Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • “Distinto, colto”… e pedofilo. Il caso di “don Gianni” fa discutere la nazione

    “Distinto, colto”… e pedofilo. Il caso di “don Gianni” fa discutere la nazione

    È approdato su La7 il caso di Giovanni Trotta, ex parroco dei Monti Dauni (Pietramontecorvino e Casalnuovo Monterotaro) condannato a 8 anni per violenza sessuale verso un 11enne. Durante la trasmissione “Bianco e Nero” incentrata sulle cronache italiane, conduttore e ospiti hanno cercato di rispondere alla domanda: “Chi ha coperto don Giovanni?”. Eh già, perchè è emersa solo pochi giorni fa la notizia della mancata denuncia da parte della Chiesa che nel 2012 si limitò a togliere l’abito talare al 56enne non divulgando i motivi del suo allontanamento “per evitare scandalo” scrisse la Congregazione per la Dottrina della fede, l’ex Santo Uffizio, nel provvedimento di dimissione dello stato clericale. Peccato però che sottacendo l’informazione, l’uomo sia tornato a colpire. Infatti, nonostante una condanna già in capo a “don Gianni”, l’ex parroco sarà nuovamente processato per presunti altri 9 casi di abusi. Nell’udienza preliminare del 7 febbraio scorso dinanzi al gup del Tribunale di Bari Roberto Oliveri del Castillo, l’imputato ha chiesto ed ottenuto di essere processato con il rito abbreviato. Trotta è ancora accusato di abusi su minorenni tra i 12 e i 13 anni che facevano parte dello stesso gruppo di giovani calciatori del primo ragazzino.

    “Bianco e Nero” ha strappato una battuta a Raimondo Giallella, sindaco di Pietramontecorvino: “Chi è stato in silenzio è complice – ha detto il primo cittadino -. Ora attendiamo che le indagini facciano piena luce”.

    Angelo Delle Donne, invece, dirigente della squadra di calcio per la quale “don Gianni” aveva lavorato, ha lasciato tutti perplessi con le sue dichiarazioni: “Una persona distinta e colta. Un amico. Certo non lo posso giustificare, assolutamente ma l’amicizia è un’altra cosa”. Inutili i tentativi di contattare l’avvocato da parte della trasmissione. Il legale di Trotta ha insistito sulla presunzione di innocenza del suo assistito evitando altre domande: “È possibile che l’avvocato di un uomo ridotto allo stato laicale e ritratto in foto hard con dei bambini possa invocare la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio?” il quesito posto dal programma di La7 in chiusura di servizio.

    Ricordiamo, infine, che la Congregazione, all’epoca guidata dal cardinale Joseph Levada, impose al vescovo che “la nuova condizione di sacerdote dimesso non doveva provocare scandalo nei fedeli. Tuttavia – aggiunse – se sussiste il pericolo di abuso per i minori l’Ordinario può divulgare il fatto”. Silenzio, quindi. In pochi in paese sapevano, in realtà, che Trotta non era più un prete. “Al funerale del padre aveva il collarino ecclesiastico” raccontano oggi. “Frequentava la chiesa, ci aveva detto che era in attesa di una nuova destinazione”. Cominciò così ad allenare la squadra giovanile. I ragazzini furono bombardati dalle sue avance eppure nessuno denunciò. Poi la dirigenza della squadra lo allontanò per “motivi etici”, senza avvisare la polizia che arriverà qualche giorno dopo su delega della pm di Bari, Filoni. È a quel punto che si aprì uno scenario definito “agghiacciante” dagli inquirenti.

    http://www.immediato.net/2017/02/14/distinto-colto-e-pedofilo-il-caso-di-don-gianni-fa-discutere-la-nazione/

  • Scandalo prete pedofilo a Foggia, le telecamere della D’Urso alla ricerca di Mons. Cornacchia

    Scandalo prete pedofilo a Foggia, le telecamere della D’Urso alla ricerca di Mons. Cornacchia

    Il Vescovo non riceve la giornalista ma fa sapere che la vicenda non è di sua competenza

    Le telecamere di Pomeriggio 5, programma pomeridiano condotto da Barbara D’Urso, sono giunte a Molfetta alla ricerca di Mons. Domenico Cornacchia, cercando di raccogliere sue dichiarazioni in merito alla vicenda dell’ex prete foggiano accusato dalla Procura di aver abusato sessualmente di 11 minori.

