intenzioni e che (parafrasando un motto di Anton Cechov) “Mosca è lontana”, basta leggere una lettera.

    Ha l’intestazione della Conferenza episcopale italiana, è firmata dal presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, ed è datata 21 febbraio, giorno d’inizio del summit mondiale antipedofilia a Roma. Con la missiva, il numero uno dei vescovi risponde alla richiesta di ascolto delle vittime da parte dell’associazione Rete l’Abuso, che riporta come esempio di omertà e di cattiva applicazione dei dettami papali (già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI stigmatizzarono l’insabbiamento e l’omissione) il comportamento dell’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, nella gestione del caso di abuso sessuale sul giovane Alessandro Battaglia.

    Il ragazzo, che al tempo dei fatti aveva 15 anni, nel dicembre 2011 fu invitato a “dormire nel lettone” da un sacerdote, don Mauro Galli, condannato per ciò che accadde quella notte a 6 anni e 8 mesi in primo grado dal tribunale di Milano. E i due alti prelati (allora vicario episcopale e responsabile dei giovani sacerdoti) si limitarono a trasferirlo dall’oratorio di Rozzano a quello di Legnano, sempre a contatto con adolescenti. Non aprirono l’indagine previa (prevista dal diritto canonico) fino a quando la famiglia, scossa dagli scompensi psicologici del ragazzo e dalle melliflue risposte dell’arcidiocesi alla quale da ferventi cattolici si erano affidati, non decise di varcare la soglia di una stazione dei carabinieri per la denuncia penale.

    Ebbene, cosa risponde il cardinal Bassetti alle vittime degli abusi, quindi anche a questi genitori che chiedono giustizia con l’apertura di un procedimento che chiarisca quei fatti, con il coinvolgimento del massimo rappresentante della Chiesa meneghina? “Abbiamo proposto a tutti i vescovi italiani di ascoltare le vittime che si presentassero, con calma ed empatia, per rendersi conto della profondità delle ferite, dell’umiliazione, della vergogna, del senso di colpa, della repulsione verso la vita”.

    Il presidente dei vescovi rimanda dunque alla commissione di esperti diocesana per la tutela dei minori. A Milano c’è, è stata istituita proprio dall’arcivescovo Delpini all’inizio di febbraio con presidente il vicario generale, monsignor Franco Maria Agnesi, ed è composta da dodici membri come gli apostoli, nove sacerdoti e tre laici. Il paradosso sta nell’indirizzare le vittime verso un consesso di persone incaricate da colui che non applicando la “tolleranza zero” si attirò le critiche del suo predecessore, Angelo Scola. E, come sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso, “dovrebbe per questo essere rimosso”.

    Ma c’è un ulteriore motivo di imbarazzo. Nella commissione siede il professor Mario Zanchetti, principe del foro di Milano, da 15 anni legale ufficiale dell’arcidiocesi, che nel recente processo per abusi difendeva don Galli. C’è qualcosa di surreale in tutto questo, un corto circuito che lascia esterrefatti. E come puntualizza un parente della vittima: “Dovremmo chiedere all’avvocato Zanchetti, che nel processo rappresenta la controparte e difendeva un prete pedofilo, di impegnarsi a far avere la verità al Papa sul coinvolgimento di Delpini e Tremolada affinché applichi la tolleranza zero ribadita nel summit a Roma e rimuova Delpini, cioè un cliente di Zanchetti stesso? La pare normale? È questo l’esito del summit?”.

    La decisione di istituire una commissione con il compito di “suggerire quanto è necessario e opportuno introdurre in diocesi per la più efficace prevenzione di abusi sui minori o sugli adulti che hanno un uso imperfetto della ragione e che possono essere compiuti da quanti rivestono compiti educativi nelle realtà diocesane”, è certamente un passo avanti rispetto alla polvere sotto il tappeto e a quel “silenzio e preghiera” che talvolta nasconde inquietanti penombre. Ma in questo caso la mossa del cardinal Bassetti è improvvida: pare come minimo inopportuno rimandare le vittime davanti a chi fece muro contro di loro. In un’aula di tribunale la legittima suspicione sarebbe automatica, qui sembra tutto normale. Nonostante le buone intenzioni e il marketing curiale, la via della trasparenza sembra ancora lunga.

