Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Convenzione

  • Papa Francesco chiede umilmente perdono alle vittime ma non risponde ai loro appelli.

    Papa Francesco chiede umilmente perdono alle vittime ma non risponde ai loro appelli.

    Oggi leggiamo sulle maggiori testate nazionali dell’ennesimo appello di Papa Francesco nel quale chiede perdono alle vittime e ai loro famigliari promettendo più severità. 

    “Come può un prete causare tanto male?” e noi aggiungiamo che cosa può fare il Papa per mettere fine a tutto questo male ?

    Di pochi giorni fa la seconda video denuncia delle vittime italiane, inviata il 29 gennaio alla Segreteria di Stato e diretta proprio a Papa Francesco, alla quale però non ha risposto e nella quale alcuni rappresentanti delle vittime italiane fanno precise richieste.

    Le vittime dei preti pedofili dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video di sei minuti le ambiguità di papa Francesco che tanto dice ma poco o nulla fa in concreto contro l’orrore degli abusi su persone inermi nel clero italiano. Un potente atto di accusa che si aggiunge a quello formulato nel 2014 dalle Nazioni Unite verso la Santa Sede rea di aver violato per quasi 20 anni la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con evidenti responsabilità degli ultimi tre pontefici: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

    «Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo tutto il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina.
    Un j’accuse che parte dal cuore di donne e di uomini oggi adulti e mortificati nel vedere che dopo 15 anni dalle loro prime denunce alla Curia e alla magistratura nulla è cambiato. Malgrado il loro coraggio e le loro battaglie nessuno ha preso provvedimenti se non quelli di allontanare da Verona i casi più problematici. Esattamente come durante tutto l’arco del secondo Novecento la giostra della pedofilia clericale gira ancora. E forse in Italia più di prima come ampiamente documentato con testimonianze e carte originali sul sito dell’associazione Rete L’Abuso che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e nei due libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 sulla pedofilia clericale dal giornalista Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

    Questo è solo l’ultimo caso ma davvero tanti sono i preti cattolici che malgrado le denunce o condanne continuano come nulla fosse a esercitare il ministero sacerdotale.
    Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai spretato… una lista ancora lunga, inquietante, decine di sacerdoti solo in Italia. Non è un caso, se come denunciano i sordi del Provolo nel video, la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura. Basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Come una pessima domestica la Chiesa italiana continua a spazzare la polvere sotto il tappeto, insabbiando casi, evitando di collaborare con le autorità. Perché – chiedono le vittime – papa Francesco non obbliga i vescovi italiani a denunciare?

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica, afferma Tulli, c’è un pensiero perverso che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale il bambino prepubere ha la sessualità e la pedofilia sarebbe un “vizio”, un atto di “lussuria”, un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane immutata la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che anche papa Francesco dice di voler difendere.

    Savona, 27 gennaio 2017

  • Pedofilia nella Chiesa: vittime accusano Papa Francesco

    Pedofilia nella Chiesa: vittime accusano Papa Francesco

    Le vittime dei preti pedofili dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video di sei minuti le ambiguità di papa Francesco che tanto dice ma poco o nulla fa in concreto contro l’orrore degli abusi su persone inermi nel clero italiano. Un potente atto di accusa che si aggiunge a quello formulato nel 2014 dalle Nazioni Unite verso la Santa Sede rea di aver violato per quasi 20 anni la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con evidenti responsabilità degli ultimi tre pontefici: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

    «Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo tutto il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina.
    Un j’accuse che parte dal cuore di donne e di uomini oggi adulti e mortificati nel vedere che dopo 15 anni dalle loro prime denunce alla Curia e alla magistratura nulla è cambiato. Malgrado il loro coraggio e le loro battaglie nessuno ha preso provvedimenti se non quelli di allontanare da Verona i casi più problematici. Esattamente come durante tutto l’arco del secondo Novecento la giostra della pedofilia clericale gira ancora. E forse in Italia più di prima come ampiamente documentato con testimonianze e carte originali sul sito dell’associazione Rete L’Abuso che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e nei due libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 sulla pedofilia clericale dal giornalista Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi in Argentina. Nell’inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in (Argentina) è riapparso, da alcune settimane in carcere a Corradilla con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

    Questo è solo l’ultimo caso ma davvero tanti sono i preti cattolici che malgrado le denunce o condanne continuano come nulla fosse a esercitare il ministero sacerdotale.

    Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai spretato… una lista ancora lunga, inquietante, decine di sacerdoti solo in Italia. Non è un caso, se come denunciano i sordi del Provolo nel video, la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura. Basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Come una pessima domestica la Chiesa italiana continua a spazzare la polvere sotto il tappeto, insabbiando casi, evitando di collaborare con le autorità. Perché – chiedono le vittime – papa Francesco non obbliga i vescovi italiani a denunciare?
    Dietro questa prassi consolidata e sistematica, afferma Tulli, c’è un pensiero perverso che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale il bambino prepubere ha la sessualità e la pedofilia sarebbe un “vizio”, un atto di “lussuria”, un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco 1°.
    Rimane immutata la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che anche papa Francesco dice di voler difendere.

    Savona, 27 gennaio 2017

    Nel 2014 le vittime avevano già inviato una video denuncia a Papa Francesco al quale però non ottennero risposta. In quel video messaggio emergeva già allora, tra una serie di noni, quello di don Nicola Corradi.

    Di seguito riproponiamo quel video.

  • La città del Vaticano

    La città del Vaticano

    Lo Stato della Città del Vaticano è il più piccolo Stato che esista al mondo. E’ ampio 44 ettari, corrispondente a meno di mezzo chilometro quadrato (mentre Monaco ha una superficie di quasi due chilometri quadrati). Ma possiede anche una serie di strane caratteristiche.

    Innanzitutto il suo capo dello Stato non puo’ mai essere un laico, ma dev’essere un sacerdote cattolico, poichè coincide con la persona del Sommo Pontefice. Poi, l’assemblea che elegge questo capo dello Stato è composta, in massima parte, da cittadini di altri Stati, i cardinali, che provengono, nella loro maggioranza, da tutte le parti del mondo. In realtà i cardinali riuniti in Conclave eleggono il Papa, il Sommo Pontefice, cioè la carica di vescovo di Roma, che lo pone a capo di tutta la Chiesa cattolica. Siccome la carica di Pontefice coincide con quella di capo dello Stato, nella Città del Vaticano, in pratica i cardinali eleggono contemporaneamente, magari senza pensarci, anche il sovrano dello Stato.

     Si tratta inoltre di una monarchia assoluta, l’unica in Europa, e di un raro tipo di monarchia, quella “elettiva”, e non esiste un parlamento nè tanto meno partiti politici. Il potere è tutto nelle mani del Pontefice “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”, come enuncia il penultimo articolo del Trattato e l’art. 1 del 525i85f la Legge fondamentale. Il Papa, però, delega il suo potere ad altri organi, soprattutto cardinalizi, perchè certo non puo’ occuparsi, oltre che del complesso governo della Chiesa, anche della direzione di questo piccolo Stato. Ma sono suoi i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Il Pontefice puo’ modificare, se vuole, le leggi, senza alcun controllo o conferma da parte di chicchessia.

    Poi c’è piazza San Pietro, che, pur essendo parte integrante del territorio dello SCV, è di norma sottoposta ai poteri della polizia italiana, in base all’art. 3 del Trattato dell’11 febbraio 1929. Un caso probabilmente unico al mondo. Tanto che sono poche le persone che, entrando nella piazza, e sorpassando la striscia di travertino chiara che si staglia sul selciato, sono conscie di entrare in un altro Stato: vedono passeggiare gli agenti della Polizia italiana, e ne traggono le conseguenze, che non sono però corrette.

    Altro particolare curioso, e poco conosciuto, è che la famosa aula Paolo VI, progettata dall’architetto Nervi, è situata, caso unico al mondo, a cavallo fra due Stati, l’Italia e la Città del Vaticano. Anche se, sulle cartine che appaiono su riviste specializzate, come il National Geographic Magazine, tale confine surreale non viene evidenziato, e anche se nessun giornalista, durante le numerose telecronache da quel luogo, lo ricordi. Il confine di Stato taglia l’aula delle Udienze lungo una riga un po’ zigzagante, proprio sotto il palcoscenico dove sale il Papa durante le cerimonie. Le poltrone sono quasi tutte in territorio italiano; quest’ultimo fa parte, pur essendo effettivamente territorio della Repubblica italiana, di una delle numerose “aree con privilegio di extraterritorialità” a favore della Santa Sede, che è cosa ben diversa da “territorio dello Stato della Città del Vaticano”. Questo quadrato di centocinquanta metri di lato, infatti, non è compreso nei quarantaquattro ettari della superficie dello SCV. Sembra Vaticano, all’apparenza, ma in effetti, giuridicamente, non lo è. Vi sono conseguentemente rilevanti differenze nel modo di perseguire eventuali reati commessivi (scippi, percosse durante liti, ecc.), in quanto il reato si effettua su territorio italiano, e la magistratura italiana è l’unica competente a giudicare. Però, questa è la conseguenza più clamorosa, gli agenti della Polizia italiana non possono entrare per indagare.

     UNA STRANA LINEA TRATTEGGIATA.

