Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    L’astuzia per chiudere i casi di abusi senza processo né risarcimento emersa dalla Dottrina della Fede

    Nel mio breve periodo di esercizio della difesa giuridica di alcune vittime di abusi sessuali da parte di chierici mi sono scontrato frontalmente con una pratica impensabile in qualsiasi altro ambito. Il chierico indagato chiede al Papa la dispensa dagli obblighi clericali; se gli viene concessa, il processo penale si ferma lì. Secondo i dati interni dello stesso Dicastero per la Dottrina della Fede, così si sono conclusi 1.058 dei 6.236 casi registrati tra il 2012 e il 2020, uno su sei. Dietro ognuno di questi fascicoli c’è una o più persone che hanno denunciato di essere state abusate durante l’infanzia e alle quali la Chiesa non ha mai detto se le credeva. Indagando a fondo su questa pratica assurda e scandalosa, ho scoperto che non è un’anomalia burocratica né un’improvvisazione di diocesi sommerse. Ha una giustificazione dottrinale scritta, pubblicata su una rivista accademica di primo livello e firmata da uno degli uomini che la applicano: Monsignor Jordi Bertomeu Farnós, ufficiale della Sezione Disciplinare del Dicastero, inviato di Francesco in Cile e in Perù, commissario pontificio del Sodalicio, e uno dei principali promotori di questo catastrofico concetto giuridico che, a oggi, sta applicando (spiegherò perché ritengo irregolarmente) il Dicastero del cardinale Victor Manuel Fernández. Il suo articolo del 2021 è oggi il sostegno teorico di una pratica che provoca scandalo anche tra alte autorità giudiziarie vaticane.

    Il testo si intitola «La praxis de la CDF sobre la dispensa de las obligaciones clericales: El n. 157 del Vademécum» ed è stato pubblicato su Ius Canonicum, la rivista di diritto canonico dell’Università di Navarra (vol. 61, n. 122, 2021, pp. 733-765; DOI 10.15581/016.122.004). È in accesso aperto e continua un lavoro precedente dello stesso autore sulla stessa rivista. Importa chi lo scrive: un funzionario dell’organismo che decide, con accesso alle cifre che nessun altro conosce, che descrive la pratica del proprio ufficio e conclude che è legittima. Questo trasforma l’articolo, più che in uno studio, nella difesa ufficiosa di un sistema di silenzio e impunità.

    Quello che Bertomeu sostiene

    Il punto di appoggio è il n. 157 del Vademécum del 2020, che riconosce all’accusato, «dal momento in cui si ha notitia de delicto», il diritto di chiedere al Santo Padre la dispensa da tutti gli obblighi clericali, compreso il celibato. Il Vademécum si ferma lì: riconosce un diritto a richiedere, e non dice nulla su ciò che accade con il processo penale in corso. È Bertomeu che fa il passo successivo, e lo fa nel riassunto stesso del suo articolo:

    «Sebbene interrompa le indagini o il processo in corso senza che si giunga a una conclusione dello stesso circa la colpevolezza o meno dell’imputato, la trattazione davanti al Santo Padre di questa grazia è legittima a causa della tutela di diversi beni giuridici nei delicta graviora a partire dalla prevalenza del principio del bonum commune nella Chiesa» (p. 733).

    Lo ribadisce nel corpo del testo con la stessa chiarezza: la CDF permette al reo di chiedere la grazia «in qualsiasi momento delle indagini o del processo», e «l’accoglimento di tale istanza, d’altra parte, comporta l’interruzione del procedimento penale in corso» (p. 749). La tesi è, dunque, che l’accusato può fermare il proprio processo chiedendo di non essere più sacerdote, e che la Chiesa fa bene a permetterglielo per il “bene” della stessa Chiesa.

    Quello che Bertomeu sa

    Ciò che rende particolarmente grave l’articolo non è che difenda questa tesi, ma che la difenda sapendo esattamente cosa implica. Impunità e vittime trascurate senza riparazione. Bertomeu non ignora nessuna delle obiezioni; le espone lui stesso, con precisione da giurista, prima di scartarle. Conviene seguire il filo delle sue ammissioni.

    L’articolo inizia riconoscendo che non esiste una legge che tuteli ciò che descrive. L’istituto «non è espressamente previsto in alcun testo legislativo sui delicta reservata» (p. 741), e il Vademécum da cui parte «non costituisce una ulteriore riforma legislativa» né è «un testo normativo» (pp. 740-741). Per superare l’ostacolo, propone che «nonostante il carattere non normativo del Vademécum, il contenuto del n. 157 può essere considerato come una prassi con valore normativo a causa del riscontro specifico del Romano Pontefice a ogni dispensa concessa» (pp. 741-742). Cioè, una regola che non è da nessuna parte acquisisce valore di legge perché è stata applicata molte volte con firma papale. Nessun sistema giuridico serio, e quello canonico non dovrebbe fare eccezione, ammette che in materia penale la ripetizione di atti singolari crei diritto: la legge esiste quando è promulgata (can. 7), le norme penali si interpretano restrittivamente (can. 18) e la prassi della Curia supplisce solo lacune e mai in materia di pene (can. 19). Bertomeu conosce questi canoni. Li cita. E costruisce nonostante essi il piano dell’evasione del processo attraverso la dispensa.

    Continua riconoscendo cosa accade con le vittime: l’interruzione «non solo evita di giungere a una dichiarazione autorevole sulla colpevolezza o meno del reo, ma comporta inevitabilmente che la presunta vittima non possa vedere riparato il male causato dal suo aggressore» (p. 751). Inevitabilmente. L’autore della tesi descrive il suo effetto sulla vittima con la parola che meglio lo definisce, e la mantiene.

    Riconosce, inoltre, di non trovare la ragione che giustificherebbe la grazia. Ogni dispensa canonica richiede una causa giusta e ragionevole (can. 90 §1), e lo stesso Bertomeu ricorda, citando Urrutia, che senza di essa «potrebbe anche essere invalida» (p. 742). Nonostante ciò ammette che «rimane la difficoltà di indicare quale possa essere la causa giusta e ragionevole che permetta questa concessione graziosa senza pregiudizio della giustizia» (p. 751). Sostiene, quindi, la legittimità di un atto la cui condizione di validità confessa di non poter identificare con certezza.

    Riconosce anche che tutto questo avviene in segreto. «A differenza di altri tribunali come quello della Rota Romana, la CDF non pubblica le sue decisioni», il che «lascia nell’oscurità importanti aspetti formali (procedimento e trattazione) e materiali» (pp. 738-739). Lo scrive un funzionario dell’organismo che non pubblica, in un testo che inizia invocando la «trasparenza, responsabilità e rendicontazione» del vertice del febbraio 2019, e che subito dopo giustifica una pratica che ne è priva.

    E riconosce, con cifre che pochi possono fornire, che non si tratta di un’eccezione. «Se tra il 2012 e il 2020 sono stati registrati 6.236 casi nella CDF, 1058 si sono conclusi con la concessione di una dispensatio ab oneribus, con una media annua di 117, cioè il 17% del totale» (p. 750); le dispense sono passate da 79 nel 2012 a 179 nel 2020, più del doppio in otto anni. Tradotto: più di mille casi di abusi su minori giunti al tribunale supremo della Chiesa si sono chiusi senza che nessuno stabilisse cosa è accaduto, e il ritmo aumenta, compresa la controversa dispensa di Leone XIV a Eleuterio Vásquez, il parroco di Chiclayo che lui stesso avrebbe dovuto indagare. Dietro quei mille fascicoli ci sono, come minimo, mille persone che hanno denunciato e non hanno ricevuto risposta. È probabile che più di una per fascicolo. Migliaia di uomini e donne, in ogni caso, ai quali lo stesso sistema che li ha incoraggiati a denunciare ha poi negato la verità e la riparazione in cambio di un cattivo espediente.

    Infine, Bertomeu raccoglie in nota a piè di pagina l’obiezione più devastante contro la propria tesi, formulata dal canonista Luis Navarro: «sarebbe più coerente che per un delitto non si riceva una grazia; altrimenti si potrebbe pensare che, per ottenere l’esonero, la via sia commettere un delitto, il che sarebbe certamente causa di scandalo tra i fedeli» (nota 65). La citazione è demolitrice, ma l’autore non vi risponde. È difficile trovare nella letteratura canonica un esempio più chiaro di un autore che espone l’argomento che confuta la sua tesi e procede come se non l’avesse letto.

    Perché le sue giustificazioni non reggono

    Di fronte all’obiezione che la prassi lede il principio iustitiam restituere, Bertomeu offre quattro ragioni (pp. 758-760). Nessuna resiste all’analisi.

    La prima è che la vittima «ha sempre la possibilità di rivendicare la lesione subita davanti alle autorità giudiziarie statali», che sarebbero «il foro ottimale». L’argomento è insostenibile dal punto di vista del diritto stesso della Chiesa, e lo è per tre motivi che l’autore non può ignorare. La Chiesa riserva a Roma la competenza su questi delitti proprio perché afferma che tutelano beni giuridici propri; non può reclamare la giurisdizione per sé e, quando decide di non esercitarla, inviare la vittima altrove. Lo stesso articolo spiega, poche pagine prima (p. 752), che la Chiesa ha ampliato i termini di prescrizione perché le vittime di abusi impiegano decenni per poter parlare e i termini civili sono solitamente scaduti, per cui il «foro ottimale» a cui rimanda è, nella maggior parte dei casi, un foro chiuso, e Bertomeu lo sa quando scrive la frase. E, soprattutto, c’è qualcosa che nessun tribunale dello Stato può giudicare: la responsabilità dei vescovi e dei superiori che hanno ricevuto la denuncia e l’hanno gestita male, che da Vos estis lux mundi (art. 1 §1 b) è perseguibile canonicamente ma può essere stabilita solo su fatti previamente chiariti. Quando il caso principale si chiude senza determinare i fatti, la responsabilità di tutta la catena di comando rimane fuori dall’esame per sempre. Questo è l’effetto più grave della prassi e quello che meno si spiega: non solo libera l’accusato, ma protegge chi lo ha protetto, trasferito o ha guardato dall’altra parte. Una pratica che produce questo risultato in uno su sei casi non è uno strumento di giustizia flessibile. È, nel suo funzionamento oggettivo, un meccanismo di copertura istituzionale, indipendentemente dall’intenzione di chi l’ha progettato.

    La seconda ragione è che il chierico, chiedendo la dispensa, «si è implicitamente riconosciuto inidoneo al ministero». Ma una confessione tacita estratta da un atto che lo stesso Vademécum qualifica come diritto, senza assistenza legale e senza alcuna prova, non è una dichiarazione di fatti né serve a nessuno: non dà alla vittima la verità, non dà all’accusato innocente l’assoluzione e lascia alla comunità un sospetto che lo stesso rescritto permette al vescovo di divulgare, «il fatto della dispensa» e «la causa canonica» (nota 52), senza che nessuno l’abbia giudicata. La terza ragione, che l’Ordinario può vigilare sul dispensato, non ripara nulla e presuppone inoltre che si sappia di cosa vigilare, che è precisamente ciò che non è stato indagato.