    (trascrizione da La Verità del 2 marzo 2019)

  • «Il resto è sopravvivere»

    «Il resto è sopravvivere»

    Il Concordato permette l’impunità dei preti responsabili di violenza su minori. Per questo va abolito. È l’auspicio del Comitato Onu dei diritti dell’infanzia che ha investigato sul modo in cui l’Italia tutela l’incolumità dei bambini, recependo le denunce di Rete L’Abuso
    di Federico Tulli

    All’età di 12 anni, nel frequentare il catechismo e in preparazione alla cresima, in occasione delle numerose confessioni settimanali, ho subito delle molestie sessuali e violenze ripetute da questo prete all’interno del confessionale e non solo ma anche altrove al di fuori della parrocchia. Costretto psicologicamente, “intrappolato” dal mio carceriere, ho vissuto due anni in questo incubo. A 15 anni ho trovato la forza di ribellarmi a questi soprusi. Successivamente sono caduto in una forte depressione dalla quale non sono più uscito, ho vissuto il periodo della pubertà rinchiuso in me stesso assieme a tutto il periodo adolescenziale portando problemi di carattere relazionale e vivendo una sessualità in maniera rovinosa con paure e fobie riguardanti la sfera sessuale. Per me il sesso era sporco e contaminante, sentendomi perennemente sporco. Paure e fobie che non mi hanno più abbandonato, limitandomi così nel tempo sempre più la vita al punto di non riuscire più a lavorare precludendomi la dignità personale. Non vi è null’altro da dire, solo che la mia vita è finita a 15 anni. Il resto è sopravvivere».

    Sono le parole della vittima di un pedofilo sacerdote (che ha chiesto l’anonimato e chiameremo Andrea), che grazie all’associazione Rete L’Abuso possiamo pubblicare. Oltre quanto appena letto, veniamo a sapere che quando Andrea ha trovato l’energia per denunciare alla magistratura civile le violenze subite era ormai troppo tardi: reato prescritto. Il suo presunto violentatore ha potuto dunque proseguire indisturbato l’attività sacerdotale e oggi, a differenza della vittima, passa in serenità la vecchiaia presso una sede ligure della Congregazione a cui appartiene.

    La storia di Andrea purtroppo è simile a quella di tanti altri “sopravvissuti”. Frequentare l’oratorio, la parrocchia, il catechismo può diventare improvvisamente una trappola senza via di scampo con delle conseguenze devastanti a livello psicologico e nella vita di tutti i giorni. E non tutti riescono a recuperare la forza necessaria per denunciare l’educatore a cui sono stati affidati dai propri genitori. In tanti non ce la faranno mai nel corso della vita, altri ci riescono quando ormai – per le leggi vigenti – è passato troppo tempo. Come da sempre raccontiamo su Left, così accade in tutto il mondo dove le istituzioni cattoliche sono presenti. In Italia, negli ultimi 15 anni, sono state circa 300 le denunce per pedofilia nei confronti di ecclesiastici, quasi 140 di loro sono finiti sotto processo e circa 80 sono stati condannati almeno in primo grado. Considerando che la popolazione ecclesiastica italiana è di oltre 30mila persone si potrebbe pensare che diversamente da altri Paesi – come gli Stati Uniti o l’Irlanda – la situazione sia tutto sommato sotto controllo. Ma stando a quello che nell’agosto 2018 ha dichiarato padre Hans Zollner all’agenzia dei vescovi Sir, purtroppo le cose non stanno così. «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (negli Usa, ndr), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi. Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso» ha detto Zollner che non è un prete qualunque ma è membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e presidente del Centre for child protection (Ccp) della Pontificia università gregoriana (vedi box a pag. 11).