    I fatti risalirebbero al 2012, anche se la Curia ne era da tempo a conoscenza; in quegli anni proprio Monsignor Cornacchia era a capo della Diocesi di Lucera.

    Attraverso la denuncia del bambino di soli 11 anni, l’atrocità degli abusi era stata scoperta, ma il prete, l’ormai ex “don Gianni”, non era stato mai denunciato alle autorità; l’unica misura disciplinare inflitta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede era stata quella di ridurlo allo stato laicale e di abbandonare l’abito talare.

    Così, seppur degradato, Gianni avrebbe, secondo quanto le cronache hanno reso noto, continuato sostanzialmente a comportarsi da prete, tant’è che molti parrocchiani, come riportano alcune testate nazionali, non sembravano essere a conoscenza dell’accaduto o non hanno dato peso alla vicenda, ignari dei veri motivi dell’allontanamento dell’uomo che così avrebbe continuato a stare in stretto contatto con molti bambini. L’ex sacerdote, infatti, divenne allenatore di una squadra di calcio giovanile ed è in quel momento, siamo nel 2014, ed avrebbe, sempre secondo alcune ricostruzioni, continuato imperterrito a rubare l’innocenza di almeno altri 10 bambini.

    Finalmente, dopo la denuncia di un genitore, scattarono le perquisizioni e contro di lui vennero ritrovati filmati, dvd, foto e chat rigorosamente con bambini; tutto conservato nel soppalco a casa della madre novantenne.

    L’uomo attualmente si trova in carcere, poiché condannato dell’ottobre del 2015 a otto anni di reclusione con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni di un bambino di soli 11 anni, oltre alla produzione di materiale pedopornografico, le stesse accuse che lo porteranno a processo per reati perpetrati nei confronti di una decina di bambini, tutti tra gli 11 e i 12 anni.

    Monsignor Cornacchia ha affermato di non sapere nulla di don Gianni e, in occasione del servizio giornalistico realizzato da Videonews, non si è concesso alle telecamere; al telefono un addetto stampa ha riferito alla giornalista la sua intenzione di non rilasciare dichiarazioni anche perché il pedofilo non era più un religioso.

    http://www.giovinazzoviva.it/notizie/scandalo-prete-pedofilo-a-foggia-le-telecamere-della-d-urso-alla-ricerca-di-mons-cornacchia/
  • Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    Giovanni Paolo II, un altro papa che ha appoggiato fino alla morte i preti pedofili

    L’avvocato Thomas Doyle ha affermato che nel 1985 Wojtyla inviò un vescovo negli Stati Uniti con l’obiettivo di coprire vari sacerdoti abusatori di minori. Ratzinger e Bergoglio hanno seguito i suoi passi.

    Daniel Satur @saturnetroc

    Secondo alcune agenzie internazionali come EFE o Deutsche Welle nelle ultime ore è stata prodotta in Australia una “notizia”. L’avvocato statunitense Thomas Doyle, specializzato in diritto canonico, ha confermato che il papa “Giovanni Paolo II conosceva la copertura di abusi sessuali” e che, lontano dall’agire per combatterlo, lo ha convalidato.

    L’affermazione di Doyle si è prodotta nella cornice delle udienze che sta portando avanti una commissione che ha avuto impulso dal governo australiano che investiga sui casi di abusi sessuali contro minori commessi nelle istituzioni pubbliche, sportive e religiose di questo paese.

    Tuttavia, a questa livello della partita, affermare che il Vaticano ha coperto e copre, sistematicamente, tutti i membri (con o senza sottana) della chiesa cattolica che violentano bambine e bambini non è per niente una novità. In ogni caso, ciò che è interessante dell’affermazione di Doyle è che lui parla della sua propria esperienza personale con Karol Wojtyla, il papa che ha governato l’istituzione tra il 1978 ed il 2005.

    Il problema e la “soluzione”

    Nel contesto delle udienze in Australia, Doyle ha ricordato che nel 1985 il Vaticano ha ricevuto varie informazioni sugli abusi sessuali commessi dai preti su minori d’età in, almeno, quattro diocesi degli Stati Uniti. E che una di queste informative è stata elaborata da lui stesso, in qualità di avvocato specializzato in diritto canonico (la legge interna per la quale si regge la chiesa cattolica).