    La quarta ragione è quella che rivela il fondo:

    «In quarto e ultimo luogo, perché non è irrilevante considerare che le cause penali nel foro canonico non sempre si concludono con una condanna del reo. A causa di una presunta sensibilità eccessivamente garantista e servendosi delle formalità processuali, si consideri al riguardo un certo malessere ecclesiale per alcune sentenze degli ultimi sette anni, in sede di ricorso gerarchico, di reformatio in melius quando non direttamente di assoluzione o di decisione dimissoria» (pp. 759-760).

    Un ufficiale del tribunale che giudica gli abusi giustifica una via per evitare il giudizio perché il giudizio, con le sue garanzie e le sue formalità, a volte assolve o riduce la pena. Non si prescinde dal processo nonostante possa finire con un’assoluzione, ma perché può finire con un’assoluzione. Il ragionamento è incompatibile con l’idea stessa di processo, che esiste proprio perché il risultato non sia deciso prima di iniziare. Ed è, inoltre, la confessione che la pratica non persegue la giustizia ma un risultato: allontanare il sacerdote senza dover provare nulla. Quello che Bertomeu chiama «sensibilità eccessivamente garantista» è ciò che in qualsiasi ordinamento civile si chiama diritto a un processo equo. Che un funzionario del Dicastero lo descriva come un ostacolo dovrebbe preoccupare chiunque, a cominciare dagli stessi sacerdoti.

    Quello che dispone il diritto della Chiesa

    Nulla di tutto questo richiede di invocare principi estranei alla Chiesa. Basta il Codice. La dispensa (cann. 85, 290, 3º, 291 e 292) è un atto di grazia sullo statuto personale del chierico: lo libera dal celibato e gli fa perdere lo stato clericale. Le cause di estinzione dell’azione penale canonica sono tassative, e sono la prescrizione (can. 1362) e la morte del reo. La dispensa non è tra queste, e non può esserlo per via della prassi, perché il Codice ha blindato espressamente le leggi penali e processuali contro il rilassamento singolare (can. 87 §1). Quello che Bertomeu presenta come «originalità dell’ordinamento canonico» è, in realtà, l’attribuzione a un atto di grazia di un effetto che la legge non gli dà, su un oggetto, i fatti e la loro riparazione, che non è il suo.

    Il Codice riconosce inoltre alle vittime diritti concreti che la pratica annulla. Il diritto di reclamare davanti al foro ecclesiastico (can. 221 §1). Il diritto alla riparazione del danno (can. 128). Il diritto di esercitare l’azione di danni all’interno del proprio giudizio penale (can. 1729 §1), azione che scompare con il giudizio. E il diritto di essere ascoltato prima che l’autorità emetta un atto che lede i suoi diritti (can. 50). Nella prassi che Bertomeu descrive la vittima non interviene, non è ascoltata, e spesso non sa nulla fino a quando non le viene comunicato che tutto è finito. La riparazione si riduce alla clausola del rescritto per cui il dispensato è obbligato a riparare «onerata conscientia», in coscienza (nota 53). Un’obbligazione che esiste solo nella coscienza dell’accusato non può essere esigita da nessuno.

    E il Codice, nella sua versione riformata, punta nella direzione opposta alla tesi. L’articolo si appoggia su Pascite gregem Dei (2021) per la sua teoria dei beni giuridici, ma omette che quella stessa riforma ha trasformato in dovere ciò che prima era facoltà: il can. 1311 §2 obbliga a tutelare il bene della comunità «etiam poenarum irrogatione vel declaratione» e il can. 1341 sostituisce «curet» con «promovere debet». Il legislatore ha voluto che il perseguimento di questi delitti fosse obbligatorio. La prassi che Bertomeu difende la rende facoltativa a volontà dell’accusato. Di fronte a tutto questo, il ricorso al «bene comune» e alla salus animarum (can. 1752, che è la norma di chiusura del trasferimento dei parroci, non una clausola per estinguere azioni penali) prova troppo: con lo stesso bene comune si sostiene che la Chiesa deve giudicare fino in fondo, e con la stessa salvezza delle anime si esige che la vittima conosca la verità. Un principio che serve per una cosa e il suo contrario non giustifica nulla.

    Quello che la Chiesa ha promesso

    Se il contrasto con il diritto interno è grave, il contrasto con gli impegni esterni della Chiesa è ancora più grave, perché riguarda la sua parola data. La Santa Sede ha ratificato nel 1990 la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, il cui articolo 19 obbliga a stabilire «procedure efficaci» di indagine e intervento giudiziario di fronte all’abuso, e i cui articoli 34 e 39 esigono protezione di fronte all’abuso sessuale e riparazione alle vittime. Nel 2014, dopo aver esaminato la Santa Sede, il Comitato sui Diritti dell’Infanzia ha segnalato proprio la gestione interna dei casi, l’uscita silenziosa dei chierici senza depurazione delle responsabilità e la mancanza di cooperazione con le autorità civili, ed ha esigito indagini complete, rendicontazione degli autori e dei superiori e trasparenza. Il Comitato contro la Tortura ha formulato quello stesso anno richieste analoghe. Una prassi che chiude uno su sei casi senza indagine conclusa, senza dichiarazione di fatti e senza riparazione esigibile, su istanza dello stesso accusato, non è un’interpretazione discutibile di quegli impegni: è la loro negazione. E Bertomeu, che fa appello ai criteri di una «società sempre più egualitaria, democratica e garantista» come orizzonte della riforma ecclesiale, non menziona la Convenzione in trenta pagine.

    Altro tanto accade con i concordati. Gli Stati garantiscono alla Chiesa il libero esercizio della sua giurisdizione, come fa l’Accordo sugli Affari Giuridici con la Spagna del 1979 (art. I) dopo la soppressione del privilegio del foro nel 1976, o l’Accordo con il Perù del 1980 (art. I), che lo stesso Bertomeu invocava su ABC per spiegare la sua azione nel Sodalicio. Quella garanzia ha un presupposto: che la giurisdizione sia esercitata. Gli Stati non riconoscono alla Chiesa autonomia perché i suoi tribunali possano essere fermati dall’indagato, né perché rimandi le vittime a tribunali civili che sa prescritti. Quando la Chiesa reclama il concordato come scudo di fronte all’ingerenza e, allo stesso tempo, utilizza la dispensa per non giudicare, sta usando l’autonomia in entrambe le direzioni contemporaneamente: per escludere lo Stato e per non fare ciò che lo Stato le ha riconosciuto il diritto di fare.

    Nel 2019 Francesco ha riunito i presidenti delle conferenze episcopali sotto tre parole, trasparenza, responsabilità e rendicontazione; quello stesso dicembre ha soppresso il segreto pontificio nelle cause di abusi; nel 2021 ha reso obbligatorio il perseguimento. Bertomeu cita il primo di quei traguardi come cornice del suo articolo. La pratica che difende ne viola tutti e tre.

    Una crepa con nome

    Attraverso Bertomeu la Dottrina della Fede presenta la prassi della dispensa come «flessibilità del diritto della Chiesa, la cui legge suprema è il bene delle anime». Ciò che il suo stesso articolo documenta è una via di fuga disponibile dal primo giorno dell’indagine, attivabile dall’accusato, trattata senza la vittima, decisa senza motivazione, non ricorribile (cann. 333 §3 e 1732), non pubblicata, senza base legale riconosciuta, senza causa giusta identificabile, con una riparazione in coscienza che nessuno può esigere, che rimanda le vittime a un foro che si sa chiuso, che rende inverificabile la responsabilità dei superiori e che è stata applicata a più di mille casi con tendenza allarmantemente crescente. Ognuno di questi tratti, isolato, sarebbe già un difetto grave. Riuniti, descrivono un sistema che produce impunità per l’accusato, copertura per chi lo ha gestito e silenzio per le vittime, e che si presenta come atto di misericordia. Che chi l’abbia teorizzato sia il canonista che Roma invia a impartire giustizia in Cile e in Perù, e che l’abbia fatto su una rivista universitaria con tutte le cautele accademiche, non lo rende meno scandaloso.

    Alti responsabili giudiziari vaticani hanno sostenuto a InfoVaticana che la dispensa riguarda lo statuto personale del chierico, non il dovere della Chiesa di chiarire i fatti, riparare le vittime e depurare le responsabilità di chi ha gestito il fascicolo. Forse l’ultima parola non è stata detta di fronte a questo espediente processuale che sta facendo tanto danno a migliaia di persone. Quella lettura, e non quella dell’articolo di Jordi Bertomeu, è l’unica compatibile con il Codice, con la riforma del 2021, con la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e con i concordati. Ed è quella che dovrebbe imporsi là dove, invocando la dottrina qui analizzata, si comunica a chi ha denunciato che il suo caso si è concluso perché l’accusato ha smesso di essere sacerdote. La dispensa può essere la fine di un ministero. Non può essere mai l’ultima parola su fatti che nessuno ha voluto giudicare.

    Javier Tebas Llanas, avvocato.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/04/lastuzia-per-chiudere-i-casi-di-abusi-senza-processo-ne-risarcimento-uscita-dalla-dottrina-della-fede/

  • «Gli abusi sessuali nella Chiesa vanno chiamati per quello che sono: crimini». Così la prevenzione parte dal linguaggio

    «Gli abusi sessuali nella Chiesa vanno chiamati per quello che sono: crimini». Così la prevenzione parte dal linguaggio

    «Parlare di “abuso” sessuale è scorretto, perché abuso significa “uso eccessivo” della sessualità e rischia di sottendere che sia lecito farne un uso non eccessivo. Quando parliamo di minori il termine corretto da utilizzare è un altro: crimine sessuale». Parte da questa riflessione linguistica la tesi Questo è il nostro segreto – Vittime, abusatori e omertà, con la quale Chiara Codardini, vicentina, ha ottenuto la Licenza in Scienze Religiose all’Issr Onisto e che successivamente è stata pubblicata nella collana Theology Press della Facoltà Teologica del Triveneto (disponibile gratuitamente online), con presentazione e prefazione di don Flavio Marchesini e Leopoldo Sandonà.

    Lo studio di Chiara Codardini è preciso e approfondito. Riferimento continuo sono i documenti e le statistiche della Cei pubblicati nel corso degli anni, segno che «l’attenzione all’argomento c’è, ma non è ancora diventata patrimonio comune e con il mio lavoro vorrei dare un contributo in tal senso», spiega l’autrice.

    In primo luogo, Codardini inquadra il fenomeno statisticamente, con una precisazione doverosa: «È inopportuno parlare di pedofilia nella Chiesa, perché i casi di abuso che più si verificano al suo interno riguardano ragazzi e ragazze che hanno superato la pubertà. La pedofilia è una particolare parafilia che si manifesta nella preferenza sessuale verso i prepuberi. È interessante sapere che non tutti i pedofili commettono crimini, ma quando ciò avviene hanno molte vittime e spesso non si pentono. Più diffusa è l’attrazione verso i cosiddetti “teenager”. Ci si chiede se alla base non ci sia uno sviluppo psicoaffettivo incompiuto».