    Davanti alla cancellata moderna attraverso la quale si accede all’Aula Paolo VI, subito dietro il braccio sinistro del Colonnato berniniano, c’è un particolare molto curioso. Una striscia tratteggiata, segnata con pietre più chiare che risaltano su quelle scure, che segna il bordo di un palazzetto che lì sorgeva fino al 1966. Si trattava del Museo Petriano, fatto costruire dal papa Pio XI, e inaugurato il 14 febbraio del 1925. Ospitava i reperti dell’antica Basilica di San Pietro, pezzi di colonne, statue, dipinti e bozzetti. Ebbe poca vita, questa costruzione, in verità ben poco elegante e funzionale. Venne abbattuta, per volontà di Paolo VI, per ricavarne uno spiazzo per l’accesso alla nuova Aula, in corso di costruzione, progettata dall’architetto Nervi.

    Ma… c’era un ma… Il Museo Petriano era contenuto nell’area extraterritoriale denominata “del Sant’Uffizio”, quella cui si è accennato poco prima. Era territorio immune dalla giurisdizione delle autorità di polizia italiane, proprio come un’ambasciata. Occorreva, allora, tracciare un confine sul pavimento della piazza, per segnare il limite esatto che gli agenti non potevano oltrepassare. Anzichè costruire un cancello (il confine era piuttosto irregolare, con angoli e sporgenze) si decise di segnare sul selciato questa linea, sistemando una cancellata rettilinea qualche metro più indietro. Ecco spiegata la strana linea tratteggiata, come si vede nella fotografia.

       IL RICCIOLO D’ITALIA

    Così ho chiamato, in uno “studio” fatto diversi anni fa, questa striscia di territorio italiano che si insinua fra due tratti di territorio dello Stato della Città del Vaticano. E’ quasi sicuramente un caso unico al mondo. Un’area larga circa tre metri e lunga una sessantina, posta dietro il braccio del Colonnato del Bernini, a destra di piazza San Pietro per chi guarda la Basilica, giusto sotto il palazzo dove risiede il Santo Padre. Questa striscia, che via via si restringe fino a finire a punta – proprio come avviene per un ricciolo – è situata subito dietro le colonne esterne del braccio berniniano, ed ha come limite, dalla parte opposta, un alto muro sormontato da una robusta cancellata, dietro il quale si trovano dei palazzi e dei cortili, vicinissimi alla Caserma delle Guardie Svizzere.

       La cosa strana è che questo lembo di suolo italiano è considerato erroneamente, forse proprio per l’incongruità della situazione, facente parte del territorio vaticano. Le guardie italiane e vaticane che lì vicino stazionano, se interrogate, rispondono con sicurezza che quella striscia appartiene al Vaticano.

    Ma non è così. Basta guardare una piantina dello Stato, come quella, ufficiale allegata al Trattato firmato da Italia e Santa Sede nel febbraio del 1929 per rendersi conto che è proprio territorio italiano! Esso è liberamente accessibile – almeno nella parte iniziale, non transennata – dai turisti e dai curiosi, che si trovano così “incuneati”, magari senza saperlo, fra due tratti di uno Stato sovrano, ma posando i piedi sul suolo di un altro Paese. Il fatto è che, forse per semplificare le cose ed eliminare complicazioni di qualunque tipo, le autorità preposte alla vigilanza di piazza San Pietro considerano, per motivi pratici, questa striscia come facente parte della piazza (che è territorio vaticano), cioè come un’appendice della medesima. In effetti, anche se in realtà questa striscia è territorio italiano, la circostanza non ha risvolti pratici, e non ha senso, nella vita di tutti i giorni, sottolinearlo (se non, appunto, per rimarcarne la singolarità sorprendente).

       La situazione non è cambiata, in questi settant’anni e passa, e le cartine più aggiornate ed esatte del piccolo Stato, anche adesso, riportano questa strana situazione di confini statali. Mentre quelle per i turisti, o quelle delle enciclopedie, sorvolano su questo particolare.

       SANTA SEDE E CITTA’ DEL VATICANO

    C’è una notevole differenza fra i due termini. Per “Santa Sede” si intende la suprema direzione della Chiesa Cattolica. In effetti, quest’espressione ha due accezioni. Una, più generale, riguarda tutto il complesso della Curia pontificia, i Cardinali titolari di dicasteri, le varie Congregazioni, con a capo il Papa. La seconda riguarda solo il Sommo Pontefice, inteso come carica, come autorità suprema della Chiesa, e non come persona fisica. Mentre per “Città del Vaticano” si intende lo Stato, di cui la Santa Sede (intesa come “Papa”) è ente sovrano, e per l’indipendenza della quale lo Stato è stato creato, nel 1929, in base ad accordi fra Italia e, appunto, Santa Sede (che, perciò, preesisteva allo S.C.V., ed era dotata, anche se priva di territorio, di una sovranità internazionalmente riconosciuta).

       Comunque, l’espressione “Vaticano”, usata comunemente, anche dalla stampa, significa ad un tempo sia “Santa Sede” che l’entità territoriale sorta nel cuore di Roma. Non è un’accezione esatta, ma è entrata nell’uso comune (e contribuisce a creare confusione…).

       Il documento che è all’origine della nascita di questo minuscolo e straordinario Stato, il Trattato del Laterano, è stato firmato fra Santa Sede e Italia l’11 febbraio del 1929, ed è entrato in vigore il 7 giugno dello stesso anno. Assieme al Trattato (che comprendeva, come allegato, una Convenzione Finanziaria) è stato stipulato anche il Concordato, per regolare i rapporti, in Italia, fra la Santa Sede e il Governo italiano.

       I due strumenti diplomatici hanno preso il nome di “Patti Lateranensi”. Vennero infatti firmati nel palazzo del Laterano, dal Primo Ministro italiano, Benito Mussolini, e dal Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Gasparri. Per due anni e mezzo, in completa segretezza, vi erano stati numerosi incontri tra i due delegati delle opposte parti, Pacelli e Barone. Il Pontefice Pio XI si teneva costantemente informato, seguiva il tutto e dava continue direttive.

       E’ opportuno ricordare che, mentre il Trattato è uno strumento unico, storicamente importantissimo – pose fine alla “Questione Romana”, nata con l’occupazione di Roma da parte delle truppe italiane, nel 1870 – il Concordato è un accordo che la Santa Sede ha stretto, oltre che con l’Italia, numerose volte anche con i più diversi Paesi del mondo, per regolare i rapporti interni (matrimonio, insegnamento religioso, libertà di culto, ecc.).

       LA VIGILANZA NELLO STATO.

       La Città del Vaticano ha due Corpi di vigilanza. Uno di essi è costituito dalle Guardie Svizzere, ed è il più noto, e anche il più pittoresco. Fra pochi anni, il 21 gennaio del 2006, il Corpo compirà cinquecento anni. Le Guardie, cento in tutto, dalla colorita e caratteristica divisa, costituiscono un microscopico esercito, sono alle dirette dipendenze del Papa, e hanno il compito di difendere la sua persona, nonchè i confini dello Stato e gli ingressi dei Palazzi Apostolici. Sono tutti giovanotti provenienti dalla Svizzera, a seguito di un’apposita convenzione fra la Santa Sede ed il governo elvetico. Devono essere cattolici, alti di statura, di buona condotta, e prestano servizio per due anni; tranne quelli che sono scelti dalle autorità vaticane per completare la loro carriera.

       Il secondo Corpo è la Vigilianza Vaticana, molto meno nota, i cui componenti hanno una divisa blu scuro, portano il berretto, e sono tutti, per una norma prevista dal loro regolamento, piuttosto alti.

       LA CITTADINANZA VATICANA.

       La cittadinanza vaticana non si ottiene semplicemente con la nascita nello Stato, come avviene in tutte le altre parti del mondo. Dev’essere di volta in volta concessa da un apposito ufficio. Nella Città del Vaticano esistono alcune famiglie (come quella di Emanuela Orlandi, rapita circa vent’anni fa, e non più ritrovata), talora di dipendenti civili vaticani talora di Guardie svizzere, che abitano in piccoli appartamenti, di proprietà dello S.C.V. Nessuno puo’ possedere proprietà private dentro questo Stato. Tutto il territorio e tutti gli immobili sono considerati di proprietà della Santa Sede (“Stato patrimoniale”).

       Ai figli che nascono in queste famiglie viene concessa la cittadinanza vaticana, però solo fino alla loro maggiore età. Poi essi la perdono, diventando in genere cittadini italiani, e andando ad abitare fuori dalla Città. Se non si facesse così, la popolazione aumenterebbe inesorabilmente, mentre l’esiguità territoriale dello Stato non permette di ospitare più di un piccolo numero di persone.

       Tutti i Cardinali che risiedono nella Città del Vaticano, o nella città di Roma, possiedono, per legge, la cittadinanza vaticana. Gli altri Cardinali, in altre città italiane o negli altri Paesi, hanno la cittadinanza dello Stato in cui risiedono. Per esempio, i Cardinali arcivescovi di molte città italiane, vanno regolarmente a votare nelle elezioni che si svolgono nella Repubblica.