    Una dichiarazione dal significato inquietante che già allora non era sfuggita al nostro settimanale, eppure è stata inspiegabilmente ignorata dagli altri media italiani che in questo modo – non raccontando – contribuiscono a radicare presso l’opinione pubblica una falsa percezione del fenomeno criminale della pedofilia di matrice ecclesiastica. Prendendo per buone le percentuali paventate dal presidente della Ccp, vorrebbe infatti dire che in Italia non 80 ma almeno 1.200 preti potrebbero esser stati responsabili di abusi su minori nel recente passato. Fermo restando che anche solo una violenza è intollerabile, si tratterebbe di un’orrenda enormità. Soprattutto se si considera che, per certi aspetti, il profilo criminale del pedofilo è equiparabile a quello del serial killer: egli infatti, in estrema sintesi, organizza lucidamente la propria vita sociale in funzione della “caccia”, sceglie professioni che lo portano facilmente a contatto con i bambini, e non si ferma finché non viene arrestato e isolato; infine, non meno importante, «considerando le conseguenze sulle vittime, l’abuso si configura come un vero e proprio omicidio psichico» ci spiega la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti.

    Come quello descritto nelle parole di Andrea con cui si apre la nostra inchiesta. A proposito della serialità, basti qui citare velocemente i casi di padre Lawrence Murphy negli Usa, reo confesso di abusi su oltre duecento minori sordomuti, e quello del parroco don Lelio Cantini, che a Firenze agì impunemente all’interno della sua comunità per oltre un ventennio. E che dire di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo e violentatore seriale per decenni “protetto” da Giovanni Paolo II? Tutti sono morti nel monastero dove erano stati inviati dal Vaticano a espiare i propri “peccati”, senza aver mai affrontato un giudizio civile. Come il violentatore di Andrea.

    Se i media sono rimasti indifferenti, l’allarme di Hans Zollner avrà per lo meno suscitato l’attenzione delle nostre istituzioni preposte a prevenire certi crimini e a tutelare l’incolumità dei minori? E ancora, cosa fanno le autorità italiane per evitare che luoghi considerati “istintivamente” sicuri diventino invece una fonte di pericolo? L’occasione per rispondere a queste domande è stata data al governo italiano il 22-23 gennaio scorso a Ginevra dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma anche in questo caso il silenzio mediatico è calato sulla relazione dell’agenzia Onu incaricata di verificare se e in che modo l’Italia rispetti la Convenzione per i diritti dell’infanzia ratificata nel 1989. In particolare il nostro governo è stato chiamato a rispondere di pesanti accuse di negligenza nella gestione, prevenzione, controllo e giudizio in particolare dei casi di pedofilia clericale, mosse dall’associazione di vittime Rete L’Abuso. Tutto è iniziato lo scorso giugno dopo un incontro a Ginevra con il funzionario dell’Alto commissariato per i Diritti umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale Eca global (presente in 18 Paesi e 4 continenti, di cui la Rete L’Abuso è uno dei membri fondatori). A supporto della propria denuncia, l’associazione italiana rappresentata dal presidente Francesco Zanardi e coadiuvata dall’avvocato Mario Caligiuri, ha presentato una imponente documentazione sulle gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Vale la pena di sottolineare che gli emissari del governo di fronte alle domande e alle sollecitazioni degli investigatori di Ginevra hanno in pratica fatto un’imbarazzante scena muta.

    Arrivando a trincerarsi dietro la scusa di non essere dei tecnici. E non sono stati nemmeno in grado di sfruttare le ulteriori 48 ore di tempo concesse loro per rispondere in maniera non superficiale. Risultato? Basti qui citare l’incipit delle Conclusioni del comitato delle Nazioni Unite per farsi un’idea:

    «Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e azioni penali da parte della magistratura italiana»

    (il Report dell’Onu è stato reso noto il 7 febbraio scorso, nel box a pag. 12 pubblichiamo una sintesi significativa). Abbiamo chiesto all’avvocato Caligiuri dove secondo lui bisognerebbe intervenire affinché anche nel nostro Paese cessi l’impunità degli ecclesiastici di fatto fino a oggi soggetti solo alle blande leggi vaticane sebbene i crimini siano compiuti sul territorio italiano.