    Un altro dato interessante che emerge è che «gli abusi su minori compiuti da preti avvengono mediamente dopo undici anni dall’ordinazione». Un dato che, letto in combinato disposto con l’incompiutezza dello sviluppo psicoaffettivo, lascia supporre che qualcosa non funzioni nella formazione svolta all’interno dei seminari.

    In ottobre la vicentina sarà tra i pochi selezionati in tutto il mondo per frequentare il corso di safeguarding all’Università Gregoriana

    «La stessa Cei ha redatto numerosi documenti che parlano di formazione, affettività e sessualità, con i contributi di studiosi quali Ugolini, Cencini e Deodato. Ma non si tratta di un problema dei seminari in quanto tali. Il tema tocca anche gli ordini religiosi. Il comportamento del singolo non è mai disgiunto dalla struttura, perché ove c’è un abuso c’è sempre un contesto che permette, favorisce e nasconde l’abuso. Dentro e fuori la Chiesa».

    Chiara Codardini a settembre discuterà la tesi di Baccalaureato in Teologia e in ottobre inizierà a frequentare l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, a Roma. «Si tratta di un corso di “safeguarding” (prevenzione, ndr) a numero chiuso, con persone provenienti da tutto il mondo. Questo tema degli abusi, anzi, dei crimini sessuali, mi ha interrogato molto su cosa può fare la Chiesa. È vero che la maggior parte dei crimini avviene in ambito familiare, ma anche se i casi che si verificano nei contesti ecclesiali sono numericamente inferiori non si giustifica la scarsa considerazione. Ritengo sia necessario avviare indagini retrospettive indipendenti, come già hanno fatto altre Conferenze episcopali o la Diocesi di Bolzano-Bressanone: solo così si mettono realmente al centro le persone vittime e si capiscono gli errori commessi per prevenirli in futuro».

    La tesi di Chiara Codardini si conclude con una “Benedizione del corpo profanato”. «Se avviene un omicidio in una chiesa questa deve essere riconsacrata. Anche un corpo profanato ha bisogno di cura spirituale».

    Andrea Frison

    https://www.vocedeiberici.it/gli-abusi-sessuali-nella-chiesa-vanno-chiamati-per-quello-che-sono-crimini-cosi-la-prevenzione-parte-dal-linguaggio/

  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • SPAGNA – Dall’autorità morale all’intervento statale: entra in vigore il nuovo protocollo per le vittime di abusi nella Chiesa

    SPAGNA – Dall’autorità morale all’intervento statale: entra in vigore il nuovo protocollo per le vittime di abusi nella Chiesa

    Il Governo ha attivato l’ufficio per gestire il risarcimento delle vittime di abusi nel contesto della Chiesa. Non si tratta solo di una misura amministrativa né di una nuova procedura tecnica. È, soprattutto, la constatazione di un grave fallimento: quello di un’istituzione che non è riuscita a purificarsi da sola con la chiarezza, la fermezza e la trasparenza che richiedeva la magnitudine dello scandalo.

    Lo stesso Bolaños ha spiegato in dettaglio l’ambito della misura dopo il Consiglio dei Ministri: “Abbiamo concordato la modifica del Real Decreto di Struttura del Ministero della Presidenza, Giustizia e Relazioni con le Corti e creiamo l’Ufficio di Riconoscimento e Riparazione delle Vittime di Abusi Sessuali nell’Ambito della Chiesa Cattolica”. L’iniziativa, ha ricordato, è frutto dell’accordo raggiunto il passato 8 gennaio tra il Governo, la Conferenza Episcopale e le Conferenze Religiose, successivamente concretizzato in un protocollo con il Defensor del Pueblo firmato il 30 marzo.

    Un accordo necessario che evidenzia una debolezza

    Il sistema entra in vigore immediatamente. “A partire dal 15 aprile, tutte le vittime di abusi sessuali all’interno della Chiesa Cattolica potranno ricorrere al nuovo modello che abbiamo creato e che è tutelato dal Defensor del Pueblo”, ha affermato Bolaños, sottolineando inoltre che l’Esecutivo metterà in moto una campagna informativa per facilitare l’accesso delle vittime.

    Nessuno può negare che questo meccanismo risponde a una necessità reale. Per anni, molte vittime non hanno trovato risposta né nella giustizia civile —per la prescrizione dei reati— né nella stessa Chiesa. Era imprescindibile aprire una via che permettesse, almeno, di riconoscere il danno e offrire qualche tipo di risarcimento.

    Tuttavia, conviene non confondere la necessità con la virtù. Che questo sistema sia utile non significa che sia motivo di soddisfazione istituzionale. La sua mera esistenza rivela che la Chiesa non è stata in grado di garantire da sé processi di giustizia sufficientemente chiari, credibili ed efficaci.

    Quando la Chiesa smette di essere giudice

    Il nuovo modello definisce con precisione i ruoli. “Il Defensor del Pueblo ha l’ultima parola”, ha riconosciuto il ministro, aggiungendo che “è la Chiesa Cattolica che risponderà economicamente o con qualsiasi riparazione morale, psicologica o restaurativa”.

    In questo modo, la Chiesa si trova in una posizione subordinata: assume le conseguenze, ma non dirige il processo. È il Defensor del Pueblo che “prenderà la decisione assistito da un’unità di vittime formata da professionisti di primo livello”.

    Uno scenario con interessi incrociati

    Sarebbe ingenuo ignorare che lo Stato non agisce in un vuoto neutrale. Il Governo ha i suoi propri interessi, il suo proprio racconto e la sua propria agenda politica, e questa iniziativa si iscrive anche in quel quadro.

    Ma ridurre l’analisi a quel pregiudizio sarebbe una forma di eludere la questione di fondo. Il problema non è, in primo luogo, l’intervento dello Stato. Il problema è che quell’intervento si è reso necessario.

    Se la Chiesa avesse risposto con chiarezza fin dall’inizio, difficilmente si sarebbe arrivati a questo punto.

    L’umiliazione come sintomo di una crisi più profonda

    non sapere purificarsi né fare giustizia con la fermezza richiesta, accumulando per anni procedure opache, risposte tardive e una gestione deficitaria con la fermezza che esige la sua stessa missione.

    Per anni, procedure opache, risposte tardive e una gestione deficitaria hanno eroso la fiducia fino al punto di rendere inevitabile l’intervento esterno. Quando un’istituzione deve ricorrere al potere politico per garantire giustizia, ciò che sta riconoscendo è che i suoi propri meccanismi hanno fallito.

    Ma c’è di più. Nel suo tentativo di evitare il conflitto e cercare accettazione nel clima culturale dominante, parte della Chiesa ha optato per diluire la sua propria identità. Il risultato è evidente. Quanto più cede, tanto più perde autorità. Quanto più cerca riconoscimento, tanto più si espone alla pressione esterna. E quanto più rinuncia a esercitare la sua propria responsabilità, tanto più dipende da che altri la esercitino per lei.

    Una purificazione pendente

    La Chiesa può —e in questo caso deve— collaborare con le autorità civili per garantire giustizia alle vittime. Ma non può convertire quella collaborazione in una sostituzione permanente della sua propria responsabilità.

    Perché la purificazione della Chiesa non può venire unicamente dall’esterno. Richiede un esercizio interno di verità, di giustizia e di conversione che non si risolve con uffici né con procedure amministrative.

    Se quel processo non si produce, la conseguenza è inevitabile: altri finiranno per fare ciò che la Chiesa non ha fatto.

    E quando ciò avviene, non siamo più di fronte a una riforma. Siamo di fronte al sintomo di una decadenza che non si è voluta affrontare in tempo.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/15/dallautorita-morale-allintervento-statale-entra-in-vigore-il-nuovo-protocollo-per-le-vittime-di-abusi-nella-chiesa/

  • Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Il Papa promette misericordia ai pedofili

    Le vittime di abusi adesso sanno che non è la Chiesa ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia. Perché il Papa ha fatto sapere oggi che per lui uno come Rupnik non è un criminale ma un peccatore. E che alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”, agli abusatori “misericordia”. Cioè perdono senza giustizia

    Giorgio Meletti e Federica Tourn

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119

  • Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

    O

    re 9.00 – Intervento dell’On. Angela Napoli, Madrina del Premio, già Vice-Presidente
    Commissione Parlamentare Antimafia e di Marisa Garofalo

    • “Io sono Lea” – MONOLOGO di Paolo De Chiara
    • Consegna del Premio ai “Testimoni” del nostro tempo e consegna delle Menzioni Speciali

    Modera:

    • Mara Ferraro, socia associazione Dioghenes APS

    A Michelangela Barba, Presidente dell’Associazione Ebano Onlus, per l’impegno civile e umano nel contrasto alle violenze maschili contro le donne e alla tratta sessuale. Fondatrice e guida di un’Associazione che da anni opera con coraggio accanto a chi subisce soprusi e sfruttamento, Michelangela Barba ha trasformato la denuncia in azione, la parola in accoglienza, la solidarietà in prassi quotidiana. Ha dato voce e sostegno a tantissime donne, restituendo loro la possibilità di ricominciare. La sua è una testimonianza viva, coerente, che ha saputo coniugare attivismo, sensibilizzazione e informazione, diventando punto di riferimento anche per WordNews.it.

    Per la forza della sua testimonianza, per la costanza del suo impegno e per la sua azione quotidiana a difesa della dignità femminile, Michelangela Barba incarna lo spirito più autentico del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi non si arrende mai alla violenza e alla paura.

     


    A Marco Omizzolo, sociologo, saggista e attivista per i diritti umani e del lavoro, per la sua instancabile battaglia civile contro il caporalato, le agromafie e ogni forma di sfruttamento lavorativo e sociale. Ricercatore e docente, autore di studi fondamentali sul fenomeno del bracciantato migrante e sulla comunità sikh dell’Agro Pontino, Omizzolo ha unito il rigore scientifico alla militanza civile, pagando sulla propria pelle il prezzo della verità. Formatore e autore di saggi, articoli e libri come La Quinta Mafia, ha contribuito a far emergere la fitta rete di connivenze tra criminalità organizzata, imprenditoria e sfruttamento del lavoro agricolo.

    Per la sua testimonianza limpida e per il suo costante lavoro di denuncia, Marco Omizzolo rappresenta lo spirito del Premio Nazionale Lea Garofalo: quello di chi, con la forza della verità e della conoscenza, continua a sfidare l’indifferenza e la paura.


    A Giancarlo Costabile, ricercatore di Storia dell’educazione presso l’Università della Calabria, per il suo impegno nel coniugare educazione, memoria e legalità in una visione pedagogica che restituisce alla scuola il suo ruolo più alto. Fondatore e coordinatore del progetto scientifico-didattico di Pedagogia dell’Antimafia, Costabile ha portato l’antimafia fuori dai tribunali e dentro le aule. Nel marzo 2019 ha promosso, insieme a Edoardo Martinelli, allievo di don Lorenzo Milani e coautore di Lettera a una professoressa, il seminario permanente “Barbiana 2040”, un laboratorio di scrittura collettiva e di riflessione pedagogica che riprende e rinnova l’eredità milaniana per la scuola del XXI secolo.

