Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Savona: trent’anni di omertà e coperture. Intervista a Francesco Zanardi

    Savona: trent’anni di omertà e coperture. Intervista a Francesco Zanardi

    Prendete un prete pedofilo, recidivo e molto chiacchierato. E poi tre vescovi, che di quel prete conoscono le inclinazioni e le malefatte e che tuttavia, uno dopo l’altro, non fanno nulla per impedirgli di reiterare i suoi crimini. È un quadro agghiacciante quello che negli ultimi due anni ha cominciato ad assumere contorni sempre più nitidi grazie all’instancabile attività di denuncia delle vittime e al lavoro della procura di Savona. Nella città ligure, per circa trent’anni, mons. Dante Lafranconi, mons. Domenico Calcagno e mons. Vittorio Lupi (i tre vescovi succedutisi alla guida della diocesi a partire dai primi anni ’90), hanno coperto e protetto don Nello Giraudo, sacerdote pedofilo responsabile di numerosi abusi recentemente condannato a un anno di reclusione con la condizionale. Il fatto che i tre alti prelati sapessero è provato da documenti inoppugnabili, fatti sequestrare dalla procura in una cassaforte segreta della diocesi.

    Francesco Zanardi, prima di diventare il portavoce della Rete L’abuso e di cominciare il suo paziente lavoro di informazione e di sensibilizzazione relativo al caso Giraudo, è stato, quando era poco più che un bambino, una delle vittime di don Nello. Insieme a luiAdista ha tentato di ricostruire l’intricata vicenda dello scandalo pedofilia che ha investito la diocesi di Savona-Noli. Una vicenda che vede protagonisti, oltre a Giraudo e ai tre vescovi, anche altri sacerdoti condannati per abusi sessuali su minori. Soprattutto, una vicenda emblematica di come le gerarchie cattoliche siano spesso tutt’altro che inclini a contrastare con decisione la piaga della pedofilia, a collaborare con la giustizia e a garantire innanzitutto la sicurezza della vittime. Passate e future.

    Da quanto tempo erano note le “inclinazioni” di don Giraudo?

    Giraudo è diventato sacerdote nel 1980. Proprio in quell’anno commette la sua prima violenza sessuale, perlomeno fra quelle di cui siamo a conoscenza: viene infatti sorpreso ad abusare di un suo alunno a Valleggia, in provincia di Savona, dove faceva l’insegnante di religione presso una scuola elementare. Il vescovo di allora, Giulio Sanguineti, lo sposta quindi come parroco a Spotorno, dove all’epoca vivevo anch’io e dove l’ho conosciuto. Lì Giraudo comincia ad abusare di diversi ragazzini. Lo fa per lo più durante i campi estivi e le gite in montagna, usando come scusa quella di dormire insieme nella stessa tenda. Io, insieme ad altri due o tre, ero fra i suoi preferiti. Gli abusi sono proseguiti, nel mio caso, dagli 11 ai 16 anni, quando mi allontanai dalla parrocchia. Don Nello rimase invece a Spotorno fino agli anni ’90.

    Quindi fino all’arrivo in diocesi di Lafranconi…

    Esatto. Alla fine del 1991 a Sanguineti succede mons. Dante Lafranconi, l’attuale vescovo di Cremona, che si trova ad avere a che fare con almeno due preti pedofili: Nello Giraudo e Giorgio Barbacini. Ad entrambi, Lafranconi consente addirittura di aprire due comunità per minori in difficoltà. Tieni presente che di Giraudo era risaputo che era un pedofilo. A Barbacini viene affidata la comunità per minori stranieri denominata “Migrantes”, che aveva sede in pieno centro a Savona nel palazzo dei canonici. Don Nello, invece, viene assegnato, nel 1996, ad una piccola parrocchia sulle alture di Finale Ligure, in località Orco Feligno. Qui gli viene concesso di aprire una comunità per ragazzi minorenni in difficoltà, “La Lanterna”. Giraudo in quel periodo era talmente chiacchierato che i servizi sociali dei Comuni circostanti cominciarono a rifiutarsi di mandare minori in affido alla sua comunità… Fra l’altro, è proprio a causa di queste voci sempre più insistenti che, nel 2003, “La Lanterna” verrà chiusa.

    A Lafranconi subentra, nel 2002, mons. Domenico Calcagno, recentemente creato cardinale. L’avvicendamento determina qualche mutamento nel comportamento della diocesi nei confronti dei due preti pedofili?

    Assolutamente no, anzi. Calcagno metterà Giraudo a fare il cappellano del carcere. L’ultimo abuso commesso da don Nello di cui si ha notizia è però proprio di questo periodo. Si tratta della violenza su un diciassettenne, avvenuta nel 2005 durante un campo scout dell’Agesci, per la quale il sacerdote è stato recentemente condannato. Questo semplice fatto dimostra come Giraudo, durante l’era Calcagno, non abbia avuto limitazioni di sorta nel frequentare bambini e adolescenti. A quel campo partecipava in qualità di cuoco. Sarà un’assistente del campo che si accorgerà, parlando con il ragazzo, dell’avvenuta violenza, anche se poi metterà tutto a tacere.

    Nel frattempo, nel 2001, è scoppiato il caso della comunità “Migrantes”. Don Giorgio Barbacini viene infatti sorpreso dai carabinieri mentre è intento a sodomizzare un ragazzino sulla spiaggia di Varazze. Seguirà una denuncia e un processo che si concluderà, nel 2004, con una condanna a 3 anni e 6 mesi. Grazie a Calcagno, tuttavia, don Giorgio non sconterà mai la pena. L’allora vescovo di Savona lo aiuterà infatti a trovare rifugio in un convento svizzero, da dove Barbacini rientrerà in Italia solo qualche anno più tardi, ovvero quando non rischia più di finire in carcere per effetto dell’indulto varato dal secondo governo Prodi. Del resto, quella non è stata l’unica volta in cui il neocardinale ha aiutato un latitante a nascondersi.

    A quale altro caso ti riferisci?

    A quello del sacerdote inglese di origini pakistane Youssef Dominic. Un caso che a un certo punto ha assunto una rilevanza internazionale. Nel 1996 padre Youssef era stato arrestato e condannato per pedofilia a Londra. Dopo un periodo di carcere, era stato rimesso in libertà su cauzione, e a quel punto era fuggito. Scotland Yard aveva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura, ma il prete era riuscito a far perdere le tracce. Nel 2004, ricompare ad Albissola Marina. Qui il canale televisivo americano Dallas News lo scova e lo fotografa mentre dice messa e dà la comunione. Calcagno allora lo nasconde nel convento dei benedettini di Finalpia, dove rimarrà fino al 16 dicembre del 2009. Quel giorno padre Youssef muore. Una morte in realtà molto misteriosa, che avviene proprio nel periodo in cui la procura di Savona apre un’indagine su Giraudo e sulle coperture di cui ha goduto in diocesi.

    Cosa c’è di misterioso nella morte di Dominic?

    Al riguardo ci sono diverse versioni, che presentano più di un’incongruenza. Secondo i benedettini di Finalpia Dominic è morto fra le 7,15 e le 7,30 a Finale Ligure, per un malore avuto durante la sua consueta passeggiata mattutina sul lungomare. Ci sono però delle persone che possono testimoniare di averlo visto dire messa, quello stesso giorno, verso le 8. Infine, esiste un certificato di morte che parla di un decesso avvenuto alle 12,13 al pronto soccorso di Pietra Ligure, per insufficienza epatica. Il cadavere, altra circostanza curiosa, viene rimpatriato in fretta e furia in Pakistan già il giorno successivo a quello della morte.

    Torniamo a Giraudo. Nel 2008 diventa vescovo di Savona Vittorio Lupi, tutt’ora in carica.

    Sì, e anche questa volta le cose non cambiano. Persiste attorno a don Nello un clima di omertà e di sottovalutazione della sua pericolosità. Lupi, ovviamente, è ben consapevole del fatto che il sacerdote è un pedofilo. Pochi mesi dopo il suo insediamento alla guida della diocesi, mi riceve e, prima che io possa aprir bocca, afferma: «Io so già che lei mi vuole parlare di don Nello, qui bisogna che giochiamo a carte scoperte». Nella stessa occasione dichiara anche di aver già parlato con la famiglia di Giraudo. Io in quell’incontro denunciai tutta la storia, ma nei mesi successivi da parte di Lupi non venne preso alcun provvedimento. Nel marzo del 2010 il caso scoppierà sui giornali, diventerà un caso nazionale, e solo allora Lupi sosterrà che Giraudo è stato ridotto allo stato laicale già dalla metà del 2009. Si tratta in realtà di un’affermazione falsa, perché esiste uno scambio epistolare fra Lupi e l’arcivescovoLuis F. Ladaria, segretario delle Congregazione per la Dottrina della Fede, che prova che la richiesta di riduzione allo stato laicale risale proprio al marzo del 2010, quando il caso è ormai diventato di dominio pubblico. Durante l’episcopato di Lupi, ad ogni modo, Giraudo viene trasferito nell’abbazia di Finalpia, la stessa che ha ospitato Youssef Dominic. Lì, ogni mercoledì, ci sono più di 100 bambini per il catechismo, e l’edificio è situato nelle vicinanze di una scuola elementare e di un asilo. Quando ho saputo che ci lavorava don Nello, ho scritto per chiedere spiegazioni tanto al vescovo quanto all’abate, senza ottenere mai risposta. Lo scorso 4 gennaio mi sono quindi deciso ad andare davanti al convento per sensibilizzare le mamme dei bambini che nell’abbazia frequentano il catechismo, e solo a quel punto Giraudo è stato allontanato.

    Hai avuto ripercussioni, sul piano personale, per il tuo impegno di denuncia e di informazione?

