Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Un peso durato decenni

    Un peso durato decenni

    di Sylvie Debelyak – “La mia famiglia era molto religiosa”, inizia Christian. “Le visite a domicilio del sacerdote erano un grande onore per la famiglia”.

    Queste visite, che per il ragazzo allora dodicenne assumevano ripetutamente una piega le cui piene implicazioni egli comprese solo anni dopo, come lui stesso descrive. Con il pretesto di una visita familiare, il prete si recò a casa loro diverse volte. Era molto rispettato nel villaggio, continua Christian. Molto popolare. E un messaggero di Dio. “Il suo desiderio era un ordine per me. Non avevo voce in capitolo”, dice. Nemmeno quando gli fu detto di “accompagnare rapidamente il prete al piano di sotto”.

    Le aggressioni sono iniziate in una piccola stanza in fondo alle scale del condominio a più piani. “Si assicurava sempre che non ci fosse nessuno. E io non avevo la forza fisica per difendermi. Ero paralizzato. Quindi non ho avuto altra scelta che restare immobile e lasciare che accadesse”, ha detto Christian.

    All’età di dieci anni, si trasferì con la famiglia da Bolzano in un ambiente più rurale, dove servì come chierichetto per molti anni. Il sacerdote iniziò presto a sfruttare questo stretto rapporto con lui, nel 1988 e nel 1989. Anche durante i mesi estivi trascorsi in un maso, non era al sicuro dalle avances del sacerdote: “Mi seguì e mi offrì un passaggio. Nessuno lo contestò. Ciò che era iniziato in macchina con parole gentili e lusinghe si trasformò rapidamente in ulteriori abusi. Si fermò nell’aia della fattoria poco prima di raggiungere la strada principale”, racconta Christian.

    Solo dopo quasi due anni trovò finalmente il coraggio di liberarsi dagli abusi del prete: “In quel momento, provai solo profondo disgusto e repulsione. Tanto che mi strappai di dosso, scappai dalla macchina e tornai di corsa alla fattoria”.

    La violenza fisica finì quel giorno. Ma non si sentiva ancora veramente libero. Tornato nel suo ambiente familiare, il prete lo punì con il rifiuto e la costante ignoranza. “Come se fossi invisibile”, dice Christian. “Questo ostracismo sociale è stata l’ennesima punizione per me”.

    Inoltre, era tormentato da sensi di colpa: “Mi sentivo in colpa per aver rifiutato l’amicizia. Dopotutto, lui era il braccio destro di Dio per me. Se l’avessi alienato, avrei commesso un errore anche davanti a Dio”. Il peso fu quindi molto pesante nel tempo che seguì.

    Invece di confidarsi con qualcuno – “non sarebbe stato comunque possibile” – ha cercato di reprimere l’accaduto, continua Christian: “In una situazione del genere, si è sopraffatti da un forte senso di vergogna. È un sentimento silenzioso ma molto efficace che in ultima analisi protegge solo il pedofilo, mentre la vittima soffre”.

    Nel corso degli anni, si è ritirato sempre di più dalla vita sociale. “Ho messo su famiglia, ho una moglie amorevole e solidale e dei figli meravigliosi. Ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a ritrovare me stesso”, racconta Christian. Alla fine, ha deciso di cercare un aiuto professionale. Da diversi anni segue regolarmente una terapia psicologica. “Avrei voluto che qualcuno me l’avesse consigliato molto prima. È una bella sensazione perché mi alleggerisce gradualmente il peso di decenni di sofferenza”, spiega Christian. Vuole anche incoraggiare altre persone affette da problemi simili ad aprirsi e ad accettare un aiuto professionale. “Guarire significa anche affrontare il dolore”.

    Christian non ha perso la fede, sebbene la sua fiducia nell’istituzione sia stata gravemente scossa: “Sono ancora credente. Ma non ho più bisogno di intermediari”.

    Inoltre, nel maggio 2024, contattò ufficialmente per la prima volta la diocesi di Bolzano-Bressanone. Rendere pubblica la notizia fu per lui una sorta di “mossa liberatoria”, ma il risultato fu deludente. Seguì un iter burocratico attraverso le autorità ecclesiastiche e statali: promemoria, e-mail, telefonate tra il Vicario Generale e la Procura. Alla fine, la diocesi stessa presentò una denuncia alla Procura. “Per loro era la via più semplice”, afferma Christian. In questo modo, non poteva sporgere denuncia personalmente e, poiché la prescrizione era comunque scaduta, la diocesi non aveva nulla da temere. Alla fine, il caso fallì per effetto della prescrizione legale. “Ma la prescrizione significa automaticamente che non è successo nulla? Significa che non si è verificata alcuna sofferenza, che non si devono assumere responsabilità, che non sono possibili ulteriori indagini?”, chiede Christian.

    Parallelamente, era in corso un procedimento canonico. Nel dicembre 2025, l’autorità vaticana competente annunciò l’archiviazione “pro nunc”, sebbene il sacerdote accusato non fosse stato ascoltato durante l’inchiesta, come di consueto in qualsiasi altro tribunale. Il sacerdote accusato continua a svolgere il suo ufficio fino ad oggi, incluso il suo lavoro con bambini e giovani. Altre due persone hanno presentato dichiarazioni scritte contro il sacerdote in questione, note alla diocesi.

    “Dopo due anni, non ho sperimentato né la verità – che ciò che è accaduto venga riconosciuto – né giustizia”, ​​afferma Christian. “La diocesi predica molto, ma non dice la verità alle vittime. Alla fine, succede troppo poco. Questo è paralizzante, e non è appropriato per le persone colpite”.

    Chiede pertanto con urgenza che i punti di contatto gestiti dalla Chiesa siano sostituiti da organismi indipendenti. “Il controllo esterno e la trasparenza sono fattori fondamentali per le necessarie indagini sui casi di abusi commessi dal clero”, ha concluso Christian.

    Nel frattempo, il suo fascicolo si accumula tra i casi chiusi, tra i tanti che restano invisibili al Dicastero.

    Per informazioni

    In Italia, negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Dopo un lungo periodo di limitata attenzione pubblica, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sotto la presidenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale nel 2022. Questo rapporto ha nominato 613 presunte vittime i cui casi erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche nel 2020 e nel 2021. Tuttavia, questi casi – come il caso dei cristiani e altre recenti segnalazioni di abusi – sono da allora in gran parte scomparsi dalla consapevolezza pubblica.

    Lo studio rimane fortemente criticato perché si è trattato di un progetto di raccolta dati interno alla Chiesa, controllato dalla stessa CEI e metodologicamente molto limitato. A differenza di altri Paesi, non è stata nominata alcuna commissione nazionale d’inchiesta indipendente e i dati coprono solo un breve periodo di riferimento e le diocesi partecipanti. I casi sono gestiti canonicamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano; le indagini statali sono condotte separatamente. Ad oggi, non ci sono informazioni sull’effettiva esistenza di un processo canonico per alcuni casi.

    Inoltre, i vescovi hanno sottolineato che non si tratta di un problema strutturale, ma piuttosto di singoli “casi isolati”. Critici e gruppi di pressione come Rete L’Abuso accusano quindi la Chiesa di dare priorità alla protezione dell’istituzione piuttosto che a un’indagine approfondita.

    Un caso particolare in Italia è il rapporto sugli abusi della diocesi di Bolzano-Bressanone, pubblicato nel gennaio 2025. Redatto da uno studio legale tedesco esterno, è considerato la prima vera indagine indipendente condotta da una diocesi italiana. Nel periodo dal 1964 al 2023, sono stati identificati 67 casi probabili o confermati di abuso. Dopo la sua pubblicazione, altre vittime si sono fatte avanti, quindi i numeri continuano ad aumentare. Tuttavia, secondo Rete L’Abuso (la rete italiana anti-abuso), anche questo studio manca della necessaria implementazione. Lo stesso autore del rapporto ha parlato di “fallimento totale sistemico” in un convegno organizzato dalla diocesi nel novembre 2025.

    https://www.tageszeitung.it/2026/03/01/jahrzehntelange-last/

  • Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    “Da Bolzano in giù”,

    il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.

    Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;

    1- la sola vittima;

    2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;

    3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.


    Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.

           (N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)

    Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;

    • Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
    • Basilicata, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Abruzzo, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Lazio, 2 casi, 2 sportelli, 2022 e 2025 – Accesso vittima
    • Verona, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Sardegna, 1 caso – accesso vittima
    • Campania, 4 casi, 4 sportelli, uno del 2018, il secondo del 2020 e il terzo del 2022 riferito a don Livio Graziano, il quarto del 2021 riferito a don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria (PV) – Accesso vittima e Rete
    • Sicilia, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2023 riferito a don Giuseppe Rugolo e Rosario Gisana e Vincenzo Murgaro, oggi sotto processo con l’accusa di aver mentito in tribunale – Accesso vittima
    • Toscana, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2020 e l’altro del 2022, Pisa riguardante don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima e Rete
    • Lombardia, 3 casi, uno del 2024 mentre altri 2 del 2022 riferiti ai fratelli don Alberto e don Maurizio Lucchina – Accesso vittima e avvocato Rete
    • Ferrara, 1 caso del 2013 (che abbiamo escluso dall’esito), don Pietro Tosi, padre di Erik, nato dallo stupro della madre – Accesso vittima
    • Genova, 2 casi, 2 sportelli, entranmbi del 2020 – Segnalazione – Accesso Rete L’ABUSO e le vittime
    • Savona, 2 casi, 1 sportello, uno del 2020 riferito a don Nello Giraudo e il secondo del 2018 riferito a don Pietro Pinetto – Accesso Rete e vittima
    • Albenga, 2 casi, 1 sportello, uno del 2017 riferito a don Francesco Zappella, il secondo del 2025 – Accesso Rete e vittima
    • Acqui Terme, 1 caso del 2022 riferito a don Carlo Bottero – Accesso vittima e Rete
    • Lecce, 1 caso del 2019  riferito a don Carmelo Rampino – Accesso Rete
    • Pisa, 1 caso del 2022 riferito a don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima
    • Bergamo, 1 caso del 2023 don Valentino Salvoldi  – Accesso Rete e vittime
    • Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
    • Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
    • Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo

     

    -QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?

    2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;

    Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.

    Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico

     

    -Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine

                       Strutturazione degli sportelli diocesani

    Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.

    In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).

    Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.

    Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.

    Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.

    Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.

    Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…

    -Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.

    Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.

    Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.

    Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.

    In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.

    Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.

    In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.

    In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.

    Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.

    Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.

         

    -Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;

    “La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.

    Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”

     

    A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:

    • La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
    • Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
    • Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
    • Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.

    Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.

     

    -A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.

    Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.

    Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.

    Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.

    Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;

    “Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”

    Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.

    Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.

    La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.

    Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.

    Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?

     

    -Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?

    Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.

    Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.

    Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.

    Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.

    Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.

    Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.

     

    -Le CONCLUSIONI

    In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.

    Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.

    In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.

    In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.

    Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.

     

    -L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.

    Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.

    Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente – battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.

    Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.

    Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.

    Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.

    La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.

    Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.

    Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.

    Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.

    Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.

    Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.

    Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.

    Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.

         FINE del report


    Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane

  • Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    Abusi nella chiesa finiti in prescrizione: «Ho denunciato affinché non accada ad altri minori»

    «Avevo dieci anni quando per la prima volta un prete mi ha baciato e toccato». Queste le parole di Christian, l’uomo che ha deciso di raccontare la violenza che ha subìto quando era un bambino. Oggi è un adulto, parla con la voce bassa, quasi a non volerle risentire le parole che dice. È una vittima di abusi che la Chiesa ha deciso di non tutelare. La vittima, nel 2024, ha denunciato allo sportello di ascolto della diocesi di Bolzano che frequenta sin da quando è bambino. Poco dopo quel colloquio in diocesi, viene convocato in Questura a Bolzano. «Così scopre che all’insaputa sua e del suo legale, malgrado la palesata prescrizione del caso, la Diocesi aveva fatto un esposto, che puntualmente verrà poi archiviato per prescrizione», spiega Francesco Zanardi che per primo ha raccolto la testimonianza della vittima grazie alla Rete L’Abuso, osservatorio di cui è fondatore, in quanto vittima a sua volta di abusi commessi da membri del clero.

    «Nelle indagini viene ascoltata anche la Diocesi che dirà esplicitamente che padre Unterhofer, il sacerdote accusato dalla vittima, è uno dei buoni e che questo è il primo avviso che riceve». In realtà la vittima fornì altri due nominativi comprese le loro testimonianze scritte e firmate riguardo le loro esperienze con lo stesso sacerdote alla diocesi che non sono stati sentiti.