    Per aver fatto dell’educazione un atto politico nel senso più alto e nobile del termine, per aver restituito alla scuola la sua funzione emancipatrice e per aver tracciato, con coerenza e coraggio, una pedagogia dell’impegno e della libertà, Giancarlo Costabile è riconosciuto come Testimone del nostro tempo.


    A Corrada Pomillo, Maresciallo Capo dei Carabinieri, per l’esemplare impegno, la dedizione e la competenza con cui, in territori ad altissima densità criminale, ha incarnato i valori più alti del servizio allo Stato e della lotta per la legalità. Con una straordinaria operazione investigativa, condotta tra il 2020 e il 2024 alla guida della Stazione Carabinieri di San Martino di Taurianova, ha smantellato una vasta rete di narcotraffico internazionale, documentando un giro d’affari illecito di oltre un milione di euro. Un risultato investigativo di eccezionale rilievo che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dell’Arma con un encomio semplice conferito dal Comandante della Legione Carabinieri Calabria.

    Per aver difeso con onore la divisa e servito con dedizione la giustizia, per aver restituito alla comunità fiducia nello Stato e nella forza del bene comune, il Maresciallo Capo Corrada Pomillo riceve il titolo di Testimone del nostro tempo.


    A Giorgio Mottola, giornalista d’inchiesta della redazione di Report (Rai 3), per aver dedicato la propria vita professionale alla ricerca della verità e alla difesa del diritto di cronaca, cardine irrinunciabile di ogni democrazia. Con rigore, coraggio e lucidità, Mottola ha indagato le zone d’ombra del potere, svelando intrecci di corruzione, affari opachi e abusi istituzionali che minano la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue istituzioni. Le sue inchieste hanno contribuito a restituire senso e dignità al giornalismo d’impegno civile, in un tempo in cui informare è diventato un atto di resistenza.

    Per la coerenza, la professionalità e il rischio personale con cui continua a onorare il mestiere di cronista, Giorgio Mottola rappresenta la voce scomoda e necessaria di un’Italia che non si rassegna al silenzio e continua a credere nella verità, nella giustizia e nella libertà.


    A Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, per il suo costante impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, della Costituzione e della dignità del lavoro come fondamento della Repubblica. La sua voce, ferma e appassionata, ha saputo rappresentare non solo le istanze del mondo sindacale, ma anche quelle di un Paese che chiede giustizia sociale, sicurezza, parità e rispetto. In anni segnati da precarietà, disuguaglianze e smarrimento civile, ha mantenuto viva la tradizione del sindacalismo più autentico, quello che non si piega al potere ma lo interroga, lo sfida, lo richiama alla responsabilità verso i più deboli.

    Per la coerenza morale, la visione solidale e la tenacia con cui ha difeso il lavoro come valore umano e politico, Maurizio Landini è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di una resistenza civile che continua a credere nel potere collettivo della solidarietà e nella forza etica della giustizia sociale.


    A Mauro Esposito, testimone di giustizia, per il coraggio e la forza morale con cui ha scelto di denunciare la ’ndrangheta, rompendo il muro dell’omertà e schierandosi, senza esitazioni, dalla parte dello Stato e della verità. La sua storia è quella di un uomo comune che, di fronte alla violenza e al sopruso, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, pagando sulla propria pelle le conseguenze di una scelta radicale e di giustizia. Con la sua denuncia, Mauro Esposito ha contribuito a smascherare un sistema criminale che affonda le radici nel potere e nella paura, dimostrando che la legalità non è un concetto astratto, ma un atto di responsabilità personale e collettiva.

    Per l’esempio di coerenza e dignità civile e per aver incarnato l’essenza stessa dell’antimafia dei cittadini, Mauro Esposito è riconosciuto Testimone del nostro tempo, simbolo di quella Italia onesta che non si arrende e continua a credere nella giustizia, nella verità e nella libertà.


    A Pellegrino Passariello, Brigadiere dei Carabinieri Forestali, in servizio presso la Stazione Carabinieri Forestali Parco di Ottaviano, per lo spiccato impegno, la dedizione e l’eccezionale professionalità dimostrati nel contrasto agli illeciti ambientali in un territorio notoriamente segnato da un alto indice di criminalità organizzata. Nel periodo compreso tra il 2024 e il 2025, ha condotto personalmente numerose indagini che hanno portato a risultati operativi di straordinario rilievo: 190 persone deferite all’Autorità Giudiziaria, 83 sequestri eseguiti e 415 controlli sul territorio – molti dei quali effettuati all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Per l’elevato senso del dovere e l’integrità morale con cui ha servito lo Stato e difeso il bene comune, il Brigadiere Pellegrino Passariello riceve il titolo di Testimone del nostro tempo, come simbolo di una divisa che protegge, indaga e difende la vita, la terra e la legalità.


    MENZIONI SPECIALI

    A Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per l’impegno silenzioso ma tenace con cui, da oltre cinquant’anni, custodisce e difende la memoria di una verità negata: quella di un uomo innocente, morto il 15 dicembre 1969 nella Questura di Milano, in una notte che cambiò per sempre la storia repubblicana. Silvia ha scelto la via della dignità e della perseveranza, opponendo alla menzogna di Stato la forza della memoria e del pensiero critico. Il suo impegno civile e culturale, svolto lontano dai riflettori, ha contribuito a tramandare alle nuove generazioni il senso autentico della giustizia, della libertà e della resistenza morale.

    Per aver trasformato il dolore in testimonianza e la memoria in impegno, Silvia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di coerenza civile e di amore incrollabile per la verità e per la democrazia.


    A Claudia Pinelli, figlia dell’anarchico e partigiano Giuseppe “Pino” Pinelli, per la determinazione con cui ha continuato a chiedere verità e giustizia per una delle pagine più oscure della storia italiana: la morte del padre, simbolo della strategia della tensione e delle sue vittime innocenti. Claudia ha saputo coniugare la memoria familiare con un impegno pubblico lucido e coraggioso, mantenendo viva la lezione di libertà, solidarietà e umanità che Pino Pinelli ha incarnato fino all’ultimo istante. La sua voce, ferma e limpida, è oggi quella di chi non dimentica, di chi pretende verità non per vendetta ma per riconciliare il Paese con la propria coscienza civile.

    Per aver reso la memoria un atto politico e morale, e per aver difeso il nome del padre con la forza mite della verità, Claudia Pinelli riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come simbolo di resistenza civile e di amore per la giustizia.


    A Pasquale Chirichella, presidente dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino ETS, per il suo instancabile impegno nella diffusione della cultura della legalità e nella valorizzazione della memoria storica di uno dei più grandi simboli della lotta alle mafie: Joe Petrosino. Con passione e rigore, Chirichella ha trasformato un’eredità storica in un progetto culturale e civile di respiro internazionale, capace di unire le due sponde dell’Atlantico nel nome della giustizia, della verità e del coraggio. Sotto la sua guida, l’Associazione Petrosino è diventata un punto di riferimento per scuole, istituzioni e cittadini.

    Per la costanza del suo impegno, per la dedizione nel difendere i valori della legalità e per aver saputo trasformare la figura di Joe Petrosino in un simbolo contemporaneo di etica pubblica e responsabilità civile, Pasquale Chirichella riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.

    A Elia Minari, avvocato e fondatore dell’associazione Cortocircuito, per la lucidità e la determinazione con cui ha scelto di contrastare la ‘ndrangheta al Nord, raccontandone l’espansione in Emilia-Romagna. Con inchieste, documentari, conferenze e percorsi formativi nelle scuole e nelle università, Minari ha costruito un modello di antimafia civile e culturale, capace di unire conoscenza, etica e partecipazione. Il suo impegno testimonia che la mafia non è un problema del Sud, ma una questione nazionale.

    Per aver dato voce a una nuova generazione di cittadini consapevoli, per aver dimostrato che la verità non teme il potere e che la legalità è un atto di libertà, Elia Minari riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Francesco Zanardi, fondatore della rete nazionale Rete L’Abuso, per il suo coraggioso e instancabile impegno nel denunciare gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa e nel dare voce alle vittime di una delle più gravi ferite morali e civili del nostro tempo. Sopravvissuto a quegli stessi abusi, Zanardi ha trasformato il dolore in battaglia, l’esperienza personale in missione collettiva, costruendo un movimento che ha rotto il silenzio e imposto il tema della responsabilità ecclesiastica e istituzionale nel dibattito pubblico. Ha documentato casi, raccolto testimonianze, avviato azioni legali e informato l’opinione pubblica, nel nome della verità e della dignità.

    Per la forza morale con cui ha affrontato poteri forti e resistenze secolari, per l’impegno civile e umano che da anni porta avanti senza arretrare, Francesco Zanardi riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo.


    A Vincenzo Infantino, attivista per i diritti umani, per l’impegno costante con cui, da molti anni, si dedica alle missioni umanitarie internazionali e alla difesa dei diritti dei popoli oppressi. Durante la guerra nei Balcani, nel 1999, ha operato come volontario nel campo profughi di Valona, in Albania, offrendo aiuto e sostegno ai rifugiati. Dal 2003 aderisce al Comitato per non dimenticare Sabra & Chatila, abbracciando la causa del popolo palestinese e del Diritto al Ritorno. Ha denunciato le gravi condizioni di vita dei rifugiati. A Palmi, la sua città, è promotore di numerose iniziative civili e culturali contro la violenza e la subcultura mafiosa. Nel 2013 ha fondato un coordinamento dedicato alla memoria di Rossella Casini, uccisa dalla ’ndrangheta nel 1981.

    Per la sua dedizione alla causa dei diritti umani e per l’impegno nel promuovere la legalità come forma di resistenza morale, Enzo Infantino riceve la Menzione Speciale del Premio Nazionale Lea Garofalo, come esempio di cittadinanza attiva, coraggio civile e memoria viva.


    Alla memoria di Mario Coppetti, partigiano e cittadino esemplare, per l’alto valore morale e civile della sua vita, interamente dedicata alla libertà, alla giustizia e alla dignità umana. Combattente nella Resistenza, Mario Coppetti ha rappresentato una generazione che ha riscattato l’Italia dal buio della dittatura e dell’oppressione, restituendo al Paese la speranza di una democrazia fondata sul coraggio, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Dopo la guerra, ha continuato a testimoniare con la parola e con l’esempio i valori antifascisti e costituzionali, trasmettendo ai giovani l’eredità più preziosa: la consapevolezza che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte, ma va difesa ogni giorno. La sua memoria rimane viva come simbolo di coerenza, umanità e impegno civile, esempio luminoso di quella Italia migliore che ha saputo scegliere da che parte stare.