    Purtroppo sì. Oltre a diverse minacce anonime, le ripercussioni ci sono state anche da un punto di vista lavorativo. Basti pensare che, quando era vescovo Calcagno, avevo una società che faceva impianti elettrici e avevo preso un appalto dalla diocesi. Ad un certo punto i pagamenti sono stati sospesi, per ben 15 mesi, tanto che, col passare del tempo, ho dovuto a mia volta smettere di pagare i fornitori e non sono stato più in condizione di lavorare, né per la diocesi né per altri. Ma non sono stato l’unico a finire nel mirino di Calcagno. Anche don Carlo Rebagliati, che era economo della diocesi, ha subito un vero e proprio mobbing, e questo perché ha testimoniato di fronte ai magistrati in sostegno alle vittime. Don Carlo è stato poi dimesso dallo stato clericale in seguito ad una denuncia per istigazione alla prostituzione, che si rivelerà infondata e per la quale verrà chiesta l’archiviazione. (m. z.)

    da Adista Notizie n. 11 del 24/03/2012

  • Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza

    Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza

    Prete pedofilo: in conferenza stampa gli abusi di don Carlo Chiarenza
    Il protagonista del caso è T.P., nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia in conferenza stampa, accusando don Carlo Chiarenza
    di Redazione 22/03/2012

    Prete pedofilo: ad Acireale aggrediti cameraman e giornalista 3 Prete pedofilo: ad Acireale aggrediti cameraman e giornalista
    Acireale: allontanato il prete accusato di pedofilia 2 Acireale: allontanato il prete accusato di pedofilia
    Acireale: prete pedofilo confessa gli abusi 18 Acireale: prete pedofilo confessa gli abusi

    “Io ti inseguivo, e qui forse è stato l’errore, inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E questo lo facevo non ponendomi limiti. Tu forse non ricordi, ma io quasi mai prendevo l’iniziativa: cioé io avvertivo che tu avevi bisogno di essere abbracciato. Ma è stato una volta?”. “Si… un paio di volte”. “Io avevo solo il ricordo di una volta.. così.. non perché ci fosse un piano, né perché io avessi desideri: c’é stato un momento che mi sembrava di compiacerti, mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti, di esprimerti. è stato un modo di dirti che ti volevo bene”.

    E’ uno dei passaggi centrali di una conversazione tra il sacerdote e l’uomo che da ragazzino, ad Acireale, afferma di essere stato vittima di abusi da parte del religioso. Questa conversazione -registrata all’insaputa del prete – è stata fatta ascoltare oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa. Oggi anche la polizia postale di Catania ha acquisito la registrazione. Da un mese a questa parte, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo testimonianze su questo e altri casi di pedofilia.

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    A denunciare l’intera vicenda, attivando così anche gli inquirenti che hanno aperto un fascicolo, è stata l’associazione La Caramella Buona. Il protagonista del caso è T.P., nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia, accusando don Carlo Chiarenza, all’epoca parroco di San Paolo ad Acireale, di aver abusato di lui quando aveva 14-15 anni tra il 1989 e il 1990. Il caso di Teodoro di fatto è caduto in prescrizione per la giustizia italiana. “Ma sono a conoscenza almeno di una decina di casi di abusi – ha dichiarato – per i quali è ancora possibile intervenire”.

    Oltre a una registrazione in cui il religioso si esprime con frasi che suonano come un’ammissione di colpa, sono state presentate le copie di una lettera e di una cartolina, firmate da don Carlo. In una si legge “un bacio ‘mangereccio’ ciao”. Nell’altra si allude alla frequentazione di una ragazza da parte del giovane: “Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi ti voglio un mare di bene! Non lo fare più potrei mangiarti tutto. Un bacio furioso”.

    http://www.cataniatoday.it/cronaca/pedofilia-acireale-don-carlo-chiarenza.html

    22/3/2012
    Testimonianza-choc
    VITTIMA DI ABUSI SESSUALI ACCUSA PRETE IN CONFERENZA STAMPA
    VATICANISTA DE LA STAMPA
    Ha scelto la sala stampa estera a Roma per portare alla luce una vicenda intima e dolorosa rimasta nascosta per un ventennio in una parrocchia di Aci Reale. Teodoro Pulvirenti oggi ha 35 anni e vive a New York come ricercatore medico. Quando aveva 14 anni fu ripetutamente abusato sessualmente dal suo parroco. Oggi è stato il protagonista di una conferenza stampa organizzata dall’associazione anti-pedofili Caramella buona per raccontare la sua vicenda e denunciare un sacerdote che – rimosso dal vescovo attuale solo il mese scorso – nel frattempo avrebbe abusato indisturbato numerosi altri minori. E sul quale ormai indaga la Procura di Catania e la Polizia postale. Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma. Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano. E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: «Mi sentivo sporco», gli dice Pulvireti. «Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. È stato un modo di dirti che ti volevo bene». Denunciato, a febbraio, Chiarenza è stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia. Ora questa registrazione è stata acquisita dalla polizia postale di Catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. «Il mio caso è caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’è una decina per cui la giustizia può fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare». L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di «protezioni» e «scaricabarile tra vescovi», definendo «più virtuale che concreto» l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a «trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo» della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo. Ma il vero pugno nello stomaco è il racconto di Teodoro: «Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papà. C’era un gruppo di giovani più vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbracciò, cominciò a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, nè una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessità di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, iniziò a dirmi ‘ti voglio benè, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi più in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo. Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire». Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarietà – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. «Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullità». In mano Teodoro stringe un rosario: «È quello di mia madre, mi dà forza. Io credo in Dio, ma non posso più credere nella Chiesa».

    ABUSI SESSUALI
    Prete pedofilo: «Era perché ti volevo bene»
    Catania, dopo 20 anni don Carlo denunciato.
    Teodoro Pulvireti mentre racconta degli abusi sessuali subiti da adolescente

    (© Ansa) Teodoro Pulvireti mentre racconta degli abusi sessuali subiti da adolescente

    Ha denunciato pubblicamente gli abusi sessuali che ha subito all’età di 14-15 anni a opera di un prete: Teodoro Pulvireti, ora 37 enne, si è sfogato nel corso di una conferenza stampa il 21 marzo, dopo anni di dolore nascosto.
    L’uomo, di origine catanese, è ricercatore negli Stati Uniti e lo scorso febbraio ha deciso di denunciare don Carlo Chiarenza, il parroco che ha abusato di Pulvireti tempo fa, quando era d’ufficio a S. Paolo di Acireale.
    DOPO ANNI, LA DENUNCIA AL PRETE. Il sacerdote è stato poi decano della Basilica di S. Lorenzo e dopo la denuncia è stato allontanato e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.
    Nel corso della propria testimonianza choc, Pulvireti ha fatto anche ascoltare l’audio di una conversazione che ha avuto qualche tempo fa con il religioso: «Mi sentivo sporco», gli ha detto l’allora ragazzino. «E io» ha risposto il prete, «inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. È stato un modo di dirti che ti volevo bene».
    La terribile registrazione è diventata una delle prove a disposizione della polizia postale di Catania che sta raccogliendo materiale e testimonianze di vari soggetti informati sui fatti, non solo della triste storia di Pulvireti ma anche di altri episodi.
    ALTRI CASI DI ABUSO SU CUI INDAGARE. Gli abusi che ha subito il 37 enne, infatti, sono ormai caduti in prescrizione: «Ma ce n’é una decina per cui la giustizia può fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare» ha affermato.
    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La caramella buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine che per primo ha sollevato il caso.
    Nel maggio 2011 infatti il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile, il quale ha definito «più virtuale che concreto» l’impegno della Chiesa contro la pedofilia, ha scritto in Vaticano a monsignor Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza.
    Scicluna ha risposto però invitando a «trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo» della diocesi di Acireale, monsignor Pio Vittorio Vigo.
    Il racconto di Pulvireti: «Se mi rifiutavo, lui mi tirava fuori dalle attività»

    Mentre i religiosi si passano di mano in mano la rovente questione, il racconto di Teodoro alla stampa ha lasciato senza parole: «Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papà» ha affermato, continuando: «C’era un gruppo di giovani più vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti».
    LA VIOLENZA ALL’INTERNO DELLA PARROCCHIA. Ma per far parte di questi eletti, si doveva pagare pegno: «A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbracciò, cominciò a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, né una ragazza» ha raccontato Pulvireti, «Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessità di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere».
    E proprio sfruttando il momento di bisogno del ragazzino, il sacerdote ne aproffitò: «Lui mise la mia testa sulla sua spalla, iniziò a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi più in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo. Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire».
    DON CHIARENZA: «CHI VUOI CHE TI CREDA?». Quella fu solo la prima di una lunga catena di abusi: «Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? Vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullità».
    Pulvireti ha raccontato la propria esperienza scioccante stringendo un rosario fra le mani: «È quello di mia madre, mi dà forza. Io credo in Dio, ma non posso più credere nella Chiesa» ha concluso.
    Commozione da parte sua e dei presenti alla conferenza stampa, in particolare del sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarietà.

    Giovedì, 22 Marzo 2012

  • Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    Acireale, ricercatore accusa 20 anni dopo il prete pedofilo: “Vorrei aiutare le altre vittime”

    22 Marzo 2012 15:39

    ”Io ti inseguivo, e qui forse e’ stato l’errore, inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E questo lo facevo non ponendomi limiti. Tu forse non ricordi, ma io quasi mai prendevo l’iniziativa: cioe’ io avvertivo che tu avevi bisogno di essere abbracciato. Ma e’ stato una volta?”. ”Si… un paio di volte”. ”Io avevo solo il ricorso di una volta.. cosi’… non perche’ ci fosse un piano, ne’ perche’ io avessi desideri: c’e’ stato un momento che mi sembrava di compiacerti, mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti, di esprimerti. e’ stato un modo di dirti che ti volevo bene”. ( IL VIDEO suhttp://ansa.it/web/notizie/videogallery/it…_155113417.html)

    E’ uno dei passaggi centrali di una conversazione tra un sacerdote e un uomo che da ragazzino, ad Acireale, afferma di essere stato vittima di abusi da parte del religioso, una conversazione registrata all’insaputa del prete, fatta ascoltare oggi a Roma, nel corso di una conferenza stampa e soprattutto acquisita proprio oggi dalla polizia postale di Catania, che da un mese a questa parte, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo testimonianze su questo e altri casi di pedofilia. A denunciare l’intera vicenda, attivando cosi’ anche gli inquirenti che hanno aperto un fascicolo, e’ stata l’associazione La Caramella Buona. Il protagonista del caso e’ Teodoro Pulvirenti, nato a Catania nel 1975, oggi ricercatore negli Usa, che con una testimonianza-choc, estremamente toccante, ha raccontato la sua storia in conferenza stampa, accusando don Carlo Chiarenza, all’ epoca parroco di San Paolo ad Acireale, di aver abusato di lui quando aveva 14-15 anni tra il 1989 e il 1990. Il caso di Teodoro di fatto e’ caduto in prescrizione per la giustizia italiana. ”Ma sono a conoscenza almeno di una decina di casi di abusi – ha dichiarato – per i quali e’ ancora possibile intervenire: e’ soprattutto per loro che ho deciso di parlare, perche’ trovino il coraggio di farsi avanti”. ”Io credo in Dio – ha aggiunto – ma non posso piu’ credere nella Chiesa”.