    In Italia, soltanto in due casi la giustizia canonica ha riconosciuto formalmente la responsabilità dell’abusante. La vittima, per oltre trent’anni ha tenuto dentro il suo segreto.

    Un bambino molestato da un prete prima, un adulto che ha imparato a sopravvivere fino al momento in cui ha deciso di scrivere tutto. Il suo racconto è lo specchio di un sistema che spesso ha scelto il silenzio al posto della giustizia. La procedura canonica infatti segue un percorso parallelo rispetto a quella ordinaria, con finalità differenti. È un procedimento interno alla Chiesa, gestito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e può concludersi con sanzioni che vanno dalla sospensione ad un massimo che è la riduzione allo stato laicale.

    Ma raramente, in Italia, questi procedimenti arrivano a una decisione definitiva. Nella maggior parte dei casi, i fascicoli vengono archiviati, o restano fermi per anni. E le vittime, spesso, non ricevono neppure una comunicazione formale. Nell’attuale caso, ancora oggi, il sacerdote indicato come responsabile esercita il ministero in una parrocchia altoatesina con più di ventimila abitanti. «Mi hanno proposto un risarcimento economico ma ho detto di no», racconta. «Prima si protegge chi è più fragile, poi si parla di soldi».

    Alle nostre domande sul caso specifico, il vicario generale della diocesi di Bolzano, Eugen Runggaldier ha risposto di fatto sottolineando la mancanza di prove sul caso. «La diocesi informò la procura, la quale avviò indagini nei confronti del sacerdote per verificare se, al momento, esistesse un pericolo per minori. Le indagini durarono diversi mesi. Furono archiviate dalla procura perché non emersero comportamenti inadeguati. Per questo motivo il sacerdote rimase in servizio.

    Il vicario generale dispose comunque un’indagine preliminare. Al termine di essa, il vescovo incaricò il vicario giudiziale di inviare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano. Da lì, ormai passati un anno e mezzo, non è ancora pervenuta alcuna comunicazione ufficiale».

    In realtà nel decreto di archiviazione si legge: prescrizione. «La procura voleva procedere per fondatezza tanto che mi ha interpellato ma per prescrizione non ha potuto», spiega la vittima.

    Delle migliaia di segnalazioni di presunti abusi commessi da religiosi in Italia meno di una su dieci è arrivata a un’indagine canonica formale, e solo una manciata a un provvedimento conclusivo. «Avevo poco più di dieci anni quando tutto è cominciato.

    L’uomo che avrebbe dovuto essere una guida spirituale per me, un punto di riferimento per la comunità, un amico della mia famiglia, divenne invece la fonte di un trauma che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Lui mi trattava come un prescelto, diceva che tra noi non eravamo in due, ma in tre: io, lui e Dio. Diceva che tutto quello che facevamo era voluto da un’istanza più alta, che era un segreto tra noi e Dio. A undici anni gli credevo ciecamente».

    All’inizio erano gesti ambigui, attenzioni particolari, parole gentili. Poi arrivarono i contatti fisici, sempre più invadenti. «Quando veniva a trovarci a casa, toccava sempre a me riaccompagnarlo alla porta dell’uscita, al piano di sotto. Era una forma di gentilezza che i miei genitori mostravano nei suoi confronti. Fu in quella circostanza che subii il primo abuso. Davanti alla porta, sotto la rampa delle scale, mi ha baciato, non come un prete bacia un bambino, ma come un adulto. Mi ha stretto con forza e mi ha toccato, dappertutto. Io ero paralizzato, non capivo. Avevo paura ma anche vergogna. Sapevo, sopra ogni cosa, che mai nessuno mi avrebbe creduto».

    La situazione andò avanti per quasi due anni. D’estate, Christian veniva mandato dai genitori a trascorrere le vacanze in montagna, lavorando su un tipico maso altoatesino lontano da casa ma il sacerdote lo raggiungeva anche lì. «Trovava sempre un modo per presentarsi, per inventarsi una scusa. Più volte mi ha fatto salire in macchina e tutto è ricominciato». Non ci fu mai un rapporto sessuale completo, ma quelle molestie furono ripetute, costanti, distruttive. «Forse è anche per questo che sono ancora vivo. Ma non significa che non mi abbia distrutto dentro».

    Per gran parte della sua vita, Christian non ha raccontato niente a nessuno. «Provavo vergogna e paura. A volte da adulto, trovandomi i miei figli accanto mi sono chiesto come ci si può comportare così nei confronti di un bambino? Come si diventa un mostro? Ti fai mille domande. Come lo spieghi a tua moglie, che ancora oggi non conosce i dettagli sui fatti?».

    Solo di recente, dopo un lungo periodo di crisi psicologica è riuscito a scrivere tutto. «Ho scritto a mano su decine di fogli bianchi». Quel documento è oggi agli atti della giustizia. «Voglio che nessun altro subisca quello che ho passato io», conclude la vittima. Dice che sta ancora «pulendo», come chi vuole ripulire una stanza in ogni angolo. «Voglio pulire a fondo e chiudere bene, per non doverci tornare mai più.

    Per questo ho parlato, perché non accada ancora ad altri minori». Nel 2023, la Conferenza Episcopale italiana ha pubblicato un primo report interno sugli abusi ma limitato ai casi segnalati dal 2000 in poi e raccolti dai Centri di ascolto diocesani: 89 casi in tutto. Un numero giudicato da molte associazioni «non rappresentativo», perché non include le denunce anteriori né quelle gestite direttamente dal Vaticano.

    Nel frattempo, sono sempre di più le vittime che trovano il coraggio di parlare. Molte riescono a farlo solo dopo decenni. Ecco perché spesso le denunce restano fuori dai tribunali per prescrizione, paura o mancanza di prove materiali. Per questo, il riconoscimento ecclesiastico, anche se non produce effetti penali, ha un valore simbolico e morale importante: significa che la Chiesa, almeno in parte, ha ammesso ciò che per anni è stato negato.

    Peter Unterhofer

    https://www.editorialedomani.it/fatti/abusi-diocesi-bolzano-storia-testimonianza-denuncia-sacerdote-unterhofer-wlsvjs1q

  • Intervento di Francesco Zanardi al parlamento della Repubblica Ceca

    Intervento di Francesco Zanardi al parlamento della Repubblica Ceca

    1. 2. 2026

    **Buongiorno a tutti. Potrebbe presentarsi e introdurre il suo intervento?**

    Buongiorno a tutti e grazie per essere venuti. È un piacere essere qui con voi. Potete avviare la registrazione. Quello che è il mio ruolo in Italia ci unisce perché il problema è comune. Io non so se vi abbiamo spiegato come funzionano i processi della Chiesa, perché la Chiesa propone dei processi alle vittime dicendo di venire a denunciare e a rinunciare, ma la Chiesa non vi dice una cosa. Non vi dice una cosa molto importante: i processi della Chiesa si chiamano processi, ma l’obiettivo è differente. Il processo dello Stato guarda il diritto della persona, cioè la vittima è colei che ha subito l’abuso. Nella Chiesa il processo canonico ha un obiettivo differente. Io, vittima abusata, sono il testimone che il prete ha commesso un reato contro Dio. Quindi le finalità sono differenti. Dico questo perché si rimane molto spesso in Italia… Tutti gli italiani non sanno questa cosa, nessuno gliela spiega e neanche i media, quindi le persone in buona fede si rivolgono alla Chiesa che propone questi processi, e poi il processo finisce e vedi che il prete è stato sospeso per 4-5 anni e dici: ma come? Ed è proprio per questo, la sospensione è la punizione, perché per la Chiesa un prete che non può più esercitare è la punizione per aver commesso questo reato verso Dio. Il problema è che la vittima non viene riconosciuta come vittima, ma solo come testimone. La vittima non viene risarcita. Quindi questo è un consiglio che do: di stare molto attenti. I due processi non sono equivalenti, assolutamente.

    Sono due processi completamente diversi, che non dico che la Chiesa non debba fare, ma lo Stato deve fare anche il processo dove viene rivendicato il trauma e l’abuso sessuale che la vittima ha subito. Insieme possono andare d’accordo, solo quello della Chiesa assolutamente no. Quindi queste sono le due strade separate. Io capisco che chi è cattolico voglia fare anche il processo della Chiesa, ma quella è una cosa, diciamo, secondo me, in più. La Chiesa inoltre oggi sta affrontando questo problema, o almeno non lo sta affrontando, è costretta ad affrontarlo perché emergono vittime in tutti i paesi dove esiste la Chiesa, e tutte le vittime chiedono giustizia proprio per il fatto che la Chiesa non rende poi giustizia alle vittime. E un’altra cosa importante che secondo me manca nell’ideologia della Chiesa è quella del risarcimento e della denuncia del prete, cioè i casi che vengono segnalati alla Chiesa vanno denunciati dalla Chiesa anche alla polizia. In Italia, ad esempio, la Chiesa racconta agli italiani che faranno il processo, però non denuncia alla polizia. Qualche volta la Chiesa addirittura fa questi processi interni perché il caso non esca pubblicamente. Qualche volta accade addirittura che il prete viene mandato via dalla Chiesa, ma qual è il risultato? Che non dicendolo in giro resta sempre un pedofilo che non è più prete, ma resta sempre la persona pericolosa per altri bambini perché, come si sa ormai, i pedofili non smettono mai di abusare, i pedofili hanno bisogno dei bambini, ci siamo? Quindi che siano preti o che non siano preti, questo cambia poco.

    **Come ha affrontato la Chiesa la questione degli abusi nel corso della storia?**

    Dicevo quindi la Chiesa non ha affrontato da sola questo problema, ed è grazie a tutte noi vittime che adesso la Chiesa si trova a dover reagire. La Chiesa conosce bene il problema della pedofilia dal 1962 almeno, anche se dice di averlo appena scoperto. Perché sostengo questo? Perché nel 1962 Ottaviani, per conto del Papa, scrisse la famosa direttiva Crimen sollicitationis. E perché uno Stato come la Chiesa nel 1962 ha scritto una direttiva per regolamentare la pedofilia se non conosceva la pedofilia? La risposta è semplice: quindi ha occultato questi crimini per tanti anni pur sapendolo. Ora a me, come vittima, che il Papa venga a dirmi “procederemo con i nuovi casi lasciando fuori tutte le vittime che hanno già subito”, conta poco, perché se tu davvero con il cuore vuoi fare qualcosa di buono, intanto ripari dove hai rotto. Non dici solo “non lo faremo più”. Questo lo capite che è molto stupido credere che la Chiesa voglia fare questo. Se voi provate ad aprire Internet e cercare in tutto il pianeta su Google un prete pedofilo denunciato dalla Chiesa, non troverete in tutto il mondo un solo caso di un vescovo o di un cardinale o di un Papa che è andato alla polizia a denunciare un prete. Quindi questo vuole dire molto. Nel Gattopardo, che è un libro che forse conoscerete, c’è una frase: “cambiare tutto perché tutto resti uguale”. E questo è un po’ il gioco che sta facendo la Chiesa in tutto il mondo. Anche nei paesi dove c’è stata un’azione, esempio la Francia, adesso la Spagna, dove stanno addirittura risarcendo le vittime, non è la Chiesa che spontaneamente ha risarcito le vittime, è lo Stato che è intervenuto sulla Chiesa. In Francia parliamo di 3.000 preti pedofili che hanno prodotto circa 330.000 vittime. Quindi rendetevi conto del potenziale. In Spagna anche, in Spagna c’è stata ultimamente una reazione.