    Per aver incarnato con la propria vita il significato più alto della Resistenza e per aver lasciato un segno profondo nella storia civile del nostro Paese, Mario Coppetti riceve il Premio Nazionale Lea Garofalo, come testimone eterno della libertà e della dignità repubblicana.


    A Marisa Garofalo, sorella di Lea Garofalo, per il coraggio, la dignità e la forza con cui ha custodito e tramandato la memoria di Lea, simbolo eterno di libertà e di ribellione contro la ’ndrangheta. Con il suo impegno Marisa ha difeso la verità e l’onore di una donna che scelse di spezzare le catene dell’omertà, affrontando la solitudine e il dolore con la forza della giustizia. La sua voce, ferma e autentica, ha continuato a testimoniare la storia di Lea, restituendole umanità, verità e giustizia, contro ogni tentativo di oblio o strumentalizzazione.

    Per aver reso la memoria familiare un atto pubblico di resistenza, per aver difeso con amore e fermezza il nome di Lea e per averne proseguito la battaglia civile.


    A Angela Napoli, già Vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia e madrina del Premio Nazionale Lea Garofalo, per il coraggio, la coerenza e l’integrità con cui, in decenni di vita pubblica, ha difeso i valori della legalità, della giustizia e della libertà. Parlamentare di raro rigore morale, Angela Napoli ha combattuto con determinazione le infiltrazioni mafiose, denunciando con nome e cognome complicità, silenzi e connivenze che hanno avvelenato la democrazia. La sua voce, libera e intransigente, ha rappresentato un presidio di verità nel cuore delle istituzioni, anche quando la solitudine e le minacce avrebbero potuto spegnerla. Da sempre accanto ai testimoni di giustizia, alle donne che resistono e ai cittadini che non si arrendono, ha reso la politica un atto di servizio e non di potere.

    Per la limpidezza del suo impegno, per la forza con cui ha scelto la parte più difficile e per la costanza con cui continua a educare alla legalità e alla memoria.

     

    Premiati i “Testimoni del nostro Tempo”

  • 2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI

    al

    COMITATO PER I DIRITTI DELL’INFANZIA

    All’attenzione del CRC – Esamina Italia Marzo 2026

    2° Report Giustizia sul “Caso Italia”

    Preparato dall’Associazione Rete L’ABUSO – Osservatorio Permanente

    Relatore

    Francesco Zanardi

    -o-O-o-

    UN_REPORT_Nov_23

    L’Associazione Rete L’ABUSO (Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero) , nata e fondata da sopravvissuti italiani nel 2010. Referente per l’Italia di ECA Global (Ending Clergy Abuse). Oggi unico osservatorio in Italia che attualmente fornisce dati pubblici sui reati sessuali, in particolare quelli commessi dalle confessioni religiose.

    INTRODUCE

      – Nel 2022 la Conferenza Episcopale Italiana, oramai “costretta” dai progressi delle altre conferenze episcopali d’Europa, per bilanciare almeno in apparenza il pesante squilibrio italiano si troverà a doversi pronunciare anch’essa sulla situazione.

    Lo farà con il neoeletto Presidente della CEI – il Cardinale Matteo Maria Zuppi – annunciando una commissione di inchiesta ad oggi mai realizzata, svelando inoltre presso la Congregazione per la dottrina della fede, la presenza di 613 casi noti alla chiesa dal 2010 al 2022.

    Casi anche qui, di cui oggi non si sa più nulla.

    Nel contempo darà il via a quella che il Presidente Cei Zuppi battezzerà come “La via italiana”, annunciando in quella stessa sede anche l’apertura in ogni Diocesi di “Sportelli per le vittime”. Sportelli per i quali ad oggi hanno aderito poco più del 50% delle diocesi italiane.

    Come vedremo, parliamo in realtà di un escamotage per spingere le vittime a rivolgersi direttamente alla chiesa anziché all’Autorità Giudiziaria.

    Sportelli che a seguito di nostre verifiche effettuate attraverso i sopravvissuti che vi hanno avuto accesso, rileviamo non essere come propagandato, affatto utili per la vittima, molto più utili alla stessa chiesa.

    Parliamo di una sorta di “centri di ascolto” dove la vittima può denunciare in vista (promessa propagandata) di un “processo canonico” per quanto ha subito.

    Processo sul quale la vittima non viene informata anzitutto dell’incompatibilità che esiste con quelli che sono i processi dello Stato, basati sul diritto dell’uomo, mentre in sede canonica ci rapportiamo ai comandamenti del Decalogo, basati meramente sull’offesa a Dio.

    In quella sede viene redatta una sorta denuncia che darà senza certezza, in alcuni casi, avvio ad una indagine previa da parte della chiesa.

    Il racconto della vittima viene raccolto da un volontario (spesso privo di qualunque competenza) dopo di che sarà visionato da chi addetto all’indagine previa per poi finire in archivio, dove resterà nella completa disponibilità della Diocesi, ma non della vittima.

    Questa infatti non potrà avere copia di quella deposizione fatta e firmata allo sportello, tantomeno saprà quale uso la chiesa potrà farne in quanto la stessa deposizione è raccolta senza alcun consenso informato da parte della vittima, che in quella sede, non solo non è assistita da un legale, ma sulla base della ratifica della Carta di Lanzarote, non gode neppure dell’audizione protetta.

    In quasi tutti i casi esaminati si è ottenuta dopo la segnalazione allo Sportello Diocesano, la rimozione del sacerdote accusato, che poco tempo dopo però, nella maggior parte dei casi riappare come da manuale in altra parrocchia.

    Il caso di OMISSIS e di don Ciro Panigara (già recidivo per la chiesa) sono solo gli ultimi casi che documentiamo. (all. 1 e 2)

    Sempre presso gli Sportelli Diocesani, in alcuni casi vediamo proporre alla vittima un *”accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza”.

    In sostanza una cifra di indennizzo (in genere 25.000€) elargita però a titolo di sostegno (omettendo che è per gli abusi subiti) dietro la quale la vittima, rinunciando a poter reclamare in altra sede quanto subito, è vincolata alla “riservatezza” sul caso e sulle persone coinvolte.

    Grazie a ciò la chiesa può mantenere segreto all’opinione pubblica il caso e salvare sacerdote, spesso senza neppure spostarlo in altra parrocchia.

    *NOTA – Se pur vero che in Italia gli “accordi con il vincolo della riservatezza” sono legali, va fatto notare che in questi casi l’accordo ha la finalità di occultare oltre al crimine, l’identità dell’offender.

    La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha inoltre sottolineato che i casi denunciati presso gli Sportelli Diocesani, non saranno segnalati all’Autorità Giudiziaria Italiana, in quanto la legge in Italia non lo prevede.

    Sottolinea in’oltre che non conteggerà nei report annuali, i casi provenienti sia dall’Autorità giudiziaria che dalle Associazioni.

    Un chiaro segno di dissociazione non solo verso le regole della giustizia e della società civile, ma anche dagli stessi sopravvissuti e da qualunque parvenza di dialogo con loro.

    ESPONE

       –  Il 24 ottobre scorso la Rete L’ABUSO ha presentato il 2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia, che analizza i dati italiani dal 2000 a oggi.

    Report che a differenza del precedente ha raccolto questa volta oltre al dato nazionale, anche quello regionale conteggiando il numero di offender tra sacerdoti e indotto laico, il numero di sopravvissuti tra donne, uomini, adulti vulnerabili, persone con invalidità.

    Il Report quantifica inoltre la condizione penale dei casi, quanti mai denunciati, quanti denunciati, il loro stato di avanzamento, quanti arrivati a una condanna definitiva e quanti no.

    Oltre ai processi penali censisce sulla base dei dati forniti dai sopravvissuti a disposizione dell’Associazione, anche quanti processi canonici sono stati avviati e quanti di questi sono arrivati a una condanna.

    In oltre sonda quante di queste vittime sopravvissute hanno trovato concretamente il sostegno pubblicizzato attraverso i media dalla CEI, attraverso lo sportello diocesano o la chiesa stessa.

    Sostegno che da quanto sondiamo, quando presente si riduce nel migliore dei casi a una mera assistenza spirituale. (Link 1 – Documento integrale traducibile direttamente dalla pagina con Google Traslate)

    La Rete L’ABUSO, in occasione della presentazione pubblica del 2° Report, approfittando del dato suddiviso per ogni regione, ha voluto testare anche l’efficienza della Rete dei Garanti Regionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ai quali, il 6 ottobre ha inviato in anteprima il Report.

    Ebbene, hanno risposto solamente 2 garanti su 20.

    -o-O-o-

    (Estratti)   –  2° Report sugli abusi sessuali del clero in Italia.

    Totale casi censiti dal 2000 al 2025 compreso l’indotto laico, suddivisi per situazione penale.

    Dato aggiornato al 1 ottobre 2025

    Il sommerso che rileviamo (ovvero i casi noti ma omessi alla Magistratura) attualmente è di 839, quelli reo confessi 6, quelli caduti in prescrizione 61. Hanno patteggiato in 20, mentre 8 sono stati archiviati (quasi tutti per insufficienza di prova o testimonianza). Ne risultano pregiudicati / recidivi 9, mentre i casi denunciati risultano 46 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento). Ne risultano indagati 51 (n.b. alcuni di questi sono datati nel tempo, noti per la denuncia di cui non si è più avuta notizia relativa all’avanzamento del procedimento), condannati in 1° grado 27, in 2° grado 14, in via definitiva 155 (su 1250), condannati in sede civile 6, condannati in sede canonica 6.

    Per un totale di 1.250 casi di cui l’Autorità Giudiziaria italiana è riuscita a giudicare nei tre gradi di giudizio, solamente 155.

    Negli altri 1095 casi, i canali per la denuncia disponibili in Italia non hanno di fatto permesso ai sopravvissuti una possibilità di accesso alla giustizia, al tempo stesso la prevenzione.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Da quanto l’Osservatorio registra, i sopracitati 1.250 casi avrebbero prodotto un totale (parliamo solo di quello noto alla Rete L’ABUSO) di 4.623 sopravvissuti di cui; da sacerdoti 4.395, da suore 9, da scout 54, da catechisti 91, da laici 74.

    Tra i 4.623 sopravvissuti contiamo 515 donne e 4.108 uomini, di cui 5 sono suore, 11 persone con disabilità mentre 156 sono adulti vulnerabili.

    Risultano di età inferiore ai 18 anni 4.451 sopravvissuti.

    (Trovate il dato ulteriormente suddiviso per Regioni QUI)

    Dati di cui la CEI è ben cosciente, tanto da poterne certificare i nostri.

     

    Abbiamo infatti raccolto nello stesso arco temporale (2000 – 2025), le varie dichiarazione lasciate dalla CEI rispetto al numero di offender presenti in Italia.