    Leggi della Chiesa che come tali – va ricordato – si fondano sull’idea (inaccettabile) che lo stupro di un minore sia un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio (e se avvenuto nell’ambito della confessione, si tratta di un’offesa al Sacramento!) e che nella pratica si traducono in una totale assenza di prevenzione e in una sanzione che consiste in un periodo di espiazione, preghiera e penitenza in strutture “protette” da sguardi indiscreti e senza alcun controllo (v. Left del 9 novembre 2018). Perché per la Chiesa tutti in fondo sono peccatori, vittime comprese che non di rado finiscono per essere considerate responsabili della tentazione diabolica in cui è caduto il “sant’uomo”: il prete violentatore.

    La segretezza innanzi tutto, così i vescovi possono insabbiare le denunce Dal punto di vista giuridico, «alla radice di tutto ci sono i Patti lateranensi» spiega Caligiuri, ricordando che il Concordato con la Santa sede è un prodotto del regime fascista, benché lo si ritrovi incorporato nell’articolo 7 della Costituzione. «Il Concordato va abrogato – prosegue l’avvocato – e le ragioni per abrogarlo, direi con urgenza, come ripetutamente manifestato nelle campagne di sensibilizzazione della Rete l’Abuso e nei report inviati a Ginevra, vanno individuate quantomeno nelle parti che limitano fortemente nelle indagini la magistratura italiana con il rischio di impedire l’esercizio dell’azione penale nei confronti dei preti sospettati di pedofilia e dei loro “superiori” (i vescovi, ndr) che potrebbero averli favoriti insabbiando le segnalazioni o trasferendoli di parrocchia in parrocchia consentendo loro di rimanere in contatto con minori e di poter ripetere l’abuso».

    Cosa succederebbe se il Concordato venisse abrogato o quanto meno rivisto come auspica anche l’Onu? «La Chiesa, qualora condividesse questa scelta di civiltà con lo Stato italiano, imposta da un’emergenza epocale, farebbe buona prassi concreta della tolleranza zero invocata da papa Francesco, ed il governo in carica concretizzerebbe efficacemente su questo versante l’obiettivo “sicurezza”, preoccupandosi seriamente della incolumità psicofisica dei bambini e delle bambine alla mercé di criminali seriali nelle parrocchie, negli oratori, nei centri sportivi, nelle scuole ecc…».

    Caligiuri auspica quindi una sorta di un svolta culturale, a partire dal fatto che la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida antipedofilia non impone ai vescovi la denuncia alla magistratura laica di un crimine grave come la pedofilia. A tal proposito l’avvocato punta il dito contro l’articolo 4 del Nuovo concordato (rinnovato da Craxi nel 1984) in cui si prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità civile «informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Lo Stato italiano è quindi formalmente d’accordo nel tutelare il segreto e, di conseguenza, la facoltà per gli ecclesiastici di astenersi dal fornire informazioni.

    La violenza su un bambino è considerata dal Vaticano un delitto contro la morale Poiché questo si combina con il segreto pontificio che grava sugli eventuali procedimenti giudiziari della Santa sede nei confronti di preti pedofili, il risultato è devastante: in caso di condanna del tribunale ecclesiastico, una volta scontata la “pena” in un luogo protetto, se la Chiesa ritiene che vi siano i presupposti, il sacerdote può tornare a esercitare senza che nessuno – a partire dai parrocchiani, adulti e non, fino all’autorità civile – sia a conoscenza di quanto accaduto. Con rischi dolorosamente e facilmente immaginabili per i minori che ignari orbitano nella nuova parrocchia (basti qui citare il caso di G. Trotta di cui abbiamo parlato su Left del 9 dicembre 2017). Quindi, da un lato del Tevere segretezza e assenza totale di trasparenza, dall’altro invece, in relazione all’art. 4 – sempre nel Concordato – «la Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici».