    La Spagna si è interessata, cioè grazie ai media, in particolar modo ad El País, che ha fatto un’inchiesta giornalistica durata anni, questa inchiesta giornalistica ha messo in moto nella sua autonomia la magistratura spagnola, che ha iniziato a contare i casi che al suo interno aveva processato in Spagna. In Italia purtroppo, questo per farvi capire quanto l’Italia sia succube della Chiesa, neanche la magistratura ha fatto quello che poteva fare tranquillamente, cioè quello che è stato fatto in Spagna. L’Italia quindi ha un problema davvero molto grosso, molto grande. Voi oggi, le vittime qui a Praga, sono state ricevute dal Presidente della Repubblica. E io credo che per voi vittime che siete qui in questa sala non abbia risolto il problema, tuttavia vi sentite vicini. Il vostro Presidente ha riconosciuto quantomeno quello che avete subito. In Italia non abbiamo neanche avuto questa gioia, diciamo così. In Italia il Presidente della Repubblica è sempre pronto ad accogliere il Papa, i cardinali e la Chiesa, ma non ha accolto il suo popolo. E io questo trovo che sia una cosa molto grave. Faccio i complimenti al vostro Presidente perché ha fatto un gesto che al momento è simbolico, però è un buon gesto. Vuol dire che questo Parlamento lavorerà su questo problema. Io adesso ho fatto una battuta prima con Jan perché non sapevo che qui in Repubblica Ceca non avevate il concordato, perché il concordato c’è in tutto il mondo con la Chiesa. Bene, una clausola che sarebbe da inserire in quel concordato prima di firmarlo sarebbe che la Chiesa paghi i danni sui cittadini, una clausola, per non finire, capite, che poi finisca come in Italia, dove il Papa non chiede scusa alle vittime, il Papa chiede scusa ai cattolici, perché per la Chiesa ogni volta che una delle vittime parla e tira fuori il suo caso è una vergogna e la Chiesa tiene al suo buon nome. Quindi fa delle scuse pubbliche, però non sono sentite. Infatti non aiuta le vittime.

    Non c’è stato da parte della Chiesa un risarcimento economico, e non perché noi vittime, lo sapete benissimo, vogliamo dei soldi. Io sono stato abusato quando avevo 11 anni da un prete, e ho denunciato perché ho maturato il trauma dell’abuso solo a 45 anni. Io a 48 anni ho avuto un tumore al colon di origine psicosomatica. Adesso sono malato, mi vedete, non so se qualcuno ha visto che oggi cammino male perché il mio corpo oggi è molto stanco stando in piedi da questa mattina. E per me anche venire qui è stato molto difficile, ma l’ho fatto davvero volentieri vedendo il Governo che dà questa apertura alle vittime e volevo anche stare con le vittime e parlare con loro da vicino. Quindi ho fatto un sacrificio a venire dall’Italia malgrado sia stato per me una cosa pesante, però l’ho fatto davvero col cuore perché credo che questo gesto da parte del vostro Stato, del vostro Paese, che vi riconosce come cittadini intanto, perché riconoscere le vittime vuol dire che vi riconosco anche come cittadini… Questa cosa io in Italia non la posso dire. L’Italia ha messo su un sistema dove lo Stato non interviene, lascia gestire la pedofilia ai preti. Tant’è che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Matteo Zuppi, ha dichiarato pubblicamente che non passerà i nominativi dei preti pedofili alla polizia italiana. Cioè in pratica ometterà la denuncia. E lo Stato italiano è stato lì. Allo Stato italiano va bene che uno Stato estero, cioè i membri di uno Stato estero, stuprino i suoi cittadini. Così, un po’ come se fossimo il cibo per i leoni, no? Questa cosa è di un livello culturale bassissimo. Ma alla Chiesa questo livello culturale molto basso sta bene. E ci convive molto bene, perché la Chiesa purtroppo in Italia è davvero di un livello culturale molto basso, tanto che quelle poche, quei pochi cattolici che soccorrono le vittime, o almeno dicono di farlo, non lo fanno per la vittima, lo fanno per farsi belle davanti a Dio. Quindi non c’è un pentimento. E senza pentimento non c’è giustizia, lo capite? Quindi ripeto, non so cos’altro dire e preferirei a questo punto se qualcuno ha delle domande di farmele. Io ho poco tempo a mia disposizione, quindi ho cercato di spiegare un attimino un po’ le basi non volendo fare il professore, ma insomma volendo passare quello che ho appreso negli anni. Prego, non siate timidi.

    **Cosa dovrebbero fare i vescovadi o la Chiesa nelle parrocchie quando c’è una vittima, e come dovrebbero lavorare con la comunità affinché la vittima si senta a proprio agio?**

    Ti rispondo con una domanda. Oggi a voi ha fatto piacere che non ci fosse nessun rappresentante della Chiesa, almeno simbolicamente, a sostenervi? Vi siete chiesti come mai non c’era nessuno? Questa potrebbe essere una cosa che la Chiesa può fare. Un’altra cosa: siccome la Chiesa ha ben chiaro il discorso iniziale che ho fatto, che i due processi sono paralleli ma uno non compensa l’altro, la Chiesa deve assumersi l’obbligo di denunciare alla polizia, alla magistratura, agli inquirenti, diciamo, dello Stato che la ospita, perché la Chiesa qui come negli altri paesi è ospite, non è padrona di casa, i padroni siete voi… Comunicare obbligatoriamente questi nominativi, e questo per impedire che questi casi succedano ancora. Invece credo anche qua in Repubblica Ceca come in Italia, quando la Chiesa sa di un prete pedofilo, lo sposta, cioè dà la possibilità a questo prete di continuare ad abusare. E questo non è un provvedimento. Quindi questa è una cosa che credo sia fondamentale. Poi se la Chiesa in più vuole dare un sostegno spirituale a chi lo vuole, ma lo dia. Certo che non basta, ok? E il fatto dei risarcimenti di cui parlavo prima è che io sono malato, ed economicamente non mi aiuta né lo Stato né la Chiesa. Ora come si può entrare in un concetto dove questa Chiesa tanto brava e buona, che vuole o almeno dice di voler risolvere il problema, poi non assiste le vittime, cioè chi è già stato vittima dei suoi membri? OK?

    **Come si può richiedere concretamente il risarcimento economico?**

    Intanto questo è un altro indizio che fa capire che la Chiesa se ne lava le mani, il discorso che facevo prima. Ridurre allo stato laicale un prete non risolve il problema, perché quel prete che è ridotto allo stato laicale lo ha ridotto per non pagare te, ci siamo? Di fatto probabilmente questo prete non l’ha denunciato alla polizia, quindi adesso anche se non è più prete resta comunque un pedofilo. E questa è una cosa pericolosa. Rispondo alla domanda, arrivo, arrivo. Scusa, sono stato un po’ lungo. Rispondo alla domanda: non so come funzioni il sistema giudiziario in Repubblica Ceca. In Italia, anche se è difficile da raggiungere, la Chiesa di fatto dimettendo quel prete, perché lo dimette? Perché quel prete ha fatto qualcosa che non va bene, se no non sarebbe stato dimesso. La Chiesa diventa quindi giuridicamente responsabile civile di quello che ti è accaduto, anche se il prete non è più prete. Nei tribunali italiani si riesce ugualmente a chiedere il risarcimento denunciando il prete, che non ha poi i soldi, perché sicuramente i preti poi non hanno i soldi da risarcire le vittime, ma essendo responsabile civile anche la Chiesa, che i soldi li ha, questi soldi vengono chiesti alla Chiesa. Poi la Chiesa si aggiusterà col prete per farsi dare indietro i soldi, ecco, in qualche modo. Spero di essere stato esaustivo.

    **Qual è il valore del concordato con lo Stato?**

    Il concordato è una scusa poi per potersi muovere all’interno dello Stato, capite? È importante quindi questa cosa, che venga fatto un concordato… Che per carità, la Chiesa come Stato ha diritto, come tutti gli Stati, ad avere un accordo con lo Stato che la ospita, ma questo accordo non può prevedere che la Chiesa commetta dei crimini e resti impunita. È importante anche il lavoro che voi vittime state facendo. Voi col vostro coraggio state sollevando pubblicamente una questione importante, state dando consapevolezza ai cittadini della Repubblica Ceca di questo problema. Questo è importante, perché se voi vi foste limitate a rivolgervi alla Chiesa, la Chiesa avrebbe tenuto il vostro caso sotto il tappeto. Quindi avrebbe addirittura impedito di far sapere che ci sono delle vittime. Purtroppo anche le ultime leggi modificate da Papa Francesco, parlo del Vos estis lux mundi, se voi lo leggete, quel documento non prevede la denuncia alle autorità civili dello Stato, parla solo di denuncia alla Chiesa. Quindi capite? È un inganno. Con così tanta malafede purtroppo la Chiesa oggi non ha nessuna carta per essere creduta.

    **Come fa una vittima dal punto di vista umano a trasformarsi da vittima a sopravvissuta e ad uscire da quel ruolo?**

    Beh, qui ci sono tante vittime. Oggi penso che ognuno di voi almeno una volta nella vita abbia provato a suicidarsi. Io ho provato quattro volte e non ci sono riuscito. Finché noi vittime rimaniamo nel limbo di quello… cioè in un limbo dove diciamo “siamo vittime, stiamo male, siamo sofferenti”, siamo davvero vittime. Il sopravvissuto invece è quello che come voi riesce a reagire. E voi state reagendo oggi non tanto per voi stessi, lo state facendo più per gli altri, perché la vostra denuncia è una richiesta di giustizia, ma voi la vostra situazione ormai non la potete più aggiustare, è rotta. Quindi voi lo state facendo per gli altri. In questo momento non siete più vittime, siete sopravvissuti, perché in qualche modo avete trovato il vostro equilibrio. Qualcuno di voi ha delle famiglie, quindi diciamo state dando consapevoli che per voi non si torna indietro, state dando un grande contributo civile alla società. E siete una potenza voi vittime, credetemi. Noi vittime, pardon. Chiedete pure. Non siate timidi, qua dentro siamo tutti vittime.

    **A te l’abuso sessuale cos’è costato? Hai una famiglia?**

    Allora, a me gli abusi sessuali sono costati carissimi. A parte la malattia, a 24 anni ho visto mia madre uccidersi. Mia madre si è uccisa quando ha scoperto che il mio cambiamento di umore era dovuto al fatto che ero stato stuprato da un prete. Mia mamma non ha supportato, non è riuscita a supportare questo dolore, si è sentita come madre, perché qui dobbiamo tenere conto che non ci siamo solo noi vittime come vittime, ma tutte le nostre famiglie. Come madre non ce l’ha fatta, non mi ha mai parlato di questa cosa, ma il giorno dopo che ha saputo questo fatto mia mamma si è buttata in mare. Io ho perso la mia famiglia, che non era poi nel mio caso neanche la mia famiglia, in quanto io sono stato abbandonato alla nascita, non so chi sia mia mamma e mio papà. Avevo questi genitori che erano adottivi. Io la mia famiglia me la sono creata. Aggiungo un pezzo perché è importante: io il trauma che ho subito mi ha portato ad essere terrorizzato dal sesso. Io fino ai 30 anni non ho avuto rapporti sessuali tranne che col prete che mi aveva stuprato. Poi in qualche modo a 30 anni ho preso in mano questa situazione e ho cercato di ricostruire la mia vita. Ho anche riconosciuto la mia sessualità perché io non avevo la cosa alla quale mi rifiutavo di pensare, io non avevo minimamente voglia di avere un partner. Bene, da lì mi sono ricostruito la mia vita e adesso sono sposato. Tuttavia poi 13 anni dopo, 14 anni dopo, quando ho denunciato è intervenuto il tumore. Diciamo che io sono nato a 30 anni, o almeno io racconto di essere nato a 30 anni e poi essere morto a 45 per la seconda volta. Cioè quello che sto facendo ormai, per carità sto bene… sto bene per quanto si possa star bene oncologici e con tutte le problematiche passate. Tuttavia ho una mia vita e sto bene adesso nella mia vita, però questo mi spinge a lottare perché io non voglio che nessuno passi, ma credo tutti voi vogliate che nessuno passi quello che poi ognuno nel suo intimo ha passato. Diciamo che bisogna trovare il modo di trasformare brutte esperienze non in rabbia, in qualcosa di positivo. Questo vi può aiutare moltissimo, credetemi. Prego.

    **Cosa dovrebbero fare le vittime quando vogliono continuare a servire nella Chiesa, ma il nuovo parroco lo proibisce loro?**

    Allora questo la risposta non ce l’ho, mi dispiace. Però questo capisci, ti fa capire ancora quanto è falso, quanto è bugiardo il Papa quando dice che è vicino alle vittime. Hai appena testimoniato le menzogne di Papa Francesco e di Papa Leone. Vi do ancora un indizio sul nuovo Papa, i giornali non l’hanno detto, vedete: Papa Leone, prima di essere eletto Papa, era prefetto della Congregazione per la Dottrina dei Vescovi. Papa Leone da 3 anni aveva in mano il fascicolo di Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi imputato dalla magistratura italiana, quindi sotto processo per aver coperto un prete pedofilo. Bene, la magistratura italiana lo sta processando, la Chiesa lo lascia ancora vescovo, è ancora lì, la Chiesa non ha avviato nessun procedimento. E questo è strano, perché Papa Francesco ha garantito che il Vos estis lux mundi, in quel provvedimento sarebbero stati perseguiti i vescovi criminali, cioè quelli che coprivano i preti pedofili. Un’altra bugia, altra santa bugia papale.