    • Il 25/5/2010 Monsignor Mariano Crociata (Segretario Generale della Conferenza Episcopale) dichiarò 100 processi canonici avviati in dieci anni. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 3/2/2022 la Diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi censiti nella sola Diocesi. Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 28/5/2022 è il neo eletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, ad annunciare e rivelare in una conferenza stampa, l’avvio di una commissione d’inchiesta della Chiesa che analizzerà un arco temporale che va dal 2000 al 2022. In quella occasione dichiarerà 613 casi dal 2010, già in mano alla Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero). Ignoto il numero di sopravvissuti prodotti.
    • Il 17/11/2022, in attesa della Commissione annunciata dal Presidente Zuppi, la Conferenza Episcopale rilascerà il 1° report CEI che censirà nei due anni precedenti, un totale di 68 casi e un prodotto di 89 sopravvissuti di cui; 73 minorenni e 16 adulti vulnerabili. Di questi 37 sono donne e 52 uomini.
    • Il 16/11/2023 verrà reso noto il 2° Report CEI riferito all’anno 2022 che conterà 32 casi e un prodotto di 54 sopravvissuti di cui, 25 sono minorenni, 29 adulti vulnerabili. Le donne sono 44 e gli uomini 10.
    • Il 20/1/2025 la Diocesi di Bozano rilascia un secondo report riguardante la sola Diocesi che conterà questa volta altri 67 casi con un prodotto di 75 sopravvissuti. Di questi 51 minorenni, 24 adulti vulnerabili di cui 51 sono le donne e 24 gli uomini.
    • Il 28/5/2025 verrà reso noto il 3° report CEI che raccoglierà i dati del 2023 e del 2024 provenienti questa volta, dagli sportelli diocesani. I casi sono 69 con un prodotto di 115 sopravvissuti. Di questi sono 35 i minorenni, 51 sono donne e 64 uomini.

    (Trovate il dato completo e tutti i dettagli QUI )

     

    Sommando i casi dichiarati frammentariamente da CEI dal 2000 a oggi, si ottengono 1049 casi riferiti unicamente a sacerdoti.

    La Rete L’ABUSO, escludendo l’indotto laico ne documenta nello stesso periodo 1106, soli 57 casi in più di quelli che ha dichiarato negli stessi anni la chiesa. Direi che abbiamo fatto un ottimo lavoro!

    Nella poca trasparenza del dato dichiarato sempre dalla CEI – che non indica in alcun modo neppure da quale area geografica provenga, quale sia il numero delle vittime prodotte, quale sostegno la chiesa ha dato loro, dove operi attualmente e quali provvedimenti la chiesa abbia preso nei confronti del reo – grazie ai sopravvissuti, alla cronaca e alle varie fonti, siamo riusciti a censire in parte, sotto l’aspetto giudiziario canonico, l’operato della chiesa.

    Sotto il profilo del procedimento canonico registriamo dei 1.106 casi censiti dall’Associazione che risultano 76 processi avviati dalla giustizia canonica.

    Di questi, 17 si sono conclusi con una temporanea “sospensione a divinis”, in 7 casi invece i sacerdoti sono stati spostati restando impuniti in altra parrocchia, ne sono invece stati ridotti allo stato laicale o hanno presentato spontaneamente dimissioni 18 sacerdoti, in 5 casi il sacerdote si è suicidato mentre per i restanti 1.059 casi, non risulta avviato nessun procedimento a carico.

    Nessuno dei casi risulta essere mai stato segnalato dalla Chiesa all’Autorità Giudiziaria italiana che tuttavia, non ha obbiettato alla Chiesa neppure per la dichiarazione della CEI di omessa denuncia e mancata prevenzione, nella quale, per non lasciarsi mancare nulla, annuncia persino l’omissione di querela alle autorità italiane, dei casi a lei segnalati presso gli sportelli diocesani.

    Recentemente anche la Commissione Pontificia tutela minori si è espressa sull’operato delle Conferenze Episcopali nel mondo definendo quella italiana “maglia nera” in materia. (Link 2)

    CONCLUDE

    Doveroso premettere che i dati trattati sopra e riferiti unicamente al clero cattolico, nel caso dell’Italia siano proiettabili per l’intero paese.

    Il fatto che l’Associazione abbia reportato solo gli abusi del clero cattolico deriva da un’altra carenza, la totale assenza di dati nel paese, soprattutto da parte del Governo il cui Osservatorio nazionale del Ministero delle pari opportunità, oggi non è minimamente in grado di fornire.

    L’Associazione ha quindi utilizzato quelli nella propria disponibilità, certamente in grave difetto rispetto all’entità reale del fenomeno nel paese, di suo però già fin troppo significativi in questa sede.

    Nel ricordare a questo Comitato che in altri stati membri – parlando di chiesa – per meno di 100 casi sono state avviate commissioni indipendenti, inutile far notare che l’Italia, se pur decuplichi il dato a oggi si ostini, direi sistematicamente, nell’ignorare il problema.

    Come si evince chiaramente, il problema italiano al momento è in gran parte dovuto a una serie di vuoti legislativi di fondo, leggi “essenziali” dalle quali dipende il funzionamento di norme secondarie, in questo caso per la maggior parte riconducibili alla mancanza dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini.

    Vuoto di cui tuttavia non gode solo la chiesa e che si ripercuote inevitabilmente anche sulla popolazione civile colpendo in particolare le leggi NR. 172/2012 (convenzione di Lanzarote) e la NR. 69/2019 (riguardante il Codice rosso).

    Nel “Caso italiano” la chiesa si è solamente organizzata al suo interno per poter gestire autonomamente i reati commessi dai propri ministri e, in questo caso, si può dire che lo fa “nel pieno rispetto della legge”.

    Il fatto stesso che la Conferenza Episcopale Italiana abbia apertamente dichiarato che “non trasmetterà alle Autorità italiane i nominativi dei casi denunciati presso i propri sportelli” senza suscitare reazioni soprattutto da parte delle Istituzioni, è a nostro avviso sufficientemente esplicativo della gravità della situazione e di come al tempo stesso venga pubblicamente legittimata. Come se quanto accade fosse tutto “normale”.

    Situazione che si rispecchia e ripercuote come dicevo pocanzi anche nella società civile, in particolare nelle Associazioni di volontariato, per molti versi strutturalmente e in molte dinamiche simili alla chiesa che a differenza però, non coinvolgono solamente 31.000 unità come nel caso dei sacerdoti, ma ben 4,7 milioni di cittadini italiani che vi operano quotidianamente.

    C’è solo da sperare che la percentuale degli offender nel mondo laico non sia pari a quella del clero riportata in questo rapporto.

    Ad aggravare il tutto, il vuoto legislativo contenuto nel Certificato anti pedofilia di cui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo h)

    Un certificato già lui stesso vittima della mancanza dell’obbligo della denuncia, che in questo caso finisce per convogliare inevitabilmente quei pochi offender che vi rientrano, dando loro indicazione su dove poter predare in alternativa. Appunto, nel volontariato.

    Un volontariato che come la chiesa al suo interno si tutela a danno di bambine e bambini.

    Non a caso in Italia non vi è inverosimilmente notizia di casi in questi ambienti. Quelli che emergono infatti sono addirittura meno di quelli registrati nel clero.

    Vuoto su una norma “essenziale” che anche qui lamentavamo già nel precedente report e per il quale questo Comitato raccomandava di “ Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro.”

    (CRC/C/ITA/CO/5-6 punto 21 paragrafo g)

    Invece ci ritroviamo con un clero non solo impunito e che lascia senza giustizia migliaia di cittadini, ma addirittura, con il tacito consenso delle Istituzioni del paese gestisce ed amministra la giustizia dei cittadini rimasti vittime dello stesso.

    In riferimento al CRC/C/ITA/CO/5-6 (paragrafo 21), rileviamo in sostanza che nulla di quanto raccomandato da questo Comitato sembra essere stato concretamente attuato o almeno preso in considerazione dallo Stato membro.

    Tra i gravi regressi dello Stato membro segnaliamo il ddl Valditara contro l’educazione sessuo-affettiva, in attesa di approvazione da parte del Governo proprio in questi giorni. (link 2– link 3)

    -o-O-o-

    L’Associazione esprime al Comitato la sua forte preoccupazione per la grave regressione venuta a crearsi in Italia rispetto all’ultima esamina dello Stato membro.

    Il nesso causale di tutto ciò va indubbiamente ricercato nell’inerzia sistematica delle Istituzioni italiane, partendo da quelli che dovrebbero essere gli Organi di Garanzia di infanzia e adolescenza che, come abbiamo visto nel caso del 2° Report dell’Associazione che li riguardava direttamente, hanno risposto solo in 4 su 20.

    Ricordiamo le precedenti istanze al Governo italiano già segnalate nel nostro precedente report;

    la diffida dell’Associazione (link x) del febbraio 2018;

    l’Interrogazione parlamentare (link xx) del novembre 2018;

    il nostro precedente Report a questo comitato CRC (link xx) del novembre 2018

    tutti inevasi o senza risposta da parte dell’Istituzione.

    Il fatto che dei 1106 casi censiti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO solamente 155 risultano arrivati a una condanna definitiva, è estremamente significativo del malfunzionamento del sistema legislativo.

    Come chiaramente emerso già nelle sedute del 23 e 24 febbraio 2019  di fronte a questo Comitato che, domandando alla Delegazione italiana, quali strumenti di prevenzione fossero presenti nel paese, ottenne in risposta invece quali fossero le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    l’unico strumento attualmente è il certificato antipedofilia, purtroppo però pesantemente invalidato da quanto detto pocanzi.

    Situazioni che abbiamo reportato nell’aprile 2023 alla Procura Generale della Repubblica (link 3) che non ha mai risposto e tantomeno si è preoccupata di acquisire (in virtù della procedibilità d’ufficio) i nominativi dei più di 400 presunti offender all’epoca segnalati.