    Due pesi e due misure, con in mezzo l’incolumità dei bambini. «Questa prassi – osserva Caligiuri – sostanzia non solo un’impressionante visione del mondo, ma rappresenta un sabotaggio agito in senso anticostituzionale al rispetto dell’esercizio dell’azione penale e al principio di uguaglianza, oltre a minare le garanzie poste a fondamento della tutela del minore. Un principio fondamentale, affermato da giurisprudenza consolidata, è quello secondo il quale ogni volta che è in causa la situazione di un minore, deve prevalere il suo interesse superiore (best interest of the child).

    Nulla quindi può giustificare l’assenza di provvedimenti che potrebbero incidere profondamente, in senso migliorativo o protettivo, sulla vita stessa del minore. Ciò che suscita sconcerto – conclude Caligiuri – è che l’informazione su questa inaccettabile realtà risulti ancora assai limitata, o fuorviante». Dal 1996 in poi l’Italia ha fatto molto in termini di tutela dei minori. Resta da indurre la Chiesa a collaborare Alla luce di quanto detto fin qui, è lecito parlare di “complicità” dei due Stati nel non voler affrontare adeguatamente il crimine della pedofilia? «Da un punto di vista normativo gli ultimi 20 anni in Italia sono stati caratterizzati da interventi adeguati rispetto a queste problematiche» osserva la magistrata Lucia Russo, procuratore aggiunto a Bologna che abbiamo incontrato a Novellara (RE) nell’ambito della manifestazione Nomadincontro 2019 dove è stata premiata per la sua attività in difesa dei diritti e dell’incolumità dei minori. «Dal 1996 – prosegue Russo – abbiamo la nuova legge sulla violenza sessuale, dal 1998 abbiamo leggi che riguardano la pedopornografia che sono state rinnovate nel 2006 e nel 2012».

    Quest’ultima in attuazione della Convenzione di Lanzarote sulla protezione dei minori dallo sfruttamento e dagli abusi sessuali. Se è vero, dice la magistrata, che fino a 20 anni fa la situazione era tragica e non solo perché i reati sessuali avevano una collocazione sistematica nell’ambito dei reati contro la moralità pubblica e il buon costume, è anche vero che da allora sono stati fatti passi in avanti: «Questo non vuol dire che oggi la situazione sia rassicurante. La pedofilia è un fenomeno drammatico, che attraversa tutta la società, tutte le confessioni. Il problema è capire come fare per avere anzitutto l’emersione di questi fenomeni, perché quando le denunce arrivano all’autorità giudiziaria, questa si muove e con strumenti investigativi efficaci».

    Il problema è che all’autorità giudiziaria queste denunce arrivano poco e a volte male o molto in ritardo. Russo porta quindi l’esempio della denuncia nei confronti di un missionario italiano che per anni ha compiuto abusi in Nicaragua. «Non appena la segnalazione è giunta al nostro ufficio ci siamo attivati. Venendo poi a sapere che in Vaticano già dieci anni prima era nota l’attività criminale del sacerdote ma ciò non aveva portato assolutamente a nulla. Quindi se quella segnalazione fosse arrivata a noi per tempo, molto probabilmente sarebbero stati risparmiati a tanti bambini dieci anni di abusi». Il primo problema è dunque come far arrivare le denunce all’autorità giudiziaria.

    L’altra questione è come collaborare con la Santa sede. «È un dato di fatto che oggi tutte le autorità giudiziarie anche sovranazionali sono caratterizzate da rapporti di collaborazioni molto intensi e proficui anche alla luce di una serie di convenzioni internazionali molto recenti» sottolinea Lucia Russo e aggiunge: «Devo dire che non soltanto in tutta la mia carriera non ho mai ricevuto la denuncia di un vescovo per fatti di pedofilia all’interno della Chiesa, ma non ho neanche mai ricevuto gli atti né ho notizia che gli atti che riguardano il processo istruito parallelamente dalla Chiesa – che abbia portato ad esempio alla riduzione allo stato laicale – siano già stati trasmessi all’autorità giudiziaria ordinaria per le valutazioni di competenza». Addirittura si discute da tempo se a carico degli ecclesiastici esista un dovere di testimonianza oppure no. «Discutono soprattutto loro perché in realtà da noi la Cassazione ha dato delle risposte abbastanza precise e cioè che è un dovere che esiste certamente.