       Infine, sono cittadini vaticani i numerosi diplomatici sparsi nelle Nunziature di tutto il mondo: cittadini dello Stato, ma che non vi risiedono. Quelli che vi risiedono stabilmente ammontano a circa trecento persone!

    http://www.inftub.com/geografia/La-citt-del-Vaticano92583.php

  • La legge vaticana del più forte

    La legge vaticana del più forte

    Nei processi per abusi su minori la giustizia del Vaticano si sovrappone a quella italiana. Determinando una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano. Ecco cosa accade nei tribunali dell’ex Sant’Uffizio
    PEDOFILIA
    di Federico Tulli

    “Mi scusi, non ho dormito per tutta la notte adesso non mi sento pronto per un’intervista vorrei aspettare qualche settimana… Quando inizio a riparlare di quello che mi è successo, giuro, mi sento male. Vorrei un po’ di pausa». Il messaggio di Diego (nome di fantasia) mi arriva sul cellulare alle 5 di mattina. «Va bene» rispondo immediatamente. Ci eravamo accordati la sera precedente che lo avrei chiamato per farmi raccontare a che punto è il processo ecclesiastico contro don Silverio Mura. Diego, oggi 41enne, accusa da tempo l’ex parroco dell’arcidiocesi di Napoli di averlo violentato a partire dal 1987. Aveva 12 anni e frequentava l’oratorio della parrocchia SS Annunziata di Pollena Trocchia, a Napoli. Ho già informazioni attendibili sui cui lavorare, non insisto per ottenere l’intervista. Anche perché avevo saputo dall’associazione Rete L’Abuso, che gli ha procurato l’assistenza legale e ci ha messo in contatto, che l’uomo ha avuto numerosi crolli psicofisici, «attacchi di panico» che hanno richiesto anche dei ricoveri ospedalieri.

    Il primo nel 2010, quando Diego, sposato e padre di due bambine, non riesce più a sostenere il macigno che si porta dentro in solitudine da quasi 25 anni. La crisi lo coglie all’improvviso sul luogo di lavoro e lui si convince a presentare una denuncia all’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Sepe, e ai carabinieri. Ma era passato troppo tempo dall’ultima violenza subita, reato prescritto. Ad oggi dunque don Silverio Mura ha dovuto affrontare solo la magistratura vaticana. O per lo meno dovrebbe. Sul processo canonico, è noto, pende il vincolo del segreto pontificio, quindi del suo caso si sa poco o nulla. «All’inizio del 2016 abbiamo interpellato il sostituto della segreteria di Stato, arcivescovo Angelo Becciu – racconta Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso -. Ci ha risposto che non risulta alcun processo penale ecclesiastico a carico di Mura e che la Santa Sede può solo sollecitare la Diocesi». La telefonata a Becciu non è casuale. Constatata l’inerzia di monsignor Sepe, Diego aveva denunciato tutto a papa Francesco.

    Il 14 novembre 2014 ha ricevuto una mail dalla Curia di Napoli con l’invito a presentarsi il 3 dicembre in Largo Donnaregina 22, “per gli adempimenti relativi alla denuncia da Lei inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede” (Cdf) a carico di don Silverio Mura. E lui ci è andato. Siamo in territorio italiano, tuttavia oltre quella soglia è come entrare in una macchina del tempo e viaggiare a ritroso di secoli, quando la Cdf si chiamava Santa Inquisizione. In base alla procedura ecclesiastica, all’avvocato di fiducia della presunta vittima è vietato assistere, mentre quello del sacerdote ne ha facoltà. Diego si presenta da solo, con le sue angosce, dinanzi al vicario giudiziale aggiunto del tribunale ecclesiastico regionale campano e al vice cancelliere della Curia partenopea. Il primo fa le domande, l’altro annota le dichiarazioni. Prassi vuole che al querelante non sia rilasciato alcun documento, nessuna informazione. Né al termine dell’udienza né dopo la eventuale sentenza. E don Mura? Per lui è diverso. Sul sito del Vaticano nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Cdf riguardo alle accuse di abusi sessuali” si legge: «Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove». Tra queste, oltre alla testimonianza di Diego c’è la perizia psichiatrica disposta dal tribunale ecclesiastico, che si è svolta il 26 aprile 2016 a Napoli, per valutare la sua attendibilità.

    I vantaggi per la difesa del sacerdote accusato rispetto alla controparte sono evidenti già così. Tuttavia non si limitano al solo processo ecclesiastico. Con le informazioni raccolte alla diocesi di Napoli i suoi legali possono organizzare al meglio la linea difensiva da attuare in caso di giudizio civile. Ci si chiede quante volte è già accaduto che la prassi giudiziaria vaticana abbia determinato questa situazione di disparità di trattamento sovrapponendosi a quella italiana. Ma la domanda è destinata a rimanere senza risposta, perché il numero dei procedimenti penali amministrativi per pedofilia è ignoto. E la Conferenza episcopale tace non avendo mai nemmeno svolto un’indagine interna per quantificare il fenomeno su scala nazionale. Di sicuro quello di Diego non è un caso isolato: si tratta della norma. Abbiamo raccontato parte della vicenda di Giada Vitale alcuni mesi fa in merito al giudizio penale in corso a Larino (Campobasso) nei confronti di don Marino Genova (vedi Left n. 38/2016). Ora lei accetta di bucare il velo di omertà che il papa impone sui riti canonici e ci parla del giorno in cui decise di rispondere alla convocazione della Diocesi di Pescara competente sul suo caso. «Era l’inizio del 2014, avevo denunciato don Marino sia al vescovo di Termoli che ai carabinieri. Nella stanza eravamo in tre: io, il giudice don Antonio De Grandis e don Michele Valentini, il notaio della curia di Termoli.

    Valentini lo conoscevo già, perché prima dell’udienza mi chiamò e mi consegnò una richiesta del giudice. Voleva una copia della mia denuncia alla procura». Le chiedo se il suo avvocato ha acconsentito. Mi risponde di sì. «Oggi mi rendo conto che è stato un errore presentarmi, all’epoca mi fidavo ancora della Chiesa e pensavo – illudendomi – che quello lì sarebbe stato punito a dovere». E aggiunge: «Ero sola, hanno detto che il mio avvocato non poteva essere presente. Il legale di don Marino invece sì e io potevo accettare o rifiutare. Ho detto no. Mi ha interrogata il giudice, cercava di farmi dire che provavo affetto per il mio violentatore, ma io come convenuto con l’avvocato Cavaliere ho voluto solo precisare che quando sono iniziati gli abusi avevo 13 anni». Don Marino Genova ne aveva 55. Dal giorno dell’audizione Giada non ha saputo più nulla in via ufficiale: «Non mi hanno mai comunicato l’esito del processo né so in che modo le mie dichiarazioni sono state utilizzate».

    Il prossimo 20 dicembre, in Tribunale a Larino, Giada comparirà con altri sei testimoni di fronte agli avvocati di don Marino. Sono passati quasi tre anni dall’audizione in Diocesi a Pescara. Anche nel suo caso, la giustizia vaticana si è sovrapposta a quella italiana, con quali conseguenze? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».

    Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». Dove si trovano oggi don Mura e don Genova? Per la giustizia italiana sono uomini liberi. Don Marino Genova dopo aver confessato la “colpa” davanti al giudice ecclesiastico, ed essere stato sospeso a divinis, ha chiesto di espiare (preghiera e penitenza per 5 anni) in uno dei siti “protetti” che la Chiesa ha adibito a centri di sostegno spirituale e psicologico per «sacerdoti in difficoltà» (li chiamano così). Anche don Mura potrebbe essere ospite di una struttura analoga. Fonti che chiedono di rimanere anonime ci dicono che lui dimora a Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia). L’altro, invece, è nell’Oasi di Elim, un caseggiato anonimo che fa parte del complesso del Santuario del Divino Amore a Roma.

    Pag 30 di LEFT del 10-12.2016

  • Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    Caso Anello e abusi sessuali in chiesa, i preti sapevano e non hanno denunciato

    C’è chi aveva saputo qualcosa, aveva sentito lamentele su alcuni atteggiamenti inequivocabili da parte di un militare e di un frate cappuccino, ma ciò nonostante diversi parroci non hanno parlato, non si sono rivolti né alle autorità giudiziarie né a quelle ecclesiastiche. Intanto lunedì si è svolto l’incidente probatorio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del colonnello Salvatore Muratore e del cappellano del Civico Salvatore Anello. Tre ragazzine di 12, 13 e 16 anni hanno confermato in Procura le scabrose circostanze in cui si sono trovate. Il frate cappuccino, pur non essendo stato riconosciuto dalla diocesi palermitana quale esorcista, si dilettava nelle preghiere di guarigione. Riceveva le fedeli nei locali della chiesa dei Cappuccini e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe allungato le mani, facendole scivolare sotto le magliette e i pantaloncini di donne fragili e ragazzine indifese.

    In una città già macchiata da diverse storie di abusi sessuali legate a uomini di chiesa, da padre Turturro a Borgo Vecchio a padre Nuvola e don Roberto Elice, un’altra inchiesta rischia di gettare fango sul mondo religioso palermitano. Dove però – è giusto sottolineare – la stragrande maggioranza dei preti svolge un lavoro fondamentale, soprattutto nelle periferie a volte dimenticate dalle amministrazioni. In questo caso a infrangere il muro dell’omertà sono state alcune delle vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare, di rivolgersi alla giustizia fornendo un input fondamentale per l’avvio delle indagini condotte dalla polizia giudiziaria della polizia di stato presso il tribunale dei Minori. Dopo il racconto di una donna sono stati contattati e convocati numerosi preti che predicano nelle chiese palermitane e non solo. Una di loro decise di non recarsi più agli incontri con padre Anello, rivolgendosi a quel punto a Fra Benigno della chiesa dei Frati Rinnovati di via alla Falconara, guida per gli esorcisti in Sicilia. Di fronte al racconto della donna avrebbe ammesso di aver già sentito lamentele sul conto di padre Anello.