    Interpellato attraverso una petizione anche il Parlamento Europeo (Petizione integrale UE[337]_signed ) ottenendo in questo caso una risposta, purtroppo poco esaustiva che ad oggi non ha portato a nulla di fatto. (link 3)

    RACCOMANDA

    1. Estendere l’obbligo di denuncia – già esistente ma oggi limitato solo ai pubblici ufficiali – a tutti i cittadini. Di vitale importanza al fine della verifica preventiva oltre che all’efficacia di normative già in essere come il più volte citato “certificato anti pedofilia”. Questo inoltre supererebbe in gran parte l’onere oggi delegato unicamente ai vescovi che di fatto, appellandosi all’articolo 4 del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, per facoltà ne omettono puntualmente la denuncia alla Autorità Giudiziaria italiana. Questo restando nel rispetto del concordato al quale nulla verrebbe tolto.
    1. Estendere il “certificato anti pedofilia”, senza esclusioni a tutto il personale che opera anche saltuariamente a contatto con i minori.
    1. Implementare già dalla scuola primaria corsi a tutti i livelli che nella modalità adeguata all’età, permettano di recepire uno stato di pericolo, sfuggirne e poter riferirlo agli adulti.
    1. Creare protocolli di collaborazione e segnalazione con le forze dell’ordine accessibili a tutte le realtà associative (ONG), centri di ascolto che lo richiedono, affinchè si crei un sistema capillare di monitoraggio sul territorio, coinvolgendole direttamente, dando l’oro facoltà di poter seguire e monitorare a garanzia, l’iter della segnalazione.
    1. Quantificare a livello globale l’entità del fenomeno sul territorio dello Stato membro, compresi i casi acquisiti attraverso gli sportelli diocesani e non, dalla chiesa cattolica.
    1. Creare una commissione d’inchiesta sui reati commessi dalla chiesa cattolica, rigorosamente indipendente che garantisca l’assenza di ingerenze da parte della Chiesa ma anche dello Stato italiano, per decenni inadempiente.
    2. Che lo Stato stesso si faccia carico di chi risulta essere vittima accertata di abusi, valutando in base alla gravità formule di sostegno come l’invalidità pensionistica (che oggi in Italia ancora non riconosce il disturbo post traumatico da stress) o formule similari di sostegno.
    1. Garantire l’efficienza della rete Garante per la tutela dell’infanzia e adolescenza, come la nuova figura (in Italia al momento solo 4 regioni su 20) del Garante per le vittime di reato.
    2. Garantire partendo dai centri di ascolto diocesani che fungono da accesso alla Giustizia e al Tribunale ecclesiastico (se pur questo non sia equiparabile alla “giustizia dell’uomo” ma tuttavia tribunale che agisce sul territorio dello stato coinvolgendone i suoi cittadini che in quella sede sono sottoposti ad una riesumazione del trauma) il rispetto della normativa privacy, l’audizione protetta introdotta dalla Convenzione di Lanzarote ( 172/2012) e qualunque strumento di tutela psicofisica per le vittime risulti necessario.

     

             Il Relatore

       Francesco Zanardi

     

           Apposta firma digitale

    Fine del report

  • CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    Riportiamo degli estratti significativi degli interventi alla CEI riunita ad Assisi da parte di S.E.R. Mons. Thibault Verny e di S.E.R. Mons. Luis Manuel Alì Herrera, rispettivamente Presidente (da quattro mesi) e Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Particolarmente toccante è stata l’immagine della sedia vuota utilizzata dal primo e il riferimento all’emozione della paura effettuato dal secondo.

    “…Sono consapevole che il secondo Rapporto annuale della Commissione, avvenuto lo scorso 16 ottobre abbia suscitato alcuni malintesi in talune realtà ecclesiali, in particolare nella vostra Conferenza Episcopale. Permettetemi di ribadire quanto è chiaramente indicato nel documento stesso e quanto è stato sottolineato durante la presentazione nella Sala Stampa della Santa Sede: la Relazione è stata completata nel primo trimestre del 2025 e si riferisce ai dati raccolti nell’anno solare 2024. Detto ciò, in qualità di nuovo Presidente, mi assumo la piena responsabilità del lavoro svolto dal team della Commissione… Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa – insieme a voi – stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino.

    Come in ogni collaborazione viva, non mancano incomprensioni e divergenze. Tuttavia, è proprio in tali frangenti che siamo chiamati ad accompagnarci con prudenza e trasparenza, in una dialettica di ascolto sincero e apprendimento reciproco. Intendiamo proseguire su questa strada, condividendo il vostro impegno e le vostre procedure di tutela con un numero sempre maggiore di Chiese nel mondo. Così facendo, riconosciamo e valorizziamo ciò che funziona, mentre valutiamo e correggiamo ciò che può essere migliorato. Questo punto è cruciale: indicare con trasparenza le lacune nei sistemi di salvaguardia e offrire risposte professionali rafforza la credibilità della Chiesa, affinché la nostra casa ecclesiale sia un luogo sicuro per tutti, per le famiglie, i giovani e i bambini…

    Come vescovo francese, mi rivolgo a voi oggi con umiltà. Di fronte allo scandalo degli abusi sessuali, nessuno può affermare di operare alla perfezione. Credo che tutti stiamo cercando di fare il meglio possibile, riducendo al minimo il danno. In Francia è stata istituita una commissione indipendente, la CIASE, che ha avuto punti di forza e di debolezza, aspetti positivi e fragilità. Ciononostante, essa rappresenta un riferimento per la Conferenza Episcopale Francese… Inoltre, la metodologia e i risultati di tale commissione sono stati ripresi e convalidati dal governo francese, che ha successivamente istituito una commissione sugli abusi commessi nelle famiglie (CIIVISE).

    Sono convinto che non esista un modello unico di approccio. Spetta a ciascuna Conferenza Episcopale assumere la questione, discernere e decidere autonomamente, in base al contesto storico e culturale locale. Siamo qui per avanzare insieme e sostenerci reciprocamente. A ciascuno di noi spetta guardare con coraggio al passato e riconoscere la verità della situazione: solo così potremo gettare le basi per costruire il futuro.

    Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con Papa Leone XIV. In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie…” (Mons. Thibault Verny).

    ***

    “… considero un segno della provvidenza divina il fatto che stiamo conversando con voi proprio nel giorno in cui celebriamo la Giornata di preghiera per le vittime, con il tema “il rispetto genera relazioni autentiche”, indetta da questa Conferenza Episcopale… Per questo motivo, desidero ringraziare sinceramente i vescovi italiani che hanno scelto di partecipare a questo momento di dialogo: la loro disponibilità ha permesso di ricevere contributi ricchi di riflessioni ed esperienze che hanno arricchito anche la Commissione stessa. Se in qualche circostanza ciò che avete condiviso è stato percepito come travisato o trasmesso in modo inesatto, desidero esprimere il nostro sincero rammarico. La nostra intenzione è – e rimane – quella di servire la verità con delicatezza, nel rispetto di coloro che, con coraggio e onestà, hanno accettato di avviare un dialogo…

    È vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali. Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.

    Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile. L’importante è che questo percorso non diventi una competizione basata sui numeri, ma un processo di crescita comune in cui la ricerca, la verifica e l’accompagnamento siano finalizzati a un unico scopo: costruire fiducia.

    Solo la verità, anche quando è dolorosa, può diventare il fondamento di un rinnovamento e questo richiede rigore e indipendenza, per questo il lavoro scientifico e documentato, come quello avviato congiuntamente in Italia, rimane essenziale… Nel 2016, molte comunità di fedeli erano riluttanti a riconoscere la presenza di vittime o sopravvissuti al loro interno. Questa riluttanza a volte nasceva dalla paura, dalla paura di ascoltare le terribili verità che le vittime e i sopravvissuti ci raccontano. La paura che le nostre comunità non siano perfette e possano anche essere luoghi di orrore. La paura di non sapere cosa fare, come confortare, come aiutare. Paura di confrontarci con i nostri fratelli o sorelle che potrebbero aver commesso un crimine e del costo che questo potrebbe avere per loro e per noi.
    Troppo spesso questa resistenza ha tenuto molti uomini e donne rinchiusi nel silenzio per anni, per decenni, per tutta la loro vita.

    La nostra Commission crede fermamente che giornate come questa odierna è un esempio di come la preghiera si traduca in azione, in consapevolezza e accoglienza . Abbiamo assistito in questi 10 anni di giornate di preghiere un pellegrinaggio graduale e progressivo che sta smantellando questa paura e permettendo alle nostre comunità di diventare luoghi in cui le vittime e i sopravvissuti vengono ascoltati e sostenuti, con compassione e soprattutto con professionalità…

    Le esperienze concrete del popolo di Dio, quelle che toccano la sofferenza e la speranza della guarigione, devono poter entrare nei luoghi in cui si prendono le decisioni e si elaborano le linee guida universali. Solo in questo modo la riflessione non rimane astratta, ma si radica nella vita e diventa uno strumento di conversione pastorale. Questa collaborazione tra ricerca, pastorale e ascolto delle vittime è ciò che potrà far maturare una Chiesa più credibile e attenta ai segni dei tempi… Se voi ce lo consentite, la nostra missione è che la Commissione rimanga al vostro fianco, non come osservatore esterno, ma come compagno di viaggio…” (Mons. Luis Manuel Alì Herrera).

    Non è un caso che l’attenzione dei vescovi francesi sul problema abusi sia sempre alta. Un’indagine e un indirizzo si sono concentrati sui preti francesi (cfr. SETTIMANANEWS, 17/11/2025).

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

  • LA MENZOGNA DEI PADRI

    LA MENZOGNA DEI PADRI

    Da piccoli, al catechismo ci insegnano a vivere seguendo i dieci comandamenti, di questi uno ha sempre ritenuto la mia attenzione, l’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”.

    Mi sono sempre chiesta: ma la chiesa, perché non rispetta questo comandamento?

    All’età di cinque anni mi sono trasferita con la mia famiglia a Reggio Calabria, mia madre, molto credente e cattolica, pensò che sarebbe stato bene per me iscrivermi subito al catechismo e all’azione cattolica per farmi conoscere e frequentare altri bambini, ed inserirmi in un ambiente “sano e sicuro”.

    Ricordo ancora la prima festa del Ciao, tutte le parrocchie riunite in Duomo, io ero tra i più piccoli del gruppo acierrini, era la mia prima festa, la mia prima uscita, e mi sentivo grande, orgogliosa, contenta…ma un orco vestito di nero, col collarino bianco, ha distrutto ogni gioia di quel giorno.

    Al momento della foto di gruppo sull’altare, approfittando della confusione, di tanto rumore, mi prese in braccio, mi pose sulla sedia, mi teneva stretta sul petto con il suo braccio, mi bloccava con la sua forza e da dietro si strofinava il suo organo genitale sui miei glutei. Impossibile muovermi, chiedere aiuto, erano tutti intenti a fare la foto, e in quel momento, davanti gli occhi di tutti, subivo l’orrore dell’abuso sessuale di uno sporco prete, che abusava di una bambina, inerte, e dopo aver soddisfatto il suo squallido piacere, mi diceva : “Brava, sei stata brava, sei proprio una brava bambina!”… avevo solo 5 anni e non ho mai dimenticato il suo volto, schifoso, i capelli neri tinti, i suoi occhi sadici, la sua voce, le sue mani grosse, rozze…

    Mia madre non volle credermi, ma cosa peggiore raccontò tutto alla catechista, che mi portò dal parroco, un famoso esorcista, conosciuto e venerato da tutti in città, che ho odiato fino alla sua morte, perchè mi disse che ero una bugiarda, che avevo una fantasia malata e perversa, che stavo peccando contro Dio, e che Dio sapeva tutto e vedeva tutto, cosa peggiore questo schifoso prete esorcista, raccontò tutto ad altre catechiste in modo da prevenirle, e da allora fui guardata da tutti in modo strano, ogni volta che andavo in chiesa sentivo gli occhi su di me.

    Mi chiusi nel silenzio, non parlai più con nessuno, e iniziai a detestare quel prete, quella catechista, Francesca, che era acida, cattiva, che ogni qualvolta andavo al catechismo mi diceva che Dio mi osservava, e poi quel parroco esorcista che mi ricordava che avrei dovuto chiedere perdono a Dio in confessione.