    ”L’impegno della Chiesa contro la pedofilia lo valuto piu’ virtuale che concreto” e spesso ”si sperimenta la tattica dello scaricabarile”. Cosi’ Roberto Mirabile, presidente dell’associazione contro la pedofilia La Caramella Buona, giudica l’atteggiamento della Chiesa su questo fronte. L’occasione per esprimere questo parere e’ stata la conferenza stampa, organizzata oggi a Roma alla stampa estera, incentrata sul caso di Teodoro Pulvireti, oggi 37 anni, che ha pubblicamente accusato un religioso, don Carlo Chiarenza, di aver abusato di lui quand’era un ragazzo, ad Acireale. Oltre a una registrazione in cui il religioso si esprime con frasi che suonano come un’ammissione di colpa, sono state presentate le copie di una lettera e di una cartolina, firmate da don Carlo, inviate a suo tempo Pulvireti. In una si legge ”un bacio ‘mangereccio’ ciao”. Nell’altra si allude alla frequentazione di una ragazza da parte del giovane: ”Nonostante i tuoi furiosi e ripetuti tradimenti tedeschi ti voglio un mare di bene! Non lo fare piu’ potrei mangiarti tutto. Un bacio furioso”. Il presidente di Caramella Buona con una lettera datata 16 maggio 2011 ha inviato in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede una segnalazione per i presunti abusi sessuali di don Chiarenza, a cui Scicluna ha risposto l’8 giugno 2011, rimandando al vescovo competente. ”Ella – si legge nella lettera a Mirabile – potra’ trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo della predetta Diocesi” (di Acireale, ndr), mons. Pio Vittotio Vigo ”onde lo stesso possa dar luogo a un’indagine canonica e riferire, al termine della stessa” ”le proprie conclusioni in merito a questo Dicastero”. L’associazione riferisce anche di un caso che riguarderebbe un’animatrice parrocchiale, che ”nel 2000 circa denuncio’ con una lettera alla Curia di Acireale, a mons. Paolo Urso, attuale vescovo di Ragusa, gli atteggiamenti di don Chiarenza. Urso disse che aveva gia’ avuto altre voci del genere e che si sarebbe attivato, ma precisando che don Chiarenza era protetto dal cardinale Paolo Romeo, attuale arcivescovo di Palermo”. Quanto alla lettera della ragazza, sarebbe ”andata persa”.

  • Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

    Pedofilia, parla la vittima di Sua Eccellenza

    22 Marzo 2012 ore 17:41

    Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma. Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano.

    E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

    Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di Catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

    Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

    Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.Una testimonianza-choc, rotta dai singhiozzi, rilasciata davanti alle telecamere, in conferenza stampa: quando il coraggio di parlare arriva, non si ferma.

    Teodoro Pulvireti, catanese, 37 anni, oggi ricercatore negli Stati Uniti, ha voluto denunciare pubblicamente gli abusi subiti a 14-15 anni, accusando un sacerdote, don Carlo Chiarenza, allora parroco di S.Paolo ad Acireale, successivamente decano della Basilica di S. Sebastiano. E ha fatto ascoltare l’audio di una conversazione fatta qualche tempo fa col religioso, captata a sua insaputa, e altrettanto scioccante: ‘Mi sentivo sporco’, gli dice Pulvireti. ‘Io – risponde il prete – inseguivo il tuo desiderio di essere voluto bene. E lo facevo non ponendomi limiti. Mi sembrava addirittura di farti del bene, come se tu avessi bisogno di liberarti. E’ stato un modo di dirti che ti volevo bene’. Denunciato, a febbraio, Chiarenza e’ stato allontanato dal vescovo di Acireale, mons. Raspanti e trasferito in un centro di raccolta spirituale lontano dalla Sicilia.

    Ora questa registrazione e’ stata acquisita dalla polizia postale di catania, che da un mese, su disposizione del pm Marisa Scavo, sta raccogliendo materiale e testimonianze da soggetti sentiti come persone informate sui fatti su questa e altre vicende. ‘Il mio caso e’ caduto in prescrizione – afferma Pulvireti – ma ce n’e’ una decina per cui la giustizia puo’ fare il suo corso. E anche per questo che ho deciso di parlare’.

    L’azione della magistratura si deve anche all’associazione antipedofilia La Caramella Buona, che ha seguito Pulvireti e ha organizzato l’incontro con la stampa; e al mensile di inchiesta siciliano SMagazine, che per primo ha sollevato il caso. Nel maggio scorso il presidente dell’associazione, Roberto Mirabile – che non esita a parlare di ‘protezioni’ e ‘scaricabarile tra vescovi’, definendo ‘piu’ virtuale che concreto’ l’impegno della Chiesa contro la pedofilia – ha scritto in Vaticano a mons. Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, segnalando i presunti abusi di don Chiarenza. Scicluna ha risposto invitando a ‘trasmettere tutte le informazioni utili al vescovo’ della diocesi di Acireale, mons. Pio Vittorio Vigo.

    Ma il vero pugno nello stomaco e’ il racconto di Teodoro: ‘Avevo quasi 13 anni quando mi sono avvicinato alla parrocchia: don Carlo si comportava come una padre, per me era come un secondo padre ed era anche un amico di papa’. C’era un gruppo di giovani piu’ vicino a lui: andavamo insieme in montagna, al mare. A volte ci chiamavano: gli eletti. A circa 14 anni, mentre stavo guardando la tv in sagrestia, per la prima volta mi fece sedere sulle sue ginocchia, mi abbraccio’, comincio’ a baciarmi e infilare le mani sotto la maglietta. Avvertiva che ero teso: non avevo mai avuto rapporti, ne’ una ragazza. Quella volta smise. Un giorno, dopo un litigio con mio fratello, sentivo la necessita’ di sfogarmi: da adolescente ero molto insicuro. Andai da don Carlo e scoppiai a piangere. Lui mise la mia testa sulla sua spalla, inizio’ a dirmi ‘ti voglio bene’, a baciarmi, mise le mani sotto la maglietta e poi piu’ in basso. Capivo che c’era qualcosa di sbagliato, ma non capivo cosa stesse succedendo.

    Ancora oggi mi condanno per non aver avuto il coraggio di reagire’. Dalle sue parole – che hanno commosso il sindaco di Acireale, Nino Garozzo, che gli ha manifestato la sua solidarieta’ – traspare una situazione di sudditanza psicologica vissuta per anni. ‘Successe altre volte: mi ero come rassegnato. Quando cercavo di tirarmi indietro, mi tagliava fuori da tutto. E mi diceva: vuoi raccontare tutto? vediamo chi ti crede. Mi sentivo una nullita”. In mano Teodoro stringe un rosario: ‘E’ quello di mia madre, mi da’ forza. Io credo in Dio, ma non posso piu’ credere nella Chiesa’.

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  • CASO PER CASO, NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /1

    CASO PER CASO, NOME PER NOME. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /1

    di Marco Zerbino in ADISTA n° 10 del 17.3.2012 e nel n° 11 del 24.3.2012

    ROMA-ADISTA. «Indubbiamente, negli ultimi decenni, di fronte ai casi di violenza sessuale e maltrattamento dei minori, molti responsabili hanno considerato la protezione delle istituzioni una priorità, per cui hanno tentato di nascondere la terribile verità invece di riconoscerla in tutta la sua amarezza». Le parole pronunciate dall’arcivescovo di Monaco, card. Reinhard Marx, al recente simposio sulla pedofilia clericale tenutosi presso la Pontificia Università Gregoriana (v. Adista Notizie n. 7/12) hanno senz’altro avuto il pregio di riportare al centro dell’attenzione una questione troppo spesso elusa o addirittura ignorata dalle gerarchie. Non solo casi di pedofilia clericale, in Italia come all’estero, continuano a verificarsi e, talvolta, a fare notizia, ma persiste anche la tendenza, da parte delle diocesi come da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, a non prendere il toro per le corna. Le ragioni di tale comportamento sono diverse, anche se in fondo riconducibili a una matrice comune. Si va da un malinteso «garantismo» a senso unico (che tutela all’eccesso i presunti colpevoli e molto poco, o per nulla, le vittime passate e future), passando per una radicata propensione all’omertà, magari motivata dalla necessità di proteggere la «rispettabilità» dell’istituzione Chiesa, per concludere infine con la consapevolezza, ma più o meno strisciante e sottaciuta, della reale estensione del fenomeno (anche gli alti prelati furono un tempo seminaristi). In poche parole, la Chiesa mostra di avere paura. Paura di dover affrontare una discussione franca sulla sessualità, sul celibato ecclesiastico, sull’universo dei seminari. E allora reagisce – per anni e anni ha reagito – mettendo la polvere sotto il tappeto, cioè spesso astenendosi dal collaborare con la giustizia laica e limitandosi a spostare da una diocesi all’altra, o da una parrocchia all’altra, tanto i presunti molestatori quanto quelli provati e conclamati. Eppure, diceva qualcuno, i fatti hanno la testa dura, chiedono di essere considerati e non cessano di porre dubbi, domande e di suscitare riflessioni. Per cui può capitare che diventi utile, e forse doveroso, riepilogarne alcuni e fare il punto della situazione. Limitatamente ai casi italiani di pedofilia clericale, Adista non è nuova a questa pratica, avendo già cercato di familiarizzare il lettore con lo «stato dell’arte» in due precedenti occasioni (v. Adista nn. 35/06 e 65/08). Dall’ultimo aggiornamento, tuttavia, parecchia acqua è passata sotto i ponti, lo scandalo pedofilia nella Chiesa ha assunto rilevanza planetaria, e le gerarchie stesse non hanno potuto far altro che prenderne atto (lo stesso simposio dei primi di febbraio sembra rimandare all’esigenza di offrire all’opinione pubblica l’immagine di un’istituzione decisa a venire alle prese con questa piaga). Mentre si avvicina la scadenza per la presentazione, da parte di tutte le diocesi del mondo, di proprie linee guida per combattere e sradicare il fenomeno – secondo quanto stabilito il 3 maggio dello scorso anno dall’ex Sant’Uffizio (v. Adista nn. 73 e 80/11) – riteniamo quindi, ancora una volta, che sia tempo di un bilancio. Di seguito pubblichiamo la prima parte del dossier sulla pedofilia tra il clero. 2008­2009

    Riprendiamo dunque da dove ci eravamo interrotti. Nell’ottobre del 2008, la curia di Bolzano decide di sospendere dall’incarico Peter Gschnitzer, parroco di Castelbello Ciardes, indagato per detenzione di materiale pedopornografico. Il religioso altoatesino era stato segnalato alle forze dell’ordine da un tecnico informatico al quale aveva affidato il proprio computer per una riparazione. Successivamente alla denuncia, la posizione dell’ex parroco si era ulteriormente aggravata quando, durante una perquisizione nella sua abitazione, erano state rinvenute altre foto, stavolta cartacee, che ritraevano bambini maschi nudi ripresi in comportamenti erotici. Inchiodato dai risultati della perizia web, don Gschnitzer chiederà qualche mese più tardi, nel giugno del 2009, di patteggiare una condanna ad un anno e quattro mesi di reclusione.