    Il letterato statunitense disse che in quel momento chiese al Vaticano di inviare un vescovo in Luisiana per far sì che potessero abbordare i casi di pedofilia denunciati. Tanto l’informativa come la richiesta furono inviati da lui al cardinale di Filadelfia John Krol, il quale lo ha portato personalmente a Roma e lo ha consegnato al papa.

    Giovanni Paolo II ha designato allora il vescovo AJ Quinn come responsabile di intervenire nell’argomento. Ma secondo Doyle, Quinn “è risultato essere parte del problema, non della soluzione, perché si è dedicato a cercare la maniera nella quale potessero continuare con la copertura”.

    Come si è detto, a questo livello non è per nulla una novità che il Vaticano e le gerarchie ecclesiastiche di tutto il pianeta si sono specializzate per secoli nell’orchestrare ogni tipo di manovre per tacitare quante violenze a minori sono state prodotte tra le mura di conventi, parrocchie e collegi, con la conseguenze copertura ed impunità degli aguzzini.

    In ogni caso la cataratta di notizie che durante gli ultimi anni si succedono senza fermarsi non portano alla luce niente di nuovo rispetto alle condotte ecclesiastiche se non che parlano del coraggio di migliaia e migliaia di vittime che si sono animate a rompere i patti di segretezza ed hanno denunciato con nomi e cognomi coloro che hanno oltraggiato le loro infanzie. Vittime che, nella loro gran maggioranza, hanno potuto parlare essendo già adulti e non senza attraversare lunghi processi di autoriconoscimento come tali.

    Ciò che è inevitabile, è chiaro, è che con ogni nuova testimonianza sorgevano nuovi dati che permettono comporre il puzzle di metodologie, discorsi e trame simboliche, che si mettono in pratica per consumare cotanta impunità e permettere che gli abusi e violenze si continuino a riprodurre per i secoli dei secoli.

    La scuola di Francesco

    Scandali come quelle delle sedi argentine dell’Istituto Provolo, messo in luce alla fine dell’anno scorso, con i preti Nicola Corradi e Horacio Corbacho alla testa di decine di abusi sessuali a bambine e bambini sordi, lontani da “sorprendere” e “fare notizia”, servono per affondare un poco di più nel fango dell’ipocrisia, la pateticità e l’ignominia coloro che si riempiono la bocca (e i portafogli) parlando di morale e amore al prossimo.

    In questo sito si è già specificato il ruolo di Francesco nelle trame di copertura ai preti pedofili del Provolo. Anche del suo amico, l’arcivescovo di La Plata Héctor Aguer, il quale ha avuto nella sua orbita vari dei denunciati della sede che l’istituto ha nella capitale bonaerense.

    Le recenti dichiarazioni dell’avvocato Thomas Doyle in Australia non fanno altro che confermare che Bergoglio, al di là delle sue diatribe e rapporti aggiornati, è un degno discepolo dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger.

    In un articolo intitolato “I papi e la pedofilia”, pubblicato tre anni fa nel sito La Excepción, è stato detto con precisione che “il papa Giovanni Paolo II ed il suo  cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi papa, Joseph Ratzinger ‘imposero l’obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, eccetera, per far sì che non arrivasse alle autorità civili niente di ciò che aveva a che vedere con casi di pedofilia ecclesiastica’.

    Li si menziona anche un  motu proprio (documento papale) dello stesso Wojtyla, secondo il quale si ordina ai membri della chiesa di avvisare, prima che altri,  la Congregazione per la Dottrina della Fede se vengono a conoscenza “con una certa verosomiglianza, di un delitto riservato, dopo avere realizzato un’indagine preliminare”.

    L’articolo de La Excepción cita a sua volta un lavoro pubblicato dal filosofo Paolo Flores d’Arcais nel quotidiano El País in aprile del 2010, intitolato “Il Vaticano e la pedofilia”. Lì l’autore spiega che, con queste precise direttive, “papa e prefetto informati di tutto (di più, essendo gli unici a sapere tutto) sono, esclusivamente, chi ha la prima e l’ultima parola a proposito dei procedimenti che si devono seguire. La “pena” massima (quasi mai inflitta) non va mai al di là della riduzione in stato laico del sacerdote. In generale, il castigo si limita a trasferire il sacerdote da una parrocchia ad un’altra. Dove, ovviamente, reitererà il suo delitto. “Pena” esclusivamente canonica, in ogni caso. Non si deve effettuare alcuna denuncia davanti alle autorità civili”.