    Arrivò il giorno della prima confessione, non volevo che fosse l’esorcista a confessarmi, cercai di mettermi in fila per un altro sacerdote, ed invece ad un certo momento sento la sua voce chiamare la catechista: “Francesca, vai a prenderla, portamela qui, adesso deve confessarsi con me!”

    Francesca venne a prendermi, mi strattonò dal braccio dicendomi che dovevo confessare i miei peccati davanti a Dio, la mia falsità!

    Avevo 9 anni, ricordavo perfettamente cosa era successo 4 anni prima, quella domenica in Duomo, e con vergogna sotto gli ammonimenti di quel verme di sacerdote, dissi che avevo peccato, ripetei quello che lui mi costrinse a dire: ho peccato, ho detto falsa testimonianza contro Dio, ho mentito, ho inventato tutto.

    Non avevo inventato nulla, a 5 anni avevo denunciato gli abusi della chiesa, ma ero piccola, innocente, sola, contro tutto e tutti, e ancora peggio, non sapevo di cosa la chiesa è capace, dei crimini celati dietro l’omertà e la falsità del clero.

    Quel sacerdote esorcista, purtroppo mi ha rovinato il giorno della comunione, perchè con la sua meschinità, non si è limitato soltanto a costringermi in confessione ad affermare il falso, no, la veglia della comunione mi costrinse al digiuno come penitenza per i miei peccati e il giorno della comunione sull’altare mi derise dicendo che ero tremenda, che avevo una perfida immaginazione.

    Dopo quel giorno non ho più voluto mettere piede in quella chiesa, non volevo più rivedere quell’essere schifoso, osannato da tutti come un santo, né quella catechista che mi hanno fatto stare male per anni.

    Da adulta, quando ho capito cosa avevo vissuto, un abuso sessuale da parte di un sacerdote pedofilo, ho voluto denunciare, ma mi sono trovata di fronte a dei muri di silenzio, sacerdoti, vescovi, tutti compatti nel dirmi che non potevo accusare qualcuno senza prove. Ho cercato negli annali della diocesi, volevo trovare il suo nome, ma mi è stato impedito, dopo l’abuso un altro abuso, quello dell’omertà di chi copre ed è complice, chissà quanti altri bambini hanno vissuto un’esperienza come la mia, e quanta sofferenza, dolore si sono dovuti tenere dentro.

    Un abuso non si cancella come il gesso sulla lavagna, resta indelebile sulla pelle, sul corpo di una vittima, è come una cicatrice che resta per sempre a ricordare quel dolore, ma la vita mi riservava altro ancora, avrei dovuto conoscere un dolore più grande, l’abuso spirituale, psicologico con fine sessuale.

    In un momento molto difficile della mia vita, mi sono avvicinata ad una comunità religiosa, un amico mi aveva parlato di un padre carismatico, dotato di un dono speciale, che faceva delle omelie meravigliose, e che mi avrebbe aiutata a ritrovare la pace in me stessa, mi avrebbe guidata spiritualmente.

    Con molti dubbi e freni, andai a conoscere quel padre, e la confessione mi deluse, molto superficiale e sbrigativa, quasi avesse fretta e dubitai che fosse un vero religioso.

    Volli comunque andare ad ascoltarlo a messa, in effetti, le sue omelie erano molto belle, anche molto preparate, mi convinsi a seguirlo ed in breve divenne il mio confessore, il mio padre spirituale.

    Mi confidavo con lui, gli parlavo dei miei problemi, delle mie sofferenze, lo vedevo come un fratello, un amico sincero, sicuro, un vero amico.

    Gli raccontai dell’abuso da bambina al Duomo, del mio dolore per non essere stata creduta, e del silenzio di tutta una vita per quell’abuso.

    I suoi occhi cambiarono in quel momento, ma non riuscìì a captare subito il motivo, mi ricordo quello che mi disse: “che bello che ti sei confidata con me, adesso il nostro rapporto è speciale, perchè mi hai confidato il tuo segreto.”

    Da quel giorno, iniziò a chiamarmi, a mandarmi messaggi per farmi andare da lui per la messa, per parlare, era diventato pesante, ma mi diceva che lo faceva per me, perchè aveva capito che avevo bisogno di lui, che mi voleva bene.

    Poi cominciò a parlarmi in modo strano, Dio lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi secondo Dio e natura, ma non era sesso, era un amore puro, totale, fatto di corpi ed anima. Mi parlò di un rapporto speciale, che doveva essere tenuto segreto agli altri, che io ero speciale e che avevo bisogno di un essere speciale come lui, e non dovevo aver paura perchè Dio voleva il mio bene e non dovevo temere nulla con lui.

    Mi prese la paura, non reggevo più quel rapporto, opprimente, malato, perverso, e lui divenne violento, furioso; non era più il padre buono, carismatico che avevo conosciuto, anzi forse non lo è mai stato!

    Iniziò ad insultarmi, a mortificarmi, a farmi sentire stupida, incapace, di colpo persi la stima per me stessa, e cosa peggiore era quel religioso, quel padre, che avevo scelto come mio padre spirituale a distruggermi in questo modo.

    Passò dall’abuso spirituale, allo psicologico infine sessuale, senza preoccuparsi delle conseguenze. Diceva che Dio era amore, che lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi, senza pudore, né vergogna, perchè Dio si era fatto uomo per amare l’umanità tutta.

    Mi diceva che la castità non esiste, che è un’ invenzione dell’uomo, e che in nessun testo della Bibbia si parla di castità, se Dio avesse voluto degli uomini casti, allora sarebbe andato contro natura ed avrebbe imposto la castrazione, e che la castità era un’invenzione della chiesa, che è la causa di tanti abusi contro i bambini e le religiose.

    Mi disorientò completamente, non poteva essere vero, lui, biblista, che parlava tanto di discernimento, della responsabilità dell’uomo delle proprie azioni, mi parlava ora come un animale in preda all’istinto e alle pulsioni sessuali che non controllava.

    Ho chiesto aiuto a dei confratelli, dei sacerdoti, teologi, che scrivono libri e fanno conferenze sul tema dell’abuso spirituale, religioso, ma nessuno mi ha creduta.

    Ben 7 sacerdoti mi hanno detto di tacere, di dimenticare, perdonare ed andare avanti, cercare di trovare altri interessi nella vita che mi facessero pensare ad altro, perchè altrimenti non avrei fatto nulla di buono e sarei sprofondata nella depressione.

    A tutti questi sacerdoti, oggi ho voglia di dire che la vostra omertà è un secondo abuso per me, perchè non si può dimenticare, non si perdona un abuso ed un abusatore facilmente, ma soprattutto questa è la mia vita, non sarà mai più la stessa, da quell’abuso ci sono state delle conseguenze indelebili ed oggi il mio interesse è che non ci siano più vittime che soffrano in silenzio.

    Con forza, grazie all’aiuto di tanti amici, che oggi sono la mia famiglia, ho denunciato, ma nonostante la denuncia, le prove schiaccianti contro di lui, la falsa mistica, la perversione, il suo narcisismo patologico, la sua manipolazione, questo religioso ha continuato ad esercitare per mesi, a celebrare la messa con i bambini, a pubblicare ogni giorno lectio bibliche, ergendosi come guida spirituale per l’umanità.

    Mentre io per mesi mi annientavo, sprofondando nel silenzio, nella depressione, nell’indifferenza di tutti coloro che mi hanno detto di tacere, perchè un caso non è grave, che vuoi che sia, un caso, uno scivolone può capitare a tutti nella vita, basta rialzarsi…peccato che quel caso abbia segnato per sempre la mia vita!

    Come negli scacchi si muovono le pedine, così nella chiesa si spostano i preti una volta denunciato l’abuso, e come ogni mossa prevedibile, il religioso in questione è stato trasferito, per “motivi di salute”, ma la realtà è ben altra, è stato sospeso e non potrà ricoprire nessun incarico religioso perchè accusato di abuso spirituale, psicologico a sfondo sessuale.

    Mi chiedo come sia possibile credere in una chiesa così falsa, che adduce ragioni di salute per coprire un abusatore, fin quando la chiesa ha intenzione di nascondersi dietro un dito, e continuare a proteggere tutti coloro che neppure lontanamente nutrono un sentimento cristiano?

    Fin quando la chiesa continuerà a nascondere gli abusi, ad essere omertosa, a non voler ascoltare le vere vittime, proteggendo l’abusatore che non ha il coraggio delle sue azioni e si proclama vittima suo malgrado?

    Si ha umanità per l’abusatore, gli si procura un avvocato d’ufficio per difenderlo in tribunale, uno psicologo, per aiutarlo perchè manifesta un disagio psichico conseguente alla denuncia, avendo fino ad allora goduto di ottimo umore, e la vittima? Chi pensa alla vittima?

    Della vittima non ci si preoccupa, la vittima resta nel limbo, in un sentimento di colpa, in attesa di avere notizie delle indagini, del processo, e di tutto quello che la chiesa dovrebbe assicurarle, assistenza medica, psicologica, neppure l’ombra, perchè non è mai considerata in quanto tale, ma “presunta” vittima!

    Non mi piace usare il termine vittima, nè survivor, sopravvissuta, perchè entrambi i termini sottintendono una forma passiva, io sono VIVA e ATTIVA, e la mia voce, un tempo in silenzio, deve essere oggi un grido stridente per le orecchie sorde che non hanno voluto sentire!

    La colpa non è MAI della vittima, che ha trovato la forza di denunciare, ma dell’abusatore che ha tradito la fiducia, la fede e l’amore.

    La copla è solo di chi ha ferito, mai di chi ha avuto il coraggio di dire basta.

    Denunciando, so di aver fatto qualcosa di profondamente GIUSTO, anche se doloroso, perché ho denunciato qualcosa che sta sconvolgendo ormai da mesi la mia quotidianità.

    Ho avuto il coraggio di dire la verità  dove altri hanno preferito il silenzio e, in questo , c’è una forza rara, che nessuno potrà mai togliermi, perchè oggi la mia vita è la conseguenza di quell’abuso, e finalmente ho liberato me stessa.

    Ho rotto una catena invisibile fatta di paura, vergogna e inganno, ho dato voce a tante altre donne che, come me, hanno conosciuto la manipolazione scambiata per guida spirituale.

    Spero che ogni giorno, un pochino alla volta, ogni vittima riesca a sentire la leggerezza che merita, la pace che ci spetta e l’orgoglio di aver scelto la verità, essendo fieri e orgogliosi di se stessi.

    La chiesa dovrebbe rileggere l’ottavo comandamento, che proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri. Questa norma morale deriva dalla vocazione del popolo santo ad essere testimone del suo Dio il quale è verità e vuole la verità. Le offese alla verità esprimono, con parole o azioni, un rifiuto di impegnarsi nella rettitudine morale: sono profonde infedeltà a Dio e, in tal senso, scalzano le basi dell’Alleanza.

    Fin quando la chiesa considererà una menzogna, una falsa realtà per chi non deve sapere la verità, non assumerà mai le sue responsabilità, e continuerà a non vedere oltre il suo dito, e a vivere nella continua menzogna dei padri.

                                                                                                                                                                 Libera