    Circa un mese dopo la sospensione dall’incarico del prete di Bolzano, la Cassazione conferma invece la condanna a due anni di carcere per p. Kevin Chukwuka, ex parroco di San Giacomo d’Acri, in provincia di Cosenza, accusato di molestie nei confronti di una bambina di nove anni. Padre Kevin era stato in precedenza sospeso a divinis dall’arcivescovo metropolita di Cosenza­Bisignano mons. Salvatore Nunnari.

    Verona: il caso Provolo Verso la fine di gennaio 2009, il settimanale l’Espresso denuncia uno dei casi di pedofilia clericale più odiosi ed eclatanti verificatisi nell’Italia degli ultimi decenni (v. Adista n. 13/09). A far saltare il tappo di quello che diventerà conosciuto come il caso Provolo è il giornalista Paolo Tessadri, che raccoglie e pubblica le testimonianze di 15 ex allievi di un istituto veronese gestito in passato dalla Congregazione della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti e successivamente trasformato in un centro di formazione professionale. Secondo il gruppo di ex ospiti dell’“Antonio Provolo” di Verona, fra gli anni ‘50 e la metà degli anni ‘80, all’interno dell’istituto, si sarebbe verificato un numero inaudito di violenze ai danni di un centinaio di ragazzi non udenti. 25 i religiosi accusati, una decina dei quali, al momento dello scandalo, ancora viventi e residenti presso le sedi dell’istituto di Verona e Chievo. La vicenda si trascinerà nei mesi successivi, in un crescendo di polemiche e di accuse reciproche fra la diocesi e l’Associazione Sordomuti “Antonio Provolo”. Il presidente di quest’ultima, Giorgio Dalla Bernardina, sarà in un primo momento accusato da mons. Giuseppe Zenti di aver montato uno scandalo a base di «fandonie» e testimonianze false per ottenere i beni delle congregazione che gestiva l’istituto: «È un mio diocesano», aveva dichiarato il vescovo scaligero riferendosi a Dalla Bernardina, «se vuole andare alla guerra gli suggerirei di corazzarsi, non farla con le bici da bersagliere e con le baionette». Di lì a qualche mese, tuttavia, Zenti, a seguito dell’indagine interna effettuata dalla diocesi di Verona, sarà costretto ad usare toni decisamente più «evangelici», ammettendo in parte gli abusi anche se il numero delle violenze verrà contestato e ridimensionato dalla Curia (che tuttavia non ha ascoltato le vittime). Nell’estate del 2010, inoltre, sarà costretto a porgere le sue scuse a Dalla Bernardina per evitare un processo per diffamazione. Nel frattempo, al primo scoop de l’Espresso se ne aggiungeranno altri. Un nuovo articolo firmato da Tessadri in febbraio parlerà di un coinvolgimento attivo nelle violenze di un ex vescovo di Verona, mons. Giuseppe Carraro, morto nel 1981. Successivamente (siamo a maggio del 2009), il settimanale pubblicherà, con il titolo “Io, fratel pedofilo”, un’intervista a un laico della Congregazione della Compagnia di Maria che ammette di aver abusato ripetutamente dei ragazzi sordomuti nel corso di diversi anni: «Non c’è più nulla da nascondere», afferma l’intervistato, «io almeno ho il coraggio di dirlo, gli altri tacciono». L’intervista viene rilasciata in forma anonima, cosa che non impedirà, nei giorni successivi, l’allontanamento forzato dall’istituto di “fratel pedofilo”. Il provvedimento è firmato da un sacerdote che figura nella lista dei presunti aguzzini. Ad oggi, il caso Provolo è tutt’altro che chiuso. Dopo la conclusione dei lavori della prima commissione interna istituita dalla Curia veronese, l’associazione guidata da Dalla Bernardina ha continuato a chiedere che siano verificati tutti i fatti sulla base dei racconti delle vittime, invitando esplicitamente il vescovo Zenti a rinunciare ad avvalersi della prescrizione (i presunti crimini non sono più perseguibili in quanto verificatisi molti anni fa). Gli ex allievi dell’istituto chiedono inoltre che i sacerdoti accusati di abusi vengano allontanati dalle sedi tuttora operanti del Provolo. In seguito all’accordo raggiunto dal titolare della diocesi di Verona e dal presidente dell’associazione, il 15 luglio del 2010 è stata inoltre annunciata la costituzione di una commissione di inchiesta «indipendente, terza e imparziale» per far luce sulle violenze. Infine, la scorsa estate, dopo che la commissione ha avuto modo di sentire il racconto degli abusati, l’Associazione Sordomuti “Antonio Provolo” ha tenuto una manifestazione sotto la sede dell’istituto per ricordare le vittime e per sollecitare il Vaticano ad esprimersi.

    Bolzano: benedetta psicoanalisi Torniamo ora a Bolzano. Il 19 marzo del 2009, la Corte di Cassazione proscioglie don Giorgio Carli, ex parroco della chiesa del Corpus Domini di via Gutenberg, perché il reato è «estinto per intervenuta prescrizione» (v. Adista nn. 65/08, 37/09 e 25/10). Il caso di don Giorgio aveva avuto negli anni precedenti una vasta risonanza in quanto le accuse contro il sacerdote erano state formulate da una ragazza che era riuscita a ricordare e rivivere, nell’ambito di un percorso di psicoanalisi e avvalendosi del materiale fornito dai propri sogni, una serie di esperienze di abuso cui era stata costretta dal parroco bolzanese fra il 1989 e il 1994. Il religioso era stato assolto in primo grado perché «il fatto non sussiste», mentre la Corte d’Appello aveva giudicato i ricordi della vittima talmente minuziosi e coerenti da attribuire ad essi un valore probante: don Giorgio era stato quindi condannato a 7 anni e mezzo di carcere e al pagamento di 760mila euro di spese di risarcimento. La Cassazione, pur considerando prescritto il reato, decide di non annullare la condanna al pagamento del risarcimento, mostrando quindi di ritenere fondate le accuse. Nel corso dell’iter processuale, la Curia di Bolzano, sotto la guida di mons. Wilhelm Egger e, successivamente, di mons. Karl Golser, ha sempre ribadito la propria stima e il proprio sostegno nei confronti dell’imputato, mantenendolo nell’incarico, anche se in altra sede. I guai giudiziari di don Carli, tuttavia, sono ricominciati agli inizi del 2011, quando la donna da lui abusata ha deciso di intentare contro il sacerdote e contro la diocesi stessa una nuova causa, stavolta in sede civile, per ottenere il pagamento del risarcimento disposto dalla giustizia penale. Dopo la prima udienza, il processo è stato aggiornato al 2013.

    In giro per l’Italia Nel maggio del 2009, ad Enna, viene condannato a 6 anni di reclusione don Giovanni Butera, un parroco riconosciuto colpevole di aver ripetutamente violentato, dal luglio del 1997 all’agosto dell’anno seguente, un ragazzino disabile di 15 anni. All’epoca dei fatti, il minore era ospite dell’oasi francescana “Villaggio del fanciullo” di Pergusa, dove don Giovanni lo avrebbe costretto a subire atti sessuali, minacciandolo, prendendolo a schiaffi e colpendolo con la cinghia in caso di rifiuto. La sentenza sarà confermata in appello nell’aprile del 2011. Si attende ora il pronunciamento della Corte di Cassazione.

    Sempre in maggio, a Brindisi, don Enzo Greco, sacerdote sessantaduenne di Nardò, viene condannato a tre anni e mezzo per abusi nei confronti di un pastorello che il religioso avrebbe molestato ripetutamente nei pressi della stazione di Erchie.

    A fine giugno 2009, la Corte di Cassazione conferma la condanna a 4 anni di reclusione comminata in appello a don Giuseppe Abbiati, parroco di Borgarello, nel pavese, riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di tre bambini. Il prete, che ha recentemente chiesto di poter uscire dal carcere e di essere affidato ai servizi sociali per svolgere attività di pubblica utilità, è sempre stato difeso dalla sua comunità e ha mantenuto lo status di sacerdote per una scelta esplicita della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il 17 luglio 2009, un prete venezuelano viene fermato e denunciato per aver molestato, durante il volo che lo portava da Caracas a Roma, due bambine di 9 e 13 anni che viaggiavano non accompagnate (i genitori italo­argentini le attendevano all’aeroporto di Fiumicino). Nel corso della lunga traversata, a diecimila metri di altezza, il sacerdote aveva cercato con insistenza di entrare in contatto con le minorenni, arrivando a chiedere loro numero di telefono e indirizzo email. La scena, tuttavia, era stata notata da due agenti dell’Interpol che erano a bordo del velivolo.