    In questa maniera, conclude Flores d’Arcais, Giovanni Paolo II y Benedetto XVI “hanno preteso ed imposto che i crimini di pedofilia fossero trattati esclusivamente come peccati, invece che come delitti, o al massimo come “delitti di Diritto Canonico”.

    Senza penitenza

    La testimonianza dell’avvocato Thomas Doyle apporta dati che servono per comprendere cosa fa o cosa non fa la gerarchia cattolica negli assunti di abusi sessuali ecclesiastici contro minori d’età. Lo fa anche la commissione che oggi sta indagando sul tema in Australia. Per esempio, si sa già che tra il 1980 ed il 2015 circa 4.500 persone, come minimo, hanno denunciato in questo paese casi di abusi sessuali a minori da parte di quasi duemila preti, laici o monache.

    Ma mentre migliaia e migliaia di vittime continuano a parlare, denunciando e rompendo il silenzio, la chiesa di Bergoglio continua con la sua sostenuta morale senza nemmeno prendere le misure minime per far sì che la pedofilia ecclesiastica smetta di riprodursi.

    Per caso, nessun gerarca cattolico denuncia davanti alla giustizia civile le sue  “pecore smarrite”.

    E molto meno si aprono i fetidi archivi dei tribunali canonici, custoditi a sette mandate, che getterebbero un’importante luce su infinità di casi che le sottane con potere pretendono condannare al silenzio e alla dimenticanza.

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://www.laizquierdadiario.com/Juan-Pablo-II-otro-papa-que-banco-a-muerte-a-los-curas-pedofilos

  • Prete di San Giuseppe abusò di ragazzino a Pollena: la Curia lo “assolve”

    Prete di San Giuseppe abusò di ragazzino a Pollena: la Curia lo “assolve”

    Sul caso di presunti abusi sessuali subiti da A.R. da parte del reverendo S.M. che da qualche anno vive a San Giuseppe Vesuviano «non sono emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale». Lo spiega la Cancelleria della Curia arcivescovile di Napoli in una nota sul caso sollevato da A.R., che in una lettera inviata al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, denuncia il cardinale Crescenzio Sepe «per la grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio».

    Nella lettera l’uomo racconta di essere stato abusato tra il 1986 e il 1992 dal suo insegnante di religione. Il cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio nella nota spiega che «nel 2010 la Curia di Napoli aveva ricevuto alcune lettere del signor A.B. e del suo psichiatra che denunciavano presunti abusi subiti dallo stesso dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte del reverendo S.M.

    Nonostante fino a quel momento il reverendo avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due parrocchie, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse». Il vicario generale, questa la ricostruzione della Cancelleria della Curia, «incontrò e ascoltò prima A.B., quindi il suo psichiatra, e infine lo stesso don S.M., il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato da A.B.». E, «nonostante nulla confermasse le accuse, si convenne insieme al reverendo sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi».

    Nel 2014 A.B., prima personalmente poi tramite il suo legale, aveva chiesto «di essere ancora una volta ascoltato dall’Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati». Nel frattempo «A.B., sostenuto dalla rete “L’Abuso”, si era rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi – prosegue la nota – con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una “investigatio previa”. Pertanto nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore e un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso».

    Inoltre, aggiunge la nota, «nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto al signor A.B. di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata a un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta “ricostruzione della memoria testimoniale”. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando». Quindi, conclude la nota, «trasmessi gli atti dell’attività istruttoria alla Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico del reverendo don S.M.».

    http://www.ilfattovesuviano.it/2017/02/prete-san-giuseppe-abuso-ragazzino-pollena-la-curia-lo-assolve/

  • Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Da sei anni denuncia di essere stato vittima di abusi, ancora tredicenne, da parte di un sacerdote. Ma i suoi appelli alla Curia di Napoli, accusa l’uomo, sono rimasti inascoltati. E così Diego Esposito (nome di fantasia), quarantenne di Ponticelli, si è rivolto al Papa per «denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Gli addebiti contenuti nella missiva inviata a Bergoglio l’11 ottobre scorso, sono stati respinti dalla Curia di Napoli, nella nota diffusa ieri. Gli «atti dell’attività istruttoria» legati alla storia di Esposito – recita il comunicato – sono stati trasmessi alla Congregazione per la dottrina della fede ma «questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale».