    Raggiunto da PalermoToday ha subito negato ogni tipo di collaborazione per fare chiarezza sulla vicenda: “Non ho alcuna intenzione di parlarne o rilasciare interviste”. Stessa risposta è arrivata dall’Arcidiocesi palermitana guidata da monsignor Corrado Lorefice che, per bocca dell’ufficio stampa, non si è voluto esprimere sull’argomento: “Queste presunte storie di abusi hanno riguardato un frate dei Cappuccini. Se volete risposte dovreste rivolgervi al loro ordine provinciale”. Per l’arresto di don Elice invece l’arcivescovo si è detto fortemente addolorato, sia per le vittime che per la comunità ecclesiale. La dirigenza dell’ospedale Civico di Palermo, appresa la notizia, ha subito sospeso la convenzione da 20 mila euro. L’ordinario diocesano, il monsignor Giuseppe Oliveri, a stretto giro di posta ha quindi nominato al suo posto il reverendo padre Enrico Miranti.

    Nell’inchiesta emerge come le fragili vittime abbiano deciso in ultima istanza di rivolgersi a un prete per scacciare un presunto “malocchio” o il “demonio”. Sarebbe questo il pretesto adottato dal frate cappuccino, stando alle parole riferite al gip Gabriella Natale con a fianco una psicologa, mentre nella stanza accanto c’erano in ascolto il sostituto procuratore Giorgia Righi e gli avvocati della difesa. Nella stessa giornata, mentre le coraggiose e giovani vittime hanno deciso di vuotare il sacco e collaborare, padre Anello ha preferito rinunciare alla possibilità di essere ascoltato.

    Durante le indagini di polizia giudiziaria, come si evince anche dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono saltati fuori i nomi di diversi “ministri reliogiosi”, da Palermo a Caltanissetta, passando per Prizzi e anche per la capitale. In un paesino alle porte di Roma c’è un prete, precedentemente in servizio presso la chiesa di San Giuseppe ai Teatini di Palermo, che era stato contattato telefonicamente da una donna che chiedeva supporto. “Le ho consigliato di rivolgersi alla polizia, ma questo ha spaventato la donna – spiega – che temeva di scatenare un terremoto in famiglia rischiando di perdere il marito. Ho chiesto un appuntamento all’arcidiocesi ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”. Di fatto, però, non arrivò alcuna denuncia. Una vittima si era rivolta anche a un prete della zona Noce che, in prima battuta, si era offerta di accompagnarla salvo poi sparire e farsi sentire nuovamente per sconsigliare la denuncia fornendo garanzie su “percorso di purificazione” intrapreso dal peccatore.

    Altre delle risposte ricevute dai preti chiusi nelle loro sagrestie lasciano spiazzati. “Non rilascio alcuna intervista, ma posso dire di aver ascoltato la donna e basta. Le ho anche spiegato che in ciò che era accaduto non c’era il segno di Gesù. Ma non è della mia diocesi – spiega un prete nisseno – e non è nel mio stile invitare a denunciare. Mi sono limitato a dare un consiglio, poi ognuno è libero di fare ciò che crede”. Un altro parroco del Palermitano che era venuto a conoscenza dell’accaduto, si è appellato impropriamente al “segreto confessionale”: “Sono stato contattato da un altro prete e ho ascoltato questa donna. Ho cercato di darle aiuto, ma non possiamo riferire nulla alle autorità. Tutto dipende dalla volontà di chi è coinvolto”.

    Nessuno tra coloro i quali erano venuti a conoscenza dell’accaduto ha ritenuto necessario fare un passo in più, richiedendo un incontro urgente con l’arcivescovo o recandosi in Procura per collaborare alle operazioni di polizia e permettere che i due uomini venissero fermati. L’inchiesta, ancora nella sua fase iniziale, rischia di diventare solo un altro caso della lunga lista redatta da Rete L’Abuso onlus, associazione presieduta da Francesco Zanardi: “Sono circa 130 i preti condannati negli ultimi 15 anni e circa un centinaio quelli ancora sotto indagini. L’Onu nel 2014 ha emesso una sentenza pesante nei confronti del Vaticano, chiedendo di rivedere la regolamentazione. Ma in tal senso il Governo è rimasto immobile. Oggi un uomo di chiesa non può denunciare alle autorità ma deve rivolgersi prima ai suoi superiori, ai quali poi spetterebbe il compito di rivolgersi a polizia e magistratura. Con la nostra associazione  stiamo pressando per far inserire l’obbligo di denuncia“.“

    http://www.palermotoday.it/cronaca/esorcismi-abusi-sessuali-padre-anello-muratore-retroscena.html

     
  • Preti pedofili, il religioso silenzio di Stato e Vaticano. Così il demone continua a dir messa

    Preti pedofili, il religioso silenzio di Stato e Vaticano. Così il demone continua a dir messa

    Lo Stato tace. Il Vaticano nasconde. E alla fine il demoneresta in casa. E in chiesa. Quello degli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti è un problema di cui poco si parla, salvo quando scoppia il caso mediatico che fa ripiombare tutti, fedeli e non, ecclesiastici e laici, dinanzi a una croce di cui Stato e Chiesa dovrebbero farsi carico. L’ultimo caso è avvenuto a Vibo Valentia: un giro di prostituzione minorile di cui, stando alle indagini della Procura, si sarebbe reso protagonista anche don Felice La Rosa, già parroco per ben 11 anni a Zungri sino ad ottobre 2015 quando si era registrata la sua provvisoria pausa dall’esercizio delle sacre funzioni religiose. Ma d’altronde i casi sono decisamente numerosi. “Noi siamo andati indietro di 15 anni e abbiamo ricostruito 132 condanne in via definitiva e oltre cento preti indagati attualmente”, ci dice Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, che da anni si occupa del fenomeno. “Il dato però è evidentemente parziale”. Basti questo: “secondo le fonti vaticane, siamo tra il 2 e il 3% dei sacerdoti coinvolti. A nostro avviso saliamo al 6”.

    Le istituzioni tacciono – Ed è qui che lo Stato italiano sarebbe potuto intervenire. Perché, a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Né mai c’è stata. Eppure le richieste sono state avanzate. Quanto ci racconta Zanardi lascia senza fiato: “nel 2013 abbiamo girato un’interrogazione ad Alberto Airola (M5S), affinché la presentasse. Dopo diverse rassicurazioni, alla fine non è mai stata depositata”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: “con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare”. Certo, ci sarebbe l’Osservatorio nazionale anti-pedofilia: peccato però che anche qui non si sia mai voluto affrontare la questione nello specifico “ecclesiastico”. Basti questo: nel 2014 gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti pure sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso.

    Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In altri termini, parliamo dell’obbligo per la diocesi di denunciare i casi di pedofilia e per il vescovo l’obbligo di rispondere dei casi stessi essendo il diretto superiore dei sacerdoti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. “Bisogna tener sempre presente – continua Zanardi – che i tribunali vaticani possono arrivare al massimo alla scomunica. Non sono contrario al procedimento canonico, ma è necessario che ci sia un procedimento anche giudiziario. Perché altrimenti il rischio è che se prima avevi un sacerdote pedofilo, finisci con l’avere un pedofilo non più sacerdote”.

    Il caso Rutigliano – Qualche esempio? Don Francesco Rutigliano era il parroco di Riace, in provincia di Reggio Calabria, quando tra il 2006 e il 2008, abusa di una giovane vittima di 14 anni, dalla psiche fragile e dal vissuto piuttosto travagliato. I fatti vengono alla luce soltanto nel 2011, quando a sancire la colpevolezza di Rutigliano è il decreto di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede del 20 giugno 2011. Le accuse, precisa il decreto, “riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni”. Cosa accade allora? Don Francesco viene semplicemente sospeso per 4 anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico. Trascorsi i 4 anni, torna a dir messa. A Civitavecchia. “Esattamente dove oggi vive il ragazzo di cui aveva abusato in Calabria”, ci dice ancora Zanardi.

    Bacchettati – E il Vaticano? A onor del merito, bisogna ammettere che, appena insediatosi, Bergoglio ha subito pensato ad istituire una commissione specificatamente preposta al monitoraggio del fenomeno. Peccato però che, ad oggi, risultati non se ne sono visti. Anzi, a febbraio un membro laico della commissione scelto direttamente da Papa Francesco, Peter Saunders, è uscito dalla stessa commissione, lanciando un duro j’accuse: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, ha detto alla Bbc in una sferzante intervista. “E lui è parte del problema”. Ma non finisce qui. Perché da più di due anni l’Onu ha chiesto espressamente alla Santa sede una revisione del suo assetto normativo, in particolare del Codice di diritto Canonico. Perché? Semplice: esiste una Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata peraltro nel 1990 dalla Santa Sede. Il documento prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori. Ecco, nel 2014 l’Onu ha chiesto al Vaticano una completa aderenza alla Convenzione: perché “gli abusi sessuali dei bambini non sono un delitto contro la morale ma crimini”.

    Case di cura – E qui arriviamo all’ultimo tassello di questo incredibile puzzle. Essendo considerati “delitti contro la morale”, ciò che serve nel mondo ecclesiastico è la cura, morale e spirituale. Tanto basterebbe. Ed ecco allora che i sacerdoti che si sono macchiati di tali colpe, stando a quanto documentato dalla Rete L’Abuso, finiscono in case di cura. A segnalare l’inverosimile all’associazione, un gruppo di sacerdoti delle diocesi di Perugia e Ascoli Piceno. Alle porte della cittadina umbra sorge Villa Sacro Cuore. La struttura ospita sacerdoti in difficoltà, ma anche coloro che per i casi più disparati finiscono agli arresti domiciliari. Sarebbero passati per la struttura sacerdoti come don Giampiero Peschiulli arrestato a Brindisi nei mesi scorsi. Fino a poco tempo fa c’era anche don Giovanni Desio, il prete di Casalborsetti (Ravenna), che avrebbe violentato quattro ragazzini. Tre giorni fa è arrivata la sentenza della Cassazione: Desio torna in carcere.