    Ci sono dei limiti dati dal sigillo sacramentale: non possiamo costringere nessun sacerdote a rivelare cosa è stato detto (o fatto, ndr) nel corso della Confessione. Però è anche vero che se durante l’attività sociale un sacerdote si accorge che sono accaduti fatti gravi o riceve delle confidenze, non c’è dubbio che abbia un obbligo di testimonianza. Mentre al contrario nelle linee guida della Cei addirittura si nega che ci sia un dovere di testimonianza in questo senso. Da un punto di vista normativo italiano, dunque, gravi lacune non ce ne sono. Penso che il problema serio e importante sia quello di incentivare le autorità ecclesiastiche a rapporti di collaborazione con la magistratura ordinaria».

    L’impunità dei preti non può essere un dogma E qui si torna ai paletti che sono nel Concordato. «Deve ammettersi – osserva l’avvocato Caligiuri – che appare questo uno dei nodi fondamentali da sciogliere, trattandosi, in buona sostanza, di un accordo politico intercorso tra Città del Vaticano e la Repubblica italiana, dunque modificabile dalle due Parti senza che ciò richieda procedimenti di revisione costituzionale». Occorre dunque una volontà politica che al momento evidentemente non c’è, da ambo le parti.

    E il pericolo rappresentato dai preti pedofili resta più che reale. «Rispetto a un delitto gravissimo e incredibilmente diffuso, così lesivo della realtà fisica e psichica dei minori – spiega in conclusione la psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti – non si può rivendicare una extraterritorialità o il diritto di difendere la sacralità, cioè la natura specifica, della dottrina che di fatto garantisce uno statuto speciale per i suoi ministri. I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali».

    Per la parte dell’intervento della d.sa Russo ha collaborato Emanuela Provera, co-autrice del libro Giustizia divina (Chiarelettere)

    Da LEFT del 22 febbraio 2019 http://www.left.it/

  • Abusi sessuali: se il carnefice è il diavolo

    Abusi sessuali: se il carnefice è il diavolo

    L’incontro mondiale sul tema degli abusi clericali verso i minori e gli adulti vulnerabili, indetto da Francesco tra il 21 e il 24 febbraio scorso, è stato soprattutto un momento di confronto con la verità delle vittime, che sono state ascoltate dai cardinali radunati in Vaticano.

    È da poco noto il video-testimonianza di Alessandro, abusato da don Mauro Galli, prete protetto dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: «Ho smesso di credere in Dio perché non può esistere un Dio che permette tutto questo… Sono stato abusato dal prete a cui avevo affidato la mia vita, a cui io confidavo tutto». Le parole del giovane ragazzo riconducono al tema dell’abuso psicologico, il grande assente nel summit antipedofilia. Perché, come dichiara Francesco nel documento finale, «È difficile comprendere il tema degli abusi sessuali sui minori senza la considerazione del potere, in quanto essi sono sempre la conseguenza dell’abuso di potere, lo sfruttamento di una posizione di inferiorità psicologica e fisica». Se si fosse voluto affrontare il problema della pedofilia clericale in modo risolutivo, tra le azioni prioritarie si sarebbe dovuto mettere mano alla revisione degli statuti e dei Regolamenti interni che legittimano l’azione dei movimenti ecclesiali, come l’Opus Dei, il movimento dei Focolari, Comunione e Liberazione, i neocatecumenali. I ragazzi abusati in queste istituzioni sono vittime di derive settarie che lavorano sulle coscienze. La revisione dei documenti interni è avvenuta per i Legionari di Cristo, ma soltanto dopo l’emersione dello scandalo legato al suo fondatore Marcial Maciel Degollado. Più volte i transfughi hanno raccontato la violazione, che si compie internamente alle istituzioni, nei confronti della loro intimità psicologica, attraverso pratiche come la direzione spirituale, il colloquio fraterno, la confessione sacramentale. L’abuso psicologico, nei movimenti ecclesiali o in contesti chiusi, sembra sistematico e strutturale. Lo stesso padre Giuliano Stenico, presidente dell’Associazione Ministri della Misericordia, durante un’intervista dichiarava, nel 2017 «Le suore, non di rado, sono vittime di abusi di autorità, un abuso psicologico frequente che purtroppo può essere il viatico dell’abuso sessuale». Lunedì 25 febbraio, a conclusione de l’incontro su “La Protezione dei Minori nella Chiesa”, si è svolta la riunione interdicasteriale, fortemente voluta da papa Francesco, per l’adozione di misure concrete nella lotta alla pedofilia clericale; l’individuazione degli ambienti ecclesiastici più inclini alle pratiche abusanti e una riforma dei loro Statuti/Regolamenti sarebbe quella ricaduta operativa che il popolo di Dio si aspetta da Francesco, al di là di proclami e linee guida; il traguardo più imminente, annunciato in queste ore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, sembra invece essere quello della redazione di un vademecum che ha lo scopo di aiutare i vescovi di tutto il mondo a comprendere chiaramente quali siano i loro doveri. Appare poco credibile che, nel 2019, un vescovo non conosca il proprio dovere in merito alle notizie di reato di cui viene a conoscenza.