    **33 anni fa ho presentato una denuncia penale, come ci si comporta riguardo agli accordi finanziari?**

    Beh in Italia questi soldi… Io vi direi di stare attenti. La Chiesa in Italia cosa fa? Anche qua sempre nella pessima malafede, perché ai cattolici dice una cosa ma poi ne fa un’altra. In Italia l’usanza è che quando le vittime vanno a denunciare alla Chiesa, ed è per questo che non dovete andare alla Chiesa, dovete andare magari anche alla Chiesa ma anche alla polizia, gli vengono dati 25.000 euro che vengono dati con un accordo privato tra le parti si chiama. Tu prendi però questi 25.000 euro e sei obbligata a non rivelare il nome del prete se non è già pubblico, e comunque in quell’accordo che tu firmi la Chiesa ti impone di non poter poi più chiedere nulla, no? In pratica con quei quattro soldi la Chiesa si mette a posto la coscienza. Non so come faccia davanti a Dio, perché se Dio esiste come dice la Chiesa, diciamo che la Chiesa è il pessimo rappresentante di Dio, è lo sporco di Dio. Quindi capisco che anche la signora ha fatto un accordo tra le parti alla fine, ha fatto firmare per il silenzio.

    **Cosa pensa del fatto che la Chiesa svolga anche opere di bene e di aiuto?**

    Allora il fatto che la Chiesa aiuti, cercate di capire, l’aiuto deve essere anche quando la Chiesa crea dei problemi. Ora non basta dire “la Chiesa ha violentato me, non cura me, però fa bene ai poveri”. E cosa vuol dire, cosa c’entra? Cioè la Chiesa deve assumersi la sua responsabilità. E qui di nuovo il fatto che la Chiesa debba pagare le vittime, pagare con dei soldi, è un deterrente, perché la Chiesa americana, dove abbiamo visto diocesi fallire, lì è stata più attenta. Quando aveva un prete pedofilo dall’America lo mandava in Italia, ecco scusate la battuta, purtroppo vera. Però diciamo cercava di togliere il problema. Se questa cosa fosse fatta in ambito globale, capite, sarebbe una cosa valida, perché poi non si può dire “sì è vero ci sono i pedofili, ma tanti altri preti sono bravi”. Eh ma cosa vuol dire? D’altra parte comunque questi preti bravi quanti preti pedofili hanno denunciato? Quante vittime hanno aiutato? Nessuna. E questo diventa un altro problema, non si può barattare così l’essere buoni.

    **Qual è l’elemento fondamentale che manca oggi alla Chiesa?**

    Credo che fondamentalmente ci voglia da parte della Chiesa onestà, cosa che oggi la Chiesa non ha. Questo credo sia il tassello principale, avere davanti una Chiesa onesta. Per quello lei dice che prova sfiducia, e lo credo bene che prova sfiducia, perché dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Quindi è importante dire alla Chiesa che deve riacquisire la fiducia, e per riacquisire la fiducia deve essere onesta con la gente. E questo purtroppo è un problema che resterà nella Chiesa finché la Chiesa non cambia ottica e scende un po’ dal piedistallo, cioè la Chiesa si eleva tanto in alto a fare la professoressa, a dire addirittura preti che non si sposano addirittura vengono a insegnarvi come dovete gestire il matrimonio. E lo capite che è una supponenza persino irritante, perché il prete per carità può dare tutti i messaggi, gli insegnamenti di Dio, certo non avendo una famiglia difficilmente credo che nel pratico possa insegnarvi come gestirla, ecco. Potrà dirlo nell’etica, nella morale, ma non di più.

    **E come mai ci sono decine, centinaia e migliaia di suore violentate?**

    Riflettendo su quella di prima e parlavo di onestà della Chiesa, vedete la Chiesa dice anche che non si deve praticare l’aborto. Però come mai le decine, centinaia e migliaia di suore stuprate dai preti pedofili, o non pedofili, criminali, e rimaste incinte poi vengono fatte puntualmente abortire? Cioè come è possibile che i preti stuprino delle suore, le facciano abortire e poi vengano a dire a te che non devi abortire? Ci siamo? E questa è una disonestà intellettuale che nella Chiesa è florida, è un’ipocrisia grandissima. Purtroppo la Chiesa ci tiene molto alla sua ipocrisia, diciamo così. E quindi direi che la Chiesa se vuol essere credibile intanto risolva, cioè si deve presentare pulita, non può presentarsi in questo modo perché fa solo pietà.

    **Qual è la situazione della fiducia nei confronti del Vaticano?**

    Quello che dice Jan in italiano lo traduco anche sulla fiducia: c’è un detto molto semplice, che “il pesce puzza dalla testa”. E il Vaticano puzza dalla testa. La testa è il Papa. Da lì in giù purtroppo al momento puzza e non è credibile, è malodorante. Quindi quando sarà bello profumato si potrà essere creduto, al momento è difficile.

    **Puoi spiegare più precisamente le responsabilità del Papa?**

    L’ho detto prima: il Papa, che era alla Congregazione per la Dottrina dei Vescovi, non ha punito i vescovi che aveva in mano ed è diventato Papa. Oggi che è Papa lo può fare, e invece non lo sta facendo. Il Papa ha in mano più di un caso, uno lo so perché gliel’abbiamo mandato noi tre anni fa, ed è il caso che ho raccontato prima di Monsignor Gisana. Robert Prevost, prima di diventare Papa, è stato 4 anni capo del Dicastero per i Vescovi. Ha diversi casi in mano. Quello che io conosco, perché la mia associazione lo ha depositato a Prevost insieme alla vittima, è quello del vescovo Rosario Gisana di Enna. Vescovo che a Enna adesso, Rosario Gisana, se cercate su Internet trovate, e bene questo caso era in mano a Prevost secondo il Vos estis lux mundi di Papa Francesco, no? Quindi l’avevamo denunciato lì. Tuttora questo vescovo fa ancora il vescovo, malgrado sia indagato dalla giustizia italiana. Io dico, se il Papa volesse essere credibile, perché ha iniziato malissimo il suo papato, se vuol avere un briciolo di credibilità inizi a processare questo vescovo. Perché dire che lo farà… Io mi sento preso in giro. Questa è un insulto alla mia intelligenza, scusate.

    **Quali strumenti hanno a disposizione le vittime e le istituzioni locali?**

    Comunque avete una buona arma in mano, quella del concordato. Ricordatevi, dovete giocare sul concordato. Opporvi se… Visto il quadro generale, non si vuole aver sfiducia, ok? Ma il quadro generale è questo. Quindi lo Stato ceco non deve fare il concordato se la Chiesa non si assume questo impegno, ma davvero, davvero, non con le parole. Le parole servono a poco, anche se son belle. E i preti sanno parlare molto bene, meglio di me. No, voi state facendo, Jan sta facendo un lavoro eccezionale con tutti voi perché… Guarda tutta la mia ammirazione, la mia stima, perché è riuscito a fare più di quello che ho fatto io in Italia in 15 anni. Poi non è colpa mia, in Italia purtroppo gli italiani sono cattolici, ma cattolici così. Quello è un problema. Anche perché l’Italia, capite bene, è vero che il Vaticano non è l’Italia, ma l’Italia ha il Vaticano, e per il Vaticano l’Italia è la prima zona cattolica e dovrebbe essere agli occhi del mondo la più perfetta. Quindi il Vaticano ha tutto l’interesse che in Italia non succeda niente, o almeno che non si sappia.

    **Qual è la tua relazione di collaborazione con Jan? Rozek**

    Oramai io e Jan siamo in collaborazione da tanti anni. Quanti anni, 4-5? 4-5 anni che conosco Jan, non da ieri. È venuto più volte in Italia a casa mia, ospite mio, e io sono sempre, lui lo sa, disponibile e… La mia vita oramai è tutta in questa causa. Io con la mia malattia non posso più lavorare, non posso più fare il lavoro che facevo ed ho tantissimo tempo libero, quindi lo faccio col cuore davvero. Mi dispiace che non parlate italiano, cioè che non parlo io il ceco, ma se avete bisogno, se posso nel mio piccolo, volentieri. Come direbbero gli inglesi, “e che ci salvi la regina”. Grazie a voi, grazie a voi.

  • Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Cagliari, 14 gennaio 2026 – 37 casi di abusi censiti in Sardegna nell’ultimo quinquennio: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, di cui 171 erano minorenni al momento dell’abuso.

    Sono i dati che riguardano la Sardegna pubblicati dall’”Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso” censiti tra il 2020 e il 2025. “La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante – ha detto la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu – la Chiesa deve intervenire”.

    In una lettera all’Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana ha quindi sollecitato un Suo autorevole intervento anche in Sardegna per arginare un fenomeno la cui vera entità è ancora sommersa.

    “In Sardegna – scrive la garante Puligheddu nella lettera all’ Arcivescovo – la maggior parte dei casi non è denunciato contribuendo a lasciare impuniti gli autori di questi orrendi reati, ancora più gravi in quanto perpetrati da persone che proprio perché indossano l’abito talare dovrebbero essere più affidabili”.

    Carla Puligheddu chiede alla Chiesa sarda un atto di coraggio evangelico e civile: la piena e incondizionata collaborazione con la Magistratura, , rinunciando a gestioni interne che hanno finora prodotto solo oblio e prescrizione: “Il tempo del silenzio è finito, deve cominciare quello della tutela dei minori.

    In Sardegna, il dato più allarmante riguarda l’impunità: su 37 casi, 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi duecento vittime note, si contano appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle vittime non ha ottenuto giustizia né in sede civile né in quella canonica, dove per 35 casi su 37 non si ha notizia di alcun processo mai avviato.

    Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio la situazione anche nel resto d’Italia è drammatica. Si rilevano 1.250 casi tra sacerdoti e indotto laico, che hanno prodotto un numero spaventoso di vittime note, ben 4.625.
    L’incidenza dei soli sacerdoti coinvolti (1.106 su 31.000 attivi) è pari al 3,57%: una percentuale altissima, che emerge spontaneamente anche senza inchieste governative, e che nasconde un sommerso di 839 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria, spesso a causa dei tempi dilatati dei tribunali canonici che portano alla prescrizione dei reati.

    Lettera Garante a Monsignor Baturi

  • Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Premio Lea Garofalo – Francesco Zanardi tra i “Testimoni del nostro tempo” – Video

    Si è svolta a Cremona la 4° edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo e tra vittime di mafia, ‘ndrangheta a cui è generalmente dedicato questo premio, quest’anno è entrata anche la pedofilia nel clero con la Menzione Speciale consegnata a Francesco Zanardi, anch’esso sopravvissuto agli abusi di un prete, oggi fondatore e presidente dell’unica realtà italiana da quindici anni attiva nel paese sul tema specifico del clero.

    Con queste parole è stato consegnato il premio al fondatore della Rete L’ABUSO, premio che Zanardi ha voluto condividere con tutti i sopravvissuti, spesso nascosti dietro le quinte e a coloro che collaborano e sostengono l’associazione, quella rete che insieme a loro ha creato in questi anni.

    “A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’ABUSO, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo.

    Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico italiano e internazionale.

    Con determinazione e coraggio, ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, sempre nel nome della verità, della giustizia e della dignità delle vittime.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resilienza, verità e giustizia contro l’omertà e l’abuso del potere.”

    Con la Menzione Speciale di “Testimone del nostro tempo” ricevuta da Zanardi, finalmente un tema tanto difficile da recepire dagli adulti, inizia a fare breccia anche nella società, quella che ha nei fatti il dovere di tutelare bambine e bambini e che, rifiutando questo tema invece, spesso non fa altro che favorirlo.

    Un problema sociale che in Italia oggi ancora vede troppe vittime, specie nel clero che di fatto, al di la dei proclami auto accreditanti della Conferenza Episcopale, puntualmente privi del contraddittorio dei sopravvissuti, restiamo di fatto l’unico paese in Europa a non essere stato capace di un intervento concreto e soprattutto serio.