    Come stanno davvero le cose? «Nell’anno 2010 – dice il cancelliere di Sepe – abbiamo ricevuto «le lettere da parte della presunta vittima di abusi e del suo psichiatra risalenti al periodo tra il 1986 e il 1992». I I fatti incriminati, sono quelli denunciati più volte da Diego Esposito in passato: studente delle medie presso l’istituto Borsi 2 di Ponticelli, fu vittima di violenze da parte del suo insegnante di religione, S.M, allora viceparroco alla Santissima Annunziata di Pollena Trocchia.

    Nel 2009, a vent’anni da quelle dolorose circostanze, Esposito è preda a un’ansia sempre più incontenibile. Decide
    di rivolgersi a uno psichiatra e poi di sporgere denuncia ai Carabinieri di Ponticelli. Ma è ormai il 2010: il presunto reato non è perseguibile, perché caduto in prescrizione. L’uomo non demorde e a maggio del 2010 si rivolge al cardinale Sepe, «senza avere alcuna risposta», precisa. Ma la nota della Curia smentisce: «L’Arcivescovo – vi si legge – incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine». Fu ascoltata «la stessa presunta vittima», «il suo psichiatra» ed il sacerdote accusato che «fin da subito negò». «Nonostante nulla confermasse le accuse – spiega il comunicato – si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi». Ma è proprio su questo «distacco», che la vicenda si tinge di giallo. Si scopre difatti nel 2012 che don S.M. è stato trasferito all’istituto alberghiero C. Russo di Cicciano, dove insegna religione a breve distanza dalla parrocchia di Pollena Trocchia. E che, dopo le segnalazioni della rete anti-pedofili l’Abuso e della stessa presunta vittima, il prete viene trasferito di nuovo nel 2013 in una scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla. Indignato, Esposito scrive una prima lettera a papa Francesco all’inizio del marzo 2014: accusa il cardinale Sepe di aver ignorato per quattro anni le sue denunce. Tre settimane dopo, il 26 marzo, il Vaticano risponde con una missiva firmata da monsignor Becciu: «Quanto comunicato è stato portato all’attenzione del Dicastero competente». Papa Francesco sarà di parola. La Congregazione per la dottrina della fede affida il 2 ottobre 2014 «all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare un’indagine. Ma a questo punto arriva l’intoppo. Su indicazione del Vaticano, precisa la Curia, Esposito viene invitato a sottoporsi a una perizia psichiatrica di parte, ma l’uomo oppone alla richiesta un secco rifiuto. È forse questa la ragione che nel 2016 fulmina il processo contro il prete accusato da Diego?

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  • Foggia, la Chiesa sapeva ma non “parlò”: ex prete violenta 11 bambini

    Foggia, la Chiesa sapeva ma non “parlò”: ex prete violenta 11 bambini

    Lʼuomo era stato ridotto allo stato laicale nel 2012 per “delicta cum minoribus”, ma la Congregazione decise di mantenere segreti i motivi dellʼallontanamento

    Torna in un’aula di tribunale Giovanni Trotta, ex prete ridotto allo stato laicale, già condannato nell’ottobre 2015 a 8 anni di reclusione per violenza sessuale su un bambino di 11 anni e finito nuovamente in carcere a giugno 2016 con accuse analoghe per reati commessi su una decina di bambini. Polemiche sulla decisione della Chiesa di allontanarlo, già nel 2012, senza però divulgarne i motivi, permettendo di fatto che l’uomo trovasse nuove vittime.

    La riduzione allo stato laicale – Trotta, o don Gianni, come era conosciuto un tempo, era stato infatti ridotto allo stato laicale nel 2012 per “delicta cum minoribus”, ma la Chiesa allora non divulgò i motivi dell’allontanamento, permettendo di fatto che l’uomo potesse in seguito allenare una squadra di calcio di giovanissimi.

    Il silenzio per non dare “scandalo ai fedeli” – All’epoca la vicenda si “risolse” tutta internamente alla Curia. Le prime denunce arrivarono nel 2009 e, nel 2012, la Congregazione per la dottrina della fede decise la riduzione allo stato laicale. Nessuno però denunciò Trotta in procura e, in più, la Congregazione impose al vescovo di non divulgare le ragioni del suo allontanamento per non creare “scandalo ai fedeli”.