    In novembre, si conclude il processo canonico a carico di don Roberto Berti, ex parroco di Ginestra Fiorentina dal 1990 al 2001 e di San Mauro a Signa dal 2001 al 2008. La Congregazione per la Dottrina della Fede riconosce il prete colpevole di «molestie sessuali e psicologiche su minori» durante il suo mandato parrocchiale e ne ufficializza l’allontanamento dalla diocesi di Firenze, avvenuto in realtà già dal giugno del 2008. A don Roberto viene prescritto un percorso di recupero, con residenza obbligata e in regime di vigilanza, della durata di 8 anni, al termine del quale il suo caso sarà riesaminato dall’ex Sant’Uffizio. Durante questo periodo il religioso sarà escluso da ogni attività pastorale. Da anni il sacerdote era chiacchierato, nei due paesi in cui aveva prestato servizio come parroco, per il suo comportamento con i ragazzi e per il suo carattere irascibile e autoritario. Il processo canonico pare sia stato richiesto dalla Curia fiorentina dopo le denunce presentate da cinque vittime, alle quali tuttavia la diocesi ha sempre raccomandato il massimo riserbo. Del caso, in mancanza di querele, non si è mai interessata la giustizia laica. 2010

    Il 22 gennaio 2010 l’arcivescovo di Campobasso­Bojano, mons. Giancarlo Bregantini, dispone l’assegnazione ad altro incarico di don Felix Cini, sacerdote che da più di un anno supporta l’anziano parroco di Cercemaggiore. In dicembre era stata diffusa dalla stampa locale la notizia che nel 2004 don Felix aveva patteggiato la pena di due anni e mezzo di reclusione per abusi commessi a danno di alcuni minori quando esercitava le sue funzioni in un centro del grossetano. La popolazione del piccolo comune in provincia di Campobasso, tenuta all’oscuro per mesi della vicenda giudiziaria che aveva visto coinvolto il religioso, si era quindi divisa sull’atteggiamento da adottare: secondo molti membri della comunità, don Felix non era più degno di fiducia, in quanto in passato aveva ripetutamente negato di essere il sacerdote implicato nello scandalo. Di ritorno dal santuario e in plein air

    Nel marzo del 2010, si aprono le porte del carcere per un anonimo prete sudamericano di 39 anni, condannato in appello a 4 anni di reclusione per abusi sessuali su un tredicenne di Rimini. Il sacerdote, già sospeso a divinis per altri motivi, era entrato in contatto con la famiglia del ragazzo durante un pellegrinaggio a Medjugorie, al termine del quale era diventato intimo dei genitori cominciando a frequentarne l’abitazione. Il religioso si era avvalso, ai fini della propria difesa, della consulenza dello psichiatra Alessandro Meluzzi, ex parlamentare di Forza Italia e collaboratore nella stessa veste anche di don Pierino Gelmini (anch’egli accusato di pedofilia e tuttora sotto processo, v. Adista n. 57/07).

    Nello stesso mese, il quotidiano Tageszeitung riporta la testimonianza di un ex allievo di un istituto religioso bolzanese che afferma di aver subito diversi abusi da parte di cinque frati negli anni ‘60 (v. Adista n. 25/10). Le violenze sarebbero avvenute nei vigneti, in cantina, in stanza e perfino in sacrestia. «Solo ora che in mezza Europa si parla di violenze sessuali commesse da uomini di Chiesa oso uscire dalle tenebre», afferma l’uomo dalle colonne del giornale di lingua tedesca.

    È del marzo del 2010 anche la condanna a sei mesi di reclusione di don Claudio Ballerini, prete originario di Brescia ma residente in provincia di Perugia. I fatti risalgono al 2008, quando don Claudio, seduto su una panchina e in pieno giorno, compie davanti a due sedicenni atti di autoerotismo. Il religioso era stato trasferito dal nord Italia presso la Comunità dei Figli della Misericordia di Collevalenza per seguire un «percorso di rafforzamento dell’identità umana e vocazionale dei sacerdoti». Aveva infatti già collezionato due condanne per reati simili a quello attribuitogli dal tribunale del capoluogo umbro.

    Sempre nel marzo di due anni fa, mentre il Vaticano è investito dagli scandali sui casi di pedofilia clericale verificatisi in Irlanda, Germania e Stati Uniti, alcuni organi di informazione campani tirano fuori dal cassetto una vecchia storia, quella che ha per protagonista don Giuseppe Salomone, sacerdote salernitano condannato nel 2000 a un anno e cinque mesi di reclusione con sentenza passata in giudicato. I fatti risalgono ai primi anni ‘90, quando don Giuseppe, che all’epoca insegnava religione presso una scuola media di Pontecagnano Faiano, aveva compiuto alcuni atti di libidine violenta nei confronti di due studentesse. Dopo gli episodi, i genitori delle vittime avevano sporto denuncia alla procura di Salerno. Nonostante la condanna in primo grado, sopraggiunta nel 1996, il sacerdote aveva continuato ad insegnare regolarmente. Oggi è a riposo, ma è consigliere dell’istituto interdiocesano per il sostentamento del clero ed è membro del collegio presbiterale. A chiamarlo a ricoprire quest’ultima carica è stato, anni fa, l’ex arcivescovo di Salerno, mons. Gerardo Pierro.

    Nel maggio 2010, il processo di appello conferma la condanna a 8 anni di don Pierangelo Bertagna, ex parroco dell’abbazia di Farneta, nel Comune di Cortona (v. Adista n. 35/06). Il suo caso era esploso nel 2005, quando il religioso era stato arrestato in seguito alle rivelazioni di un tredicenne. Una volta in cella, l’ex abate aveva confessato ben 38 casi di abusi commessi su minori nell’arco di svariati anni, uno degli scandali pedofilia più consistenti che abbiano mai toccato la Chiesa italiana. Nel corso delle indagini venne chiamato in causa anche p. Vittorio Cappelletto, il gesuita fondatore della discussa associazione «Ricostruttori nella preghiera» della quale il prete pedofilo faceva parte. Bertagna, di fronte ai magistrati, ha più volte sostenuto di aver accolto l’arresto come una liberazione, essendo consapevole dei problemi che lo affliggevano, di cui aveva in più occasioni informato i suoi superiori (Cappelletto in primis), i quali tuttavia si erano sempre rifiutati di aiutarlo e di garantire la sicurezza dei bambini che lo frequentavano. L’ex abate è stato prima sospeso a divinis e in seguito dimesso dallo stato clericlale. In flagranza di reato Secondo la legge italiana, il rapporto sessuale con un minorenne è un reato grave e, in caso di flagranza, è punibile con l’arresto. Ma quando la polizia stradale di Napoli, il 6 luglio del 2010, ha sorpreso don Michele De Masi, parroco di San Giorgio a Cremano, mentre consumava in macchina un rapporto sessuale completo con una quindicenne, incredibilmente lo ha lasciato andare senza spiegazioni. Don Michele aveva adescato la ragazzina via chat, dicendole di essere un professore. In seguito, il sacerdote sarà trasferito dalla Curia in un luogo non precisato per affrontare un percorso di recupero spirituale. Ricomparirà qualche mese dopo, nell’ottobre 2010, intento a dire messa nella parrocchia napoletana di Santa Lucia a Mare.

    In settembre, finisce in carcere don Marco Cerullo, condannato a 6 anni e 8 mesi dalla Corte di Cassazione per esser stato colto in flagrante dai carabinieri mentre, nella sua auto, abusava sessualmente di un allievo undicenne (v. Adista n. 34/09). I fatti risalgono al dicembre del 2007, quando don Marco, viceparroco di Casal di Principe e insegnante di religione in una scuola media di Villa Literno, si era allontanato insieme all’alunno con la scusa di andare a comprare i colori per il presepe. Una volta sorpreso dai militari dell’Arma, il religioso aveva aggravato la sua situazione dandosi ad una fuga spericolata in macchina e mettendo così a rischio la stessa incolumità fisica del ragazzo. La Cassazione conferma sostanzialmente la condanna di appello, compreso il pagamento di 50mila euro di risarcimento alla vittima. Il sacerdote, che al momento del trasferimento in prigione ha già scontato due anni e 5 mesi ai domiciliari presso una comunità religiosa, risulta tuttavia nullatenente. La diocesi, che avrebbe potuto farsi carico del pagamento della somma, nel corso della vicenda processuale ha sempre mantenuto uno strettissimo riserbo. Al momento del primo arresto di don Marco, l’allora vescovo di Aversa mons. Mario Milano si era infatti schermito: «Non è che non voglio dire nulla: non posso dire nulla visto che ci sono ancora le indagini in corso». Ma la consegna del silenzio era stata zelantemente mantenuta dal prelato anche dopo le condanne in primo grado e in appello. Mai una parola è stata inoltre pronunciata dal vescovo, durante l’intera vicenda giudiziaria, per esprimere vicinanza e conforto alla vittima e ai suoi familiari. Don Marco, va infine notato, si era formato nel seminario minore di Aversa, da tempo chiacchierato per il famigerato «gioco dello scarpone», espressione con cui, fra gli allievi, ci si riferiva all’atto dell’abuso sessuale. Nella stessa istituzione il prete, promettente teologo, era in seguito tornato in qualità di assistente spirituale dei giovani ospiti della struttura.

    Il primo ottobre 2010 viene condannato in primo grado a due anni e sei mesi con la condizionale don Marco Redaelli, salesiano e parroco di Arese (Mi). Nel 2007 aveva adescato presso l’oratorio da lui gestito una bambina di 7 anni, facendola entrare nel suo ufficio con la promessa di una caramella per poi toccarla nelle parti intime. La piccola, tuttavia, aveva raccontato l’episodio alla nonna, che lo aveva poi riferito al padre della vittima. Una volta sporta denuncia, l’uomo e la sua famiglia si erano trovati a dover fronteggiare un clima di forte ostilità nella cittadina, tanto da doversi temporaneamente trasferire. Nei confronti di don Redaelli, che in passato era stato missionario in Africa e America Latina, prima della condanna non era stata presa alcuna misura cautelare.

    Pochi giorni dopo la condanna del salesiano di Arese, il 7 ottobre 2010 la Cassazione conferma la condanna a 4 anni nei confronti del sacerdote bergamasco don Matteo Diletti. Il trentanovenne, ex insegnante di religione in una scuola media di Vilminore di Scalve, è accusato di aver avuto un rapporto, a quanto pare consensuale, con una sua allieva tredicenne. Nel momento in cui arriva la condanna definitiva, tuttavia, don Matteo è irreperibile da circa due settimane. Il suo corpo sarà ritrovato in montagna, in fondo a un dirupo, nel marzo dell’anno successivo.