    Condizione di recente confermata anche dalla stessa Commissione Pontificia per la Tutela Minori che ha definito la Conferenza Episcopale italiana, “maglia nera” nella lotta all’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili.

    Recentemente, nella vicenda di abusi su minori che ha coinvolto diacono il Alessandro Frateschi è lo stesso procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a paragonare la condotta dell’autorità ecclesiastica italiana definendola “di omertà ambientale, molto simile a quella mafìosa”.

    Forse è proprio questo che ha ispirato gli organizzatori ad inserire nel Premio Lea Garofalo il tema dell’abuso sessuale nel clero.

    Nel suo discorso Zanardi ha voluto ricordare Piero Calamandrei e il suo discorso sulla Costituzione, citando proprio la parabola dei due migranti, per far comprendere, ricordare soprattutto ai molti giovani studenti presenti, quanto è dannoso il “menefreghismo”. Ha voluto ricordare nei pochi minuti a sua disposizione anche l’importanza di essere una vera e solida società e non, solo tante persone che vivono in gruppi ma si ignorano l’un l’altro, annullando quelli che sono i più basilari principi per cui gli uomini si sono composti in società.

    Nel corso della presentazione sono stati elencati tra i “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni.

    • Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus;
    • Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro;
    • Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria;
    • Corrada Pomillo,Maresciallo Capo dei Carabinieri;
    • Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3);
    • Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL;
    • Mauro Esposito, testimone di giustizia;
    • Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali;

    Mentre le menzioni speciali sono:

    • Silvia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Claudia Pinelli,figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli;
    • Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS;
    • Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito;
    • Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso;
    • Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani;
    • Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana.

  • 2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI

    al

    COMITATO PER I DIRITTI DELL’INFANZIA

    All’attenzione del CRC – Esamina Italia Marzo 2026

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    Preparato dall’Associazione Rete L’ABUSO – Osservatorio Permanente

    Relatore

    Francesco Zanardi

    -o-O-o-

    UN_REPORT_Nov_23

    L’Associazione Rete L’ABUSO (Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) , nata e fondata da sopravvissuti italiani nel 2010. Referente per l’Italia di ECA Global (Ending Clergy Abuse). Oggi unico osservatorio in Italia che attualmente fornisce dati pubblici sui reati sessuali, in particolare quelli commessi dalle confessioni religiose.

    INTRODUCE

      – Nel 2022 la Conferenza Episcopale Italiana, oramai “costretta” dai progressi delle altre conferenze episcopali d’Europa, per bilanciare almeno in apparenza il pesante squilibrio italiano si troverà a doversi pronunciare anch’essa sulla situazione.

    Lo farà con il neoeletto Presidente della CEI – il Cardinale Matteo Maria Zuppi – annunciando una commissione di inchiesta ad oggi mai realizzata, svelando inoltre presso la Congregazione per la dottrina della fede, la presenza di 613 casi noti alla chiesa dal 2010 al 2022.

    Casi anche qui, di cui oggi non si sa più nulla.

    Nel contempo darà il via a quella che il Presidente Cei Zuppi battezzerà come “La via italiana”, annunciando in quella stessa sede anche l’apertura in ogni Diocesi di “Sportelli per le vittime”. Sportelli per i quali ad oggi hanno aderito poco più del 50% delle diocesi italiane.

    Come vedremo, parliamo in realtà di un escamotage per spingere le vittime a rivolgersi direttamente alla chiesa anziché all’Autorità Giudiziaria.

    Sportelli che a seguito di nostre verifiche effettuate attraverso i sopravvissuti che vi hanno avuto accesso, rileviamo non essere come propagandato, affatto utili per la vittima, molto più utili alla stessa chiesa.

    Parliamo di una sorta di “centri di ascolto” dove la vittima può denunciare in vista (promessa propagandata) di un “processo canonico” per quanto ha subito.

    Processo sul quale la vittima non viene informata anzitutto dell’incompatibilità che esiste con quelli che sono i processi dello Stato, basati sul diritto dell’uomo, mentre in sede canonica ci rapportiamo ai comandamenti del Decalogo, basati meramente sull’offesa a Dio.

    In quella sede viene redatta una sorta denuncia che darà senza certezza, in alcuni casi, avvio ad una indagine previa da parte della chiesa.

    Il racconto della vittima viene raccolto da un volontario (spesso privo di qualunque competenza) dopo di che sarà visionato da chi addetto all’indagine previa per poi finire in archivio, dove resterà nella completa disponibilità della Diocesi, ma non della vittima.

    Questa infatti non potrà avere copia di quella deposizione fatta e firmata allo sportello, tantomeno saprà quale uso la chiesa potrà farne in quanto la stessa deposizione è raccolta senza alcun consenso informato da parte della vittima, che in quella sede, non solo non è assistita da un legale, ma sulla base della ratifica della Carta di Lanzarote, non gode neppure dell’audizione protetta.

    In quasi tutti i casi esaminati si è ottenuta dopo la segnalazione allo Sportello Diocesano, la rimozione del sacerdote accusato, che poco tempo dopo però, nella maggior parte dei casi riappare come da manuale in altra parrocchia.

    Il caso di OMISSIS e di don Ciro Panigara (già recidivo per la chiesa) sono solo gli ultimi casi che documentiamo. (all. 1 e 2)

    Sempre presso gli Sportelli Diocesani, in alcuni casi vediamo proporre alla vittima un *”accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza”.

    In sostanza una cifra di indennizzo (in genere 25.000€) elargita però a titolo di sostegno (omettendo che è per gli abusi subiti) dietro la quale la vittima, rinunciando a poter reclamare in altra sede quanto subito, è vincolata alla “riservatezza” sul caso e sulle persone coinvolte.

    Grazie a ciò la chiesa può mantenere segreto all’opinione pubblica il caso e salvare sacerdote, spesso senza neppure spostarlo in altra parrocchia.

    *NOTA – Se pur vero che in Italia gli “accordi con il vincolo della riservatezza” sono legali, va fatto notare che in questi casi l’accordo ha la finalità di occultare oltre al crimine, l’identità dell’offender.

    La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha inoltre sottolineato che i casi denunciati presso gli Sportelli Diocesani, non saranno segnalati all’Autorità Giudiziaria Italiana, in quanto la legge in Italia non lo prevede.

    Sottolinea in’oltre che non conteggerà nei report annuali, i casi provenienti sia dall’Autorità giudiziaria che dalle Associazioni.

    Un chiaro segno di dissociazione non solo verso le regole della giustizia e della società civile, ma anche dagli stessi sopravvissuti e da qualunque parvenza di dialogo con loro.

    ESPONE

       –  Il 24 ottobre scorso la Rete L’ABUSO ha presentato il 2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia, che analizza i dati italiani dal 2000 a oggi.

    Report che a differenza del precedente ha raccolto questa volta oltre al dato nazionale, anche quello regionale conteggiando il numero di offender tra sacerdoti e indotto laico, il numero di sopravvissuti tra donne, uomini, adulti vulnerabili, persone con invalidità.

    Il Report quantifica inoltre la condizione penale dei casi, quanti mai denunciati, quanti denunciati, il loro stato di avanzamento, quanti arrivati a una condanna definitiva e quanti no.

    Oltre ai processi penali censisce sulla base dei dati forniti dai sopravvissuti a disposizione dell’Associazione, anche quanti processi canonici sono stati avviati e quanti di questi sono arrivati a una condanna.

    In oltre sonda quante di queste vittime sopravvissute hanno trovato concretamente il sostegno pubblicizzato attraverso i media dalla CEI, attraverso lo sportello diocesano o la chiesa stessa.

    Sostegno che da quanto sondiamo, quando presente si riduce nel migliore dei casi a una mera assistenza spirituale. (Link 1 – Documento integrale traducibile direttamente dalla pagina con Google Traslate)

    La Rete L’ABUSO, in occasione della presentazione pubblica del 2° Report, approfittando del dato suddiviso per ogni regione, ha voluto testare anche l’efficienza della Rete dei Garanti Regionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ai quali, il 6 ottobre ha inviato in anteprima il Report.

    Ebbene, hanno risposto solamente 2 garanti su 20.

    -o-O-o-

    (Estratti)   –  2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia.

    Totale casi censiti dal 2000 al 2025 compreso l’indotto laico, suddivisi per situazione penale.

    Dato aggiornato al 1 ottobre 2025

    Il sommerso che rileviamo (ovvero i casi noti ma omessi alla Magistratura) attualmente è di 839, quelli reo confessi 6, quelli caduti in prescrizione 61. Hanno patteggiato in 20, mentre 8 sono stati archiviati (quasi tutti per insufficienza di prova o testimonianza). Ne risultano pregiudicati / recidivi 9, mentre i casi denunciati risultano 46 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento). Ne risultano indagati 51 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento), condannati in 1° grado 27, in 2° grado 14, in via definitiva 155 (su 1250), condannati in sede civile 6, condannati in sede canonica 6.

    Per un totale di 1.250 casi di cui l’Autorità Giudiziaria italiana è riuscita a giudicare nei tre gradi di giudizio, solamente 155.

    Negli altri 1095 casi, i canali per la denuncia disponibili in Italia non hanno di fatto permesso ai sopravvissuti una possibilità di accesso alla giustizia, al tempo stesso la prevenzione.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Da quanto l’Osservatorio registra, i sopracitati 1.250 casi avrebbero prodotto un totale (parliamo solo di quello noto alla Rete L’ABUSO) di 4.623 sopravvissuti di cui; da sacerdoti 4.395, da suore 9, da scout 54, da catechisti 91, da laici 74.

    Tra i 4.623 sopravvissuti contiamo 515 donne e 4.108 uomini, di cui 5 sono suore, 11 persone con disabilità mentre 156 sono adulti vulnerabili.

    Risultano di età inferiore ai 18 anni 4.451 sopravvissuti.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Dati di cui la CEI è ben cosciente, tanto da poterne certificare i nostri.

     

    Abbiamo infatti raccolto nello stesso arco temporale (2000 – 2025), le varie dichiarazione lasciate dalla CEI rispetto al numero di offender presenti in Italia.

    • Il 25/5/2010 Monsignor Mariano Crociata (Segretario Generale della Conferenza Episcopale) dichiarò 100 processi canonici avviati in dieci anni. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 3/2/2022 la Diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi censiti nella sola Diocesi. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 28/5/2022 è il neo eletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, ad annunciare e rivelare in una conferenza stampa, l’avvio di una commissione d’inchiesta della Chiesa che analizzerà un arco temporale che va dal 2000 al 2022. In quella occasione dichiarerà 613 casi dal 2010, già in mano alla Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero). Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 17/11/2022, in attesa della Commissione annunciata dal Presidente Zuppi, la Conferenza Episcopale rilascerà il 1° report CEI che censirà nei due anni precedenti, un totale di 68 casi e un prodotto di 89 sopravvissuti di cui; 73 minorenni e 16 adulti vulnerabili. Di questi 37 sono donne e 52 uomini.
    • Il 16/11/2023 verrà reso noto il 2° Report CEI riferito all’anno 2022 che conterà 32 casi e un prodotto di 54 sopravvissuti di cui, 25 sono minorenni, 29 adulti vulnerabili. Le donne sono 44 e gli uomini 10.
    • Il 20/1/2025 la Diocesi di Bozano rilascia un secondo report riguardante la sola Diocesi che conterà questa volta altri 67 casi con un prodotto di 75 sopravvissuti. Di questi 51 minorenni, 24 adulti vulnerabili di cui 51 sono le donne e 24 gli uomini.
    • Il 28/5/2025 verrà reso noto il 3° report CEI che raccoglierà i dati del 2023 e del 2024 provenienti questa volta, dagli sportelli diocesani. I casi sono 69 con un prodotto di 115 sopravvissuti. Di questi sono 35 i minorenni, 51 sono donne e 64 uomini.

    (Trovate il dato completo e tutti i dettagli QUI )

     

    Sommando i casi dichiarati frammentariamente da CEI dal 2000 a oggi, si ottengono 1049 casi riferiti unicamente a sacerdoti.

    La Rete L’ABUSO, escludendo l’indotto laico ne documenta nello stesso periodo 1106, soli 57 casi in più di quelli che ha dichiarato negli stessi anni la chiesa. Direi che abbiamo fatto un ottimo lavoro!