    Perché nessuno ha parlato quando don Trotta iniziò ad allenare una squadra di giovanissimi? – Ma è nella stessa decisione della Congregazione che si pone un limite alla riservatezza: ovvero nel caso in cui “se sussiste il pericolo di abuso per i minori, l’Ordinario può divulgare il fatto”, si legge infatti nel provvedimento. Ma perché allora nessuno ha fatto niente quando don Trotta ha iniziato ad allenare la squadra di giovanissimi? A far esplodere lo scandalo per altro non sarà nemmeno l’associazione sportiva, che infatti decide l’allontanamento dell’allora allenatore Trotta per “motivi etici”, ma senza denunciare nulla alla polizia. Sarà invece la denuncia di un padre a portare don Trotta al centro dell’indagine che gli costerà il carcere.

    I “non sapevo” della Curia – Nel frattempo nella Curia di Foggia è un rimpallo di responsabilità scanditi a suon di “non sapevo”. L’allora vescovo monsignor Domenico Cornacchia rilancia infatti la palla: “Non era un presbitero diocesano, avrebbe dovuto controllare il suo superiore generale e provinciale”.

    http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/puglia/foggia-la-chiesa-sapeva-ma-non-parlo-ex-prete-violenta-11-bambini_3055599-201702a.shtml

  • Prete pedofilo, la difesa della Curia

    Prete pedofilo, la difesa della Curia

    In una nota la replica alla denuncia di un 40enne contro il cardinale Sepe per non aver avuto giustizia “Non emersero elementi sufficienti per avviare un processo penale nei confronti di quel sacerdote”
    L’INDAGINE STELLA CERVASIO UN uomo contro la Curia di Napoli.
    Diego Esposito nome di fantasia – è oggi un quarantenne che denuncia di essere stato violentato da un prete per 4 anni a partire da quando ne aveva 13. Si è
    rivolto a papa Francesco, che con il “motu proprio” ha deciso che la responsabilità delle indagini sui casi di pedofilia che infestano la Chiesa è dei vescovi.

    La Curia risponde che «per due volte non è risultato nulla» a carico di S.M., il sacerdote accusato dalla vittima. Una brutta storia di orchi che Diego
    Esposito (nome di fantasia) racconta da quando, sei anni fa, ebbe un crollo emotivo, e, da un letto di ospedale rivelò alla mamma e alla moglie di essere stato un bambino abusato.

    Violentato da un sacerdote viceparroco dell’oratorio che frequentava, lui ragazzino di una periferia difficile: Ponticelli. Un religioso che, quando lui andò a dirgli che stava male per quel tremendo ricordo che l’aveva marchiato a fuoco, rispose: «Di’ un’Ave Maria». Lo stesso prete si fece strada nei cuori dei familiari di Diego, che all’inizio non riusciva ad accusarlo e se lo ritrovava davanti di continuo: intanto era cresciuto e fu lui a unirlo in matrimonio alla moglie e battezzò i suoi due figli quando nacquero.

    Dopo anni il coraggio venne fuori, come spesso capita in casi come questo. «Vado avanti, non mi fermo, voglio spiegazioni dalla Curia», dice Esposito per il quale i legali di “Rete L’Abuso” – un network formato da vittime di storie come la sua – hanno fatto una richiesta di danni in sede civile di oltre l milione di euro che illegale Carlo Grezio ha corredato con una perizia medico legale. A credergli e ad aiutare Diego furono uno psichiatra, Alfonso Rossi, e il responsabile di “Rete L’Abuso”, Francesco Zanardi. La storia è tornata a galla l’ll ottobre scorso, quando Esposito ha presentato un esposto al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, nel quale scrive: «Intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Denuncia alla quale la Curia ha risposto ieri con una nota della Cancelleria arcivescovile, a firma del responsabile padre Luigi Ortaglio: «Nonostante il reverendo S.M. avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse ».

    Furono effettuate verifiche ascoltando Esposito e il suo psichiatra e lo stesso S.M. «il quale fin da subito negò decisamente ». Ciononostante prosegue la nota «si convenne insieme a S.M. sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco presso una comunità religiosa fuori diocesi». Lo spedirono in Umbria, a Città di Castello.