    Dieci anni di reclusione e il pagamento di un risarcimento di 50mila euro. È la condanna inflitta con il rito abbreviato a don Domenico Pezzini, sacerdote appartenente alla diocesi di Lodi ma da anni residente ed operante a Milano. Il 21 dicembre 2010, il Gup Maria Vicidomini riconosce il religioso colpevole di aver avuto dei rapporti sessuali con un ragazzo tredicenne di origine bengalese e di detenere materiale pedopornografico. La notizia desta grande sconcerto nel mondo degli omosessuali credenti italiani, dei quali don Pezzini era stato, sin dai primi anni ‘80, un saldo punto di riferimento per il suo impegno teologico e pastorale sul tema della relazione tra fede e omosessualità (v. Adista nn. 1 e 93/11).

    CASO PER CASO. NOME PER NOME.

    LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA IN ITALIA /2 36592. ROMA­ADISTA. Insistiamo. Dopo aver passato in rassegna i principali casi di pedofilia clericale verificatisi in Italia nel 2009 e nel 2010, proseguiamo con il 2011 e con quest’inizio di 2012. Le ragioni di questa nostra ricognizione le abbiamo già spiegate (v. Adista n. 10/12): non è né per morbosità né per alimentare «chiacchiericci» di sodaniana memoria. L’intento è, semmai, quello di fare il punto della situazione e di stimolare un dibattito. Se continuano a presentarsi casi sempre nuovi, riteniamo che la ragione non vada cercata tanto nel «disordine morale» del singolo (la cui condotta va ovviamente indagata e, se necessario, punita), quanto piuttosto nell’intero sistema che quel disordine favorisce e alimenta. Questa è l’idea che fa da sfondo al nostro dossier, di cui pubblichiamo nelle pagine che seguono la seconda ed ultima parte.

    2011 Il prete nero

    Il 3 marzo del 2011, don Ruggero Conti, ex parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida, periferia occidentale di Roma, viene condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento di 200mila euro di risarcimento per le parti civili (v. Adista nn. 53 e 65/08, 37/10 e 21/11). La sentenza di primo grado attribuisce a don Ruggero, già «garante per la famiglia e per le periferie» dell’aspirante sindaco Gianni Alemanno, «condotte di una gravità inaudita, insidiose e insistenti». Le violenze si sarebbero consumate tra il 1998 e il 2008 ai danni di sette minori della parrocchia. Oltre che per l’alto numero di violenze perpetrate e per le amicizie influenti, il caso del “prete di An” aveva destato scalpore per via dell’atteggiamento a dir poco omertoso assunto nei suoi confronti da mons. Gino Reali, vescovo di Porto S. Rufina, la diocesi suburbicaria dalla quale dipende la parrocchia di Selva Candida. Durante un interrogatorio di fronte ad uno dei magistrati responsabili dell’inchiesta, il prelato aveva infatti ammesso di essere al corrente delle accuse nei confronti di don Conti già da due anni prima del suo arresto, avvenuto il 30 giugno del 2008. La notizia che il vescovo «sapeva», data ai media internazionali dall’Associated Press il 26 aprile del 2010, aveva avuto pochissima risonanza nel nostro Paese, e confermava del resto quanto andava sostenendo da tempo don Claudio Brichetto, il viceparroco della Natività di Maria Santissima, che già da un anno aveva denunciato ai superiori gli abusi del collega e che per questo era stato temporaneamente sospeso dall’incarico. Alla scuola di don Cantini

    Ai primi di maggio del 2011, diversi organi di informazione riportano la notizia dell’avvenuta archiviazione dell’inchiesta giudiziaria a carico di don Lelio Cantini, parroco della chiesa della Regina della Pace di Firenze dal 1973 al 2005 (v. Adista n. 29, 65 e 67/07, 37 e 75/08, 39 e 97/10). Il Pm fiorentino Paolo Canessa motiva la sua richiesta al Gip spiegando che le violenze sessuali «ci sono state e sono gravi», che si sono protratte per circa vent’anni nel silenzio assordante dei vertici della Chiesa fiorentina, ma che i reati sono da considerarsi prescritti e che in molti casi mancano le relative querele. I fatti risalgono in effetti a molti anni prima, ovvero al periodo fra il 1973 e il 1987, ma le vittime, per lo più bambine e adolescenti che all’epoca degli abusi avevano fra i 10 e i 17 anni, hanno trovato la forza di denunciare all’autorità ecclesiastica i misfatti di don Lelio solo nel 2004. Nel corso di tutta la vicenda, la Curia fiorentina, nelle persone dell’ex arcivescovo Ennio Antonelli e del suo ausiliario Claudio Maniago (quest’ultimo allievo e «pupillo» di don Cantini), ha sempre osservato un atteggiamento volto ad occultare la verità e ad evitare le ripercussioni mediatiche. Don Cantini verrà infatti ridotto allo stato laicale solo nell’ottobre del 2008, quando il caso era ormai trapelato sugli organi di informazione nazionali. Nell’inchiesta sull’ex parroco, era stato coinvolto ad un certo punto anche lo stesso Maniago, accusato di aver preso parte nel 1996 ad un festino sadomaso nel quale sarebbe stato abusato un giovane toscano. Sebbene fossero emerse nel corso dell’indagine delle conferme rispetto a quanto riferito dal testimone, la mancanza di una querela, spiegava Canessa nella richiesta di archiviazione, aveva impedito alla procura di procedere contro Maniago. Quest’ultimo è stato confermato nel suo incarico dal card. Giuseppe Betori, succeduto ad Antonelli alla guida dell’arcidiocesi di Firenze nel settembre del 2008. Don Lelio Cantini è morto il 15 febbraio del 2012. Il cocainomane e il rockettaro

    È del maggio 2011 anche l’arresto di don Riccardo Seppia, parroco della chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente. Ad incastrarlo è un’indagine sul traffico di cocaina effettuata dal Nucleo Antisofisticazioni e Sanità dei carabinieri. Le intercettazioni evidenziano infatti come don Riccardo fosse al centro di un giro di spaccio e di prostituzione minorile. Lo scorso 13 febbraio si è svolta la prima udienza del processo, con rito abbreviato, ma il dibattimento è stato aggiornato a fine marzo.

    Giugno 2011: don Jesus Vasquez, sacerdote peruviano cinquantacinquenne, ex parroco di San Nicola Manfredi in provincia di Benevento, viene condannato in primo grado a 7 anni e al pagamento di una provvisionale di 7.500 euro per ciascuna delle parti civili. Il giudice lo riconosce colpevole di aver costretto due ragazzi, uno di 13 e l’altro di 14 anni, a subire atti sessuali. Dopo che i genitori delle vittime lo avevano denunciato all’autorità giudiziaria, la curia arcivescovile lo aveva rimosso tanto dall’incarico di parroco quanto da quello di insegnante di religione in una scuola media della città.

    Il 23 giugno 2011, la Cassazione chiede un nuovo processo di appello per don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di Brescia, già condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi (v. Adista n. 65/08 e 58/09). Per gli avvocati della difesa, tuttavia, si tratta di una vittoria a metà: la suprema corte riconosce infatti la colpevolezza di don Marco, accusato di violenza sessuale ai danni di un suo ex allievo e di detenzione di materiale pedopornografico, per il periodo precedente il dicembre del 2004. Per i fatti successivi a quella data, i magistrati ritengono invece necessario un supplemento di inchiesta e pertanto decidono di rinviare il processo ad altra sezione della corte di appello di Brescia. Tanto dopo il primo arresto, avvenuto il 26 novembre 2007, quanto dopo le condanne in primo e secondo grado, al sacerdote non era mai mancato l’appoggio della diocesi e del gruppo degli «amici di don Baresi», convinti sostenitori dell’innocenza del religioso. Quello a carico di don Marco Baresi non è l’unico processo per pedofilia clericale che vede impegnata la Corte di Cassazione nell’estate del 2011.

    A metà luglio, i giudici del “palazzaccio” esaminano il caso di don Marco Dessì, ex missionario della Confraternita Gesù Divino Operaio accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua. Anche in questo caso, il reinvio del procedimento in appello ha a che fare con singoli aspetti della sentenza di secondo grado che gli alti magistrati ritengono inadeguati, ma non mette sostanzialmente in discussione l’impianto accusatorio. La lunga e complessa vicenda giudiziaria di don Dessì aveva preso le mosse, nel 2006, dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando», che avevano raccolto, con concerti e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega, gestita da don Marco. Alle due associazioni erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote, tanto che un volontario si era recato in Nicaragua e aveva raccolto su un dvd le denunce filmate di sei ragazzini. Sul computer del religioso erano state in seguito scoperte 1.440 immagini pedopornografiche. Don Dessì è stato dimesso dallo stato clericale nel febbraio del 2010. Cercasi referenziatissimi, preferibilmente condannati

    Settembre 2011, Brindisi: la stampa locale riporta la notizia secondo cui all’interno dell’ospedale «Antonio Perrino» lavora come cappellano un prete condannato per pedofilia nel 1992. All’epoca il religioso era stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta nei confronti di due bambine e, dopo un periodo di custodia cautelare, gli era stata comminata una pena inferiore ai due anni, motivo per cui aveva in seguito potuto beneficiare della condizionale. Il sacerdote era stato assunto nel 2010 dalla Asl su indicazione della diocesi per effettuare l’assistenza spirituale ai malati.

    Sempre nel settembre 2011, il Pm di Lecce Stefania Mininni richiede e ottiene dal Gip l’archiviazione dell’inchiesta su don Stefano Rocca, l’ex parroco di Ugento da sempre in prima fila nel chiedere giustizia per l’assassinio del consigliere provinciale dell’Idv Peppino Basile (v. Adista n. 75/08). Don Rocca, amico ed estimatore di Basile e del suo impegno politico a favore della legalità, era stato accusato di aver avuto dei rapporti sessuali con quattro minorenni che frequentavano la sua parrocchia. Nel corso di un lungo interrogatorio, aveva ammesso i fatti, sostenendo però che si era trattato di rapporti consenzienti e fra maggiorenni. La richiesta di archiviazione è motivata dal magistrato leccese con la mancanza della condizione di procedibilità: i quattro ragazzi implicati non avevano mai sporto querela.