    Tw: @CarmineGazzanni

    http://www.lanotiziagiornale.it/preti-pedofili-il-religioso-silenzio-di-stato-e-vaticano-cosi-il-demone-continua-a-dir-messa/

  • Trapani, dopo la condanna per sturpo, per don Vito Caradonna arriva anche quella per circonvenzione di incapace

    Trapani, dopo la condanna per sturpo, per don Vito Caradonna arriva anche quella per circonvenzione di incapace

    Don Vito Caradonna, 41 anni, ex parroco della chiesa di San Leonardo di Marsala, già condannato con sentenza definitiva per tentata violenza sessuale su un uomo (e per questo sospeso “a divinis”), è stato condannato a un anno e 8 mesi di reclusione per circonvenzione d’incapace. A emettere la sentenza è stato il giudice monocratico di Marsala Matteo Giacalone. Per il religioso, il pm Ignazia Uttoveggio aveva chiesto due anni e mezzo di reclusione.

    Oggetto del processo è un prestito di quasi 70 mila euro ottenuto da don Vito da un parrocchiano, M.D.G., ex militare della Marina, con problemi di salute mentale. Prestito che venne restituito solo a fine ottobre 2011, dopo alcuni assegni andati in protesto, con la vendita della casa che il prete aveva comprato poco tempo prima proprio con quel denaro.

    http://www.lasicilia.it/news/trapani/39318/trapani-dopo-la-condanna-per-sturpo-per-don-vito-caradonna-arriva-anche-quella-per-circonvenzione-di-incapace.html

  • Non chiamateli Padri

    Non chiamateli Padri

    intervista a Federico Tulli
    di Francesca Palazzi Arduini
    Abusi su minori commessi da sacerdoti e uomini di chiesa. La reticenza della politica e dei media. Le responsabilità degli ultimi tre papi: Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio.
    Ce ne parla Federico Tulli, unico giornalista ad aver condotto un’inchiesta completa sui casi italiani dall’unità ai nostri giorni.

    Federico Tulli, giornalista e scrittore, ha pubblicato nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, il libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro. Nel 2014, con la stessa editrice, ha pubblicato: Chiesa e pedofilia, il caso italiano. I due libri inquadrano il problema nel più vasto panorama della corruzione all’interno della Chiesa, a livello mondiale e poi nazionale, esaminando anche i legami del fenomeno della pedofilia del clero con la tradizione culturale religiosa, rispetto allo status del bambino come persona, alla concezione della segretezza e del sacro, alla sessuofobia e omofobia.
    L’abbiamo incontrato per approfondire l’argomento, in quanto unico giornalista ad aver avuto il coraggio di pubblicare due inchieste sui casi italiani, cercando tra silenzi, omissioni e bugie.

    Profilo criminale e patologico

    Il film “Il caso Spotlight” ha vinto lo scorso marzo l’Oscar come miglior film e miglior sceneggiatura. Ciò ha riportato alla ribalta il tema della pedofilia del clero cattolico nel mondo; abbiamo tutti notato che alla fine del film, nei titoli di coda che riportavano un elenco dei casi internazionali più discussi, non era presente nessun caso italiano. Interpellando il sito che costituisce il database più noto negli USA sui casi di pedofilia, BishopAccountability.org, ci è stato risposto che dall’Italia non ricevevano indicazioni sui casi, in effetti sulla stampa italiana le segnalazioni raramente compaiono in prima pagina e vengono rilanciate in altre lingue. Cosa ne pensi?
    L’attenzione della stampa e la sensibilità dell’opinione pubblica è particolarmente sviluppata nei Paesi in cui le istituzioni hanno fatto luce sulla portata della diffusione di questa tipologia di crimine nella società. Mi riferisco, solo per citarne alcune, alle Commissioni d’inchiesta – governative oppure miste Stato/Chiesa – che in Irlanda, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Australia, Germania hanno dato un nome, rimasto segreto per decenni, a migliaia di sacerdoti pedofili. Evidenziando complicità a tutti i livelli, dei vescovi con i preti pedofili, delle autorità civili con i vescovi, e restituendo dignità, purtroppo però raramente giustizia per via della prescrizione, a decine di migliaia di vittime a loro volta inascoltate per decenni.
    In Italia né lo Stato né la Chiesa hanno mai preso in considerazione l’idea di un’indagine su scala nazionale. Nemmeno è stata mai avvertita l’esigenza quanto meno di mappare e monitorare il fenomeno della pedofilia in generale e di quella clericale in particolare, con l’obiettivo di fare prevenzione. Ho chiesto di persona a un ministro per le Pari opportunità (Mara Carfagna) e al portavoce della Santa Sede (mons. F. Lombardi) come mai l’Italia – dove vivono oltre 30mila sacerdoti – non prende esempio da altri Paesi molto simili al nostro per tradizione cattolica: perché da noi il problema non sussiste, mi è stato risposto da mons. Lombardi. Ho scritto Chiesa e pedofilia, il caso italiano pure per verificare la fondatezza della sua replica e dopo quasi 300 pagine di inchiesta e di analisi sono giunto a una conclusione opposta. Avvalendomi, oltre ai pareri di esperti in diverse discipline (storia, psichiatria, giurisprudenza, filosofia politica, ecc.), delle durissime conclusioni della Commissione Onu sui diritti dell’infanzia (febbraio 2014) che nessuno in Italia tranne me si è preso la briga di tradurre integralmente e rendere pubbliche in italiano. Tuttavia anche solo i numeri che si ricavano mettendo insieme le notizie di stampa – invero frammentate, scarne e spesso relegate in cronaca locale – lasciano intuire che c’è un problema serio da affrontare.
    Dal 2000, 170 sacerdoti sono stati condannati in via definitiva per abusi. Oltre 60 sono quelli denunciati oppure in attesa di una sentenza definitiva. La maggior parte delle 226 diocesi italiane è stata interessata da almeno un caso. E questi sono i fatti noti. Ciò che non sappiamo è quanti sono e dove vivono oggi i sacerdoti italiani dimessi dallo stato clericale in seguito a una sentenza di condanna per abusi emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). I processi canonici sono soggetti a segreto pontificio e una volta cacciati dalla Chiesa nessuno si prende la briga di fare i loro nomi alla polizia.
    Nemmeno la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia è riuscita a ottenere questa informazione sebbene la Santa Sede (di cui la Cdf fa parte) abbia ratificato la relativa Convenzione che vincola i Paesi aderenti a emanare leggi che tutelino in ogni modo i diritti e l’incolumità dei bambini. È facile immaginare quanto invece siano a rischio diritti e incolumità dei bambini laddove ad un pedofilo è consentito di circolare liberamente mantenendo l’anonimato. Stiamo parlando di un profilo criminale e patologico equiparabile a quello di un serial killer – non si ferma fino a quando non viene preso e isolato -, tuttavia la priorità per la Chiesa e per papa Bergoglio quando annuncia la “tolleranza zero”, è che il prete stia lontano dai luoghi di culto: perché l’abuso di un minore è un peccato in violazione del VI comandamento, quindi un’offesa a Dio. Non c’è un giornale italiano che abbia mai evidenziato questo aspetto che invece è centrale perché la pedofilia non è un delitto contro la morale, ma un crimine violentissimo contro esseri umani in carne e ossa.

    Nel film “Il caso Spotlight” è stato dato rilievo alla linea giornalistica del Boston Globe, per la quale era necessario denunciare il “sistema” di coperture dato ai casi di pedofilia da parte di preti, svelando la responsabilità dei vescovi in questa trama di copertura e spostamenti dei preti predatori verso parrocchie sempre nuove. La denuncia del sistema richiedeva un’indagine completa sui rapporti tra denuncianti, preti, vescovi, autorità di polizia e della magistratura. In Italia è stato mai fatto qualcosa di simile?
    Sono state fatte diverse inchieste su singoli casi, sono state raccontate tante storie in alcuni libri, ma un lavoro d’inchiesta capillare come quello condotto dal team di Spotlight ha scarse possibilità di essere realizzato. Viviamo nel Paese in cui un magistrato, tra i massimi esperti europei nel campo della lotta alla pedofilia è stato messo sotto inchiesta dal ministro della Giustizia per aver evidenziato la scarsa propensione dei vescovi italiani a collaborare con chi indaga su questi crimini. A denunciare, insomma, alle autorità civili i presunti casi di cui vengono a conoscenza. È accaduto nel 2010 all’allora capo del pool antimolestie di Milano, Pietro Forno.
    Intervistato da Il Giornale nel pieno degli scandali che stavano sconvolgendo mezza Europa, Forno disse tra l’altro (cito): «Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento non mi è mai, e sottolineo mai, arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti, e questo è un po’ strano. La magistratura quando arriva a inquisire un sacerdote per questi reati ci deve arrivare da sola, con le sue forze. E lo fa in genere sulla base di denunce di familiari della vittima, che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Qualche giorno dopo il magistrato si ritrovò a dover rendere conto delle sue affermazioni agli ispettori spediti dal ministro Alfano per verificare che non avesse divulgato segreti d’ufficio.