    Passano 4 anni e Esposito torna alla carica per essere ancora ascoltato dalla Curia e scrive a Bergoglio. Viene convocato da uno psichiatra incaricato dalla Curia. Ma la perizia – informa il comunicato – «non si può espletare per il rifiuto del periziando».
    Esposito smentisce: «Mi chiesero dieci incontri e allora mi opposi. Quel medico non faceva altro che dare la colpa a me per quello che era accaduto». Il caso venne quindi chiuso: «La Congregazione per la dottrina della fede – dice ancora la nota di Palazzo Donnaregina – nel 2016 ritenne non essere emersi gli elementi
    sufficienti per avviare un processo penale a carico di don S.M.».

    Francesco  Zanardi è a capo dell’associazione delle vittime “Rete L’Abuso”: «Abbiamo altri  cinque casi con accuse a don S.M. So cosa prova una persona quando non riesce a ottenere giustizia, non quella economica ma il riconoscimento di quello che ha  subito». Un’osservazione sul comunicato della Curia: «Nella nota del cardinale si  legge che il procedimento è stato chiuso nel 2016 – dice Zanardi – ma sappiamo di  una conversazione telefonica di due settimane fa in cui a Diego dalla Curia  riferiscono che la questione è ancora aperta.

    Non è giusto tenere falsamente sulle spine una persona che non ha avuto un minimo di risarcimento neanche sotto il profilo umano. Quel sacerdote fu mandato in una comunità dove indirizzano tutti i preti che hanno avuto la sua stessa accusa e dove è stato anche don Desio, parroco di Saronno condannato per pedofilia e altri di cui si sono interessate le cronache. Riceviamo regolarmente proteste dai preti di Città di Castello che dicono che non viene esercitata alcuna sorveglianza su questi religiosi inviati lì “per il recupero”, che escono dalla struttura quando vogliono».

    STELLA CERVASIO. Repubblica Napoli del 07-02-17

  • Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    L’intera vicenda ricostruita in una lunga nota, dopo la denuncia al papa

    di STELLA CERVASIO

    Sul caso di Diego Esposito, il nome di fantasia dato alla persona che si è rivolta a papa Francesco per denunciare una presunta inadempienza della Curia di Napoli che non avrebbe indagato sulla violenza che avrebbe subito da bambino da un sacerdote, la Curia arcivescovile ha diffuso una nota firmata dal cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio.

    “Nel 2010 la Curia riceveva alcune lettere della persona in questione e del suo psichiatra, dott. Alfonso Rossi, che denunciavano presunti abusi subiti da questa persona all’età di 13 anni da parte di don S.M. negli anni 1986-92”, scrive il responsabile della sezione legale della Curia, ricostruendo la vicenda. “Nonostante il reverendo avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due parrocchie, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse”.
    “Il vicario incontrò e ascoltò la persona in questione, quindi il suo psichiatra, nonché infine lo stesso sacerdote, il quale fin da subito nbegò decisamente la veridicità di quanto affermato dal denunciante. Comunque – continua la nota della Curia – si convenne insieme al parroco sull’oppportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia presso una comunità religiosa fuori diocesi.

    Nel 2014 il giovane “prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati”.

    Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete L’Abuso si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, “nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto” al denunciante “di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta ‘ricostruzione della memoria testimoniale’. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando”.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/accuse_al_cardinale_sepe_la_curia_abbiamo_svolto_tutte_le_indagini_-157701543/
  • Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof  di religione, la Curia mi ignorò»

    Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof di religione, la Curia mi ignorò»

    Napoli, la lettera-denuncia del napoletano Diego: «Ho avvertito dopo anni il cardinale degli abusi subiti ma nulla si è mosso. E l’insegnante resta ancora al suo posto»

    NAPOLI – Molestato dall’insegnante di religione, e il cardinale Sepe, avvertito dopo molti anni dall’accaduto, non ha promosso nessun approfondimento della vicenda. È questo il succo della lettera-denuncia di Diego (nome di fantasia) pubblicata su Repubblica e diretta a papa Francesco, al prefetto della Congregazione per i vescovi e il cardinale Marc Ouellet. «Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» è l’attacco di Diego, che racconta di aver subito molestie nell’89 da parte del professore di religione, tra i banchi di scuola media. Molti anni dopo, nel 2010, avrebbe richiesto un colloquio all’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, dopo aver svelato a moglie e figli la storia degli abusi subiti. Ma, pare, Diego non ha ottenuto risposta. Da qui il j’accuse nei confronti della Curia partenopea, rea secondo Diego di non aver indagato sull’accaduto. Contestuale è partita anche la denuncia nei confronti del prof di religione.