    Il 19 ottobre del 2011, la quarta sezione della Corte di appello di Palermo conferma la condanna a 6 anni e 6 mesi inflitta in primo grado a don Paolo Turturro, ex parroco della chiesa di Santa Lucia nel capoluogo siciliano (v. Adista nn. 63/93 e 35/06). Il sacerdote, che per anni è stato un prete antimafia riconosciuto in città, venne accusato di molestie da due minori che frequentavano la chiesa. I fatti si sarebbero verificati fra il 2000 e il 2001, ma don Paolo, lontano parente dell’attore italoamericano John e fondatore dell’associazione «Dipingi la Pace», si è sempre dichiarato innocente. In un primo momento, il religioso era stato allontanato dalla provincia di Palermo, per poi tornare in città nel 2006 in qualità di cappellano ospedaliero. Dopo la sentenza di secondo grado, i suoi legali hanno annunciato di voler fare ricorso in Cassazione.

    Circa un mese dopo la condanna in appello di don Turturro, è invece il turno di don Luciano Massaferro, ex parroco di San Giovanni e San Vincenzo ad Alassio, in provincia di Savona. Anche don Luciano affronta il secondo grado di giudizio e viene riconosciuto colpevole di molestie nei confronti di una sua ex chierichetta dodicenne, che aveva rivelato gli episodi durante un colloquio con gli psicologi dell’ospedale Gaslini. Quando, nell’aula della Corte di Appello del Tribunale di Genova, il presidente Giorgio Odero legge la sentenza di condanna a 7 anni e 8 mesi, gli amici e i supporter di «don Lu» scatenano il putiferio. Il religioso, del resto, aveva sempre potuto contare sul sostegno, oltre che di una parte dei parrocchiani, anche dell’allora sindaco di Alassio, il pidiellino Marco Melgrati, e della Curia savonese, che nei giorni successivi all’arresto aveva scatenato un duro attacco contro i magistrati dalle pagine locali di Avvenire.

    Cassazione mon amour Ha assunto invece contorni surreali, nel gennaio del 2012, la vicenda giudiziaria di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, in provincia di Como, riconosciuto in primo e secondo grado colpevole di aver abusato di un sedicenne con lieve disabilità mentale (v. Adista n. 35/06 e 41 e 65/08 e 46/10). La condanna a 8 anni di reclusione inflittagli dalla Prima Corte di Appello di Milano doveva essere infatti esaminata dalla Cassazione già ai primi di ottobre del 2011, ma quel giorno i giudici romani si erano trovati in agenda ben 28 cause, riuscendo ad esaminarne solo la metà. Tutto rinviato al 20 gennaio, quando però gli avvocati difensori di don Mauro hanno fatto appello ad un cavillo burocratico per ottenere un nuovo rinvio: uno di loro, Massimo Martinelli, aveva infatti ricevuto la notifica della convocazione in Cassazione con soli undici giorni di anticipo, e non un mese prima come previsto dalla legge. La nuova udienza, che stavolta dovrebbe essere definitiva, è stata fissata per il prossimo 22 maggio. In seguito all’esplosione dello scandalo, don Mauro era stato prima spostato da Laglio a Colico, e poi anche da quest’ultima località, dopo esser stato spogliato di ogni incarico pastorale. Il processo canonico contro di lui, avviato dopo la sentenza di primo grado, è stato in seguito sospeso in attesa del pronunciamento della Cassazione. Nel corso della lunga vicenda giudiziaria di Stefanoni, l’ex arcivescovo di Como, mons. Alessandro Maggiolini, era stato temporaneamente iscritto nel registro degli indagati dalla procura con l’accusa di favoreggiamento. La sua posizione è stata poi archiviata.

    Torniamo ora a Savona. Il 4 febbraio 2012, don Nello Giraudo, prete pedofilo reo confesso, più volte denunciato pubblicamente dal portavoce della Rete L’abuso Francesco Zanardi (egli stesso vittima di Giraudo, v. intervista allegata), patteggia una pena di un anno di reclusione con la condizionale per aver molestato un giovane scout nel 2005. Al sacerdote savonese vengono in realtà attribuiti diversi altri episodi di abuso, ma si tratta di fatti verificatisi tempo addietro, caduti in prescrizione. Il 9 febbraio viene notificata inoltre la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti di mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona accusato di non aver agito per evitare che don Nello reiterasse i suoi crimini (v. Adista n. 7/12). Anche in questo caso, l’archiviazione non è motivata dal merito dei fatti contestati al prelato, ma dal raggiungimento dei termini di prescrizione. Dieci giorni dopo, tuttavia, la Rete L’abuso deposita nuovi oggetti di indagine a carico di Lafranconi e un’ulteriore querela da parte di una vittima già sentita in passato come teste dai magistrati. L’udienza durante la quale il Gip Fiorenza Giorgi deciderà se accogliere o meno la richiesta di archiviazione presentata dal Pm si svolgerà probabilmente ai primi di maggio.

    «Io ti salverò» Un ulteriore caso di pedofilia esploso in questi primi mesi dell’anno è quello riportato dal mensile siciliano S (25 febbraio). Al centro dell’inchiesta di Andrea Cottone e Antonio Condorelli è un sacerdote della diocesi di Acireale, di cui ancora non si conosce l’identità. I due giornalisti, nel realizzare il servizio, si sono avvalsi della collaborazione di un uomo in passato abusato dal prete. Dopo anni, la vittima si è infatti presentata di fronte al religioso nascondendo una piccola telecamera: nel colloquio fra i due, che può essere facilmente ascoltato su internet, il prete ammette i rapporti sessuali e afferma di essersi comportato in quel modo per «liberare» il ragazzino. Pochi giorni dopo che la notizia era diventata di dominio pubblico, il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, ha ordinato al sacerdote di «allontanarsi dalla sua sede» per «riflettere e ritirarsi in meditazione», mentre la procura della Repubblica di Catania ha aperto un fascicolo sui fatti portati alla luce da S. A giorni, l’associazione La Caramella Buona e l’uomo molestato dal prete di Acireale dovrebbero tenere una conferenza stampa durante la quale sveleranno tanto l’identità della vittima, quanto quella del prete sotto accusa.

    L’ultimo caso ci riporta in provincia di Como, dove lo scorso 7 marzo don Marco Mangiacasale, ex parroco quarantottenne di San Giuliano, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale continuata nei confronti di una ragazzina, oggi sedicenne, che frequentava il suo oratorio. I fatti risalirebbero al 2008, quando fra don Marco, in seguito diventato economo della diocesi, e la minore (aveva all’epoca 13 anni) era cominciata una vera e propria relazione sentimentale. La frequentazione fra i due era poi proseguita per tre anni a base di sms e e­mail, incontri periodici nell’abitazione del sacerdote, scambi di baci e di effusioni. A metà febbraio, tuttavia, la vittima avrebbe confidato al nuovo parroco, al momento della confessione, il proprio segreto. Don Roberto Pandolfi (questo il nome del sacerdote chiamato a sostituire Mangiacasale) avrebbe poi convinto l’adolescente a rendere partecipi della vicenda i suoi genitori, dai quali sarebbe poi partita la denuncia. Il 12 marzo scorso, nel corso di un interrogatorio di fronte al giudice per le indagini preliminari Maria Luisa Lo Gatto, don Marco ha confermato tutti i fatti che gli sono stati contestati dall’accusa.

     

  • Accuse all’ex rettore, Calasanzio in rivolta

    Accuse all’ex rettore, Calasanzio in rivolta

    Genova – Le indagini, della Procura e della Chiesa, per quanto delicate e in pieno svolgimento, non devono fare di tutta l’erba un fascio. E, soprattutto, non delegittimare un istituto «amato» da chi lo frequenta o l’ha frequentato, dai genitori dei suoi studenti, dagli altri religiosi.

    Si vivono giorni di fibrillazione, a Cornigliano e non solo. Dove il Calasanzio, scuola superiore dei frati Scolopi, è finito al centro delle cronache per le vicissitudini che hanno travolto il suo ex rettore, padre Gianluca Depretto. Accusato da un ex seminarista di aver molestato sessualmente lui e altri ragazzini quasi vent’anni fa, e dall’economo di aver fatto spese folli con il bancomat dei religiosi. Il primo aspetto è al vaglio della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, in Vaticano, dopo che da Genova è stata trasmessa la lunga memoria d’una “vittima”. Sulle spese sospette lavora invece la Procura, che ha iscritto Depretto sul registro degli indagati per appropriazione indebita.

    Colpevole o innocente? Se per il momento è stato sospeso dal ruolo di rettore e trasferito, i moltissimi genovesi che lo conoscono attendono i verdetti per giudicare definitivamemte, ribadendo tuttavia d’averne un ricordo «eccezionale». E chi al Calasanzio continua a lavorare, come i genitori dei ragazzini che proseguono gli studi, chiede che la scuola venga dipinta per ciò che è: «Il personale laico, docente e non docente – scrivono per esempio i lavoratori in una nota diffusa ieri pomeriggio -, nell’attesa degli sviluppi delle indagini, ribadisce la propria serietà e la propria professionalità, con le quali ha da sempre svolto e continuerà a svolgere il compito didattico ed educativo affidatogli. Il Padre provinciale Ugo Barani resta l’unico soggetto deputato a fornire eventuali chiarimenti».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/03/09/AP2o0i3B-rivolta_calasanzio_rettore.shtml

  • Ex prete condannato per pedofilia Gli fu imposto di vivere a S.Luca

    Ex prete condannato per pedofilia Gli fu imposto di vivere a S.Luca

    In Appello riduzione della pena da sei anni e dieci mesi a quattro anni e due mesi: è giudicato colpevole di atti sessuali su dieci bambine compiuti nel 2005, quando gestiva un asilo nel Ferrarese. La Curia: “Da due anni si è ritirato a vita privata”
    di LORENZA PLEUTERI
    Un ex prete di 68 anni, che dopo lo scandalo fu costretto a risiedere per un certo periodo presso il santuario di di San Luca, è stato condannato per pedofilia anche al processo d’appello: quattro anni e due mesi di reclusione, contro i sei anni e dieci mesi inflitto in primo grado. I giudici lo hanno ritenuto responsabile di atti sessuali su dieci bambine dell’asilo che gestiva nel Ferrarese, nel 2005, quando era sacerdote.