    Politica genuflessa e complice

    In Europa il numero delle richieste di sbattezzo è aumentato in seguito agli scandali per pedofilia, anche in coincidenza con inchieste scomode, anche televisive, si pensi al documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” del 2006. Proprio in Irlanda, nel 2010, dopo aver raccolto centinaia di migliaia di moduli di sbattezzo, il sito “Countmeout” chiude i battenti per il rifiuto della Chiesa irlandese di accettare le notifiche. Quanto pensi avrebbe potuto incidere in Italia, ad esempio rispetto alla campagna omofoba condotta da una parte del clero contro le unioni civili (vedi quella del cardinal Bagnasco), una più esaustiva informazione sui reati di pedofilia commessi da preti omosessuali sessualmente repressi?
    In Italia è cosa rara l’informazione sulle cose di Chiesa indipendente dalla Chiesa stessa. Tutte le notizie principali (politica, economia, finanza e scandali) che passano attraverso i media generalisti sono filtrate dai “vaticanisti”, giornalisti cioè accreditati e formati presso la Sala Stampa vaticana. Il quadro si è ancor più definito negli ultimi tre anni con l’ascesa del gesuita Bergoglio al soglio pontificio. Papa Francesco e il suo staff curano in maniera maniacale la comunicazione perché devono ricostruire l’immagine internazionale della Chiesa cattolica e apostolica romana devastata dai crimini compiuti durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger. La mala-gestione della Curia romana, dello Ior e della pedofilia, oltre alla crociata in difesa dei cosiddetti valori non negoziabili il più delle volte condotta sulla pelle delle donne (aborto, fecondazione assistita), sono risultati fatali a Benedetto XVI e hanno acuito notevolmente il distacco dei fedeli dalla Chiesa. Basta citare il caso dell’Irlanda che di recente non a caso ha visto la vittoria dei sì al referendum in favore dei matrimoni gay. Nel 2005, quando Ratzinger si è insediato, il 67% della popolazione irlandese si dichiarava cattolica. Nel 2013 l’indice era sceso al 49%. In mezzo due grandi inchieste governative avevano scoperchiato oltre 50 anni di abusi insabbiati dalla Chiesa irlandese con la complicità di numerose istituzioni laiche, ai danni di circa 35mila piccoli fedeli e studenti delle scuole cattoliche. Uno studio commissionato nel 2012 dalla Pontificia accademia di Roma ha calcolato che il danno d’immagine provocato dalla sola pedofilia nel biennio 2010-2011 è costato alla Santa Sede 2mld di dollari in termini di mancati introiti: meno fedeli = meno offerte, meno testamenti, meno donazioni, ecc. In due parole: meno potere.
    In Italia, nonostante le Chiese vuote e dismesse, il calo inesorabile dei battesimi e dei matrimoni concordatari, l’aumento dei divorzi e delle convivenze, gli esoneri crescenti dall’ora di insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, la pesante ingerenza del Vaticano e della Conferenza episcopale nella vita socio-politica rimane costante. E qualunque dichiarazione di papa Bergoglio ci viene proposta in maniera acritica e senza alcun contraddittorio.
    Complice la politica genuflessa; anche la Rai, in primis, che svilisce il ruolo di servizio pubblico di uno Stato laico ingolfando di papi, preti e monsignori i suoi programmi di intrattenimento e informazione. E complici, come dicevo, i media generalisti che tranne rari casi (il Corriere della Sera ad esempio, riguardo l’affaire Ior) raccontano in maniera del tutto parziale, cioè solo dal punto di vista del Vaticano, le situazioni di criticità che riguardano tutto ciò che accade all’interno e in “prossimità” delle mura leonine. E poi ci sono i giubilei, le beatificazioni e le canonizzazioni. Veri e propri strumenti di auto-promozione a spese del contribuente italiano, glorificati dai media come se si trattasse del primo passo dell’uomo su Marte.

    Una visione distorta della realtà del bambino

    Uno studioso e politico italiano appartenente alla destra tradizionalista cattolica, Massimo Introvigne, ha dichiarato: “L’età della pubertà varia nei singoli casi, ma le stesse fonti – ai fini statistici – considerano “pedofilia” l’attività sessuale con minori di undici anni. Quando si parla di “pedofilia” per tutti i casi di rapporti sessuali di sacerdoti con minorenni si dice, semplicemente, una sciocchezza. Un sacerdote di trent’anni che scappa con una parrocchiana di sedici viola certamente la morale cattolica e secondo le leggi di molti paesi commette anche un reato, ma non è certamente un pedofilo. Né lo è, tecnicamente, chi va con una dodicenne per quanto il suo comportamento sia ripugnante e sia più che giusto sanzionarlo.” Nel tuo libro ci sono pagine importanti sulla concezione del bambino battesimato, sull’età della comunione e sulla confessione…
    Introvigne cita a sostegno delle sue affermazioni sulla pedofilia il Dsm, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Ma Introvigne è un sociologo, non un medico quindi ha una visione molto superficiale. Io nei miei due saggi per chiarire a chi legge cosa è la pedofilia intervisto medici, scienziati e ricercatori. Professionisti che hanno avuto in cura vittime e carnefici. Ad esempio, lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli evidenzia i tanti errori di fondo del Dsm. In particolare spiega che ciò che conta, secondo gli psichiatri americani, è il controllo razionale cosciente, improntato a valori morali di rispetto per l’infanzia, su di una situazione di conflitto intrapsichico.
    Dall’allusione all’implicazione morale si capisce perché il cattolico Introvigne si ispira al Dsm. E ancora, per farsi un’idea dell’attendibilità di certe fonti, se il Dsm-IV, come sottolinea lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini, equipara la pedofilia al voyeurismo – come se fosse la stessa cosa collezionare mutandine e violentare un bimbo di 4 anni – l’ultima versione del Manuale distingue fra pedofili che «“desiderano” fare “sesso” con bambini e quelli che mettono in atto i loro “desideri”». In quest’ultima categoria rientrano i pedofili criminali, colti con le mani nel sacco. Questa distinzione è subdola perché prelude a una normalizzazione della pedofilia da considerare un orientamento sessuale come un altro. Un’idea che coincide niente affatto casualmente con quella del catechismo della Chiesa cattolica che parla di sesso fuori del matrimonio, masturbazione, pornografia e stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: sono tutte «offese alla castità». Cioè, Introvigne, il catechismo e il Dsm non distinguono la sessualità umana che in estrema sintesi è rapporto e desiderio, dalla pedofilia che in quanto violenza non è mai sessualità. E soprattutto parlando di pedofilia come di attività sessuale “dimenticano” che il bambino non ha sessualità.
    C’è dunque di fondo una visione distorta della realtà umana del bambino. Un annullamento, per dirla in termini psichiatrici. Perché la sessualità comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” i criminali pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità che è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per un bambino che vive una situazione familiare difficile – le vittime preferite dei pedofili – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno.
    È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è questa una delle tante drammatiche confusioni che sono state fatte sulla figura del bambino, per cui poi può essere torturato, violentato senza che sia considerato un crimine particolarmente grave. Al punto che spesso abbiamo sentito dire a degli uomini di Chiesa che è il bambino che provoca il sacerdote. Difatti come viene raccontato nel film “Spotlight”, c’è chi ha ritenuto sufficiente trasferire i preti violentatori da una diocesi all’altra. Non proprio una manifestazione d’interesse per le vittime.
    A completamento del quadro cito una frase pronunciata nel gennaio del 2014 da papa Francesco durante un’udienza generale: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato». Questo pensiero discriminatorio se da un lato “stranamente” non ha stimolato l’attenzione dei media, dall’altro ci aiuta a scoprire che le radici della complicità morale e materiale delle istituzioni vaticane con i preti pedofili affondano nella cultura cattolica. In questa frase c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano per cui, appunto, gli si può fare quel che si vuole. Nella quarta di copertina di Chiesa e pedofilia, il caso italiano ho voluto mettere la frase molto significativa con cui la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti commenta l’affermazione del papa: «Il problema è che nel cattolicesimo è sempre mancato il rapporto uomo-donna, e con esso si è sempre annullato il discorso della nascita umana, perché il bambino per la Chiesa non ha identità: l’identità gliela dà il battesimo».