    Nella poca trasparenza del dato dichiarato sempre dalla CEI – che non indica in alcun modo neppure da quale area geografica provenga, quale sia il numero delle vittime prodotte, quale sostegno la chiesa ha dato loro, dove operi attualmente e quali provvedimenti la chiesa abbia preso nei confronti del reo – grazie ai sopravvissuti, alla cronaca e alle varie fonti, siamo riusciti a censire in parte, sotto l’aspetto giudiziario canonico, l’operato della chiesa.

    Sotto il profilo del procedimento canonico registriamo dei 1.106 casi censiti dall’Associazione che risultano 76 processi avviati dalla giustizia canonica.

    Di questi, 17 si sono conclusi con una temporanea “sospensione a divinis”, in 7 casi invece i sacerdoti sono stati spostati restando impuniti in altra parrocchia, ne sono invece stati ridotti allo stato laicale o hanno presentato spontaneamente dimissioni 18 sacerdoti, in 5 casi il sacerdote si è suicidato mentre per i restanti 1.059 casi, non risulta avviato nessun procedimento a carico.

    Nessuno dei casi risulta essere mai stato segnalato dalla Chiesa all’Autorità Giudiziaria italiana che tuttavia, non ha obbiettato alla Chiesa neppure per la dichiarazione della CEI di omessa denuncia e mancata prevenzione, nella quale, per non lasciarsi mancare nulla, annuncia persino l’omissione di querela alle autorità italiane, dei casi a lei segnalati presso gli sportelli diocesani.

    Recentemente anche la Commissione Pontificia tutela minori si è espressa sull’operato delle Conferenze Episcopali nel mondo definendo quella italiana “maglia nera” in materia. (Link 2)

    CONCLUDE

    Doveroso premettere che i dati trattati sopra e riferiti unicamente al clero cattolico, nel caso dell’Italia siano proiettabili per l’intero paese.

    Il fatto che l’Associazione abbia reportato solo gli abusi del clero cattolico deriva da un’altra carenza, la totale assenza di dati nel paese, soprattutto da parte del Governo il cui Osservatorio nazionale del Ministero delle pari opportunità, oggi non è minimamente in grado di fornire.

    L’Associazione ha quindi utilizzato quelli nella propria disponibilità, certamente in grave difetto rispetto all’entità reale del fenomeno nel paese, di suo però già fin troppo significativi in questa sede.

    Nel ricordare a questo Comitato che in altri stati membri – parlando di chiesa – per meno di 100 casi sono state avviate commissioni indipendenti, inutile far notare che l’Italia, se pur decuplichi il dato a oggi si ostini, direi sistematicamente, nell’ignorare il problema.

    Come si evince chiaramente, il problema italiano al momento è in gran parte dovuto a una serie di vuoti legislativi di fondo, leggi “essenziali” dalle quali dipende il funzionamento di norme secondarie, in questo caso per la maggior parte riconducibili alla mancanza dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini.

    Vuoto di cui tuttavia non gode solo la chiesa e che si ripercuote inevitabilmente anche sulla popolazione civile colpendo in particolare le leggi NR. 172/2012 (convenzione di Lanzarote) e la NR. 69/2019 (riguardante il Codice rosso).

    Nel “Caso italiano” la chiesa si è solamente organizzata al suo interno per poter gestire autonomamente i reati commessi dai propri ministri e, in questo caso, si può dire che lo fa “nel pieno rispetto della legge”.

    Il fatto stesso che la Conferenza Episcopale Italiana abbia apertamente dichiarato che “non trasmetterà alle Autorità italiane i nominativi dei casi denunciati presso i propri sportelli” senza suscitare reazioni soprattutto da parte delle Istituzioni, è a nostro avviso sufficientemente esplicativo della gravità della situazione e di come al tempo stesso venga pubblicamente legittimata. Come se quanto accade fosse tutto “normale”.

    Situazione che si rispecchia e ripercuote come dicevo pocanzi anche nella società civile, in particolare nelle Associazioni di volontariato, per molti versi strutturalmente e in molte dinamiche simili alla chiesa che a differenza però, non coinvolgono solamente 31.000 unità come nel caso dei sacerdoti, ma ben 4,7 milioni di cittadini italiani che vi operano quotidianamente.

    C’è solo da sperare che la percentuale degli offender nel mondo laico non sia pari a quella del clero riportata in questo rapporto.

    Ad aggravare il tutto, il vuoto legislativo contenuto nel Certificato anti pedofilia di cui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo h)

    Un certificato già lui stesso vittima della mancanza dell’obbligo della denuncia, che in questo caso finisce per convogliare inevitabilmente quei pochi offender che vi rientrano, dando loro indicazione su dove poter predare in alternativa. Appunto, nel volontariato.

    Un volontariato che come la chiesa al suo interno si tutela a danno di bambine e bambini.

    Non a caso in Italia non vi è inverosimilmente notizia di casi in questi ambienti. Quelli che emergono infatti sono addirittura meno di quelli registrati nel clero.

    Vuoto su una norma “essenziale” che anche qui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo g)

    Invece ci ritroviamo con un clero non solo impunito e che lascia senza giustizia migliaia di cittadini, ma addirittura, con il tacito consenso delle Istituzioni del paese gestisce ed amministra la giustizia dei cittadini rimasti vittime dello stesso.

    In riferimento al CRC/C/ITA/CO/5-6 (paragrafo 21), rileviamo in sostanza che nulla di quanto raccomandato da questo Comitato sembra essere stato concretamente attuato o almeno preso in considerazione dallo Stato membro.

    Tra i gravi regressi dello Stato membro segnaliamo il ddl Valditara contro l’educazione sessuo-affettiva, in attesa di approvazione da parte del Governo proprio in questi giorni. (link 2– link 3)

    -o-O-o-

    L’Associazione esprime al Comitato la sua forte preoccupazione per la grave regressione venuta a crearsi in Italia rispetto all’ultima esamina dello Stato membro.

    Il nesso causale di tutto ciò va indubbiamente ricercato nell’inerzia sistematica delle Istituzioni italiane, partendo da quelli che dovrebbero essere gli Organi di Garanzia di infanzia e adolescenza che, come abbiamo visto nel caso del 2° Report dell’Associazione che li riguardava direttamente, hanno risposto solo in 4 su 20.

    Ricordiamo le precedenti istanze al Governo italiano già segnalate nel nostro precedente report;

    la diffida dell’Associazione (link x) del febbraio 2018;

    l’Interrogazione parlamentare (link xx) del novembre 2018;

    il nostro precedente Report a questo comitato CRC (link xx) del novembre 2018

    tutti inevasi o senza risposta da parte dell’Istituzione.

    Il fatto che dei 1106 casi censiti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO solamente 155 risultano arrivati a una condanna definitiva, è estremamente significativo del malfunzionamento del sistema legislativo.

    Come chiaramente emerso già nelle sedute del 23 e 24 febbraio 2019  di fronte a questo Comitato che, domandando alla Delegazione italiana, quali strumenti di prevenzione fossero presenti nel paese, ottenne in risposta invece quali fossero le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    l’unico strumento attualmente è il certificato antipedofilia, purtroppo però pesantemente invalidato da quanto detto pocanzi.

    Situazioni che abbiamo reportato nell’aprile 2023 alla Procura Generale della Repubblica (link 3) che non ha mai risposto e tantomeno si è preoccupata di acquisire (in virtù della procedibilità d’ufficio) i nominativi dei più di 400 presunti offender all’epoca segnalati.

    Interpellato attraverso una petizione anche il Parlamento Europeo (Petizione integrale UE[337]_signed ) ottenendo in questo caso una risposta, purtroppo poco esaustiva che ad oggi non ha portato a nulla di fatto. (link 3)

    RACCOMANDA

    1. Estendere l’obbligo di denuncia – già esistente ma oggi limitato solo ai pubblici ufficiali – a tutti i cittadini. Di vitale importanza al fine della verifica preventiva oltre che all’efficacia di normative già in essere come il più volte citato “certificato anti pedofilia”. Questo inoltre supererebbe in gran parte l’onere oggi delegato unicamente ai vescovi che di fatto, appellandosi all’articolo 4 del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, per facoltà ne omettono puntualmente la denuncia alla Autorità Giudiziaria italiana. Questo restando nel rispetto del concordato al quale nulla verrebbe tolto.
    1. Estendere il “certificato anti pedofilia”, senza esclusioni a tutto il personale che opera anche saltuariamente a contatto con i minori.
    1. Implementare già dalla scuola primaria corsi a tutti i livelli che nella modalità adeguata all’età, permettano di recepire uno stato di pericolo, sfuggirne e poter riferirlo agli adulti.
    1. Creare protocolli di collaborazione e segnalazione con le forze dell’ordine accessibili a tutte le realtà associative (ONG), centri di ascolto che lo richiedono, affinchè si crei un sistema capillare di monitoraggio sul territorio, coinvolgendole direttamente, dando l’oro facoltà di poter seguire e monitorare a garanzia, l’iter della segnalazione.
    1. Quantificare a livello globale l’entità del fenomeno sul territorio dello Stato membro, compresi i casi acquisiti attraverso gli sportelli diocesani e non, dalla chiesa cattolica.
    1. Creare una commissione d’inchiesta sui reati commessi dalla chiesa cattolica, rigorosamente indipendente che garantisca l’assenza di ingerenze da parte della Chiesa ma anche dello Stato italiano, per decenni inadempiente.
    2. Che lo Stato stesso si faccia carico di chi risulta essere vittima accertata di abusi, valutando in base alla gravità formule di sostegno come l’invalidità pensionistica (che oggi in Italia ancora non riconosce il disturbo post traumatico da stress) o formule similari di sostegno.
    1. Garantire l’efficienza della rete Garante per la tutela dell’infanzia e adolescenza, come la nuova figura (in Italia al momento solo 4 regioni su 20) del Garante per le vittime di reato.
    2. Garantire partendo dai centri di ascolto diocesani che fungono da accesso alla Giustizia e al Tribunale ecclesiastico (se pur questo non sia equiparabile alla “giustizia dell’uomo” ma tuttavia tribunale che agisce sul territorio dello stato coinvolgendone i suoi cittadini che in quella sede sono sottoposti ad una riesumazione del trauma) il rispetto della normativa privacy, l’audizione protetta introdotta dalla Convenzione di Lanzarote ( 172/2012) e qualunque strumento di tutela psicofisica per le vittime risulti necessario.

     

             Il Relatore

       Francesco Zanardi

     

           Apposta firma digitale

    Fine del report

  • CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    Riportiamo degli estratti significativi degli interventi alla CEI riunita ad Assisi da parte di S.E.R. Mons. Thibault Verny e di S.E.R. Mons. Luis Manuel Alì Herrera, rispettivamente Presidente (da quattro mesi) e Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Particolarmente toccante è stata l’immagine della sedia vuota utilizzata dal primo e il riferimento all’emozione della paura effettuato dal secondo.

    “…Sono consapevole che il secondo Rapporto annuale della Commissione, avvenuto lo scorso 16 ottobre abbia suscitato alcuni malintesi in talune realtà ecclesiali, in particolare nella vostra Conferenza Episcopale. Permettetemi di ribadire quanto è chiaramente indicato nel documento stesso e quanto è stato sottolineato durante la presentazione nella Sala Stampa della Santa Sede: la Relazione è stata completata nel primo trimestre del 2025 e si riferisce ai dati raccolti nell’anno solare 2024. Detto ciò, in qualità di nuovo Presidente, mi assumo la piena responsabilità del lavoro svolto dal team della Commissione… Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa – insieme a voi – stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino.

    Come in ogni collaborazione viva, non mancano incomprensioni e divergenze. Tuttavia, è proprio in tali frangenti che siamo chiamati ad accompagnarci con prudenza e trasparenza, in una dialettica di ascolto sincero e apprendimento reciproco. Intendiamo proseguire su questa strada, condividendo il vostro impegno e le vostre procedure di tutela con un numero sempre maggiore di Chiese nel mondo. Così facendo, riconosciamo e valorizziamo ciò che funziona, mentre valutiamo e correggiamo ciò che può essere migliorato. Questo punto è cruciale: indicare con trasparenza le lacune nei sistemi di salvaguardia e offrire risposte professionali rafforza la credibilità della Chiesa, affinché la nostra casa ecclesiale sia un luogo sicuro per tutti, per le famiglie, i giovani e i bambini…

    Come vescovo francese, mi rivolgo a voi oggi con umiltà. Di fronte allo scandalo degli abusi sessuali, nessuno può affermare di operare alla perfezione. Credo che tutti stiamo cercando di fare il meglio possibile, riducendo al minimo il danno. In Francia è stata istituita una commissione indipendente, la CIASE, che ha avuto punti di forza e di debolezza, aspetti positivi e fragilità. Ciononostante, essa rappresenta un riferimento per la Conferenza Episcopale Francese… Inoltre, la metodologia e i risultati di tale commissione sono stati ripresi e convalidati dal governo francese, che ha successivamente istituito una commissione sugli abusi commessi nelle famiglie (CIIVISE).