    Per attuare un’azione concreta di contrasto alla pedofilia clericale la Santa Sede dovrebbe uscire dalle stanze vaticane; la Chiesa dovrebbe cominciare a dialogare con interlocutori diversi, come per esempio Eca (Ending Clergy Abuse) o Rete L’Abuso, ma anche con autori di libri denuncia come De l’emprise à la liberté a cura dello psico sociologo belga e professore emerito presso l’Università Cattolica di Lovanio Vincent Hanssens, scritto per édition mols, tradotto in italiano in formato e-book dallo stesso editore; un testo che contestualizza l’origine dell’abuso psicologico. Tra gli autori c’è anche padre Pierre Vignon, sacerdote diocesano e per molti anni giudice ecclesiastico, oramai noto per aver chiesto le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin che avrebbe coperto gli abusi sessuali compiuti da padre Bernard Preynat.

    A fronte della tolleranza zero proclamata oramai da qualche anno, non si è trovato tempo, durante il summit, per una discussione sulla revisione di due testi cruciali: il Concordato tra Stato e Chiesa, che prevede per i vescovi italiani l’esonero della denuncia alle autorità civili (art. 4 comma 4) e la lettera De delictis gravioribus, firmata nel 2001 da Ratzinger, indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche; il documento afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, «sono soggetti al segreto pontificio». Ci si sarebbe aspettati cioè una risposta di assoluta trasparenza sui procedimenti canonici che coinvolgono i preti pedofili.

    Centrale e costante è stato invece il riferimento al demonio, che secondo la tradizionale dottrina della Chiesa cattolica è una persona, non un’idea e nemmeno il peccato. Impossessandosi del corpo di una vittima, agisce attraverso di essa, facendole compiere azioni vergognose e incontrollate. Ne parla, a pochi giorni dall’inizio del summit, il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nonché uomo di fiducia di Francesco, durante il suo intervento al Convegno biennale dell’Associazione Internazionale Esorcisti: «Il diavolo non è un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea», ma «un essere personale che ci tormenta»; in linea con le parole di Francesco che chiudono le giornate dell’evento: il consacrato, scelto da Dio per guidare le anime verso la salvezza, che compie abusi sessuali, è uno strumento di satana. Nasce quindi un problema di imputabilità, perché se l’origine degli abusi clericali fosse davvero il diavolo servirebbero una schiera di esorcisti e non una magistratura pronta a perseguire i crimini. L’esorcista va alla caccia del diavolo, mentre il giudice del carnefice.

    * Giornalista pubblicista, ex numeraria dell’Opus Dei, Emanuela Provera è autrice di Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori (Chiarelettere 2018, con Federico Tulli) e di Dentro l’Opus Dei. Il libro verità degli ex numerari italiani (Tea libri 2009)

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