    La Arcidiocesi bolognese, appena si è diffusa la notizia della condanna, in una nota ha aggiunto alcune precisazioni. Andrea Agostini, il prete pedofilo, “dopo le prime denunce era stato cautelativamente sospeso ‘a divinis’, cioè da tutte le facoltà sacerdotali, che da allora non ha più esercitato”. Terminati gli arresti domiciliari, ammette la Curia, “per un certo tempo gli fu imposto di risiedere presso il santuario di San Luca”. Da due anni è tornato allo stato laico e non abita più in un complesso religioso. “A seguito del processo canonico, terminato con la definitiva dimissione dallo stato clericale da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, decreto del 22 gennaio 2010, egli si è ritirato a vita privata”

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/03/09/news/ex_prete_condannato_per_pedofilia_gli_fu_imposto_di_vivere_a_s_luca-31219473/

  • “Quel prete abusò di me” La testimonianza choc

    “Quel prete abusò di me” La testimonianza choc

    giovedì 23 febbraio 2012
    Catania, S, sacerdote

    Prima, per dodici anni, ha dovuto affrontare la psicoterapia. Anni e anni di colloqui su un lettino per lavarsi di dosso l’orrore. Poi, dopo aver letto su un giornale di un’associazione, “La Caramella Buona onlus”, che si occupa di denunciare le storie di abusi sui bambini, ha deciso di raccontare la sua storia: le molestie subite da un prete quando era minorenne. Infine, un giorno dell’anno scorso, ha preso il coraggio a due mani e ha affrontato il suo carnefice registrando una conversazione nella quale il sacerdote ammette i rapporti sessuali (VIDEO). È la storia raccontata in un servizio di Andrea Cottone nel prossimo numero di “S”, in edicola da sabato: la storia di Salvo (il nome è di fantasia) e del prete della diocesi di Acireale che ha abusato di lui quando era ancora minorenne. Un caso non isolato.

    Già, perché l’associazione “La Caramella Buona” ha raccolto un’altra storia, proveniente dalla stessa parrocchia. A denunciare gli abusi, in questo caso, è una ragazza, che all’associazione ha detto di aver avuto rapporti sessuali completi con lo stesso sacerdote. “Diceva di amarmi – racconta la ragazza -, che quello che aveva provato e provava per me era un sentimento unico, che quello che aveva fatto con me non lo aveva fatto con nessuno, che non poteva fare a meno di vivere senza il mio amore”.

    Sullo sfondo il muro di “non ricordo” della Chiesa. Alla quale i ragazzi sostengono di essersi rivolti, e alla quale anche la stessa associazione ha scritto: “La Caramella Buona”, infatti, si è prima rivolta alla Congregazione per la dottrina della fede, che ha risposto invitando l’organizzazione a scrivere al vescovo. Così è partita una seconda lettera, questa volta indirizzata alla diocesi: la missiva, però, è rimasta senza risposta.

    E mentre a Roma si discute, il prete resta fra i bambini. Il sacerdote, infatti, continua a celebrare messa. Antonio Condorelli è andato per “S” nella chiesa del prelato accusato dai due ragazzi: la sua attività prosegue senza cambiamenti, e il prete è spesso circondato dai ragazzini. Nel silenzio generale.

    http://www.livesicilia.it/2012/02/23/abusi-da-un-sacerdote-e-dice-ancora-messa/

  • “Scandalo pedofilia” nella Chiesa catanese. ViDEO

    “Scandalo pedofilia” nella Chiesa catanese. ViDEO

    23 Febbraio 2012 ore 10:33

    Abusa sessualmente dei bambini della parrocchia per “liberarli” e col tempo “ha fatto carriera “. Con la telecamera nascosta nella sagrestia del potente prete pedofilo. Al momento non sappiamo se si tratta di un Monsignore o di un Arcivescovo. E’ certo invece che sul prossimo numero del mensile “S”, in edicola dal 25 febbraio, verranno pubblicate tutte le registrazioni del porporato catanese mentre tenta di giustificarsi degli abusi commessi parlando con un suo fedele. Esattamente si tratta di un pilastro della diocesi di Acireale, la più importante della Sicilia orientale.

    Il video di Antonio Condorelli, giornalista catanese di “S” che ha lavorato con Andrea Cottone al servizio, mostra alcune parti delle registrazioni e si sente il prete affermare che abusava sessualmente di un bambino per “liberarlo”. Secondo quanto riferito dal portale Livesicilia, Condorelli con le telecamere nascoste ha documentato che questo potente prelato “canta ancora messa circondato da bambini”.

    Una delle vittime, per dodici anni, ha dovuto affrontare la psicoterapia. Anni e anni di colloqui su un lettino per lavarsi di dosso l’orrore. Poi, dopo aver letto su un giornale di un’associazione, “La Caramella Buona onlus”, che si occupa di denunciare le storie di abusi sui bambini, ha deciso di raccontare la sua storia: le molestie subite da un prete quando era minorenne. Infine, un giorno dell’anno scorso, ha preso il coraggio a due mani e ha affrontato il suo carnefice registrando una conversazione nella quale il sacerdote ammette i rapporti sessuali (VIDEO). È la storia raccontata in un servizio di Andrea Cottone nel prossimo numero di “S”, in edicola da sabato: la storia di Salvo (il nome è di fantasia) e del prete della diocesi di Acireale che ha abusato di lui quando era ancora minorenne. Un caso non isolato.

    Già, perché l’associazione “La Caramella Buona” ha raccolto un’altra storia, proveniente dalla stessa parrocchia. A denunciare gli abusi, in questo caso, è una ragazza, che all’associazione ha detto di aver avuto rapporti sessuali completi con lo stesso sacerdote. “Diceva di amarmi – racconta la ragazza -, che quello che aveva provato e provava per me era un sentimento unico, che quello che aveva fatto con me non lo aveva fatto con nessuno, che non poteva fare a meno di vivere senza il mio amore”.

    Sullo sfondo il muro di “non ricordo” della Chiesa. Alla quale i ragazzi sostengono di essersi rivolti, e alla quale anche la stessa associazione ha scritto: “La Caramella Buona”, infatti, si è prima rivolta alla Congregazione per la dottrina della fede, che ha risposto invitando l’organizzazione a scrivere al vescovo. Così è partita una seconda lettera, questa volta indirizzata alla diocesi: la missiva, però, è rimasta senza risposta.

    E mentre a Roma si discute, il prete resta fra i bambini. Il sacerdote, infatti, continua a celebrare messa. Antonio Condorelli è andato per “S” nella chiesa del prelato accusato dai due ragazzi: la sua attività prosegue senza cambiamenti, e il prete è spesso circondato dai ragazzini. Nel silenzio generale.

  • Don Cantini, funerali privati

    Don Cantini, funerali privati

    Don Cantini, funerali privati
    Presenti i parenti più stretti la messa è stata celebrata nel convento francescano di Fiesole dove Cantini era ospite da qualche tempo. Le «confessioni» degli ultimi giorni

    Funerali in forma privata per Elio Cantini, l’ex sacerdote fiorentino ridotto allo stato laicale nell’ottobre 2008 dal Papa dopo essere stato riconosciuto colpevole di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori. Presenti i parenti più stretti la messa è stata celebrata nel convento francescano di Fiesole dove Cantini era ospite da qualche tempo e dove è morto a 89 anni nella tarda serata di mercoledì. La salma è stata poi portata al cimitero della Misericordia di Empoli dove Cantini sarà sepolto. L’ex sacerdote, la cui salute era peggiorata negli ultimi giorni, è stato assistito fino alla morte nell’infermeria del convento che ha eretto un muro alle curiosità dei mass media.

    Sull’antica e ventosa rocca di San Francesco, luogo di pace e di silenzio con una tra le più meravigliose viste sulla città di Firenze, don Lelio Cantini ha trascorso gli ultimi anni della sua vita tormentata. Ed è proprio nel convento dei frati minori dedicato al santo di Assisi, fondato nel XIII secolo sulla cima della collina fiesolana, che l’ex sacerdote sembra aver trovato la pace con la propria coscienza. Don Cantini, accusato di aver abusato sessualmente e psicologicamente di minori per quasi vent’anni, quando era sacerdote nella chiesa fiorentina di Santa Maria Regina della Pace, e per questo nel 2008 condannato allo stato laicale dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, avrebbe infatti finalmente trovato la forza di raccontare le proprie colpe. A spiegarlo è frate Marco, che all’infermeria del convento di San Francesco, di cui don Cantini era ospite da qualche anno, svolge le funzioni di vicario in caso di assenza del Padre Superiore, frate Alessandro.

    «Cantini non parlava con me di queste cose — spiega frate Marco — ma ha fatto un cammino di pentimento, un cammino di espiazione con il nostro superiore». «Padre Sandro gli parlava spesso per fargli prendere coscienza delle cose che aveva fatto — prosegue il frate — e Cantini ha manifestato più volte pentimento». L’ex sacerdote, negli ultimi anni della sua vita, e al di fuori del segreto della confessione, ha quindi trovato il coraggio di parlare. Come non aveva mai fatto prima. Al convento fiesolano, nessuno spiega quali colpe don Cantini avesse ammesso, se gli abusi fisici o le molestie psicologiche (o entrambe le cose), ma quel che è certo è che il suo pentimento ha riguardato le vicende per cui era stato accusato. E che del resto gli erano costate un’inchiesta giudiziaria, archiviata solo per sopraggiunta prescrizione, da parte della Procura di Firenze. Ma grazie al lungo lavoro di padre Sandro, don Lelio Cantini a San Francesco «aveva finalmente trovato una certa serenità», assicura frate Marco.

    L’ex parroco non viveva nel convento vero e proprio, ma nell’infermeria, una sorta di casa di riposo dove sono ospitati molti anziani religiosi. Trascorreva le giornate tra il letto e la carrozzina a ruote su cui era costretto dagli acciacchi dell’età, e aveva dedicato gli ultimi mesi di vita alla riflessione, alle letture e, soprattutto, alle lunghe sedute di preghiera assieme agli altri religiosi del convento. Don Cantini si sarebbe spento con la stessa serenità che sembra aver caratterizzato i suoi ultimi giorni. È morto nel sonno, senza accorgersi che se ne stava andando. Nel pomeriggio di mercoledì, infatti, aveva avuto un piccolo mancamento, dovuto alla pressione alta da cui era afflitto da tempo. Un lieve capogiro, poi il trasferimento dalla carrozzina al letto, dove aveva cominciato a sentirsi meglio. Poi si è assopito e, senza che nessuno si avvedesse del pericolo imminente, si è improvvisamente spento a 89 anni di età.

    Giulio Gori
    17 febbraio 2012

    http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2012/17-febbraio-2012/don-cantini-funerali-privati-1903329298824.shtml