    Ma l’abuso è un crimine seriale

    Nel film “Il caso Spotlight” si racconta dei contatti intercorsi tra la redazione e Richard Sipe, l’ex prete studioso di pedofilia nel clero, autore del libro “Il mondo segreto” sulla sessualità dei preti. Dalle sue ricerche condotte tra il 1960 e il 1985 sul clero, la percentuale di preti pedofili era del 6%, mentre i preti che nonostante il voto di celibato avevano rapporti sessuali con donne era di circa il 25%, e quelli omosessuali era del 15%.
    In una famosa nota sul blog di Alessandro Capriccioli (Metilparaben), nel 2007 si irrideva alla dichiarazione di Don Fortunato Di Noto il quale dichiarava che contrariamente a quanto diceva la stampa, i casi di pedofilia in Italia imputabili a preti erano solo l’1% del totale. Ciò in realtà dava come risultato che i preti erano dieci volte più pedofili dell’italiano medio. Cosa è cambiato da allora nei dati sulla pedofilia nel nostro Paese?
    Mentre all’estero, penso alla Gran Bretagna, per monitorare il fenomeno della pedofilia istituzioni e associazioni private collaborano alla costruzione di reti di conoscenze, di scambio e condivisione dei dati, in Italia, al di là delle dichiarazioni di principio, poco o nulla è stato fatto dai diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Il risultato è che i dati disponibili sono pochi e lacunosi, ottenuti più che altro grazie all’iniziativa di singole associazioni come il Telefono Azzurro. Non rendono pertanto conto di un fenomeno che rimane in larghissima parte sommerso, anche a causa della sua natura, nemmeno le cifre del ministero di Giustizia secondo cui in carcere si trovano oltre 1300 pedofili e i bambini abusati sono circa 150 l’anno.
    Il punto è che l’abuso su minori in molti casi avviene in contesti sociali legati a istituzioni come la scuola o la chiesa, le quali, per tutelarsi dal grave danno di immagine che ne conseguirebbe, hanno spesso la tendenza a insabbiare episodi di questo tipo. Anche le violenze che avvengono in ambito familiare difficilmente vengono segnalate. Telefono azzurro ha stimato che per ogni denuncia che arriva in commissariato ci sono almeno 140 casi che rimarranno per sempre sconosciuti.
    Un discorso simile vale per le statistiche dei pedofili intercettati dalle autorità ecclesiastiche. Come detto in precedenza, la Santa Sede oltre ai nomi dei preti pedofili non fornisce dati globali sul fenomeno. Per farsi un’idea ci si può affidare ad alcuni studi approfonditi realizzati a livello locale, come quello del John Jay College of Criminal Justice di New York pubblicato nel 2004 e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa sulla scia dell’inchiesta di Spotlight del 2002. Secondo la ricerca nei 50 anni precedenti oltre il 4% dei sacerdoti americani aveva compiuto almeno un abuso. Le critiche e i distinguo suggeriti da Introvigne riguardano proprio questa statistica. A lui farei rispondere direttamente da papa Francesco: «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento» dice Bergoglio in un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica (luglio 2014). Vale a dire una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni più a rischio: quelle che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc).
    L’affermazione di Bergoglio non è mai smentita dalla Santa Sede a differenza di altre riportate nello stesso articolo da Scalfari. In pratica, in base alla percentuale espressa dal papa, solo in Italia, dove vivono circa 30mila sacerdoti, i pedofili in abito talare potrebbero essere almeno 600. Se pensiamo – come peraltro non fa mai nessuno di coloro che si affrettano a distinguere lo stupro di una bambina di 11 anni da quello di una di 13 – che l’abuso è un crimine seriale e che ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (è il caso di padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight) allora forse si può iniziare a intuire la reale dimensione di un fenomeno che Stato e Chiesa non intendono investigare.

    Dunque non si può ipotizzare il numero del rapporto tra casi denunciati alle autorità ecclesiali e casi denunciati alle autorità giudiziarie in Italia?
    Purtroppo no, come dicevo in precedenza, i casi denunciati all’autorità ecclesiastica sono vincolati al segreto pontificio. Nel 2014 di fronte a due commissioni delle Nazioni Unite (Diritti dell’infanzia, Contro la tortura) gli emissari di papa Bergoglio hanno dichiarato che la Santa Sede ha valutato circa 7000 denunce in dieci anni e che nel periodo in questione oltre 800 sacerdoti sono stati espulsi dalla Chiesa di Roma per aver compiuto abusi su minori. Ma i nunzi della Santa Sede hanno rifiutato di dire i loro nomi e le loro nazionalità.

    “La Santa Sede è la prima a non denunciare”

    Dopo l’elezione di papa Bergoglio, si sono levate alcune voci che informavano sul fatto che in alcuni casi di pedofilia in Argentina, per i quali i familiari delle vittime avevano chiesto aiuto ai vescovi senza essere ascoltati, l’arcivescovo Bergoglio era stato silente, se non addirittura attivo nel proteggere la reputazione dei preti coinvolti. Il cardinale di Boston, Bernard F. Law, nonostante dopo lo scandalo abbia rassegnato le dimissioni, è stato trasferito ad un prestigioso incarico presso Santa Maria Maggiore a Roma e lì è rimasto nonostante le voci che lo volevano cacciato da un Papa da “tolleranza zero”. I segnali più recenti fanno pensare ancora ad un intervento contro la pedofilia più mediatico che concreto?
    Per decenni le autorità ecclesiastiche sono state attente solo a preservare l’immagine pubblica, propria e della Chiesa. In nome di quella cosa che chiamano “ragion di Stato”, in cui non c’è spazio per l’attenzione alla salute mentale e fisica delle giovanissime vittime, hanno adottato come misura più “incisiva” lo spostamento in gran segreto da una parrocchia all’altra dei casi più pericolosi (per la Chiesa), come dimostra con precisione l’inchiesta di Spotlight. La possibilità per dei serial killer di agire indisturbati, addirittura tutelati, si è ovviamente tradotta in una diffusione esponenziale degli abusi. Le frequenti dichiarazioni pubbliche di Bergoglio danno l’idea che l’ago della bilancia si stia spostando verso un atteggiamento più responsabile. È presto per parlare di effetti concreti ma gli annunci di “tolleranza zero” possono avere un effetto deterrente. Nel senso che potrebbe finalmente venire meno la certezza di impunità che ha spinto molti pedofili a intraprendere la carriera clericale.
    Tuttavia anche Benedetto XVI nella seconda metà del suo papato era per la “tolleranza zero” e sappiamo come è andata a finire. Nelle considerazioni conclusive della Commissione Onu per i diritti dell’infanzia elaborate a febbraio 2014 c’è scritto: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».
    È bene chiarire che gli investigatori delle Nazioni Unite puntavano il dito contro i tre papi che hanno guidato la Chiesa tra il 1991 e il 2014: Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio. Quindi, come dicevo, in concreto c’è ancora molto da fare. Non basta aumentare i termini di prescrizione del reato e inasprire le norme penali, cosa che di fatto in tre anni ha portato a un unico arresto da parte dei gendarmi vaticani (l’ex nunzio della rep. Dominicana, Józef Wesołowski).
    Finché la pedofilia verrà considerata un peccato o per dirla come Ratzinger “un abuso morale”, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero scarsamente aderente alla realtà. Cioè poco incisive, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione che in questi casi è determinante.
    Ne è la prova la mancata chiusura dei pre-seminari e dei seminari minori gestiti da ordini e congregazioni religiosi. Gran parte degli abusi imputati a religiosi si consuma tra le mura di questi istituti in cui vengono educati minori dai 6-8 anni in poi. L’Onu ha fatto richiesta esplicita alla Santa Sede di chiuderli anche perché è noto che spesso il pedofilo è una persona abusata in giovane età, ma solo in Italia ne esistono ancora una sessantina con oltre 1200 studenti.
    Un altro deterrente potrebbe essere l’innalzamento della soglia della discrezione, cioè l’età in cui un bambino può accedere alla confessione. Nel 1910 è stata abbassata a 7 anni. Alcune associazioni cattoliche hanno più volte chiesto al card. Bagnasco di intercedere presso il papa per elevarla a 14 anni. Perché sulla base delle testimonianze raccolte nelle grandi inchieste governative e miste di alcuni Stati europei è emerso che quasi tutte le violenze avvengono nell’ambito di questo rito che non si consuma solo nel confessionale ma ha una durata indefinita e soprattutto è soggetto al vincolo di segretezza. Il segreto, insieme al senso di colpa instillato nella vittima dal suo “confessore”, è la chiave dell’impunità. I preti pedofili lo sanno bene.

    La Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita nel 2014, ha di recente tentato di richiamare all’ordine la CEI imponendo per “necessità morale” che i sacerdoti e i vescovi denuncino alle autorità civili i casi di pedofilia di cui vengono a conoscenza. Quanto pesano su questi tentativi di cambiamento il rapporto Onu sui diritti dell’infanzia, non favorevole all’immagine della Chiesa cattolica per quel che concerne la pedofilia, e il nuovo papato?
    La mancata collaborazione delle autorità ecclesiastiche con gli organi di polizia è un altro sintomo di scarsa propensione della Chiesa a voler affrontare fino in fondo il fenomeno della pedofilia. Nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato una serie di indicazioni per le conferenze episcopali di tutto il mondo, alle quali attenersi nella redazione delle linee guida anti-pedofilia, il vademecum per i vescovi nella gestione dei casi di abusi. Contrariamente a quanto indicato dalla Cdf, nel 2014 la Cei del card. Bagnasco ha deciso di non inserire nelle linee guida l’obbligo per i vescovi italiani di denunciare i sacerdoti pedofili all’autorità giudiziaria. In Italia questo obbligo vincola per esempio i pubblici ufficiali – come il preside di una scuola. I vescovi non sono pubblici ufficiali ma non hanno avvertito nemmeno l’obbligo morale di stabilire come doverosa la collaborazione con la magistratura “laica”.
    La motivazione fornita dal card. Bagnasco va al di là di qualsiasi immaginazione: «La denuncia è una decisione che spetta ai genitori, noi non denunciamo per tutelare la privacy delle vittime». Per il capo della Cei è secondario che in questo modo si sta tutelando anche quella del pedofilo. E che quindi oltre a contribuire ad acuire l’isolamento affettivo e fisico della vittima di cui come detto in precedenza approfitta sempre il violentatore, si mette a rischio l’incolumità di altri bambini. È talmente palese la pericolosità di una posizione del genere che a febbraio scorso la Pontificia commissione per la tutela dei minori di recente ha emanato una nota dicendo chiaro e tondo: «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Secondo voi questo monito finora ha avuto qualche effetto? La Pontificia commissione è un organo consulente della Santa Sede. Esorta tutta la comunità ecclesiale a denunciare e ovviamente fa bene.
    Ma, se come abbiamo visto nel caso delle informazioni richieste dall’Onu, la stessa Santa Sede è la prima a non denunciare quel che sa, quale credibilità può avere un organismo del genere all’interno della Chiesa (e non solo)?