    Sono convinto che non esista un modello unico di approccio. Spetta a ciascuna Conferenza Episcopale assumere la questione, discernere e decidere autonomamente, in base al contesto storico e culturale locale. Siamo qui per avanzare insieme e sostenerci reciprocamente. A ciascuno di noi spetta guardare con coraggio al passato e riconoscere la verità della situazione: solo così potremo gettare le basi per costruire il futuro.

    Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con Papa Leone XIV. In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie…” (Mons. Thibault Verny).

    ***

    “… considero un segno della provvidenza divina il fatto che stiamo conversando con voi proprio nel giorno in cui celebriamo la Giornata di preghiera per le vittime, con il tema “il rispetto genera relazioni autentiche”, indetta da questa Conferenza Episcopale… Per questo motivo, desidero ringraziare sinceramente i vescovi italiani che hanno scelto di partecipare a questo momento di dialogo: la loro disponibilità ha permesso di ricevere contributi ricchi di riflessioni ed esperienze che hanno arricchito anche la Commissione stessa. Se in qualche circostanza ciò che avete condiviso è stato percepito come travisato o trasmesso in modo inesatto, desidero esprimere il nostro sincero rammarico. La nostra intenzione è – e rimane – quella di servire la verità con delicatezza, nel rispetto di coloro che, con coraggio e onestà, hanno accettato di avviare un dialogo…

    È vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali. Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.

    Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile. L’importante è che questo percorso non diventi una competizione basata sui numeri, ma un processo di crescita comune in cui la ricerca, la verifica e l’accompagnamento siano finalizzati a un unico scopo: costruire fiducia.

    Solo la verità, anche quando è dolorosa, può diventare il fondamento di un rinnovamento e questo richiede rigore e indipendenza, per questo il lavoro scientifico e documentato, come quello avviato congiuntamente in Italia, rimane essenziale… Nel 2016, molte comunità di fedeli erano riluttanti a riconoscere la presenza di vittime o sopravvissuti al loro interno. Questa riluttanza a volte nasceva dalla paura, dalla paura di ascoltare le terribili verità che le vittime e i sopravvissuti ci raccontano. La paura che le nostre comunità non siano perfette e possano anche essere luoghi di orrore. La paura di non sapere cosa fare, come confortare, come aiutare. Paura di confrontarci con i nostri fratelli o sorelle che potrebbero aver commesso un crimine e del costo che questo potrebbe avere per loro e per noi.
    Troppo spesso questa resistenza ha tenuto molti uomini e donne rinchiusi nel silenzio per anni, per decenni, per tutta la loro vita.

    La nostra Commission crede fermamente che giornate come questa odierna è un esempio di come la preghiera si traduca in azione, in consapevolezza e accoglienza . Abbiamo assistito in questi 10 anni di giornate di preghiere un pellegrinaggio graduale e progressivo che sta smantellando questa paura e permettendo alle nostre comunità di diventare luoghi in cui le vittime e i sopravvissuti vengono ascoltati e sostenuti, con compassione e soprattutto con professionalità…

    Le esperienze concrete del popolo di Dio, quelle che toccano la sofferenza e la speranza della guarigione, devono poter entrare nei luoghi in cui si prendono le decisioni e si elaborano le linee guida universali. Solo in questo modo la riflessione non rimane astratta, ma si radica nella vita e diventa uno strumento di conversione pastorale. Questa collaborazione tra ricerca, pastorale e ascolto delle vittime è ciò che potrà far maturare una Chiesa più credibile e attenta ai segni dei tempi… Se voi ce lo consentite, la nostra missione è che la Commissione rimanga al vostro fianco, non come osservatore esterno, ma come compagno di viaggio…” (Mons. Luis Manuel Alì Herrera).

    Non è un caso che l’attenzione dei vescovi francesi sul problema abusi sia sempre alta. Un’indagine e un indirizzo si sono concentrati sui preti francesi (cfr. SETTIMANANEWS, 17/11/2025).

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

  • Chiesa e abusi sessuali in Sicilia, a Palermo e Messina più episodi ma in pochi denunciano

    Chiesa e abusi sessuali in Sicilia, a Palermo e Messina più episodi ma in pochi denunciano

    La Sicilia è al secondo posto in Italia, dietro soltanto alla Lombardia, per violenze sessuali consumate in ambito ecclesiastico. È questo lo spaventoso quadro che emerge con forza dal secondo report della Rete L’Abuso, associazione italiana che opera per la tutela delle vittime di abusi clericali. Palermo la provincia con il maggior numero di episodi. Messina al secondo posto.

    Il dossier, presentato nelle scorse settimane e riferito a un arco temporale approssimativamente ventennale, segnala in Sicilia 103 casi documentati di abusi in ambito ecclesiastico. Il bilancio è drammatico: sono 270 le vittime accertate.

    Nella sola provincia di Palermo vengono segnalati 20 casi, valore più alto dell’Isola. Le altre province evidenziano sedici casi a Messina, 14 a Catania, sono 11 quelli di Trapani, 10 ad Agrigento e Siracusa, 9 a Caltanissetta, 7 a Enna e 6 a Ragusa. Nel calcolo della onlus non rientrano le vittime di pedopornografia.

    Il profilo delle vittime e degli autori

    Il rapporto della Rete L’Abuso consente di tracciare anche alcuni elementi riguardanti l’identikit delle vittime e degli autori. A livello nazionale si stimano 1.250 casi complessivi di violenza sessuale nell’ambito clericale, di cui 1.106 perpetrati da sacerdoti, secondo l’ultimo aggiornamento del dossier. Le vittime note risultano circa 4.625, di cui 4.395 abusate da preti.

    I contorni dell’abuso riguardano soprattutto vittime minorenni. Non è dunque un caso se delle 270 vittime accertate in Sicilia, ben 256 di queste non avevano ancora compiuto i 18 anni al momento dell’abuso. Il dato è netto anche rispetto alla predilezione per il genere: 242 sono le vittime di sesso maschile, solo 14 quelle femminili.

    Le restanti 14 vittime erano adolescenti o adulte al momento della violenza. Gli autori risultano nella maggioranza sacerdoti (82 sui 103 casi in Sicilia), con una minoranza affidata a catechisti, laici o scout (4 catechisti, 16 laici, 1 scout) nella rilevazione dell’associazione.

    Quali cause? Quali meccanismi?

    I dati, di per sé, spiegano solo in parte l’entità del problema. Occorre guardare ai meccanismi che ne hanno favorito la diffusione e la persistenza, e alla specificità del contesto siciliano. Ma i dati sono estremamente parziali e fanno riferimento solo a casi accertati e/o denunciati.

    La dimensione mafiosa del silenzio – culturale, istituzionale, anche territoriale – incide fortemente: in Sicilia, come altrove, le relazioni personali, le reti ecclesiali, la centralità dell’istituzione religiosa costituiscono un contesto che rende più difficile la denuncia e la trasparenza sui contorni del fenomeno.

    Qualche episodio emblematico

    Nel contesto palermitano sono emersi casi che illustrano tragicamente la dimensione concreta del problema. Tra questi: un frate – originario della Colombia ma residente a Palermo, dell’Ordine dei Frati Minori Rinnovati – per il quale risultano contestati cinque casi di violenza su donne e minori (quattro bambine, una ragazza maggiorenne).

    Secondo le indagini della squadra mobile di Palermo, alcuni episodi sarebbero avvenuti anche nell’ambito della confessione, altri durante gite turistiche organizzate dallo stesso religioso. L’inchiesta è però ancora in corso. Un altro caso riguarda un sacerdote incardinato nell’Arcidiocesi di Palermo, che è stato “condannato” in sede ecclesiastica per molestie su un seminarista.

    Le criticità dell’azione istituzionale

    Un altro nodo che emerge è la mancanza di una mappatura nazionale esaustiva: in Italia non è stata realizzata finora una commissione indipendente che indaghi il fenomeno su base nazionale con poteri analoghi a quelli attivati in altri Paesi a tradizione cattolica.

    La Rete L’Abuso ricorda che Stato e Chiesa non hanno mai affidato a un ente esterno la guida dell’inchiesta. Tradotto: non esistono quindi statistiche ufficiali e definitive sulla diffusione della pedofilia in generale, men che meno su quella di matrice clericale.

    Dal versante ecclesiastico, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha avviato dal 2021 un sistema di rilevazione tramite i servizi diocesani per la tutela dei minori, raccogliendo dati circa l’attività di prevenzione e ascolto, che resta fondamentale. Tutti i servizi di aiuto messi a disposizione dalla Chiesa sono consultabili qui: https://tutelaminori.chiesacattolica.it/

    Quali prospettive?

    Per comprendere la portata del fenomeno sarebbe necessaria una mappatura puntuale di tutti i casi, con trasparenza anche da parte delle diocesi siciliane, un potenziamento dei servizi di ascolto e tutela a livello provinciale (Palermo si è mossa in tal senso, ndr), una formazione obbligatoria e costante per tutti gli operatori religiosi e laici che lavorano con minori e una maggiore collaborazione tra autorità civili e ed ecclesiastiche al fine di garantire che gli abusi non vengano dimenticati.

    Il caso di Bolzano

    Per mostrare trasparenza sul fenomeno, invitando anche eventuali vittime a non doversi nascondere per paura di non essere credute o per vergogna dell’atto subito, un caso emblematico giunge dal Trentino Alto Adige. Qui, negli scorsi mesi la diocesi di Bolzano-Bressanone ha ricevuto trenta nuove segnalazioni di presunti abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    I reati sarebbero stati commessi principalmente da sacerdoti e soprattutto tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Le persone che hanno subito gli abusi hanno cominciato a denunciare a partire dallo scorso gennaio, in seguito alla pubblicazione dei risultati della prima indagine condotta dalla stessa diocesi locale e che aveva portato alla luce il numero di molestie.

    Il rapporto – di 631 pagine e che analizza un arco temporale di sessant’anni – realizzato da uno studio legale tedesco su input della diocesi, rappresenta l’indagine indipendente più approfondita promossa fino ad oggi dalla Chiesa cattolica italiana. Il report non si limita soltanto alla menzione del numero di abusi sessuali subiti, ma evidenzia anche la dimensione sistemica delle violenze all’interno del mondo ecclesiastico.

    Rete L’Abuso: “Il problema resta il sommerso”

    “I 30 casi emersi in Trentino Alto Adige si aggiungono ai 69 che erano già stati segnalati”, spiega al QdS il presidente dell’associazione Francesco Zanardi, che da quindici anni monitora ogni segnalazione attraverso la Onlus. Spostandoci in Sicilia esistono anche “63 casi che sono sommersi, cioè occasioni nelle quali la vittima ha parlato, ma senza procedere con una denuncia formale. Sono episodi accertati, quantomeno verificati nella loro attendibilità, ma non denunciati”.

    Il dato più rilevante riguarda però la scarsa – e spesso nulla – trasparenza della Chiesa rispetto ai procedimenti interni. “In Sicilia registriamo 5 processi canonici avviati e 4 chiusi. Degli altri 94 non sappiamo nulla. Non c’è alcun esito, nessuna comunicazione, nessuna informazione”. Un buco nero che, secondo Zanardi, non dipende solo dalla struttura ecclesiastica, ma anche da un quadro normativo nazionale.

    “In Italia non c’è l’obbligo di denuncia per i vescovi. Non puoi definirli ‘insabbiatori’, perché la legge non impone loro la denuncia”, aggiunge il presidente di Rete L’Abuso. Il database dell’associazione permette anche di ricostruire i profili degli autori.