    «Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine – si legge nell’articolo -. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo».

    In una lunga nota diffusa sul caso dalla Curia di Napoli, il cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio ricostruisce la vicenda e conclude evidenziando che «trasmessi gli atti dell’attività istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale». «Nell’anno 2010 – si evidenzia – la Curia arcivescovile riceveva lettere» da parte della vittima di abusi e del suo psichiatra, il dottor A. R., che denunciavano presunti abusi subiti dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte di un sacerdote, don S.M., negli anni 1986-1992. «Nonostante fino a quel momento» il sacerdote «avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due Parrocchie, l’Arcivescovo incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse. Il Vicario generale pertanto incontrò ed ascoltò» prima la presunta vittima, il suo psichiatra ed il sacerdote «il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato. Comunque, nonostante nulla confermasse le accuse, si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi».

    La nota della Curia

    Nel 2014 il giovane «prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiasticae di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati». Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete “L’Abuso” «si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, «nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto» al denunciante «di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta “ricostruzione della memoria testimoniale”. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando».

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_febbraio_06/trentenne-scrive-papa-accusa-sepe-fui-molestato-prof-religione-curia-mi-ignoro-a384e1e2-ec5c-11e6-927f-422b8117ee28.shtml

  • “L’amore del cardinal Bertone per i sordi” di Federico Tulli

    “L’amore del cardinal Bertone per i sordi” di Federico Tulli

    di Federico Tullli – Il 30 maggio 1998 si svolse nelle stanze della congregazione per la dottrina della fede in vaticano una riunione l’area era tesissima a presiedere l’incontro era l’allora segretario della congregazione monsignor tarcisio bertone con lui ci sono altre sei persone monsignor girotti don antonio mamma dell’ufficio disciplinare padre antonio ramos monsignor weakland arcivescovo di milwaukee una diocesi statunitense il suo vescovo ausiliare monsignor skiba e monsignor fleece vescovo di superior una cittadina della diocesi.

    Insieme devono decidere in che modo affrontare il caso di padre lawrence murphy e reo confesso ai suoi superiori di abusi su oltre 200 bambini sordomuti le violenze erano state compiute nell’arco di 24 anni nelle parrocchie della diocesi di milwaukee in cui sacerdote veniva trasferito ogni volta che lo scandalo rischiava di diventare di dominio pubblico cioè incontrollabile.

    Bertone ha tra le mani la diagnosi dello psichiatra che era stato assunto dalla diocesi di milwaukee per occuparsi di padre murphy il medico dopo aver esaminato il sacerdote scrisse nel rapporto murphy non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure quanto rilevato dallo specialista però risulta rilevante difatti il cardinal bertone dispose per padre murphy la condanna a riflettere sulla gravità del male fatto fino a quando non darà prove di ravvedimento tutto ciò dovrà accadere in un luogo isolato quindi lontano da occhi indiscreti molto probabilmente un monastero.

    Pochi mesi dopo aver ricevuto questa punizione e 21 agosto il 98 murphy muore senza aver mai speso una parola per le vittime senza essere mai comparso davanti al tribunale laico o religioso che si ha del resto con un processo canonico nei suoi confronti osserva a bertone nel documento confidenziale protocollato col numero 111 barra 96 che riassume le fasi dell’incontro e che è stato pubblicato insieme al rapporto della medico citato prima sul sito del quotidiano statunitense new york times appunto osserva bertone con un processo si corre il pericolo di grande scandalo qualora il caso venisse pubblicizzato dalla stampa oltretutto aggiunge sempre bertone questo procedimento è inutile per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti.

    Ripeto la citazione per bertone il processo nei confronti di padre murphy è inutile per la difficoltà dei sordomuti a testimoniare senza aggravare i fatti al termine del verbale subito dopo le considerazioni conclusive del segretario di joseph ratzinger all’epoca a capo della congregazione per la dottrina della fede sarebbe diventato benedetto xvi sette anni dopo nel 2005 si legge questa frase prima della conclusione dell’incontro monsignor weakland tiene a riaffermare che sarà difficile far comprendere alla comunità dei sordomuti la lieve entità di questi provvedimenti.

    Poi c’è la data infine il silenzio


    Il documento originale pubblicato per la prima volta dal New York times

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