    A prescindere dai provvedimenti di natura canonico-giuridica della Chiesa, quali sono state secondo te in questi ultimi anni le politiche efficaci della Chiesa per evitare altri casi e altri scandali? C’è una tendenza a non far entrare più in contatto diretto i singoli preti in generale con i singoli bambini? E quanto può pesare invece nel proseguire del “sistema” la vocazione terzomondista del modello di chiesa di Bergoglio?
    Oltre a quanto già detto a proposito della Cei, il caso di don Inzoli mi porta a pensare che pochi per non dire nessuno all’interno della Chiesa si preoccupano concretamente dell’incolumità dei bambini. L’ex parroco di Crema ed ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà, due anni fa è stato condannato per abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede. Cito: «In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale».
    Lo scorso anno a gennaio, cioè sei mesi dopo la sentenza della Cdf, Inzoli se ne stava placidamente seduto in platea al Palazzo della Regione Lombardia dove si svolgeva un convegno sulla tutela dei valori della famiglia tradizionale. L’ex parroco era in seconda fila, davanti a lui sedevano Roberto Formigoni e Roberto Maroni. Si dice che Inzoli sia stato anche il confessore di Formigoni ma non è questo il punto. Il punto è che la condanna a “una vita di preghiera e di umile riservatezza” evidentemente non impedisce a un sacerdote di partecipare alla vita pubblica. E risulta difficile pensare che ad esempio per le vie di Milano non si incontrino bambini.

    “Figli rubati” in Spagna e Argentina

    A proposito di uso, abuso ed educazione dei minori, vuoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro, “Figli rubati”?
    Si tratta di un libro-inchiesta nel quale faccio il punto sulla ricerca dei figli rubati ai desaparecidos durante le dittature sudamericane degli anni ’70. Secondo le Abuelas di Plaza de Mayo almeno 60 “figli rubati” che oggi hanno 35-40 anni potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Ma fino a oggi nel nostro Paese non è mai avvenuto un ritrovamento. Le famiglie a cui vennero venduti, in base al Piano di appropriazione dei bambini ordito dalla dittatura argentina, dovevano essere di provata fede cristiana e cultura occidentale. Perché avevano il compito di rieducarli per interrompere la catena di trasmissione delle idee marxiste di cui erano portatori i loro genitori naturali. Nel libro oltre a spiegare perché non si riesce a trovarli – e di mezzo c’è la Chiesa, la P2 e i cosiddetti servizi segreti deviati – indago sulle radici culturali di questa forma orrenda di violenza sui bambini. La cosa interessante è che l’inchiesta a un certo punto mi porta in Spagna nel bel mezzo della dittatura clerico-fascista di Franco.
    Quello che in pochi forse sanno è che durante i 36 anni di dittatura vennero sottratti alle donne repubblicane circa 30mila figli, i quali come poi avvenne in Sud America sono stati affidati a famiglie contigue al regime per essere rieducati… secondo valori cristiani e occidentali. Quello che è ancora meno noto è che dopo la morte di Franco e la fine della dittatura, l’appropriazione di bambini da strumento di repressione è diventata un vero e proprio business facendo della Spagna uno dei crocevia mondiali delle adozioni illegali. Secondo una stima del magistrato Baltasar Garzon, lo stesso che nel 1998 incriminò e fece arrestare Pinochet a Londra, tra il 1975 e il 1996 almeno 270mila neonati sono stati sottratti con l’inganno alle loro madri naturali. Che non erano più le donne repubblicane – si trattava infatti di ragazze madri, prostitute, figlie di “famiglie perbene” che non potevano abortire, ecc. – tuttavia le cliniche “specializzate” a gestire questi casi rimasero le stesse di cui si serviva Franco: strutture facenti capo in massima parte a congreghe, ordini e sette religiose cattoliche.

    Francesca Palazzi Arduini

    http://www.arivista.org/?nr=409&pag=31.htm

  • Abusi su minore. Il caso di don Vito Beatrice finisce all’attenzione della Corte Costituzionale

    Abusi su minore. Il caso di don Vito Beatrice finisce all’attenzione della Corte Costituzionale

    Finisce all’attenzione della Corte Costituzionale il caso giudiziario di Vito Beatrice, 72enne religioso di origine campana della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, per il quale la Procura di Roma ha chiesto una condanna a 14 anni di carcere per abusi sessuali compiuti su un ragazzo (oggi 28enne) che i genitori avevano affidato al prete per ragioni di educazione e di istruzione da quando aveva 9 anni.

    I giudici dell’ottava sezione penale del tribunale, dopo una camera di consiglio, hanno ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Procuratore aggiunto Maria Monteleone sulla legge Cirielli nella parte in cui non ha escluso la riduzione dei termini di prescrizione per i reati sessuali in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione internazionale di Lanzarote.

    Stando alla Procura, le violenze sono andate avanti nell’arco di una decina di anni, tra Roma, Genova e anche all’estero. Il ragazzo, solo dopo aver raggiunto la maggiore età, ha trovato la forza per denunciare il prete e raccontare la natura delle violenze subite e i traumi psicologici con cui ancora oggi è costretto a fare i conti.

  • Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Pedofilia tra il clero. Superare l’ambiguità

    Lentamente, un passo alla volta, papa Bergoglio consolida la struttura normativa con cui intende prevenire e contrastare la pedofilia nel clero ecclesiastico. Ultima tappa è il motu proprio “Come una madre amorevole” mediante il quale, tra le «cause gravi» già previste dal Diritto canonico per la rimozione di un vescovo dall’ufficio ecclesiastico, ha incluso la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. Una misura a questo punto inevitabile.

    La scarsa considerazione delle denunce di vittime e familiari e i trasferimenti dei sacerdoti “problematici” sono state tra le cause principali della diffusione della pedofilia nel clero dal secondo Novecento, e sono da tempo al centro dei pensieri di Bergoglio. In particolare da quando il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia ha accusato la Santa Sede di gravi negligenze nella gestione delle denunce e dei casi di pedofilia. Era il 5 febbraio 2014. «Il Comitato è fortemente preoccupato perché la Santa Sede non […] ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili», si legge nel passaggio chiave della relazione che concluse l’indagine Onu da cui emergeva che la Chiesa di Roma tra il 1990 e il 2013 ha ripetutamente e palesemente violato la Convenzione sui diritti dell’infanzia. A cominciare dalla clausola ineludibile che obbliga i Paesi firmatari ad adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. In Italia se ne è parlato poco e male ma l’accusa non aveva precedenti nei confronti di uno Stato sovrano. La cultura della segretezza, sulla scia delle indicazioni del Crimen sollicitationis (1962) rinnovate nel De delictis gravioribus (2001), e il terrore in Vaticano dello scandalo pubblico, hanno avuto come conseguenza la distruzione della vita di migliaia di persone abusate e la diffusione planetaria del crimine in ambito ecclesiastico. «A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero, pena la scomunica – si legge nella relazione Onu – i casi di abuso difficilmente sono stati denunciati […]. Al contrario, sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di preti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare colleghi pedofili». La Santa Sede si difese esibendo come prova la creazione di una Commissione per la tutela dei minori composta da chierici e vittime. In effetti poco tempo dopo (marzo 2014) Bergoglio nominò i primi otto membri. Si devono anche ai loro consigli le misure varate dal papa argentino, tra cui l’inasprimento delle norme penali, il reato canonico di “abuso d’ufficio episcopale” e la creazione di un tribunale per i vescovi sospettati di aver coperto preti pedofili (2015). Di qui arriviamo al motu proprio del 4 giugno in cui si stabilisce che «in tutti i casi nei quali appaiano seri indizi» la Congregazione competente avvierà un’indagine che «può» concludersi con la rimozione del vescovo da parte del papa.

    Il decreto anti-insabbiamento è di certo un segnale positivo, se pensiamo alle garanzie di impunità di cui i preti pedofili hanno approfittato per decenni, ma non una svolta come acriticamente è stato definito dalla stampa nostrana. Resta infatti immutato il concetto cardine di abuso. Le nuove norme non intaccano in alcun modo l’idea che si tratti di un delitto contro la morale, cioè di un’offesa a Dio in violazione del VI Comandamento. E qui sorge il problema. Perché l’abuso è altro. È un crimine dalla violenza inaudita contro persone inermi, che per le sue conseguenze può essere equiparato a un omicidio psichico. Usando un linguaggio medico, come si può pretendere di curare una malattia se la diagnosi è sbagliata? Prendiamo il Catechismo. Nei canoni 2351-56 si parla di sesso tra adulti fuori del matrimonio e di stupri di donne e bambini come se fossero la stessa cosa: tutte «offese alla castità». Cioè non si distingue un rapporto tra persone con un’identità sessuale definita, consapevoli e consenzienti, dalla violenza sul bambino. Il tutto in coerenza con la norma canonica che definendo la pedofilia «attività sessuale di un chierico con un minore» pretende che anche il bimbo abbia una sua attività sessuale, denotando una visione falsa della sua realtà umana. Perché, in estrema sintesi, prerequisito indispensabile per poter parlare di sessualità è il pieno sviluppo degli organi genitali che avviene alla pubertà. Prima c’è un rapporto affettivo e profondo con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che approfittano i pedofili. E qui entra in gioco una grande ambiguità specifica della pedofilia clericale, quella del farsi chiamare “padre” da parte dei sacerdoti. Per il bimbo che vive una situazione familiare critica – la vittima ideale – questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza psicofisica celata dietro una richiesta affettiva del bimbo. Ed è su queste conoscenze acquisite sulla realtà umana e sul profilo criminale del pedofilo che dovrebbe basarsi una strategia che ha come obiettivo la “tolleranza zero”, cioè la prevenzione degli abusi e la presa in carico dei responsabili e di chi li copre.

    Federico Tulli è giornalista e scrittore, ha pubblicato di recente “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, Roma 2015)

    * Immagine di Felipe Barra Ministério da Defesa, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

    http://www.adista.it/articolo/56374