    “In Sicilia i casi riguardano 82 sacerdoti, 1 suora, 4 catechisti, 16 laici e 1 scout”. Numeri che, sottolinea Zanardi, non esauriscono il fenomeno: mancano sia i casi non notificati dalle diocesi, sia quelli per cui non viene rilasciata la liberatoria dalla vittima.

    Secondo Zanardi, a preoccupare è soprattutto il contrasto fra la mole di testimonianze raccolte e l’assenza di azioni concrete da parte della Chiesa. “Non c’è trasparenza”, ribadisce ricordando che i procedimenti canonici vengono spesso solo annunciati per poi svanire nel nulla. “Cinque vittime ci hanno riferito che sarebbe stato avviato un processo interno, ma non se n’è più saputo niente”.

    Nel frattempo, il sommerso continua a crescere. E la Sicilia resta una delle regioni in cui la distanza tra vittime e istituzioni – ecclesiastiche e civili – rimane tra le più profonde “anche a causa della vicinanza di credo tra la popolazione e la chiesa”. Sul tema abbiamo provato a più riprese anche a sentire la Curia di Messina: non ci hanno mai risposto.

    https://qds.it/chiesa-abusi-sessuali-sicilia-palermo-messina-episodi-pochi-denunciano/

  • In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    In Italia, le vittime di abusi sessuali da parte del clero chiedono di essere ascoltate

    di Francesco Bertolucci. Foto di Simone Padovani – “Anche a voi, fratelli e sorelle che avete subito ingiustizie e violenze attraverso gli abusi, Maria ripete oggi: ‘Io sono vostra madre’. E nessuno può togliervi questo dono personale offerto a ciascuno di voi. E la Chiesa, alcuni dei cui membri vi hanno purtroppo ferito, oggi si inginocchia con voi davanti alla Madre”. Le parole del papa statunitense Leone XIV alle vittime di abusi all’interno della Chiesa, pronunciate il 15 settembre in Vaticano durante l’omelia della messa in occasione del Giubileo della Consolazione, sono suonate come un messaggio di apertura. O almeno questo è ciò che sperano migliaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero italiano.

    Sono 4.625 i casi di pedofilia contro ragazzi e ragazze all’interno della Chiesa cattolica italiana che sono stati segnalati e registrati dall’associazione Rete L’Abuso. “Stiamo parlando di casi segnalati negli ultimi 25 anni”, sottolinea Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, un’associazione che riunisce le vittime e i familiari di coloro che hanno subito abusi da parte di sacerdoti e membri del clero della Chiesa cattolica italiana. “Di queste 4.625 vittime, 4.395 sono state abusate da sacerdoti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da laici e 54 da scout”, continua Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il trauma dell’abuso. “Il numero nascosto delle vittime potrebbe essere enorme. Se fossimo in grado di contare i casi verificatisi nei decenni passati, il numero delle vittime potrebbe variare da 50.000 a oltre 1 milione, che sarebbe il numero più alto mai registrato in tutto il mondo”.

    Oltre a quello di Rete L’Abuso, altri rapporti ufficiali sono stati prodotti e pubblicati nel novembre 2022 e nel maggio 2025 dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. I rapporti affermano che nel biennio 2020-2021 ci sono state 89 vittime di 68 persone nell’ambito ecclesiastico in Italia, mentre nel biennio 2023-2024 ce ne sono state 115. Nel 2023, Rete L’Abuso ha presentato una petizione all’Unione Europea e una richiesta di procedura d’infrazione urgente all’ONU per chiedere cosa intendessero fare questi due organismi sovranazionali per “risolvere il problema italiano”, costringere l’Italia a “prevenire il fenomeno” e “proteggere i minori dagli abusi sessuali, soprattutto da parte del clero”, dato che “la Chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante in quanto è un’associazione strutturata che, grazie a lacune legislative, si è autoregolamentata internamente dietro un Motu proprio che mantiene tutte le pratiche omissive e criminali che sono alla radice del problema stesso, che in Italia sono “fiorentemente” favorite dallo Stato, che la sostiene con il silenzio e ne promuove la linea criminale”, come si legge nei documenti.

    Tuttavia, gli appelli non hanno ricevuto molta attenzione e il governo italiano non ha mai risposto alle domande dei giornalisti quando è stato chiesto di esaminare il rapporto dell’associazione o di istituire commissioni indipendenti per indagare sulla questione degli abusi. Nel frattempo, all’inizio di febbraio 2025, le famiglie delle vittime di abusi hanno deciso di riunirsi in un gruppo di coordinamento per darsi forza a vicenda e allo stesso tempo sostenere le vittime. Durante la presentazione del gruppo di coordinamento, che conta membri provenienti da tutta Italia, molti genitori hanno raccontato le loro storie.

    “Essere genitori non è facile, ed esserlo di una vittima o di un sopravvissuto lo è ancora meno”, ammette Cristina Balestrini, presidente del gruppo. “Si attraversano momenti di disperazione, si ha voglia di piangere, si prova delusione. Si prova un dolore che gli altri non provano né comprendono. Ma non ci si può arrendere. Tuo figlio, tua figlia o il tuo familiare sono più importanti di te. Mio figlio ha tentato il suicidio quattro volte, poi ha incontrato altre persone che avevano vissuto la stessa tragedia. Molti di noi hanno perso la fede a causa della Chiesa stessa. Con rare eccezioni, molti sono passati dal considerare la parrocchia una seconda casa all’alienazione. Alcuni sono stati persino minacciati. Quindi, vittime due volte. Siamo stati additati da coloro che consideravamo la nostra famiglia”.

    “Eravamo una famiglia che faceva di tutto per la parrocchia”, spiega Yolanda, madre di un ragazzo che è stato violentato all’età di 12 anni in seminario. “Quando mio figlio ci ha detto di aver subito abusi sessuali, siamo stati isolati. Il processo civile è ancora in corso. Abbiamo vinto in Corte di Cassazione e il prete è stato condannato a sei anni e sei mesi, ma nel frattempo è stato mandato in Messico e nessuno ha fatto nulla. Non vogliamo distruggere la Chiesa, ma vogliamo che sia degna di ciò che predica“. ”Sembra che sentiamo sempre la stessa storia“, commentano due genitori che hanno preferito rimanere anonimi.

    ”Anche nostro figlio è stato molestato da un prete, un amico che faceva parte della nostra famiglia. Quando l’abbiamo scoperto, abbiamo pensato di poter risolvere la questione all’interno della Chiesa, ma quando abbiamo parlato con il vescovo, si è scatenato l’inferno. Persino il padre del prete ha iniziato a insultarci. Siamo diventati le pecore nere del paese”.

    Alcuni esperti sostengono che solo una vittima su dieci denunci il reato, lasciando spazio a un numero potenziale nascosto difficile da stimare. “E dobbiamo considerare che possono volerci anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito un abuso e lo denunci”, spiega l’avvocato Mario Caligiuri, che si occupa di reati di abuso sessuale. Il fatto che in Italia il reato di violenza sessuale possa cadere in prescrizione se non denunciato è una tragedia nella tragedia ed è un problema”.

    Nello specifico, il codice penale italiano prevede che nei casi di violenza sessuale su minori il reato si prescriva tra i 24 e i 30 anni dalla data in cui la vittima raggiunge la maggiore età. Per quanto riguarda i potenziali casi nascosti, commissioni indipendenti hanno riferito che in Germania 3.677 persone sono state abusate dal clero tra il 1946 e il 2014, in Portogallo almeno 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022, e in Francia il ‘Ciase’ ha scoperto che negli ultimi 70 anni il 3% del numero totale stimato di sacerdoti francesi – circa 3.000 – era pedofilo, con una media di 72 vittime per sacerdote, per un numero potenziale di vittime stimato in 216.000.

    “Non è cambiato nulla per quanto riguarda le commissioni indipendenti in Italia, e la posizione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) rimane immutata”, osserva Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, un’associazione che fa parte di ItalyChurchToo, un gruppo di coordinamento contro gli abusi nella Chiesa. «Dicono che la formazione è in corso, hanno introdotto servizi di protezione dei minori nelle diocesi e hanno prodotto due rapporti sugli ultimi 20 anni, ma le cifre che sono emerse sono insignificanti rispetto a ciò che le indagini indipendenti rivelerebbero effettivamente sul fenomeno.

    Basti pensare all’esempio della diocesi di Bolzano-Bressanone, dove una commissione indipendente ha aperto gli archivi e, tra il 1964 e il 2023, ha scoperto 67 possibili casi di violenza sessuale su minori. Moltiplicando questa cifra per le 226 diocesi italiane, avremmo circa 15.000 casi. Ma questa sarebbe solo la punta dell’iceberg, perché il fenomeno è molto più diffuso. Tuttavia, non credo che la CEI voglia seguire l’esempio di Bolzano”. Nella sua relazione annuale pubblicata il 15 ottobre 2025, la commissione vaticana ha affermato che in Italia esiste una “resistenza culturale ad affrontare il tema degli abusi”, dato che molte diocesi non hanno risposto al questionario del Vaticano, che incoraggiava un maggiore ascolto delle vittime, meccanismi di segnalazione nazionali e la collaborazione con le autorità civili.

    La CEI, che abbiamo cercato di contattare, ha sorvolato sulla possibilità di un’intervista sull’argomento, mentre il 16 ottobre il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha sottolineato l’impegno della Chiesa «a promuovere una cultura della protezione a vari livelli, anche sociale, e a combattere ogni forma di abuso, con la ferma consapevolezza che si tratta di un cammino inarrestabile». Anni fa, nel 2008, Pierangelo Bertagna, parroco di Farneta, frazione di Cortona in provincia di Arezzo, in Toscana, fece scalpore quando fu condannato a otto anni di carcere per aver abusato sessualmente di 16 minori. Nel 2005 era stato arrestato con l’accusa di aver abusato di un parrocchiano di 13 anni.

    Secondo quanto riportato all’epoca, egli reagì al suo arresto dicendo: “Finalmente qualcuno mi ha aiutato”. Questa dichiarazione liberatoria seguì l’autodenuncia di Bertagna negli anni ’80 all’interno della comunità dei “Ricostruttori di preghiera”, quando confidò la sua attrazione per i bambini. La cosiddetta “autodenuncia” di Bertoli, che è rimasta “inascoltata”, evidenzia anche il problema di coloro che sanno ma non denunciano. Sebbene non ci sia stata alcuna risposta alle richieste di commenti sulla relazione di Rete L’Abuso da parte della CEI, all’interno della Chiesa sono stati istituiti centri di assistenza diocesani per ascoltare le segnalazioni di possibili abusi. Lì una persona può anche denunciare di aver subito abusi. Tuttavia, ciò non comporta automaticamente una denuncia alle autorità.

    “Un superiore ecclesiastico che è a conoscenza di un reato commesso da un sacerdote, ma anche da un normale cittadino, è obbligato a denunciarlo o no? La risposta è no“, spiega Pietro Forno, ex magistrato e sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, noto come ”il procuratore dei bambini“ e ideatore della specializzazione in reati sessuali in Italia, ”per il semplice motivo che il sacerdote, o il vescovo, se volete, non è un pubblico ufficiale. Questo è il problema in termini tecnici e giuridici. Non essendo un pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denunciarlo. Solo i pubblici ufficiali sono obbligati a denunciare i reati contro le persone di cui vengono a conoscenza. Come stabilito dall’articolo 364 del codice penale per i casi di omessa denuncia, i cittadini sono obbligati a denunciare i reati contro lo Stato.

    “Se, per esempio, vedo il mio vicino con un certo numero di armi, munizioni ed esplosivi che mi fanno pensare che stia pianificando un attentato”, osserva Forno, “devo denunciarlo; non posso semplicemente dire: ‘Chi se ne frega?’. Quindi, dato che il reato di omessa denuncia esiste già, non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. La soluzione legislativa sarebbe quella di stabilire che, quando si tratta di determinati reati, come la violenza sessuale sui minori o la pornografia infantile, qualsiasi cittadino, e sottolineo qualsiasi cittadino, che ne venga a conoscenza è tenuto a denunciarli. È semplice. Talmente semplice che viene da pensare che se ciò non avviene è perché, mi dispiace dirlo, esiste una volontà politica contraria. Altrimenti non c’è alcuna spiegazione”.

    https://www.gp.se/nyheter/varlden/offer-for-sexuella-overgrepp-av-praster-kraver-upprattelse.4efa8e61-fed6-46b6-8fe1-deed8eb92f47